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Antimafia Duemila – L’Addaura. ”Tra” le ombre… luci.

Fonte: Antimafia Duemila – L’Addaura. ”Tra” le ombre… luci..

di Carlo Palermo – 11 maggio 2010
I recentii articoli di Attilio Bolzoni su Repubblica e di Alfio Caruso sul Corriere della Sera relativi all’attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone del giugno del 1989 offrono spunti di riflessione sullo stato delle indagini attualmente svolte in particolare da taluni magistrati in Sicilia, che tentano oggi di decifrare e comprendere alcuni episodi che solo apparentemente riguardano “affari” di Sicilia, ma che forse costituiscono chiavi di lettura di attività più complesse, trovanti origine e motivazione in centri di potere più complessi.
Esponendosi gli esiti delle nuove attività investigative, si evidenzia oggi che l’episodio dell’Addaura può essere considerato come punto di inizio e chiave di lettura delle stragi del ’92, rilevandosi così che siamo in ritardo di 20 anni con le indagini in conseguenza degli occultamenti e dei depistaggi intenzionali che avrebbero oscurato così a lungo la ricostruzione della verità.
In merito non posso che concordare con tale attuale impostazione dei magistrati, anche se ritengo che il connubio tra poteri occulti, mafia e terrorismo risalga a molto tempo prima, e come tale vada esaminato nella sua globalità storica per essere poi individuato e decifrato in ogni singolo episodio che ne ha costituito espressione.
Per comprendere a fondo la genesi e le più complesse responsabilità delle stragi del ’92 è forse opportuno ricordare che poco dopo i due attentati di Capaci e di via d’Amelio, a Milano, vennero sequestrati armi e plastico per attentati: dietro l’organizzazione sembra esservi stato il clan mafioso della famiglia Fidanzati, operante da un ventennio sull’asse Palermo – Milano, in connessione con le organizzazioni della mafia turca e con i terroristi libanesi.
In questo ricorrente asse – forse poco approfondito nel comune convincimento che la mafia operi solo in Sicilia – possono rinvenirsi indizi che riconducono a fatti vecchi e nuovi (al caso Calvi, alla P2, al sistema delle corruzioni politiche, ecc.), tutti ruotanti attorno a rilevanti operazioni bancarie e finanziarie, che – come noto – costituisce il necessario sistematico legante di tutte le attività illecite.
La riflessione ci riporta (come ho da tanti anni ricordato in miei scritti) a vicende in qualche modo collegate a due conti bancari “famosi” per Giovanni Falcone, come anche per i magistrati di Milano: il “Conto Protezione, rif. Martelli per conto Craxi”, sulla banca Ubs di Lugano (che risaliva ai lontani anni 1979-80), e il meno noto Conto “rif. Roberto”, sul Banco di Roma, sede di Lugano.
Su questi nomi e su questi conti si incentrarono e poi si bloccarono le ricerche di Giovanni Falcone quando era giudice istruttore a Palermo.
Sul Conto Protezione per tanto tempo (e sino al ’93) si bloccarono a Milano le indagini della magistratura sul Banco Ambrosiano.
Sul Conto rif. Roberto si fermarono Falcone e Borsellino nelle loro inchieste di mafia.
Su entrambi i conti, in Svizzera iniziò a indagare, su richiesta di Falcone, il magistrato elvetico Carla Del Ponte, che si trovava a Palermo all’Addaura insieme a Falcone nel giorno dell’attentato del 1989 all’Addaura.
Io incontrai Carla Del Ponte il giorno prima che costei partisse per la Sicilia, per vedersi con Falcone a Palermo.
Sui conti elvetici poi, dopo l’eliminazione di Falcone e Borsellino, si sono nuovamente imbattuti, dal ’92 i magistrati di Milano e inquirenti siciliani (di Palermo, Caltanisetta e Catania) in varie inchieste sulla corruzione e sui fondi occulti all’estero.
Per Falcone e Borsellino, quei conti rimasero però un mistero.
Per dipanare la matassa, andiamo ancora più indietro e spostiamo l’attenzione su personaggi a lungo trascurati, Florio Fiorini e Giancarlo Parretti, recentemente al centro di scandali finanziari internazionali; in passato, legati alle vecchie storie del Banco Ambrosiano, della P2, delle forniture di petrolio Eni-Petromin: si potranno notare le strette connessioni di questi fatti (tipicamente “economici” e bancari) con altri piú propriamente “mafiosi”.
Agli inizi degli anni Settanta, Parretti arrivò a Siracusa e il suo cammino si incrociò con quello di un uomo politico che contava nella Sicilia dell’epoca, il senatore democristiano Graziano Verzotto.
Nativo del nord, Verzotto, ancora nel 1953, aveva svolto in Sicilia il doppio ruolo di funzionario dell’Agip (antenata dell’Eni) e di commissario provinciale della Dc. Divenne rapidamente padrone incontestato di Siracusa, poi di tutta l’isola, anche se i suoi rapporti con il leggendario presidente dell’Agip-Eni, Enrico Mattei, presto si raffreddarono.
Verzotto fu l’ultimo a salutare Mattei quando, la sera del 27 ottobre 1962, questi prese a Catania l’aereo privato che si sarebbe schiantato poco dopo a Bescape, a qualche decina di chilometri dall’aeroporto di Milano-Linate: fu forse il primo episodio terroristico in cui si mescolarono insieme gli emergenti interessi di Stato, legati ai commerci internazionali di petrolio, e la mafia.
Lo stesso Verzotto nel 1967 divenne segretario generale della Dc siciliana e poi presidente dell’Ente minerario siciliano (Ems), organismo che raggruppava diciotto società, con disponibilità sugli enormi fondi del Mezzogiorno.
I suoi intrecci con la mafia furono molteplici: fu amico di Frank Coppola e di Giuseppe de Cristina, uno dei principali protagonisti della seconda guerra di mafia. La posta principale, in quel momento, era il controllo del mercato immobiliare dell’isola attraverso il triunvirato Stefano Bontade, Gaetano Badalamenti, Salvatore Riina, uomo di fiducia di Luciano Liggio, allora capo dei corleonesi.
De Cristina venne assassinato a Palermo il 30 maggio 1978.
L’omicidio scatenò quella che poi venne chiamata la «mattanza»: una strage totale che raggiunse il culmine negli anni 1981-82.
Frattanto, Fiorini – alleato di Parretti – come direttore finanziario dell’Eni (diresse l’ente dal 1975 al 1982, data della sua forzata separazione dall’Eni, conseguente agli scandali dell’epoca), guidava allora le finanze della compagnia petrolifera in collegamento con i socialisti di Craxi, piduisti e il leader libico Gheddafi.
In quel periodo si infittirono gli investimenti e le partecipazioni internazionali: Parretti (socio di Verzotto) e Fiorini, attraverso il gruppo finanziario spagnolo Melia International, acquisirono il controllo sulla società belga Bebel, che possedeva a sua volta oltre il 7% della Banque Bruxelles Lambert. Questa banca – negli ultimi anni Settanta – comparve nelle trattative tra Fiorini e Antony Gabriel Tannoury, graccio destro di Gheddafy, nella cessione delle azioni delle Assicurazioni Generali in relazione ai tentativi del leader libico di acquisire tecnologie nucleari. E, sempre alla stessa banca, si ricollegarono altri commerci di armi (come ad esempio quelli relativi alle forniture al Belgio degli elicotteri Agusta) in connessione con altri personaggi operanti nel settore finanziario internazionale al massimo livello.
Nel 1978 venne anche aperto, a Lugano, presso l’Union Banques Suisses, il Conto Protezione intestato a Silvano Larini: “I dirigenti dell’Ubs erano degli amici”, disse Fiorini, con riferimento ai rapporti tra la banca svizzera e l’Ambrosiano. Sui conti dell’istituto elvetico – che custodí i segreti di Craxi una quindicina di anni – a piú riprese si svolsero operazioni finanziarie del piú vario genere: versamenti di tangenti connesse a transazioni petrolifere (Eni-Petromin), pagamenti di partite di droga (in particolare per il clan mafioso dei Cuntrera-Caruana), finanziamenti illeciti dei partiti, creazioni di fondi occulti, operazioni di riciclaggio.
L’Ubs, inoltre, tramite banche controllate – in particolare la Banque de Commerce et de Placements (la Bcp) – fu in stretti rapporti con il pachistano Abedi e la Bcci.
Sempre nel 1978, il 17 aprile, iniziò un’importante ispezione della Banca d’Italia sul Banco Ambrosiano in conseguenza della gravissima situazione debitoria in cui questa versava per le spericolate operazioni del suo presidente Roberto Calvi.
Nel novembre, il dossier passò al giudice di Milano, Emilio Alessandrini, che conduceva le indagini su Calvi. Dopo circa tre anni, il 29 gennaio 1979, egli fu ucciso da un commando di Prima linea.
Dopo il sequestro Moro e lo scandalo Lockheed, gli anni 1979-80 trascorsero tra i tentativi trasversali di occupazione di potere incentrati nelle operazioni Rizzoli-Corriere della Sera, commesse petrolifere Eni-Petromin, finanziamenti al Psi di Craxi, nonché tra i misteri legati alla strage di Bologna e a quella di Ustica: tutti questi episodi evidenziarono depistaggi, connessioni occulte con il terrorismo, collegamenti tra i servizi segreti italiani e quelli americani, in una situazione politica condizionata dalla guerra fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, e tra gli Stati Uniti e l’Iran rivoluzionario di Khomeyni con un equivoco ruolo svolto dal leader libico Gheddafi.
