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La bomba a via D’Amelio, Narracci in barca

Fonte: La bomba a via D’Amelio, Narracci in barca.

L’agente indicato da Spatuzza, in mare con Contrada quando Borsellino saltò in aria. Ebbero la notizia prima di tutti

È tutta racchiusa in cento secondi la verità sulla strage di via D’Amelio, dove il 19 luglio 1992 morirono Paolo Borsellino e la sua scorta. Un vuoto di cento secondi che ora – grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza e del testimone Massimo Ciancimino, incrociate con vecchie perizie del consulente antimafia Gioacchino Genchi – si riempie di due nomi: quelli di un uomo di mafia e di un servitore dello Stato. Il doppio Stato.

L’uomo di mafia è Gaetano Scotto, della famiglia palermitana dell’Arenella, che il 6 febbraio 1992 risulta aver telefonato a un’utenza del Cerisdi (il centro studi che ha sede nel castello Utveggio sul Monte Pellegrino che domina Palermo, dove il Sisde aveva un ufficio “coperto” e da dove, secondo molti, sarebbe stato premuto il detonatore dell’autobomba che ha ucciso Borsellino) e parlato con un dirigente per 4 minuti; poi fu condannato all’ergastolo per quella strage.


L’uomo dello Stato è Lorenzo Narracci, all’epoca funzionario del Sisde e fedelissimo di Bruno Contrada (allora numero tre del servizio civile con delega all’antimafia, poi condannato in Cassazione a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Narracci fu indagato con Contrada a Caltanissetta in una delle inchieste sui “mandanti esterni” delle stragi, poi archiviata nel 2002. Ora però è stato riconosciuto sia da Spatuzza sia da Ciancimino jr: il pentito dice che Narracci era presente nel garage in cui fu imbottita di tritolo la Fiat 126 che poi sventrò via D’Amelio; il figlio di don Vito dice di averlo visto in un hotel di Palermo dove erano presenti anche suo padre e il “signor Franco”, l’uomo degli “apparati” che lo assistè per trent’anni; quel giorno, nel bar dell’hotel, Narracci avrebbe parlato con Scotto.

Sebbene di nuovo indagato a Caltanissetta, Narracci al momento non è colpevole di nulla: il rischio che, 18 anni dopo, la memoria dei testimoni sia confusa è forte. Ma, se il doppio riconoscimento trovasse conferma, sarebbe il tassello mancante di un mosaico di “coincidenze” che lascia senza fiato. Perché Narracci è, nel migliore dei casi, l’uomo delle coincidenze (come ha ricordato ieri Marco Lillo, il suo nome emerse pure a vario titolo nelle inchieste sulle stragi di Capaci e di via Fauro, senz’alcuna responsabilità penale).

Quattro uomini in barca. Nel pomeriggio di domenica 19 luglio 1992 Narracci è in gita in barca al largo di Palermo con alcuni amici e amiche, fra cui Contrada, un capitano dei carabinieri e il proprietario della barca, Gianni Valentino, un commerciante di abiti da sposa in contatto con il boss Raffaele Ganci (condannato all’ergastolo per le stragi del ’92). Racconterà Contrada a verbale che, dopo pranzo, Valentino riceve una telefonata della figlia “che lo avvertiva che a Palermo era scoppiata una bomba e comunque c’era stato un attentato. Subito dopo il Narracci, dal suo cellulare o dal mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni più precise”. Appreso che la bomba è esplosa in via D’Amelio, dove abita la madre di Borsellino, Contrada si fa accompagnare a riva, passa da casa e, in serata, raggiunge via D’Amelio con Narracci.

Ma gli orari ricostruiti da Genchi non tornano. Tutto in 100 secondi. L’istante esatto della strage è fissato dall’Osservatorio geosismico alle ore 16, 58 minuti e 20 secondi. Alle 17 in punto, 100 secondi dopo l’esplosione, Contrada chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Roma. Ma, fra lo scoppio e la chiamata, c’è almeno un’altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell’esplosione.

Dunque, in 100 secondi, accadono le seguenti cose: la bomba sventra via D’Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell’amico) afferra la cornetta di un telefono fisso (dunque non identificabile dai tabulati), forma il numero di Valentino e l’avverte dell’accaduto; Valentino informa Contrada e gli altri; Contrada afferra a sua volta il cellulare, compone il numero del Sisde e ottiene la risposta dagli efficientissimi agenti presenti negli uffici (solitamente chiusi la domenica, ma guardacaso affollatissimi proprio quella domenica).

Tutto in cento secondi. Misteri su misteri. Come poteva la figlia di Valentino sapere, a pochi secondi dal botto, che – parola di Contrada – “c’era stato un attentato”? Le prime volanti della polizia giunsero sul posto 10-15 minuti dopo lo scoppio. E come potevano, al centro Sisde, sapere che era esplosa una bomba in via D’Amelio già un istante dopo lo scoppio? Le prime confuse notizie sull’attentato sono delle 17:30. Le sale operative di Polizia e Carabinieri parlavano genericamente di “esplosione” e di “incendio nella zona Fiera” fino alle 17:10–17:15 senz’aver ancora individuato il luogo preciso, forse a causa dell’isolamento dei telefoni dei condomìni adiacenti, coinvolti nell’esplosione. Valentino e Contrada, però, in alto mare, pochi secondi dopo le 17 già sapevano tutto: “Attentato”.

Escludendo che la figlia di Valentino e gli uomini Sisde siano veggenti e ricordando i rapporti di Valentino con i Ganci, viene il dubbio che l’informazione sia giunta da chi per motivi “professionali” ne sapeva molto di più: magari qualcuno appostato in via D’Amelio o sul Monte Pellegrino (dove il Sisde aveva una succursale occulta in contatto col mafioso Scotto), che attendeva il buon esito dell’attentato per comunicarlo in diretta a chi stava in barca. Nel qual caso la gita dei nostri marinaretti assumerebbe tutt’altro significato. Purtroppo la chiamata non ha lasciato tracce: proveniva da un fisso (abitazione, ufficio o cabina). E Valentino nel frattempo è morto. Ma ora, quando quei 100 secondi misteriosi sembravano sepolti per sempre, i ricordi di Spatuzza e Ciancimino hanno provveduto a riaprire il caso.

Marco Travaglio (il Fatto Quotidiano, 29 maggio 2010)

Tutti insieme appassionatamente mafiosi – Passaparola – Voglio Scendere

Fonte: Tutti insieme appassionatamente mafiosi – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, oggi parliamo di una vecchia storia che risale al 1989, a 21 anni fa e che è il fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone e i due giudici svizzeri che lavoravano insieme a lui quel giorno nella casa al mare che aveva affittato Falcone per quella estate, però partiamo da una cosa che ci siamo detti l’anno scorso, esattamente di questi giorni.

Stato, doppio Stato e affini
Il 9 maggio 2009, celebrando Il Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, il Presidente della Repubblica Napolitano, disse delle cose molto giuste sul ruolo, di connivenze, di depistaggi di apparati dello Stato per inquinare le indagini su alcuni dei più foschi misteri della nostra storia recente, disse anche una cosa che mi era sembrata molto sbagliata e non soltanto a me, cioè disse: il nostro Stato democratico, proprio perché è sempre rimasto uno stato democratico e in esso abbiamo sempre vissuto, non in un fantomatico doppio Stato, porta su di sé questo peso delle verità non complete.

A questo punto su Il Corriere della Sera il vicedirettore Pierluigi Battista disse che finalmente il Capo dello Stato aveva affondato l’ideologia del doppio Stato e fece l’elenco di tutti gli storici che avevano sostenuto invece il fatto che in Italia lo Stato non si è mai limitato a quella versione ufficiale, pubblica che vediamo davanti alle quinte sul palcoscenico, ma ha sempre avuto anche un doppio fondo, un dietro le quinte, un altro Stato, un doppio Stato che faceva esattamente il contrario di quello che lo Stato ufficiale proclamava e rivendicava pubblicamente, mentre lo Stato ufficiale andava ai funerali dei caduti delle stragi piangendo e promettendo verità piena e promettendo linea dura contro l’eversione rossa, nera, mafiosa etc. in segreto poi c’erano in realtà rappresentanti dello stesso Stato che occultavano, depistavano, facevano sparire prove, mettevano su false piste i magistrati etc.

Perché  mai il Capo dello Stato abbia definito fantomatica la teoria del doppio Stato e perché mai Il Corriere della Sera se la sia presa con gli storici che l’hanno sostenuta con le prove alla mano, non si è mai capito e devo dire che quello che sta venendo fuori grazie a uno scoop di Repubblica di Attilio Bolzoni sui retroscena della strage tentata e fallita per puro caso dell’Addaura contro Giovanni Falcone, che avrebbe dovuto morire, secondo una parte dello Stato italiano, del doppio Stato italiano, rimane un mistero. Ora però Bolzoni rivela che la Procura di Palermo sta indagando su un’altra versione, probabilmente quella più attendibile di quel falso attentato che avrebbe dovuto portare Falcone a morire con 3 anni di anticipo rispetto alla strage di Capaci del maggio del 1992, avrebbe dovuto morire all’Addaura il 21 giugno 1989.

Cosa succede all’Addaura? Per saperlo bisogna tornare un po’ indietro di un anno, al 1988 e quello che sto dicendo non è di mia iniziativa, ma è contenuto nella sentenza di condanna definitiva contro Bruno Contrada che si è beccato 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e Contrada era il numero 1 della Questura di Palermo, poi è stato ai vertici dell’alto commissariato antimafia di Palermo e poi è andato a Roma a fare il N. 3 del Sisde (Servizio segreto civile) era un poliziotto, ha vissuto gran parte della sua carriera a Palermo, tutto intorno a lui sono stati assassinati gli uomini migliori dell’antimafia della Questura di Palermo, lui non è stato mai sfiorato e secondo i giudici che l’hanno condannato non è stato sfiorato perché era una delle quinte colonne della mafia all’interno delle forze di polizia che avrebbero dovuto combattere la mafia, era uno di quegli uomini del doppio Stato che colludeva con la mafia anziché combatterla.

In questa sentenza Contrada si racconta la storia di Oliviero Tognoli. Chi è? E’ un professionista che secondo Falcone che faceva le indagini su di lui, riciclava i soldi della mafia in quegli anni. A un certo punto Tognoli che era indagato sia in Italia, sia in Svizzera dove riciclava i soldi della mafia per riciclaggio di denaro sporco, poi è stato condannato anche per traffico di droga, fugge, fugge poco prima che lo arrestino, fugge nel 1988 perché qualcuno molto ben informato su quello che sta per accadere, l’arresto di Tognoli, telefona a Tognoli mentre sta all’Hotel Ponte di Palermo e lo avverte che c’è un mandato di cattura di Falcone a suo carico e lui scappa.
Poi viene preso nel 1988, la fuga è di qualche mese precedente, e si confida naturalmente con i poliziotti svizzeri che lo acchiappano e che sono il Commissario Clemente Gioia e l’Ispettore Enrico Mazzacchi e lui confida a Gioia che la soffiata che lo ha fatto scappare, veniva da un suo pari grado, pari grado del Commissario Gioia, da un altro poliziotto e non dice di più.
Qualche mese dopo, il 3 febbraio 1989 Tognoli viene interrogato congiuntamente da giudici italiani e svizzeri, per i giudici svizzeri c’è Carla Del Ponte, la famosa Carla Del Ponte, per i giudici di Palermo c’è il pubblico Ministero, Giuseppe Ayala e il giudice istruttore Giovanni Falcone.
La Del Ponte ha raccontato al processo Contrada e è stato confermato il suo racconto da Giuseppe Ayala, dice quello che successe in quell’interrogatorio di Tognoli, da questa parte del tavolo c’erano lei, Ayala e Falcone, da quell’altra parte c’era Tognoli che era stato appena arrestato.
“Chiuso il verbale dell’interrogatorio, dice la Del Ponte, mentre Tognoli se ne stava andando, Falcone gli si è avvicinato per salutarlo e gli ha chiesto chi fosse stato a avvertirlo, affinché lui potesse rendersi latitante, Tognoli non voleva rispondere, si schermiva, allora Giovanni Falcone fece un nome, Bruno Contrada, è stato Contrada? – questo per dire anche l’idea che aveva Falcone di Contrada ben prima che fosse arrestato per richiesta di Caselli e poi condannato – è stato Bruno Contrada?” gli disse Falcone e Tognoli guardandoci tutti e due ci rispose sì e fece un cenno col capo, Falcone disse subito, però dobbiamo verbalizzare, dobbiamo risederci e riaprire il verbale” perché questa è una notizia di reato, un poliziotto in servizio ai vertici della Polizia dei servizi segreti, accusato da un riciclatore della mafia di averlo fatto scappare. “Tognoli disse no, non voleva verbalizzare il nome di Contrada, aveva paura -dice la Del Ponte- io dissi: va beh, questo lo discutete nel pomeriggio”, perché evidentemente l’interrogatorio avrebbe dovuto riprendere nel pomeriggio.

