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Antimafia Duemila – IDV: festa si infiamma per fratello Borsellino contro Premier

Antimafia Duemila – IDV: festa si infiamma per fratello Borsellino contro Premier.

“Noi resisteremo, noi vinceremo perché la società civile non può arrendersi a questo stato mafioso”.
Sono queste le parole pronunciate da Antonio Di Pietro a conclusione dell’intervento di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato. Borsellino aveva concluso poco prima il suo discorso alzando in aria l’agenda rossa del fratello, simbolo della lotta alla mafia e urlando “noi resisteremo, noi resisteremo”. Le parole di Di Pietro sono state accolte con un’ovazione alla festa dell’Idv, dove questo pomeriggio c’é stato il “piatto forte” dei dibattiti, naturalmente sul tema caro a Di Pietro: “giustizia e sicurezza tra costituzione e poteri deviati”. A scaldare il confronto sono stati invitati, oltre a Borsellino, Luigi De Magistris, parlamentare europeo e Gioacchino Genchi, consulente dell’autorità giudiziaria e noto alle cronache giudiziarie. Borsellino ha rivolto un pesantissimo attacco a Silvio Berlusconi. “Piuttosto che vivere – è stato uno dei passi più soft del suo intervento – in questo paese guidato da Berlusconi preferisco andare a trovare mio fratello nella tomba”. Secondo De Magistris esiste un “disegno autoritario complessivo che passa per lo svuotamento del parlamento ridotto a mero organo di esecuzione delle volontà del governo, per l’aumento della componente politica del Csm, per il conferimento di massimi poteri al capo di stato, per la riduzione della stampa a mera propaganda di regime”. Secondo l’ex pm “Berlusconi vuole diventare capo dello stato, della polizia e del Csm. Per farlo deve chiudere il cerchio con la propaganda di regime deformando le coscienze dei più giovani”. Secondo Genchi “la persecuzione nei confronti dei magistrati si inserisce perfettamente nel piano di rinascita democratica e va anche oltre il sogno di Gelli”. Il consulente ha poi ricordato: “l’unico politico che mi ha difeso, quando ero solo, é stato Di Pietro che, essendo un magistrato e poliziotto non ha bisogno di leggere le carte per capire la mia onestà ” più in generale per Genchi “la mafia non è solo frutto di persone come Provenzano che scrivono i pizzini a macchina, ma è soprattutto il prodotto di menti raffinate che, utilizzando mafiosi di bassa lega, li hanno processati per dare un contentino all’Italia e rimanere ai loro posti. Ora l’Italia vuole la verità “.

Manifestazione a Palermo per il 19 luglio 2009

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1270:manifestazione-a-palermo-per-il-19-luglio-2009&catid=20:altri-documenti&Itemid=43

Sono passati quasi diciassette anni dalla strage di via D’Amelio a Palermo in cui furono uccisi Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Walter Eddie Cosina. Nonostante la magistratura e le forze dell’ordine abbiano individuato e perseguito numerosi mandanti ed esecutori della strage, rimangono pesanti zone d’ombra sulle entità esterne all’organizzazione criminale Cosa Nostra che con questa hanno deliberato e realizzato la strage stessa.

Per il 19 luglio di quest’anno, sarà una domenica, come 17 anni fa, insieme alle redazioni di http://www.19luglio1992.com e di ANTIMAFIADuemila e a tanti altri amici e compagni di lotta stiamo organizzando, al posto delle solite commemorazioni, una manifestazione popolare articolata in una serie di iniziative con lo scopo di chiedere che sia fatta giustizia e di sostenere tutti i Servitori dello Stato che nel corso du questi anni hanno sempre dato il meglio di se’ affinche questo diritto di tutti noi fosse tradotto in fatti.
Vogliamo così quest’anno evitare che, come più volte è successo nel passato, delle persone che spesso indegnamente occupano le nostre Istituzioni arrivino in via D’Amelio a fingere cordoglio ed assicurarsi così che Paolo sia veramente morto. Vogliamo impedire che si celebrino riti di morte per chi, come Paolo Borsellino e i suoi ragazzi, sono oggi più vivi che mai.
Se lo faranno grideremo loro di andare a mettere le loro corone funebri sulla tomba di Mangano, è quello il “loro” eroe.
Spero che saremo in tanti, e tutti con una agenda rossa in mano per ricordare i misteri che ancora pesano su Via D’Amelio, i processi che vengono bloccati appena arrivano a toccare gli “intoccabili”, i mandanti di quelle stragi.
Da Via D’Amelio, con quell’agenda in mano, andremo al Castello Utveggio, il posto dal quale una mano, che non era la mano di una mafioso ma di chi con la mafia ha stretto un patto scellerato, ha inviato il comando che ha fatto a pezzi Paolo e la sua scorta.
Vi chiedo di dedicare un giorno della nostra vita a Paolo e i suoi ragazzi che hanno sacrificato la loro vita per noi.
Sarà il giorno di inizio della nostra RESISTENZA,
Una RESISTENZA che sarà fatta di azioni e non solo di parole,
Una RESISTENZA che ci farà riappropriare del nostro paese e del nostro futuro

In questa pagina terremmo costantemente aggiornato il programma delle iniziative per domenica 19 luglio 2009 e daremo tutta una serie di informazioni per chi sceglierà di partecipare con noi alle iniziative che si terranno in particolare a Palermo.

Programma preliminare delle iniziative a Palermo
(il programma definitivo sarà presentato in conferenza stampa giovedì 18 giugno alle ore 11.30 presso la Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, via Maqueda 172)

Sabato 18 luglio 2009

Camminata lungo il vecchio sentiero che conduce al Castello Utveggio su Monte Pellegrino, mattina
Dibattito organizzato dalla redazione di ANTIMAFIADuemila presso la Facoltà di Giurisprudenza, via Maqueda n°172, ore 20.30

Domenica 19 luglio 2009

Presidio in via D’ Amelio, mattina e pomeriggio
Performance teatrali di Giulio Cavalli e Marilena Monti, mattina-pomeriggio

Manifestazione “Dov’è finita l’agenda rossa di Paolo Borsellino?” (19 luglio 2009)

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“Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri” (Paolo Borsellino).

Questo evento ha il fine di sollecitare i vertici dello Stato e “coloro che sanno ma non parlano simulando amnesie insensate” a scoprire il velo di mistero e di menzogne che avvolge le stragi del ‘92/’93.
L’ elemento centrale e probabile chiave di soluzione in riferimento alla famosa trattativa tra i nuovi referenti politici e Cosa Nostra è la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino che portava sempre con sé e sottratta dalla sua borsa di cuoio il tragico pomeriggio del 19 luglio del 1992, tra le fiamme e lo sgomento dei palermitani.

Sono passati quasi 17 anni da quel giorno e la risposta dello Stato non è altro che un cumulo di lapidi, di vie intitolate a coloro che sono stati proclamati eroi solo dopo la morte e di corone di fiori.

Questo evento si pone innanzitutto un obiettivo concreto: una particolare manifestazione che si terrà il 19 luglio 2009.
Coloro che vi aderiranno scenderanno nelle strade alle ore 18:00 con un agenda rossa tra le mani e si dirigeranno verso il Palazzo di Giustizia delle rispettive città. L’evento principale avrà luogo a Palermo.
Con questo gesto si chiederà giustizia per i familiari delle vittime e per noi tutti cittadini italiani, da troppo tempo inermi e rassegnati dinnanzi ad una verità taciuta dai poteri forti, una verità che potrebbe restituirci quella dignità da troppo tempo negataci, quella fierezza di sentirsi italiani e soprattutto la possibilità di guardare l’immagine di quei volti onesti senza dover abbassare lo sguardo e poter dire “siete morti per noi ma ora quel grande debito lo abbiamo pagato gioiosamente, continuando la vostra opera”.

Vi chiediamo di partecipare se ci credete veramente, se siete stanchi di essere assorbiti dall’omertà e dall’indifferenza che prevalgono in Italia e se siete pronti a “sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Noi ci CREDIAMO, come CREDIAMO CHE TUTTI INSIEME, UNITI PER LA STESSA RAGIONE, POSSIAMO COMBATTERE PER RESTITUIRE UN VOLTO NUOVO AL NOSTRO Paese.

La redazione di http://www.19luglio1992.com

Information Day Marsala 26/04/09 – Gioacchino Genchi, Salvatore Borsellino, Luigi De Magistris, Pino Maniaci

(raccolta di video di Valentina Culcasi)

Presentazione

Il moderatore Pino Maniaci

Salvatore Borsellino (parti da 1 a 6)





Luigi De Magistris (parti da 1 a 3)


Gioacchino Genchi (parti da 1 a 5)




Castello Utveggio

Castello Utveggio.

Scritto da Salvatore Borsellino
Erano le tre di notte ai primi di marzo di quest’anno, a Palermo. Mi sono svegliato di soprassalto, mi sono alzato e sono andato a guardare, dal balconde al nono piano della casa dove dormivo, il monte che sovrasta Palermo.
Non c’era la luna, non c’erano le stelle, il cielo era nero, ma sulla cima del monte si stagliava un castello.
Emanava un lieve chiarore, come se fosse fosforescente, dotato di una luce propria, forse perché lo ho guardato a lungo tante volte illuminato dal sole, e quell’immagine si è ormai stampata nella mia memoria.
Ogni volta che vado in Via D’Amelio vado vicino all’olivo che mia madre ha fatto piantare nel punto in cui era stata piazzata la macchina piena di esplosivo, nel punto dove sono stati massacrati Paolo e i suoi ragazzi, alzo gli occhi, lo vedo e sto a lungo a guardarlo.
Chissà se Paolo prima di alzare il braccio per suonare il campanello del citofono della casa di nostra madre ha alzato gli occhi e lo ha visto per l’ultima volta, chissà se anche i suoi ragazzi prima di essere fatti a pezzi lo hanno guardato.
Di certo qualcuno da una finestra di quel castello li stava osservando e aspettava il momento migliore per azionare il detonatore.
Di certo Gioacchino Genchi arrivando in Via D’Amelio due ore sopo la strage ha distolto gli occhi dal tronco di Paolo in mezzo alle macerie del numero 19 di Via D’Amelio, ha distolto gli occhi dai pezzi di Emanuela Loi che ancora si staccavano dall’intonaco del palazzo dove abitava la mamma di Paolo e ha visto quel castello.
Quel castello, l’unico punto, come subito capì, da dove poteva essere stato azionato il comando che aveva causato quella strage.
E allora prese l’auto, fece quei pochi chilometri in salita che separano Via D’Amelio da quello sperone del Monte Pellegrino, andò davanti al cancello di quel castello e suonò un altro campanello, lo suonò a lungo ma nessuno gli aprì nonostante la dentro ci fossero tante persone come poté stabilire qualche tempo dopo elaborando, come solo lui è in grado di fare, i tabulati telefonici dove sono riportati le posizioni e le chiamate dei telefoni cellulari e dei telefoni fissi.

Incrociando quelle telefonate si riescono a stabilire delle verità che nemmeno le intercettazioni sono in grado di fare.
Si riesce a sapere che da un certo numero di ville situate sulla strada tra Villagrazia di Carini e Palermo una serie di telefonate partì per segnalare che Paolo stava arrivando al suo appuntamento con la morte.
Si riesce a stabilire che nei 140 secondi intorno alle ore sedici cinquantotto minuti e venti secondi dell’esplosione che causò la strage, delle telefonate partirono e arrivarono da una barca ormeggiata nel golfo di Palermo per segnalare che Paolo era arrivato al suo ultimo appuntamento e che l’esplosione era stata perfettamente sincronizzata con il suo arrivo.
Su quella barca c’era Bruno Contrada ed altri componenti dei servizi segreti civili, dentro quel castello, insieme a persone che Genchi, con le sue tecniche è in grado di individuare e avrebbe già individuato se non lo avessero subito fermato, c’era Musco, una lugubre figura appartenente e animatore di logge massoniche deviate che dovrebbe essere inquisito per tanti elementi che invece oggi si trovano solo come spunto nelle sentenze di archiviazione di processi che non hanno potuto svolgersi.
Che forse non si svolgeranno mai, protetti come sono  da un segreto di Stato non dichiarato ma non per questo meno forte perché retto dai ricatti incrociati basati sul contenuto di una Agenda Rossa..
Perché invece di portare avanti quei processi si emanano sentenze assurde e vergognose come come quella che ha mandato assolto il Cap. Arcangioli, l’uomo fotografato e ripreso subito dopo l’esplosione in Via D’Amelio, con in mano la borsa di cuoio di Paolo che sicuramente conteneva l’agenda rossa.
Perché invece si svolgere altri processi che vanno a toccare i fili scoperti delle consorterie di magistrati, uomini di governo, massoni e servizi deviati, si massacrano altri giudici, non più con il tritolo, ma con metodi nuovi che non fanno rumore, non fanno indignare l’opinione pubblica, come le bombe che in Palestina amputano gli arti di civili palestinesi senza che venga versato del sangue.
Massacri, vere e proprie esecuzioni davanti a plotoni di esecuzione composti da altri magistrati, come la decimazione della Procura di Salerno, che vengono presentate da una stampa ormai asservita e pavida di fronte al sistema di potere con un’ottica completamente distorta e fuorviante.
Perché il pericolo rappresentato da Genchi e dalle sue consulenze in un eventuale processo agli esecutori occulti di questa strage, anche se forse non si svolgerà mai, viene eliminato preventivamentre eliminando la possibilità di un utilizzo delle sue raffinate tecniche di indagine in grado di inchiodare i responsabili materiali di quella strage.
Almeno fino a quando, e non è impossibile che accada, qualcuno non deciderà che sia necessaria la sua eliminazione anche fisica sfidando le reazioni che questa potrebbe provocare nell’opinione pubblica.
Alla stessa maniera in cui fu sfidata questa reazione quando fu necessario eliminare in fretta Paolo per potere rimuovere del tutto l’unico ostacolo che si frapponeva al portare avanti una ignobile trattativa tra mafia e Stato, portata avanti, in prima persona, dai più alti gradi del ROS. Quella trattativa della quale oggi, punto per punto e in mezzo all’indiferenza e all’assuefazione dell’opinione pubblica, vengono realizzati quei punti contenuti nel ‘papello’ e che sanciscono la definitiva sconfitta dello Stato di diritto.
Vogliamo anche noi dichiararci sconfitti, vogliamo anche noi chinare il capo e dichiararci servi, vogliamo anche noi rinunciare alla nostra libertà?
Il 19 luglio non è lontano. Prepariamoci.
Quest’anno da quella via in cui tutto è cominciato alle 5 del pomeriggio di 17 anni fa, dovrà nascere e non dovrà più fermarsi la nostra RESISTENZA.
Non dovrà più fermarsi fino a quando non sarà fatta Giustizia, fino a quando quei criminali che, anche dentro le istituzioni, stanno oggi godendo i frutti di quella strage non saranno spazzati via per sempre

Radio France: Politica, mafia e l’omertà tv di Porta a Porta

Radio France: Politica, mafia e l’omertà tv di Porta a Porta.

Eric Valmir è il corrispondente, per l’Italia, di Radio France, la radio pubblica francese. Di ritorno da un incontro col giudice Roberto Scarpinato -autore, con Lodato Saverio, de “Il ritorno del principe” (Chiare Lettere)- ha pubblicato sul suo blog questo post, che traduco.

La prima frase mi disorienta: “Non parliamo di Berlusconi, d’accordo?”. Mi disorienta perché due ore prima, davanti al teatro Massimo di Palermo, uno degli attori, sul fronte economico, della lotta contro la mafia mi ha posto la stessa condizione. Io non sono lì per parlare di Berlusconi, ma dei meccanismi di Cosa Nostra.

E con un sorriso d’intesa lo dico pure al mio ospite: “Sono venuto per parlare del suo libro, Il ritorno del principe”. E’ vero… l’entourage di Berlusconi è spesso sospettato di collusione con la Mafia, il suo braccio destro, Marcello Dell’Utri, è stato peraltro condannato nel corso della precedente legislatura, ma nessuna prova ha mai implicato formalmente il Presidente del Consiglio.

Roberto Scarpinato è l’ultimo dei giudici di Palermo. L’ultimo della generazione di Falcone e Borsellino, i due magistrati assassinati nel 1992 e nel 1993. Una memoria storica della giustizia palermitana che ha rifiutato di trasferirsi a Milano o a Verona. Vive sotto scorta. E’ stato lui ad istruire il processo contro Giulio Andreotti per complicità mafiosa. Giulio Andreotti, oggi senatore a vita – e sette volte presidente del Consiglio.

La sentenza di primo grado l’aveva assolto per insufficienza di prove, ma la Corte d’Appello, tre anni più tardi, rovesciò il verdetto. Andreotti colpevole. Il delitto di “associazione a delinquere” venne riconosciuto, ma i fatti, nel frattempo, erano caduti in prescrizione.

Il ritorno del principe non è una descrizione dell’inchiesta Andreotti. Per Roberto Scarpinato, che si esprime con voce lieve, Andreotti non è che il prodotto di un sistema pronto ad ogni prova, e protetto, oggi, da una cornice mediatica. Le conclusioni dell’inchiesta Andreotti non sono mai state riportate troppo chiaramente dalla stampa italiana. Il giudice Scarpinato cita nel suo libro un esempio della copertura mediatica televisiva: Porta a Porta, il talk di successo di Bruno Vespa, su Rai Uno.

Quando Andreotti viene assolto, Bruno Vespa gli consacra una trasmissione trionfale.
Quando viene dichiarato colpevole, non una parola.

Quando il braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, si becca nove anni di reclusione per collusione con la Mafia, Porta a Porta propone un’edizione speciale sulla sessualità degli anziani. Stessa cosa in occasione della condanna di Bruno Contrada, numero tre dei servizi segreti italiani, vicino agli ambienti mafiosi.

Questi esempi sono citati quasi a titolo d’ironia nel libro. Il resto dell’intervista scompone tutto un meccanismo che prende avvio da un sistema di tipo feudale. Una minoranza di potenti che mantiene il proprio potere ed i propri interessi ricorrendo ad ogni mezzo. Fino alla violenza e all’omicidio politico.

La Mafia non è un’organizzazione criminale, è una cultura clientelare. La sola che esista, quella di chi dirige. Quella di cui è sempre stata negata l’esistenza fino agli anni 70. La borghesia mafiosa palermitana utilizzava gruppi per imporre un regno di terrore, ma al riparo da ogni sguardo. La Mafia era una leggenda. Tutto cambia con Totò Riina e Bernardo Provenzano, i due leggendari padrini di Corleone, che mettono a segno una strage dopo l’altra. La Mafia diviene un fatto mediatico. Il cinema se ne impadronisce. E il Principe si adatta. La Mafia… sono loro. Il Principe finisce per liquidarli. In galera. Cosa Nostra è finita. Basta crederci!

Il Principe è una classe dirigente fatta di notabili, imprenditori ed eletti. Un corpo a se’ stante che risale al XVI secolo. Nel libro, Scarpinato scrive: “Dapprima sono apparsi i metodi mafiosi, poi la Mafia. Nel 1861, al momento dell’unità d’Italia, il 90% della popolazione era analfabeta; nel 1848, il 60%. Non per colpa sua: essa era stata tenuta nell’ignoranza e non aveva mai potuto conoscere i princìpi di una democrazia. E non sono sufficienti cinquant’anni di Repubblica per modificare il corso delle cose, soprattutto quando il Principe sta nel cuore della vita pubblica”.