Alla fine di quell’anno (1980), mentre a Trento iniziava l’inchiesta sulle connessioni tra mafia siciliana e mafia turca, e sui rapporti tra Trento e Trapani, il turco Ali Agka ebbe, verso il 20 dicembre, misteriosi contatti attorno a Palermo, forse proprio a Trapani.
All’inizio del 1981 (il 17 marzo) venne scoperto dagli inquirenti l’elenco degli appartenenti alla loggia P2. Il successivo 8 maggio, a Trapani, venne creata la loggia coperta C.
Qualche giorno dopo (il 13 maggio), Ali Agka tentò, in piazza San Pietro, di uccidere il Papa: sulla base di connessioni bancarie, il killer turco apparve in qualche modo collegato con il massone di rito scozzese Thurn und Taxis e con sette integraliste ispirate al culto di Fatima.
Esattamente un anno dopo (il 13 maggio 1982) e sempre con connessioni massoniche, un secondo attentato al Papa veniva consumato a Fatima, in Portogallo, mentre infuriava la guerra tra l’Argentina e l’Inghilterra per le isole Falkland.
Un mese dopo, a Londra, Calvi si “suicidava”.
Nella lista degli iscritti alla P2 stranamente non comparvero i nomi dei partner di Gelli presenti nel governo di Washington.
Numerosissimi, invece – quasi seguendo un piano prestabilito –, furono quelli di generali e militari argentini compresi nell’elenco.
In Argentina, a Buenos Aires, in via Cerrito 1136, il capo della P2 – si ricorderà – disponeva di un appartamento, al nono piano: vi si trovavano gli uffici di una ditta, Las Acacias. In quello stesso edificio aveva avuto sede il Banco Ambrosiano.
La società Acacias (panamense e con sede a Lugano) risultò al centro di operazioni di riciclaggio di denaro proveniente da traffici di stupefacenti, tra il Brasile, gli Usa, l’Italia e la Svizzera. Fondata da Vito Palazzolo, venne utilizzata per il trasferimento di milioni di dollari manovrati dal clan Bonanno tra gli Usa e la Svizzera.
Questi fatti riguardavano le connessioni “argentine” del clan Fidanzati, sulle quali indagò, negli anni Ottanta, Giovanni Falcone.
Per una strana ricorrenza, solo un anno prima di essere ucciso a Capaci, lo stesso Falcone si recò a Buenos Aires per una rogatoria: in un burrascoso incontro con il boss Gaetano Fidanzati – arrestato in quel paese –, questo ultimo minacciò di farlo saltare in aria.
Ritornando al 1982, nella settimana di Pasqua – e cioè poco prima della uccisione di Calvi, avvenuta il 17 giugno – davanti agli uffici di una società collegata alla Acacias (la Traex), avvennero incontri tra importanti operatori finanziari internazionali, il fornitore turco di droga Yasar Musullulu e, con ogni probabilità, Pippo Calò.
Yasar Musullulu, capo della mafia turca, era probabilmente il fornitore della morfina base della raffineria di Alcamo, scoperta nell’aprile del 1985, trenta giorni dopo l’attentato di Pizzolungo, non molto lontano dai luoghi ove era stato ucciso, due anni prima, il sostituto procuratore Giacomo Ciaccio Montalto.
Negli stessi giorni erano state eseguite indagini sui rapporti di mafia esistenti tra Trapani e Trento.
In America, il principale destinatario delle forniture di droga dalla Sicilia era allora il clan mafioso agrigentino dei Cuntrera e Caruana.
Uno dei loro soci piú importanti, Francesco di Carlo, venne in seguito indicato come uno dei killer di Roberto Calvi. Probabilmente la somma per pagare i killer venne ricavata dal tesoro segreto della P2, occultato in una banca sconosciuta e forse transitato sull’istituto Rothschild.
Mentre magistrati e investigatori siciliani indagavano sui Cuntrera, sul Musullulu e sulle operazioni bancarie che li collegavano in Svizzera, alla fine del mese di luglio del 1985, venne ucciso il commissario Giuseppe Montana, della squadra della Questura di Palermo, preposta alla cattura dei latitanti.
Frattanto Francesco di Carlo veniva arrestato in Inghilterra, dove lo raggiungeva immediatamente il vice questore Cassarà. Pochi giorni dopo, il 6 di agosto, al suo ritorno a Palermo, Cassarà venne ucciso.
Minacce di morte costringevano Falcone e Borsellino a nascondersi in un’isoletta per scrivere l’ordinanza di rinvio a giudizio del primo maxiprocesso di mafia.
Nell’aprile del 1986, veniva intanto scoperto a Trapani il Centro studi Scontrino, le sue logge massoniche, i legami filoarabi con Gheddafi.
Nel 1987, nel corso di indagini svolte a Palermo da Giovanni Falcone, a seguito di accertamenti in Svizzera sui rapporti presso istituti elvetici, emersero tracce di versamenti di centinaia di migliaia di dollari su un conto chiamato “Rif. Roberto” del Banco di Roma, sede di Lugano, i cui beneficiari non vennero mai individuati con certezza.
Quel denaro – come risultò in seguito – costituiva un diretto provento di forniture di stupefacenti effettuate al clan Cuntrera-Caruana. Il Banco di Roma di Lugano, ovvero la Svirobank, era di proprietà al 51% dello Ior, la banca del Vaticano, di cui era presidente Marcinkus, che era stato in stretto rapporto con Roberto Calvi .
A Trapani, nel settembre dello stesso anno 1987, in apparente controtendenza rispetto alla chiusura delle strutture Gladio, veniva creato il Centro Scorpione, dalla VII divisione del Sismi: avrebbe dovuto essere una propaggine di Stay Behind. Doveva probabilmente servire per ingrandire e potenziare alcune unità clandestine operanti sul territorio: le Rac e le Udg (Rete agenti coperti e Unità di guerriglia). Questo centro era dotato di un aereo di piccole dimensioni.
La mafia, in quella zona (Castellammare del Golfo), si serví proprio di un velivolo di quelle caratteristiche, per un enorme trasferimento di droga (565 kg di eroina) eseguito con una nave, la Big John.
Sempre in quell’anno, a fronte di aiuti a paesi sottosviluppati, il Perú ricevette dall’Italia mezzi sofisticatissimi: ponti radio, sensori a raggi infrarossi, giubbotti antiproiettile e una quantità imprecisata di pistole Beretta imbarcati su un aereo partito da Roma, coperto dal segreto militare. Si trattò dell’operazione “Lima”, un piano di aiuti, deciso nel 1987, a sostegno del governo peruviano del presidente García, allora impegnatissimo nella caccia al professor Guzmán, il leader di Sendero luminoso, già condannato all’ergastolo.
L’ammiraglio Fulvio Martini, direttore dei nostri servizi segreti, raccontò ai magistrati che l’operazione era stata organizzata dall’allora presidente del Consiglio Craxi. Era previsto l’addestramento della guardia peruviana con personale della VII divisione del Sismi, la stessa che aveva creato a Trapani, sempre nel 1987, il Centro Scorpione.
L’anno seguente, il 1988, dopo aver forse assistito nelle campagne di Trapani a un trasbordo di armi dirette alla Somalia su un aereo militare operante per conto dei nostri servizi segreti, veniva ucciso, in prossimità della comunità di Saman, Mauro Rostagno, sulle tracce delle piste massoniche della Loggia “C”, delle sacerdotesse sufi “Arcobaleno” e forse di alcuni traffici… anche più vicini a lui.
Era sui fatti finanziari sopraindicati che indagava il giudice Falcone nel giugno del 1989, mentre inutilmente cercava di capire cosa fosse il Centro Scorpione di Trapani. In quei giorni, sugli scogli vicini alla sua abitazione vennero rinvenuti due sacchi di esplosivo: un segno minaccioso cui subito non parvero estranee presenze di cellule deviate dei servizi segreti. Lo stesso Giovanni Falcone, parlando di questi fatti, non esternò sospetti sulla mafia, ma su “menti raffinatissime”.
Vennero trovati i candelotti sugli scogli della sua villa all’Addaura, mentre si occupava delle connessioni bancarie svizzere dei narcotrafficanti siculo-americani.
Lo stesso magistrato, nel 1991, prima di lasciare Palermo per i suoi incarichi ministeriali a Roma, svolse indagini su un ultimo processo riguardante rapporti tra mafiosi, società svizzere (in particolare di Chiasso) e istituti bancari elvetici, nodi di smistamento di narcodollari. Il processo, noto come Big John, prendeva il nome della nave sulla quale era stato sequestrato l’enorme carico di eroina vicino Trapani nel 1987.
Nel giugno 1992, anche l’ultimo fascicolo passato per le mani di Giovanni Falcone al ministero, per una rogatoria all’estero, era siglato “Big John”.
Dopo la morte di Falcone, un imputato di quel processo, legato al ruolo centrale del riciclaggio del denaro sporco, fu in contatto dalla Svizzera con il giudice Borsellino, poco prima che questi saltasse in aria a Palermo: forse intendeva “parlare”… Poi non parlò piú!
Dopo il 1992 apparirono cessate le stragi mafiose, forse per le reazioni investigative della magistratura che, per la prima volta, riuscì a identificare esecutori e mandanti mafiosi, forse per le concomitanti indagini di Mani pulite che, scavando nelle corruzioni degli appalti e dei finanziamenti illeciti ai partiti, travolgevano personaggi politici di primo piano, ma non “toccavano” gli aspetti occulti.
Poi vi furono gli attentati del ’93-‘94 (accomunati ai precedenti dalla identica tipica tipologia – di provenienza militare – degli esplosivi utilizzati), i quali, tramite “utili” indicazioni di collaboratori di giustizia mafiosi, vennero definite e qualificate anch’esse, pur se avvenute fuori dalla Sicilia, “di matrice mafiosa”.
Ecco, è in questo contesto storico, che ritengo vadano ricomposte … le giuste luci.
Dal passato al presente.
Passando per l’Addaura: “tra” le ombre… LUCI.