Tognoli a quel punto parla con il suo Avvocato, il quale poi racconta l’altro poliziotto svizzero che era presente, Mazzacchi, conferma a Falcone che la talpa è Contrada, quindi prima Tognoli e poi l’Avvocato di Tognoli, confermano a Falcone che la talpa è Bruno Contrada.
L’8 maggio, 3 mesi dopo, Tognoli però cambia versione e dice che ad avvertirlo per farlo scappare era stato suo fratello Mauro, naturalmente i giudici del processo Contrada credono che sia buona la prima versione e credono che quello che raccontano la Del Ponte, Ayala, Mazzacchi e Gioia sia vero, anche perché subito dopo, due mesi dopo c’è il fallito attentato all’Addaura.

Cosa succede all’Addaura? Nella villa affittata per le vacanze da Falcone e dalla moglie Francesca Morvillo? Falcone riceve la visita della Carla Del Ponte, di un altro giudice svizzero Leman e del poliziotto Gioia che erano lì per parlare con lui delle indagini sul riciclaggio di Tognoli e di altri per conto della mafia.
La mafia piazza 75 candelotti di esplosivo sulla scogliera antistante la villa, poi a un certo punto, poco prima che esploda questo gigantesco ordigno che avrebbe devastato tutto e avrebbe ammazzato Del Ponte, Falcone, Leman, i poliziotti etc., scoprono e disinnescano fortunatamente questa bomba, anche perché in mare c’era un canotto sospetto con delle persone che poi si allontanano.

Contrada e l’attentato fallito a Falcone
Falcone, scrivono i giudici che hanno condannato Contrada, indicò al PM di Caltanissetta che indagavano su quell’attentato, (le indagini sugli attentati contro i magistrati non li fa mai la Procura dove lavorano i magistrati, ma sempre la Procura vicino, quindi sull’attentato a Falcone indaga la Procura di Caltanissetta), Falcone viene sentito come testimone dai giudici di Caltanissetta che indagano sull’attentato all’Addaura, quindi siamo tra il 1989 quando avviene l’attentato fallito e il 1992 quando poi Falcone muore per l’attentato riuscito. Falcone va a testimoniare a Caltanissetta e indica ai PM che indagavano su quel delitto, leggo dalla sentenza Contrada, “quale possibile movente dell’attentato dell’Addaura, le indagini che stava svolgendo con i colleghi svizzeri presenti a Palermo proprio il giorno dell’attentato, del Ponte, Leman e il poliziotto Gioia e indicò la possibilità che da quelle indagini potessero emergere conseguenze di natura istituzionale.”

Falcone collega alle istituzioni l’attentato, non alla mafia, affermò in particolare che Tognoli, il riciclatore, aveva detto per intero la verità sui suoi collegamenti con la mafia siciliana e sulle inquietanti vicende riguardanti la sua fuga di Palermo. Le istituzioni chi erano evidentemente?
Le forze di polizia, Contrada, deve dunque condividersi, scrivono i giudici che hanno condannato Contrada in via definitiva, l’osservazione del Tribunale che ha condannato Contrada in primo grado, “non vi è dubbio alcuno che l’intervento esplicato da Contrada in favore di Tognoli costituisce un grave fatto specifico a suo carico in perfetta sintonia con il complessivo quadro accusatorio e con le tipologie di condotte dallo stesso Contrada esplicate in favore di Cosa Nostra, l’imputato Contrada servendosi delle notizie di cui era venuto in possesso in ragione dei propri incarichi istituzionali, era riuscito con una tempestiva informazione, a rendere possibile la sottrazione e la cattura di Tognoli, prezioso intermediario di cui si avvaleva Cosa Nostra per lo svolgimento dei propri illeciti nel riciclaggio del denaro proveniente dal narcotraffico”, questo è quello che noi sappiamo, quindi Falcone riteneva che la matrice dell’attentato all’Addaura fosse istituzionale, fosse collegato alle indagini che lui stava facendo su Tognoli e al fatto che Tognoli gli aveva detto che a farlo scappare era stato Bruno Contrada, esponente insigne delle istituzioni di Polizia, Ministero dell’Interno, forze dell’ ordine e poi Sisde.
Perché  dico questo? Perché è come se ce lo fossimo dimenticato Contrada, come se ci fossimo dimenticati che ogni tanto qualche uomo delle istituzioni che tradisce per colludere con la mafia viene preso, ritenuto colpevole, condannato e a quel punto nessuno se ne ricorda più, in questi giorni si parla dell’Addaura ma tutti si dimenticano Contrada e quello che pensava di lui Falcone e quello che era successo subito prima e cioè la fuga di Tognoli e poi a mezza bocca l’ammissione di Tognoli che a farlo scappare era stato Contrada. Contrada è a piede libero perché risulta malato, non sta scontando la pena, ma in ogni caso è stato condannato in via definitiva.

Adesso veniamo alle novità anche se pure questa è una novità, perché non ne parla nessuno e quindi anche se sta scolpita nelle sentenze definitive, nessuno la conosce e tutti se la dimenticano perché Contrada è sempre stato difeso dai vertici della Polizia, dalla politica etc..
Le novità, secondo quello che ha ricostruito Attilio Bolzoni in base alle indagini che stanno conducendo i magistrati di Palermo, sono semplicemente clamorose.
Intanto si è scoperto che la bomba nella scogliera, i 75 candelotti di dinamite dentro una borsa non è stata depositata sulla scogliera il 21 giugno quando poi fu scoperta, poco prima che esplodesse, ma la mattina prima, il 20 giugno, questa non è una cosa particolarmente importante, se non il fatto che questa borsa ha stazionato per più di un giorno sulla scogliera antistante la villa di Giovanni Falcone.
Pare che i gruppi presenti quel giorno davanti alla villa di Falcone fossero due: da una parte a terra, non via mare, ma dall’altra parte, dietro la villa, erano nascosti un commando di mafiosi della famiglia dell’Acqua Santa, insieme a uomini dei servizi segreti e erano quelli che volevano morto Falcone e erano quelli che avevano sistemato via terra, dunque, la borsa con i candelotti.
In mare c’era l’altro gruppo, su un canotto, a distanza probabilmente con dei cannocchiali, binocoli per osservare quello che stava succedendo sulla scogliera, c’erano due persone, due subacquei vestiti con la muta da subacqueo che tenevano d’occhio quello che succedeva, si era sempre pensato che questo fosse un gruppo di appoggio rispetto agli altri, in realtà invece, pare che questi due sommozzatori fossero lì per cercare di impedire che Falcone morisse.
Questa è proprio la scena plastica del doppio Stato, da una parte i sommozzatori della Polizia nel canotto che cercano di impedire l’attentato, ma sanno che è in corso l’attentato e fanno di tutto affinché non si verifichi e dall’altra parte invece ci sono uomini dei servizi e della mafia insieme, dello Stato e dell’antistato a braccetto che quella borsa di dinamite hanno deposto e quella borsa  di dinamite vogliono che esploda per uccidere Falcone, Stato, doppio Stato e antistato, la mafia: c’è tutto in questa scena a mare e a terra.

Chi sono i due sommozzatori? Non c’è ancora certezza sulla loro identità, ma secondo le ricostruzioni ultime rivelate da Bolzoni, i due sommozzatori che sono sul canotto a mare sono due poliziotti: Antonino Agostino e Emanuele Piazza, facevano ufficialmente un lavoro e ufficiosamente avevano altre mansioni, sono poliziotti che agiscono nella zona grigia, forse per conto dei servizi, forse perché hanno dei compiti borderline rispetto a quelli ufficialmente riconosciuti e definiti.
L’agente Agostino, agente ufficialmente del commissariato di San Lorenzo a Palermo, pare che in realtà stesse lavorando di nascosto alla cattura dei latitanti mafiosi. Dura poco l’agente Agostino, dopo l’attentato all’Addaura, che è il 21 giugno, il 5 agosto dello stesso anno, un mese e mezzo dopo circa, Agostino viene ucciso insieme alla moglie Ida, gli assassini non saranno mai scoperti. Chi frequenta Palermo e gli incontri antimafia conosce il papà di Agostino, è un signore che ha una barba lunghissima perché ha fatto una specie di giuramento, si chiama Vincenzo Agostino, che non taglierà la barba fino a che non sarà fatta giustizia sulla morte del figlio e della nuora.

Anche Riina chiede le sue indagini
Chi ha ucciso l’agente Agostino e la moglie? Perfino Riina non sapeva chi era stato a ucciderli, tant’è che ordinò un’indagine interna, i mafiosi hanno il controllo del territorio, quando muore qualcuno nel territorio che controllano e loro non sanno chi l’ha fatto ammazzare, si stupiscono perché di solito hanno diritto di vita e di morte, decidono loro chi viene ammazzato e chi no, quando viene ammazzato qualcuno e loro non ne sanno niente, si informano e quindi Riina commissionò un’indagine interna, ma come dice il pentito Giovanbattista Ferrante che era proprio mafioso nella famiglia di San Lorenzo, dove c’era il commissariato dove lavorava Agostino, neanche Riina riuscì a sapere nulla sull’omicidio di Agostino 45 giorni dopo il fallito attentato all’Addaura.
Si è  poi saputo, dice Ferrante, che Agostino era stato ucciso perché  voleva rivelare i legami mafiosi di alcuni esponenti della Questura di Palermo, anche sua moglie li conosceva e quindi è stata uccisa insieme a lui, anche se sapete che per uccidere una donna i mafiosi devono avere un buon motivo, altrimenti secondo vecchi codici, la risparmiano, è stata uccisa perché si ritiene che anche lei sapesse delle collusioni mafiose di esponenti della Questura di Palermo e alla Questura di Palermo c’era Contrada. Questo è stato ucciso perché voleva rivelare i legami mafiosi di esponenti della Questura di Palermo, l’ha detto un altro pentito, dopo che Riina ha fallito la sua indagine interna, evidentemente si è scoperto che questo era il movente e lo ha rivelato un nuovo collaboratore di giustizia che si chiama Oreste Pagano.
La squadra mobile di Palermo indagando sull’omicidio di Agostino aveva imboccato una pista passionale, storie di donne che è il tipico modo per insabbiare un’indagine, dire che sono storie di donne, lo si dice per tanti delitti eccellenti, sono depistaggi e così sull’agente Agostino nessuno ha mai saputo chi lo abbia assassinato.

Chi era l’altro sommozzatore? Era un ex poliziotto, secondo queste ultime ricostruzioni, un ex  poliziotto che si chiama Emanuele Piazza. Emanuele Piazza era un ex agente di Polizia, scrive Bolzoni che aveva anche lui iniziato a collaborare con i servizi segreti, il Sisde, sempre il servizio civile, quello della Polizia, nella ricerca dei latitanti, anche lui dopo il fallito attentato all’Addaura dura poco, viene ucciso il 15 marzo 1990, meno di un anno dopo l’attentato all’Addaura che è di giugno, quindi 8 mesi dopo la strage attentata all’Addaura, muore anche l’altro poliziotto che è sul canotto, perché vengono uccisi entrambi? Non si sa, si sa che anche lui viene assassinato, lui viene strangolato. Per questo omicidio, come per il delitto Agostino, la mobile imbocca la pista passionale e sostiene che era scappato da Palermo per seguire la sua donna in Tunisia, altro depistaggio.

