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Antimafia Duemila – IDV: festa si infiamma per fratello Borsellino contro Premier

Antimafia Duemila – IDV: festa si infiamma per fratello Borsellino contro Premier.

“Noi resisteremo, noi vinceremo perché la società civile non può arrendersi a questo stato mafioso”.
Sono queste le parole pronunciate da Antonio Di Pietro a conclusione dell’intervento di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato. Borsellino aveva concluso poco prima il suo discorso alzando in aria l’agenda rossa del fratello, simbolo della lotta alla mafia e urlando “noi resisteremo, noi resisteremo”. Le parole di Di Pietro sono state accolte con un’ovazione alla festa dell’Idv, dove questo pomeriggio c’é stato il “piatto forte” dei dibattiti, naturalmente sul tema caro a Di Pietro: “giustizia e sicurezza tra costituzione e poteri deviati”. A scaldare il confronto sono stati invitati, oltre a Borsellino, Luigi De Magistris, parlamentare europeo e Gioacchino Genchi, consulente dell’autorità giudiziaria e noto alle cronache giudiziarie. Borsellino ha rivolto un pesantissimo attacco a Silvio Berlusconi. “Piuttosto che vivere – è stato uno dei passi più soft del suo intervento – in questo paese guidato da Berlusconi preferisco andare a trovare mio fratello nella tomba”. Secondo De Magistris esiste un “disegno autoritario complessivo che passa per lo svuotamento del parlamento ridotto a mero organo di esecuzione delle volontà del governo, per l’aumento della componente politica del Csm, per il conferimento di massimi poteri al capo di stato, per la riduzione della stampa a mera propaganda di regime”. Secondo l’ex pm “Berlusconi vuole diventare capo dello stato, della polizia e del Csm. Per farlo deve chiudere il cerchio con la propaganda di regime deformando le coscienze dei più giovani”. Secondo Genchi “la persecuzione nei confronti dei magistrati si inserisce perfettamente nel piano di rinascita democratica e va anche oltre il sogno di Gelli”. Il consulente ha poi ricordato: “l’unico politico che mi ha difeso, quando ero solo, é stato Di Pietro che, essendo un magistrato e poliziotto non ha bisogno di leggere le carte per capire la mia onestà ” più in generale per Genchi “la mafia non è solo frutto di persone come Provenzano che scrivono i pizzini a macchina, ma è soprattutto il prodotto di menti raffinate che, utilizzando mafiosi di bassa lega, li hanno processati per dare un contentino all’Italia e rimanere ai loro posti. Ora l’Italia vuole la verità “.

Manifestazione a Palermo per il 19 luglio 2009

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1270:manifestazione-a-palermo-per-il-19-luglio-2009&catid=20:altri-documenti&Itemid=43

Sono passati quasi diciassette anni dalla strage di via D’Amelio a Palermo in cui furono uccisi Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Walter Eddie Cosina. Nonostante la magistratura e le forze dell’ordine abbiano individuato e perseguito numerosi mandanti ed esecutori della strage, rimangono pesanti zone d’ombra sulle entità esterne all’organizzazione criminale Cosa Nostra che con questa hanno deliberato e realizzato la strage stessa.

Per il 19 luglio di quest’anno, sarà una domenica, come 17 anni fa, insieme alle redazioni di http://www.19luglio1992.com e di ANTIMAFIADuemila e a tanti altri amici e compagni di lotta stiamo organizzando, al posto delle solite commemorazioni, una manifestazione popolare articolata in una serie di iniziative con lo scopo di chiedere che sia fatta giustizia e di sostenere tutti i Servitori dello Stato che nel corso du questi anni hanno sempre dato il meglio di se’ affinche questo diritto di tutti noi fosse tradotto in fatti.
Vogliamo così quest’anno evitare che, come più volte è successo nel passato, delle persone che spesso indegnamente occupano le nostre Istituzioni arrivino in via D’Amelio a fingere cordoglio ed assicurarsi così che Paolo sia veramente morto. Vogliamo impedire che si celebrino riti di morte per chi, come Paolo Borsellino e i suoi ragazzi, sono oggi più vivi che mai.
Se lo faranno grideremo loro di andare a mettere le loro corone funebri sulla tomba di Mangano, è quello il “loro” eroe.
Spero che saremo in tanti, e tutti con una agenda rossa in mano per ricordare i misteri che ancora pesano su Via D’Amelio, i processi che vengono bloccati appena arrivano a toccare gli “intoccabili”, i mandanti di quelle stragi.
Da Via D’Amelio, con quell’agenda in mano, andremo al Castello Utveggio, il posto dal quale una mano, che non era la mano di una mafioso ma di chi con la mafia ha stretto un patto scellerato, ha inviato il comando che ha fatto a pezzi Paolo e la sua scorta.
Vi chiedo di dedicare un giorno della nostra vita a Paolo e i suoi ragazzi che hanno sacrificato la loro vita per noi.
Sarà il giorno di inizio della nostra RESISTENZA,
Una RESISTENZA che sarà fatta di azioni e non solo di parole,
Una RESISTENZA che ci farà riappropriare del nostro paese e del nostro futuro

