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Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”, “Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2”

Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”, “Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2”.

Il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha testimoniato al processo Mori nell’aula bunker dell’Ucciardone. La ricostruzione dei rapporti con il boss latitante: “Godeva di immunità territoriale”

PALERMO – Parla del padre Vito, potente sindaco di Palermo, e dell’amico complice di sempre, Bernardo Provenzano. Parla soprattutto degli affari di Cosa nostra, che avrebbe investito molti capitali a “Milano 2”, la grande operazione immobiliare da cui presero il via le fortune di Silvio Berlusconi. Al processo Mori, nell’aula bunker del carcere palermitano dell’Ucciardone, Massimo Ciancimino racconta le trame del padre: “Con Provenzano si vedeva spesso  –  dice – anche a Roma, fra il 1999 e il 2002. Con altri mafiosi che avevano una grande capacità imprenditoriale faceva investimenti. Con i fratelli Buscemi e con Franco Bonura vennero investiti soldi anche in una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2″.

La trattativa. Massimo Ciancimino parla soprattutto della trattativa che il padre avrebbe intrattenuto con l’allora colonnello del Ros Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno: “Prima della strage Borsellino  –  dice il testimone  –  il colonnello incontrò più volte mio padre, nella nostra casa romana di via San Sebastianello. Almeno due volte prima del 29 giugno, quando il dottore Antonino Cinà (il medico di Riina – ndr) mi consegnò a Palermo il cosiddetto papello, che io portai subito a Roma. Dopo il 29 giugno, ci fu un altro incontro fra Mori e mio padre”. Ciancimino non usa mezzi termini. “La richiesta dei carabinieri era chiara, così mi spiegò mio padre dopo quegli incontri: volevano stabilire un canale privilegiato per interloquire con i vertici dell’organizzazione mafiosa. Mio padre riteneva quella strategia uno sbaglio da parte delle istituzioni, era come accreditare la linea folle di Riina”. Il pm Nino Di Matteo chiede a Ciancimino: “Cosa chiedevano esattamente i carabinieri?”. Il figlio dell’ex sindaco spiega: “Volevano la resa incondizionata dei capimafia, in cambio di un trattamento di favore per i familiari dei boss”. Su tutta l’operazione, dice Ciancimino, avrebbe vigilato Bernardo Provenzano, che autorizzò la trattativa. “Mio padre seppe poi dal signor Franco, suo referente nei servizi segreti, che di quella trattativa erano informati gli onorevoli Mancino e Rognoni. Mio padre ne parlò con i carabinieri. E dagli stessi ebbe conforto in tal senso”


Il signor Lo Verde.
Il racconto di Ciancimino comincia da lontano. “Me lo ricordo da bambino  –  dice Massimo Ciancimino  –  Bernardo Provenzano, che io conoscevo come il signor Lo Verde, veniva a trovarci spesso nella nostra casa di villeggiatura di Baida, alle porte di Palermo. Solo molto tempo dopo, a fine anni Ottanta, vidi per caso l’identikit di un capomafia sulla rivista Epoca, mentre ero dal barbiere con mio padre. Era Provenzano, riconobbi l’uomo che veniva a casa mia. Chiesi a mio padre di quell’uomo. Mi rispose: stai attento al signor Lo Verde, da questa situazione non può salvarti nessuno”.

“Il signor Lo Verde  –  spiega il testimone  –  continuò a venirci a trovare anche quando mio padre era agli arresti domiciliari, nell’appartamento di via San Sebastianello, vicino a piazza di Spagna, a Roma. Dal 1999 al 2002. Mi incuriosiva quella situazione. Dissi a mio padre: ma non sono pericolosi questi incontri? Lui mi rispose senza tentennamenti. Disse che Provenzano poteva girare tranquillamente per Roma o in qualsiasi altra città, perché godeva di una sorta di immunità territoriale, basata su un accordo che anche mio padre aveva contribuito a stabilire. Un accordo che sarebbe stato stipulato fra il maggio 1992 e il dicembre dello stesso anno”.

