Archivi tag: asinara

Antimafia Duemila – ”Riaprire Pianosa e l’Asinara”, cosi’ Sandokan e Graviano non si incontrano

Fonte: Antimafia Duemila – ”Riaprire Pianosa e l’Asinara”, cosi’ Sandokan e Graviano non si incontrano.

“Se l’antimafia fallisce nei suoi obiettivi primari per motivi di spazio non c’è da perdere altro tempo. Bisogna chiedere con forza degli interventi.

Non penso a cose particolari, che necessitino una pronuncia legislativa. Basterebbe un provvedimento amministrativo. Penso alla riapertura delle supercarceri di Pianosa e dell’Asinara, che negli anni scorsi hanno garantito il massimo della sicurezza e l’effettività del 41 bis. Già lo stesso ministro della Giustizia aveva prospettato questa eventualità, poi per varie ragioni politiche non si e’ potuta realizzare”. Il procuratore aggiunto alla Dda, Antonio Ingroia, dice a “Repubblica” come si potrebbe fare in modo che non riaccada quanto scoperto dallo stesso giornale e pubblicato ieri: i colloqui nell’ora d’aria fra Giuseppe Graviano e Francesco Schiavone. “Madre natura” e “Sandokan”, due boss di primissimo ordine.

“Il carcere duro non ha una funzione penalizzante per il detenuto – continua Ingroia – ma ha solo lo scopo di impedire che il mafioso possa continuare ad essere tale. E questo obiettivo si realizza evitando di fargli pianificare affari e strategie. Ovvero impedendogli di comunicare all’esterno. Oggi è necessario considerare qualcosa di più insidioso – conclude il magistrato – il sistema mafioso integrato. Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra fanno affari insieme. Ecco perché gli incontri in carcere fra esponenti di organizzazioni criminali diverse sono davvero pericolosi”.

Tratto da: livesicilia.it

L’antimafia del carcere molle – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: L’antimafia del carcere molle – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Forse era un filino imbarazzato per le rivelazioni dell’Espresso. O forse aveva semplicemente preso sul serio l’adorato premier (“Non sono ricattabile né ricattato da nessuno”, neppure dalla mafia). Sta di fatto che il ministro Angelino Alfano ne aveva detta una giusta: “Riaprire le supercarceri di Pianosa e Asinara e metterci dentro i mafiosi cattivi”. Ma ha dovuto subito rinculare, scaricato dagli altri ministri, Maroni escluso, improvvisamente convertiti all’ambientalismo. Mai prendere sul serio Berlusconi quando parla sul serio: lui dice la verità solo quando scherza.

Peccato: sarebbe stato un bel segnale a Cosa Nostra, proprio mentre si scoprono ogni giorno nuovi particolari sul patto Stato-mafia siglato nel 1992-’93 sulla pelle dei morti ammazzati. Una stonatura dopo 15 anni di leggi spaventosamente somiglianti a quelle richieste da Riina nel “papello”. Una mossa che avrebbe tappato la bocca ai soliti malfidati che sospettano una trattativa tuttora in pieno corso. Già quest’estate i magistrati che indagano sul papello e dintorni avevano sollecitato la riapertura di Pianosa e Asinara. Dal 1998, quando il centrosinistra d’accordo col centrodestra chiuse i due carceri di massima sicurezza che isolavano i boss delle stragi, inducendone molti a collaborare, non si ricorda una legge che abbia davvero scontentato la mafia.

La stabilizzazione del 41-bis, fiore all’occhiello dell’antimafia berlusconiana, è fumo negli occhi: ha reso addirittura più facile per i mafiosi ottenere la revoca del carcere duro rispetto a quando la misura veniva rinnovata dal governo ogni sei mesi. Intanto le confische dei beni si fanno sempre più complicate e l’isolamento in cella sempre più perforabile. Fra il 1999 e il 2000, poi, due capolavori che devono aver sorpreso persino Riina. Prima, per alcuni mesi, fu abrogato l’ergastolo per le stragi, con l’estensione del rito abbreviato a tutti i reati (le pene a vita si riducevano a 30 anni, che poi in Italia significano 20). Poi la “riforma dei pentiti” ridusse i benefici a tal punto da scoraggiare i mafiosi dal collaborare ancora con la giustizia.

Intanto al ministero c’era chi si adoperava – fortunatamente invano – per esaudire un altro desiderio dei boss detenuti, già contenuto nel papello: la “dissociazione” modello Br. I mafiosi avrebbero ammesso il proprio status e i propri reati per cui erano già stati condannati, senz’aggiungere una parola utile a nuove indagini, ottenendo la revoca dell’ergastolo e del 41-bis, oltre ai benefìci della Gozzini, a costo zero. Tutta manna per l’intoccabile Provenzano, padre cofondatore della Seconda Repubblica, e per i politici amici assediati come lui dagli stragisti in cella. Nel 2001 Bagarella protestò per le “promesse non mantenute”, poi alcuni mafiosi sventolarono allo stadio di Palermo un minaccioso striscione: “Uniti contro il 41bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. Chissà che avrebbero scritto questa volta, se il governo avesse riaperto Pianosa e l’Asinara. Meglio evitare.