Il Principe ha tremato nel 1992. Il Muro di Berlino italiano. I due terzi della classe politica decimati dall’inchiesta Mani Pulite, i comunisti risparmiati, i giudici al potere – ed allora il Principe decide di usare i metodi forti. Riina e Provenzano uccidono, massacrano. Falcone e Borsellino vengono assassinati. Per vendetta, si dice.

“Non credo”, risponde Roberto Scarpinato. “In quel momento, in cui tutto era destabilizzato, il Principe doveva conservare il potere. Un colpo di Stato non era possibile. Dopo il crollo del sistema politico, era stato progettato un attentato mostruoso alla Stadio Olimpico di Roma. La bomba non ha funzionato. Quella carneficina sarebbe rimasta nella Storia. Per l’onda emotiva si sarebbe portato al potere una nuova generazione scelta dal Principe. Falcone e Borsellino avevano scoperto simili manipolazioni politico-mafiose, che avrebbero portato ad una riorganizzazione dello Stato, ed un progetto comparabile ad una sorta di balcanizzazione dell’Italia. Abbiamo ripreso l’inchiesta, ma mai ci è riuscito di produrre le prove necessarie. Tuttavia il Principe voleva dividere l’Italia in tre, affinché ognuno potesse conservare i propri privilegi. Il Nord agganciato alla locomotiva europea, il Centro tecnocratico, e il Sud una sorta di Singapore italiana con tutte e quattro le Mafie al comando.

“Ovviamente -prosegue il giudice- mi si dirà che la mia immaginazione è fertile, e che la Mafia appartiene al passato. Ma io non cerco che la verità: non per altro sono minacciato di morte e non ho più una vita privata. Lo trova normale”?

Abbiamo parlato per due ore, ma il tempo m’è sembrato scorrere molto più in fretta. Tornato nel frastuono della strada palermitana, osservo le facciate color ocra di via Roma. Il sole è dolce, una coppia si bacia, i primi odori dell’estate… L’Italia.

Eric Valmir, 16.04.2009
traduzione di Daniele Sensi

Mafia & politica

Mafia & politica.

Scritto da Roberto Brumat

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Benny Calasanzio e Salvatore Borsellino
Fonte http://robrumat.altervista.org/

Due Borsellino, un unico destino

La società è come il nostro organismo: quando si ammala crea anticorpi, generati per contrastare il morbo. E se il morbo si chiama mafia gli anticorpi più resistenti sono i superstiti delle vittime oneste di mafia. Due di questi anticorpi si chiamano Salvatore Borsellino e Benny Calasanzio: 67 anni il primo, 24 il secondo. Li accomuna, oltre alla passione civile, il cognome dei loro familiari assassinati nel 1992: Borsellino. Il giudice Paolo Borsellino, fratello di Salvatore e gli imprenditori Paolo Borsellino e Giuseppe Calasanzio, zio e nonno di Benny. Li abbiamo incontrati a Padova in un incontro pubblico alla Fornace Carotta organizzato dai ragazzi di Laboratorio ‘48.

Quando dopo essere stato costretto a cedere l’impresa alla mafia, dopo le prime minacce e l’uccisione di suo figlio Paolo, mio nonno raccontò tutto agli inquirenti, questi gli consegnarono porto d’armi e pistola: non essendo un pentito (non era mafioso) non potevano proteggerlo. Così per freddarlo a colpi di kalasnikov 8 mesi dopo, la mafia attese che passasse in auto nella piazza del paese gremita di gente. Era rassegnato, abbandonato da tutti: diceva di essere un morto che cammina.

Chi parla è il giornalista Benny Calasanzio: I mandanti sono rimasti impuniti, il sindaco di allora è stato rieletto, solo un killer è finito dentro. Chi l’ha ucciso, come sempre, sono mafiosi di basso livello che vanno compatiti: non hanno il coraggio di agire da soli, hanno paura della loro ombra e per questo prima di sparare sniffano cocaina, per avere una donna la pagano, hanno con sé la bibbia e sono uomini perennemente in fuga.

Diversa la storia, conosciuta, del giudice Borsellino e dei suoi angeli custodi. Salvatore Borsellino ne ricorda i nomi perché non siano solo “i ragazzi della scorta”: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina (Antonio Vullo rimase ferito).

Paolo Borsellino non si occupava di diritto penale, era un giudice civile chiamato da Falcone nel pool antimafia. Poi un giorno mentre alla DIA di Roma interrogava il pentito Gaspare Mutolo, con cui io oggi parlo tranquillamente– racconta il fratello Salvatore- disse all’ex mafioso “Vado via due ore e torno”. L’aveva convocato il neo ministro dell’Interno Nicola Mancino. Era il primo luglio 1992 e sulla sua agenda degli appuntamenti (non quella rossa sottratta dai servizi segreti) è annotato h 19 Mancino. Mutolo, che stava svelando gli intrecci tra mafia, politica, polizia, servizi segreti, racconta che quando mio fratello tornò era così nervoso che si mise in bocca due sigarette. Ne chiese al giudice il motivo e lui gli rispose che assieme al ministro aveva visto Bruno Contrada. Mancino nega quell’incontro, dice di non aver mai visto Borsellino. E’ indegno, ma l’attuale vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura non può parlare: se lo facesse dovrebbe ammettere che quella sera al Viminale fu presentata a Paolo la trattativa avviata tra lo Stato e Cosa Nostra. I Ros dei Carabinieri stavano trattando per far finire l’attacco allo Stato.

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Stragi di Stato e nuovi eroi nazionali

“Devo fare in fretta” diceva Paolo nei 57 giorni vissuti dopo la strage di Capaci. Sapeva che presto sarebbe stato ucciso. Nella sua ultima lettera scrisse che stava cercando di allontanarsi dai figli nell’illusione che sentendolo più distante avrebbero sofferto di meno quando sarebbe morto. Aveva cominciato a tenere in braccio meno spesso la figlia e continuava a dire: “Quando sarò ucciso sarà stata la mafia, ma non sarà stata la mafia a volere la mia morte”. Se ripenso a tutti i grandi attentati italiani (piazza Fontana, Italicus, Brescia, Bologna, Ustica…) vedo che sono tutte stragi di Stato! Le stragi di Stato sono sempre servite per indirizzare gli equilibri politici dell’Italia. Una cosa che ci rende indegni di considerarci un Paese civile.

E fa male sentire il premier chiamare eroe un mafioso assassino come Vittorio Mangano, il “fattore” (detto stalliere perché nelle intercettazioni parlava di cavalli da consegnare, riferendosi invece a partite di droga) che per due anni visse con la famiglia Berlusconi nella villa di Arcore e ogni giorno accompagnava a scuola i figli dell’attuale premier e che nell’86 fece esplodere una bomba fuori di una casa milanese di Berlusconi, e nel 1995 strangolò il vecchio boss palermitano Giovanbattista Romano sciogliendolo poi nell’acido: reato per cui fu condannato all’ergastolo oltre che per l’uccisione di Giuseppe Pecoraro. Berlusconi lo definisce eroe per non aver fatto i nomi dei politici! Così si dichiara eroica l’omertà! Ecco perché i ragazzi della scorta Borsellino non li chiamerò mai così: non voglio confonderli con questa gente. Sono dei martiri.


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Il piano piduista di Gelli è stato attuato

Il fatto è che gli italiani non si accorgono che viviamo dentro un golpe bianco – prosegue Salvatore BorsellinoCome possiamo riconoscerci in un Paese che non rispetta più la Costituzione, che fa sedere in Parlamento 19 condannati definitivi, che dà l’immunità parlamentare, che legifera attraverso decreti legge? Non siamo più in democrazia. Le decisioni per il Paese non si prendono più nel Gabinetto dei ministri, ma nelle sale da pranzo delle residenze private del premier. Il lodo Alfano è una modifica alla Costituzione. Andate a vedere il piano Rinascita democratica di Licio Gelli e ritrovate l’Italia di oggi. Nella P2 Berlusconi aveva la tessera 1816 e Fabrizio Cicchitto la 2232. Anche il progetto Gelli sulla stampa è stato attuato mettendo a libro paga almeno due giornalisti influenti per ogni redazione, tanto che oggi l’informazione è omologata. Per capirlo cercate i primi attacchi a Gioacchino Genchi, il funzionario di polizia specializzato non nelle intercettazioni telefoniche (come scritto da tutti i giornali), ma nell’incrociare i dati dei tabulati telefonici: 2 giorni dopo il Corriere che lo presentava come “lo spione di tutti gli italiani” è arrivata Repubblica e dopo 4 giorni La Stampa. Articoli simili. Oggi c’è anche un altro fenomeno curioso: se cerco le news sul cellulare, 8 volte su 10 le prime che mi fornisce Google sono tratte da Il Giornale. Un caso? Per avere un’informazione libera sull’Italia ora leggo la stampa estera. E perfino le notizie sul dopo terremoto devo apprenderle da chi mi informa direttamente dall’Abruzzo: così ho scoperto che c’erano paesi dove le tende non erano ancora arrivate, quando si diceva che le avevano tutti, che non c’era il riscaldamento… Poi veniamo a sapere che la prefettura de L’Aquila è stata sgomberata tre ore prima della rovinosa scossa. Ma come! Questi intuivano il pericolo e non hanno lanciato l’allarme?

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La mafia e la crisi

Perché sappiamo tutto della Franzoni e degli assassini di Erba e nessuno parla dei processi a Marcello Dell’Utri, condannato a 10 anni per corruzione mafiosa, l’uomo che Berlusconi abbraccia? La verità- prosegue Borsellino– è che il Mezzogiorno con le sue mafie continua ad essere tenuto così perché funzionale al potere: è esclusivamente un serbatoio di voti facilmente controllabile grazie alla capillare pressione esercitata sulla gente dalla criminalità organizzata. Ma l’errore che fate nelle altre regioni è pensare che la mafia l’abbiamo solo noi al Sud. Dove credete che investa i suoi soldi sporchi di sangue, se non dove l’economia gira? Dove investe in centri commerciali, costruzioni, locali, se non al nord? E oggi con la scarsa liquidità delle banche dovuta alla crisi, chi viene in soccorso con ingenti capitali se non la forza economica privata numero uno in Italia? Ormai le mafie uccidono poco, preferiscono gli affari: ma i tanti cinquantenni lasciati a casa quando per comodità si preferisce far fallire le aziende, non vengono forse “uccisi” anche loro?

Bavaglio agli inquirenti scomodi

Non è più di moda ammazzare i giudici: basta delegittimarli e attaccarli sulla stampa presentando inesistenti guerre tra Procure. Quella di Salerno ha messo in luce gravissimi reati commessi dalla Procura di Catanzaro su cui ha giurisdizione. Luigi De Magistris, pubblico ministero da tre generazioni, per il suo impegno è stato costretto a cambiare lavoro: mi ha detto che la scelta di passare alla politica è stata difficile, ma la sola possibile.

Poi c’è Genchi, sospeso dal servizio in polizia. I suoi controlli avevano permesso di capire che 80 secondi dopo la strage di via D’Amelio qualcuno aveva comunicato l’attentato a Bruno Contrada capo in Sicilia dei servizi segreti, chiamandolo dal castello di Utveggio che sovrasta il quartiere. La telefonata partì dal cellulare clonato del giudice appena ammazzato. Nel castello c’erano la sede segreta del Sisde e la Compagnia delle Opere (associazione imprenditoriale di ispirazione ciellina, che raggruppa 34.000 imprese). E’ dalla sede del servizio segreto (camuffata nel centro regionale di formazione per manager Ce.Ris.Di.) che mesi prima dell’attentato ci fu uno scambio di telefonate con il sospetto mafioso Gaetano ScottoLa Compagnia delle Opere è presente in ogni processo su distrazione di fondi pubblici. Tutti gli appalti pubblici lombardi passano attraverso la Compagnia delle Opere… E Genchi dice che i suoi guai sono iniziati quando nelle inchieste si è imbattuto in personaggi legati ad essa. Temo per la vita di Genchi. Intanto gli hanno tolto distintivo, pistola, casella mail alla polizia di Stato.

Ecco i prossimi giudici nel mirino!

Borsellino invita a prevedere i prossimi eventi: Tenete d’occhio i bravi giudici Ingroia e Di Matteo: sono i prossimi che subiranno forti attacchi perché si stanno occupando dei vertici dei Ros a Palermo. A Milano gli stessi vertici Ros (che hanno perquisito senza averne giurisdizione gli archivi di Genchi e che hanno “curiosamente” omesso di perquisire il covo di Totò Riina, sono incriminati per traffico di droga. Ma non è solo il centrodestra ad attaccare i giudici, c’è anche il centrosinistra: come avvenuto con i giudici De Magistris e con Clementina Forleo. Perché destra e sinistra hanno stretto accordi come ha ammesso chiaramente alla Camera anche il senatore Violante

Ma l’ingegnere elettronico che sulla sete di verità ha fatto una battaglia personale, ammette: La consorteria politica persegue i suoi interessi. Non ho speranze di vedere giustizia. Dovrebbe succedere ciò che Leonardo Sciascia vedeva come impossibile: che lo Stato processi se stesso.

FONTE: http://robrumat.altervista.org/

Il giudice Borsellino parla di Mangano

Il giudice Borsellino parla di Mangano.

Questa è una piccola parte dell’intervista rilasciata nella sua casa di Palermo dal giudice Paolo Borsellino il 21/5/1992 (due giorni prima della strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone) a Fabrizio Calvì e Jean Pierre Moscardò, due giornalisti francesi che stavano realizzando un documentario sugli affari della mafia in Europa.

Parti di questa intervista sono state proposte in tv il 16 marzo 2001 dalla trasmissione “Il Raggio Verde” di Michele Santoro e da “Terra” settimanale di approfondimento del tg5 il 24 marzo 2001.

Ne riporto domande e risposte, escludendo le parti riguardanti i possibili rapporti illeciti fra Vittorio Mangano, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, perché in merito il giudice Borsellino parlava non con diretta conoscenza dei fatti e delle indagini allora in corso alla Procura di Palermo.

Vittorio Mangano (profilo tratto da “Terra” del tg5), fatto assumere da Marcello Dell’Utri come fattore (“stalliere”) nella villa di Silvio Berlusconi di Arcore (Milano) ed imprenditore già famoso in Francia per l’avventura dell’emittente televisiva “La Cinq”. E’ morto il 23/7/2000, gli erano stati concessi gli arresti domiciliari a causa delle sue precarie condizioni di salute, aveva 58 anni.

il giudice Paolo BorsellinoBorsellino:

Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in un periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane.
(sospensione per una telefonata ricevuta) Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come “uomo d’onore” appartenente a Cosa Nostra.

Giornalista:

“Uomo d’onore” di che famiglia?

Borsellino:

Uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè del….di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì dal….da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga che….dei traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.

Giornalista:

E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?

Borsellino:

Il Mangano di droga….eh….Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche come “magliette” o “cavalli”.

Giornalista:

Comunque lei in quanto esperto, lei può dire che quando Mangano parla di “cavalli” al telefono vuol dire droga?

Borsellino:

Sì, tra l’altro questa tesi dei “cavalli” che vogliono dire droga, è una tesi che fu asseverata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi-processo per traffico di droga.

Giornalista:

Dell’Utri non c’entra in questa storia?

Borsellino:

Dell’Utri non è stato imputato del maxi-processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.

Giornalista:

A Palermo?

Borsellino:

Si, credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.

Giornalista:

Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?

Borsellino:

Non ne conosco i particolari, (consulta delle carte, che aveva dinanzi sulla scrivania) potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di….Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi.

Giornalista:

I fratelli?

Borsellino:

Sì.

Giornalista:

Quelli della Publitalia?

Borsellino:

Sì.

Giornalista

Mangano era un “pesce pilota”?

Borsellino:

Sì, guardi….le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco….erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord-Italia.

Giornalista:

Si è detto che ha lavorato per Berlusconi ?

Borsellino:

(lungo sospiro) Non le saprei dire in proposito o…anche se….dico….debbo far presente che….come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, poiché ci sono….so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali….non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti, ostensibili e quali debbono rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.

Giornalista:

C’è un’inchiesta ancora aperta?

Borsellino:

So che c’è un’inchiesta ancora aperta.

Giornalista:

Su Mangano e Berlusconi a Palermo?

Borsellino:

Sì.

L’ultima intervista a Borsellino – liberainformazione

L’ultima intervista a Borsellino – liberainformazione.

L’inchiesta di Rainews24 al festival del giornalismo. Morrione: “le analisi del magistrato più che mai attuali”

Il servizio pubblico radio televisivo ritrovi la via dell’inchiesta. Un appello a più voci  ha raggiunto oggi il Festival del giornalismo di Perugia nella mattinata promossa da Libera Informazione e Associazione Ilaria Alpi e dedicata interamente all’inchiesta sull’ultima intervista che il giudice Paolo Borsellino rilasciò due mesi prima di morire nell’attentato di via d’Amelio.

Un’intervista, l’ultima esistente, che ritrae il giudice Paolo Borsellino nella sua casa di Palermo durante una lunga intervista rilasciata ai colleghi Fabrizio Calvi e. Jean-Pierre Moscardo di Canal Plus datata  21 maggio 1992, due giorni prima della strage di Capaci. Un documento rimasto inedito sino al settembre del 2000 quando la troupe di Rainews24, diretta allora da Roberto Morrione, decise di acquisirla e trasmetterla durante una puntata di inchiesta e confronto con i magistrati Antonio Ingroia, collega di Borsellino, e Luca Tescaroli  titolare dell’inchiesta sulla strage di via d’Amelio alla procura di Caltanissetta.

All’epoca Roberto Morrione (oggi presidente di Libera Informazione) chiese alle tre testate della Rai di diffondere l’intervista che Rainews24 aveva deciso di trasmettere prendendo spunto da un articolo pubblicato su l’Espresso mesi prima. “In quegli anni la giornalista che si era occupata di trascrivere parte dell’intervista – ricorda Morrione – si trovò con l’abitazione ridotta in fiamme. Questo non fece notizia, così come passò inascoltata la mia richiesta di riproporre in una delle tre reti Rai l’intervista che ritenemmo e ritengo tutt’ora un documento di estrema  rilevanza per l’opinione pubblica cosi come per la magistratura”.

Al centro dell’inchiesta che i due colleghi francesi stavano conducendo in quel caldo e teso 1992 i rapporti fra Cosa nostra e la politica italiana, i collegamenti presunti all’epoca e poi dimostrati (con una sentenza di condanna per associazione mafiosa da parte della procura di Palermo) fra la mafia palermitana e Marcello Dell’Utri, fondatore di Pubblitalia e braccio destro di Silvio Berlusconi. Paolo Borsellino con scrupolo ed equilibrio risponde alle domande a lui rivolte. Parla di traffico di droga, di Mangano, della famiglia mafiosa di Porta nuova e ad ogni domanda più circoscritta ripete che … di quei fascicoli non si sta occupando direttamente ma da altri dibattimenti emergono alcuni elementi”. E di questi parla. (Guarda qui l’intervista e le risposte di Borsellino). “Un’intervista molto documentata  – commenterà dagli studi di Rainews 24 ¬ – contenuti di cui nemmeno a me aveva parlato all’epoca”. L’operazione San Valentino nel 1983 con arresti per traffico di droga che avevano coinvolto cinque città italiane aveva incuriosito i colleghi francesi di Canal Plus, il nome di Mangano, i suoi rapporti con la mafia da un lato e con Marcello dell’Utri dall’altro. In mezzo una “inchiesta su Berlusconi e Mangano” a cui fa riferimento già nel 1992 ma di cui non si stava occupando in prima persona. L’intervista non andò mai in onda, nemmeno sui canali della tv francese.