Due morti misteriose, tutte e due subito dopo l’attentato all’Addaura, tutte e due liquidate come vicende passionali e quindi dimenticate, è ovvio che se si vuole nascondere chi e perché ha ucciso i due poliziotti che stavano davanti all’Addaura, è perché evidentemente si vuole nascondere qualcosa riguardo all’Addaura, quel qualcosa potrebbe proprio essere il fatto che questi due poliziotti avevano scoperto che pezzi delle istituzioni stavano per far saltare in aria Falcone e si sono precipitati via mare sul posto, nella speranza di sventare questo attentato, speranza che poi si è concretizzata perché proprio vedendo loro che si agitavano in mare, la scorta di Falcone ha disinnescato in tempo la bomba.

In quel periodo le prime indagini interpellarono ovviamente i bagnanti che stavano lì  sulla costiera dell’Addaura per cercare di dare un volto, un identikit a queste due persone che stavano sul canotto e gli identikit furono fatti, ma si pensa che non siano mai state consegnate alla Magistratura e infatti scrive Bolzoni, non si trovano, non si sono mai trovati, adesso i magistrati li stanno cercando, evidentemente perché si voleva evitare che risalendo a chi stava sul canotto, si riuscisse a risalire anche a questo doppio gioco che stava facendo lo Stato, alcuni per sventare l’attentato, altri per farlo.

Ma non è  mica finita qua, perché ci sono altri testimoni dell’Addaura che sono morti ammazzati, oltre ovviamente ai due poliziotti che abbiamo citato Piazza e Agostino, oltre a Falcone ovviamente, viene ammazzato anche Francesco Paolo Gaeta che è un piccolo mafiosetto della borgata dell’Acqua Santa che il giorno dell’attentato fallito all’Addaura, casualmente aveva assistito a strani movimenti di uomini di Cosa Nostra e non solo intorno alla villa di Falcone. Poco tempo dopo il fallito attentato all’Addaura, anche Gaeta viene ammazzato a pistolettate e la cosa viene liquidata come un regolamento di conti fra spacciatori, lui non era un mafioso, era un malavitoso di piccolo cabotaggio, ma attenzione, perché c’è anche Luigi Ilardo che muore in circostanze misteriose.

Chi è Luigi Ilardo? L’abbiamo raccontato quando abbiamo introdotto il processo che è in corso a Palermo a carico di due ufficiali del Ros Mori e Obinu che sono accusati di avere favorito la mafia perché nonostante che il confidente Ilardo avesse rilevato al Colonnello Michele Riccio in quale casolare era nascosto Bernardo Provenzano già nel 1995, gli uomini del Ros non vollero andare a catturare Provenzano e quindi c’è questo processo che sta arricchendosi delle testimonianze del figlio di Cancimino e di tanti altri nuovi dichiaranti, i quali danno un senso al fatto che Provenzano era diventato un intoccabile, proprio perché pare che avesse consegnato o avesse messo i Carabinieri del Ros sulle piste di Riina e quindi in qualche modo si fosse reso invulnerabile agli occhi del Ros, dei Carabinieri.
Cosa c’entra Luigi Ilardo con l’Addaura? Quest’ultimo nelle sue confidenze al Colonnello Riccio che alla fine l’aveva convinto a collaborare con la giustizia, a diventare un pentito, a entrare nel programma di protezione e quindi a mettere nero su bianco, a verbale quello che invece prima gli spifferava soltanto come confidente, fu ucciso pochi giorni prima che venisse ufficializzata la sua posizione di collaboratore di giustizia e pochi giorni prima che verbalizzasse le sue confidenze, le confidenze che però Riccio aveva annotato ovviamente sui suoi taccuini e che quindi ha raccontato come testimone diretto in questo processo, ottenendo il rinvio a giudizio del Colonnello Mori e del Colonnello Obinu.

Cosa aveva detto Ilardo tra le altre cose al Colonnello Riccio? Gli aveva detto: noi sapevamo che a Palermo c’era un agente che faceva cose strane, si trovava sempre in posti strani, aveva la faccia da mostro, siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villa Grazia quando uccisero il poliziotto Agostino. Quindi lui sa che sul posto dell’attentato in cui fu ucciso il poliziotto che stava sul canotto davanti all’Addaura c’era un esponente della Polizia o dei servizi, un agente che faceva cose strane e che aveva una faccia da mostro, una faccia butterata, era un uomo molto brutto, torvo, butterato con il volto segnato da chiazze e quest’uomo con la faccia da mostro ritorna anche nel racconto di altri e alcuni lo fanno coincidere con quel Signor Franco o Signor Carlo che secondo il figlio di Ciancimino era una specie di ombra di suo padre, Vito Ciancimino perché era addetto alla protezione, alla sorveglianza di Vito Ciancimino e partecipo’ in quella veste addirittura nel 1992 alla trattativa tra Ciancimino e il Ros da una parte e i capi della mafia Riina e Provenzano dall’altra parte, quel Signor Carlo o Signor Franco di cui si sta cercando di stabilire un’identità certa anche se probabilmente con l’aiuto di Massimo Ciancimino i Magistrati stanno arrivando a dargli un nome e un cognome.
Omicidi di Antistato
L’agente Agostino viene ucciso a agosto del 1989 e come scrive Salvo Palazzolo su Repubblica “subito dopo il suo assassinio arrivano a casa sua degli agenti, ma anche dei signori che non sono agenti e che sono strane presenze, ricorderà il padre di Agostino, erano molto interessati a quello che lui aveva in casa” perché?
Perché quando è morto Agostino, suo padre va, vede il figlio cadavere, il figlio insanguinato, gli prende il portafoglio dalla tasca e nel portafoglio trova un appunto scritto a mano dall’agente Agostino: “se mi succede qualcosa andate a guardare nell’armadio della mia stanza da letto” chi abbia guardato in quell’armadio non si sa, cosa abbiano trovato non si sa, si sa che ci fu una visita nella casa dell’agente Agostino, se qualcosa fu trovato non fu messo agli atti, ma fu fatto sparire e di quello che hanno trovato in quel famoso armadio non c’è, agli atti dell’inchiesta un inventario, non si sa neanche nel rapporto della perquisizione cosa fu trovato.
Oltretutto il padre dell’agente Agostino ricorda anche lui che 20 giorni prima che fosse ucciso il figlio, un uomo con la faccia da mostro aveva chiesto di suo figlio, lo stava cercando in qualche modo e dice: aveva la faccia martellata dal vaiolo con un muso da cavallo e i capelli biondastri, è una presenza che sembra ricorrere su vari luoghi di vari misteri – poi naturalmente i giornali ci si appassionano a queste cose della faccia da mostro, magari era semplicemente una persona un po’ brutta.
Sappiamo sicuramente che dopo il delitto Agostino qualcuno si incarica di far sparire della roba dall’armadietto, dove lui nel suo portafoglio aveva detto: se mi succede qualcosa andate a cercare lì e se pensava che gli sarebbe successo qualcosa, è evidente che l’agente Agostino aveva subodorato pericoli a suo carico.

Questa è  la cosa che noi sappiamo, adesso si è mossa perfino la Commissione parlamentare antimafia, questo ente inutile che teniamo in piedi non si sa bene per cosa, si è mosso addirittura il Copasir, presieduto da D’Alema mentre la Commissione antimafia è presieduta da Pisanu per capire… così all’improvviso scoprono che ci sono presenze dei servizi segreti nei misteri d’Italia, di mafia e di Stato e si interessano, chiedono carte, stiamo parlando, anche Veltroni è intervenuto, purtroppo di orecchianti di queste vicende che per anni si sono completamente disinteressati, ogni tanto leggono un giornale, scoprono che c’è qualcosa e si danno da fare, ma penso che sia meglio che si tengano a debita distanza e che si lasci lavorare la Magistratura su questo.

Devo dire che più si va avanti nella scoperta di questi retroscena e più si avvalora quella teoria del doppio Stato che il nostro Capo dello Stato frettolosamente aveva liquidato un anno fa come fantomatica, probabilmente noi abbiamo una classe politica che sa molte cose, che ne nasconde moltissime, che ha paura che emergano grazie al fatto che oggi si sta rompendo di nuovo il fronte della solidarietà monolitica del potere e quindi ci sono spazi perché qualcuno salti su a raccontare, a ricordare vecchie storie, quindi hanno tutta la sensazione che questa potrebbe essere una fase di apertura, basta aprire, l’abbiamo detto tante volte, una piccola fessura e immediatamente dentro a quella fessura possono passare dei raggi di luce!
Il caso dell’Addaura che pure ci sembra lontano e sepolto è in realtà concatenato con l’attentato, purtroppo poi riuscito a Capaci, con quello che è legato subito dopo alla trattativa e cioè il delitto Borsellino, informato del fatto che Stato e mafia stavano trattando e quindi immediatamente eliminato e rimosso come un ostacolo sulla strada della trattativa, poi le stragi del 1993 che danno vita alla Seconda Repubblica, c’è un legame molto chiaro tra tutti questi avvenimenti, che arriva fino a noi, perché naturalmente la nostra Seconda Repubblica in quegli anni e da quei misteri lì è nata e mi pare ovvio che un Paese che non conosce le sue origini, le origini delle sue istituzioni è un Paese molto triste, per fortuna abbiamo ancora investigatori, magistrati e giornalisti che su quei misteri vogliono fare luce, noi ovviamente terremo d’occhio tutto quanto, continueremo a seguire queste vicende, per il momento passate parola!

Le ombre sulla storia. Le stragi del ‘92 | Pietro Orsatti

Fonte: Le ombre sulla storia. Le stragi del ‘92 | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

Ci sono dei luoghi a che parlano. Parlano di vite e complotti, di segreti e morte. Via Notarbartolo, Piazza Marina, il Bar Rex, la piccola piazza dietro il , via D’Amelio e , l’autostrada per , una villino a Mondello e un altro a Marina di Carini. E ancora. Altre strade, piazze, case. Parlano. Hanno parlato, evedinetemente, anche a Attilio Bolzoni, che su La Repubblica ha riaperto due giorni fa alcuni squarci sulla vicenda mai chiarita del fallito attentato a nella sua casa all’Addaura. Sospetti, qualche dato nuovo, linee logiche che da vent’anni e più portano a un intreccio stritolante fra Cosa nostra e servizi deviati, fra pezzi dello Stato “infedeli” e boss sanguinari.
Le stragi del ’92, e poi quelle del ’93, non sono arrivate a caso. Sono state costruite frammento dopo frammento, decisione dopo decisione, scontro dopo scontro. I due poteri “reali” che per decenni hanno governato (e governano ancora) la Sicilia, Cosa nostra e Stato, inevitabilmente si sono coagulati nelle tragedie di quel biennio. Ma è storia antica, apice di un percorso, come ricorda Bolzoni. O no?

