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Antimafia Duemila – La sindrome di Salieri

Fonte: Antimafia Duemila – La sindrome di Salieri.

di Marco Travaglio – 13 giugno 2010
Se è vero che, come dice il Vangelo, “dai frutti conoscerete l’albero”, c’è una normetta nella legge-bavaglio che descrive meglio di qualunque altra l’albero al quale (ci) siamo impiccati da 16 anni.

E’ l’articolo 6-ter: “Sono vietate la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali loro affidati…”. E’ copiato pari pari dal Piano di Rinascita Democratica della loggia P2, scritto da Licio Gelli e dai suoi consulenti a metà degli anni 70 e rinvenuto nel 1982 nel doppiofondo della valigetta della figlia del Venerabile: “Ordinamento giudiziario: le modifiche più urgenti investono: (…) il divieto di nomina sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari…”. Ora, è fin troppo facile capire perchè questa gentaglia non gradisce che si conoscano atti giudiziari e intercettazioni. Ma che fastidio possono dare il volto o il nome del tale o del talaltro magistrato? Domanda ingenua: oltre che mascalzoni, questi qua sono anche inguaribilmente mediocri. Sanno di non avere una reputazione, una credibilità, una rispettabilità. La loro faccia ha lo stesso prestigio del loro culo. Nessuno crede alla loro parola, continuamente smentita, rettificata, rimangiata, tradita. Possono sopravvivere soltanto se, intorno a loro, sono tutti come o peggio di loro.   Se emergono figure autorevoli e popolari, esse diventano immediatamente una minaccia per l’intera banda. Perché poi, quando parlano, la gente dà loro retta. E, se criticano la banda, questa ne esce inevitabilmente con le ossa rotte. Nonostante le minacce, le aggressioni, le calunnie e i cedimenti interni, la magistratura conserva ancora un consenso intorno al 50 per cento, mentre quella della classe politica langue nei pressi del 10. Se un magistrato o un ex, meglio ancora se carico di onori per la lotta al terrorismo e/o alla mafia e/o alla corruzione, tipo Caselli, Colombo, Borrelli, Greco, Davigo, Scarpinato, Ingroia, Spataro, Maddalena, Almerighi, dice che una legge è una porcheria e ne spiega le conseguenze nefaste per la sicurezza dei cittadini, questi credono a lui e non agli Al Fano, Ghedini, Cicchitto, Gasparri, gente che basta guardarla in faccia per farsi una risata. Vent’anni fa, quando parlavano Falcone e Borsellino, c’era poco da discutere: non perché fossero infallibili, ma perché si erano conquistati il prestigio sul campo.   Tra un Falcone e un Carnevale, la gente non aveva dubbi: l’uno era famoso per aver arrestato il Gotha di Cosa Nostra, l’altro per aver annullato centinaia di condanne di mafiosi. I giudici piduisti, quelli dei porti delle nebbie, invece, erano maestri dell’insabbiamento, e campavano sereni proprio grazie al silenzio complice della stampa di regime. Quando i loro nomi finirono sui giornali, dovettero battere in ritirata. Per questo Gelli, che vedeva lungo, voleva cancellare i nomi degli uni e degli altri dai giornali. Per questo il suo degno allievo, che ha superato il maestro (venerabile), ne vuole cancellare oggi i nomi e i volti: perché confondere tutti i giudici, quelli che indagano e quelli che insabbiano, in un unicum grigio e indistinto. E’ la stessa logica che sta dietro la delegittimazione di giornalisti liberi e popolari come Montanelli e Biagi (“convertiti al comunismo”), di scrittori disorganici e amatissimi come Saviano e Camilleri (“fanno i martiri per i soldi”), di attori e registi anti-regime (“fannulloni pagati dallo Stato”) e dei volti più noti della tv (Santoro, Dandini, Fazio, da sputtanare con i loro compensi nei titoli di coda). Il potere dei mediocri è sull’orlo di una crisi di nervi e in piena sindrome di Salieri (si fa per dire, quello era un fior di musicista) dinanzi ai Mozart della magistratura, del cinema, dell’arte, della letteratura, del giornalismo. Li avverte come una minaccia, perché sa che, quando il Menzognini di turno non riesce a coprirne la voce, la gente li ascolta. In fondo, è un buon segno: questa gentaglia è alla canna del gas.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Costituzione a vanvera | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