L’ intervista è stata acquisita nel corso dei processi a Palermo contro Dell’Utri e a Caltanissetta sui mandanti delle stragi. Il terzo fascicolo quello dei mandanti esterni – come ricorda Roberto Morrione – è rimasto un terreno inesplorato dalla magistratura e anche dal giornalismo, ciascuno nelle sue diverse sedi, non ha potuto dare seguito agli spunti investigativi che da questa stessa inchiesta emergevano già negli anni’90.

L’ultima intervista a Borsellino e la puntata di Rainews24 con Tescaroli e Ingroia –  condotta in studio da Sigfrido Ranucci e Arcangelo Ferri –  rappresentano un esempio incisivo di inchiesta condotta in linea con la mission del servizio pubblico. All’epoca le testate Rai lasciarono in “splendida solitudine” la decisione del gruppo di Rainews24, oggi l’intervista è anche su you tube.
“Questa inchiesta ed altri momenti come la puntata di Che tempo che fa di Saviano e Fazio – di alcuni giorni fa –  ci dimostrano che un’altra Tv è possibile – commenta Morrione”. Non dobbiamo smettere di crederci,   nonostante tanti esempi negativi, una eccessiva e morbosa attenzione alla cronaca nera a scapito delle inchieste su mafie, corruzione e quant’altro possa riguardare il Paese, nonostante un ddl sulle intercettazioni che se otterrà la maggioranza dei consensi di fatto limiterà drasticamente da un lato i cronisti di giudiziaria, dall’altra l’attività inquirente.

Tanti gli interventi dei giovani: domande sul giornalismo, sulla politica, sui percorsi per legalità della società civile. E poi una riflessione sui simboli, sulle parole su chi le usa e chi ne abusa. “Nella Palermo di oggi – ricorda un giovane studente di Pavia  – si stanno stravolgendo simboli, ricordi e spesso ad uso e consumo di politici con comportamenti non proprio limpidi”.

Solo qualche settimana prima della sua seconda elezione alla guida del Paese il premier abbracciando Marcello dell’Utri ha “riabilitato” la figura del suo stalliere di Arcore,  Vittorio Mangano (processato per traffico di droga, omicidio e associazione mafiosa) ricordando che era morto da eroe. Cioè in silenzio: un silenzio che in questi casi si chiama omertà. Silenziata dai media nazionali la reazione della società civile indignata da queste affermazioni.

In  questa giornata di “servizio pubblico” offerta al Festival del giornalismo a tanti giovani presenti. Una lezione del “giornalismo possibile”  ma anche di memoria e impegno che rilanciano anche da questo spazio  un appello diretto alla Rai: torni a fare inchieste nell’interesse del Paese.

Perché –  come ha ribadito con i fatti e le parole nel suo lucido intervento di oggi  Roberto Morrione: un’altra televisione è possibile. Un altro giornalismo è possibile e l’inchiesta rimane la via centrale per quella “rivoluzione culturale” da più parti auspicata. Non solo nel giornalismo.

Genchi: “io sicuramente non mi arrendo”

Ecco il servizio su Gioacchino Genchi andato in onda su La7 domenica 15 marzo 2009 nel progamma reaility:

Caso De Magistris Ultima fermata: via d’Amelio

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/13870/78/:

di Monica Centofante – 14 marzo 2009
Al momento giusto nell’indagine sbagliata. Qualcuno ha definito più o meno così, ieri, la posizione di Gioacchino Genchi, il consulente delle procure (ormai) più famoso d’Italia. Che è anche perito delle difese anche se nessuno o quasi ama ricordarlo.
DOSSIER ALL’INTERNO!

Proprio ieri il caso Genchi – propaggine del caso De Magistris – è tornato infatti alla ribalta delle cronache quando gli uomini del Reparto Tecnico del Ros di Roma, guidati dal colonnello Pasquale Angelosanto, hanno fatto irruzione nella sua luminosa abitazione-ufficio, che negli ultimi mesi, articolo dopo articolo, ha assunto sempre più, nell’immaginario collettivo, le connotazioni di una sorta di bunker antiatomico.
Le motivazioni del decreto di perquisizione, poche pagine firmate dai procuratori aggiunti di Roma Achille Toro e Nello Rossi, non si discostano dalle accuse mosse da tempo da certa politica, dal Csm e più recentemente dal Copasir. E riguardano la presunta illecita acquisizione “di tabulati di comunicazioni di membri del Parlamento” e la presunta illecita acquisizione “di tabulati telefonici relativi ad utenze in uso ad appartenenti ai servizi di sicurezza”. Insomma, lo ricorda anche il legale del Dott. Genchi, Fabio Repici, tutte contestazioni infondate se si legge “il decreto di sequestro emesso qualche mese fa dalla Procura di Salerno a carico di magistrati catanzaresi”. Un documento nel quale, spiega Repici, non solo c’è “la prova della correttezza dell’operato del Dr. Genchi”, ma anche quella “degli esorbitanti errori commessi dal funzionario del Ros che ha operato prima su delega della Procura generale di Catanzaro e che oggi opera per conto della Procura di Roma”. Quel Pasquale Angelosanto, autore di informative che Repici, ancora, ritiene siano caratterizzate da “abnormi incongruenze” e “marchiani errori”.
Nel decreto di perquisizione di Salerno, giudicato perfettamente legittimo dal competente Tribunale del Riesame, si legge che “sulle attività di acquisizione, studio, elaborazione analitico-relazionale dei dati di traffico telefonico, gli esiti delle indagini tecniche condotte dai Carabinieri del Ros – Reparto Indagini Tecniche su delega del Generale Ufficio avocante e compendiate nella relazione del 12 gennaio 2008 a firma del Colonnello Pasquale Angelosanto, non trovano conferma nelle risultanze investigative acquisite da questo Ufficio”. Eppure ieri, lo stesso Angelosanto, sentito anche come testimone davanti alla Disciplinare del Csm, guidava i Carabinieri che si muovevano, alla ricerca di chissà quali documenti, in tutti i luoghi “nella disponibilità” del funzionario di polizia indagato. Mentre lo stesso si trovava a Milano, da dove è rientrato solo in serata.
E chissà se al Col. Angelosanto (e magari a qualcun altro) avrà fatto piacere la straordinaria concomitanza delle perquisizioni con l’uscita di un articolo, annunciato qualche giorno fa, su un settimanale. Nel quale sono riportate le dichiarazioni dello stesso Genchi che attacca proprio il Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri nelle “porcherie” del quale, dice, “mi imbatto dal 1989”.
L’articolo, che avrebbe potuto suscitare scalpore e creare fastidi al Ros, è infatti passato a notizia di terzo o quarto piano.
E in quell’articolo, tra l’altro, il consulente ricorda il suo ruolo da protagonista nelle indagini svolte in seguito alla strage di Via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. Mentre si accenna a quella presunta trattativa tra mafia e Stato sulla quale Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito, ha recentemente cominciato a rilasciare dichiarazioni alla Procura di Palermo. Partendo proprio da Via D’Amelio.
Ieri, ai microfoni di La7, Gioacchino Genchi ha ricordato quelle indagini. “Il motivo della mia delegittimazione – ha detto – nasce dalle inchieste sui mandanti esterni a quella strage”. Perché “nell’inchiesta Why Not, in cui ho collaborato con il procuratore De Magistris, ho ritrovato, senza volerlo, le stesse persone in cui mi ero imbattuto nelle indagini di Caltanissetta”.
Forse persone che appartengono ai cosiddetti poteri forti (forze dell’ordine e servizi segreti compresi) dei quali si fa cenno nei decreti di archiviazione delle indagini sui mandati esterni alle stragi o nel processo in corso a Palermo o nelle stesse indagini sottratte al Dott. De Magistris che, è lui stesso a dichiararlo, stavano svelando l’esistenza di una nuova P2. Molto più potente e organizzata della prima.
Da questo punto di osservazione, se fosse confermato, apparirebbero ancora più chiari i violenti attacchi perpetrati ai danni del Dott. Genchi. E la definizione di uomo al momento giusto nell’indagine sbagliata assumerebbe un altro significato.
Ieri, in un comunicato stampa, l’avvocato Repici ha dichiarato, ancora, che “ciò che si sta compiendo è la prosecuzione di una strategia di delegittimazione nei confronti del dr. Genchi, quale funzionario di polizia e consulente dell’A.g., che trova ragione nei fondamentali accertamenti fatti dal dr. Genchi sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992”.
Le indagini condotte oggi contro di lui, quindi, sarebbero soltanto il pretesto per fermare al momento giusto l’uomo che già in passato avrebbe arrecato non pochi fastidi.

Dichiarazioni dell’avv. Fabio Repici, difensore di Gioacchino Genchi

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13844&Itemid=48
:

13 marzo 2009
“Accogliendo le reiterate richieste provenute dalla politica, la Procura di Roma ha provveduto agli odierni decreti di perquisizione.

Rendo volentieri atto ai militari del reparto tecnico del R.o.s. e della sezione anticrimine di Palermo di aver operato in modo ineccepibile. Dalle acquisizioni di oggi trarrà giovamento l’accertamento della verità e si potranno così accantonare le abnormi incongruenze ed i marchiani errori contenuti nelle precedenti informative sottoscritte dal col. Angelosanto.
Prendo atto che c’è stata una duplicazione di procedimenti, per effetto di una segnalazione che sarebbe giunta alla Procura di Roma dal Procuratore di Marsala. Anche questo, in fondo, è un dato che servirà a fare chiarezza, perché così oggi si possono capire meglio le ragioni che a suo tempo portarono all’avocazione dell’indagine “Why not” ed alla revoca dell’incarico al dr. Genchi. Ciò che si sta compiendo è la prosecuzione di una strategia di delegittimazione del dr. Genchi, quale funzionario di polizia e consulente dell’A.g., che trova ragione nei fondamentali accertamenti fatti dal dr. Genchi sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992.
Quanto alle contestazioni avanzate oggi a carico del dr. Genchi, per constatarne l’infondatezza basta rileggere il decreto di sequestro emesso qualche mese fa dalla Procura di Salerno a carico di magistrati catanzaresi. In quel documento c’è la prova della correttezza dell’operato del dr. Genchi e degli esorbitanti errori commessi dal funzionario del R.o.s. che ha operato prima su delega della Procura generale di Catanzaro e che oggi opera per conto della Procura di Roma. La ripetizione di ulteriori accertamenti non potrà che confermare i risultati già acquisiti a Salerno”.

Avv. Fabio Repici

VISITA IL DOSSIER!

Genchi: ”Delegittimato per via D’Amelio”

Roma. “Il motivo della mia delegittimazione nasce dalle inchieste sui mandanti esterni della strage di via D’Amelio in cui morì il giudice Borsellino e gli agenti della sua scorta”. Lo afferma Gioacchino Genchi, il consulente dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, ai microfoni de La7. “Nell’inchiesta Why not, in cui ho collaborato con il procuratore De Magistris – aggiunge – ho ritrovato, senza volerlo, le stesse persone in cui mi ero imbattuto nelle indagini di Caltanissetta sui mandanti esterni di quella strage”. “Era tutto perfettamente legittimo. Sono stato sempre autorizzato ad accedere all’anagrafe tributaria, per identificare le persone coinvolte nelle inchieste. Non avevo una password unica, ne ottenevo una per ciascuna indagine, su richiesta delle procure che mi assegnavano gli incarichi”. Lo dice Gioacchino Genchi commentando l’ordine di perquisizione della procura di Roma. “Mi contestano – afferma Genchi – anche l’abuso d’ufficio, ma determinanti sono questi presunti accessi abusivi che sarebbero avvenuti nel corso delle indagini, coordinate dalla procura di Marsala, coordinata dal dottor Alberto Di Pisa. Ecco perché dico che hanno gettato la maschera e sono venuti allo scoperto. Non c’é più bisogno di indagare per capire perché si muovono così”. Il consulente sostiene che, nel corso delle sue verifiche sui tabulati, aveva ricostruito numerosi elementi e intrecci che coinvolgerebbero magistrati siciliani, giornalisti, agenzie di informazione, uomini politici impegnati in un tentativo di depistaggio e di creazione di ostacoli nelle inchieste calabresi del pm Luigi De Magistris. ANSA

“La verità su mio fratello”

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1168:la-verita-su-mio-fratello&catid=2:editoriali&Itemid=4

Scritto da Salvatore Borsellino

Accetto volentieri l’invito del direttore Gianfranco Criscenti a scrivere su L’Isola e l’Alcamese perché per me, che dalla Sicilia sono andato via da quaranta anni ma che la Sicilia porto sempre nel cuore, è quasi una maniera di tornare in qualche modo nella mia terra.
Ci sono poi altri ricordi che mi legano a Trapani e alla sua provincia. Quello di un mio zio, Costantino Lepanto, che a Trapani esercitava la professione di medico e che nel suo mare trovò la morte per salvare una bambino che stava per annegare, episodio per cui fu insignito della medaglia d’argento al valor civile. E poi soprattutto il periodo durante i quale Paolo fu a capo della Procura di Marsala e durante il quale, se fosse stato portato a termine il piano preparato da Francesco Messina Denaro, che prevedeva un agguato a Paolo effettuato nel tragitto verso Palermo con un fucile di precisione imbracciato da Vincenzo Calcara, Paolo avrebbe dovuto incontrare quella morte che incontrò poi invece nella strage di Via D’Amelio.
No a Sgarbi – Non sempre gli inviti che mi giungono dalla Sicilia mi sono egualmente graditi: qualche tempo fa ne avevo ricevuto un altro, in questo caso da Salemi. Il sindaco di quella cittadina, lo show-man, critico d’arte nei ritagli di tempo, Vittorio Sgarbi mi invitava, per bocca di un suo assessore – il quale, giustamente, sembrava piuttosto imbarazzato nel farmi la proposta – alla presentazione del libro di Lino Jannuzzi “Lo sbirro e lo Stato” su Bruno Contrada. Fiutando una trappola, visto che le mie posizioni su Bruno Contrada sono ben note, rifiutai dicendo che, anche se potevo avere una certa stima di Vittorio Sgarbi come critico d’arte, non ce l’avevo invece per tutto il resto della sua attività di provocatore televisivo e per le sue dichiarazioni nei confronti dei magistrati, in particolare di Giancarlo Caselli che ha sempre gratificato dei peggiori epiteti. In ogni caso non avrei potuto partecipare ad un incontro dove fosse presente Jannuzzi per il quale ho una profonda disistima – peraltro, mi risulta, abbondantemente ricambiata – dato che lo reputo iscritto a libro paga di quegli stessi ‘servizi’ dai quali, a mio avviso, è stata organizzata la strage di Via D’Amelio.
Lipera e “Sicilia Libera” – Credevo che tutto finisse qui ma ho saputo poi, per la testimonianza di un lettore del mio sito che era stato presente all’incontro, che la trappola era stata preparata ancora meglio: erano presenti infatti anche l’avvocato di Contrada, Giuseppe Lipera, con il quale ho avuto più di uno scontro per via telematica, e soprattutto Marcello Dell’Utri, un criminale, almeno secondo il processo di primo grado nel quale è stato condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, quel reato che ha permesso di mandare a marcire in galera tanti collusi con la criminalità organizzata e che quindi in tanti, forse perché passibili delle stesse condanne, vorrebbero abolire. Per inciso, è bene sapere che, stando ad atti ufficiali, l’avvocato Lipera risulta tra i fondatori di “Sicilia Libera”, il movimento-partito presente anche a Trapani costituito per volere di Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca nell’ambito di un progetto politico di tipo indipendentista e secessionista che la mafia stava coltivando prima del 92 nel tentativo di cavalcare il fenomeno della Lega Nord.
La trappola, dunque, era senz’altro ben congegnata, per cui lascio immaginare ai lettori quale avrebbe potuto essere la mia reazione nel trovarmi davanti a certi personaggi.
I fan dei boss – L’argomento sul quale mi vorrei soffermare approfittando dello spazio concessomi riguarda l’ultima notizia da Facebook, un network di comunicazione tra utenti utilizzabile su Internet che ha avuto in Italia una incredibile diffusione con un tasso di crescita superiore a quello di ogni altro paese: la nascita, dopo i gruppi inneggianti a Riina, Provenzano e Matteo Messina Denaro, anche di un gruppo denominato “Bruno Contrada Libero” al quale hanno già aderito centinaia di utenti e che ha come obiettivo dichiarato quello di «chiedere la libertà piena per raggiunti limiti di età e la volontà di evidenziare una sentenza che condanna un uomo per un reato che non è stato introdotto dal legislatore». Altro obiettivo dichiarato del gruppo è quello di «eliminare la confusione nata attorno ad affermazioni di Salvatore Borsellino, che dei gruppi in Facebook fa di tutta l’erba un fascio, mescolando sostenitori di Totò Riina con persone perbene. Ciò solo perché queste ultime non condividono il suo giudizio riguardo l’ex funzionario».
Il reato che non sarebbe stato introdotto dal legislatore è quello di “concorso esterno in associazione mafiosa” cioè quel comportamento delittuoso per cui una persona pur non facendo parte dell’associazione criminale pur tuttavia la facilita: lo stesso reato per il quale anche il senatore Marcello Dell’Utri è stato condannato in primo grado. Questo basterebbe già a spiegare l’attuale accanimento del capo del governo contro questo tipo di reato del quale ha più volte promesso l’abolizione.
Il concorso esterno – In effetti, in passato, l’argomento è stato oggetto di controversie da parte di alcune correnti giurisprudenziali che ne escludevano la configurabilità, ma la controversia è stata poi risolta in quanto oggetto di una pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, la quale ha stabilito che il concorso esterno del delitto associativo riguarda «quei soggetti che sebbene non facciano parte del sodalizio criminoso, forniscono, sia pure mediante un solo intervento, un contributo all’ente delittuoso tale da consentire all’associazione di mantenersi in vita, anche limitatamente ad un determinato settore, onde poter conseguire i propri scopi» (Cass. Sezione Unite Penali, 5 ottobre 1994). Cioè esattamente il reato per cui è stato condannato in via definitiva Bruno Contrada con l’aggravante che, nel suo caso, non di un solo intervento si è trattato ma di un comportamento reiterato nel tempo come l’escussione di un gran numero di testi, e non soltanto di “pentiti” come falsamente viene sostenuto, ha potuto dimostrare nel corso del dibattimento in più gradi processuali. Si tratta in altre parole di quella “contiguità” di cui parlava Paolo quando sognava «quel fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo della indifferenza, del compromesso morale, della contiguità e quindi della complicità».
Forse sarebbe bene non dimenticare che la figura giuridica del reato di concorso esterno in associazione mafiosa nacque e fu ampiamente utilizzata nei maxprocessi istruiti dal pool di cui facevano parte Falcone e Borsellino e fu grazie ad esso che poterono essere promulgate decine e decine di condanne nei confronti dei fiancheggiatori delle cosche mafiose, fiancheggiatori che oggi a quanto pare, forse per ottemperare a qualche punto della scellerata “trattativa” tra mafia e Stato per cui fu ucciso Paolo Borsellino, si vogliono rimettere in libertà tramite la revisione dei relativi processi.
Regia unica? – La sincronicità, o meglio la consequenzialità tra la nascita dei gruppi a favore dei capi delle cosche e la nascita del gruppo a favore di Contrada rafforza la mia ipotesi che la centrale di disinformazione che difende mafiosi e collaboratori dei mafiosi sia in realtà unica e che non di gruppi spontanei si tratti ma di vere e proprie agenzie che si servono di una variante dei “troll”, un fenomeno ben conosciuto tra i frequentatori della rete che, noti come semplici disturbatori delle comunità virtuali, si sono in questo caso evoluti e vengono utilizzati, magari stipendiati all’uopo, come veri e propri agenti provocatori e diffusori di una disinformazione mirata.
Che poi ci sia un gran numero di menti deboli che si lascia trascinare da questi meccanismi o un limitato numero di menti perverse che li animano e li guidano non contraddice la mia ipotesi, in verità vagliata anche dalla magistratura. Solo in questo modo criminali come Riina, Provenzano e Messina Denaro, peraltro già mitizzati tramite le deleterie fiction distribuite sulle reti di informazione di massa, possono essere applauditi come eroi e traditori dello Stato come Bruno Contrada possono essere presentati come vittime e non come carnefici quali essi in realtà sono.
Il primo esempio – Per quanto riguarda l’adulazione dei boss non posso fare a meno di aggiungere un particolare da non dimenticare perché probabilmente è stato ritenuto un esempio da seguire da parte dei fan: sono stati l’attuale capo del governo e il suo amico Dell’Utri i primi a definire “vittima” ed “eroe” un bestiale assassino come Vittorio Mangano. E, guarda caso, in piena campagna elettorale. «Con Dell´Utri e Berlusconi sembravamo quasi parenti» aveva del resto dichiarato una volta lo stesso Mangano.
Su Bruno Contrada, invece, non voglio aggiungere altro a quanto ho più volte detto in svariate occasioni e in diversi contesti, per me non è altro che un criminale condannato con sentenza definitiva per uno dei reati che considero più grave per un funzionario dello Stato, cioè la collaborazione con il nemico di quello stesso Stato a cui , nell’assumere le proprie funzioni, si è prestato giuramento, reato moralmente più grave quindi della stessa associazione mafiosa, di chi cioè milita e delinque, senza nascondersi sotto i panni di difensore dello Stato, dalla parte dell’antistato.
E a chi mi obietta che lo Stato è quello che io accuso di avere organizzato la strage di Via D’Amelio non posso fare altro che rispondere che lo Stato di cui io parlo è quello che per cui è morto Paolo Borsellino, quello nato dalla Resistenza, fondato sulla nostra Costituzione e costituito da tutti i tanti cittadini liberi e onesti che in questa idea di Stato credono e per cui tanti sono morti e sono pronti a morire, non nella squallida realtà del nostro Stato ormai infiltrato dalla criminalità organizzata fino ai più alti gradi delle istituzioni e nel quale distinguere tra Stato e antistato è ormai sempre più difficile.