Ciancimino senior e Provenzano. Ciancimino risponde alle domande dei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Nella prima parte della sua deposizione, iniziata alle 10, ha rievocato l’attività politico-mafiosa del padre. “Aveva creato un vero e proprio sistema  –  spiega  –  suo compito era quello di spartire le tangenti dei grandi lavori pubblici di Palermo fra i politici e fra Cosa nostra, sempre tramite Provenzano”. Per i contatti più delicati, Vito Ciancimino utilizzava una linea telefonica riservata, installata nella sua casa di Palermo. “Spesso  –  aggiunge il teste  –  ero incaricato di consegnare buste chiuse a Provenzano”.

“Il rapporto fra mio padre e Provenzano era nato a Corleone  –  racconta Ciancimino junior – Abitavano nello stesso stabile: di tanto in tanto, mio padre dava lezione di matematica al giovane Bernardo. Molti anni dopo, si stupiva che lo chiamassero il ragioniere. In matematica non era stato mai bravo”.

Ad ascoltare Massimo Ciancimino c’è l’imputato principale di questo dibattimento, il generale Mario Mori, seduto accanto ai suoi legali, gli avvocati Piero Milio ed Enzo Musco. Sugli spalti del pubblico sono presenti numerosi studenti.

Una lunga deposizione. La deposizione davanti alla quarta sezione del tribunale si preannuncia lunga. Nei 23 verbali d’interrogatorio di Massimo Ciancimino già depositati dalla Procura in vista dell’udienza di oggi si parla della trattativa che sarebbe avvenuta fra Cosa nostra e l’entourage del generale Mori, nel 1992, durante la stagione delle stragi Falcone e Borsellino. L’accordo avrebbe previsto la cessazione della strategia stragista, in cambio di alcuni benefici per i boss: a mediare il misterioso dialogo  sarebbe stato il padre di Massimo, Vito Ciancimino. Secondo la Procura di Palermo, in quei giorni sarebbe nato un vero e proprio patto fra il vertice mafioso e una parte delle istituzioni: ecco perché, secondo i pm, Provenzano avrebbe proseguito indisturbato la sua latitanza (fino all’11 aprile 2006).

Il figlio di Vito Ciancimino continua a rispondere senza tentennamenti alle domande dei pubblici ministeri. Ritorna sugli affari del padre: “Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”. Correvano gli anni Settanta. Massimo Ciancimino spiega: “Alcuni suoi amici di allora,  Ciarrapico e Caltagirone, ma anche altri costruttori romani gli dissero di investire in Canada dove erano in preparazione le Olimpiadi di Montreal. C’erano dei mutui agevolati per gli investitori stranieri”. Con i boss Salvatore e Antonino Bonura, con il costruttore mafioso Franco Bonura sarebbe nato in seguito un altro investimento: “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2”, dice Ciancimino junior.

I rapporti con i servizi. Un altro capitolo della deposizione nell’aula bunker è quello dei rapporti fra l’ex sindaco di Palermo, Bernardo Provenzano e i servizi segreti.  Massimo Ciancimino dice che il tramite sarebbe stato un “uomo che vestiva sempre in modo molto elegante, non siciliano”. Lui lo conosceva solo come il nome: “signor Franco o Carlo”. “Era legato all’ambiente dei servizi”, spiega il testimone. “Lo contattavo tramite due numeri conservati nella Sim del mio telefonino. Avevo un’utenza fissa, con prefisso 06 Roma e un’utenza cellulare”. Il signor Franco torna nel racconto di Ciancimino già dagli anni Settanta. “Lo rividi il giorno dei funerali di mio padre  –  spiega  –  venne al cimitero dei Cappuccini di Palermo per portarmi un biglietto di condoglianze del signor Lo Verde. Disse che se n’era andato un grande uomo”.

Il signor Franco. Vito Ciancimino avrebbe incontrato spesso il signor Franco:  “Lui, mio padre e il signor Lo Verde avevano le chiavi di un appartamento, nella zona di via del Tritone, a Roma”. All’ex sindaco di Palermo sarebbero stati chiesti dai Servizi diversi “interventi”: anche in occasione del disastro di Ustica (“Per non fare diffondere certe notizie”, dice Ciancimino junior) e del sequestro Moro (“Per trovare il covo”).