Fonte: Costituzione a vanvera | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

Mentre il mondo del crimine è in festa per la legge anti-intercettazioni, il Presidente è nervosetto. Non quello del Consiglio che, anzi, è al settimo cielo: con una legge ad personam ma anche ad personas, è riuscito in un colpo solo a mettere al sicuro i suoi eventuali delitti futuri e quelli di migliaia di criminali, così nessuno potrà accusarlo di pensare solo a se stesso. No, il Presidente nervosetto è quello della Repubblica che, come a ogni legge vergogna, deve giustificare la firma che si appresta ad apporvi in calce. E, non sapendo che dire, se la prende con chi lo invita a non firmare: “Parlano a vanvera”.

Ecco, è bene che si sappia: non parla a vanvera chi insulta la Costituzione o la calpesta ogni volta che respira; ma chi gli ricorda che l’articolo 74 della Costituzione gli consente di non promulgare le leggi che non condivide o, peggio, violano la Costituzione. Parlarono e operarono a vanvera già i Padri costituenti i quali, fra gli articoli 73 e 75, infilarono quel maledetto 74 che pare scritto apposta per far dispetto a lui. Non prevedevano che un giorno sarebbe arrivato un Presidente che firma tutto e, quando gli si domanda perché non si avvalga dei poteri di cui al 74, s’incazza. Si spera che ora il governo e chiunque abbia a cuore la serenità del capo dello Stato provvedano al più presto ad abrogare quel dispettoso articolo che gli procura tanti malesseri. Basta un decreto, da approvare con la questione di fiducia, semplice semplice: “Dall’articolo 73 si passa direttamente al 75”.

I requisiti di necessità e urgenza ci sono tutti, visto lo stato nervoso del Presidente. E poi manca pure che lui non firmi proprio quello, di decreto. Risolta così la faccenda, resterà da sistemare un’altra questione di evidente rilevanza costituzionale: la disparità di trattamento fra i delinquenti incastrati dalle intercettazioni secondo la vecchia legge e quelli che la faranno franca grazie alla nuova. La mente corre commossa ai tanti criminali ingiustamente incastrati e violentati nella loro privacy per troppi anni da quell’odioso strumento di tortura. Basti pensare al povero Provenzano, prematuramente invecchiato e debilitato perché costretto per 43 lunghissimi anni, nel timore di essere intercettato, a battere a macchina con un solo dito prolissi e defatiganti pizzini, per giunta in una lingua sconosciuta: l’italiano.

Se lo Stato italiano fosse leale e sportivo, dovrebbe concedergli almeno una libera uscita e consentirgli di assaporare per qualche giorno la nuova vita del mafioso e di dare libero sfogo alla voglia matta di parlare da mane a sera con chi gli pare, al telefono o a tu per tu, senza più il patema delle cimici (che infatti potranno essere posizionate, salvo casi eccezionali, solo in luoghi pubblici: non, per dire, in una masseria fra ricotte e cicorie). Torna anche alla mente la misera fine dei cinque truffatori che un anno fa finirono dentro a Palermo con l’accusa di avere “speso nomi di persone defunte” per ottenere prestiti agevolati da società finanziarie.

Qualche settimana prima erano riuniti in un luogo privato per organizzare i piani di battaglia, ignari di essere ascoltati. Uno qualche dubbio l’aveva avuto: “Allora possiamo parlare qua, giusto?”. Un altro, profondo conoscitore della legge Alfano alla mano, ne aveva precorso i tempi: “Le microspie ci stanno per situazioni di mafia, noi stiamo parlando di truffe, quindi possiamo parlare”. Purtroppo per lui la legge non era ancora attiva: galera per tutti e cinque. Se il Parlamento si fosse spicciato, sarebbero ancora a piede libero a truffare felicemente il prossimo.