Salvatore Borsellino

Approfondimento:
L’AVVOCATO DI CONTRADA FONDATORE DI “SICILIA LIBERA”,
PARTITO VOLUTO DA LEOLUCA BAGARELLA E GIOVANNI BRUSCA
Si trovava a Salemi in occasione della presentazione del libro di Lino Jannuzzi su Bruno Contrada
Nei primi anni Novanta – si legge nella relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia della passata legislatura – «si avvia una fase di intenso lavorio, da parte della mafia, per ricostruire, dopo l’azzeramento (dei vecchi partiti della prima Repubblica,ndr), un tessuto di relazioni politiche per fare politica in modo diverso. La mafia è un soggetto politico che fa politica con l’intimidazione, con le stragi, con le bombe e con gli omicidi: questo è il suo modo di fare politica. Viene così avviato un processo complesso di ricontrattazione dei rapporti di forza col mondo della politica. Una ricontrattazione dei rapporti che nasce dall’esigenza, come diceva Leoluca Bagarella, nel modo rozzo tipico di un uomo come Bagarella, di impedire ai politici di “prendere in giro” la mafia, perché non dovevano essere consentiti più “tradimenti” dai nuovi referenti. E secondo Bagarella, l’unico modo sicuro poteva essere quello di fare politica in prima persona: “dobbiamo fare in modo tale da essere noi ad entrare in politica, deve essere come se fossi io – disse Bagarella nel ’92-’93 – come se fossi io il Presidente della Regione Siciliana”, rompere la mediazione dei politici di professione».
«E’ da questa esigenza che sono nati certi progetti politici direttamente patrocinati da “cosa nostra”: vi sono stati addirittura dei partiti – è processualmente provato – costituiti da “cosa nostra”, come Sicilia Libera, il movimento indipendentista costituito per volere di Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca nell’ambito di un progetto politico di tipo indipendentista e secessionista che la mafia stava coltivando ancor prima del ’92, pensando di cavalcare il fenomeno della Lega Nord e perciò costituendo movimenti indipendentisti non solo in Sicilia, ma in tutto il Meridione d’Italia. Furono costituiti movimenti come Calabria Libera, Lucania Libera, Puglia Libera ecc., movimenti peraltro costituiti da soggetti legati in parte alla criminalità organizzata, in parte alla massoneria, in parte alla destra eversiva».
”Sicilia Libera” – scrive il giudice Luca Tescaroli nel libro “Perché è stato ucciso Giovanni Falcone”, Rubettino editore – «veniva fondata il 28 ottobre 1993, a Catania, da Antonino Strano, poi divenuto Assessore regionale di A.N. per il Turismo e lo Sport, nonché dall’avv. Giuseppe Lipera e da Gaspare Di Paola, dirigente del gruppo imprenditoriale riconducibile ai fratelli Costanzo».
«Ma – prosegue la relazione dell’Antimafia – anche questo progetto fallì, anche perché esso sarebbe dovuto passare attraverso una sorta di golpe, idea che non ebbe sufficiente seguito all’interno dell’organizzazione criminale. Si scelse allora un’altra opzione, più cara a Bernardo Provenzano, nuovo “capo dei capi” dopo l’arresto di Riina nel gennaio 1993, più vicina alla tradizione della mafia, un’opzione strategica di rinuncia allo stragismo in favore di una strategia della tregua, della pacificazione, per rendersi meno visibile e non richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, e quindi senza omicidi eclatanti, senza stragi, senza bombe, cercando anzi il dialogo e la trattativa per ripristinare un rapporto con la politica di convergenza di interessi e non di contrapposizione o di braccio di ferro armato».
Di certo si sa che “Sicilia Libera” fu sciolta quando nacque Forza Italia con il contributo determinante di Marcello Dell’Utri, prima interessato a quel movimento autonomista.

“L’ISOLA” e “L’ALCAMESE”, periodici della provincia di Trapani, diretti da Gianfranco Criscenti – ANTIMAFIA: INIZIA LA COLLABORAZIONE DI SALVATORE BORSELLINO CON LE NOSTRE TESTATE.

Radio Mafiopoli: Intervista a Salvatore Borsellino, di Giulio Cavalli

http://www.radiomafiopoli.org/?p=466

Salvatore Borsellino è uno di quei fiori rari di memoria attiva, di quelli per cui una perdita è soprattutto il dovere di un inizio. Lo incontro che è mattina già matura, nel suo ufficio, dove sorridono in foto suo fratello Paolo insieme a Giovanni Falcone.

– Salvatore, in uno stato civile i famigliari delle vittime che sono morte per servire lo stato non dovrebbero avere l’obbligo e l’emergenza di continuare a lottare ma dovrebbero avere il diritto semplicemente di preservarne la memoria. Invece questo con tuo fratello Paolo Borsellino non è successo…

– Non è successo anche perché, purtroppo, quello che si tenta di fare in Italia è di limitare la commemorazione di Paolo, facendola diventare proprio commemorazione, cioè pensando a Paolo come una persona morta. Invece la verità è tutt’altra: io vado tanto in giro in Italia e mi accorgo che la figura di Paolo è una figura ancora estremamente attuale, una figura estremamente viva. La gente la sente proprio come qualcosa che gli manca e che vorrebbe. E allora noi ci siamo dovuti prendere questo compito soprattutto per un fatto: per il fatto che di quella strage non è stata fatta giustizia, cioè non si sa ancora nulla, i processi vengono bloccati e le indagini su alcuni punti chiave come quello dell’agenda rossa [l’agenda su cui Paolo Borsellino segnava gli sviluppi e le ipotesi sulle sue indagini, misteriosamente sparita dalla borsa del giudice prelevata subito dopo l’attentato di via D’Amelio ndr]o del Castello Utveggio non vanno avanti. E c’è proprio un patto a qualche livello che sancisce che queste cose devono essere dimenticate dall’opinione pubblica. Di queste cose non si deve parlare, le deve coprire il silenzio. A fronte di questo atteggiamento è nostro dovere, dei famigliari di Paolo, cercare di tenere viva nelle persone la memoria che qualcuno invece cerca di occultare.

– Secondo te, perché c’è questa sonnolenza di gran parte della società civile, per cui ogni tanto, anche andando in giro parlandone, facendo incontri, ci si accorge che, inconsciamente, la gente sembra che dia per chiuso o per risolto il problema dei colpevoli della morte di Paolo?

– Perché quello che è stato fatto è proprio cercare di fare passare l’assassinio di Paolo e di quei ragazzi che sono morti in via D’Amelio come una strage di mafia. E purtroppo credo che a livello di opinione pubblica si sia abbastanza riusciti in questo intento. Hanno messo in galera un po’ di persone – tra l’altro condannate per altri motivi e per altre stragi – e in questa maniera ritengono di avere messo una pietra tombale sull’argomento. Devo dire che purtroppo una buona parte dell’opinione pubblica, cioè quella parte che assume le proprie informazioni semplicemente dai canali di massa – televisione e giornali – è caduta in questa chiamiamola “trappola” ed è stata, potremmo dire, partecipe inconsapevole di questo disegno. Quello che noi invece cerchiamo in tutti i modi di far capire alla gente – e un certo numero di persone, cioè quelle che assumono informazioni anche dai libri e dalla rete, questa cosa la capiscono sicuramente e c’è anche una forte attività sul voler dire la verità – è che questa è una strage di stato, nient’altro che una strage di stato. E vogliamo far capire anche che esiste un disegno ben preciso che non fa andare avanti certe indagini, non fa andare avanti questi processi, che mira a coprire di oblio agli occhi dell’opinione pubblica questa verità, una verità tragica perché mina i fondamenti di questa nostra repubblica. Oggi questa nostra seconda repubblica è una diretta conseguenza delle stragi del ‘92.

– Al di là degli esiti processuali (che in realtà non ci sono nemmeno poiché qui si procede per archiviazione) ci sono degli elementi incontrovertibili che fanno credere che ci sia una relazione tra la strage di via d’Amelio e una certa parte di Stato in quel tempo?

– È vero che si procede per archiviazione, ma la gente si dovrebbe rendere conto che archiviazione non vuol dire che una persona o delle persone sono state assolte, ma semplicemente che le indagini non hanno potuto nei tempi necessari arrivare al punto in cui avrebbero dovuto arrivare. E se la gente si andasse a leggere tutti i procedimenti di archiviazione, per esempio di Caltanissetta, che tra l’altro spesso sono archiviazioni magari forzate dal capo della procura – come per esempio nel caso dei Tescaroli come ben si legge nel recente libro “I colletti sporchi” di Tescaroli e di Ferruccio Pinotti – si capirebbe che l’archiviazione non è un’assoluzione e nemmeno significa che le indagini ad un certo punto si sono fermate perché non c’erano elementi. Spesso gli elementi ci sono ma non hanno potuto essere sviluppati a sufficienza oppure addirittura qualcuno ha fatto sì che il processo ad un certo punto venisse bloccato. Quindi gli elementi ci sono sicuramente: basta andare per esempio a leggere negli atti del Processo ‘Borsellino Bis’ la relazione di Gioacchino Genchi quando scrive quale può essere stato l’unico punto da cui può essere stato attivato il telecomando che ha fatto esplodere l’esplosivo preparato in via D’Amelio, basta andare a vedere – sempre nella stessa relazione – quali telefonate sono partite in un senso e nell’altro da Castel Utveggio verso numeri intestati a componenti dei Servizi Segreti, per capire come gli elementi ci sono e sono fortissimi. Basta andare a vedere le fotografie dell’Arcangioli [colonnello dei carabinieri ndr ] che si allontana dalla macchina esplosa con la borsa dell’agenda rossa in mano e chiedere come davanti ad una prova incontrovertibile come questa le indagini siano state nuovamente bloccate per capire come sia evidente come non è che non ci siano elementi sui quali avviare dei procedimenti, ma c’è la precisa volontà di bloccarli nel momento in cui arrivano a toccare certi fili che non devono essere toccati, quando arrivano a certe persone che sono – adesso anche per legge dello Stato, anche se è una legge incostituzionale – intoccabili.

– Ho letto quello che hai scritto sul procedimento di archiviazione legato alla vicenda della sottrazione della borsa e mi sono chiesto qual è stata la tua sensazione da famigliare nel vedere la borsa contenente la famosa agenda rossa (una delle memorie più importanti di Paolo) in mano ad una persona che nella fotografia è ritratta con piglio molto sicuro in una situazione assolutamente tragica, in mezzo a cadaveri, con tutto quello che stava succedendo in quel momento: ti ha scoraggiato o ti ha dato nuova linfa per continuare a pretendere la verità?

– In un primo tempo – l’ho anche scritto sul mio sito – è stata di scoraggiamento. Addirittura, scrissi: “non so se riuscirò a resistere a questo ulteriore colpo”. Poi purtroppo mi sono accorto di non potermi permettere questi atteggiamenti, anche se momentanei, perché la gente che mi segue e che segue la mia lotta è rimasta un po’ smarrita rispetto a questa mia affermazione e ha pensato che allora non ci fosse più niente da fare. Io mi sono ripreso immediatamente e ho preso anzi da questa vicenda ulteriore linfa come faccio da sempre. Ormai mi sono imposto un’operazione mentale quasi cosciente: a fronte di questi scoraggiamenti ne adopero i motivi per buttarli dentro la fornace e far sì che producano ulteriore rabbia. Ed è quello che mi è successo anche in questo caso: a fronte di questo ennesimo insabbiamento addirittura in questo caso di una prova assolutamente evidente. Prima tu dicevi che basta guardare la fotografia per vedere con che faccia sicura si muove. È proprio questo che mi fa rabbia, che mi ha provocato prima scoraggiamento e adesso ha aumentato la mia rabbia: l’ambiente in cui si trovava e il fatto che l’Arcangioli si muovesse calpestando cadaveri, camminando in mezzo a pozzanghere di sangue. Questo al contrario è stato adoperato nella sentenza di archiviazione del GUP proprio per giustificare il fatto che si assolveva l’Arcangioli che ha giustificato le dieci versioni diverse sui suoi movimenti e sulle persone a cui avrebbe consegnato la borsa, dicendo proprio che era così sconvolto dall’aver dovuto calpestare pezzi degli agenti della scorta di Paolo e dello stesso Paolo, che in quella condizione non può ricordare. E io credo che basti che una qualsiasi persona guardi l’atteggiamento dell’ Arcangioli che si allontana con passo sicuro guardandosi intorno tranquillamente – forse per verificare se qualcuno lo stesse osservando – per capire che questa motivazione della sentenza è addirittura assurda e che in base a quella motivazione Arcangioli non può essere assolto e non si può bloccare il processo. Io questa motivazione – benché non l’accetto neanche da lui trattandosi di un magistrato – la posso accettare da Ayala, il quale dice di non ricordare se effettivamente quella borsa gli è stata consegnata e se l’ha presa o non l’ha presa. Ma Ayala era anche amico di Paolo e quindi aver dovuto – come ha detto lui – “scavalcare il troncone di Paolo” penso che possa avergli provocato uno shock. Arcangioli in quel caso, guardando le riprese, mi sembra una persona che sta compiendo un’operazione di guerra. In guerra di cadaveri se ne vedono e se ne calpestano, tant’è vero che Arcangioli sembra proprio che stia compiendo una missione che qualcuno gli ha affidato.

– Tornando su quell’appunto sull’agenda di Paolo in riferimento all. On. Mancino (secondo cui Paolo Borsellino sarebbe rimasto sconvolto da un incontro con Mancino proprio alcuni giorni prima dell’attentato), tu che idea ti sei fatto? Sapendo che lì è terreno minato…

– Di quell’incontro io ritengo che sia evidente – anche davanti alle giustificazioni puerili di Mancino – il fatto che ci sia stato e che in quell’incontro deve essere successo qualcosa di importante. Mancino adduce delle giustificazioni così puerili, che io chiamerei vergognose più che puerili, dicendo “io non conoscevo fisicamente Paolo Borsellino e quindi non posso ricordare se tra le altre mani che ho stretto ci fosse anche la sua”. Queste sono le frasi ignobili che adopera, come se la mano di Paolo Borsellino fosse una mano qualsiasi quando Paolo Borsellino in quei giorni era una persona della quale tutti erano sicuri che la morte fosse vicina. Che un ministro dell’interno possa non essersi interessato di chi era Paolo Borsellino e possa non aver visto neanche quel giudice che trasportava la bara di Falcone vestito della sua toga e che quindi possa affermare di non conoscerlo fisicamente è veramente una cosa che si può definire puerile, direi anche che si possa definire ignobile che un allora ministro della Repubblica parli in questa maniera nei confronti di un giudice come Paolo Borsellino. Anche le sue giustificazioni addotte tirando fuori quell’agendina in cui non c’è scritto assolutamente nulla per cercare con quella di contrastare l’agenda che io gli avevo presentato dove di pugno di Paolo c’è scritto “ore 19.30 Mancino”. A fronte di una testimonianza autografa di Paolo lui tira fuori da un cassetto un planning qualsiasi dicendo: ecco qui non c’è scritto l’appuntamento quindi io non ho avuto nessun appuntamento con Paolo. In quell’agendina non c’è scritto, e io l’ho vista molto velocemente nella ripresa televisiva, ma ci sono scritte tre righe in tre giorni diversi. Se quella è l’attività di un ministro della Repubblica, che si può concentrare in tre righe scritte in fondo all’agenda per un’intera settimana, penso che tutti devono capire che questa sia una giustificazione di una persona forse in difficoltà e che quindi cerca in qualche maniera di trovare delle prove. Io sono convinto, e tante cose me lo fanno pensare, che in quell’incontro a Paolo abbiano prospettato quella trattativa tra mafia e Stato che adesso sta emergendo in tutta la sua evidenza dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. E se ne sta parlando in quel processo nascosto che si sta svolgendo a Palermo, proprio sulla trattativa in cui sono imputati il colonnello Mori e tutti i componenti del Ros, che hanno portato avanti questa trattativa per conto dello Stato.