Salvo Palazzolo (laRepubblica.it, 1 febbraio 2010)

Le rivelazioni di Ciancimino al processo Mori

da L’Unità.it, 1 febbraio 2010

I soldi investiti dal padre, don Vito Ciancimino, a Milano 2, i piani di Riina per uccidere Piero Grasso, Calogero Mannino e Carlo Vizzini, l’immunità territoriale di cui Bernardo Provenzano ha goduto anche nel periodo delle stragi del 1992. Sono rivelazioni bomba quelle che Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, sta facendo ai magistrati che lo stanno ascoltando come testimone nell’aula bunker dell’Ucciardone, a  Palermo, nell’ambito del processo al generale dei carabinieri Mario Mori e al generale Mauro Obinu, che sono accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia.

“Sono tranquillo. Deporrò in questo processo, dicendo tutta la verità”, ha detto Ciancimino prima di entrare nell’aula. Ma il testimone denuncia anche intimidazioni da parte dei servizi.  «Nel maggio del 2009 ho ricevuto la visita di un uomo dei servizio segreti, nella mia casa di Bologna, e mi accusò di essere venuto meno agli impegni presi. Mi ha chiaramente intimidito dicendomi che la strada che avevo cominciato a percorrere non mi avrebbe dato alcun beneficio». Secondo Ciancimino jr.  gli 007 non avrebbero gradito la sua decisione di iniziare a fare le dichiarazioni ai magistrati sulla presunta trattativa tra Stato e mafia dopo le stragi del ’92. E proprio sulla presunta trattativa, il testimone lancia pesanti accuse verso due ex ministri: «I ministri Rognoni e Mancino erano a conoscenza del dialogo intrapreso tra mio padre con il vice comandante del Ros, Mario Mori. Me lo disse mio padre che lo aveva saputo da un esponente dei servizi segreti”.

“Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”, ha detto Ciancimino jr, ricostruendo gli affari di suo padre con i boss di mafia Salvatore e Antonino Buscemi e Franco Bonura. “Mio padre li chiamava i ‘gemelli’. Ricordo negli anni ’60 molte riunioni domenicale al ristorante la Scuderia a Palermo. Quando mio padre era assessore ai lavori pubblici dava indicazioni su un terreno che sarebbe diventato edificabile. Quei guadagni finivano in delle società in cui mio padre era interessato”.

Negli anni ’70 poi dopo gli accertamenti della commissione antimafia Don Vito Ciancimino decide di diversificare. “Alcuni suoi amici di allora Ciarrapico e Caltagirone e altri costruttori romani gli dicono di investire in Canada dove sono in preparazione le Olimpiadi di Montreal”. Ma anche altri soldi saranno destinati a un altro progetto. “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2”. Ciancimino junior ha spiegato di aver acquisito queste informazioni sia direttamente dal padre sia attraverso la lettura di agende e documenti dello stesso genitore. “Insieme avremmo dovuto fare un memoriale per questo gli chiedevo sempre chiarimenti su qualcosa che ritenevo interessante”.

Ciancimino è ritenuto dalla procura uno dei testimoni chiave della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia che avrebbe visto il Ros dei carabinieri tra i protagonisti. Ai due ufficiali si contesta il mancato arresto, nel ’95, del capomafia Bernardo Provenzano, all’epoca latitante. Secondo l’accusa proprio il blitz fallito per scelta dei carabinieri, sarebbe stato una delle poste in gioco nell’accordo tra pezzi dello Stato e le istituzioni.

Dopo l’omicidio di Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo 1992, racconta il testimone, il padre incontrò Provenzano. «Mio padre disse che quanto accaduto a Lima era terribile perché la vittima si è sicuramente resa conto di quello che stava succedendo». Ciancimino Jr ha spiegato che suo padre «una settimana e dieci giorni dopo l’omicidio» venne a Palermo e si incontrò con Provenzano in una abitazione dai due considerata sicura vicino via Leonardo da Vinci. «La morte di Lima fu un elemento di rottura – ha detto – Riina aveva mandato a dire di non preoccuparsi ma il suo linguaggio era l’inizio della fine. Mio padre mi spiegò che quello messo in atto da Riina era un programma di una follia pura, una serie di politici e magistrati sarebbero stati eliminati tra loro Piero Grasso, il ministro Vizzini e Calogero Mannino».

