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Genchi: “Due o tre cose che so di Spatuzza”

Fonte: Genchi: “Due o tre cose che so di Spatuzza”.

Parla il superesperto di intercettazioni telefoniche: “Il mafioso che accusa Berlusconi fece importanti chiamate nei giorni delle stragi”. Ma conversava anche col misterioso La Lia, sul cui numero chiamavano boss e politici

Palermo, dicembre. Tutto era cominciato con un’intervista, poco più di un anno fa, sulle colonne di questo giornale. Spiegò cosa fosse la sua banca dati informatica, il cosiddetto «archivio Genchi».
Mi disse: «Raccontiamo la verità in un libro. Dal perché allontanarono me e De Magistris in Why Not?, alle indagini sulle stragi del ’92 e ‘93 che fui costretto ad abbandonare». Rispetto ad allora, Gioacchino Genchi, 49 anni, consulente telematico di magistrati di mezza Italia, pesa una quarantina di chili di meno. Da luglio sta testimoniando alla Procura di Caltanissetta su come le inchieste sui mandanti delle stragi del ’92 furono fermate. E pare deciso a non fermarsi più.


Scontro in udienza

E infatti il libro è appena stato pubblicato, ma dalle mille pagine che ne sono uscite, è rimasto fuori un episodio, che spiega qui, su Oggi. È la storia di un telefono cellulare, appartenuto ad un signore di cui probabilmente non avete mai sentito parlare, certo Giovanni La Lia, siciliano di Misilmeri, provincia di Palermo. Una storia davvero inquietante e ora assai importante che ha deciso di narrare in seguito al deposito delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, killer del quartiere Brancaccio dei Graviano, condannato per le stragi del ’93, il mafioso che ha tenuto banco nelle ultime settimane. Spatuzza ha raccontato infatti, tra le altre cose, che il suo boss, Giuseppe Graviano, nel gennaio ’94 in un bar di via Veneto a Roma, gli avrebbe ordinato di non spargere più sangue perché Berlusconi e Dell’Utri «avevano messo l’Italia nelle loro mani». Dichiarazioni pesanti.
Al processo d’appello al senatore Dell’Utri, precisamente nell’udienza eccezionalmente tenutasi a Torino per ragioni di sicurezza, Giuseppe Graviano si è avvalso della facoltà di non rispondere. Suo fratello Filippo, invece, ha smentito Spatuzza.
Alla fine del 1992 Genchi era il vice del gruppo che indagava sulle stragi, gruppo non a caso denominato «Falcone-Borsellino». Cosa risulta nel suo «archivio» su Spatuzza, sui Graviano e sul telefono cellulare del signor La Lia? «Cominciamo dall’inizio» racconta Genchi. «Perché nell’inchiesta sulle stragi fu svolto un lavoro immenso. Recuperammo addirittura tutte le telefonate fatte in Sicilia il 23 maggio e il 19 luglio 1992, i giorni di Capaci e via D’Amelio. E quando acquisimmo i traffici telefonici nel giorno delle due stragi, trovai anche importanti chiamate del cellulare di Spatuzza, intestato a suo nome e acceso il 7 agosto 1991».
Spatuzza sembra essere un filo conduttore che porta dalla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta, a quelle di Milano, Roma e Firenze.
Vediamo le coincidenze.
Il 27 gennaio 1994 Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati in un ristorante di Milano insieme ad altri (questi ultimi accusati del reato di favoreggiamento). Una settimana più tardi, il 5 febbraio, viene organizzata la prima riunione dei club di Forza Italia dell’isola all’Hotel San Paolo di Palermo. Tra i partecipanti, c’è pure un club di Misilmeri, nato da appena tre giorni, uno tra i primissimi in Sicilia. Ed è questo il club intorno al quale si annida un crocevia di misteri senza precedenti.

Numero che scotta

In mano, Genchi sventola due vecchi verbali, del 13 e del 18 di aprile del 1994. Siamo a due mesi da quegli episodi. I carabinieri, proprio nel corso dell’inchiesta su chi abbia favorito la latitanza dei Graviano a Milano, hanno trovato un numero di telefono che scotta maledettamente. E hanno così convocato per sommarie informazioni il suo proprietario, Giovanni La Lia, 30 anni.
Chi è La Lia? È un disoccupato, ma è un tizio intraprendente, visto che due mesi prima, il 2 febbraio, si è buttato in politica: è lui infatti ad aver fondato il club di Misilmeri che ha partecipato al meeting dell’Hotel San Paolo. L’uomo si presenta e spiega della nascita del club, dei soci fondatori. Gli chiedono fra l’altro se abbia mai sentito parlare di Dell’Utri. No. Gli pare solo sia un tizio della Fininvest. Al Nord, dice, conosce solo due persone, di Forza Italia: Angelo Codignoni, segretario nazionale dei club, e Gianfranco Miccichè, perché neodeputato siciliano.
E i carabinieri arrivano al dunque. Gli domandano se abbia mai prestato il cellulare a qualcuno. No, risponde. E Graviano lo conosce? Mai sentito nominare. E dice pure che non sa di chi sia un numero di telefono che gli mostrano. Pochi giorni più tardi torna in caserma: non lo sa proprio.
E allora qualcosa non torna.