In questa pagina terremmo costantemente aggiornato il programma delle iniziative per domenica 19 luglio 2009 e daremo tutta una serie di informazioni per chi sceglierà di partecipare con noi alle iniziative che si terranno in particolare a Palermo.

Programma preliminare delle iniziative a Palermo
(il programma definitivo sarà presentato in conferenza stampa giovedì 18 giugno alle ore 11.30 presso la Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, via Maqueda 172)

Sabato 18 luglio 2009

Camminata lungo il vecchio sentiero che conduce al Castello Utveggio su Monte Pellegrino, mattina
Dibattito organizzato dalla redazione di ANTIMAFIADuemila presso la Facoltà di Giurisprudenza, via Maqueda n°172, ore 20.30

Domenica 19 luglio 2009

Presidio in via D’ Amelio, mattina e pomeriggio
Performance teatrali di Giulio Cavalli e Marilena Monti, mattina-pomeriggio

Manifestazione “Dov’è finita l’agenda rossa di Paolo Borsellino?” (19 luglio 2009)

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“Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri” (Paolo Borsellino).

Questo evento ha il fine di sollecitare i vertici dello Stato e “coloro che sanno ma non parlano simulando amnesie insensate” a scoprire il velo di mistero e di menzogne che avvolge le stragi del ‘92/’93.
L’ elemento centrale e probabile chiave di soluzione in riferimento alla famosa trattativa tra i nuovi referenti politici e Cosa Nostra è la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino che portava sempre con sé e sottratta dalla sua borsa di cuoio il tragico pomeriggio del 19 luglio del 1992, tra le fiamme e lo sgomento dei palermitani.

Sono passati quasi 17 anni da quel giorno e la risposta dello Stato non è altro che un cumulo di lapidi, di vie intitolate a coloro che sono stati proclamati eroi solo dopo la morte e di corone di fiori.

Questo evento si pone innanzitutto un obiettivo concreto: una particolare manifestazione che si terrà il 19 luglio 2009.
Coloro che vi aderiranno scenderanno nelle strade alle ore 18:00 con un agenda rossa tra le mani e si dirigeranno verso il Palazzo di Giustizia delle rispettive città. L’evento principale avrà luogo a Palermo.
Con questo gesto si chiederà giustizia per i familiari delle vittime e per noi tutti cittadini italiani, da troppo tempo inermi e rassegnati dinnanzi ad una verità taciuta dai poteri forti, una verità che potrebbe restituirci quella dignità da troppo tempo negataci, quella fierezza di sentirsi italiani e soprattutto la possibilità di guardare l’immagine di quei volti onesti senza dover abbassare lo sguardo e poter dire “siete morti per noi ma ora quel grande debito lo abbiamo pagato gioiosamente, continuando la vostra opera”.

Vi chiediamo di partecipare se ci credete veramente, se siete stanchi di essere assorbiti dall’omertà e dall’indifferenza che prevalgono in Italia e se siete pronti a “sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Noi ci CREDIAMO, come CREDIAMO CHE TUTTI INSIEME, UNITI PER LA STESSA RAGIONE, POSSIAMO COMBATTERE PER RESTITUIRE UN VOLTO NUOVO AL NOSTRO Paese.

La redazione di http://www.19luglio1992.com

Information Day Marsala 26/04/09 – Gioacchino Genchi, Salvatore Borsellino, Luigi De Magistris, Pino Maniaci

(raccolta di video di Valentina Culcasi)

Presentazione

Il moderatore Pino Maniaci

Salvatore Borsellino (parti da 1 a 6)





Luigi De Magistris (parti da 1 a 3)


Gioacchino Genchi (parti da 1 a 5)




Castello Utveggio

Castello Utveggio.