Ciancimino junior sta ricostruendo in aula le frequentazioni del padre, ma anche gli incontri a cui avrebbe partecipato lo stesso Massimo quando era più giovane.”Avevo saputo da mio padre che Provenzano godeva di una sorta di ‘immunità territoriale che gli permetteva di muoversi liberamente” durante la sua latitanza “grazie a un accordo che aveva stipulato mio padre stesso”. “Questa immunità era garantita da «un accordo alla stipula del quale era presente anche mio padre e che risale al maggio del 1992”.

“Scoprii che la persona che conoscevo come ‘signor Lo Verde’ era Bernardo Provenzano negli anni Ottanta mentre mi trovavo dal barbiere a Palermo. Sfogliando una rivista, mi pare ‘Epoca’, vidi una sua foto e nella didascalia c’era scritto che si trattava del boss latitante Bernardo Provenzano. Quando ne parlai con mio padre, lui mi disse: ‘Stai attento con il signor Lo Verde, perché da questa situazione non ti salva nessuno’. Mio padre dava a Provenzano del tu, mentre lui chiamava mio padre ‘ingegnere’, anche se in realtà gli mancavano due materie alla laurea. “Mio padre conosceva Riina da quando erano ragazzi. Tra loro il rapporto è sempre stato teso. Mio padre non lo stimava e preferiva Provenzano perché riteneva che avesse un più elevato spessore culturale”, ha detto Ciancimino. “Mio padre aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo il sistema. D’accordo con Bernardo Provenzano gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della loro rappresentatività”. Il testimone ha anche raccontato che suo padre, appositamente, faceva attendere Riina quando questi lo andava a trovare e ne rifiutava i regali ritenendo che portassero sfortuna. “Era un rapporto fatto di contrasti. L’ho visto almeno tre-quattro volte a casa mia. Parlo degli anni Ottanta. Riina veniva spessissimo per le feste comandate. Ma ricordo che quando erano in camera arrivavano delle urla dalla stanza”.

Don Vito aveva una sorta di ‘linea rossa’, cioè un numero di telefono “sempre a disposizione” per i boss ma anche i politici. “Mio padre aveva a Palermo e a Mondello la ‘linea rossa’ sempre a disposizione di queste persone, e soprattutto di Lo Verde (Provenzano ndr). Ma anche di Gioia, Lima, Ruffini, e del signor Franco o Carlo”. Secondo Ciancimino gli ultimi due sarebbero degli agenti dei servizi segreti.  “Mi è capitato di ricevere o consegnare direttamente nelle mani dell’ingegner Lo Verde, cioè di Bernardo Provenzano qualche lettera, specialmente nell’ultimo periodo. Anche perché nel momento in cui certi personaggi venivano a mancare, mio padre era diventato molto più prudente. Capitò anche nel 1992”.

“Mio padre usava particolare accortezza per lo scambio di ‘pizzini’ con Bernardo Provenzano. Spesso, essendo un po’ maniacale per sua forma mentis, le buttava nel water o le bruciava, o le tagliava a pezzetti”. “Spesso -dice ancora- faceva le fotocopie perché temeva che si potessero trovare le impronte, anche quando scriveva le lettere usava addirittura dei guanti”. Alla domanda se erano intercorsi rapporti di tipo economico tra Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano, Ciancimino ha risposto di sì.

“Nel 1990, grazie alle sue amicizie che aveva in Corte di Cassazione, mio padre riuscì a fare annullare l’ordine di custodia che fu emesso dal gip Grillo per la vicenda mafia e appalti”, ha detto ancora Ciancimino jr. La sezione della Cassazione che emise il provvedimento di annullamento era la prima, presieduta all’epoca da Corrado Carnevale.