La donna del boss

Dice Genchi: «Dai tabulati, risultava che La Lia si era sentito più volte con quel numero. Lo usava Francesca Buttitta, la  donna che era nel ristorante con i Graviano la sera dell’arresto. Ossia la fidanzata di Giuseppe Graviano, il Graviano di cui oggi parla Spatuzza, e che assai probabilmente era l’uomo che con quel numero chiamava La Lia. Perciò La Lia era stato convocato dai carabinieri».
I tabulati del disoccupato di Misilmeri, correndo a ritroso nel tempo, raccontano una storia sempre più oscura: «Il  suo telefono fu attivato il 4 marzo 1992, due mesi prima delle stragi siciliane, ma io fui in grado di acquisire soltanto le sue chiamate successive al gennaio 1993».
Genchi continua nella sua ricostruzione: «La prima cosa assolutamente singolare è che da allora il cellulare di La Lia chiamò per mesi quasi esclusivamente una sola persona, che poi risultò essere un suo cugino. Un macellaio di nome Giovanni Tubato. È, più precisamente, l’uomo accusato di essere  il custode dell’esplosivo della strage di Capaci e di quelle del ’93. Ma da Tubato non possiamo sapere più nulla. È stato ammazzato il 20 agosto del 2000».
Mentre si avvicina la nuova stagione delle stragi, primavera ’93, sul telefono di La Lia arrivano intanto nuove chiamate. Ad aprile arrivano quelle del cellulare di certo Giusto Bocchiaro, amico d’infanzia e vecchio datore di lavoro. Ma il suo telefono non lo usa sempre lui: più spesso è nelle mani di un cugino di secondo grado, Pietro Lo Bianco.

Lupara Bianca

«Un altro boss di Misilmeri», spiega Genchi, «uomo di Bagarella e Riina, ucciso dalla lupara bianca. Bocchiaro aveva una casa in aperta campagna con un magazzino, utilizzato da Lo Bianco (che all’epoca era latitante). All’interno fu ricavato un bunker con un enorme arsenale di armi. Ed è il magazzino di cui parla oggi Spatuzza, in cui sarebbe stato custodito pure il lanciamissili che, nelle intenzioni dei boss, doveva servire per ammazzare il giudice Giancarlo Caselli.