Tratto da: facebook.com

Veleni, ‘ndrangheta, Mani Pulite e Servizi

Fonte: Veleni, ‘ndrangheta, Mani Pulite e Servizi.

Scritto da Vincenzo Mulè

Non solo navi a perdere nel racconto di Francesco Fonti. Il primo pentito di ‘ndrangheta alza il livello e svela una fitta rete di intrecci tra politica, grandi imprese e criminalità organizzata. Con la mediazione dei Servizi

«Tutto nasceva da una necessità». Francesco Fonti, il pentito di ’ndrangheta che per primo ha rivelato nel 2005 l’esistenza delle cosiddette navi dei veleni nel Mediterraneo, continua a parlare. E alza il tiro, rivelando uno spaccato dell’Italia nel quale la vicenda degli affondamenti dei rifiuti potrebbe essere interpretata solo come una naturale conseguenza del clima generale. Ma svela particolari che aiutano a capire anche molte vicende della cronaca: «Dopo “Mani pulite”, la ’ndrangheta rimase molto delusa dal comportamento della DC. Cercava nuovi riferimenti politici, nuovi interlocutori attraverso i quali poter esercitare i propri traffici senza problemi. Fu allora che prese la decisione di formare le persone da avviare alla carriera politica. E da inserire in entrambi gli schieramenti». Fonti definisce questa operazione come una sorta di «investimento a lungo termine».

In questo modo, aggiunge l’uomo, «risolvemmo un problema politico ed economico. Eravamo sicuri di quello che facevamo. Perché potevamo indirizzare il voto del mondo carcerario e quello degli italiani all’estero, soprattutto in Germania». La politica, dunque. E gli affari. Gli stessi che portavano la ’ndrangheta a lavorare con il gotha dell’industria italiana. «Tutti passavano da noi. Il percorso era lineare. Ogni multinazionale aveva il suo referente politico, che attivava ogni volta che aveva necessità. Questi, poi, coinvolgeva della questione i servizi segreti i quali ci affidavano il lavoro sporco».

La necessità, secondo Fonti, era quella di nascondere i rifiuti di materiale che non doveva apparire. La rivelazione del pentito è quasi sussurrata: «Armi. Destinate al Medio Oriente».

In questo quadro, camorra, mafia e ’ndrangheta vengono interpellate per conoscere la disponibilità ad entrare nei traffici. «La mafia non aveva bisogno di soldi, la camorra non aveva i nostri agganci con l’estero, quindi fu naturale che i primi a entrare nell’affare dello smaltimento dei rifiuti fummo noi della ’ndrangheta», ricorda ancora Fonti.  Il pentito già in passato ha fatto qualche nome di politici invischiati nei giri.