Scritto da Salvatore Borsellino
Erano le tre di notte ai primi di marzo di quest’anno, a Palermo. Mi sono svegliato di soprassalto, mi sono alzato e sono andato a guardare, dal balconde al nono piano della casa dove dormivo, il monte che sovrasta Palermo.
Non c’era la luna, non c’erano le stelle, il cielo era nero, ma sulla cima del monte si stagliava un castello.
Emanava un lieve chiarore, come se fosse fosforescente, dotato di una luce propria, forse perché lo ho guardato a lungo tante volte illuminato dal sole, e quell’immagine si è ormai stampata nella mia memoria.
Ogni volta che vado in Via D’Amelio vado vicino all’olivo che mia madre ha fatto piantare nel punto in cui era stata piazzata la macchina piena di esplosivo, nel punto dove sono stati massacrati Paolo e i suoi ragazzi, alzo gli occhi, lo vedo e sto a lungo a guardarlo.
Chissà se Paolo prima di alzare il braccio per suonare il campanello del citofono della casa di nostra madre ha alzato gli occhi e lo ha visto per l’ultima volta, chissà se anche i suoi ragazzi prima di essere fatti a pezzi lo hanno guardato.
Di certo qualcuno da una finestra di quel castello li stava osservando e aspettava il momento migliore per azionare il detonatore.
Di certo Gioacchino Genchi arrivando in Via D’Amelio due ore sopo la strage ha distolto gli occhi dal tronco di Paolo in mezzo alle macerie del numero 19 di Via D’Amelio, ha distolto gli occhi dai pezzi di Emanuela Loi che ancora si staccavano dall’intonaco del palazzo dove abitava la mamma di Paolo e ha visto quel castello.
Quel castello, l’unico punto, come subito capì, da dove poteva essere stato azionato il comando che aveva causato quella strage.
E allora prese l’auto, fece quei pochi chilometri in salita che separano Via D’Amelio da quello sperone del Monte Pellegrino, andò davanti al cancello di quel castello e suonò un altro campanello, lo suonò a lungo ma nessuno gli aprì nonostante la dentro ci fossero tante persone come poté stabilire qualche tempo dopo elaborando, come solo lui è in grado di fare, i tabulati telefonici dove sono riportati le posizioni e le chiamate dei telefoni cellulari e dei telefoni fissi.

Incrociando quelle telefonate si riescono a stabilire delle verità che nemmeno le intercettazioni sono in grado di fare.
Si riesce a sapere che da un certo numero di ville situate sulla strada tra Villagrazia di Carini e Palermo una serie di telefonate partì per segnalare che Paolo stava arrivando al suo appuntamento con la morte.
Si riesce a stabilire che nei 140 secondi intorno alle ore sedici cinquantotto minuti e venti secondi dell’esplosione che causò la strage, delle telefonate partirono e arrivarono da una barca ormeggiata nel golfo di Palermo per segnalare che Paolo era arrivato al suo ultimo appuntamento e che l’esplosione era stata perfettamente sincronizzata con il suo arrivo.
Su quella barca c’era Bruno Contrada ed altri componenti dei servizi segreti civili, dentro quel castello, insieme a persone che Genchi, con le sue tecniche è in grado di individuare e avrebbe già individuato se non lo avessero subito fermato, c’era Musco, una lugubre figura appartenente e animatore di logge massoniche deviate che dovrebbe essere inquisito per tanti elementi che invece oggi si trovano solo come spunto nelle sentenze di archiviazione di processi che non hanno potuto svolgersi.
Che forse non si svolgeranno mai, protetti come sono  da un segreto di Stato non dichiarato ma non per questo meno forte perché retto dai ricatti incrociati basati sul contenuto di una Agenda Rossa..
Perché invece di portare avanti quei processi si emanano sentenze assurde e vergognose come come quella che ha mandato assolto il Cap. Arcangioli, l’uomo fotografato e ripreso subito dopo l’esplosione in Via D’Amelio, con in mano la borsa di cuoio di Paolo che sicuramente conteneva l’agenda rossa.
Perché invece si svolgere altri processi che vanno a toccare i fili scoperti delle consorterie di magistrati, uomini di governo, massoni e servizi deviati, si massacrano altri giudici, non più con il tritolo, ma con metodi nuovi che non fanno rumore, non fanno indignare l’opinione pubblica, come le bombe che in Palestina amputano gli arti di civili palestinesi senza che venga versato del sangue.
Massacri, vere e proprie esecuzioni davanti a plotoni di esecuzione composti da altri magistrati, come la decimazione della Procura di Salerno, che vengono presentate da una stampa ormai asservita e pavida di fronte al sistema di potere con un’ottica completamente distorta e fuorviante.
Perché il pericolo rappresentato da Genchi e dalle sue consulenze in un eventuale processo agli esecutori occulti di questa strage, anche se forse non si svolgerà mai, viene eliminato preventivamentre eliminando la possibilità di un utilizzo delle sue raffinate tecniche di indagine in grado di inchiodare i responsabili materiali di quella strage.
Almeno fino a quando, e non è impossibile che accada, qualcuno non deciderà che sia necessaria la sua eliminazione anche fisica sfidando le reazioni che questa potrebbe provocare nell’opinione pubblica.
Alla stessa maniera in cui fu sfidata questa reazione quando fu necessario eliminare in fretta Paolo per potere rimuovere del tutto l’unico ostacolo che si frapponeva al portare avanti una ignobile trattativa tra mafia e Stato, portata avanti, in prima persona, dai più alti gradi del ROS. Quella trattativa della quale oggi, punto per punto e in mezzo all’indiferenza e all’assuefazione dell’opinione pubblica, vengono realizzati quei punti contenuti nel ‘papello’ e che sanciscono la definitiva sconfitta dello Stato di diritto.
Vogliamo anche noi dichiararci sconfitti, vogliamo anche noi chinare il capo e dichiararci servi, vogliamo anche noi rinunciare alla nostra libertà?
Il 19 luglio non è lontano. Prepariamoci.
Quest’anno da quella via in cui tutto è cominciato alle 5 del pomeriggio di 17 anni fa, dovrà nascere e non dovrà più fermarsi la nostra RESISTENZA.
Non dovrà più fermarsi fino a quando non sarà fatta Giustizia, fino a quando quei criminali che, anche dentro le istituzioni, stanno oggi godendo i frutti di quella strage non saranno spazzati via per sempre