Gruppo di fuoco

«Il fatto singolare è che queste cose non sono affatto emerse ora che tutti si stupiscono, ma dodici anni fa, quando Bocchiaro lo confessò ai carabinieri e io accertai le telefonate».
E dunque c’è questo misterioso cellulare del disoccupato La Lia, presidente del futuro «club pioniere» di Forza Italia di Misilmeri, che contatta l’armiere delle stragi Tubato, il boss Lo Bianco fatto ammazzare dagli sgherri di Provenzano dopo la cattura di Riina, e Giuseppe Graviano, il capo assoluto di Brancaccio. Ma non è finita.
«Già», osserva Genchi, «gli aspetti più inquietanti arrivano ora. Il 18 maggio 1993 sul telefono di La Lia si fa viva un’altra persona che ha attivato il suo cellulare appena dieci giorni prima. E dal 12 giugno 1993 fino al 22 luglio 1993 sarà, tranne in due casi, il suo unico interlocutore. È un giovane medico. Si chiama Salvatore Benigno, detto u picciriddu. Benigno è tra le persone che hanno commesso, il 27 maggio 1993, la strage di via dei Georgofili a Firenze. Oggi è tra i pochissimi stragisti non più, da tempo, al 41 bis». A fine luglio ci sarà la strage di via Palestro, a Milano. Ed è un elemento da tener presente anche perché ci furono altre due persone a chiamare l’utenza intestata a La Lia…
«Ed è qui l’elemento d’interesse. Perché uno è Giorgio Pizzo, anch’egli condannato per le stragi di Roma, Firenze e Milano. Ma della famiglia dei Graviano. E l’altro, pure lui ormai riconosciuto colpevole degli stessi delitti, e pure lui dei Graviano, è proprio Gaspare Spatuzza, che si sentì con La Lia il 9 luglio del 1993».
Pare un gigantesco reticolo, quello che unisce Brancaccio e Misilmeri: Tubato, l’armiere delle stragi; Lo Bianco, il custode di un arsenale di Cosa Nostra; il boss Giuseppe Graviano, condannato per le stragi per essere al vertice della Cupola; gli esecutori materiali delle stragi Salvatore Benigno, Giorgio Pizzo e Gaspare Spatuzza, che oggi vuole collaborare. E tutti loro che passano dallo stesso cellulare. Il cellulare di un disoccupato che presto si butterà in politica con il nuovo partito.
Commenta Genchi: «Non dimentichiamoci che all’inizio del ’94 un attentato fallì allo stadio Olimpico e altri ne erano in programma, ma improvvisamente la strategia stragista si interruppe. Tutti gli attentati furono messi a punto da questo medesimo gruppo di fuoco, che, come ora si sa, disponeva di tale arsenale. Ma ciò che mi sorprende è che su queste consulenze assai datate nessuno che si sia occupato delle stragi del ’92 e del ‘93 mi abbia mai chiamato a testimoniare. Tanto che a Firenze, pur avendo acquisito la mia consulenza sul telefono in uso a a La Lia, non si sono per nulla soffermati ad approfondire cosa successe dopo, con lo stesso cellulare usato con tutti questi stragisti».
Ma con chi ebbe contatti il famoso cellulare di La Lia una volta terminata la stagione delle stragi? Dice Genchi: «Fino a qualche giorno prima dell’arresto dei Graviano, il bacino d’utenza è quello che ho descritto, col gruppo di fuoco della mafia. Poi, a febbraio cambia. È stato ipotizzato, anche in sede giudiziaria, che quella utenza intestata a La Lia sia stata sfruttata, in alcuni periodi, da altri. E che probabilmente poi il cellulare sia tornato a essere usato unicamente da La Lia. Tant’è che vi compaiono chiamate ad altri club di Forza Italia, come quello di Bagheria, e a politici dell’isola. Ad esempio si sentì con il deputato del Pdl Gaspare Giudice e con il senatore di Forza Italia Michele Fierotti, entrambi scomparsi. C’è poi una serie di chiamate, da marzo a maggio del 1994, con un numero di Rino La Placa, già consigliere comunale Dc a Palermo, poi responsabile regionale del Ppi e attualmente tesoriere siciliano del Pd. La prima di queste telefonate era del 27 marzo 1994. Dai tabulati risulta che lo stesso La Placa due giorni dopo telefonò a un’utenza dell’abitazione romana di Silvio Berlusconi, in via Santa Maria dell’Anima».
In realtà nessuno può dire con certezza chi veramente chiamava chi e per quali ragioni. Cioè quali fossero realmente autori, destinatari e contenuti di questo aggrovigliato traffico telefonico. Né si può sostenere che la telefonata di La Placa in via dell’Anima vada al di là di una pura coincidenza.
Interpellato da Oggi, Rino La Placa, cade dalle nuvole. Il numero di cellulare intestato a lui che Genchi trovò in contatto con La Lia, e due giorni dopo con l’abitazione di Silvio Berlusconi, ma anche con il coordinatore regionale dell’epoca di Forza Italia Salvatore La Porta, e con altri politici di spicco in Forza Italia, dice di non ricordarlo. Ma esclude categoricamente di averlo usato lui. «Non ho mai conosciuto queste persone. Tantomeno ho mai chiamato Berlusconi. Ma proprio perché mi dice che tale numero era intestato a me, avendone avuti io tanti, andrò a fondo e cercherò di capire se qualche mio collaboratore lo usasse».
Conclude Genchi: «Forse è sulla natura di queste chiamate che si sarebbe dovuto e si dovrebbe ancora approfondire per capire se le accuse di Spatuzza abbiano o meno qualche rilevanza».


Edoardo Montolli (settimanale “Oggi” n°53, 30 dicembre 2009)

LINK
1) Mister Misteri. “Non sono uno spione”. Guerra tra procure. Parla Gioacchino Genchi (Edoardo Montolli, “Oggi”, 16 dicembre 2008)
2)
Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato“, pagina facebook dedicata al libro di Gioacchino Genchi
3) Il
BLOG di Gioacchino Genchi
4)Genchi, la mafia e Forza Italia” (Paolo Dimalio, Antefatto blog, 18 dicembre 2009):

Il titolo del libro del giornalista Edoardo Montolli dice tutto: “Il caso Genchi, un uomo in balia dello stato”. Esperto di informatica, siciliano doc, all’inizio degli anni ’90 Genchi è il primo a portare i computer nelle procure. Collabora con Falcone e Borsellino, indaga sulle stragi di Capaci e via d’Amelio. Poi lavora con De Magistris su why Not, e il pozzo nero dei fondi europei destinati al meridione.