Tutti hanno smentito. Se non querelato. È il caso di Ciriaco De Mita, l’uomo con il quale Fonti, sempre stando al suo racconto, trattava il prezzo. «Perché noi, all’inizio, accettammo i dieci miliardi che ci venivano offerti senza battere ciglio. Ci sembrava una somma enorme per un lavoro così facile. Dopo, realizzai che potevamo ottenere molto di più. Così andai dall’ex presidente del Consiglio. Con lui avevo un rapporto confidenziale dovuto a un’amicizia in comune».

L’aspetto organizzativo, invece, era curato dal Partito socialista, «grazie ai rapporti che Craxi aveva in Somalia. In Calabria trattavamo con Lelio Lagorio». Sentito il 14 settembre 2005 dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (v. anche qui), l’ex ministro della Difesa ha smentito in maniera netta ogni coinvolgimento: «Questa è una notizia che non esiste. Io non ho mai sentito nominare questo personaggio».

Nel racconto del pentito, il legame tra politica e malaffare è talmente saldo che in occasione del rapimento di Aldo Moro, Francesco Fonti viene convocato dalla sua cosca, Romeo, a San Luca. Gli viene detto di andare a Roma in quanto dalla Dc calabrese erano venute pressanti richieste alle cosche per attivarsi al fine della liberazione di Moro.

Fonti andò a Roma e alloggiò all’hotel Palace di via Nazionale dove incontrò vari agenti dei servizi segreti tra i quali uno che avevo conosciuto in precedenza tramite Guido Giannettini con il nome di “Pino”. Quest’uomo sarà l’ombra che seguirà Fonti in tutte le sue nefandezze, compresa l’affondamento delle navi dei veleni.

Fonti afferma di aver incontrato durante il soggiorno nella Capitale anche il segretario Zaccagnini al “Café de Paris” di via Veneto. Lo stesso che il 23 luglio 2009 è stato posto sotto sequestro perché riconducibile, secondo la Dia, la Gdf e la magistratura, alla cosca Alvaro.

Fonti ricorda uno Zaccagnini «schifato» da quell’incontro: «è un brutto momento per la coscienza di tutto il mondo politico e non avrei mai potuto pensare che oggi potessi essere seduto davanti a lei in qualità di petulante, ma è così. Non sono mai sceso a compromessi, ma se sono venuto a incontrarla significa che il sistema sta cambiando, faccia in modo che quella di oggi non sia stata una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva, ci dia una mano e la Dc di cui mi faccio garante saprà sdebitarsi».

Fonti racconta di aver soggiornato circa due settimane a Roma, dove incontrò anche uno dei boss di Cosa nostra, Stefano Bontade. Lo rivedrà poco dopo a Milano. Quando gli riferì che stava entrando in società nelle televisioni private.

Terra, tratto da: GliItaliani

La prova delle menzogne | BananaBis

Fonte: La prova delle menzogne | BananaBis.

IL COMMENTO

di GIUSEPPE D’AVANZO

DAVID MILLS è stato corrotto. È quel che conta anche se la manipolazione delle norme sulla prescrizione, che Berlusconi si è affatturato a partita in corso, lo salva dalla condanna e lo obbliga soltanto a risarcire il danno per il pregiudizio arrecato all’immagine dello Stato. Questa è la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione. Per comprenderla bisogna sapere che la corruzione è un reato “a concorso necessario”: se Mills è corrotto, il presidente del Consiglio è il corruttore.

Per apprezzare la decisione, si deve ricordare che cosa ha detto, nel corso del tempo, Silvio Berlusconi di David Mills e di All Iberian, l’arcipelago di società off-shore creato dall’avvocato inglese. “Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l’esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario” (Ansa, 23 novembre 1999). “Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l’Italia” (Ansa, 20 giugno 2008). Bisogna cominciare dalle parole  –  e dagli impegni pubblici  –  del capo del governo per intendere il significato della sentenza della Cassazione.

Perché l’interesse pubblico della decisione non è soltanto nella forma giuridica che qualifica gli atti, ma nei fatti che convalida; nella responsabilità che svela; nell’obbligo che oggi incombe sul presidente del Consiglio, se fosse un uomo che tiene fede alle sue promesse.

Dunque, Berlusconi ha conosciuto Mills e, come il processo ha dimostrato e la Cassazione ha confermato (il fatto sussiste e il reato c’è stato), All Iberian è stata sempre nella sua disponibilità. Sono i due punti fermi e fattuali della sentenza (altro è l’aspetto formale, come si è detto). Da oggi, quindi, il capitolo più importante della storia del presidente del consiglio lo si può raccontare così. Con il coinvolgimento “diretto e personale” del Cavaliere, David Mills dà vita alle “64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest”. Le gestisce per conto e nell’interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle “fiamme gialle” corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l’avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio “somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali” che lo ricompensano della testimonianza truccata.

Questa conclusione rivela fatti decisivi: chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi; che cosa è stato nascosto dalla testimonianza alterata dell’avvocato inglese. Si comprende definitivamente come è nato, e con quali pratiche, l’impero del Biscione; con quali menzogne Berlusconi ha avvelenato il Paese.

Torniamo agli eventi che oggi la Cassazione autentica. Le società offshore che per brevità chiamiamo All Iberian sono state uno strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo e della sua avventura imprenditoriale. Anche qui bisogna rianimare qualche ricordo. Lungo i sentieri del “group B very discreet della Fininvest” transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l’approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi mentre, in parlamento, è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le “fiamme gialle”); il controllo illegale dell’86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l’acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente. Dunque, l’atto conclusivo del processo Mills documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c’è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la sua imprenditorialità, l’efficienza, la mitologia dell’homo faber, l’intero corpo mistico dell’ideologia berlusconiana ha il suo fondamento nel malaffare, nell’illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo.

E’ la connessione con il peggiore passato della nostra storia recente che, durante gli interminabili dibattimenti del processo Mills, il capo del governo deve recidere. La radice del suo magnificato talento non può allungarsi in quel fondo fangoso perché, nell’ideologia del premier, è il suo trionfo personale che gli assegna il diritto di governare il Paese. Le sue ricchezze sono la garanzia del patto con gli elettori e dell’infallibilità della sua politica; il canone ineliminabile della “società dell’incanto” che lo beatifica. Per scavare un solco tra sé e il suo passato e farsi alfiere credibile e antipolitico del nuovo, deve allontanare da sé l’ombra di quell’avvocato inglese, il peso di All Iberian. È la scommessa che Berlusconi decide di giocare in pubblico. Così intreccia in un unico nodo il suo futuro di leader politico, responsabile di fronte agli elettori, e il suo passato di imprenditore di successo. Se quel passato risulta opaco perché legato a All Iberian, di cui non conosce l’esistenza, o di David Mills, che non ha mai incontrato, egli è disposto a lasciare la politica e addirittura il Paese. Oggi dovrebbe farlo davvero perché la decisione della Cassazione conferma che ha corrotto Mills (lo conosceva) per nascondere il dominio diretto su quella macchina d’illegalità e abusi che è stata All Iberian (la governava). Il capo del governo non lo farà, naturalmente, aggrappandosi come un naufrago al legno della prescrizione che egli stesso si è approvato. Non lascerà l’Italia, ma l’affliggerà con nuove leggi ad personam (processo breve, legittimo impedimento), utili forse a metterlo al sicuro da una sentenza, ma non dal giudizio degli italiani che da oggi potranno giudicarlo corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della “testa dei suoi figli”.

http://www.repubblica.it/politica/2010/02/26/news/prova_menzogne-2433189/

“Sono io l’infiltrato dentro la tana di Provenzano”

Fonte: “Sono io l’infiltrato dentro la tana di Provenzano”.