Alcuni incontri tra Vito Ciancimino e il vicecomandante del Ros, sarebbero avvenuti prima della strage di via d’Amelio, avvenuta il 19 luglio ’92, dove fu ucciso Paolo Borsellino e la sua scorta. «Dopo la consegna del ‘Papellò, avvenuta il 29 giugno del ’92, che mi fu dato insieme ad una lettera da consegnare a mio padre, e che mi venne data dal dottore Antonino Cinà». Sempre rispondendo alle domande del magistrato Ciancimino jr, ha spiegato che gli incontri duravano circa una ora e mezza e si svolgevano in casa dell’ex primo cittadino di Palermo. «È successo alcune volte, due o tre, dopo la morte del giudice Falcone e poi dopo», ha spiegato. «Per mio padre comunque era sbagliato cercare il dialogo con Cosa nostra, dopo le stragi. Lui diceva che era come mettere benzina nel radiatore. Era sbagliato parlare con Riina».


Redazione L’Unità.it (1 febbraio 2010)

Dell’Utri, “uomo di zio Bino”

Fonte: Dell’Utri, “uomo di zio Bino”.

Ciancimino Jr rivela ai PM di Palermo

Che Bernardo Provenzano lo considerasse affidabile lo aveva già raccontato un suo ex braccio destro, il boss di Caccamo, Nino Giuffè. Tra il 1993 e il 1994, aveva ricordato il super pentito, Zio Bino al termine di una mezza dozzina di riunioni tra capimafia, aveva detto: “Siamo in buone mani, ci possiamo fidare”. Ma l’eventualità che tra il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, e l’anziano uomo d’onore corleonese, per dieci anni alla guida di Cosa Nostra, vi fossero stati degli incontri a tu per tu era finora rimasta solo nel campo delle ipotesi. Chi adesso invece spariglia le carte e dà per sicuri quei summit, in cui si discuteva su come risolvere politicamente i molti problemi della mafia, è Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, l’ex sindaco di Palermo protagonista di un pezzo importante della presunta trattativa tra Stato e i clan siciliani dei primi anni Novanta. Dice Ciancimino Junior: “Tra di loro c’erano rapporti stretti, molto stretti. Io so che si conoscevano che c’era un rapporto diretto. Tant’è che per mio padre, quando aveva bisogno di avere favori da quel partito (Forza Italia ndr) o notizie, bozze di legge, il punto di riferimento per era sempre il Lo Verde (uno degli alias di Provenzano ndr). Spesso anche tramite il Lo Verde mi sono arrivati a casa disegni di legge a casa, manovre su cose (il sequestro ndr) dei beni…”.

È questa, forse, la rivelazione più importante contenuta nei 22 verbali del giovane Ciancimino, depositati due giorni fa (con parecchi omissis) al processo per la mancata cattura di Provenzano contro l’ex capo del Ros dei carabinieri, generale Mario Mori. Per mesi davanti ai magistrati di Caltanissetta e Palermo, Ciancimino Junior ha provato a riscrivere un pezzo di storia d’Italia, consegnando i documenti conservati da suo padre, i pizzini ricevuti da Provenzano, e soprattutto le spiegazioni su quanto era accaduto in Sicilia affidate da don Vito a un libro che l’ex sindaco democristiano stava scrivendo prima di morire. Così Massimo Ciacimino parla dei misteri della storia italiana recente: da Ustica al caso Moro, dagli omicidi di Michele Reina e Pietro Scaglione a quello di Piersanti Mattarella. E ricostruisce pure il versamento di presunte tangenti date “da Romano Tronci all’onorevole Enrico La Loggia” (ex Dc, poi ministro di Forza Italia), e racconta di “una somma di denaro (duecentocinquantamila euro)” consegnata nel 2005 un commercialista perché fosse girata al presidente della Commissione Affari Costituzionali del senato, Carlo Vizzini.