Fonte: antefattoblog


Sa molto, “troppo”, dice lui. E da servitore dello Stato, diventa un mostro da sbattere in prima pagina. Il 24 gennaio 2009, il premier annuncia il più grave scandalo della Repubblica. Destra e sinistra, a braccetto, accusano Genchi di tenere in scacco i telefoni di mezza Italia. “350 mila utenze”, urla il premier. “Il caso Genchi è un caso rilevante per il libertà e la democrazia”, gli fa eco il presidente del Copasir Francesco Rutelli. “Un caso da Corte Marziale” rincara Maurizio Gasparri. La Repubblica italiana al guinzaglio di uno sconosciuto tecnico informatico, che stringe tra le mani chissà quali dossier. Peccato che Genchi non abbia mai intercettato nessuno. Il suo compito è verificare l’attendibilità delle intercettazioni disposte dalla magistratura. Perciò controlla i tabulati telefonici, da dove partono le telefonate, incrocia i dati e archivia tutto. Se le informazioni di Genchi fossero arrivate a Milano nel ’92 mentre scoppiava Tangentopoli, spiega Di Pietro, “oggi avremmo un altro paese, un’altra politica, un’altra imprenditoria”. Ma ora il tecnico siciliano inizia a vuotare il sacco. Per lungo tempo ha incassato in silenzio. “Ho concesso qualche metro di vantaggio ai miei accusatori”, dice lui. “Ora sono qua, trenta chili in meno, tanta voglia di combattere e andare avanti”. E passa al contrattacco. Iniziando da Spatuzza e la nascita di Forza Italia.

Paolo Dimalio

Genchi, la mafia e Forza Italia.

Interessante il video

Fonte: Genchi, la mafia e Forza Italia.

Il titolo del libro del giornalista Edoardo Montolli dice tutto: “Il caso Genchi, un uomo in balia dello stato”.
Esperto di informatica, siciliano doc, all’inizio degli anni ’90 Genchi è il primo a portare i computer nelle procure. Collabora con Falcone e Borsellino, indaga sulle stragi di Capaci e via d’Amelio. Poi lavora con De Magistris su why Not, e il pozzo nero dei fondi europei destinati al meridione.

Sa molto, “troppo”, dice lui. E da servitore dello Stato, diventa un mostro da sbattere in prima pagina. Il 24 gennaio 2009, il premier annuncia il più grave scandalo della Repubblica. Destra e sinistra, a braccetto, accusano Genchi di tenere in scacco i telefoni di mezza Italia. “350 mila utenze”, urla il premier. “Il caso Genchi è un caso rilevante per il libertà e la democrazia”, gli fa eco il presidente del Copasir Francesco Rutelli. “Un caso da Corte Marziale” rincara Maurizio Gasparri.

La Repubblica italiana al guinzaglio di uno sconosciuto tecnico informatico, che stringe tra le mani chissà quali dossier. Peccato che Genchi non abbia mai intercettato nessuno. Il suo compito è verificare l’attendibilità delle intercettazioni disposte dalla magistratura. Perciò controlla i tabulati telefonici, da dove partono le telefonate, incrocia i dati e archivia tutto. Se le informazioni di Genchi fossero arrivate a Milano nel ’92 mentre scoppiava Tangentopoli, spiega Di Pietro, “oggi avremmo un altro paese, un’altra politica, un’altra imprenditoria”. Ma ora il tecnico siciliano inizia a vuotare il sacco. Per lungo tempo ha incassato in silenzio. “Ho concesso qualche metro di vantaggio ai miei accusatori”, dice lui. “Ora sono qua, trenta chili in meno, tanta voglia di combattere e andare avanti”. E passa al contrattacco. Iniziando da Spatuzza e la nascita di Forza Italia.

Blog di Beppe Grillo – Le verità di Genchi sulla nascita di Forza Italia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Le verità di Genchi sulla nascita di Forza Italia.