“Mi chiamo Luigi Ilardo,mi chiamo Luigi Ilardo, mi chiamo Luigi Ilardo”.

Gli succede sempre più spesso di ripetere il proprio nome fino a storpiarne il senso e il suono. Lo ripeterà altre cento volte, tutte le volte che sarà necessario: davanti ai carabinieri, ai giudici che lo interrogheranno, in un’aula di tribunale. Di lì a poco però, per molto tempo, forse per sempre, nel trantran quotidiano, fra la gente e perfino a un controllo di polizia, quel nome, il suo nome, non lo potrà più fare. Eppure tutto è iniziato da là, da quel “Mi chiamo Luigi Ilardo”, cui è seguito un lungo racconto che continua così: “Sono arrivato a prendere il mondo nelle mani il giorno in cui fui fatto uomo d’onore…”.
“Mi chiamo Luigi Ilardo, mi chiamo Luigi Ilardo”. Da oltre due anni, ripeterlo è il suo modo di darsi coraggio (…). Ilardo guida assorto e concentrato, all’alba del 31 ottobre 1995. È atteso a un incontro. Le istruzioni ricevute due giorni prima erano state precise. Il telefono aveva squillato allo scoccare della mezzanotte: era Salvatore Ferro, una vecchia conoscenza. “Super strada Palermo-Agrigento, bivio di Mezzojuso, ore otto del mattino”. (…) Il boss si era presentato con una 127 color carta da zucchero. (…) Vorrebbe urlare il proprio nome, fare marcia indietro, tornare a casa, prendere la sua donna e i suoi figli, scomparire. Ma non può. Perché quell’incontro Gino lo insegue da un mucchio di tempo, come si insegue un fantasma. (…) In quegli stessi istanti, due sottufficiali dei carabinieri hanno appena abbandonato l’auto civetta: camminano per le campagne di Mezzojuso, un piccolo centro vicino a Palermo. Sono armati solo di macchine fotografiche e si stanno piazzando nel punto migliore per fotografare. Quella mattina diversi occhi li osservano muoversi guardinghi: sono alcuni colleghi arrivati da Palermo. Hanno il compito di proteggerli. Alle 7.55, Luigi si ferma al bivio di Mezzojuso. Alle 7.57: la macchina di Ilardo viene affiancata da una Fiat Uno rossa; al volante c’è un uomo non identificato, accanto a lui Lorenzo Vaccaro, rappresentante della famiglia mafiosa di Caltanissetta (…). Trascorrono cinque minuti: una Ford Escort guidata da Giovanni Napoli imbocca il bivio di Mezzojuso e si arresta davanti ai due in attesa (…) i tre uomini a bordo imbocca la statale in direzione di Agrigento. (…)

L’INCONTRO DECISIVO CON ’U ZU BINU
Ilardo scende dalla Ford, davanti a una misera casa di campagna. (…) Poi lo vede. “Carissimo zio”, dice Ilardo, facendosi avanti. “Carissimo Gino”, risponde l’uomo. Li circonda una sparuta folla di persone. Sono amici. E quello a cui tutti si rivolgono con ossequio familiare è Bernardo Provenzano, ’u zu Binu, il fantasma. Provenzano non immagina che il mafioso a cui adesso stringe la mano e che gli si avvicina per baciarlo ha in mente solo una cosa: consegnarlo allo Stato. Perché Luigi Ilardo, uomo d’onore rispettato e ascoltato, in realtà è un infiltrato dei carabinieri. Uno che vuole un’altra vita, e per ottenerla è disposto a tutto. Da mesi Ilardo tiene una fitta corrispondenza con il padrino: ha mosso le sue pedine con pazienza certosina per avere la possibilità di incontrarlo. Si è accreditato agli occhi di Provenzano come mediatore tra due famiglie mafiose in guerra, ma è stato proprio lui a seminare zizzania dentro Cosa nostra. Ha fatto arrestare una decina di latitanti, sta ricostruendo l’organigramma dell’onorata società, sta parlando di segreti inconfessabili. (…) Nessuno prima ci ha mai provato. Ma l’obiettivo che Gino si è posto è uno solo: fottere lo zio Bernardo. Poi, Luigi Ilardo scomparirà per sempre. (…) Il boss gli racconta di muoversi a proprio agio in quelle campagne. Due giorni prima aveva fatto venticinque chilometri d’automobile per incontrare “una persona molto impor tante”. Ed è una battuta ironica quella del padrino, perché la persona in questione è Giovanni Brusca. Per Provenzano, Brusca è solo un killer, uno scagnozzo di Totò Riina, uno che non ha ancora capito che i tempi sono cambiati e che non è più utile sparare. (…) Poi, poco prima delle undici, spunta una Fiat campagnola verde guidata da un tipo sui sessant’anni. È Nicola La Barbera, uno degli uomini più fidati del boss. Sembra una riunione di anziani agricoltori. Girano bicchieri di vino, qualche pezzo di formaggio. La Barbera, che è lo chef del padrino, prepara la brace. Provenzano soffre di prostata e segue una dieta ferrea: carne al sangue, verdure cotte, niente sale. (…) Altro che boss sanguinario, altro che Binu ’u tratturi. Provenzano dimostra calma e lungimiranza, predica pace per vincere la sua battaglia dentro Cosa nostra. La guerra allo Stato è una fase chiusa, i tempi sono cambiati e bisogna recuperare terreno. “Vi dico che tra cinque-sette anni avremo la giusta tranquillità per fare i nostri affari e migliorare la situazione economica di tutti”. (…) Alle quindici circa il pranzo si è concluso. Il padrino riceve gli ospiti privatamente e a uno a uno. L’ultimo è Gino. “Mi devi scusare se ti ho fatto aspettare – dice Provenzano all’infiltrato – ma gli amici veri preferisco tenermeli di più a casa”. (…) Poi, lo fissa negli occhi. “Dimmi una cosa: ti capitò mai di chiamarmi ‘ragio – n i e re ’ con qualcuno?” “No, non credo proprio – risponde Gino. – Per me, tu sei sempre lo Zio”. “Bonufacisti”. “Capitò qualche cosa?” domanda Gino. Il boss spiega di aver avuto delle noie per quel soprannome: Giuseppe Mandalari, fondatore di molte logge coperte in Sicilia, che ha curato personalmente diversi affari dei boss corleonesi, lo ha chiamato così nel corso di alcune telefonate. “Quello sbirro di Mandalari va parlando di me, dice che sono un ragioniere. Pare che non lo sa che lo sentono”. Provenzano ci tiene a sapere tutto ciò che lo riguarda, anche le cose meno importanti. È così che è riuscito a diventare un fantasma imprendibile. Ma quella che gioca da decenni con le forze dell’ordine è una partita truccata. Perché nel suo mazzo il boss ha delle spie, insospettabili uomini dello Stato che lo tengono informato. (…)