Il papello e quelle leggi – Peter Gomez – Voglio Scendere

Fonte: Il papello e quelle leggi – Peter Gomez – Voglio Scendere.

Di Peter Gomez – Il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2009

Basta poco per rendersene conto. Basta rileggere le cronache parlamentari. Nei 12 punti elencati da Totò Riina nel suo papello come condizione per chiudere la stagione delle bombe non vi è nulla di sorprendente. La trattativa tra Stato e mafia c’è stata, proprio come raccontavano, ben prima della scoperta del papello, le sentenze definitive sulle stragi del ’93. Non per niente, durante gli ultimi 17 anni, buona parte dei desiderata di Cosa Nostra sono stati discussi e, a volte approvati, da Camera e Senato. Le supercarceri di Pianosa e l’Asinara sono state chiuse nel 1997 dal centrosinistra. La legge sui pentiti, coi voti dell’Ulivo e il plauso del centro-destra, è stata riformata nel 2001, provocando un crollo verticale del numero dei collaboratori di giustizia. Il 41 bis, il cosiddetto carcere duro, è stato invece “stabilizzato” nel 2002. Ma la norma, anche questa volta bipartisan, è stata scritta male. Così i tribunali di sorveglianza, com’era perfettamente prevedibile, si sono trovati a dover revocare il 41 bis (già reso molto meno duro) a centinaia di boss. E persino quattro mafiosi condannati per la strage di via dei Georgofili a Firenze sono adesso detenuti in regimi penitenziari normali.

A partire del 1994, poi, si è cominciato a parlare pubblicamente della possibilità di concedere forti sconti di pena agli uomini d’onore che non si pentono, ma decidono invece di dissociarsi dall’organizzazione. Il primo a farlo è stato uno dei tanti testimoni di quella trattativa che oggi ritrovano miracolosamente la memoria: Luciano Violante. Subito dopo, nel 1996, un’apposita proposta di legge è stata presentata da tre senatori dell’allora Ccd, mentre nel 2001 il futuro ministro degli Esteri, Franco Frattini, se l’è presa con i giornali che parlando troppo di dissociazione avevano fatto saltare “l’intera operazione”. Leggendo la copia del papello in mano ai magistrati un’unica domanda ha quindi senso: la trattativa con Cosa Nostra è ancora in corso? Perché come diceva una delle sue vittime, il giudice Paolo Borsellino: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra, o si mettono d’accordo”.

La «riforma» di Cosa Nostra, il papello e quelle leggi sulla giustizia in Italia

Fonte: La «riforma» di Cosa Nostra, il papello e quelle leggi sulla giustizia in Italia.

Scritto da Nicola Biondo

«Stiamo indagando su dieci anni di trattativa» dice all’Unità il Pm palermitano Nino Di Matteo a poche ore dalla consegna del Papello. Dieci anni il cui inizio è la strage di Capaci, maggio ’92, e la cui fine, o meglio punto di svolta, è il proclama di Leoluca Bagarella del luglio 2002 indirizzato alle forze politiche. Nel mezzo c’è il sangue di Borsellino e Falcone e delle vittime delle stragi del ’93, a Milano e Firenze, e un grande sforzo investigativo di magistratura e forze di polizia come mai era avvenuto in passato. Ma anche molte, troppe, aree grigie e un sensibile mutamento di clima intorno alla lotta antimafia. La trattativa insomma èun workin progress,nonsi esaurisce, secondo gli investigatori, al papello o agli scritti di Vito Ciancimino ma va oltre.

COME FINÌ LA TRATTATIVA?

La prima domanda che gli investigatori si pongono è se e quali punti del papello hanno avuto effettiva realizzazione in questa «lunga trattativa». La revisione del maxiprocesso ad esempio non è mai stata all’ordine del giorno. Negli ultimi anni però sono state molte le proposte di legge presentate per ottenere nuove norme per la revisione dei processi da ancorare, secondo unodei promotori Gaetano Pecorella – avvocato del premier – alle sentenze della Corte europea. Per quanto riguarda il 41bis e la legge sui pentiti è sotto gli occhi di tutti che le nuove leggi non garantiscono più buoni risultati. L’isolamento dei boss è ormai un ricordo del passato e la legge sui pentiti ha ottenuto un unico risultato: da anni ormai non si pente quasi più nessuno. Sulla revisione della legge Rognoni-La Torre basta dire che sono migliaia ogni anno i beni confiscati che non vengono riutilizzati, come denuncia da tempo la Agenzia del demanio. Le richieste di Riina contemplano anche la possibilità di dissociarsi da Cosa nostra, una exit strategy che garantirebbe la possibilità di accedere ai benefici carcerari senza l’obbligo di rivelare nulla. Una idea che ha fatto capolino più volte nelle aule parlamentari e per la quale ha mostrato interesse finanche un alto magistrato come Giovanni Tinebra, ex-capo della procura di Caltanissetta. La chiusura dei super carceri, comequelli dell’Asinara, è ormai invece una realtà. Mentre la trattativa progrediva è poi arrivata la riforma del c.d. «giusto- processo» che permette la scelta del silenzio ai testi o ai collaboratori mentre nessuna disposizione è stava varata per tutelare chi testimonia nei processi di mafia.