Il diario di Falcone. Le ombre di
«Questa sera debbo astenermi rigidamente – e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi – dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di . Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi – se è il caso – ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul dalla giornalista Milella, li avevo letti in vita di . Sono proprio appunti di , perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi». Così parlò nel corso di una manifestazione promossa da MicroMega presso la biblioteca di il 25 giugno 1992 poche settimane prima della sua morte. I diari di Falcone. Anche , altro pm del maxi processo, parla di questi diari sempre nel giugno del 1992. «Aveva un diario, sul quale scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché Falcone scriveva sul computer. Che io sappia, soltanto io, forse una volta , probabilmente la moglie di Falcone, Francesca, eravamo stati messi a conoscenza dell’esistenza del diario. Non so se il dischetto è stato trovato e se è stato trovato naturalmente sarà letto e conosciuto. Nel caso in cui invece non sia stato trovato o sia stato smarrito, si è perduta l’occasione per ricostruire dalla fonte più autorevole quel che è accaduto intorno a , dentro e fuori il di ». Il procuratore di Caltanissetta dell’epoca, Salvatore Celesti (diventato in seguito procuratore generale a ), che indagava per competenza sulla strage di Capaci, in prima battuta negò l’esistenza dei dischetti, poi ammise in parte l’esistenza dei file: «Sono stati acquisiti alcuni dischetti nell’abitazione e negli uffici di Falcone, ora affidati a tecnici per la trascrizione. Il lavoro non è completo, ed è segreto. Se nei dischetti ci sono episodi privati non saranno da noi resi pubblici». Talmente segreti che vennero addirittura cancellati, come in qualche modo già temeva Ayala, rileggendo con attenzione le sue parole. Cancellati da un portatile Toshiba, da un’agenda elettronica Casio in via Notarbartolo a , dai computer del Ministero di Giustizia in via Arenula a Roma. Da chi? Della vicenda si occupò anche Gioacchino Genchi che testimoniò in seguito. Ecco cosa dice: «Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno – afferma Genchi -. (…) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (…) e proprio dopo la strage mi era stato dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della Sicilia occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo lavoro (…); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (…) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, (…) dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile». Tornando al procuratore Salvatore Celesti c’è da dire che la storia, nonostante la sua carriera, lo smentì clamorosamente. Il 23 giugno 1992 il procuratore si lasciò sfuggire una dichiarazione che all’epoca fece scalpore. Affermò, infatti, che secondo lui sulla strage di Capaci «Non c’ è più mistero per quanto riguarda il diario». E contemporaneamente c’era chi cancellava la memoria del Toshiba, alterava i dati sui computer al ministero e sottraeva la scheda di memoria dell’agendina Casio. Il sospetto emerse subito, la conferma, anche grazie alla perizia di Genchi, arrivò qualche anno dopo. Ma intanto qualcuno, l’Espresso, aveva rivelato parte del contenuto di questi diari, in particolare i 39 punti di conflitto e di dissidio fra e il procuratore capo Pietro Giammanco che mise il magistrato morto a Capaci nella condizione di abbandonare la procura e . Si andava, questo raccontava il settimanale, dalla decisione di togliere al giudice assassinato la delega per le inchieste di mafia fino alla controversia che Falcone dopo che il nucleo speciale dei carabinieri consegnò in Procura il rapporto sulla mafia degli appalti e che il procuratore capo sottovalutò e sminuì pubblicamente.
Torniamo a Borsellino e a quello che disse in quello che è il suo ultimo intervento pubblico prima della strage del 19 luglio 1992 a via D’Amelio. «Ecco perché forse ripensandoci quando Caponnetto dice “cominciò a morire nel gennaio del 1988” aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare». Sembra quasi che oggi si ripresenti il conto di quello avvenuto 17 anni fa. «Quando si parla di trattative, di presenza in via D’Amelio di uomini dei servizi, di servitori dello Stato infedeli, di agende rosse e di uffici del Sisde a Castel Utveggio – spiega Salvatore Borsellino, fratello di Paolo – in realtà si raccontano cose che già allora erano emerse ma che poi forse sono state fatte cadere». Come avvenne nel caso delle dichiarazioni del tenente Carmelo Canale, ex maresciallo dei carabinieri promosso tenente per meriti speciali e collaboratore di . Nel 1994 rilasciò dichiarazioni esplosive, in gran parte sottovalutate e di certo dimenticate. Fra le tante, ecco alcune battute indicative del clima e del personaggio: «Il dottor Falcone era molto agitato, aveva gli occhi di fuori, parlava con Borsellino. “Caro Paolo, il responsabile del fallito attentato all’Addaura era Bruno ” (…) Io rimasi sconvolto e mentre scendevamo le scale chiesi a Borsellino chi fosse Bruno . Borsellino mi pregò di non parlare con nessuno di quell’episodio (…)Nel corso di una conversazione telefonica, Borsellino mi disse che aveva appreso da Falcone dell’intenzione di Gaspare Mutolo di iniziare a collaborare. Fra le prime cose che aveva rivelato, Mutolo aveva parlato di episodi di corruzione inerenti il giudice Domenico Signorino e Bruno ». In seguito Canale nel 1997, accusato da due pentiti di mafia, venne processato per associazione esterna, e poi in seguito assolto (nel 2008 la conferma). Anche sulle sue rivelazioni, e sulla sua vicenda, ci sono tante ombre, e come tante altre dichiarazioni dell’epoca tornano attuali.

Gli smemorati e la trattativa
Dopo diciassette anni di amnesie collettive (una sorta di epidemia), lo scorso anno si scatenò un improvviso ritorno di memoria ai co-protagonisti di quegli anni.
Il capitolo più misterioso della storia repubblicana degli ultimi vent’anni, la presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra lo scorso anno alla vigilia della strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992 dove perse la vita , si scopre che poi così misterioso non era. In una sorta di rinsavimento collettivo, una vera e propria folla di alti funzionari dello Stato, politici, ministri, magistrati, improvvisamente ha ritrovato la memoria e parla dopo 17 anni di silenzio. L’ultimo della serie degli smemorati a cui è tornata la memoria, tanto per farci un’idea di che cosa parliamo, è il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, il quale racconta che «il momento era terribile, bisognava cercare di fermare questa deriva stragista che era iniziata con la strage di Falcone: i contatti dovevano servire a questo e ad avere degli interlocutori credibili. Il problema è di non riconoscere a Cosa nostra un ruolo tale da essere al livello di trattare con lo Stato ma non c’è dubbio che questo primo contatto ha creato delle aspettative e che poi ha creato ulteriori conseguenze». Ma quindi lui sapeva prima, durante e dopo di questi abboccamenti, o li ha appresi solo dopo e ha deciso di tenerli per sé? Non stiamo parlando di un magistrato qualunque, neanche all’epoca. Grasso era stato un giudice a latere del maxi processo, di lì a qualche anno sarebbe diventato procuratore capo a succedendo a Gian Carlo Caselli per poi arrivare alla Procura nazionale Antimafia dove oggi siede. È quindi necessario porsele delle domande ma soprattutto una: perché non ha parlato prima? Di processi sulla strage di via D’Amelio ne sono stati fatti tre, e oggi probabilmente si andrà al quarto. Solo per citare uno dei tanti processi che sarebbero inevitabilmente mutati alla luce di questo tipo di rivelazioni. Perché di trattativa ne parlavano fino a poco tempo fa solo i mafiosi, o meglio i pentiti. Da Giovanni Brusca a Antonino Giuffré. E poi, da circa un anno, Massimo Ciancimino, figlio del sindaco del sacco di e, nelle ultime settimane, suo fratello Giovanni. Tutti gli altri, mentre se ne parlava, sono rimasti in silenzio.
È necessario ricordare che l’improvvisa cessazione delle amnesie collettive si è verificata quando sono emerse alcune informazioni relative alla credibilità delle dichiarazioni sia di Massimo Ciancimino che, soprattutto, del nuovo pentito Gaspare Spatuzza che ha di fatto riaperto il processo sulla strage di via D’Amelio. Poche settimane dalle pur prudenti dichiarazioni di “riscontri” sulle dichiarazioni di Spatuzza da parte del procuratore capo di Caltanissetta Lari, competente sulla strage, e di colpo è saltata fuori questa sorta di cura collettiva per l’amnesia. Perfino il silente e smemorato per antonomasia Totò Riina, dopo più di 12 anni di assoluto mutismo, ha dichiarato, sempre in relazione all’uccisione di Borsellino, «Non siamo stati noi», facendosi carico di tutto il resto della mattanza che ordinò in più di 40 anni di “onoratissima” carriera di killer e mandante di stragi. «Non siamo stati noi». Quindi chi è stato?
Ma andiamo ai primi, a due colleghi di Marsala di , che hanno dichiarato improvvisamente di ricordare alcune confidenze del giudice assassinato su un possibile “traditore” in magistratura. Sempre 17 anni dopo. In piena estate di quest’anno e pochi giorni prima dell’anniversario del 19 luglio. Pochi giorni prima qualche spiraglio era arrivato perfino da uno dei colleghi di Falcone e Borsellino del pool di , , che affermò di aver visto nell’agenda di Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno ora vicepresidente del Csm, segnato proprio quell’appuntamento con che il vice di Napolitano si ostina a negare e che, secondo molti, sarebbe stata l’occasione in cui venne comunicata la possibilità di una trattativa con Cosa nostra. Trattativa che, respinta da Borsellino, segnò la sua condanna a morte. Su questo e altri dettagli, fra cui la sparizione dell’agenda rossa dal luogo della strage, Ayala è stato sentito dai pm di Caltanissetta. Anche Ayala, poi, ha parlato di quelle confidenze in relazione a “traditori” e dell’esistenza di un diario elettronico di Falcone in cui si faceva riferimento a simili sospetti. Diario scomparso, puntualmente, subito dopo la strage di Capaci, come vennero del resto cancellate le memorie dei computer del magistrato nel suo ufficio al ministero di Giustizia nonostante fosse sotto sequestro da parte dell’autorità giudiziaria.
Poi lo scoop di “Annozero”, e la cura per l’amnesia in diretta televisiva. Si apprende nel tempi di Michele Santoro che Liliana Ferraro, storica collaboratrice di Falcone, disse al capitano Giuseppe De Donno () di informare della volontà di Vito Ciancimino a collaborare a fronte di alcune garanzie politiche. A rivelarlo Claudio Martelli, ex ministro della Giustizia, che racconta di come venne a conoscenza della “trattativa” con Ciancimino avviata dal nel 1992 per raggiungere esponenti di Cosa nostra e trattare la cattura dei superlatitanti. I , quindi, protagonisti come racconta Massimo,
Ma vediamo cosa ha detto lo scorso anno in aula a Luciano Violante sugli incontri avuti con Mori e sulla presunta trattativa fra Stato e mafia. Violante ha confermato quello che già aveva lasciato trapelare negli scorsi mesi, ovvero di aver ricevuto per tre volte Mori nel ’93, quando era presidente della commissione Antimafia, che gli sollecitava un incontro riservato con l’ex sindaco di Vito Ciancimino. Nonostante l’insistenza di Mori, ogni volta ripeteva la stessa richiesta, Luciano Violante respinse ogni appuntamento. I tre incontri e la richiesta di mettere in atto un approccio riservato con Ciancimino sono stati confermati anche dall’alto ufficiale che al termine dell’audizione di Violante ha rilasciato una dichiarazione spontanea e a depositato una memoria scritta. Ma Mori ha negato che si trattasse di incontri finalizzati alla trattativa e anzi ha ribadito che il suo rivolgersi al presidente della commissione Antimafia testimonierebbe sulla sua buonafede e correttezza istituzionale. Ma, di fatto, Mori non ha spiegato per quale ragione così insistentemente si è fatto promotore di questo incontro, come del resto Violante non ha dato conto di 17 anni di silenzio su questa vicenda nonostante ormai da anni si parli diffusamente sia della trattativa che di chi ne fu protagonista. Mori ha anche ricordato come ebbe «ripetuti contatti telefonici con , che conoscevo da tempo, finché il magistrato mi chiamò dicendo che mi voleva parlare riservatamente insieme al capitano De Donno». Ma una frase soprattutto della sua deposizione ha creato stupore: «Nel salutarci il dottor Borsellino raccomandò ancora la massima riservatezza sull’incontro e sui suoi contenuti, in particolare nei confronti dei colleghi della Procura di », aprendo di fatto un nuovo capitolo di questa già intricata vicenda. Una storia già sentita, diciotto anni fa.

Stato-Mafia, ora si punta al IV livello

Leggendo quest’articolo mi è venuta una riflessione, forse un
pó estrema o forse no.

Ai funerali degli agenti di scorta di PAolo Borsellino la folla inferocita gridava alle autorità “fuori la mafia dallo stato”.


Ma alla luce di questi sviluppi forse sarebbe più appropriato gridare “fuori lo stato dalla mafia”

E la cosa è seria, non è una battuta. Leggendo la storia di Cosa Nostra di Dickie sappiamo che il fatto che la mafia fosse stata usata da alcuni poteri dello stato come “strumento di governo locale” fin dal 1870 circa, e la cosa era venuta fuori addirittura in parlamento.

Dunque la mafia è sempre stata usata da dalla politica tramite servizi segreti e forze dell’ordine come un organo “segreto” dello stato per mantenere il potere ben saldo ai politici stessi ed eliminare gli elementi di “fastidio”. Come contropartita cosa nostra ha ricevuto una larga impunità che è stata infranta in modo significativo da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ed ecco dunque che questi elementi di fastidio andavano eliminati per non rompere il
giocattolo.

Il “quarto livello” è compatibile con i memoriali di Vincenzo Calcara.

Fonte: Stato-Mafia, ora si punta al IV livello.