Radio France: Politica, mafia e l’omertà tv di Porta a Porta

Radio France: Politica, mafia e l’omertà tv di Porta a Porta.

Eric Valmir è il corrispondente, per l’Italia, di Radio France, la radio pubblica francese. Di ritorno da un incontro col giudice Roberto Scarpinato -autore, con Lodato Saverio, de “Il ritorno del principe” (Chiare Lettere)- ha pubblicato sul suo blog questo post, che traduco.

La prima frase mi disorienta: “Non parliamo di Berlusconi, d’accordo?”. Mi disorienta perché due ore prima, davanti al teatro Massimo di Palermo, uno degli attori, sul fronte economico, della lotta contro la mafia mi ha posto la stessa condizione. Io non sono lì per parlare di Berlusconi, ma dei meccanismi di Cosa Nostra.

E con un sorriso d’intesa lo dico pure al mio ospite: “Sono venuto per parlare del suo libro, Il ritorno del principe”. E’ vero… l’entourage di Berlusconi è spesso sospettato di collusione con la Mafia, il suo braccio destro, Marcello Dell’Utri, è stato peraltro condannato nel corso della precedente legislatura, ma nessuna prova ha mai implicato formalmente il Presidente del Consiglio.

Roberto Scarpinato è l’ultimo dei giudici di Palermo. L’ultimo della generazione di Falcone e Borsellino, i due magistrati assassinati nel 1992 e nel 1993. Una memoria storica della giustizia palermitana che ha rifiutato di trasferirsi a Milano o a Verona. Vive sotto scorta. E’ stato lui ad istruire il processo contro Giulio Andreotti per complicità mafiosa. Giulio Andreotti, oggi senatore a vita – e sette volte presidente del Consiglio.

La sentenza di primo grado l’aveva assolto per insufficienza di prove, ma la Corte d’Appello, tre anni più tardi, rovesciò il verdetto. Andreotti colpevole. Il delitto di “associazione a delinquere” venne riconosciuto, ma i fatti, nel frattempo, erano caduti in prescrizione.

Il ritorno del principe non è una descrizione dell’inchiesta Andreotti. Per Roberto Scarpinato, che si esprime con voce lieve, Andreotti non è che il prodotto di un sistema pronto ad ogni prova, e protetto, oggi, da una cornice mediatica. Le conclusioni dell’inchiesta Andreotti non sono mai state riportate troppo chiaramente dalla stampa italiana. Il giudice Scarpinato cita nel suo libro un esempio della copertura mediatica televisiva: Porta a Porta, il talk di successo di Bruno Vespa, su Rai Uno.

Quando Andreotti viene assolto, Bruno Vespa gli consacra una trasmissione trionfale.
Quando viene dichiarato colpevole, non una parola.

Quando il braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, si becca nove anni di reclusione per collusione con la Mafia, Porta a Porta propone un’edizione speciale sulla sessualità degli anziani. Stessa cosa in occasione della condanna di Bruno Contrada, numero tre dei servizi segreti italiani, vicino agli ambienti mafiosi.