Per tutte le vittime delle intercettazioni (compresi Cuffaro, Fiorani, Ricucci, Consorte, Fazio, Moggi, Frisullo, gli scannatori della clinica Santa Rita, Saccà, Di Girolamo, Bertolaso e la sua cricca, gli sciacalli de L’Aquila e così via) bisognerà trovare adeguate forme di risarcimento postumo: cavalierati della Repubblica e di Gran Croce, laticlavi, vitalizi o almeno un abbonamento a vita alla festa del 2 giugno nei giardini del Quirinale.

Da il Fatto Quotidiano del 12 giugno

Antimafia Duemila – Stampa estera? Comunisti!

Fonte: Antimafia Duemila – Stampa estera? Comunisti!.

di Sonia Alfano – 11 giugno 2010
Il 30 Maggio, tra le pagine del giornale inglese The Guardian, compariva un articolo intitolato “La minaccia alla libertà di stampa in Italia è un problema per l’intera Europa“…

…che recitava testualmente:

L’Euro non è la sola questione spinosa dell’Europa: c’è anche la fondamentale libertà di stampa. C’è il disegno di legge che deve passare al vaglio del Senato italiano questa settimana. Niente più resoconti su indagini prima che il processo abbia inizio (anche se il processo durasse per anni). Niente più registrazioni o fotografie di alcuna persona, nemmeno di boss mafiosi, a meno che il soggetto non dia il consenso. Soltanto i membri dell’ ”Ordine Nazionale dei Giornalisti” approvato dallo Stato potranno registrare o filmare. Multe che sfiorano il mezzo milione di euro per i trasgressori, 20.000 euro per ogni giornalista che contravviene. E’ un crudele insulto a tutto ciò che può esser chiamato libertà di stampa in una democrazia che funziona solo a metà. Forse, una squallida dittatura da Terzo Mondo chiamata Berlusconia: ma questa è l’Europa, la nostra Europa“.

Oggi, all’indomani dell’approvazione del ddl intercettazioni con voto di fiducia al Senato, tutti i quotidiani esteri hanno focalizzato la loro attenzione sul nostro Paese e sulla cosiddetta ‘legge bavaglio‘. Sicuramente se chiedessimo a Silvio Berlusconi cosa ne pensa ci direbbe che la sinistra, disperata per i propri fallimenti, ha commissionato gli articoli dei giornali di tutto il mondo, dettandone i testi magari, affinchè coprissero di ridicolo il nostro Paese, come se non bastassero lui e il suo governo a ridicolizzarci. Per l’ennesima volta l’Italia e la sua ormai agonizzante democrazia sono state crudelmente massacrate e sono finite in prima pagina sulla scena internazionale, con tutti i lividi in bella vista.

El Mundo titola “La legge bavaglio di Berlusconi“, come l’Independent. Il quotidiano svedese Svenska Dagbladet titola “Nuova legge su misura in Italia“. Le Monde, quotidiano francese, titola “Il Senato adotta una legge controversa sulle intercettazioni telefoniche“. Tutti d’accordo, dunque.

Sempre Le Monde scrive:  “Il principale giornale televisivo della Rai, il TG1, non ha ritenuto utile inserire tra i suoi titoli la mobilitazione della stampa e si è limitato a trattare l’argomento come se fosse la solita discussione tra maggioranza ed opposizione. Tuttavia, alla fine della trasmissione, non ha potuto fare a meno di trasmettere il comunicato molto duro diffuso dal sindacato dei giornalisti della Rai. Con tale comunicato il sindacato denuncia la legge e si prepara a partecipare alle iniziative che saranno decise per correggere queste nuove norme.