COSA NOSTRA PUNTA SU FORZA ITALIA
La mafia insomma, dopo avere ponderato, sceglie e si mobilita. E decide di votare Forza Italia. “Forza Italia non l’abbiamo fatta salire noi – ammetterà Nino Giuffré – il popolo era stufo della Dc e allora ha trovato in Forza Italia un’ancora a cui afferrarsi. […] Vi sono state due fasi. Quella dell’acquisizione delle ‘garanzie’ e quella della ricerca dei referenti ‘g iusti’ sul territor io”. Uno spostamento rilevante di voti da un partito all’altro la mafia lo ha già attuato qualche tempo prima. Diverse sentenze raccontano che alla metà degli anni Ottanta, Riina, ordina ai suoi di cambiare cavallo e votare il Partito socialista. L’obiettivo è dare una lezione alla Dc. Troppe scelte non sono piaciute al boss (…). Nel corso delle politiche del 1987 il segnale arriva chiaro e forte. A Palermo il Psi prende il sedici per cento, mentre nelle zone ad alta densità mafiosa come il quartiere Brancaccio arriva a circa il venti (…). Forse proprio per questo nel seggio dell’Ucciardone Martelli sarà il politico più votato. (…) “In quel periodo – racconta Ilardo – erano i socialisti quelli che erano entrati nelle grazie di ‘Cosa Nostra’, in particolar modo il gruppo legato a MARTELLI, per quanto concerne la zona orientale di Palermo, e ANDO su Catania, e dovevano essere loro quelli a dovere sistemare i problemi della giustizia in Italia, cioè quelli che avevano preso l’impegno ben preciso, certo non è stato MARTELLI in prima persona a parlare con… però il gruppo era quello là, che facevano capo a lui e quindi di riflesso a CRAXI (…)”. Dicono le sentenze che quel voto, quella prima vistosa crepa nel patto decennale tra partito cattolico e mafia inneschi un meccanismo che in pochi anni porterà alle stragi (…).

SICILIANI AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO…
Dopo aver appreso del patto elettorale del gennaio 1994, le informazioni di Ilardo si arricchiscono di dettagli. “I tramiti insospettabili operanti tra gli ambienti di ‘Cosa nostra’ e la direzione di ‘Forza Italia’ che sarebbero stati votati dagli ambienti della mafia sono: Per la Sicilia Orientale: Il Sen. LA RUSSA Antonino e principalmente il di lui figlio Vincenzo LA RUSSA che si presentava nella lista unica (Alleanza nazionale Forza Italia) su Palermo”. Oriente riceve queste notizie in particolare da Ciro Vara, che sostituisce Piddu Madonia nella gestione della provincia di Caltanissetta. Il tema è scivoloso. “Le dichiarazioni sui politici Ilardo voleva farle solo ai giudici – spiega Michele Riccio. –Temeva che se avesse rivelato qualche nome pesante prima di diventare ufficialmente pentito, avrebbe potuto rischiare la vita a causa di talpe istituzionali”. Proviamo quindi a raccontare chi sono coloro che Ilardo identifica come insospettabili che avrebbero chiesto voti a Cosa nostra. Un’avvertenza da fare: i nominativi citati, laddove non diversamente specificato, a quanto è dato sapere non sono mai entrati ufficialmente in una indagine. Antonino La Russa è un importante esponente della destra siciliana e (…) tiene a battesimo la folgorante carriera di Salvatore Ligresti (…). Nino La Russa ricopre importanti incarichi in alcune delle società di Ligresti, e ha un ruolo rilevante nell’acquisto della società assicuratrice Sai da parte del finanziere siciliano. Vincenzo La Russa è uno dei figli dell’avvocato Antonino(…). Continua Ilardo: “Per la zona di Caltanissetta: MAIRA Raimondo Luigi Bruno, residente a Caltanissetta. Candidato nel Collegio Senatoriale nr. 6 (…)” Già sindaco di Caltanissetta, quando ne parla l’infiltrato il nome di “Rudi” Maira è stato già accostato a Cosa nostra. Lo aveva menzionato il collaboratore di giustizia Leonardo Messina. (…) La Criminalpol sospetta che uno dei telefoni cellulari intestati all’onorevole sia stato usato per contattare alcuni personaggi legati alle stragi di Capaci e via D’Amelio; ipotesi ancora più terribile, Maira potrebbe essere una delle talpe che hanno informato i killer di Capaci dei movimenti di Falcone. (…) Nell’ottobre 2003 il tribunale di Caltanissetta assolve Rudi Maira dall’accusa di concorso esterno, ipotizzando a suo carico solo il reato di voto di scambio ormai prescritto. Maira conferma in parte quanto riferito dai pentiti, e cioè di aver pagato il clan Madonia. Ma non in cambio di voti, bensì perché vittima di un’estorsione. (…) “I segnalati LA RUSSA e MAIRA – prosegue Luigi Ilardo – candidatisi nelle imminenti elezioni, e già indicati in precedenza, nei loro contatti con gli ambienti mafiosi a cui facevano capo, avevano promesso in cambio del contributo di voti a ‘Forza Italia’, in caso di vittoria, dopo sei mesi di governo, il varo di normative di legge che avrebbero garantito gli interessi dei vari inquisiti di mafia nonché il rallentare dell’azione repressiva delle forze di polizia e l’assicurazione di coperture per lo sviluppo delle molteplici attività economiche mafiose”. Dello stretto legame tra i La Russa e Ligresti parla uno dei protettori del finanziere, Bettino Craxi. “L’Msi – di – chiara Craxi il 14 novembre 1994 nel corso di un’intervista al quotidiano spagnolo ‘El Mundo’ – era una forza politica confinata in un ghetto e penso che non disponeva di grandi risorse e che tutte erano legali; non metterei la mano sul fuoco, ma non posso accusarli di cose che non conosco. Forse solo in certi casi: per esempio Ignazio La Russa a Milano, che adesso si dà le arie del moralizzatore, e che è stato notoriamente finanziato dal gruppo Ligresti”. (…) Oggi in alcune delle società di Ligresti compaiono esponenti della famiglia La Russa (…).
CERTI NOMI È MEGLIO NON FARLI…
Quando nel febbraio del 1994, in piena campagna elettorale, Ilardo tira fuori la storia di un insospettabile esponente dell’entourage di Berlusconi in contatto con la mafia, il tenente colonnello Riccio decide di non fargli troppe domande. Si limita a parlarne a Gianni De Gennaro. “Il Capo e io – afferma oggi Riccio – abbiamo ragionato insieme su chi potesse essere. C’era una rosa di ‘candidati’ nella quale immaginammo si potesse individuare il nome a cui si riferiva Ilardo”. Nell’estate del 1995, mentre si trova in macchina con lui, l’ufficiale torna sull’argomento. Sta sfogliando un quotidiano locale, e l’occhio gli cade su un articolo che racconta di una querelle giudiziaria fra Marcello Dell’Utri e l’imprenditore Alberto Rapisarda. “Per caso l’uomo dell’entourage di Berlusconi di cui mi parlavi è Dell’Utri?” domanda Riccio all’infiltrato. “Colonnello – gli risponde Gino con un sorriso a mezza bocca – ma se lei le cose le capisce, che me le chiede a fare?

di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci da Il Fatto Quotidiano del 28 gennaio 2010

Mangano e Craxi i loro eroi – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Mangano e Craxi i loro eroi – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Con la lettera del presidente Napolitano alla famiglia Craxi, indirizzata dal Quirinale alla villa di Hammamet, appena lasciata da tre ministri aviotrasportati del governo in carica, si chiude degnamente il triduo di celebrazioni per l’anniversario della scomparsa del grande statista corrotto, pregiudicato e latitante: 10 anni, tanti quanti ne aveva totalizzati in Cassazione. Oggi completeranno l’opera in Senato altri luminosi statisti come l’ex autista Renato Schifani e il pluriprescritto Silvio Berlusconi, già noto per aver definito “eroe” il mafioso pluriomicida Vittorio Mangano.
Intanto fervono i preparativi per festeggiare i 150 anni dell’Italia unita e il Pantheon dei padri della Patria è un porto di mare. Gente che va, gente che viene. Soprattutto gentaglia.
Nel felpato linguaggio del capo dello Stato, la latitanza di Craxi viene tradotta testualmente così: “Craxi decise di lasciare il Paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti”. Anche perché, aggiunge Napolitano in perfetto napolitanese, le indagini sulla corruzione (non la corruzione) avevano determinato “un brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia”.
E il sant’uomo fu trattato “con una durezza senza eguali” mentre, com’è noto, la legge impone di processare i politici che rubano senza eguali con una morbidezza senza eguali. E le mazzette miliardarie, e gli appalti truccati, e i soldi rovesciati sul letto, e i 50 miliardi su tre conti personali in Svizzera? Non sono reati comuni: il napolitanese li trasforma soavemente in “fenomeni degenerativi ammessi e denunciati” (come se rubare e poi, una volta scoperti, andare in Parlamento a dire “qui rubano tutti” rendesse meno gravi i furti).