Questi esempi sono citati quasi a titolo d’ironia nel libro. Il resto dell’intervista scompone tutto un meccanismo che prende avvio da un sistema di tipo feudale. Una minoranza di potenti che mantiene il proprio potere ed i propri interessi ricorrendo ad ogni mezzo. Fino alla violenza e all’omicidio politico.

La Mafia non è un’organizzazione criminale, è una cultura clientelare. La sola che esista, quella di chi dirige. Quella di cui è sempre stata negata l’esistenza fino agli anni 70. La borghesia mafiosa palermitana utilizzava gruppi per imporre un regno di terrore, ma al riparo da ogni sguardo. La Mafia era una leggenda. Tutto cambia con Totò Riina e Bernardo Provenzano, i due leggendari padrini di Corleone, che mettono a segno una strage dopo l’altra. La Mafia diviene un fatto mediatico. Il cinema se ne impadronisce. E il Principe si adatta. La Mafia… sono loro. Il Principe finisce per liquidarli. In galera. Cosa Nostra è finita. Basta crederci!

Il Principe è una classe dirigente fatta di notabili, imprenditori ed eletti. Un corpo a se’ stante che risale al XVI secolo. Nel libro, Scarpinato scrive: “Dapprima sono apparsi i metodi mafiosi, poi la Mafia. Nel 1861, al momento dell’unità d’Italia, il 90% della popolazione era analfabeta; nel 1848, il 60%. Non per colpa sua: essa era stata tenuta nell’ignoranza e non aveva mai potuto conoscere i princìpi di una democrazia. E non sono sufficienti cinquant’anni di Repubblica per modificare il corso delle cose, soprattutto quando il Principe sta nel cuore della vita pubblica”.

Il Principe ha tremato nel 1992. Il Muro di Berlino italiano. I due terzi della classe politica decimati dall’inchiesta Mani Pulite, i comunisti risparmiati, i giudici al potere – ed allora il Principe decide di usare i metodi forti. Riina e Provenzano uccidono, massacrano. Falcone e Borsellino vengono assassinati. Per vendetta, si dice.

“Non credo”, risponde Roberto Scarpinato. “In quel momento, in cui tutto era destabilizzato, il Principe doveva conservare il potere. Un colpo di Stato non era possibile. Dopo il crollo del sistema politico, era stato progettato un attentato mostruoso alla Stadio Olimpico di Roma. La bomba non ha funzionato. Quella carneficina sarebbe rimasta nella Storia. Per l’onda emotiva si sarebbe portato al potere una nuova generazione scelta dal Principe. Falcone e Borsellino avevano scoperto simili manipolazioni politico-mafiose, che avrebbero portato ad una riorganizzazione dello Stato, ed un progetto comparabile ad una sorta di balcanizzazione dell’Italia. Abbiamo ripreso l’inchiesta, ma mai ci è riuscito di produrre le prove necessarie. Tuttavia il Principe voleva dividere l’Italia in tre, affinché ognuno potesse conservare i propri privilegi. Il Nord agganciato alla locomotiva europea, il Centro tecnocratico, e il Sud una sorta di Singapore italiana con tutte e quattro le Mafie al comando.

“Ovviamente -prosegue il giudice- mi si dirà che la mia immaginazione è fertile, e che la Mafia appartiene al passato. Ma io non cerco che la verità: non per altro sono minacciato di morte e non ho più una vita privata. Lo trova normale”?

Abbiamo parlato per due ore, ma il tempo m’è sembrato scorrere molto più in fretta. Tornato nel frastuono della strada palermitana, osservo le facciate color ocra di via Roma. Il sole è dolce, una coppia si bacia, i primi odori dell’estate… L’Italia.

Eric Valmir, 16.04.2009
traduzione di Daniele Sensi

Mafia & politica

Mafia & politica.

Scritto da Roberto Brumat

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Benny Calasanzio e Salvatore Borsellino
Fonte http://robrumat.altervista.org/

Due Borsellino, un unico destino

La società è come il nostro organismo: quando si ammala crea anticorpi, generati per contrastare il morbo. E se il morbo si chiama mafia gli anticorpi più resistenti sono i superstiti delle vittime oneste di mafia. Due di questi anticorpi si chiamano Salvatore Borsellino e Benny Calasanzio: 67 anni il primo, 24 il secondo. Li accomuna, oltre alla passione civile, il cognome dei loro familiari assassinati nel 1992: Borsellino. Il giudice Paolo Borsellino, fratello di Salvatore e gli imprenditori Paolo Borsellino e Giuseppe Calasanzio, zio e nonno di Benny. Li abbiamo incontrati a Padova in un incontro pubblico alla Fornace Carotta organizzato dai ragazzi di Laboratorio ‘48.