– Secondo te il fatto che dalle bombe si sia passati invece ad un’azione mafiosa fatta di decreti o di comunicazione “di distrazione” vuol dire che Loro hanno meno paura? si sentono più impuniti? o noi siamo meno efficaci nella nostra opera di pretesa di legalità e giustizia reale?

– Io penso che faccia parte tutto della stessa strategia, per cui da un lato la cupola mafiosa ha deciso di inabissarsi e quindi di essere meno evidente all’opinione pubblica per tornare allo status quo precedente agli anni Ottanta, quando c’era una connivenza tra stato e mafia che non balzava agli occhi, poi c’è stata la stagione stragista dei corleonesi e a questo punto si è ritornati – ed è stata una scelta ben precisa – alla situazione precedente. In più le persone che oggi detengono il potere sono molto esperte dal punto di vista della comunicazione e dell’impatto sulle persone, perché sono dei maestri a gestire la loro immagine attraverso gli organi di comunicazione che tra l’altro hanno in mano. Sono dei maestri a gestire l’impatto sull’opinione pubblica. La strategia ben precisa è stata – a fronte del fatto che la reazione della coscienza civile rispetto alle stragi di Capaci o di via D’Amelio e a fronte dell’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di tutte le altre innumerevoli stragi di Stato che l’hanno preceduta è tale da costringere lo Stato a simulare una reazione e da rendere necessario il prendere, almeno di fronte all’opinione pubblica, dei provvedimenti che poi a poco a poco nei tempi successivi vengono rimangiati – quella di non adoperare più il tritolo per eliminare i giudici ma di eliminarli in maniera ancora peggiore come è stato fatto con De Magistris e come è stato fatto con la Forleo e con Apicella. Proprio perché questo tipo di azione comporta in ogni caso la messa a tacere, l’eliminazione di quella persona che deve essere eliminata. Però non provoca per contro quella reazione dell’opinione pubblica che costringe lo stato a simulare una reazione nei confronti della criminalità organizzata, visto che in effetti una reazione autonoma e una lotta autonoma dello stato nei confronti della criminalità organizzata in Italia possiamo dire a voce alta che non c’è mai stata.

– Ti faccio una domanda un po’ scomoda. Falcone diceva che “per combattere la mafia serve non l’impegno straordinario di pochi ma l’impegno ordinario di tutti”. Questo fronte comune dell’antimafia sembra impossibile da realizzare: l’antimafia diventa in qualche caso uno strumento politico, magari per un’opposizione che manca di altri contenuti, e comunque sconta al suo interno alcuni dissapori per questa presunzione di qualcuno di essere il detentore unico dell’antimafia . Tu hai trovato, hai vissuto dinamiche di questo tipo? credi che ci possa essere un momento per cui l’urgenza riesca veramente ad unire tutti?

– Io non so perché mi dici che è una domanda scomoda: questo è quello che io ho sempre pensato. Il fatto è che nelle organizzazioni antimafia da un lato si insinua della gente che cerca di sfruttare questo filone anche per le proprie mire personali e dall’altro ci sono delle vere e proprie infiltrazioni nell’organizzazione antimafia di gente che arriva esattamente dall’altro lato. Faccio l’esempio del consigliere di Francesco Messina Denaro – il signor Vaccarino – che nonostante sia stato condannato a nove anni per traffico di droga sta cercando di rifarsi una verginità e addirittura di infiltrarsi, di porsi come una persona che fa parte di organismi antimafia e che promuove delle organizzazioni antimafia. Questa persona l’ho addirittura querelata perché ha cercato di infangare la memoria di mio fratello dicendo addirittura che Paolo si era presentato in carcere tre giorni prima di morire dicendo che su di lui si era sbagliato e che quindi l’avrebbe fatto mettere in libertà, cosa assolutamente assurda per un giudice come Paolo fare un’azione del genere, tant’è vero che poi ho cercato di documentarmi andando a cercare proprio nell’unica sua agenda che ci è rimasta, l’agenda grigia, e ho visto come nei movimenti di Paolo in quei giorni non sia assolutamente menzionata una visita alle carceri dove era detenuto questo personaggio. In più io ritengo che ci siano delle organizzazioni antimafia di grandi dimensioni e, io non ho paura di parlare, faccio riferimento a Libera, che potrebbero fare molto di più. Libera si presenta come l’associazione di tutte le associazioni antimafia. Io dico: non sono neanche stato invitato l’anno scorso a Bari alla manifestazione nazionale antimafia. Probabilmente non ci sarei andato proprio perché quando queste organizzazioni assumono queste dimensioni forse non fanno abbastanza attenzione a guardare chi viene invitato e se le persone invitate sono degne di stare lì dove si manifesta contro la mafia. Le posizioni che assumo da un po’ di tempo necessariamente devono andare non contro le istituzioni, ma contro chi le occupa, perché io ritengo che il più grosso vilipendio alle istituzioni sia il fatto che certe persone non degne di occupare quelle istituzioni, le occupano. Allora il fatto che io debba necessariamente, per forza di cose, per quelle che sono le mie convinzioni sulla strage del ‘92, andare ad attaccare delle persone che occupano le istituzioni viene visto da certe organizzazioni come qualche cosa di dirompente, qualcosa che non può essere mostrato. E di conseguenza io non sono stato invitato a quella manifestazione ed è successo un caso quest’anno quando dopo essere stato invitato a Crema – non mi ricordo se Crema o Cremona – a parlare nell’ambito della Carovana Antimafia è arrivato il volantino senza il mio nome. Probabilmente perché non ero abbastanza presentabile, proprio per questo mio atteggiamento. Io credo che queste cose fanno veramente pensare: forse ad un certo punto le organizzazioni antimafia quando crescono troppo devono salvaguardare certi equilibri e io queste cose le ho dette anche recentemente ad un incontro che ho avuto con Nando Dalla Chiesa, e l’ho detto in maniera franca. Io mi aspetterei da Libera che assuma certi atteggiamenti molto più forti in certe situazioni a fronte di certi fatti che accadono in Italia, invece siamo sempre i soliti: io, Sonia Alfano, Benny Calasanzio, l’organizzazione Dei Georgofili, che assumono atteggiamenti netti e decisi. Non voglio dimenticare anche mia sorella, tant’è vero che non mi risulta che mia sorella attualmente sia in rapporti idilliaci con Libera.

– Non ti capita mai di sentirti solo in questa battaglia?

– Ma io, probabilmente per il fatto che vado tanto in giro e incontro tanti giovani e tante persone che della lotta alla mafia hanno fatto un loro impegno ben preciso e costante – e io vengo invitato in tutta Italia non sicuramente dalle istituzioni ma da gruppi autonomi di ragazzi, da ragazzi dei licei, ragazzi delle scuole, dai meet up di Grillo – mi sento meno solo, cosa che forse se non avessi questi incontri costanti con questo tipo di persone probabilmente mi potrebbe succedere.

– Quale potrebbe essere il consiglio che ti sentiresti di dare alla gente che vive di televisione , alla gente che ogni 19 luglio prova una commozione autentica nel vedere al TG, se lo faranno quest’anno, il servizio sulla morte di Paolo? Qual è lo scatto che manca per avere veramente una nuova partigianeria, nel senso di prendere in modo deciso e netto e intellettualmente onesto una parte?

– Guarda, quando faccio questi incontri con i giovani e anche con gli adulti alla fine qualcuno mi viene a dire: “mi sono commosso”. Io forse in maniera troppo brusca gli dico che se si è commosso allora io non sono riuscito a fare quello che intendevo fare. Perché io in questi incontri con la gente intendo far indignare le persone, intendo fargli suscitare una rabbia contro quello che è lo stato del nostro paese. Quello che invece qualcun altro vuole fare è proprio di limitare le memorie di Paolo alla commozione una tantum in occasione delle cerimonie di commemorazione o altro. Questo è quello contro cui mi ribello, questa è una ben precisa strategia e proprio a fronte di questo io ho organizzato questa manifestazione quest’anno in via D’Amelio il 19 luglio per impedire che la gente vada lì a commuoversi, per impedire che i soliti avvoltoi vengano lì a celebrare la morte di Paolo Borsellino. Il consiglio che posso dare alla gente è quello di spegnere la televisione e di non leggere i giornali e invece di informarsi in maniera autonoma come infatti per fortuna fanno oggi tanti giovani. È vero che esiste anche la massa di giovani che guarda il Grande Fratello e purtroppo questo mi viene detto da quei giovani impegnati che incontro, dicono di sentirsi certe volte un po’ isolati perché cercano di diffondere queste cose e si sentono rispondere: “no guarda che devo registrare il Grande Fratello”. Purtroppo è vero che questo problema esiste, però io dico che nelle nuove generazioni soprattutto c’è una tendenza a non accettare questa informazione così come viene propinata per cercare di addormentare l’opinione pubblica, per addormentare le menti, e a cercare invece di informarsi direttamente. Il consiglio che posso dare alla gente è proprio questo: leggere, leggere il più possibile, informarsi in maniera autonoma e quindi in questa maniera conoscere quella che è la verità. Poi certe cose verranno autonomamente, verranno come diretta conseguenza del fatto che la gente sa, che la gente conosce. Io mi accorgo che c’è una grossa ignoranza in giro, c’è la strategia di fare dimenticare, addirittura di cancellare le nostre memorie, che è quello che viene fatto: si cerca di cancellare la memoria della Resistenza, si cerca di cancellare la stessa Costituzione o per lo meno di stravolgerla. La strategia, purtroppo, è una strategia che sta dando i suoi frutti e che in questo momento purtroppo è vincente. Bisogna incitare la gente a reagire a questa strategia, a non perdere la propria memoria, a informarsi. Quando vado in giro a parlare oggi di agenda rossa e di Castel Utveggio spesso la gente rimane stupita. Mi confessa di non conoscere assolutamente queste cose. Se la gente conoscesse che cosa c’è dietro la strage del ‘92 forse reagirebbe in maniera diversa. E forse oggi non saremmo nel terribile stato in cui siamo.

– Ma tu sei ottimista?

– Io non mi posso definire ottimista, nel senso che se non altro penso che della mia lotta per la giustizia e per la verità credo che non riuscirò a vedere i risultati. Io credo che me ne andrò da questo mondo ancora continuando a lottare, e lo farò fino all’ultimo giorno, per la verità e per la giustizia. Ma credo che non riuscirò a vedere i risultati di questa mia piccola lotta che spero non sia solo mia. Però se continuo a farlo vuol dire che credo – e lo credo fermamente – che le nuove generazioni, le generazioni che verranno, riusciranno a sentire quel fresco profumo di libertà di cui Paolo parlava e per cui Paolo è morto.

Intervento di Salvatore Borsellino – Palermo 7 marzo 2009

Scritto da Salvatore Borsellino

“Io devo innanzitutto contestare una cosa, cioé che l´informazione in Italia faccia effettivamente informazione. Sicuramente delle informazioni ci sono, ma io mi chiedo perché io trovo su tutti i giornali pagine e pagine sul processo alla Franzoni, resoconti sul processo Meredith, su questo tipo di processi che colpiscono l´opinione pubblica. Non trovo invece sui giornali altri processi che si svolgono in questo momento e di cui invece non si sa assolutamente nulla.

Io mi chiedo perché per trovare certe notizie devo leggere il libro (“Colletti sporchi”, ndr) di Luca Tescaroli e per fortuna che questo libro esiste. Peró purtroppo lo leggeranno solo centomila o duecentomila persone e gli altri quaranta milioni di persone queste cose non le sapranno. Mi succede quando vado in giro per l´Italia di parlare di ALFA e BETA e la gente non sa chi sono nonostante esistano dei processi in cui di ALFA e BETA o AUTORE UNO ed AUTORE DUE si é parlato. Quando adopero queste sigle la gente non li riconosce e non sa a chi si riferiscono nonostante ci siano delle sentenze di archiviazione nelle quali a proposito di ALFA, cioé del nostro presidente del consiglio, si é accertato quelli che sono stati i suoi contatti con la criminalitá organizzata e la mafia.
Sono quei contatti e quei rapporti che poi hanno portato alle stragi del ´92 ed hanno fatto sí che i colletti citati in questo libro, “Colletti sporchi”, siano sporchi di sangue: non sono sporchi soltanti di economia e finanza, sono sporchi di sangue. Oggi noi viviamo in una Repubblica che é la diretta conseguenza delle stragi del ´92 che sono state funzionali a quello che é oggi l´equilibrio politico in Italia. Questa é purtroppo la triste realtá.

Io prima leggevo La Repubblica ed adesso non riesco piú a leggerla perché se compro il Corriere della Sera o La Repubblica – non dico addirittura Il Foglio – mi sembra di leggere sempre lo stesso giornale. Certe notizie vengono occultate e proprio non le si trova. La Repubblica ha una parte a Palermo in cui si parla effettivamente di criminalitá organizzata. Se compro quello stesso giornale a Milano di quelle cose non parla assolutamente. Dei processi che sono in corso in Sicilia di cui si trova nei resoconti della redazione palermitana non si trova traccia nei resoconti della redazione nazionale. Forse che la criminalitá organizzata é una cosa che interessa solo la Sicilia? Forse viviamo ancora in questa illusione che interessa la Sicilia e basta quando c´é un paese vicino a Milano che viene chiamato “Platí due” perché ormai praticamente le famiglie delle ´Ndrine si sono trasferite in massa da quelle parti perché é lí che l´economia puó essere drogata ed é lí che si possono riciclare i capitali? Questa é una cosa che io non capisco.
Sembra quasi che siamo ritornati ai tempi del MINCULPOP in cui c´erano le veline con cui si distribuivano le cose che si dovevano stampare. Oggi c´é questa altra cosa che si chiama IL VELINO che spesso dá l´imbeccata agli altri giornali e che a sua volta é imbeccato dai servizi segreti italiani, quelli stessi servizi che avevano la loro base al castello Utveggio nel quale, e potrebbe essere provato se certi processi fossero andati avanti, esisteva la sede del SISDE e dal quale, io ne sono certo, é stato azionato il detonatore che provocó la strage di Via D´Amelio. Di altre cose non si legge.

Del cosiddetto “processo nascosto”, come ha dovuto chiamarlo Travaglio e che si sta svolgendo a Palermo, quanti in Italia ne sono a conoscenza? Il fatto che a Palermo si stanno processando l´allora colonnello Mori, l´allora capitano Obinu – ora saranno sicuramente generali entrambi, visto che fanno carriera le persone come il capitano Arcangioli che si occupano direttamente di certe cose – per quella ignobile e scellerata trattativa che é stata portata avanti ai tempi della strage di via D´Amelio e subito dopo la strage di Capaci. Perché di queste cose non si legge niente. Non so nelle pagine della redazione siciliana de La Repubblica ma io in Italia non trovo mai una riga su questo processo perché di questo processo non si deve parlare.
Non si deve sapere quello che sta dichiarando Massimo Ciancimino che ha fatto ritornare indietro l´orologio della trattativa che fino ad ora tutti credevano fosse partita dopo la strage di via D´Amelio e che invece é partita prima di quella strage e che probabilmente é stato uno dei momenti principali della strage di via D´Amelio. Tante cose non si leggono.

Io ha avuto, per parlare in termini leggeri, una querelle con Mancino a cui ho rinfacciato la sua perdita di memoria per il fatto che non ricorda di aver incontrato Paolo Borsellino il primo luglio del ´92 nelle stanze del Viminale. Le mie lettere a Mancino non sono state pubblicate da nessun giornale, neanche da La Repubblica, alla quale io le ho mandate ripetutamente. La smentita di Mancino a quello che io avevo detto é stata pubblicata su due pagine.
Lo stesso é successo ai tempi di Mastella quando nella vicenda de Magistris io appoggiavo de Magistris e mandavo lettere aperte che non venivano (pubblicate, ndr). La replica di Mastella compariva su due pagine. Io non sono sicuramente una voce tale da meritarmi delle pagine sui giornali che peró dovrebbero avere l´obiettivitá. Io ho mandato alla stessa La Repubblica una replica a Mancino dicendo che reclamavo il diritto di replica e questa lettera non é stata neanche pubblicata.

Purtroppo in Italia sta succedendo da anni qualcosa di terribile. Io qui sono un po´ fuori posto perché sono in mezzo ad attori della giustizia ed io sono semplicemente uno spettatore. Io sono un cittadino italiano – perché non voglio parlare come fratello di Paolo Borsellino – che chiede giustizia per quella strage e chiede che che su quella strage sia fatta giustizia. Chiedo che su quella strage si possano portare avanti dei processi. Chiedo che se un uomo é stato fotografato mentre aveva in mano una borsa e questa borsa conteneva sicuramente l´agenda rossa di Paolo – l´agenda rossa di Paolo é uno dei motivi per i quali quella strage é stata perpetrata e lo é stata in tale maniera e non sicuramente dai mafiosi – ci possa essere giustizia e ci possa essere almeno un processo su questo.
Invece questo processo viene negato ed é per questo che io pochi giorni fa ho parlato della morte della giustizia e del fatto che sulla giustizia é stata messa una pietra tombale. Si era quasi arrivati alla fase dibattimentale per quest´uomo che era stato ritratto con la borsa di Paolo in mano mentre sottraeva l´agenda rossa di Paolo, poi un GUP (Giudice per l´udienza prelimare, ndr) al tribunale di Caltanissetta ha assolto quell´uomo per non aver commesso il fatto perché quell´uomo si é giustificato per aver dato almeno dieci versioni diverse della sottrazione di quella borsa dicendo che era cosí sconvolto dall´aver dovuto camminare in mezzo alle pozzanghere di sangue ed in mezzo ai pezzi dei ragazzi di Paolo e di Paolo stesso da non poter ricordare quello che era successo.
Io ho visto venti, trenta, quaranta volte le riprese di quell´uomo con quella borsa e a me non sembra affatto un uomo sconvolto: cammina con passo sicuro e si allontana da quella macchina per andare a consegnare quella borsa e quell´agenda a chissá chi. Io non dico che il capitano Arcangioli abbia sottratto lui quella borsa, non lo posso dire, ma lo potrebbero dire i magistrati se si arrivasse alla fase dibattimentale di un processo. Invece alla fase dibattimentale di quel processo non si arriverá mai perché lo Stato non puó processare sè stesso. Questa é la veritá. Non si potrá mai arrivare ad avere giustizia. Io posso gridare quanto voglio la mia voglia e la mia sete di giustizia ma io non arriveró mai a veder fatta giustizia per quella strage perché quella non é stata una strage di mafia, quella é stata una strage di Stato. Di conseguenza se lo Stato non processerá se stesso su quella strage noi non sapremo mai la veritá.