Il presidente ricorda che “la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ritenne violato il ‘diritto ad un processo equo’ per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea”. Ma non spiega che Craxi fu processato in base al Codice di procedura che lui stesso aveva voluto e votato, il PisapiaVassalli del 1989 che – modificato da due sentenze della Consulta – consentì fino al 1999 di usare i verbali delle chiamate in correità dei coimputati anche se questi non si presentavano a ripeterle nei processi altrui.
Se i processi a Craxi non furono “equi”, non lo furono tutti quelli celebrati in Italia dal 1946 al 1999. Su un punto Napolitano ha ragione: Craxi lasciò “un’impronta incancellabile”: digitale, ovviamente. Quel che sta accadendo è fin troppo chiaro: si riabilita il corrotto morto per beatificare il corruttore vivo. Si rimuovono le tangenti della Prima Repubblica per legittimare quelle della Seconda. Si sorvola sulla latitanza di Craxi per apparecchiare nuove leggi vergogna che risparmino la latitanza a Berlusconi.
L’ha ammesso, in un lampo di lucidità, Stefania Craxi: “Gli italiani non credettero a Bettino, ma oggi credono a Berlusconi”. Ma perché credano a Berlusconi su Craxi, ne devono ancora passare di acqua sotto i ponti e di balle in televisione. Stando a tutti i sondaggi, la stragrande maggioranza degli italiani di destra, di centro e di sinistra è contraria a celebrare Craxi, come è contraria all’immunità parlamentare e alle leggi ad personam prossime venture. Forse gli italiani sono ancora migliori di chi dice di rappresentarli.

E allora, tanto peggio tanto meglio. Si dedichino pure a Craxi monumenti equestri, targhe votive, busti bronzei, strade, piazze, vicoli, parchi e soprattutto tangenziali. Dopodiché si passi a Mangano (sono ancora in tempo: anche lui scomparve prematuramente nel 2000). Così sarà chiaro a tutti chi sono i “loro” eroi. Noi ci terremo i nostri e da domani chiameremo i lettori a sceglierli.
A Mangano preferiamo ancora Falcone e Borsellino. A Craxi e a Berlusconi, politici diversi ma limpidi come De Gasperi e Berlinguer. Ieri, poi, ci è venuta un’inestinguibile nostalgia per Luigi Einaudi e Sandro Pertini.

Istigazione a delinquere

Fonte: Istigazione a delinquere.

Scritto da Giorgio Bongiovanni

Questo editoriale, di cui mi assumo la piena responsabilità, non intende assolutamente offendere l’uomo Giorgio Napolitano, nè le intenzioni con cui, in probabile buona fede, ha indirizzato la sua lettera ad Anna Craxi, la vedova del segretario del PSI Bettino Craxi.
Il mio giudizio è asetticamente nel merito del suo significato istituzionale.
La mia fede cristiana mi impone di non giudicare la persona, ma bensì un atto che considero di particolare gravità.
Leggendo questa lettera non ho potuto fare a meno di provare la sensazione che le parole del Capo dello Stato possano risuonare alle orecchie di tutti i cittadini italiani e soprattutto di quei giovani che si affacciano ora al mondo della politica come una pericolosa istigazione a delinquere. Secondo la più alta carica dello Stato infatti dovrebbero sentirsi autorizzati a commettere ogni sorta di ruberia, di ladrocinio, di saccheggio ai danni dei propri concittadini, nella certezza che alla fine tutto, o in parte, sarà loro perdonato. Non solo. Che sarà addirittura esaltato il loro talento, se sapranno essere “grandi statisti” come lo è stato Craxi. E non importa se ha truffato, se ha attuato una politica nefasta, “la sua figura complessiva – come ha detto Napolitano – non può venir sacrificata”.
Di fronte a queste vergognose parole un Parlamento sano dovrebbe chiedere l’impeachment. L’immediato allontanamento di quel Presidente della Repubblica che calpestando gli stessi principi della Costituzione che è stato chiamato a proteggere e garantire istiga i futuri  giovani ledears politici a delinquere.
Ciò che voglio credere è che questa istigazione sia incosciente. Che sia fatta, per quanto possibile, in buona fede. Perché solo una totale incoscienza può giustificare una simile ipocrisia e può aver spinto la mano di Napolitano a scrivere questa famigerata missiva.
Intanto però al Presidente dico che italiano non mi sento più. Che voglio essere esule di una patria che non mi appartiene. Anche se amo l’Italia, anche se amo la mia terra, la Sicilia, ma non mi sento rappresentato dal vertice delle nostre istituzioni.
L’anno scorso noi di ANTIMAFIADuemila abbiamo chiesto udienza al Presidente della Repubblica per condividere con lui i nostri progetti futuri, seppur modesti, a favore della legalità nella lotta contro tutte le mafie. La segreteria personale ci aveva risposto, chiedendoci di attendere ed assicurandoci che Napolitano era solidale con i nostro progetti. Dopo questa assurda lettera ritiriamo ufficialmente la nostra richiesta. Non vogliamo incontrare un Presidente che riabilita “la figura complessiva di Bettino Craxi”. Uno dei più grandi ladri e delinquenti che l’Italia abbia mai avuto.
Certo è che guardando allo sconfortante scenario mondiale comprendo che questo vertice si allinea perfettamente al potere che domina il mondo. E che passa attraverso la grande finanza, la grande economia così come è puntualmente spiegato nell’articolo scritto dal nostro amico Giulietto Chiesa, che appare qui in anteprima e che sarà pubblicato nel prossimo numero della rivista ANTIMAFIADuemila.
A leggere di questi temi viene certamente la pelle d’oca. Perché è chiaro che l’istinto a delinquere, a truffare, a rubare è nel Dna di tutti coloro che hanno nelle mani il mondo. E che hanno fatto dell’illegalità un valore e della legalità un disvalore.
Noi però ci sentiamo diversi.
Noi apparteniamo a quella schiera di “poveri illusi”, e non sono pochi, che vivono ancora di “concetti superati”. Che vorrebbero l’uguaglianza per tutti, i diritti per tutti, che non accettano le ingiustizie di un mondo in cui ogni 3 secondi un bambino muore di fame.
Un mondo che andrà verso l’autodistruzione se non si ritornerà, il più in fretta possibile, a una nuova questione morale. Senza se e senza ma.