Dalla moviola della sua memoria esce insomma il dipinto verosimile, ma ancora tutto da verificare, dell’area grigia. Di quella zona di confine tra la mafia e una borghesia siciliana da sempre abituata a convivere e a fare affari con i boss. Un filo sottile che parte da Palermo per arrivare a Roma e che poi, secondo Massimo Ciancimimo, si riannoda ad Arcore dove Dell’Utri, già trentacinque anni fa, “sicuramente aveva gestito soldi che appartenevano sia a Stefano Bontade (il capo della mafia palermitana ucciso nel 1981 ndr) che a persone a lui legate”. Ai pm Ciancimino junior ha offerto molte piste per i possibili riscontri: nomi di società tra le famiglie mafiose dei Bonura e dei Buscemi (questi ultimi già risultati soci del gruppo Ferruzzi di Ravenna), l’identità di commercianti di diamanti testimoni dei presunti passaggi di capitali, appunti di suo padre. Ma per il momento tutto è ancora coperto dal segreto investigativo. Agli atti finisce invece il racconto del dopo. Di quello che accadde quando nel 1992 Cosa Nostra uccide l’eurodeputato Salvo Lima, l’andreottiano che fino a quel momento aveva fatto da tramite tra la grande politica e le cosche. A quel punto don Vito, già arrestato e condannato, ma ancora libero, accarezza l’idea di prendere il suo posto. Con Provenzano vanta un’amicizia antica. I carabinieri del Ros, che vogliono catturare Totò Riina, bussano spesso alla sua porta. Don Vito pensa così di poter diventare il nuovo punto d’equilibrio tra Stato e mafia. Ma la situazione presto precipita. Lui va in carcere e viene sostituito. “Da chi? Da qualcuno che l’aveva scavalcato?” domandano i pm. Ciancimino junior risponde sicuro: “Mio padre disse che Marcello Dell’Utri, una persona che non stimava, perché la riteneva troppo impulsiva, poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile”. E le sue, secondo il figlio dell’ex sindaco, non erano ipotesi. Perché, nel corso degli anni, del rapporto diretto tra Provenzano e l’ideatore di Forza Italia, lui avrebbe avuto più volte riscontri diretti. Per esempio un biglietto ricevuto dalle mani del boss nel settembre 2001. Nel dattiloscritto si legge: “Carissimo Ingegnere (don Vito Ndr) ho letto quello che mi ha dato M (Massimo ndr)… Mi è stato detto dal nostro Sen e dal nuovo Pres che spigeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. è benintenzionato. Il nostro amico Z ha chiesto di incontrare il Sen. Ho letto che a lei non ha piacere e bisogna prendere tempo si tratta di nomine nel gas, mi ha detto che vi trovate in Ospedale che la salute vi ritorni presto e che il buon Dio ci assista”.

Massimo Ciancimino, che ha già potuto apprezzare le capacità d’intervento del padre sul mondo Fininvest quando era riuscito a far assumere, nel giro di 20 giorni, un’amica a Publitalia, traduce. Il “nostro sen” è Dell’Utri, il “nuovo pres” è invece il governatore Siciliano Totò Cuffaro, mentre “l’av” è l’avvocato Nino Mormino, difensore di tutto il ghota di Cosa Nostra, legale di fiducia di Dell’Utri e, in quel momento vice-presidente della commissione giustizia della Camera. Tre politici già finiti sotto inchiesta per fatti di mafia (i primi due condannati in primo grado, il terzo archiviato) che, secondo Ciancimino junior, cercavano di darsi da fare perché l’ultima parte di pena che ancora costringeva l’ex sindaco agli arresti domiciliari, fosse cancellata da un provvedimento di clemenza. Anche per questo nelle mani di Ciancimino, altre volte anche tramite Provenzano, a partire dal ’96 arrivano spesso gli articolati pro-mafia, poi presentati in parlamento. O almeno così dice Ciancimino Junior che spiega anche come “il nostro amico Z”, fosse suo cugino, Enzo Zanghi. Un uomo già finito nel mirino degli investigatori nel 1998, quando due mafiosi legati a Provenzano, in alcune intercettazioni avevano parlato di lui come della persona che chiedeva di votare per Dell’Utri alle elezioni europee.

Certo, non tutte le parole di Ciancimino Junior vanno prese come oro colato. Gli investigatori stanno cercando di capire come mai già in bigliettini del 2000, quando Dell’Utri era solo deputato, comparisse un “amico senatore” che, secondo il testimone, sarebbe sempre il braccio destro di Berlusconi. Ma il dato è che per ora le sue parole sembrano preoccupare molte persone. Tanto che nei giorni scorsi, il giovane Ciancimino ha detto a Il Fatto Quotidiano di essere stato avvicinato da un emissario di Dell’Utri, forse proprio in vista di una possibile convocazione al processo d’appello contro il senatore azzurro. A Palermo e non solo, si trattiene il respiro.

Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2010)