Paolo andava spesso a parlare ai giovani, andava spesso a parlare nelle scuole e una cosa che diceva Paolo è che spesso la magistratura non può arrivare a condannare delle persone sospettate di delitti perché non riesce ad avere le prove però arriva molto vicina alla verità. Poi non esistono gli elementi processuali per poter arrivare in giudizio e per poter condannare quei criminali o quelle persone indagate. Però Paolo diceva che a questo punto dovrebbero essere, lui parlava dei politici, dovrebbero essere i partiti stessi che eliminano queste persone dalle loro liste, che dovrebbero fare sì che non possano arrivare al Parlamento, dovrebbero essere gli stessi partiti politici a fare pulizia. Oggi viviamo in un paese in cui sta succedendo assolutamente tutt’altro, oggi viviamo in un paese in cui non solo i partiti politici mettono in lista, ma mettono nelle prime posizioni della lista proprio quelle persone, le persone più ricattabili in maniera tale da potere poi esercitare il potere nella maniera più semplice.
A noi hanno tolto addirittura la possibilità di poter scegliere noi chi votare, noi veniamo trattati come degli analfabeti, noi non possiamo fare altro che mettere una croce sulla casella e poi qualcuno ha deciso chi deve andarci a governare, è questo il motivo per cui ALFA è diventato capo del governo e il suo compagno, quello per cui lui stesso ha detto – io ho visto poco tempo fa e rivedo, rivedo, rivedo altrettante volte queste cose, ho visto quando presentandolo alla televisione diceva: “senza quest’uomo Forza Italia non esisterebbe”. E quest’uomo è un uomo che è stato condannato a nove anni per contiguitá alla mafia anche se non so esattamente per quale reato sia stato condannato. So che è un criminale e come altri ben diciotto criminali siede nel nostro parlamento. Questa è la maniera in cui oggi i partiti fanno pulizia.

Io griderò fino all’ultimo giorno della mia vita la mia voglia di giustizia, la mia sete di giustizia. So che questa giustizia non riuscirò ad averla, però devo assistere purtroppo giorno per giorno ad altri assassinii di magistrati. Sono assassinii di magistrati senza sangue, sono assassinii di magistrati in cui il sangue non c’è e quindi la gente non si indigna. Ma voi credete che non siano dei veri e propri assassinii quelli con cui a Luigi de Magistris sono state sottratte le sue inchieste, quelli con cui il Procuratore capo della procura di Salerno è stato addirittura privato delle sue funzioni, dello stipendio e praticamente radiato dalla magistratura… non credete che siano degli assassinii questi?
E l’informazione come ha presentato questa vicenda? Io non ho letto un solo giornale in cui questa vicenda in cui un magistrato è stato assassinato, privato delle sue funzioni, non venisse presentata come una guerra tra procure. Se l’informazione vuole fare informazione deve dire cosa è veramente successo. E’ successo che una procura che legittimamente stava indagando su un’altra procura, che era la procura di Catanzaro, ha subito prima la rivolta da parte della procura di Catanzaro che ha disposto dei contro-sequestri nei confronti della procura (di Salerno, ndr) – cosa che legittimamente non poteva fare – e poi dal fatto che tutta l’informazione ha presentato questa vicenda tristissima della nostra giustizia come guerra tra procure, tristissima perché poi il Csm, che dovrebbe essere l’organo di autogoverno della magistratura e invece adesso non è diventato altro che un centro di potere dove si amministra tutt’altro che la Giustizia e tutt’altro che l’autogoverno della magistratura, ha preparato un plotone d’esecuzione col quale l’intera procura di Salerno è stata decimata.

Io vorrei che l’informazione parlasse in altra maniera della vicenda attuale di Gioacchino Genchi, il quale viene accusato dalla stampa nella sua totalità, tutta la stampa lo presenta in questa maniera, tranne qualche rara eccezione: l´uomo che ci spia, l´uomo che ci intercetta tutti, ci sorveglia, che ha degli archivi immensi nei quali mantiene i controlli su di noi. Gioacchino Genchi non ha mai fatto un´intercettazione, Gioacchino Genchi ha incrociato dei tabulati, ha usato quella che è la sua tecnica di poter tramite l’esame dei tabulati delle telefonate ricostruire certi contatti, certi percorsi e non fa nient’altro che questo e Gioacchino Genchi invece la stampa lo presenta oggi come il grande inquisitore, il grande occhio, il grande fratello.
Gioacchino Genchi è oggi la vittima designata del prossimo assassinio di Stato perché Gioacchino Genchi io ritengo che sarebbe l’unica persona in grado di, se si potesse andare avanti con queste indagini, come quella sul castello Utveggio, sul centro del SISDE che c’era al castello Utveggio, e sul centro di SVILUPPO ITALIA che c’era al castello Utveggio, sui contatti tra i membri di SVILUPPO ITALIA e le telefonate che partirono verso Scotto e verso altre persone, sarebbe l’unica persona in grado di dimostrare da dove sarebbe stato azionato il detonatore, come e chi è stato implicato in quella strage. E allora Gioacchino Genchi io ritengo che oggi, a parte la vicenda de Magistris, a parte l´inchiesta Why not del quale gli sono state sottratte anche in quel caso le indagini sia a lui che a de Magistris, io ritengo che sarebbe l’unica persona in grado di potere dimostrare certe cose ed é per questo oggi che si sta assassinando anche quest’altra persona e si sta cercando di renderlo innocuo. E questo la stampa non lo dice, anche in questo caso la stampa presenta tutto come i centri di potere in Italia, quella che è la vera mafia in Italia. Quanto alla sua domanda iniziale – se esiste una mafia senza mafiosi – se non esistesse una mafia senza mafiosi oggi forse io potrei finalmente piangere mio fratello, cosa che non mi posso permettere di fare perché mio fratello viene assassinato ancora, e giorno per giorno; forse se non esistesse una mafia senza mafiosi oggi forse potrei far valere la verità invece non l´abbiamo.”

“Lo Stato tuttora convive con la mafia, che si trova all’interno delle istituzioni”

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13594&Itemid=48:

“A Messina mi hanno negato l’uso dell’aula magna dell’università. Ma del resto sono considerato uno da tenere alla larga un sovversivo, solo perché chiedo di conoscere la verità “.
Lo ha detto Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo, intervenendo oggi ad un dibattito sulla mafia promosso all’università di Trapani. “Su via D’Amelio si sa ancora troppo poco – dice Salvatore Borsellino – non sappiamo ancora chi ha premuto quel pulsante. Così come non è ancora chiaro che fine abbia fatto l’agenda di Paolo. Mi hanno lasciato da solo, non mi danno spazio. Dicono che faccio arrabbiare la gente. Ma ben venga se la rabbia è costruttiva. Io la gente non la voglio fare arrabbiare ma indignare. Lo Stato non ha mai avuto la volontà di combattere la mafia. Lo Stato tuttora convive con la mafia, che si trova all’interno delle istituzioni”.

Colletti sporchi

Da antimafia 2000

Luca Tescaroli: “La linea di demarcazione tra Stato e mafia non è così netta”
“Non si riesce a risolvere il centenario problema della mafie – ha detto Tescaroli al termine della presentazione del suo libro “Colletti sporchi” – poiché la linea di demarcazione tra Stato e mafia non è così netta. Vi sono ampie aree di compenetrazione. Esiste un anello di congiunzione tra le due entità che è una delle cause fondamentali del perché oggi sussista questa realtà e questa convivenza. Si è cercato attraverso l’analisi di casi concreti di descrivere questo anello che è alla causa della situazione in cui ci troviamo oggi. Questi comportamenti infatti corrodono la democrazia, i rapporti sociali, il mondo del lavoro e la società stessa”.

Tescaroli: “I media strumento di attacchi servili per chi investiga vicende scomode”
“Oggi i media sono poco indipendenti e a volte si rendono strumento di attacchi servili a coloro che investigano vicende scomode”. Lo ha detto il sostituto procuratore della Procura di Roma Luca Tescaroli autore, assieme a Ferruccio Pinotti, del libro “Colletti sporchi”. “Questo nostro libro – ha continuato il magistrato durante la presentazione organizzata da ANTIMAFIADuemila a Palermo – vuole colmare questo gap tra fatti e informazione. L’informazione basata sulla verità è fondamentale. Questa è temuta dalla criminalità mafiosa perché consente di mantenere viva l’attenzione e la tensione e contribuisce a sgretolare il consenso sociale sul quale le strutture mafiose contano. Di qui l’importanza della società civile, dei cittadini che agiscono in modo organizzato, cosa che deve essere valorizzata”. “Il libro – ha aggiunto il magistrato – vuole cercare di rendere omaggio alle tante, troppe vittime di mafia e cercare di raccontare la forza di un cammino di legalità che nonostante le difficoltà va avanti. C’è una tenacia di valori di molti che lavorano all’interno dello Stato, molti appartenenti alle istituzioni e al mondo della società civile e al giornalismo, valori importanti per i quali continuare a lavorare e per dare conto dei risultati ottenuti”.

Borsellino: “Verità distorte su De Magistris e Genchi”
“L’informazione non ha presentato con obiettività alcuni casi importanti come quello di De Magistris o di Genchi – ha proseguito Salvatore Borsellino – E’ questo oggi lo strumento attraverso il quale avvengono gli “omicidi eccellenti”. Si procede con la delegittimazione che poi sfocia nella sospensione di tanti magistrati o investigatori onesti dalle proprie funzioni. Una morte civile a volte peggiore di quella fisica. Se oggi un tecnico come Genchi potesse svolgere le sue indagini potremmo forse intravedere la verità sulla strage di Stato in cui è morto Paolo”.

Di Matteo: E’ in atto il Piano di Rinascita della P2
“Nonostante noi magistrati dobbiamo attenerci al dovere del riserbo oggi siamo chiamati anche ad un dovere di denuncia e dobbiamo spiegare bene cosa sta accadendo”. E’ quanto ha dichiarato il sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo alla presentazione del libro “Colletti sporchi”, di Luca Tescaroli e Ferruccio Pinotti, organizzata da ANTIMAFIADuemila e in corso a Palermo. Io, ha detto, “voglio farlo in riferimento non ad una mia elucubrazione mentale ma ad un dato: nel 1982 – ha spiegato il magistrato – in un doppio fondo di una valigia di Maria Grazia Gelli (figlia di Licio Gelli) a Castiglion Fibocchi è stato trovato il Piano di Rinascita democratica, il manifesto fondamentale della Loggia massonica P2. Recentemente – ha proseguito – ho ripreso questo documento, mi sembrava che certi fantasmi fossero definitivamente scacciati e tramontati e mi sono reso conto che non è così”. In questi documenti, ha ricordato, vi era “una sommaria indicazione di obiettivi e l’elencazione di programmi a medio e lungo termine”. Tra cui quello di usare la Giustizia perché “fondamentale nel progetto di controllo dello Stato e della cosa pubblica”.
Leggendo il documento il magistrato ha ricordato testualmente: “Ordinamento giudiziario: unità del pm con gli altri magistrati; riforma del Csm che deve essere responsabile verso il Parlamento; riforma dell’ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati, imporre limiti di età per le funzioni di accusa ecc.. Tutti obiettivi alla ribalta – ha spiegato il pm – perno di riforme già attuate o in parte al vaglio della discussione parlamentare”. Alle quali si aggiungono “gli esami psicoattitudinali per i magistrati”, “la gerarchizzazione dell’ufficio del pm per cui solo il capo può decidere se va esercitata l’azione penale, ecc.”.
“Oggi – ha concluso – alla faccia della lotta alla mafia fa un certo effetto sentire il Procuratore di Caltanissetta Lari gridare che la situazione dell’organico della procura è disperata proprio mentre emergono ulteriori spunti importanti da approfondire sulle stragi”.

Borsellino: “Agenda Rossa, si celebri il processo ad Arcangioli”
“Chiedo giustizia come cittadino italiano – ha gridato Salvatore Borsellino – Chiedo che siano celebrati i processi come quello ad Arcangioli ripreso mentre portava via la valigetta di mio fratello che conteneva sicuramente l’ agenda rossa. Non si arriverà a processo perché con una sentenza si è deciso di chiudere questa vicenda e questo nonostante Arcangioli abbia dato almeno una decina di versioni diverse sui fatti di quel giorno”.
“Io non dico che lui sia l’unico responsabile – ha continuato il fratello del giudice – ma dovrebbe essere un dovere di questo Stato scandagliare la verità. Questo Stato invece mostra sempre più di non avere il coraggio di processare se stesso”.

Ingroia: “Chiedo alla società attenzione per la magistratura”
“Oggi viviamo una stagione difficile, per certi versi più difficile di quella che abbiamo vissuto all’epoca delle stragi. Allora la società mostrò una voglia di reazione forte, oggi invece è anestetizzata”. Lo ha detto il Procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia alla presentazione del libro “Colletti sporchi”, di Luca Tescaroli e Ferruccio Pinotti, organizzata da ANTIMAFIADuemila e in corso a Palermo. “Oggi i poteri di controllo magistratura e informazione sono sottoposti ad un assedio da quelli che non mi piace definire col nome dei poteri forti, ma comunque il potere con la P maiuscola, che ha stabilito una specie di soluzione finale”. “Oggi – ha proseguito il magistrato – siamo in una fase delicata”. “Molto dipende da come quella parte d’Italia che è all’opposizione riuscirà ad essere informata e ad agire in modo attivo”.
“A parte il doveroso riserbo – ha detto ancora Ingroia – si può dire che gli uffici giudiziari più impegnati hanno per le mani indagini di grande delicatezza. Si sono aperti infatti a distanza di tanti anni nuovi spiragli di verità sulla stagione stragista ‘92 e ‘93”. “La magistratura ha bisogno di attenzione – ha concluso il magistrato – non dico che ha bisogno di sostegno, ma nemmeno di diffidenza e scetticismo né di attacchi gratuiti”. “In questo senso mi sento di rivolgere alla parte migliore della società siciliana una richiesta di attenzione”.

Ingroia: “Si nasconde la storia della stagione stragista nella quale è nata la cosiddetta seconda repubblica”
“Nella sua storia il nostro Paese è stato condizionato dallo stragismo e dai delitti politici. Un Paese caratterizzato dall’irredimibilità della propria classe dirigente che mostra un’inclinazione a delinquere ed una grande capacità di auto-assolversi, tanto da riuscire a mettere in piedi processi legalizzanti delle stesse condotte illecite”. E’ quanto ha detto il Procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Antonio Ingroia, alla presentazione del libro “Colletti sporchi”.
“Nel libro di Tescaroli – ha proseguito il magistrato – è inserita la storia giudiziaria di questi anni. Vi sono anche alcuni inediti, vicende all’interno delle sedi giudiziarie che ci dimostrano come la verità su fatti che hanno condizionato l’evoluzione del nostro Paese sia stata ostacolata, seppellita ed insabbiata. E’ una storia scomoda da raccontare ed ancora una volta si sottrae il diritto della gente ad essere informata su quella stagione terribile nella quale è nata la cosiddetta seconda repubblica in cui abbiamo vissuto in questo ultimo ventennio”.

Di Matteo: La mafia è da sempre consapevole della centralità dei rapporti con i poteri forti
“Oggi i pentiti sono spinti a non parlare a causa degli attacchi e delle polemiche ai magistrati e agli investigatori che osano volare alto”, ha proseguito il sostituto procuratore Antonino Di Matteo alla presentazione del libro “Colletti Sporchi”, di Luca Tescaroli e Ferruccio Pinotti, organizzata da ANTIMAFIADuemila e in corso a Palermo. “Una mafia che è sempre stata consapevole della centralità dei rapporti col potere politico, delle istituzioni, dell’imprenditoria e del mondo delle professioni senza i quali diverrebbe un’organizzazione criminale come le altre, facilmente debellabile”. “Dall’altra parte invece a cosa assistiamo?” si è chiesto il magistrato. “Alla candidatura nei partiti politici di candidati collusi e già condannati”. Di Matteo ha inoltre sottolineato la mancanza di presa di posizione del “Consiglio dell’Ordine dei medici e degli avvocati nei confronti di loro iscritti già condannati oppure oggettivamente sorpresi a chiedere favori e raccomandazioni”. “Nessuno fa niente – ha detto – esiste soltanto l’azione penale”. “Si riempiono la bocca di belle parole e di belle intenzioni ma i fatti non sono susseguenti a quelle parole”. “Molti – ha concluso – continuano a mantenere rapporti di sistematico reciproco vantaggio”.

Di Matteo: “Vogliono trasformare il pm in un fedele e anonimo esecutore del potere”
“A 17 anni dalle stragi tanto è cambiato”. E’ l’analisi del sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo alla presentazione del libro “Colletti sporchi”, di Luca Tescaroli e Ferruccio Pinotti, organizzata da ANTIMAFIADuemila e in corso a Palermo. Oggi, ha dichiarato Di Matteo, “non viviamo più la magistratura e le istituzioni in cui eravamo convinti di entrare con grande entusiasmo”. Oggi, ha continuato, “vogliono controllare la giurisdizione, così come avvenne durante il periodo del fascismo, vogliono controllare gli uffici del pubblico ministero”. “E’ palese il tentativo di trasformare il pm in un fedele e anonimo esecutore del potere di turno”, mentre “è in discussione il principio della separazione effettiva dei poteri”. Per questo, ha concluso, “dobbiamo essere intellettualmente limpidi”, “riguarda le garanzie di tutti i cittadini”.

Di Matteo: “Le stragi non furono solo opera di Cosa Nostra
“E’ calata la sordina sui temi della lotta alla mafia non appena è stato investigato il livello dei mandanti esterni delle stragi”. Lo ha detto il sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo alla presentazione del libro “Colletti sporchi”, di Luca Tescaroli e Ferruccio Pinotti, organizzata da ANTIMAFIADuemila e in corso a Palermo. “Sentenze definitive di più Corti di Assise hanno confermato che le stragi non furono solo opera di Cosa Nostra e che le mani dei mafiosi siano state armate ed ispirate è sancito dalla Cassazione. Non è stata solo un’avventura di qualche magistrato in cerca di celebrità. Un paese serio dovrebbe avvertire come imminente e impellente il bisogno dell’approfondimento. Ma non è stato così”.

Scarpinato: “Nessuno può governare senza scendere a patti con la borghesia mafiosa”
“Una mafia senza mafiosi. L’omicidio per fini politici e la corruzione sistemica sono le caratteristiche di una mafia che non ha nulla a che vedere con l’icona della Cosa Nostra di Bernardo Provenzano e Salvatore Riina e della macelleria criminale”. Lo ha detto il sostituto procuratore di Palermo Roberto Scarpinato alla presentazione del libro “Colletti sporchi”, di Luca Tescaroli e Ferruccio Pinotti, organizzata da ANTIMAFIADuemila e in corso a Palermo. “La storia dei ‘Colletti bianchi’ – ha spiegato Scarpinato – è antica e cruciale. Quando Confindustria ha dichiarato di voler espellere coloro che pagano il pizzo mi sono congratulato e ho scritto una lettera suggerendo di cominciare ad espellere coloro che già erano stati condannati e non è stato fatto. Perché? Perché come si fa ad espellere un blocco della classe dirigente? Nessuno – ha concluso – nessun governo di destra, di sinistra e di centro ha potuto governare questo Paese senza scendere a patti con questo blocco di potere, la cosiddetta borghesia mafiosa”.