Sommario:
La fine della Prima Repubblica
L’ala stragista di Cosa Nostra e Forza Italia

La fine della Prima Repubblica

“Mi chiamo Gioacchino Genchi, ho 49 anni, sono il più grande scandalo della storia della Repubblica, fino a un anno fa ero un comune cittadino, un funzionario di Polizia che aveva lavorato per oltre 20 anni nelle più importanti indagini italiane: da Palermo a Milano, da Catanzaro a Catania, da Locri a Siderno, a Reggio Calabria; nei processi di mafia, di omicidi, di criminalità organizzata, nei processi ai colletti bianchi; il sequestro di Silvia Melis e tante, tante altre indagini, prima che scoppiasse il cosiddetto “Caso Genchi”. Si tratta di una delle più grandi pantomime di questo sistema, con la quale si è cercato di bloccare un’indagine, quella del Pubblico Ministero di Catanzaro Luigi De Magistris, ma non solo, si è impedito a dei magistrati di fare le indagini sul conto di altri magistrati e poi, alla fine, si è cercato di far fuori me. Si è cercato di impedire che io potessi continuare a dare il contributo che stavo dando a tanti magistrati da Palermo a Caltanissetta, a Catania, a Catanzaro, a Roma e a Milano, in indagini importanti. Tutto ciò per impedire che questo lavoro, iniziato con Giovanni Falcone e proseguito, purtroppo, ahimè con le indagini sulla strage di Capaci, in cui Falcone era stato ucciso e poi con la strage di Via d’Amelio, potesse portare una volta per tutte a individuare i mandanti reali di quelle stragi e, probabilmente, gli esecutori che, assai probabilmente, sono molto diversi da quelli che sono stati individuati finora.
Sono sulla riva del fiume e sto vedendo sostanzialmente passare il cadavere del mio nemico. Perché le cose che avevo detto e scritto diciassette anni fa si stanno avverando. 17 anni fa non condivisi le scelte investigative che portarono alla chiusura posticcia delle indagini sulla strage di Via d’Amelio con il pentito Scarantino. Ho assunto delle posizioni durissime, ho messo nero su bianco quale era il mio punto di vista sui mandanti morali di quelle stragi e anche sugli esecutori. Adesso i fatti mi stanno dando ragione.
Le indagini che furono fatte nel ’94, ’95, ’96 e 97 a Palermo nelle indagini di mafia su Dell’Utri, su Berlusconi, sulla nascita della Fininvest ci hanno portato a acquisire elementi incontrovertibili su quello che è accaduto in Italia nei primi anni ’90, sulla fine della Prima Repubblica e su come la classe politica ha creato quei nuovi equilibri, quei nuovi leaders, quei nuovi partiti, o meglio quel nuovo partito che doveva consentire di fare sì che, secondo un detto autorevolissimo di Tommasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”, se vogliamo che tutto resti come è ogni cosa deve cambiare. C’era la necessità di cambiare tutto, perché i partiti tradizionali della Prima Repubblica si erano resi impresentabili, erano sotto l’occhio del ciclone non solo di mani pulite per le inchieste giudiziarie, per gli arresti che ogni giorno vedevano decapitare e rinchiudere in carcere leader politici appartenenti al mondo imprenditoriale che quella politica aveva foraggiato. No, perché la gente, il popolo iniziava a ribellarsi a quella classe politica e quindi c’era una progressiva erosione della fiducia, una delegittimazione di quella classe politica e a questa delegittimazione, che nasceva da Mani Pulite, si è aggiunta un’ulteriore forte delegittimazione da parte della mafia, di quella mafia che aveva appoggiato un partito come Democrazia Cristiana, che fin dal 1987 inizia a portare il conto alla Democrazia Cristiana.