Scritto da Fabrizio Colarieti e Antonino Monteleone

Fu Franco Restivo, ex ministro democristiano degli Interni e della Difesa, a far incontrare Don Vito Ciancimino e il misterioso personaggio legato ai Servizi segreti conosciuto col nome di “Signor Franco”. Evocato spesse volte da Massimo Ciancimino nelle aule di tribunale, nei processi dove viene ascoltato dai giudici in qualità di testimone o di imputato di reato connesso, ma non solo. Il figlio di Don Vito, quel “Signor Franco” (spesse volte Signor Carlo), lo fa giocare in un ruolo chiave nelle più intricate vicende palermitane. Dalla fine degli anni ‘70 a oggi, Franco/Carlo entra ed esce dalle storie di mafia così come coloro che erano certamente un gradino più sotto di lui, i manovali, le “facce da mostro”. Massimo Ciancimino nel corso dei suoi interrogatori ai pm siciliani, tra Palermo e Caltanissetta, che indagano su fronti diversificati, ma che tendono a intrecciarsi con una certa frequenza, racconta quanto “Franco” fosse vicino al padre in ogni momento e di come abbia seguito da vicino, dopo la scomparsa del sindaco mafioso di Palermo, passi importanti della sua stessa vita, fino al 2006. Massimo Ciancimino lo definisce un uomo che “tira i fili”, un puparo, l’unico in grado di intavolare una trattativa tra Stato e Cosa nostra perché, forse, aveva un piede su ognuna delle due sponde del fiume. Uno che con la stessa facilità entra ed esce dai palazzi più importanti del Paese. Che per comunicare passa tramite la “batteria” del Viminale, senza il timore di non essere ricevuto o ascoltato. Sembra l’immagine del famigerato “grande vecchio”, che sta dietro a ogni mistero italiano che si rispetti.

Così, mettendo assieme tutti quelli che il giornalista palermitano Salvo Palazzolo chiamerebbe “i pezzi mancanti”, sul mistero di “faccia da mostro” non è così difficile rendersi conto, a poco a poco, che il “mostro” ha fatto parte di una catena di comando molto complessa al vertice della quale c’era senz’altro il Signor Franco. Qualche gradino più in basso troviamo Bruno Contrada, l’ex numero tre del Sisde finito in carcere e condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, e i suoi uomini più fidati, come il suo vice Lorenzo Narracci. Mentre “faccia da mostro” diviene, per usare un linguaggio caro agli esperti, una sorta di «riferimento territoriale di prossimità». Un soggetto che conosce bene il territorio e chi lo abita, uno che parla la “lingua” giusta, uno che quando occorre si sporca le mani e torna, in punta di piedi, nell’ombra. Persone, luoghi e fatti. Ma, verosimilmente, potrebbe non essere stato organico alla struttura di intelligence nostrana. Semplicemente reclutato di volta in volta, per fare il lavoro sporco, assumendosi il rischio conseguente, in caso di fallimento, dell’abbandono da parte della struttura dalla quale ha accettato l’incarico. Un cane sciolto a busta paga del Sisde, uno che poteva essere bruciato in qualunque momento ma anche messo lì, come uno specchietto per le allodole, per depistare, per mischiare le carte. Nei mesi scorsi le procure di Palermo e Caltanissetta hanno rivolto dal Dipartimento per le informazioni e la sicurezza, che oggi è guidato dall’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, un’istanza di accesso ai documenti ufficiali relativi alle attività svolte in Sicilia, in particolare a Palermo, dal Sisde e dal Sismi, nel periodo delle stragi. Compreso l’organico degli 007 impiegati nelle operazioni. Il Dis, a quanto risulta a Il Punto, ha prontamente risposto alle sollecitazioni congiunte delle due procure. «Ma – hanno spiegato gli investigatori – si tratta di una risposta completa da un punto di vista formale». Facile comprendere la diffidenza verso tanta efficienza burocratica. Se è vero, come è vero, che i Servizi di sicurezza hanno carta bianca nella scelta di collaboratori e consulenti individuati con modalità e tecniche “borderline”, il fatto che gli stessi non compaiano in alcun elenco previsto dalla legge, è una naturale conseguenza. Massimo Ciancimino ha riferito di una “faccia da mostro” che con il padre Vito si occupava di tenere saldo il controllo di alcuni settori strategici all’interno della burocrazia regionale. Ciancimino Jr. sostiene di avere riconosciuto, davanti ai magistrati di Caltanissetta, proprio quel funzionario del dipartimento regionale alla sanità, che – secondo più fonti – sarebbe passato a miglior vita. Ma c’è una pista che porta in Calabria. Il mostro a libro paga del Sisde non poteva più esporsi perché l’aspetto, considerata l’impressione generata in chi incrociava il suo sguardo, non gli consentiva più l’operatività che, con le sue capacità, gli aveva permesso fino a quel momento di essere un utile strumento. Così, bruciato il fronte siciliano, quel biondo col viso sfigurato avrebbe deciso di trascorrere gli anni della sua vecchiaia nel continente. In Calabria. In un paesino collinare della provincia di Catanzaro. Ma anche questo resta un sospetto. A Palermo, davanti al pm Nino Di Matteo, Ciancimino avrebbe recentemente fornito ulteriori elementi per risalire all’identità del “Signor Franco”, ma non lo avrebbe riconosciuto in nessuna delle foto che gli sono state mostrate. Tuttavia tra quelle foto Ciancimino Jr. pare abbia individuato solo alcuni collaboratori dello 007. In procura a Palermo, dove le bocche sono cucite, è difficile trovare qualcuno disposto a raccontare cosa è venuto fuori dai riscontri alle dichiarazioni che, lentamente, Massimo Ciancimino sta mettendo a verbale. Specialmente quando si parla di “barbefinte” . Concentrarsi solo sulle “facce da mostro”, dicono gli inquirenti palermitani, è fuorviante. È verso l’alto che la verità va ricercata, verso chi muoveva i fili e le pedine sullo scacchiere siciliano perché il rischio che le varie “facce da mostro” servono a sviare, a depistare, è altissimo. Secondo quanto è riuscito a ricostruire Il Punto (vedi n. 10/2010 su http://www.ilpuntontc.it) una delle due “facce da mostro” sarebbe stato un sottufficiale della polizia di Stato, di origini siciliane. Per anni, almeno così pare, in servizio presso l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, alle dipendenze di Federico Umberto D’Amato (tessera P2 n. 554). Poi sarebbe transitato nella sezione “criminalità organizzata” del centro Sisde di Palermo, quella di via Notarbartolo (vedi sotto) diretta da Contrada e Narracci. “Faccia da mostro” sarebbe rimasto in servizio a Palermo fino al ‘96 e tutta la sua carriera si sarebbe svolta lì, poi la pensione e una collaborazione fino al ‘99. Scompare, a causa del tumore che nel frattempo gli ha aggredito il volto, nel 2004. Parla di lui Luigi Ilardo, il mafioso, vice capo mandamento a Caltanissetta, cugino del boss Giuseppe “Piddu” Madonia, che nel ‘95 aveva messo sulle tracce di Bernardo Provenzano i carabinieri del Ros, poi la copertura saltò e fu ucciso. Ilardo disse che a Palermo c’era un agente segreto con la faccia da mostro che frequentava strani ambienti, un uomo dello Stato che stava dalla parte sbagliata. Nell’89 parla di lui una donna che, poco prima del ritrovamento di un ordigno vicino la villa di Giovanni Falcone, all’Addaura, lo notò da quelle parti. Poi ci sono i delitti coperti dalla stessa ombra. L’omicidio dell’agente di polizia Antonino Agostino e di sua moglie Ida Castellucci, avvenuto il 5 agosto ‘89 a Villagrazia di Carini. Agostino, segugio sulle tracce dei latitanti anche per conto dei Servizi, aveva saputo qualcosa che non doveva sull’Addaura. Il padre racconta che un giorno notò vicino l’abitazione del figlio due persone. Uno di questi era «biondo con la faccia butterata e per me era faccia di mostro». Una “faccia da mostro” c’è anche dietro l’omicidio dell’agente di polizia Emanuele Piazza, ucciso e sciolto nell’acido in uno scantinato di Capaci il 15 marzo ‘90. «La Dia, incaricata dalla procura, – scrive Salvo Palazzolo nel libro “I pezzi mancanti” (Editori Laterza, 2010) – individua un dipendente regionale, già interrogato dopo il delitto Piazza, perché il suo nome era contenuto nell’agendina della vittima. È affetto da “cisti lipomatosa” nella parte destra del viso, risulta deceduto nel 2002». E ancora, secondo Ilardo, “faccia da mostro” sarebbe coinvolto nell’omicidio dell’11enne Claudio Domino, ucciso a Palermo il 7 ottobre ‘86 mentre stava rientrando a casa. Secondo gli inquirenti il bambino vide l’amante di sua madre, che era legato a un clan mafioso, e per questo fu giustiziato. «Quel giorno, dove fu assassinato il piccolo Claudio, c’era anche “faccia da mostro”», disse la “gola profonda” del Ros. Un uomo del “signor Franco”. E’ il sospetto dei magistrati che indagano sul nuovo filone delle stragi e della presunta trattativa “Stato-mafia” di quegli anni. La caccia agli uomini che hanno “deviato” l’apparato di intelligence. Raccogliere le prove che possano inchiodare pupi e pupari di ogni grado. Un uomo dello Stato, con la potenza descritta da Ciancimino, non poteva di certo agire per conto proprio ed è forte il sospetto che a garantire “politicamente” certe operazioni non convenzionali non si muovesse solo un fronte interno, ma che a tirare il filo ci fosse una manina d’oltreoceano. A stelle e strisce. Del resto la storia racconta che quelli della “compagnia”, della Cia, erano in Sicilia già dal ‘43. Tommaso Buscetta non voleva parlare del “terzo livello”, negli interrogatori con Giovanni Falcone, e così anche Massimo Ciancimino si ferma un attimo prima, quel nome non lo fa, fa finta di non ricordare o, forse, neanche lo conosce, dice solo che non era uno qualunque. «Vedi Massimo “- gli disse Don Vito – Buscetta aveva paura di fare i nomi del “terzo livello”. Il Signor Franco rappresenta il quarto».

Fabrizio Colarieti e Antonino Monteleone

SPY STORY – Alessio e Svetonio, l’agente e il boss, a scuola di doppio gioco

Svetonio” e “Alessio”. C’era una spia dietro uno di questi due pseudonimi, ma c’era anche un mafioso, Matteo Messina Denaro, “Alessio”, il nuovo capo di Cosa nostra, il ricercato numero uno. Tra i due c’era un’intensa corrispondenza: decine di pizzini, finiti nelle mani della Dda di Palermo che nel 2007 si è trovata davanti anche a una inconsueta conferma da parte del Sisde: «Svetonio è un nostro uomo». E così la verità è venuta fuori: “Svetonio”, al secolo Antonino Vaccarino da Castelvetrano, insegnante di lettere, poi consigliere comunale per la Dc, assessore e sindaco, era un uomo del Servizio segreto civile. Ma, giusto per non smentirsi, faceva il doppio gioco: al Sisde prometteva informazioni per catturare Messina Denaro, al boss prometteva aiuti politici.