Bongiovanni mostra l’ultima intervista di Biagi a Pippo Fava. “La potenza della mafia risiede nella quantità di denaro che gestisce”.
In apertura della conferenza di presentazione del libro di Luca Tescaroli e Ferruccio Pinotti “Colletti sporchi” il direttore di ANTIMAFIADuemila, Giorgio Bongiovanni, ha introdotto il filmato dell’ultima intervista rilasciata dal giornalista Pippo Fava ad Enzo Biagi, una settimana prima di essere assassinato.
Un’intervista “profetica” e “drammaticamente attuale”, l’ha definita Bongiovanni, i cui contenuti sono presenti anche all’interno del libro di Tescaroli, in cui il giornalista indica come Cosa Nostra, la mafia siciliana, sia sostenuta, protetta dai poteri forti con i quali collude da sempre.
“La mafia ha acquistato una tale impunità da essere diventata persino tracotante e la sua potenza risiede nella enorme quantità di denaro che gestisce”. Quindi, diceva Fava, se si vogliono cercare i veri capi di Cosa Nostra e chi veramente comanda la mafia in Italia si deve guardare fino in Parlamento, nelle banche e in tutti quei settori grazie ai quali la mafia ricicla le sue ricchezze”.

Cosa sapeva il Viminale?

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/13102/78/:

di Giorgio Bongiovanni – AntimafiaDuemila
La morte di Borsellino, la trattativa, l’agenda rossa, il blitz di Mezzojuso, il covo di Riina… tutti misteri ancora irrisolti
Questo processo concerne esclusivamente gli esecutori materiali, coloro che hanno attivamente lavorato per schiacciare il bottone del telecomando.
Ma questo stesso processo è impregnato di riferimenti, allusioni, elementi concreti che rimandano altrove, ad altri centri di interessi, a coloro che in linguaggio non giuridico si chiamano i “mandanti occulti”, categoria rilevante non solo sotto il profilo giuridico, ma anche sotto quello politico e morale. E quindi qui finisce il processo agli esecutori della strage di via D’Amelio, ma non certamente la storia di questa strage annunciata che deve essere ancora in parte scritta».
È così che i giudici d’Appello del Borsellino Bis chiudevano la loro sentenza di condanna contro il Gotha mafioso responsabile della morte di Paolo Borsellino, rimandando a responsabilità esterne quelle cause che hanno fatto di Cosa Nostra solo il braccio esecutivo di un progetto ben più ampio.
Un giudizio che in molti passaggi ha messo in evidenza le “connessioni mafiose” e i “suggeritori”, “mandanti”, “coordinatori”, “istigatori” e “supporti” esterni” che hanno contribuito alla strage. Eseguita sì dalla mafia ma, così come in quasi tutti gli omicidi “eccellenti”, come risultato di ibridi connubi fra criminalità e centri di potere occulto.
Per questo è fondamentale sgomberare il campo da qualsiasi ombra come quella che fino ad oggi ha nascosto la verità sulla cosiddetta “Trattativa”. Quel patto scellerato avviato nel 1992 dagli uomini del Ros e Cosa Nostra che, secondo le indagini, determinò l’accelerazione della morte del giudice Paolo Borsellino. Vicende a cui si riferisce Massimo Ciancimino, il testimone oculare di quegli avvenimenti, che sta verbalizzando le sue dichiarazioni con i magistrati di Palermo Nino Di Matteo, Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, titolari dell’accusa al processo sulla mancata cattura di Provenzano, in cui sono imputati per favoreggiamento aggravato alla mafia l’ex capo del Sismi Mario Mori e il capitano Mario Obinu.
Un episodio, quello di cui parla il figlio dell’ex sindaco di Palermo, che potrebbe vedere coinvolto l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino in quel “dialogo” già a partire dal giorno del suo insediamento al Viminale, il primo luglio 1992. Quel giorno il vicepresidente del Csm si sarebbe incontrato con Paolo Borsellino. A confermarlo è l’annotazione dell’agenda grigia del giudice. Cosa si erano detti Mancino non lo ricorda ma, la cosa importante, secondo le rivelazioni di Ciancimino e che la trattativa in quella data era già ampiamente avviata.
Una tesi questa che però Mancino smentisce categoricamente: “Non c’è stata nessuna trattativa”. Inoltre “non conoscevo personalmente quel magistrato, ma non ho escluso che fra le tante strette di mano per congratularsi con me ci potesse essere anche quella del giudice Borsellino. Nessuno me lo presentò, neppure il capo della Polizia Parisi, che pure, nel pomeriggio di quel giorno, mi aveva chiesto se avessi avuto qualche cosa in contrario a che il dott. Borsellino mi venisse a salutare.” Parole che suscitano lo sdegno del fratello del giudice Salvatore Borsellino, secondo il quale: “Il vicepresidente del Csm non poteva non conoscere il magistrato del pool di Palermo che il 23 maggio 1992 aveva portato sulle spalle la bara di Giovanni Falcone”, e che era destinato a ricoprire la carica di capo della superprocura antimafia, dopo la morte del suo collega. “Credevo – ha detto inoltre Salvatore Borsellino – che ci dovesse essere un limite alla decenza in particolare per chi dovrebbe rappresentare le Istituzioni” ma “mi accorgo che questi limiti vengono ormai oltrepassati senza alcun ritegno e che, per quanto riguarda il sen. Mancino, non di amnesia si tratta come avevo finora ipotizzato ma di qualcosa di molto, molto peggiore”.

La trattativa
Intanto i nuovi verbali di Massimo Ciancimino, trasmessi alla procura di Caltanissetta, fanno già parte del fascicolo sui mandanti della strage di via d’Amelio. Le sue dichiarazioni parlano di quella trattativa tra Stato e mafia intavolata a giugno del 1992, attraverso la mediazione di suo padre “Don” Vito Ciancimino. In quel momento lo Stato italiano era in ginocchio per il violento attacco mafioso. Lima era stato ucciso da poco, subito dopo era toccato a Giovanni Falcone.
E’ a quel punto che De Donno incontra su un volo Palermo-Roma Massimo Ciancimino durante il quale gli chiede di poter interloquire con suo padre.
La risposta, diversamente da quanto ha sempre sostenuto Mori, non tarderà ad arrivare. Secondo Massimo Ciancimino perverrà quasi subito e sarà affermativa. Suo padre era disposto a dialogare con il Ros anche perché speranzoso di ricevere in cambio delle agevolazioni per la sua situazione processuale.
Così a giugno i militari si incontravano con “Don Vito” 2 o 3 volte, chiedendogli di fare da tramite per contattare Riina e concordare con il boss la fine delle stragi.
La risposta, a quanto dice Mori, arrivò a luglio di quell’anno ma la “vera apertura” della controparte, secondo i militari, si avrà ad agosto dopo la strage di Via d’Amelio. Un periodo che non coincide con la datazione di Ciancimino, il quale anticipa l’incontro con Mori nel periodo a cavallo delle due stragi.
Un dettaglio non da poco che potrebbe provare la consapevolezza di Paolo Borsellino dell’esistenza della trattativa alla quale, per onestà morale e rettitudine professionale, si sarebbe opposto con tutte le sue forze, fino alla morte. La contropartita infatti prevedeva una serie di richieste contenute nel “papello” scritto da Riina, in cui il boss pretendeva una serie di agevolazioni legislative in favore dei mafiosi come l’allentamento delle restrizioni carcerarie, la revisione dei processi, l’abolizione della legge sui pentiti e la riforma della legge sulla confisca dei beni ai mafiosi. “Ero presente – ha dichiarato Massimo Ciancimino ai magistrati – quando a mio padre venne consegnato il papello”. Ciancimino lo ricorda bene perchè suo padre si era irritato. “Di quelle 10, 12 ce n’erano 3, 4 su cui si poteva anche intavolare una discussione, ma 7,8 erano quelle di chi non vuole…” trattare. Poi – ha aggiunto – “mio padre diede l’elenco al capitano De Donno e al Gen. Mori” (cosa che i due smentiscono).
Ma, a quel punto, i militari sarebbero stati ancora più espliciti, se prima avrebbero chiesto la consegna dei superlatitanti in generale poi invece avrebbero voluto ottenere esplicitamente ottenere la cattura di Riina. Una pretesa improponibile per Ciancimino che a quel punto avrebbe inveito perché in tal modo sarebbe stato esposto a morte certa. Tuttavia, dopo un iniziale dietro front, “Don Vito”, nel racconto del figlio, si rese disponibile e, prima di ritornare in carcere per scontare un residuo di pena, indicava con mappe catastali alla mano (unite ad allacci dell’acqua, luce e gas) l’abitazione di Totò Riina. Un prezioso contributo per Mori e De Donno che poi, per catturare il Capo di Cosa Nostra si avvalsero anche del riconoscimento del pentito Di Maggio che lo indicò per strada, vicino a quel covo in cui molti mafiosi sostenevano fossero custoditi scottanti documenti, tra cui forse il famigerato “papello”. “Alla fine – ha detto suo figlio – mio padre morì con la consapevolezza di essere stato scavalcato e che qualcuno avesse preso in mano la trattativa mantenendo certi accordi”.

Mi ha chiamato il ministro
“Don Vito” comunque non era uno sprovveduto, nei suoi ambienti sapeva muoversi bene. Conosceva il terreno vischioso della politica come quello della mafia e non si sarebbe mai speso per conto dei due ufficiali senza avere le giuste garanzie e non solo quelle di Provenzano.
Ed è qui che Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via d’Amelio, chiama in causa i vertici del Viminale gridando la sua rabbia e chiedendo a Nicola Mancino di ricordare cosa accadde il primo luglio 1992. Come si è detto, quel giorno infatti Paolo Borsellino aveva incontrato il neo ministro. A confermarlo sono la sua agenda grigia in cui è annotato l’appuntamento “ore 19:30 Mancino” e anche il magistrato Aliquò che lo accompagnò fino alla porta del Ministero. Paolo Borsellino quel pomeriggio stava interrogando a Roma Gaspare Mutolo al quale disse, dopo aver ricevuto una telefonata, “mi ha chiamato il ministro mi assento un’oretta e poi torno”. Al suo rientro Mutolo lo vide sconvolto, tanto che il giudice fumava due sigarette alla volta.
È probabile che nell’’ufficio del ministro dell’Interno Borsellino seppe o vide qualcosa che lo turbò notevolmente. Secondo le ipotesi il giudice poteva essere venuto a conoscenza della Trattativa. Certo è che in quei terribili giorni, all’indomani della strage di Capaci, il magistrato lavorava senza sosta per scoprire i mandanti della morte del suo collega e amico Giovanni Falcone. Sapeva di essersi avvicinato alla verità e per questo diceva alla moglie Agnese “devo fare in fretta”, avvertendola che se lui fosse stato ucciso sarebbe stata la mano di Cosa Nostra a compiere il delitto ma non sarebbe stata la mafia ad aver voluto avuto la sua eliminazione. In quei 57 giorni che separavano la strage di Capaci e quella di Via d’Amelio, Borsellino aveva ripreso il rapporto del Ros su mafia – appalti, quello stesso che, tempo prima, era stato stilato da Mori e De Donno, sul quale Falcone stava investigando prima di partire per Roma. I due Giudici stavano seguendo tutte le piste inerenti il sistema della spartizione illecita degli appalti in Sicilia e le relative collusioni con i poteri più alti.

L’agenda Rossa
Ma la consapevolezza di essere entrato in un gioco “troppo grande” rendeva il suo lavoro una corsa contro il tempo fino a svelare di fronte al pubblico della Biblioteca comunale di conoscere i segreti che avevano portato alla morte di Falcone. “Ritengo – aveva detto Paolo Borsellino – che più di questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. In questo momento oltre che magistrato sono un testimone. Se deve essere eliminato, la gente lo deve sapere: il pool antimafia deve morire davanti a tutti. Perché nonostante quello che è successo in Sicilia la Corte di Cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste continuando a far morire Giovanni Falcone. Prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo le confidenze di Giovanni Falcone, questi elementi che porto dentro di me io debbo come prima cosa rassegnarli all’Autorità giudiziaria che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che a posto fine alla vita di Giovanni Falcone e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita anche una parte della mia e della nostra vita”. Una cognizione, quella del Giudice, che sembrava già essere chiara, basata su verità e confidenze raccolte dal collega prima di morire e che inevitabilmente avrebbero finito per determinare l’accelerazione della strage di via d’Amelio. Informazioni che forse erano annotate nella sua agenda rossa, trafugata dalla valigetta di cuoio del magistrato subito dopo l’esplosione della bomba di via d’Amelio. Un capitolo in cui affiora la presenza sul luogo della strage dei Servizi Segreti e del tenente dei carabinieri Giovanni Arcangioli. Quest’ultimo, immortalato da un video mentre si allontana con la valigetta del magistrato. Cosa conteneva quell’agenda? Forse Borsellino aveva scoperto gli ingranaggi di un sistema perverso nel quale spesso lavorano in comune accordo mafiosi, Servizi deviati, politici, religiosi e imprenditori. Un apparato comunemente definito “area grigia” nella quale, purtroppo, quando le inchieste riescono ad arrivare a figure intoccabili, si arenano nei meandri della lenta burocrazia giudiziaria e dallo stop delle leggi ad personam.
Borsellino, destinato a ricoprire la carica di Capo della superprocura antimafia non avrebbe mai permesso a quel sistema di svilupparsi. Continuando a svolgere il suo dovere fino in fondo, avrebbe messo al servizio della gente la sua onestà professionale oltre che morale, con la consapevolezza di essere appoggiato da quella parte di società civile che si riconosceva in lui per i valori che esprimeva. Una prospettiva che avrebbe finito per sconvolgere quel sistema colluso che preventivamente lo ha ucciso.

Il covo di via Bernini
Cosicché il 15 gennaio 1993, dopo nemmeno un anno dalla morte del magistrato, il Ros arrestava Riina, colui che da interlocutore della trattativa ne era diventato l’obiettivo. Un’operazione che ci riporta alla mancata perquisizione del suo covo di via Bernini che costò a Mori e al capitano “Ultimo” un rinvio a giudizio per favoreggiamento aggravato alla mafia, concluso con una sentenza di assoluzione che non è però riuscita a motivare degnamente la quantomeno sospetta inattività degli ufficiali, arenandosi davanti al muro del segreto di Stato. Le anomalie diventano così delle coincidenze e come insegnava Riina a Giuffrè una volta possono essere possibili, due no. Perché la squadra del Ros coordinata da Mori decise di non perquisire la casa di Riina? Perché sono state spente le telecamere e abbandonati per 18 giorni i servizi di appostamento? Secondo Mori si era trattato di una serie di malintesi con la Procura di Caselli.
Ma è lì che tra le fila dei più fedeli alleati di “Zu Totuccio” si infuse il dubbio che il loro capo fosse stato “consegnato” da Provenzano, il quale dalle retrovie avrebbe gestito lo scambio per assumere il comando di una Cosa Nostra che si sarebbe avvicinata al mondo dell’economia e dei grandi appalti.
Proprio in questa direzione i magistrati dell’odierno processo a carico di Mori e Obinu cercano dunque di capire sotto quale “ombrello” protettivo il “Ragioniere” di Cosa Nostra sia riuscito a mantenere certi accordi, vivendo indisturbato la sua latitanza per quarantatré anni tra Palermo, Bagheria e Corleone.

Il mancato arresto di Provenzano
Raccogliendo la coraggiosa testimonianza del colonnello Michele Riccio, maggior accusatore dei due ufficiali, si ha infatti la sensazione di stringere un filo che collega molti misteri irrisolti. Una linea sottile che nel tempo ha racchiuso segreti inconfessabili in una fitta trama di ricatti e compromessi sui quali probabilmente si reggono oggi gli equilibri di questo Paese. I racconti di Riccio si riferiscono alle confessioni di Luigi Ilardo, vice reggente della famiglia mafiosa di Caltanissetta, cugino di “Piddu” Madonia. L’ex boss, detenuto nel ’93 presso il carcere di Lecce, aveva deciso di “saltare il fosso” e collaborare con la giustizia. Affidato alla gestione direttamente di Riccio del quale diventa confidente, viene infiltrato nel circuito mafioso da dove proveniva. Il suo contributo sarà inappagabile. L’ex esponente nisseo era riuscito a stabilire anche un contatto personale con Bernardo Provenzano, ottenendo con lui un appuntamento che si sarebbe tenuto il 31 ottobre 1995 in un casolare delle campagne di Mezzojuso. Un’occasione unica per il Ros che, a distanza di soli quattro anni dalla violenta offensiva di Cosa Nostra allo Stato e a soli due dall’arresto di Riina, avrebbe avuto la possibilità di catturare anche l’altro responsabile materiale delle stragi del ’92. L’incontro tra il capomafia e Ilardo si terrà verso le 8 del mattino, in una masseria vicino a quella dove, tempo dopo, sarà arrestato Benedetto Spera. Le Forze dell’Ordine però non arriveranno mai. E questo, secondo Riccio, a causa dell’inerzia dei suoi superiori. “Informai il colonnello Mori – ha dichiarato a processo – lo chiamai subito a casa per riferirgli dell’incontro e rimasi sorpreso, perché non me lo dimenticherei mai, non vidi nessun cenno di interesse dall’altra parte”. “Ci sono rimasto, perché pensavo che mi avrebbe detto: ‘ruba una macchina, corri!’, per dire”. Invece no. Alla fine, come risultato, Provenzano evitò l’arresto e dopo qualche mese Ilardo venne ucciso. Il collaboratore morirà il 10 maggio del ’96 a Catania proprio una settimana dopo la riunione che avrebbe dato il via alla sua collaborazione formale, a Roma in presenza dei Procuratori Caselli, Tinebra, Principato e dei militari Riccio, Mori e Subranni.
Secondo i magistrati la collaborazione portava in sé un vero e proprio uragano.
“Certi attentati che noi abbiamo commesso non sono stati commessi per nostro interesse, ma provengono da voi!…” aveva detto Ilardo a Mori, in occasione della loro presentazione.
Da quel momento Riccio aveva capito “l’importanza devastante e drammatica di quello che avrebbe detto”. Lo stesso Ilardo lo aveva preparato “vedrà quante ne dovremo passare” ed ancora “ho qualcosa da raccontarle anche sul Gen. Subranni…”. Ed esternando le sue perplessità sulla cattura di Riina aveva parlato di un contatto esistente tra Provenzano e Dell’Utri, “l’uomo dell’entourage di Berlusconi” e di un “progetto politico” in cui Cosa Nostra in quegli anni si riconosceva. E quando Ilardo fece al colonnello i nomi dei politici, Mori disse a Riccio di non inserirli nel rapporto “Grande Oriente”. “Tra questi c’era anche Marcello Dell’Utri: una persona importante, molto vicina ai nostri ambienti. Io allora – aveva detto Riccio – ritenni l’inserimento del suo nome un pericolo. Se lo metto pensai, succede il finimondo…”. Poi Riccio ricorda una frase di Mori: “Loro (Berlusconi e Dell’Utri) le guerre le fanno per noi. Portate più pentiti e vedrete che i pentiti cadranno”.