Quando dopo essere stato costretto a cedere l’impresa alla mafia, dopo le prime minacce e l’uccisione di suo figlio Paolo, mio nonno raccontò tutto agli inquirenti, questi gli consegnarono porto d’armi e pistola: non essendo un pentito (non era mafioso) non potevano proteggerlo. Così per freddarlo a colpi di kalasnikov 8 mesi dopo, la mafia attese che passasse in auto nella piazza del paese gremita di gente. Era rassegnato, abbandonato da tutti: diceva di essere un morto che cammina.

Chi parla è il giornalista Benny Calasanzio: I mandanti sono rimasti impuniti, il sindaco di allora è stato rieletto, solo un killer è finito dentro. Chi l’ha ucciso, come sempre, sono mafiosi di basso livello che vanno compatiti: non hanno il coraggio di agire da soli, hanno paura della loro ombra e per questo prima di sparare sniffano cocaina, per avere una donna la pagano, hanno con sé la bibbia e sono uomini perennemente in fuga.

Diversa la storia, conosciuta, del giudice Borsellino e dei suoi angeli custodi. Salvatore Borsellino ne ricorda i nomi perché non siano solo “i ragazzi della scorta”: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina (Antonio Vullo rimase ferito).

Paolo Borsellino non si occupava di diritto penale, era un giudice civile chiamato da Falcone nel pool antimafia. Poi un giorno mentre alla DIA di Roma interrogava il pentito Gaspare Mutolo, con cui io oggi parlo tranquillamente– racconta il fratello Salvatore- disse all’ex mafioso “Vado via due ore e torno”. L’aveva convocato il neo ministro dell’Interno Nicola Mancino. Era il primo luglio 1992 e sulla sua agenda degli appuntamenti (non quella rossa sottratta dai servizi segreti) è annotato h 19 Mancino. Mutolo, che stava svelando gli intrecci tra mafia, politica, polizia, servizi segreti, racconta che quando mio fratello tornò era così nervoso che si mise in bocca due sigarette. Ne chiese al giudice il motivo e lui gli rispose che assieme al ministro aveva visto Bruno Contrada. Mancino nega quell’incontro, dice di non aver mai visto Borsellino. E’ indegno, ma l’attuale vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura non può parlare: se lo facesse dovrebbe ammettere che quella sera al Viminale fu presentata a Paolo la trattativa avviata tra lo Stato e Cosa Nostra. I Ros dei Carabinieri stavano trattando per far finire l’attacco allo Stato.

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Stragi di Stato e nuovi eroi nazionali

“Devo fare in fretta” diceva Paolo nei 57 giorni vissuti dopo la strage di Capaci. Sapeva che presto sarebbe stato ucciso. Nella sua ultima lettera scrisse che stava cercando di allontanarsi dai figli nell’illusione che sentendolo più distante avrebbero sofferto di meno quando sarebbe morto. Aveva cominciato a tenere in braccio meno spesso la figlia e continuava a dire: “Quando sarò ucciso sarà stata la mafia, ma non sarà stata la mafia a volere la mia morte”. Se ripenso a tutti i grandi attentati italiani (piazza Fontana, Italicus, Brescia, Bologna, Ustica…) vedo che sono tutte stragi di Stato! Le stragi di Stato sono sempre servite per indirizzare gli equilibri politici dell’Italia. Una cosa che ci rende indegni di considerarci un Paese civile.

E fa male sentire il premier chiamare eroe un mafioso assassino come Vittorio Mangano, il “fattore” (detto stalliere perché nelle intercettazioni parlava di cavalli da consegnare, riferendosi invece a partite di droga) che per due anni visse con la famiglia Berlusconi nella villa di Arcore e ogni giorno accompagnava a scuola i figli dell’attuale premier e che nell’86 fece esplodere una bomba fuori di una casa milanese di Berlusconi, e nel 1995 strangolò il vecchio boss palermitano Giovanbattista Romano sciogliendolo poi nell’acido: reato per cui fu condannato all’ergastolo oltre che per l’uccisione di Giuseppe Pecoraro. Berlusconi lo definisce eroe per non aver fatto i nomi dei politici! Così si dichiara eroica l’omertà! Ecco perché i ragazzi della scorta Borsellino non li chiamerò mai così: non voglio confonderli con questa gente. Sono dei martiri.