L’ala stragista di Cosa Nostra e Forza Italia

La Seconda Repubblica nasce nel momento in cui, nelle ceneri della Prima Repubblica, questi referenti di Cosa Nostra iniziano a cercare nuovi uomini, iniziano a cercare tra i rottami, tra le macerie di quella Prima Repubblica che si era consumata, quei soggetti che, anche per pregresse conoscenze nel campo imprenditoriale, come probabile investimento di risorse economiche e finanziarie della mafia, avevano dato un certo affidamento. Lì il mio lavoro fornisce e ha fornito ai processi e ne fornirà dei risultati che ritengo i più importanti in assoluto sotto il profilo dell’oggettività, della dimostrazione della genesi della nascita mafiosa del partito di Forza Italia, di come dei soggetti appartenenti a Cosa Nostra, appartenenti all’ala stragista di Cosa Nostra, che certamente ha consumato le stragi del 1993, agiscano in perfetta sintonia con le fasi prodromiche e organizzative del partito di Forza Italia a Palermo e in tutta Italia. Viene varato un primo tentativo di creazione di una lega siciliana, Sicilia Libera e, proprio dalla ricostruzione dei dati di traffico telefonici, si è potuto accertare con certezza processuale che uomini di Costa Nostra direttamente collegati a Leoluca Bagarella, il più sanguinario tra i criminali di mafia che siano mai esisti nella storia della mafia da quando esiste la mafia in Sicilia, proprio il gregario di Leoluca Bagarella era in contatto con esponenti romani appartenenti alla massoneria, collegati alla P2, con i quali si sono fatte delle riunioni a Palermo e in Sicilia in date ben precise, tra Palermo e Catania e ci sono dei contatti telefonici con questi soggetti e, immediatamente dopo, a stretto giro questi soggetti hanno chiamato direttamente a casa di Silvio Berlusconi. Ma non finisce qua, perché quando il progetto separatista o il progetto del partito Sicilia Libera, che nasceva un po’ come clonazione di quelli che erano stati il successo e l’esplosione della Lega, che prende lo spazio della frantumazione, dell’annientamento dei partiti tradizionali al nord, quando questo progetto viene abortito, viene abortito nel nome della costituzione di un partito unico che, da associazione nazionale Forza Italia, diventa partito Forza Italia con la creazione dei club di Forza Italia. E lì ci sono delle date che sono indimenticabili, che sono certe: la data con cui nasce il partito di Forza Italia e la data in cui si organizzano i primi clubs a Palermo e si tengono le prime riunioni, una delle quali viene tenuta, non a caso, all’Hotel San Paolo di Palermo: l’Hotel San Paolo, costruito dai costruttori Ienna per conto della mafia, per conto dei Graviano, un Hotel San Paolo nel quale i Graviano pensavano di allocare, all’ultimo piano, nell’attico di un grattacielo per le altezze dei palazzi di Palermo l’appartamento giardino della loro madre, dei loro genitori. In quell’albergo si tiene la prima riunione a cui partecipano gli esponenti mafiosi di Brancaccio e gli esponenti mafiosi di Misilmeri: uno di questi, che è stato sentito nel 1994, si chiama Lalia. Lalia conferma che il club Forza Italia di Braccaccio e quello di Misilmeri sono stati creati a febbraio. Noi vedremo poi dal traffico telefonico che la sezione di Forza Italia, il club Forza Italia di Palermo viene attivato in Via Sciuti appena a marzo, quindi nasce prima quello di febbraio e poi quello di marzo. Ho effettuato la ricostruzione del traffico telefonico di Lalia in un’indagine di mafia, un indagine di omicidio a Misilmeri, l’indagine dove viene trovato il bunker con i lanciamissili con i quali doveva essere fatto l’ulteriore attentato a Caselli, da quegli uomini che poi vengono fatti uccidere tutti da Bernardo Provenzano. Nel telefono di La Lia ci sono i contatti telefonici con Pietro Benigno, condannato all’ergastolo per le stragi di Firenze, ci sono i contatti telefonici con Spatuzza, con lo stesso cellulare con cui Spatuzza, come ho accertato nel 1992, si sentiva e utilizzava il giorno 23 maggio della strage di Capaci e il 19 luglio 1992, la strage di Via d’Amelio.
Partendo da quei contatti telefonici, si ricostruisce la catena dei rapporti del cellulare di Lalia, che è uno dei tanti soggetti che si sentono con parlamentari di Forza Italia, persone che diventeranno senatori, persone che diventeranno deputati regionali, persone che diventeranno esponenti locali del partito di Forza Italia e le chiamate sono perfettamente sequenziali: prima Lalia chiama queste persone, queste persone immediatamente dopo chiamano a casa di Silvio Berlusconi.
Tutto si può pensare, ma i numeri telefonici, i contatti telefonici non sono opinioni, sono dati oggettivi.” Gioacchino Genchi

“Dell’Utri telefonava ai mafiosi, ho le prove”

“Dell’Utri telefonava ai mafiosi, ho le prove”.

”Ho evidenze di telefonate di Dell’Utri ai mafiosi. Ci sono chiare prove che risultano dai tabulati, dei suoi contatti telefonici già all’origine della fondazione di Forza Italia. Ho dei dati inconfutabili che dimostrano come alcuni appartenenti di spicco a Cosa Nostra abbiano preso parte alla genesi del partito in Sicilia oltre che essere direttamente collegati ai soggetti che hanno compiuto le stragi del ’93”. E’ quanto ha rivelato Gioacchino Genchi, consulente informatico per diverse procure, ospite di Klaus Davi nel programma tv Klauscondicio in onda su YouTube.

“Alcuni telefoni legati a fondatori dei club di Misilmeri e di Brancaccio, che si riunivano all’hotel San Paolo di Palermo costruito per conto dei Graviano e ad oggi confiscato alla mafia, sono stati utilizzati – ha detto il consulente – per chiamare mafiosi, stragisti, altri soggetti ora pentiti e condannati all’ergastolo, anche per… contattare a casa il presidente Silvio Berlusconi.