Fabrizio Colarieti


Le sedi “coperte” dei Servizi siciliani Misteri palermitani sotto copertura

Palermo, via Emanuele Notarbartolo. Le sedi “coperte” dei Servizi sono più o meno tutte uguali. Centrali, nascoste tra mille altre attività e tra le mura di edifici anonimi, che di solito sorgono vicino a importanti sedi governative. Uffici facilmente accessibili, spesso protetti da un portiere che sa tutto e che fa finta di nulla. Solitamente si nascondono dietro le insegne di finte agenzie assicurative oppure di inesistenti centri studio, associazioni culturali, istituti di cooperazione o di import- export. Sul campanello c’è scritto semplicemente “agenzia”, “studio”, “istituto” o la sigla di una delle tante Srl che le “barbefinte” utilizzano per coprire l’attività di spionaggio. Non indossano divise, non hanno auto blu né armi, hanno delle segretarie, anch’esse arruolate nella “ditta”, e provano a non dare nell’occhio sembrando semplici impiegati che ogni giorno vanno in ufficio. Anche a Palermo è così. I Servizi negli anni delle stragi – e anche dopo – avevano il loro “centro operativo” in via Nortarbartolo, una delle strade principali del capoluogo siciliano, proprio sopra il “Bar Collica”, all’incrocio con via della Libertà e a due passi dalla sede palermitana della Corte dei Conti. L’esistenza di quell’ufficio è nota da anni: in particolare da quando finì in manette il numero tre del Sisde, Bruno Contrada. Era lì che l’alto funzionario del Servizio segreto civile – condannato definitivamente nel 2007 a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa – aveva il suo ufficio. Dal portone di quel palazzo, che si trova a pochi metri dal punto dove nell’82 fu ucciso con tre colpi di pistola l’agente della Mobile Calogero Zucchetto, sono entrati e usciti decine di 007 su cui ancora oggi le procure di Palermo e Caltanissetta indagano per capire che ruolo ebbero nelle stragi di mafia. A via Notarbartolo aveva la sua “agenzia” anche il Sismi. Lo hanno confermato due funzionari, per un periodo capicentro dei due Servizi a Palermo, durante il processo al maresciallo del Ros ed ex deputato regionale dell’Udc, Antonio Borzacchelli, indagato nell’inchiesta sulle talpe alla Dda palermitana e condannato in primo grado, nel 2008, a 10 anni per concussione, favoreggiamento aggravato e rivelazione di segreti d’indagine. Ciononostante quando finì in manette un’altra talpa, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, che al telefono si lasciò sfuggire «quelli di via Notarbartolo» alludendo pare al Sismi, gli allora vertici del Servizio militare si affrettarono a smentire l’esistenza di una sede coperta a Palermo. Anche le “facce da mostro” e il famigerato Signor Franco o Carlo, l’alto funzionario in contatto con Massimo Ciancimino fino al 2006, è assai probabile che frequentasse quella sede, ma anche quella precedente, in via Roma. Ma ancora: partirono sempre da via Notarbartolo, tra il 2001 e il 2002, le telefonate verso una delle venti sim in uso all’ex Governatore Salvatore Cuffaro, anch’egli condannato, in appello, a 7 anni per aver agevolato la mafia e rivelato segreti istruttori sempre nell’ambito dell’inchiesta sulle talpe alla Dda. Gli inquirenti, proprio analizzando il traffico in entrata di uno di quei cellulari, hanno scovato 54 chiamate partite, nell’arco di diciotto mesi, dall’utenza fissa in uso in quella sede del Sisde. Puntualmente, scavando tra fantasmi e telefoni coperti, alla ricerca di mafiosi e talpe, spunta regolarmente via Notarbartolo. È il crocevia di tanti misteri, un rompicapo su cui si cimentano da anni i magistrati palermitani e nisseni per dare un volto agli agenti segreti e ai loro collaboratori che per un ventennio hanno frequentato il capoluogo siciliano e il suo sottobosco criminale.

Fabrizio Colarieti

FONTE: Il Punto

Intervista a Gaspare Mutolo – Rainews24, 22 marzo 2010

Fonte: Intervista a Gaspare Mutolo – Rainews24, 22 marzo 2010.

Mutolo ricostruisce in studio la propria esperienza dentro Cosa Nostra e come maturò la decisione di collaborare con la Giustizia. Particolarmente interessante la ricostruzione (posizione 36min 20sec) da parte di Mutolo della giornata di mercoledì 1 luglio 1992 quando il collaboratore incontrò il Procuratore Aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e cominciò a mettere a verbale le sue dichiarazioni.
Mutolo ribadisce quanto già affermato in sede dibattimentale: Paolo Borsellino tornò sconvolto dal Viminale perchè in quella sede incontrò anche Bruno Contrada, all’epoca numero tre del servizio segreto civile (Sisde) e segnalato da Mutolo a Borsellino come soggetto colluso con Cosa Nostra. Borsellino fu molto turbato dal fatto che Contrada avesse avuto notizia del colloquio investigativo in corso quel pomeriggio tra lo stesso Procuratore Aggiunto e Mutolo, notizia che avrebbe dovuto rimanere assolutamente riservata. “Il problema di Borsellino – dichiara Mutolo – era che un colloquio così segreto e così blindato, al Ministero sapevano che lui era a Roma a interrogare a me. Tanto che ci dicono, il dott. Contrada ci dice ‘Senti, se Mutolo c’ha bisogno di qualcosa noi siamo a disposizione’ “.

Marco Bertelli

La doppia pista su faccia da mostro

La doppia pista su faccia da mostro.

Un discusso agente segreto, con un piede nello Stato e uno nelle cosche, e un dipendente regionale vicino a Ciancimino

Le “facce da mostro” che giravano in Sicilia negli anni delle stragi erano due: un discusso agente segreto, con un piede nello Stato e l’altro nelle cosche, e un dipendente regionale vicino all’ex sindaco Ciancimino, che suo figlio Massimo avrebbe già identificato. Entrambi sarebbero morti: il primo nel 2004, il secondo due anni prima. Due ombre, tanti sospetti e solo poche certezze, in quanto solo uno di loro, il dipendente regionale, è stato recentemente identificato, attraverso una foto. A dare un nome a quel volto, con quella vistosa cicatrice sulla guancia destra, è stato, per l’appunto, Massimo Ciancimino, il figlio del boss don Vito, quello del “papello” e della trattativa tra Stato e mafia. Due volti sfigurati, inguardabili e indimenticabili, rimasti impressi nella memoria di decine di testimoni e di cui – a distanza di vent’anni da quella stagione di sangue – si sa davvero ancora poco.

La spia

La prima misteriosa figura, che entra ed esce dalle oscure vicende siciliane apparterrebbe a un agente del Sisde, il servizio segreto civile (oggi Aisi). Secondo i racconti di alcuni testimoni – che lo chiamano in causa in almeno quattro vicende (tre delitti ed almeno un fallito attentato) – aveva un volto sfigurato, paragonabile solo a quello di un mostro, ma nulla a che fare con il dipendente regionale. Nelle storie di mafia, “faccia da mostro”, c’è dentro fino al collo. Gli inquirenti pare non lo abbiano ancora identificato e pare che non sia servito a nulla il tentativo, compiuto il 18 novembre dai magistrati di Palermo e Caltanissetta, di ottenere nuove informazioni dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, attraverso un ordine di esibizione di atti del Sisde e del Sismi, finora rimasti riservati.


Gli affari riservati

Tuttavia, secondo quanto è riuscito a ricostruire Il Punto, “faccia da mostro” sarebbe stato un sottoufficiale della polizia di Stato, di origini siciliane. Per anni, almeno così pare, in servizio presso l’ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, alle dipendenze di Federico Umberto D’Amato (tessera P2 n. 554). Poi, intorno al ’84, il misterioso agente segreto sarebbe transitato nella sezione “criminalità organizzata” del centro Sisde di Palermo (via Notarbartolo). Tra l’89 ed il ’92 era alle dirette dipendenze di Bruno Contrada, il numero tre del Servizio condannato nel 2007 a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. “Faccia da mostro” sarebbe rimasto in servizio a Palermo fino al ’96 e tutta la sua carriera si sarebbe svolta lì, poi la pensione e una collaborazione esterna con il Sisde che si sarebbe definitivamente conclusa nel ’99. Scompare, a causa del tumore che nel frattempo gli ha aggredito il volto, nel 2004.


Il pentito

Ne parla anche la “gola profonda” Luigi Ilardo, il mafioso, vicerappresentante provinciale di Caltanissetta, cugino e braccio destro del boss Giuseppe “Piddu” Madonia, che nel ’95 aveva messo sulle tracce di Bernardo Provenzano i carabinieri, ma un anno dopo gli tapparono per sempre la bocca. Ilardo confidò al colonnello Michele Riccio del Ros che a Palermo c’era un agente segreto con la faccia da mostro che frequentava strani ambienti, uno chiaccherato: insomma un uomo dello Stato che stava dalla parte sbagliata, antipatico ai mafiosi solo per via di quella faccia. Il confidente, parlando dello strano agente segreto, disse agli inquirenti: “Di certo questo agente girava imperterrito per le strade di Palermo. Stava in posti strani e faceva cose strane”.


Il fallito attentato

Il suo nome, anzi il suo soprannome, comincia a saltare fuori nell’89, quando a parlare di lui è una donna che poco prima del ritrovamento di un ordigno vicino la villa di Giovanni Falcone, all’Addaura, lo notò da quelle parti, dentro un’auto, insieme a un altro individuo. La donna se lo ricorda proprio perché il suo volto era inguardabile. Era il 21 giugno 1989, Falcone aveva affittato per il periodo estivo quella villa sulla costa palermitana. Introno alle 7.30 tre agenti di scorta trovano sugli scogli, a pochi metri dall’abitazione, una muta subacquea, un paio di pinne, una maschera ed una borsa sportiva blu contenente una cassetta metallica. Dentro c’è un congegno a elevata potenzialità distruttiva. La bomba non esplode, l’attentato fallisce.


Delitto 1

“Faccia da mostro” è legato anche a una lunga scia di sangue e strane morti, come l’omicidio dell’agente di polizia Antonino Agostino e di sua moglie Ida Castellucci, avvenuto il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini. Agostino dava la caccia ai latitanti, pare anche per conto del Sisde, e sembra avesse informazioni sul fallito attentato all’Addaura. Le indagini non hanno mai chiarito, fino in fondo, come sono andate le cose, però sembra che l’agente, poco prima di morire, avesse ricevuto in casa una strana visita, quella di un collega con la faccia deforme. A dirlo è suo padre, Vincenzo, che riferì agli inquirenti che un giorno notò “faccia da mostro”, uno “con il viso deforme che prendeva o gli dava notizie”, vicino l’abitazione del figlio. Per lui, quell’uomo, era inguardabile: “Quell’uomo è venuto a casa mia, voleva mio figlio. Quel tizio non è soltanto implicato nei fatti di Capaci e via D’Amelio, ha fatto la strage in casa mia, quella in cui sono morti – disse ai magistrati il padre di Agostino – mio figlio Nino, mia nuora e mia nipote. Due persone vennero a cercare mio figlio al villino. Accanto al cancello, su una moto, c’era un uomo biondo con la faccia butterata. Per me era faccia da mostro”.


Delitto 2

Un altro pesante sospetto lega “faccia da mostro” a un altro delitto, quello dell’ex agente di polizia Emanuele Piazza. Il suo nome in codice era “topo”, collaborava anche lui con il Sisde, era amico di Nino Agostino, ma non era ancora un effettivo. Figlio di un noto avvocato palermitano, era un infiltrato e dava la caccia ai latitanti quando, il 15 marzo 1990, scompare nel nulla. Molti anni dopo si saprà che fu “prelevato” con un tranello dalla sua abitazione da un ex pugile, vecchio compagno di palestra, portato in uno scantinato di Capaci, ucciso e sciolto nell’acido. Cercava la verità sulla morte del suo amico Antonino Agostino, forse l’aveva anche trovata, e anche lui sapeva qualcosa dell’Addaura.


Faccia da mostro-bis

“La Dia, incaricata dalla procura, – scrive Salvo Palazzolo nel libro “I pezzi mancanti” (Editori Laterza, 2010), – individua un dipendente regionale, già interrogato dopo il delitto Piazza, perché il suo nome era contenuto nell’agendina della vittima. E’ affetto da “cisti lipomatosa” nella parte destra del viso, risulta deceduto nel 2002. Le indagini – prosegue Palazzolo nella sua ricostruzione – dicono pure che ha fatto parte del comitato di gestione di un’unità sanitaria locale, su indicazione dell’ex sindaco condannato per mafia Vito Ciancimino”.


Delitto 3

Una traccia che lega l’agente segreto con la faccia da mostro a un’altra vicenda di sangue arriva addirittura dal lontano ’86 ed è ancora il pentito Luigi Ilardo a chiamarlo in causa. Siamo a Palermo, quartiere di San Lorenzo, è il 7 ottobre ’86, un bambino di 11 anni, Claudio Domino, viene ucciso mentre sta rientrando a casa. Lo freddano su un marciapiede, a colpi di pistola. Suo padre è il titolare di un’impresa di pulizie che lavora anche nell’aula bunker, ma non è un mafioso. Due pentiti raccontano che ad uccidere il bambino sarebbe stato l’amante di sua madre (poi giustiziato da Cosa Nostra) perché li avrebbe visti insieme. Secondo un altro boss, il piccolo Claudio Domino sarebbe stato ucciso (da un altro killer poi eliminato) perché, sbirciando in un magazzino, avrebbe visto confezionare alcune dosi di eroina. I giudici, tuttavia, crederanno ai primi due pentiti, accreditando la versione che il bambino vide l’amante di sua madre e per questo fu giustiziato. Ilardo, tuttavia, riferisce agli inquirenti che quel giorno, nel quartiere San Lorenzo, mentre veniva assassinato quel bambino, c’era anche “faccia da mostro”.