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Il piano piduista di Gelli è stato attuato

Il fatto è che gli italiani non si accorgono che viviamo dentro un golpe bianco – prosegue Salvatore BorsellinoCome possiamo riconoscerci in un Paese che non rispetta più la Costituzione, che fa sedere in Parlamento 19 condannati definitivi, che dà l’immunità parlamentare, che legifera attraverso decreti legge? Non siamo più in democrazia. Le decisioni per il Paese non si prendono più nel Gabinetto dei ministri, ma nelle sale da pranzo delle residenze private del premier. Il lodo Alfano è una modifica alla Costituzione. Andate a vedere il piano Rinascita democratica di Licio Gelli e ritrovate l’Italia di oggi. Nella P2 Berlusconi aveva la tessera 1816 e Fabrizio Cicchitto la 2232. Anche il progetto Gelli sulla stampa è stato attuato mettendo a libro paga almeno due giornalisti influenti per ogni redazione, tanto che oggi l’informazione è omologata. Per capirlo cercate i primi attacchi a Gioacchino Genchi, il funzionario di polizia specializzato non nelle intercettazioni telefoniche (come scritto da tutti i giornali), ma nell’incrociare i dati dei tabulati telefonici: 2 giorni dopo il Corriere che lo presentava come “lo spione di tutti gli italiani” è arrivata Repubblica e dopo 4 giorni La Stampa. Articoli simili. Oggi c’è anche un altro fenomeno curioso: se cerco le news sul cellulare, 8 volte su 10 le prime che mi fornisce Google sono tratte da Il Giornale. Un caso? Per avere un’informazione libera sull’Italia ora leggo la stampa estera. E perfino le notizie sul dopo terremoto devo apprenderle da chi mi informa direttamente dall’Abruzzo: così ho scoperto che c’erano paesi dove le tende non erano ancora arrivate, quando si diceva che le avevano tutti, che non c’era il riscaldamento… Poi veniamo a sapere che la prefettura de L’Aquila è stata sgomberata tre ore prima della rovinosa scossa. Ma come! Questi intuivano il pericolo e non hanno lanciato l’allarme?

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La mafia e la crisi

Perché sappiamo tutto della Franzoni e degli assassini di Erba e nessuno parla dei processi a Marcello Dell’Utri, condannato a 10 anni per corruzione mafiosa, l’uomo che Berlusconi abbraccia? La verità- prosegue Borsellino– è che il Mezzogiorno con le sue mafie continua ad essere tenuto così perché funzionale al potere: è esclusivamente un serbatoio di voti facilmente controllabile grazie alla capillare pressione esercitata sulla gente dalla criminalità organizzata. Ma l’errore che fate nelle altre regioni è pensare che la mafia l’abbiamo solo noi al Sud. Dove credete che investa i suoi soldi sporchi di sangue, se non dove l’economia gira? Dove investe in centri commerciali, costruzioni, locali, se non al nord? E oggi con la scarsa liquidità delle banche dovuta alla crisi, chi viene in soccorso con ingenti capitali se non la forza economica privata numero uno in Italia? Ormai le mafie uccidono poco, preferiscono gli affari: ma i tanti cinquantenni lasciati a casa quando per comodità si preferisce far fallire le aziende, non vengono forse “uccisi” anche loro?

Bavaglio agli inquirenti scomodi

Non è più di moda ammazzare i giudici: basta delegittimarli e attaccarli sulla stampa presentando inesistenti guerre tra Procure. Quella di Salerno ha messo in luce gravissimi reati commessi dalla Procura di Catanzaro su cui ha giurisdizione. Luigi De Magistris, pubblico ministero da tre generazioni, per il suo impegno è stato costretto a cambiare lavoro: mi ha detto che la scelta di passare alla politica è stata difficile, ma la sola possibile.

Poi c’è Genchi, sospeso dal servizio in polizia. I suoi controlli avevano permesso di capire che 80 secondi dopo la strage di via D’Amelio qualcuno aveva comunicato l’attentato a Bruno Contrada capo in Sicilia dei servizi segreti, chiamandolo dal castello di Utveggio che sovrasta il quartiere. La telefonata partì dal cellulare clonato del giudice appena ammazzato. Nel castello c’erano la sede segreta del Sisde e la Compagnia delle Opere (associazione imprenditoriale di ispirazione ciellina, che raggruppa 34.000 imprese). E’ dalla sede del servizio segreto (camuffata nel centro regionale di formazione per manager Ce.Ris.Di.) che mesi prima dell’attentato ci fu uno scambio di telefonate con il sospetto mafioso Gaetano ScottoLa Compagnia delle Opere è presente in ogni processo su distrazione di fondi pubblici. Tutti gli appalti pubblici lombardi passano attraverso la Compagnia delle Opere… E Genchi dice che i suoi guai sono iniziati quando nelle inchieste si è imbattuto in personaggi legati ad essa. Temo per la vita di Genchi. Intanto gli hanno tolto distintivo, pistola, casella mail alla polizia di Stato.