Queste per me sono prove che dimostrano in modo indiscutibile il legame tra chi ha provveduto alla fondazione del partito in Sicilia e chi, a Milano o Roma, ha tirato le fila con i mafiosi. E Dell’Utri – conclude Genchi – é il soggetto che avvicina il Cavaliere a Palermo. Con lui non c’é stato solo un rapporto imprenditoriale ma da loro dipende l’intera genesi politica del partito”.

Genchi aggiunge nella intervista che “la mente di Cosa Nostra è sempre stata negli Usa. Prova ne sono i ripetuti viaggi del boss mafioso, Domenico Raccuglia, negli Stati Uniti fin dai tempi delle stragi del ’92. Queste furono decise in America, non certo a Corleone”.

“I rapporti oltreoceano sono stati la prima cosa che ho evidenziato nelle mie relazioni e nelle mie consulenze proprio alla vigilia dell’attentato di Via D’Amelio. Mi riferisco a delle chiamate fatte negli States nell’estate del ’92 che furono il punto di coordinamento e di controllo dell’attività stragista in Italia. Il cervello è sempre stato là, là dove c’era Buscetta”.

Nella intervista Genchi non esclude la possibilità di “una nuova stagione di stragi, soprattutto se le trattative tra Cosa Nostra, i suoi referenti e le istituzioni dovessero ‘saltare'”.

“Al momento – spiega Genchi – ritengo che un simile scenario tuttavia sia improbabile ma, visto il clima di tensione che si é creato in Italia, tutto è possibile. Il passaggio che stiamo vivendo è molto difficile, ci sono grossi scontri che non sono certamente quelli tra maggioranza e opposizione visto che spesso votano in accordo, come nel caso di Cosentino. Quindi, nel momento in cui le lotte non sono più in Parlamento, privato completamente di ogni funzione, è possibile che accada tutto e il contrario di tutto”.

“Lo Stato – conclude perentorio Genchi – non prevede attentati di mafia perché Cosa Nostra è messa bene ed è già tutelata da esso”.

Ansa, Antimafiaduemila

La Mafia tratta ancora

Fonte: La Mafia tratta ancora.

Scritto da Peter Gomez
Da mesi aleggia lo spettro di un ricatto a Berlusconi da parte di Cosa Nostra.

“Nel 2004, dopo un colloquio investigativo con i pm della super procura, incontrai nel carcere di Tolmezzo, Filippo Graviano. Gli spiegai che ormai da quattro anni mi ero staccato da Cosa Nostra, ma che non potevo fare il passo finale. Non potevo mettermi a collaborare. Filippo stava veramente male. Aveva appena avuto un infarto, ma mi disse con un filo di voce: ‘a questo punto bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che, se non arriva   niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati’”.

Lo spettro del grande ricatto a Silvio Berlusconi che da mesi si aggira nei palazzi della politica romana, si materializza a Palermo il 6 ottobre. Quel giorno all’improvviso il pentito Gaspare Spatuzza, l’ex reggente della famiglia mafiosa di Brancaccio, autore materiale delle stragi del ‘93 e killer di don Pino Puglisi, dà un senso alle parole del leader della Lega Umberto Bossi e a quelle del ministro degli Interni, Roberto Maroni, che sempre più spesso parlano di uno scontro tra il governo e Cosa Nostra.

“Sarà un caso che la mafia inizi ad innervosirsi… Abbiamo segnali che alcuni pezzi grossi della mafia in carcere stanno pensando di fare qualcosa. Ma noi andiamo avanti”, aveva detto il 13 settembre l’uomo del Viminale. “Penso che il caso delle escort sia stato messo in piedi dalla mafia: abbiamo fatto leggi pesantissime. L’ ho spiegato anche a Berlusconi, chi ha in mano le prostitute è la mafia», gli aveva fatto eco il fondatore del Carroccio.Certo, entrambi i leghisti sostengono che Cosa Nostra reagisce alle (presunte) iniziative dell’esecutivo   contro le cosche. Ma, accanto a questa interpretazione, ve ne un’altra, molto più accreditata da investigatori e magistrati. “La trattativa” tra Stato e mafia, proprio come raccontato da   Spatuzza, è ancora in corso. E in carcere i boss delle stragi, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94: il periodo in cui, stando alla sua sentenza di condanna in primo grado, Marcello Dell’Utri, allora impegnato nella creazione di Forza Italia, stringeva accordi con gli uomini dei clan.