Fabrizio Colarieti (
www.ilpuntontc.it, 11 marzo 2010)

Il Patto (tra la mafia e lo Stato). Intervista a Nicola Biondo.

Fonte: Il Patto (tra la mafia e lo Stato). Intervista a Nicola Biondo.

I confini tra una parte (quanta?) dello Stato e la mafia sono sottili, spesso inesistenti. Viene persino il dubbio che l’Italia alla fine della Seconda Guerra Mondiale sia stata liberata dai mafiosi americani guidati da Lucky Luciano e non dagli Alleati (ma forse da tutti e due insieme alla CIA…). L’intervista a Nicola Biondo è sconvolgente, ma anche surreale. Ne emerge un gioco di specchi in cui scompare qualunque regola, ogni credibilità delle Istituzioni. Biondo descrive un girone infernale senza nessuna speranza di purgatorio o paradiso nel quale non precipitano i malvagi, ma i cittadini onesti: magistrati, poliziotti, politici, giornalisti in una mattanza nella quale la mafia è spesso il braccio armato di poteri protetti dallo Stato.

Intervista a Nicola Biondo

Il Patto tra Stato e mafia
“Mi chiamo Nicola Biondo, sono un giornalista freelance scrivo per L’Unità, con Sigfrido Ranucci, un inviato RAI abbiamo scritto un libro per Chiare Lettere, si intitola: “Il Patto. Da Ciancimino a Dell’Utri, la trattativa segreta tra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato”. Raccontiamo una storia straordinaria, molto poco conosciuta, quella di Luigi Ilardo, nome in codice Oriente.
Luigi Ilardo dal 1994 al 1996 ha smesso di essere un mafioso e è diventato un infiltrato, tutto quello che ascoltava e vedeva non era più a beneficio della sua famiglia mafiosa, ma a favore degli uomini dello Stato.
Luigi Ilardo è un caso eccezionale della lotta a Cosa Nostra, in pochi mesi fa decapitare le famiglie mafiose di tutta la Sicilia orientale, ma cosa più incredibile, inizia un rapporto epistolare con Bernardo Provenzano, Ilardo è il primo che racconta il metodo dei pizzini che consentiva a Bernardo Provenzano di comunicare all’esterno con i suoi uomini, Ilardo è il primo a raccontarcelo. Ilardo incontra Bernardo Provenzano il 31 ottobre 1995, e da infiltrato informa i Carabinieri del Ros, che però incredibilmente non arrestano il boss e soprattutto non mettono sotto osservazione il suo covo che per sei anni Bernardo Provenzano continuerà a frequentare indisturbato.
La storia di Luigi Ilardo ci ha consentito di vedere in diretta questo Patto, di farci quelle domande che ci si è sempre fatti, come mai Cosa Nostra, una banda di criminali, sia riuscita a durare così tanto, sia riuscita a imporre il proprio dominio non soltanto in Sicilia, ma nel nord Italia, ha investito, si è esportata in mezzo

Bernardo Provenzano e la pax mafiosa
La storia di Luigi Ilardo incrocia tanti misteri, tanti segreti che ormai forse non sono più né misteri né segreti, la verità è lì, basterebbe poco per poterla raccontare, per poterla vedere. Luigi Ilardo per primo fa il nome di Marcello Dell’Utri, lo definisce un insospettabile esponente dell’entourage di Silvio Berlusconi. Lo fa nel gennaio del 1994, racconta in diretta il patto politico – elettorale che il Gotha di Cosa Nostra avrebbe fatto con la nascente Forza Italia, fa i nomi e non è solo quello di Marcello Dell’Utri, noi li possiamo fare, ciò non significa che siano colpevoli queste persone di cui adesso racconterò, ma l’infiltrato Luigi Ilardo li fa, sono i nomi di Salvatore Ligresti, di Raul Gardini, fa in maniera particolare dell’entourage di Raul Gardini i nomi di famosi imprenditori a lui legati che poi saranno definitivamente processati e condannati per concorso esterno in associazione mafiosa, fa il nome di politici, a parte Dell’Utri, come quello del papà dell’attuale Ministro della difesa La Russa e di suo fratello Vincenzo e lega questo contatto che la famiglia La Russa avrebbe avuto con Cosa Nostra, insieme con la famiglia Ligresti. Tutto questo ci porta a vedere in maniera chiarissima quello che per Ilardo era normale, un patto tra Stato e mafia, quel patto che noi oggi vediamo chiaramente nei processi, la mancata cattura di Bernardo Provenzano, come la racconta Ilardo è finita in una processo che oggi abbiamo su tutte le prime pagine nei giornali, il processo al generale Mori, proprio perché quest’ultimo era l’ufficiale di più alto rango, responsabile di quell’operazione che avrebbe dovuto consentire l’arresto di Provenzano 11 anni prima di quando effettivamente è accaduto.
Il racconto di Massimo Ciancimino ci permette ancora di più di scendere nei particolari e i personaggi sono sempre gli stessi, in questo caso il generale Mori che nel 1992 incontra Vito Ciancimino, i contorni di questi incontri sono ancora sfuggenti per molti, sono chiarissimi per le sentenze, quella è stata una trattativa, l’obiettivo era di catturare alcuni capi latitanti e lasciarne altri fuori, come Bernardo Provenzano per esempio, quella mafia invisibile, affaristica che ripone nel fodero l’arma delle stragi, per portare avanti una vera e propria pax mafiosa, quindi la mancata cattura di Provenzano che raccontiamo attraverso questo racconto inedito dell’infiltrato Luigi Ilardo, non è altro che un tassello del patto tra Stato e mafia, noi ti lasciamo libero, tu non fai più le stragi, noi ti consentiamo di fare affari, anzi li facciamo insieme!

Omicidi di Stato e di mafia
Quella che abbiamo raccontato non è soltanto una storia di patti, di accordi, è anche una storia scritta con il sangue, il sangue di molti poliziotti uccisi, Ilardo racconta che un ruolo importantissimo hanno avuto i servizi segreti italiani in molti omicidi politici e non avvenuti in Sicilia, lui racconta che alcuni poliziotti sono stati traditi e uccisi da un misterioso agente dei servizi, Ilardo lo chiama “faccia da mostro” noi ci siamo chiesti: quante facce da mostro hanno girato indisturbate in Sicilia, commettendo delitti che come dice Ilardo non erano nell’interesse di Cosa Nostra? Di questi delitti adesso noi possiamo individuarli, sono il delitto di Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione Sicilia ucciso nel 1980, il delitto di Pio La Torre, il capo dell’opposizione comunista alla Regione Sicilia, ci sono delitti di poliziotti che Ilardo individua come delitti non di mafia, ma di Stato, c’è una frase agghiacciante che Luigi Ilardo avrebbe detto nell’unico incontro avuto con il Generale Mori e la frase è questa: “Molti attentati addebitati a Cosa Nostra non sono stati commessi da noi, ma dallo Stato e voi lo sapete benissimo!”.

Il palazzo scomparso
E’ anche una storia di sangue quella dei magistrati, seguendo Luigi Ilardo, ci siamo imbattuti nell’ennesima storia incredibile, cioè quella di un palazzo che scompare, il palazzo è quello di via D’Amelio, in questo palazzo appena ultimato il 20 luglio 1992, a 24 ore dalla strage che ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi ragazzi di scorta, due poliziotti e la Criminalpol salgono e si imbattono nei due costruttori, gli chiedono se hanno visto qualcosa, poi chiedono alla centrale via telefono se hanno precedenti penali, quei due costruttori sono due costruttori mafiosi, a quel punto sta per scattare l’arresto o quantomeno un interrogatorio in questura.Uno dei due poliziotti sale sulla terrazza e vede che il teatro della strage è lì, a due passi, c’è una visuale perfetta, nota anche delle cicche a terra, un mucchio di cicche a terra, il tempo di prepararsi a portare questi due costruttori in centrale per un interrogatorio, arriva un’altra volante, l’interrogatorio non si fa, i due poliziotti stilano un verbale e per 17 anni credono che quella pista sia stata abbattuta, invece no, oggi noi abbiamo riportato nel nostro libro la testimonianza, quel verbale di quei due poliziotti su quel palazzo gestito da costruttori mafiosi è sparito dalla Questura di Palermo. La Procura di Caltanissetta che indaga non l’ha trovato, c’è di più, i nomi di quei due costruttori finiranno da lì a poche settimane nei verbali di due importanti pentiti che accusavano Bruno Contrada n° 3 del Sisde e ex capo della Questura di Palermo, diranno questi pentiti: questi due costruttori hanno fornito a Bruno Contrada un appartamento, la loro versione ha retto in Cassazione, le indagini hanno appurato che questi due costruttori erano confidenti di Bruno Contrada e per conto di Cosa Nostra gli fornivano un appartamento. Quel palazzo di Cosa Nostra che dà su Via D’Amelio non è mai stato attenzionato dalle indagini, anzi a 48 ore dalla strage, in quel palazzo ritorna una squadra di Carabinieri, scrive un rapporto e dicono che è tutto a posto, strano, perché quel palazzo con quei costruttori era il primo luogo che si sarebbe dovuto indagare, ancora oggi, com’è noto, noi non sappiamo dove gli attentatori della strage di Via D’Amelio si sono piazzati, nessun pentito ce lo racconta, probabilmente perché davvero non è solo un segreto di mafia ma è anche un segreto di Stato.

Luigi Ilardo viene tradito, viene ucciso, i suoi racconti rimangono blindati, il colonnello Michele Riccio che li raccoglie subisce un arresto, una serie di disavventure, ma finalmente la verità di Ilardo, della mancata cattura di Bernardo Provenzano arriva in un’aula di giustizia e è quell’aula di giustizia dove oggi stanno venendo fuori tanti particolari su una trattativa tra Stato e mafia!”

Quel lapsus del generale Mori sugli incontri con don Vito

Fonte: Quel lapsus del generale Mori sugli incontri con don Vito.

“Un lapsus” secondo Massimo Ciancimino. Un indirizzo “sbagliato” che però corrisponde ad una sede romana dei Servizi segreti. Riparte così l’inchiesta sulla trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra

«Quello del generale Mori è un lapsus freudiano». Nelle centinaia di pagine di verbali sulla trattativa tra Stato e mafia riempite da Massimo Ciancimino compare questa frase sibillina. Di cosa si tratta? Dice il figlio di don Vito nell’interrogatorio del 19 ottobre scorso: «Poi Mori, mi scusi, fa pure un errore, parla di via Villa Massimo: incontro a casa Ciancimino a via Villa Massimo. A via Villa Massimo, accertate, non c’è casa mia…».