Ecco i prossimi giudici nel mirino!

Borsellino invita a prevedere i prossimi eventi: Tenete d’occhio i bravi giudici Ingroia e Di Matteo: sono i prossimi che subiranno forti attacchi perché si stanno occupando dei vertici dei Ros a Palermo. A Milano gli stessi vertici Ros (che hanno perquisito senza averne giurisdizione gli archivi di Genchi e che hanno “curiosamente” omesso di perquisire il covo di Totò Riina, sono incriminati per traffico di droga. Ma non è solo il centrodestra ad attaccare i giudici, c’è anche il centrosinistra: come avvenuto con i giudici De Magistris e con Clementina Forleo. Perché destra e sinistra hanno stretto accordi come ha ammesso chiaramente alla Camera anche il senatore Violante

Ma l’ingegnere elettronico che sulla sete di verità ha fatto una battaglia personale, ammette: La consorteria politica persegue i suoi interessi. Non ho speranze di vedere giustizia. Dovrebbe succedere ciò che Leonardo Sciascia vedeva come impossibile: che lo Stato processi se stesso.

FONTE: http://robrumat.altervista.org/

Il giudice Borsellino parla di Mangano

Il giudice Borsellino parla di Mangano.

Questa è una piccola parte dell’intervista rilasciata nella sua casa di Palermo dal giudice Paolo Borsellino il 21/5/1992 (due giorni prima della strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone) a Fabrizio Calvì e Jean Pierre Moscardò, due giornalisti francesi che stavano realizzando un documentario sugli affari della mafia in Europa.

Parti di questa intervista sono state proposte in tv il 16 marzo 2001 dalla trasmissione “Il Raggio Verde” di Michele Santoro e da “Terra” settimanale di approfondimento del tg5 il 24 marzo 2001.

Ne riporto domande e risposte, escludendo le parti riguardanti i possibili rapporti illeciti fra Vittorio Mangano, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, perché in merito il giudice Borsellino parlava non con diretta conoscenza dei fatti e delle indagini allora in corso alla Procura di Palermo.

Vittorio Mangano (profilo tratto da “Terra” del tg5), fatto assumere da Marcello Dell’Utri come fattore (“stalliere”) nella villa di Silvio Berlusconi di Arcore (Milano) ed imprenditore già famoso in Francia per l’avventura dell’emittente televisiva “La Cinq”. E’ morto il 23/7/2000, gli erano stati concessi gli arresti domiciliari a causa delle sue precarie condizioni di salute, aveva 58 anni.

il giudice Paolo BorsellinoBorsellino:

Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in un periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane.
(sospensione per una telefonata ricevuta) Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come “uomo d’onore” appartenente a Cosa Nostra.

Giornalista:

“Uomo d’onore” di che famiglia?

Borsellino:

Uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè del….di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì dal….da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga che….dei traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.

Giornalista:

E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?

Borsellino:

Il Mangano di droga….eh….Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche come “magliette” o “cavalli”.

Giornalista:

Comunque lei in quanto esperto, lei può dire che quando Mangano parla di “cavalli” al telefono vuol dire droga?

Borsellino:

Sì, tra l’altro questa tesi dei “cavalli” che vogliono dire droga, è una tesi che fu asseverata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi-processo per traffico di droga.

Giornalista:

Dell’Utri non c’entra in questa storia?

Borsellino:

Dell’Utri non è stato imputato del maxi-processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.

Giornalista:

A Palermo?

Borsellino:

Si, credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.

Giornalista:

Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?

Borsellino:

Non ne conosco i particolari, (consulta delle carte, che aveva dinanzi sulla scrivania) potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di….Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi.

Giornalista:

I fratelli?

Borsellino:

Sì.

Giornalista:

Quelli della Publitalia?

Borsellino:

Sì.

Giornalista

Mangano era un “pesce pilota”?

Borsellino:

Sì, guardi….le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco….erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord-Italia.

Giornalista:

Si è detto che ha lavorato per Berlusconi ?

Borsellino:

(lungo sospiro) Non le saprei dire in proposito o…anche se….dico….debbo far presente che….come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, poiché ci sono….so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali….non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti, ostensibili e quali debbono rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.

Giornalista:

C’è un’inchiesta ancora aperta?

Borsellino:

So che c’è un’inchiesta ancora aperta.

Giornalista:

Su Mangano e Berlusconi a Palermo?

Borsellino:

Sì.