The Guardian, attraverso John Kampfner, dice che “in Italia ministri e politici non si dimettono nemmeno davanti alle incriminazioni, come avverrebbe altrove” e sprona i giornalisti a resistere al bavaglio: “Cercherei di pubblicare tutto quello che so. E’ questo il mestiere di un giornalista“. Non solo ministri e politici non si dimettono, ma il loro arresto può anche essere ‘evitato’ grazie al voto dei colleghi.

Aspre critiche arrivano anche da El Paìs, il quotidiano spagnolo che pubblicò le fotografie di Berlusconi a Villa Certosa: “Il Senato avalla la ‘legge bavaglio’ di Berlusconi contro le intercettazioni” è il titolo sul suo sito web. El Pais sottolinea inoltre che il presidente della Repubblica potrebbe vietare la legge per incostituzionalità e aggiunge che la norma “porrà profondi limiti alla giustizia, la lotta contro la mafia e la libertà di stampa“. Miguel Mora, che scrive proprio per ‘El Paìs‘, dice che il ddl intercettazioni “è aberrante. E’ l’ennesimo tentativo di garantire l’impunità fatto da Berlusconi e i suoi avvocati. Si invoca il diritto alla privacy ma si nega il diritto del cittadino a essere informato e il diritto dei magistrati a indagare i reati” e aggiunge “fortunatamente in Spagna dobbiamo rispondere alla legge spagnola e non a quella italiana. Abbiamo pubblicato le foto di villa Certosa e lo rifaremmo anche dopo l’eventuale approvazione del decreto legge sulle intercettazioni. La legge spagnola rispetta il diritto di cronaca e lo pone al di sopra del diritto alla privacy“.

A proposito del Presidente della Repubblica, ci sarebbe da raccontare al giornalista de Il Paìs che ieri, poche ore dopo il via libera del Senato, Giorgio Napolitano lanciava già messaggi fortemente critici nei confronti di chi, avendo a cuore lo stato di diritto e la democrazia, chiedeva preventivamente il suo intervento a difesa della Carta Costituzionale. Questo purtroppo alla stampa estera è sfuggito.

Secondo Jane Kramer del New Yorkerdi solito si invoca la tutela della privacy per difendere i cittadini dall’ingerenza dei governi, ma in Italia accade il contrario“. La giornalista racconta a Repubblica di non essere affatto stupita dall’atteggiamento del governo italiano perchè quando doveva preparare un profilo del Presidente Berlusconi, chiese chiarimenti alla Presidenza del Consiglio e ricevette una “lettera minacciosa” da parte dei suoi avvocati e aggiunge che nel suo Paese “il primo emendamento della Costituzione sulla libertà di stampa viene preso seriamente da tutti“.

Eric Jozsef, corrispondente in Italia per il quotidiano francese Libération, nutre una speranza: “Il ddl sulle intercettazioni è quasi un tentativo di minaccia verso l’informazione, ma sarà un tentativo vano. Se i testi delle intercettazioni telefoniche non compariranno sugli organi di stampa italiani lo faranno all’estero. Grazie al web queste notizie varcheranno le frontiere e l’opinione pubblica si renderà conto quanto il potere politico ha voluto imbavagliare gli organi di stampa italiani“. Il direttore del giornale Laurent Joffrin, invece, parlando della privacy dice che “è un argomento fasullo. Quando ci sono elementi della vita privata che sconfinano nella vita pubblica, sui quali sta indagando la magistratura, la stampa ha il diritto-dovere di informare i cittadini. In democrazia prevale il principio collettivo, in questo caso informare, su quello individuale. E’ un punto affermato anche dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo“.

Per l’Economist, infine, è una legge “controversa” che dovrebbe preoccupare “più gli inquirenti dei reporter”. Lo stesso giornale definisce l’Italia come la ‘patria della corruzione‘, e gli italiani ne escono distrutti, presentati al mondo come rimbecilliti.

Tratto da: soniaalfano.it