Riina parafulmine d’Italia

Dice Maria Concetta Riina, la primogenita del capo di Cosa Nostra, che la condizione della sua famiglia durante la latitanza “era una situazione surreale, assurda” e che quello che veniva detto su suo padre e su di loro era come se non gli appartenesse. (Intervista al giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni del 28-01-09)
Al di là dell’apparente schizofrenia che si può ritrovare in questa dichiarazione, c’è una “logica” non trascurabile. Quella stessa “logica” che fa dire a Maria Concetta Riina che suo padre è stato “un parafulmine per tante situazioni”. Ma “parafulmine” di chi?
E’ evidente che la figlia di Totò Riina lancia un segnale quando risponde che nonostante i tentativi di fare pentire suo padre “qualsiasi cosa gli avessero chiesto, lui (suo padre ndr), non avrebbe mai fatto nomi e cognomi di nessuno”.
Ma a quali nomi e cognomi si riferisce?
Forse a personaggi molto potenti delle istituzioni che hanno intavolato una “trattativa” con la mafia per far cessare la stagione stragista?
O ad altri Potenti del mondo imprenditoriale, massonico o religioso che si sono seduti a quel tavolo?
Queste sono le risposte che vorremmo avere. Per sapere la Verità, per il futuro dei nostri figli, ma anche dei figli di Maria Concetta Riina per i quali lei stessa dice di aver deciso di parlare.
Non mi illudo che Maria Concetta possa essere a conoscenza di tali segreti, anche perché si tratta di misteri che, una volta svelati, farebbero cadere la Maschera degli uomini sanguinari che hanno fondato la seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino.
Se la figlia di Totò Riina chiede che i suoi figli non siano discriminati ma vengano considerati “normali”, lo stesso diritto appartiene ai familiari di tutte le vittime di mafia che chiedono giustizia e verità per i loro cari.
Maria Concetta Riina non parli quindi di “normalità” e non pretenda che venga presa in considerazione la sua concezione di “educazione, moralità e rispetto” che suo padre le avrebbe trasmesso.
Se prima non accetta la realtà della sofferenza delle madri e di quei figli delle vittime della mafia che a fatica hanno recuperato il senso della propria esistenza le sue parole si disperdono nel nulla.
Non si meravigli perciò della “chiusura” nei suoi confronti da parte di uno Stato che non le può riconoscere la condizione di normale cittadina che cerca un lavoro.
Dove è finito il resto del patrimonio di suo padre? In quale forziere è custodito e sotto quali nomi? E quali sono le proprietà riconducibili alla sua famiglia che ancora non sono state individuate?
Tante e tante domande che rimarranno nel vuoto.
Se davvero l’intervista di Maria Concetta Riina rappresenta una sua “apertura” non posso che auspicare che Dio la illumini a proseguire su questa strada.
Solo in questa maniera potrà confidare in un futuro migliore per i suoi figli.
Altrimenti rientri nel suo mondo, continui il suo “ruolo” e lasci a tutti gli operatori di pace e di giustizia l’onere e l’onore di costruire una nuova società senza l’orrore della mafia.
Un’ultima considerazione per noi molto importante e fondamentale è diretta al signor Salvatore Riina.
Dire la Verità, tutta la Verità sui suoi complici, sui MANDANTI A VOLTO COPERTO delle stragi che Lei, signor Riina ha voluto, riscatterebbe il suo peccato di fronte a Dio e di fronte agli uomini.
“Parlare” significherebbe far conoscere la Verità.
“La verità che rende Liberi ma veramente Liberi gli uomini”. (Vangelo di San Giovanni cap. 8, vers. 31)

Gorgio Bongiovanni
Direttore di ANTIMAFIADuemila

La forza della verità
Il colonnello Riccio regge l’attacco dei difensori di Mori e Obinu

di Maria Loi e Lorenzo Baldo

Lo scorso 9 gennaio si è concluso l’interrogatorio del colonnello dei Carabinieri, ora in pensione, Michele Riccio, al processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Nella precedente udienza del 16 dicembre vi era stata la prima parte della deposizione del colonnello Riccio che a tutti gli effetti è il teste chiave di questo processo dimenticato dai grandi Media (a parte Biondo e Travaglio sull’Unità e MicroMega).
Nell’udienza del 16 dicembre Riccio ha raccontato le fasi del fallito blitz di Mezzojuso (PA) con l’amarezza di chi ha dovuto eseguire le direttive dei suoi superiori senza poter procedere alla cattura di Provenzano. Il Pm Di Matteo ha letto quindi una nota interna del Ros firmata dal colonnello Riccio e indirizzata a Mori datata 11 marzo 1996 che, sotto la voce “Esponenti delle istituzioni”, conteneva un elenco di nomi di persone di cui aveva parlato confidenzialmente Ilardo, informazioni che poi avrebbe dovuto sviluppare una volta formalizzata la collaborazione. Tra i soggetti delle istituzioni elencati il Pm ha evidenziato che c’era scritto “Flavi Dolcino” (corretto a penna da Obinu con: “Favi Dolcino”) allora procuratore capo della Procura di Siracusa. Accanto al suo nome vi era scritto: “gestito principalmente dall’avv. D’Amico (di Lentini) quest’ultimo compromesso con la famiglia mafiosa e in particolare con Nello Nardo, uomo di Santapaola”.
Agli addetti ai lavori non è potuto sfuggire che quel Dolcino Favi è l’ex procuratore generale reggente di Catanzaro (attualmente indagato per abuso di ufficio e calunnia) che un anno fa tolse a Luigi De Magistris l’inchiesta denominata Why Not.
Quando il pubblico ministero ha chiesto al colonnello se era a conoscenza di accertamenti fatti sui nomi contenuti nel capitolo “Esponenti delle istituzioni”, Riccio ha risposto che ogni volta che chiedeva si scontrava con un muro di gomma.
Tra le informazioni che Riccio aveva raccolto da Luigi Ilardo nei primi mesi c’era anche quella sul contatto tra Provenzano e un uomo dell’entourage di Berlusconi che avrebbe assicurato a ‘zu Binnu iniziative favorevoli per Cosa Nostra da un punto di vista giudiziario ma anche aiuti nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Riccio annotava velocemente in agende quello che gli raccontava la sua fonte per paura di dimenticarsi. Durante uno dei loro incontri Ilardo aveva fatto capire al Riccio, mentre sfogliavano un quotidiano locale in cui avevano letto i nomi di Dell’Utri e Rapisarda, che era proprio Dell’Utri l’uomo dell’entourage di Berlusconi. Anche quel giorno Riccio segnò il nome di Dell’Utri in agenda. Nel corso del dibattimento il col. Riccio ha più volte citato quel “muro di gomma” con il quale si è scontrato: “sono arrivato alla convinzione – ha rimarcato l’ufficiale – che non si voleva prendere Provenzano perché doveva assolvere altri compiti…”.
Nell’udienza del 9 gennaio scorso ha avuto inizio il controesame del col. Riccio. La parola è passata prima all’avvocato Piero Milio e poi al collega Enzo Musco. Entrambi hanno ripercorso alcune tappe della carriera di Riccio cercando più volte di metterlo in difficoltà. L’ufficiale ha retto molto bene il confronto costringendo i due legali a imbarazzanti dietrofront. In un’aula più affollata del solito, oltre a carabinieri e giornalisti erano presenti i due imputati: Mori e Obinu. Seduti vicini, si scambiavano sguardi d’intesa annotando su carta le dichiarazioni del teste chiave. Molto nervosismo e qualche piccolo scatto fisico ogni qualvolta il colonnello rimarcava la mancanza di professionalità dei suoi superiori.
Alla domanda del Pm sulla supervisione delle bozze del rapporto Grande Oriente che dovevano essere visionate obbligatoriamente da Mori, Riccio ne ha dato conferma. Di Matteo ha insistito chiedendo a Riccio se si fosse posto il problema in merito a cosa sarebbe potuto accadere qualora avesse scritto nel rapporto i passaggi più controversi (l’ordine di non intervenire, l’omissione dei nomi dei favoreggiatori di Provenzano).
Lo stesso Presidente della IV sez. penale, Mario Fontana, ha ulteriormente chiesto a Riccio se avesse pensato che determinate informazioni non sarebbero passate. Riccio ha confermato quanto esposto precedentemente al Pubblico Ministero in merito al fatto di essersi sentito solo, di aver temuto per la sua famiglia e per se stesso subito dopo la morte di Ilardo. “Se avessi scritto certe cose – ha ribadito il colonnello – si sarebbe andati allo scontro… certo che l’ho pensato…”. Facendo riferimento ai nomi dei politici di cui gli aveva riferito il confidente e che sarebbero dovuti essere inseriti nel rapporto il pm Di Matteo ha domandato al teste per quale motivo non c’era il nome del senatore Marcello Dell’Utri di cui, invece, Ilardo gli aveva accennato in un colloquio precedente. Il colonnello ha risposto che aveva avuto la direttiva di omettere i nomi dei politici dal generale Mori. Sul punto il pm ha invitato il colonnello a dare maggiori spiegazioni a riguardo e Riccio ha risposto: “Perché Dell’Utri era un personaggio vicino ai nostri ambienti, se mettevo quel nome succedeva il finimondo. Era l’area di riferimento dell’Arma…era di casa nostra”. “L’inserimento di quel nome – ha proseguito Riccio – l’ho visto come un pericolo”.
A sentire i nomi dei politici citati da Ilardo nell’aula del nuovo palazzo di giustizia l’aria si è fatta sempre più pesante: Andò, Mannino, Andreotti. Riccio non ha mai indietreggiato di un millimetro. E’ un racconto crudo, senza sconti per nessuno. Si sono così riaccesi i riflettori sulla vicenda del vassoio d’argento regalato da Cesare Previti al gen. Mori, così come la questione del fratello di Mori in servizio presso la Fininvest fino al 1991. Sono riemersi quegli inquietanti intrecci dove i principali protagonisti sono venuti a patti con Cosa Nostra nel nome di reciproci interessi celati dietro ad una “ragione di Stato” sempre più intrisa del sangue di tanti innocenti. Quella stessa “ragione di Stato” che protegge tuttora i mandanti esterni delle stragi del ‘92 e del ‘93. Ecco allora che rispuntano le tetre figure di Salvatore Ligresti, Raul Gardini, Giuseppe Farinella. Un racconto da romanzo criminale. Peccato che invece si tratti di pezzi di storia reale, volutamente occultati; quella storia che solamente pochi uomini hanno il coraggio di raccontare. Michele Riccio è uno di questi. Il coraggio che lo anima proviene indubbiamente dalla certezza della verità. Con un prezzo altissimo da pagare: isolamento e delegittimazione.
Ma per chi non è disposto a vendere la propria dignità ne vale comunque la pena.

Per tutti gli approfondimenti sulla mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso: Antimafiaduemila.com

Processo Mori-Obinu.
Maresciallo incriminato per falsa testimoniaza

Il maresciallo dei carabinieri Angelo Bongiorno è stato incriminato in aula per falsa testimonianza nell’udienza del 30 gennaio scorso del processo Mori-Obinu. Rispondendo al Pubblico Ministero il sottufficiale ha sostenuto in aula che il 31 ottobre del 1995 Riccio non si trovava a Mezzojuso (PA) insieme a lui e ad altri colleghi. Di fronte a tali dichiarazioni il Pm Nino Di Matteo ha prodotto la copia della relazione di servizio, recante anche la firma del M.llo Bongiorno, che attesta invece la presenza di Riccio durante l’operazione (così come le altre testimonianze che confermano la presenza di Riccio a Mezzojuso). E proprio in merito alla suddetta relazione di servizio il teste ha risposto di avere firmato qualche giorno dopo: “E lo feci – ha evidenziato – perché me lo chiese lo stesso Riccio”. Queste affermazioni hanno indotto il pm a chiedere ed ottenere immediatamente dal tribunale un confronto tra Bongiorno e un suo collega, l’appuntato Damiano Tafuri. Un confronto nel quale lo stesso Bongiorno si è contraddetto più volte riconoscendo sommessamente che il suo collega aveva ricordi più precisi dei suoi. Il Pm ha quindi ottenuto dal tribunale la trasmissione degli atti per procedere contro il sottufficiale. Il processo è stato rinviato al 13 febbraio.
L.B.

Non cercate quell’agenda

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13142&Itemid=78:

di Giorgio Bongiovanni – 18 febbraio 2009
“La giustizia è morta” grida ancora una volta Salvatore Borsellino dopo aver appreso la notizia che la Cassazione ha messo la parola fine alla speranza di poter vedere almeno approfondito uno dei capitoli più inquietanti e delicati della strage di via D’Amelio: la scomparsa dell’agenda rossa di suo fratello Paolo Borsellino.

La Suprema Corte ha infatti confermato il proscioglimento del tenente Arcangioli accusato di aver sottratto la preziosa agenda dalla valigetta del magistrato come lascerebbero logicamente presupporre le immagini filmate che lo riprendono mentre con la borsa in mano si allontana dall’auto del giudice pochi minuti dopo la terribile deflagrazione. La procura di Caltanissetta titolare delle indagini si era appellata contro la sentenza che aveva decretato il non luogo a procedere nei confronti dell’ufficiale dei carabinieri con una motivazione che già avevamo avuto modo di commentare (vedi articolo correlato Non finisce qui). A nostro parere e in accordo con quanto proposto dai magistrati Di Natale e Liguori titolari del ricorso la sentenza presentava non poche anomalie soprattutto nella trattazione degli elementi di prova. Stupisce come nonostante le enormi questioni rimaste irrisolte e inspiegate riguardo al comportamento dell’Arcangioli e dell’importanza storica e politica di quella strage si sia scelto di non procedere nemmeno ad un rinvio a giudizio che se non altro avrebbe potuto fugare i dubbi che permangono sulla figura dell’Arcangioli e della sua condotta. Invece il mistero si infittisce e i sospetti aumentano ancor di più con le dichiarazioni che lo stesso ufficiale ha rilasciato a margine di questa decisione suggerendo in modo sibillino “di cercare altrove”. Altrove dove, scusi, signor Arcangioli? Se ha qualche idea perché non l’ha riferita ai magistrati a tempo debito invece di fornire ricostruzioni imprecise, confusionarie e discordanti che non fanno certo onore ad un ufficiale del suo rango? Rincresce dirlo, ma queste mezze frasi evocano quella spiacevole sensazione di depistaggio tipica di certe metodologie che fanno da cornice a tutte le stragi.
Ci rincuora solo la fiducia che riponiamo nella procura diretta dal Sergio Lari che, siamo certi, non lascerà nulla di intentato per cercare di scoprire dove sia l’agenda rossa di Paolo Borsellino e soprattutto la portata di quanto in essa contenuto.
Paolo Borsellino aveva capito quali equilibri si stavano stabilendo in quel periodo, al prezzo della vita di Falcone e della sua se non avesse acconsentito, come fece, ad accettare l’ignobile accordo sul quale da allora si regge, drammaticamente, questa nostra specie di Repubblica.
Se lo ha scritto e se l’agenda non è stata distrutta è una formidabile arma di ricatto ed è per questo avvolta dalla più fitta coltre di fumo.  Quello stesso fumo attraverso cui camminava, che gli piaccia o no, il tenente Arcangioli con in mano la borsa del giudice.
A Salvatore Borsellino e a tutta la sua famiglia tutto il nostro affettuoso sostegno e l’impegno a fare tutto quanto in nostro potere per scoprire la verità così da poter ricambiare l’ immenso sacrificio almeno con la pace che viene dalla giustizia.
A noialtri, tutti, l’obbligo di fare nostro l’esempio di Paolo Borsellino nelle scelte quotidiane che siano di coscienza, di rigore e di altruismo.

Giorgio Bongiovanni e la redazione di ANTIMAFIADuemila

La morte della Giustizia

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1107%3Ala-morte-della-giustizia&catid=2%3Aeditoriali&Itemid=4:

Scritto da Salvatore Borsellino

LA MORTE DELLA GIUSTIZIA.

Mi è arrivata in questo momento una notizia alla quale la mia mente si rifiuta di credere.
Sono ormai abituato nei 17 anni che sono passati dall’assassinio di Paolo a continuare a vederlo ripetutamente massacrato da tutte le volte che è stata negata la giustizia per quella strage.
Da tutte le volte che delle indagini sono state bloccate, dei processi sono stati archiviati nel momento in cui arrivavano ad essere indagati i veri autori di quella strage, i veri assassini di Paolo e dei ragazzi della sua scorta. Quelli che hanno procurato l’esplosivo di tipo miltiare necessario per l’attentato, quelli che dal castello Utveggio hanno premuto il pulsante del telecomando che ha provocato l’esplosione, quelli che in una barca al largo del golfo di Palermo attendevano la comunicazione dell’esito dell’attentato, quelli che si sono precipitati sul luogo dove le macchine continuavano a bruciare, calpestando i pezzi di quei cadaveri e camminando nelle pozzanghere formate dal sangue di quei ragazzi, per potere prelevare l’agenda rossa di Paolo e insieme ad esse le prove della scellerata trattativa tra mafia e Stato per portare avanti la quale Paolo doveva essere eliminato.
Credevo di essere ormai abituato a tutto, di riuscire a resistere a qualsiasi disillusione, a qualsiasi venire meno della speranza di ottenere Giustizia, ma questa volta il colpo è troppo forte, questa volta non so se riuscirò a reggerlo.
Il ricorso presentato in Cassazione dalla Procura di Caltanissetta, retta da Sergio Lari, a fronte della sentenza di assoluzione emanata dal GUP nei confronti del Cap. Arcangioli era inoppugnabile. Quella sentenza grida vendetta sia per quanto riguarda la forma giuridica che la sostanza.
Basta guardare, nelle fotografie e nei video, il Cap. Arcangioli. Si vede un uomo che si allontana dalla macchina con il suo bottino tra le mani per consegnarlo a chi gli ha ordinato di sottrarre quella preziosa testimonianza autografa dello stesso Paolo suoi motivi del suo assassinio.
Basta questo per capire che non possono essere in alcun modo accettate le motivazioni addotte dallo stesso Arcangioli per giustificare le innumerevoli e discordanti versioni date per giustificare le sue presunte amnesie sulle persone alle quali quella borsa era stata consegnata. Per riapparire, due ore dopo la sua scomparsa, sul sedile posteriore della macchina blindata di Paolo ma vuota del suo prezioso contenuto.
Quell’uomo che si allontana guiardandosi intorno con espressione sicura e che si guarda intorno per verificare se qualcuno lo sta osservando non è un uomo sconvolto, è un uomo sicuro di se e a cui non importa se è fatto di sangue e di pezzi di carne il terreno su cui cammina.
E’ un uomo che sta compiendo una azione di guerra e deve portarla a termine.
E se così non fosse, se il Cap. Arcangioli fosse innocente e non fosse lui ad avere sottratto quella agenda, gli dovrebbe essere data la possibilità di difendersi in un pubblico dibattimento, di difendersi davanti all’opinone pubblica da un’accusa così infamante con la stessa visibilità che è stata data ai processii dei coniugi di Erba, di Meredith, della Franzoni o alla pretesa agonia mediatica di un povero corpo morto ormai da 17 anni come quello di Eluana.
Ma la Giustizia in Italia è ormai marcia, eliminati senza bisogno di tritolo quei giudici che hanno osato avvicinarsi ai fili scoperti della corruzione del sistema di potere, intimoriti gli altri magistrati con gli esempi di provvedimenti disciplinari inauditi e da espulsioni dalla Magistratura per giudici che cercavano soltanto di ottemperare al giuramento prestato allo Stato al momento di intreprendere il loro servizio a quello Stato in cui avevano creduto, si è ormai arrivati alla fase finale.
Per legge si proclama che il nero è bianco e che la realtà non è quella che vediamo. É quella che DOBBIAMO vedere.

LA GIUSTIZIA E’ MORTA.