LA RIFORMA DI COSA NOSTRA

I dodici punti del papello, di cui questi sono i nodi essenziali, rivelano la grande riforma della giustizia di Cosa Nostra.Che non può non ricordare i temi dell’agenda dell’attuale governo. Di chi in fondo in nome di un garantismo disinvolto vorrebbe i magistrati sottoposti a forme di controllo e le indagini depotenziate con l’abolizione delle intercettazioni. Binu Provenzano lo aveva promesso al popolo di Cosa Nostra consumato dalla politica delle stragi: «Servono dieci anni per tornare all’antica». L’orizzonte della trattativa sarebbe stato allora «più ampio»: far nascere una nuova mafia in un nuovo Stato. In questo senso il papello di Riina nasce «vecchio» perché il suo alter ego Provenzano lo ha emendato e in parte realizzato, nella previsione diunarimozione collettiva del problema mafia. E si arriva così al redde rationem, a quel proclama di Bagarella del 2002 che accusa gli avvocati diventati parlamentari di non occuparsi più dei loro clienti mafiosi, che tira in ballo le forze politiche che giocano «sulla pelle dei detenuti». Una dichiarazione di guerra contro il patto di Provenzano che vedrà la sua manifestazione più clamorosa in uno striscione apparso pochi mesi dopo allo stadio di Palermo: «Uniti contro il 41bis, Berlusconi dimentica la Sicilia». Ci sono tappe visibili e meno visibili di questa trattativa. Una sicuramente è la scandalosa latitanza di don Binu: secondo la Procura di Palermo andrebbe addebitata proprio ad uno dei protagonisti della trattativa con Ciancimino, il generale Mario Mori oggi sotto processo per avere omesso di catturare il padrino pur essendo a conoscenza di uno dei luoghi che abitualmente frequentava fino al 2001. Processo che riprende martedì prossimo con l’audizione di LucianoViolante.

Trattative stato-mafia, arriva in Procura il “papello” delle richieste di Cosa Nostra – l’Unità.it

Fonte: Trattative stato-mafia, arriva in Procura il “papello” delle richieste di Cosa Nostra – l’Unità.it.

di Nicola Biondo

Non c’è nessuna intestazione, né una firma né ovviamente il destinatario. Quello che ormai viene chiamato “papello” è una lista di 12 punti, scritta a mano e a stampatello dal ghota di Cosa nostra. Ogni punto una richiesta allo stato per far cessare le stragi: si va dalla abolizione della legge sui pentiti a quella sulla confisca dei beni mafiosi, alla chiusura dei supercarceri come l’Asinara all’annullamento del decreto sul 41bis, il carcere duro. Una sorta di grande riforma della giustizia, una resa totale dello stato alla mafia dopo la strage di Capaci. E’ una fotocopia del papello quella che è stata consegnata ieri ai giudici palermitani dagli avvocati di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, tramite nell’estate del 1992 tra Cosa nostra e le istituzioni.

Per l’originale si dovrà attendere ancora ma la Procura di Palermo lo giudica un passo avanti importante nelle indagini.

Ma se il papello cattura l’ovvia attenzione mediatica, grande importanza viene data dai PM Nino Di Matteo e Antonio Ingroia ad alcuni fogli che riportano le considerazioni di Vito Ciancimino sulla trattativa. In essi Don Vito farebbe riferimento a due politici, Mancino e Rognoni ( che hanno ripetutamente smentito qualsiasi coinvolgimento) e ricostruirebbe le fasi della trattativa con il Ros in modo assai diverso a quanto finora appurato in due sentenze. Considerazioni anche politiche quelle di Ciancimino riguardanti la necessità di dare vita ad un Partito del Sud prima delle elezioni del 1994.

Dall’aprile del 2008 Massimo Ciancimino fornisce ai Pm Di Matteo e Ingroia la sua versione dei fatti e una cospicua documentazione. La prima verifica che va fatta è se il papello è statpo inviato prima o dopo la strage di via D’Amelio.

“Stiamo indagando su 10 anni di trattativa” dice Di Matteo. Indagini che vanno coordinate con la procura di calatnissetta. Oggi interrogato Martelli. Ipotesi di falsa testimonianza Mori De Donno al Borsellino-ter.