Attenti: non è fantapolitica. Perché i segnali, che dicono come in Cosa Nostra sia in corso un cambiamento epocale, si stanno moltiplicando. Ormai molti uomini d’onore non pentiti prendono la parola nei loro processi. E, per la prima volta, lo fanno per difendersi senza però negare la loro appartenenza all’organizzazione. Ha cominciato Salvatore Lo Piccolo, il boss che sperava di succedere a Bernardo Provenzano. Poi è stato il turno di Nicola Mandalà, il ragazzo di Villabate figlio di un dirigente di Forza Italia, che per anni aveva protetto la latitanza di zu’ Bino: “È vero sono mafioso, ma quell’uomo non l’ho ucciso io”,ha detto in aula Nicola lasciando tutti di stucco. Infine, il 28 settembre, a parlare è stato il più importante di tutti: Giuseppe Graviano, 46 anni, 15 dei quali trascorsi in prigione.

Durante il processo contro l’ex senatore democristiano Vincenzo Inzerillo – un politico che nel ‘93, secondo l’accusa, sapeva come le stragi fossero opera dei fratelli Graviano, ma che tentò di convincerli a desistere – Graviano è intervenuto in videoconferenza dal carcere milanese di Opera. E quando gli è stato chiesto, “Signor Graviano lei fa parte di Cosa Nostra”, ha risposto secco: “Sono stato condannato per 416 bis (associazione mafiosa ndr)”.

Eccola qui, allora, la grande paura di Silvio Berlusconi. Eccola qui, nascosta dietro le facce apparentemente pulite di Filippo e Giuseppe, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in carcere indossano giacche all’inglese e golfini di cachemire. E che, nel 1996, sono persino riusciti a far uscire di prigione due provette grazie alle quali le loro mogli hanno avuto un figlio. Dietro le sbarre i Graviano si sono   diplomati. Giuseppe ora spera addirittura di laurearsi in biologia molecolare e intanto conta i giorni che lo separano dalla morte. Sì, la morte. Perché, per quelli come lui, per i mafiosi che da ragazzi davvero pensavano di piegare la politica a colpi di tritolo, sui ruolini delle prigioni sta scritto: “fine pena mai”.

Eppure una volta tutto era diverso. Nel gennaio del ‘94, racconta Spatuzza , Giuseppe “era felicissimo, sembrava uno che aveva vinto al superenalotto”. Seduto a Roma, a un tavolino del bar Doney, ripeteva: “Abbiamo chiuso tutto. Abbiamo chiuso tutto”. Sosteneva che con Berlusconi e Dell’Utri era stato raggiunto un accordo: “Il paese è in mano nostra”, diceva prima di ordinare a Spatuzza di “dare il colpo di grazia”. Cioè di uccidere cento carabinieri con un attentato, poi fallito, allo Stadio Olimpico.

Come è andata finire è cronaca. Il 27 gennaio i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano proprio dai militaridell’Armae,da quel giorno in poi gli investigatori cominciano a parlare dei loro presunti collegamenti con Dell’Utri e Forza Italia. All’ombra della Madonnina, infatti, i Graviano ci stavano ormai da due mesi. E con loro, negli ultimi giorni, c’erano pure le fidanzate e due uomini, con mogli e figli. Uno era il padre dell’attuale centrocampista dell’Udinese, Gaetano D’Agostino. Le carte processuali raccontano che, prima un commerciante palermitano di vestiti legato a Dell’Utri e alla mafia, e poi forse gli stessi Graviano gli avevano promesso di far giocare il figlio   nei pulcini Milan. “Stai tranquillo vedrai che ti troviamo anche un posto di lavoro a Euromercato (allora gruppo Fininvest ndr), lo rassicuravano i boss. Dell’Utri nega. Ma almeno i rapporti tra i Graviano e la neonata Forza Italia, non possono essere smentiti.

Uno dei cellulari usati dai fratelli durante la latitanza, chiamava spesso il presidente del club di azzurro di Misilmeri, Giovanni La Lia, cugino del boss Salvatore Benigno, pure lui condannato per le stragi del ‘93. E sempre La Lia era presente alla prima grande riunione   del movimento di Berlusconi a Palermo. Quelli di Forza Italia l’avevano organizzata a Brancaccio, nell’Hotel San Paolo Palace, l’albergo a cinque stelle di un altro importante presidente di club: il costruttore Giovanni Ienna, un imprenditore che investiva i soldi di Filippo e Giuseppe. Per questo oggi, mentre in carcere i due fratelli contano i minuti e pensano il dà farsi, le tracce di quel traffico telefonico a Palazzo Chigi fanno paura. Più dei ricatti delle escort. Più delle indagini dei “pm comunisti”.

Fonte: Il Fatto quotidiano (Peter Gomez, 29 Ottobre 2009)