Giorgio Bongiovanni (fonte: ANTIMAFIADuemila.com, 19 gennaio 2010)

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Il Presidente e il latitante – Peter Gomez – Voglio Scendere

Fonte: Il Presidente e il latitante – Peter Gomez – Voglio Scendere.

di Peter Gomez

Pubblico qui di seguito un pezzo scritto da me e da Gianni Barbacetto sui rapporti tra Bettino Craxi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e la corrente migliorista del partito comunista. È un tema storico-politco importante che nessun giornale, a parte Il Fatto Quotidiano, ha voluto affrontare. Mi piacerebbe conoscere che cosa sapevate di tutto questo e cosa ne pensate, soprattutto alla luce della lettera del Presidente alla vedova di Craxi. PG

Napolitano e i suoi miglioristi, così lontani e così vicini a Craxi

“Non dimentico il rapporto che fin dagli anni Settanta ebbi con lui… Si trattò di un rapporto franco e leale, nel dissenso e nel consenso che segnavano le nostre discussioni e le nostre relazioni”. “Lui” è Bettino Craxi. E chi “non dimentica” è Giorgio Napolitano, oggi Presidente della Repubblica. Nella sua lettera inviata alla vedova di Craxi a dieci anni dalla morte del segretario del Psi, il capo dello Stato sostiene che, nel “vuoto politico” dei primi anni Novanta, avvenne “un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia”. A farne le spese fu soprattutto il leader socialista, per il peso delle contestazioni giudiziarie, “caduto con durezza senza eguali sulla sua persona”.

Il rapporto tra Craxi e Napolitano fu lungo, intenso e alterno. Naufragò nel 1994, quando Bettino inserì Napolitano nella serie “Bugiardi ed extraterrestri”, un’opera a metà tra la satira politica e l’arte concettuale. Ma era iniziato, appunto, negli anni Settanta, quando il futuro capo dello Stato si era proposto di fare da ponte tra l’ala “riformista” del Pci e il Psi. Negli Ottanta, Napolitano rappresentò con più forza l’opposizione interna, filo- socialista, al Pci di Enrico Berlinguer: proprio nel momento in cui questi propose la centralità della “questione morale”. Intervenne contro il segretario nella Direzione del 5 febbraio 1981, dedicata ai rapporti con il Psi, e poi ribadì il suo pensiero in un articolo sull’Unità, in cui criticò Berlinguer per il modo in cui aveva posto la “questione morale e l’orgogliosa riaffermazione della nostra diversità”.

È in quel periodo che la vicinanza tra Craxi e Napolitano sembra cominciare a farsi più forte. Tanto che nel 1984, il futuro presidente appoggia, contro il Pci e la sinistra sindacale, la politica del leader socialista sul costo del lavoro. Il mondo, del resto, sta cambiando. E in Italia, a partire dal 1986, cambiano anche le modalità di finanziamento utilizzate dai comunisti. I soldi che arrivano dall’Unione Sovietica sono sempre di meno. E così una parte del partito – come raccontano le sentenze di Mani pulite e numerosi testimoni – accetta di entrare nel sistema di spartizione degli appalti e delle tangenti. La prova generale avviene alla Metropolitana di Milano (MM), dove la divisione scientifica delle mazzette era stata ideata da Antonio Natali, il padre politico e spirituale di Craxi. Da quel momento alla MM un funzionario comunista, Luigi Miyno Carnevale, ritira come tutti gli altri le bustarelle e poi le gira ai superiori. In particolare alla cosiddetta “corrente migliorista”, quella più vicina a Craxi, che “a livello nazionale”, si legge nella sentenza MM, “fa capo a Giorgio Napolitano”. E ha altri due esponenti di spicco in Gianni Cervetti ed Emanuele Macaluso.
Per i “miglioristi” Mani Pulite è quasi un incubo: a Milano molti dei loro dirigenti vengono arrestati e processati per tangenti. Tutto crolla. Anche il loro settimanale, Il Moderno, diretto da Lodovico Festa e finanziato da alcuni sponsor molto generosi: Silvio Berlusconi, Salvatore Ligresti, Marcellino Gavio, Angelo Simontacchi della Torno costruzioni. Imprenditori che sostenevano il giornale – secondo i giudici – non “per una valutazione imprenditoriale”, ma “per ingraziarsi la componente migliorista del Pci, che in sede locale aveva influenza politica e poteva tornare utile per la loro attività economica”. Il processo termina nel 1996 con un’assoluzione. Ma poi la Cassazione annulla la sentenza e stabilisce: “Il finanziamento da parte della grande imprenditoria si traduceva in finanziamento illecito al Pci-Pds milanese, corrente migliorista”. La prescrizione porrà comunque fine alla vicenda.

Più complessa la storia dei “miglioristi” di Napoli, che anche qui hanno problemi con il metrò. L’imprenditore Vincenzo Maria Greco, legato al regista dell’operazione, Paolo Cirino Pomicino, nel dicembre 1993 racconta ai pm che nell’affare è coinvolto anche il Pci napoletano: il primo stanziamento da 500 miliardi di lire, nella legge finanziaria, “vide singolarmente l’appoggio anche del Pci”. E lancia una velenosa stoccata contro il leader dei miglioristi: “Pomicino ebbe a dirmi che aveva preso l’impegno con il capo-gruppo alla Camera del Pci dell’epoca, onorevole Giorgio Napolitano, di permettere un ritorno economico al Pci… Mi spiego: il segretario provinciale del Pci dell’epoca era il dottor Umberto Ranieri, attuale deputato e membro della segreteria nazionale del Pds. Costui era il riferimento a Napoli dell’onorevole Napolitano. Pomicino mi disse che già riceveva somme di denaro dalla società Metronapoli… e che si era impegnato con l’onorevole Napolitano a far pervenire una parte di queste somme da lui ricevute in favore del dottor Ranieri”.
Napolitano, diventato nel frattempo presidente della Camera, viene iscritto nel registro degli indagati: è un atto dovuto, che i pm di Napoli compiono con grande cautela, secretando il nome e chiudendo tutto in cassaforte. Pomicino, però, smentisce ameno in parte Greco, negando di aver versato soldi di persona a Ranieri e sostenendo di aver saputo delle mazzette ai comunisti dall’ingegner Italo Della Morte, della società Metronapoli, ormai deceduto: “Mi disse che versava contributi anche al Pci. Tutto ciò venne da me messo in rapporto con quanto accaduto durante l’approvazione della legge finanziaria… Il gruppo comunista capitanato da Napolitano ebbe a votare l’approvazione di tale articolo di legge, pur votando contro l’intera legge finanziaria”.
Napolitano reagisce con durezza: “Come ormai è chiaro, da qualche tempo sono bersaglio di ignobili invenzioni e tortuose insinuazioni prive di qualsiasi fondamento. Esse vengono evidentemente da persone interessate a colpirmi per il ruolo istituzionale che ho svolto e che in questo momento sto svolgendo. Valuterò con i miei legali ogni iniziativa a tutela della mia posizione”.

Alla fine, l’inchiesta finirà con un’archiviazione per tutti. Anche Craxi, quasi al termine della sua avventura politica in Italia, aggiungerà una sua personale stoccata a Napolitano. Nel suo interrogatorio al processo Cusani, il 17 dicembre 1993, dirà, sotto forma di domanda retorica: “Come credere che il presidente della Camera, onorevole Giorgio Napolitano, che è stato per molti anni ministro degli Esteri del Pci e aveva rapporti con tutta la nomenklatura comunista dell’Est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui, tra i vari rappresentanti e amministratori del Pci e i paesi dell’Est? Non se n’è mai accorto?”. Fu la brusca fine di un dialogo durato due decenni. E riannodato oggi con la lettera inviata da Napolitano alla moglie dell’antico compagno socialista.