Un lapsus, lo definisce Ciancimino junior. Ma in cosa consiste? Andiamo con ordine. Mario Mori, oggi generale dei carabinieri in pensione, ha incontrato più volte Vito Ciancimino nell’estate-autunno del 1992. A confermarlo è stato lui stesso il 28 gennaio 1998 nel corso del processo fiorentino contro le bombe di mafia del ’93: «Incontro per la prima volta Ciancimino a casa sua, a via di Villa Massimo, che è dietro piazza di Spagna a Roma, il 5 agosto del ‘92». Dice oggi Ciancimino jr per spiegare il lapsus: «A via Villa Massimo c’è un posto dove mio padre incontrava il signor Franco (supposto agente dei servizi in rapporti con don Vito, ndr) e altri soggetti dei Servizi, Mori se l’ha incontrato, l’ha incontrato per altre storie, perché in via di Villa Massimo mio padre incontrava Sica, De Francisci (in realtà è De Francesco, entrambi ex capi dell’alto commissariato antimafia, ndr)… quello era un appartamento dei servizi segreti lì ci ho accompagnato mio padre…”.
IL «SUPERCENTRO» Via di Villa Massimo infatti si trova a diversi chilometri da Piazza di Spagna e lì, in quella via, Vito Ciancimino non ha mai abitato. La casa dell’ex-sindaco era in via S. Sebastianello, a due passi, questa si, da Piazza di Spagna. Ancora oggi a quanto risulta a l’Unità in via di Villa Massimo, dove Mori sostiene di aver incontrato più volte Ciancimino, ci sarebbe una sede operativa del DIS, il dipartimento delle informazioni per la sicurezza che coordina l’attività dei servizi segreti. In passato nelle stesse stanze ci sarebbero stati proprio gli uffici dell’Alto Commissariato antimafia diretto prima da De Francesco e poi da Sica. Una parziale conferma quindi a ciò che Massimo Ciancimino ha rivelato ai magistrati. Sulla vicenda è stato apposto dai magistrati un lungo omissis. Ma cosa c’entra l’alto commissariato antimafia? Vito Ciancimino – secondo il figlio – aveva con quella struttura negli anni 80 uno stretto legame, era una sorta di confidente. Le indagini sulla trattativa tra Stato e mafia incrociano questo ufficio e non è una novità. Sciolto tra le polemiche nel ‘92, e di cui faceva parte anche Bruno Contrada condannato in via definitiva per collusione con Cosa nostra, l’Alto commissariato compare nelle pagine più oscure delle trame siciliane: dal fallito attentato al giudice Falcone nel 1989 alla vicenda del Corvo di Palermo, l’anonimo estensore di svariate lettere contro il pool antimafia, fino alla strage di via D’Amelio. Questo filone d’indagine – i rapporti tra Ciancimino e i servizi – si interseca con la ricerca di un altro 007 denominato “faccia da mostro” per via di una malformazione al viso. Anche lui avrebbe fatto parte dell’Alto Commissariato e – secondo alcune testimonianze – sarebbe stato una sorta di killer di Stato. Da mesi le procure di Palermo e Caltanissetta gli stanno dando la caccia. A parlarne per primo è stato un mafioso, Luigi Ilardo, infiltrato per conto dei Carabinieri in Cosa nostra dal 1994 al 1996. Secondo Ilardo “faccia da mostro” avrebbe avuto un ruolo proprio nella tentata strage contro Falcone, nella morte di un poliziotto sotto copertura, Nino Agostino, e di un agente del Sisde, Emanuele Piazza, entrambi a caccia di boss latitanti. «In Sicilia, sosteneva Ilardo, ci sono stati molti omicidi che sono stati commessi dai servizi segreti e poi addossati a Cosa nostra». L’ipotesi su cui lavorano gli inquirenti ruota attorno all’esistenza di una sorta di “supercentro”, un braccio armato e occulto utilizzato anche per depistaggi e campagne stampa contro magistrati. Una pagina ancora da scrivere ma che lascia sullo sfondo i volti degli infami macellai di Cosa nostra per addentrarsi in ben altri labirinti.

Nicola Biondo (l’Unità, 16 gennaio 2010)

Tabulati, appunti, lacrime: ecco l’archivio di tutti i misteri

Tabulati, appunti, lacrime: ecco l’archivio di tutti i misteri.

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Nel libro di Edoardo Montolli, il consulente delle procure, Gioacchino Genchi, svela nuovi particolari, dalle stragi del ‘92 all’inchiesta Why Not

VIA D’AMELIO: LA PISTA SCOTTO

CIÒ CHE GLI ERA DA SUBITO sembrato strano era stato il perfetto disegno dell’attentato, preparato nei minimi dettagli, dall’intercettazione volutamente rudimentale della linea telefonica della sorella di Borsellino, all’esplosivo di tipo bellico utilizzato (…). E un’altra cosa, soprattutto, non capiva. Da dove potessero aver azionato il telecomando dell’autobomba i mafiosi, in un luogo chiuso come via D’Amelio. (…). C’era un solo punto da cui la visuale sul posto sarebbe stata perfetta: il Monte Pellegrino. In cima c’era un castello, il castello Utveggio. E dentro, un centro studi. (…). Nei pressi del castello c’erano apparecchiature della Sielte, la stessa ditta per cui lavorava Pietro Scotto, il telefonista che aveva individuato come possibile autore dell’intercettazione a casa Borsellino (…). E che da via D’Amelio fino a dove cominciava a salire il Monte Pellegrino faceva avanti e indietro spessissimo. Pietro Scotto, fratello del boss Gaetano, che sarà condannato per la strage di via D’Amelio. Poi (…) aveva scoperto come in questo centro studi, il Cerisdi, ufficialmente una scuola per manager, si celasse, al tempo della strage di via D’Amelio, una base coperta del Sisde, smobilitata pochi giorni prima che l’indagine arrivasse lì, a dicembre ’92 (…).

LE RIVELAZIONI SU LA BARBERA

“Dopo le accuse di Candura e la confessione di Scarantino”, racconta Genchi, “decisero di arrestare Pietro Scotto, l’uomo che avevo individuato come possibile telefonista per via D’Amelio. Mi parve una cosa assurda. Stava a due passi dal nostro ufficio, era intercettato, avrebbe potuto forse portarci ben più avanti. Perché faceva avanti e indietro da via D’Amelio a sotto il Monte Pellegrino, su cui avevo focalizzato l’analisi dei tabulati. Ci fu una discussione durissima, di fuoco. Continuavo a spiegargli che si doveva aspettare, che non potevamo agire. Glielo ripetevo alla nausea: non arrestarlo, non arrestarlo (…). Litigammo tutta la sera e per buona parte della notte. Ero infuriato: il mancato riscontro sul viaggio di Falcone, l’abbaglio su Maira, e ora l’arresto di Scotto per le confessioni di due personaggi improbabili come Candura e Scarantino che rischiavano di far naufragare l’inchiesta. (…). Fu allora che La Barbera scoppiò a piangere. Pianse per tre ore. Mi disse che lui sarebbe diventato questore e che per me era prevista una promozione per meriti straordinari. Non volevo e non potevo credere a quello che mi stava dicendo. Ma lo ripeté ancora. E ancora. E furono le ultime parole che decisi di ascoltare. Me ne andai sbattendo la porta. L’indomani mattina abbandonai per sempre il gruppo Falcone-Borsellino. E le indagini sulle stragi”.

ROMANO, IL MEDICO CHIAMATO DA SCOTTO

I tabulati scivolano verso gli ultimi giorni di vita di Borsellino. Il 17 e il 18 luglio 1992. “Se davvero le linee del telefono di casa della sorella di Borsellino furono intercettate”, dice Genchi, “c’era da capire (…) se Borsellino avesse accennato al telefono che avrebbe spostato l’appuntamento della visita della madre nello studio del cardiologo dal sabato alla domenica (…) del 19 luglio. Perché se qualcuno ascoltò, allora forse fu davvero così che si seppe dell’arrivo non previsto del giudice in via D’Amelio. (…).L’autobomba non poteva essere portata in via D’Amelio troppo tempo prima. Era stata rubata, c’era il rischio che fosse controllata. E Gaetano Scotto probabilmente necessitava di avvertire, o di essere avvertito da qualcuno, sull’arrivo esatto di Borsellino”.

Ci sono due telefonate dal cellulare del magistrato a casa della sorella, dove stava la madre per andare dal dottore e in cui Borsellino poteva comunicare i suoi spostamenti. Le ultime due: il 17 luglio alle 15,37 e il 18 luglio alle 16,54. “Rilevo alcune telefonate, in orari successivi alle 16,54 del 18 luglio, il pomeriggio prima della strage, dai telefoni di Gaetano Scotto al telefono di casa di un medico. Nell’ipotesi che si era fatta che il telefono di casa della sorella di Borsellino fosse stato intercettato, l’accertamento della natura di queste chiamate, da parte dello stragista Gaetano Scotto, mi sembrava una cosa piuttosto importante. (…). Soprattutto in virtù di quanto aveva iniziato a dichiarare Gaspare Mutolo”.

Già dal 17 luglio 1992, nell’interrogatorio che gli fece Borsellino nel palazzo della Dia, (…) Mutolo (…) aveva accusato una schiera di notabili (…). L’operazione si era diretta contro i capi della Cupola, i Graviano, Gaspare Spatuzza e un dottore in particolare, accusato addirittura di essere un boss di Brancaccio (…), Giuseppe Guttadauro (…), che sarebbe stato il punto di snodo dell’inchiesta su mafia e sanità (…). Ma non fu l’unico medico a essere trascinato a processo. (…) Un altro fu assolto, e non fu nemmeno proposto appello, perché non ci fu una prova di una condotta criminale. (…).

“Il professor Maurizio Romano”, racconta Genchi, “fu a lui che il pomeriggio del 18 luglio 1992 Gaetano Scotto telefonò a casa, dopo che Borsellino aveva chiamato dalla sorella. E la natura di quella chiamata credo fosse assolutamente da accertare. (…)”.

DUE CHIAMATE MAI INDIVIDUATE

“Quello che già rilevai allora”, racconta Genchi, “sono tre chiamate davvero importanti. E riguardano il primo luglio del 1992”. Il pomeriggio del primo luglio è quello dell’incontro tra Mutolo e Borsellino al palazzo della Dia di Roma. Della telefonata intorno alle tre, dopo la quale il magistrato gli avrebbe detto la famosa frase: “Sai Gaspare, devo smettere perché mi ha telefonato il ministro… manco una mezz’oretta e ritorno”. E poi, dice Mutolo, era tornato agitato e disse di aver visto, invece del ministro Nicola Mancino, insediatosi proprio quel giorno, Vincenzo Parisi e Bruno Contrada. Il ministro con cui aveva appuntamento, secondo la sua agenda grigia, alle 19,30. L’episodio di cui l’attuale vicepresidente del Csm ricorda poco o nulla. “Il traffico telefonico di quella giornata di Borsellino”, dice Genchi, “l’avevo analizzato per intero (…). Al pomeriggio, due telefonate ricevute da un cellulare del ministero dell’Interno, alle 14,37 e alle 14,38 della durata di 24 e 9 secondi. Poi, una telefonata da un altro cellulare, alle 19,08, cellulare intestato al ministero dell’Interno, direzione centrale della polizia criminale. Cellulari che mai lo avevano contattato prima. E dei quali, pur essendo intestati al ministero degli Interni, non sono mai riuscito a sapere chi fossero gli usuari. Ora, siccome Mutolo riferisce che Borsellino sostenne che gli aveva telefonato il ministro in persona, non è difficile, se si vuole, capire se fosse vero, trovando l’effettivo usuario. Perché è chiaro che se era stato davvero chiamato dal ministro, poi è difficile immaginare che il ministro non se lo ricordi. (…) Così come utile sarebbe individuare l’usuario del cellulare che chiamò il giudice alle 19,08, dato che alle 19,30 sull’agenda, c’era scritto dell’incontro con Mancino. A questi devono aggiungersi le eventuali chiamate eseguite da utenze fisse e dai centralini, come quello del ministero dell’Interno, che, all’epoca non venivano registrate nei tabulati dei cellulari Etacs. Dubito che il ministro Mancino (…) potesse aver chiamato Borsellino con il proprio cellulare. Le chiamate provenienti dai cellulari, semmai, possono ricondurre all’identificazione dei funzionari di polizia e delle personalità dello Stato e della magistratura, che hanno avuto in quei giorni contatti con Borsellino. Questo, con le agende che sono state recuperate, può essere di grande aiuto alle indagini”.

I TABULATI DI CIANCIMINO

Le telefonate di Massimo Ciancimino: Genchi se n’è occupato recuperandone i tabulati fin dal 1991. Isolando(…) tre telefonate a numeri riservati dei ministeri della Giustizia e dell’Interno, del 9 luglio 1991 e del 3 settembre, quando era cominciato il processo a carico del padre (…). Un’altra telefonata, sempre a un numero riservato del ministero dell’Interno, il 19 gennaio 1992, due giorni dopo la condanna in primo grado di don Vito (…). Come dire che i suoi contatti, lui o suo padre, li aveva ancora. (…) Ed erano contatti, quelli di Massimo Ciancimino, che partivano dalle primavere del ’92 e del ’93 (…) con numerose utenze di interesse che, si dice convinto, (…) potrebbero ancora fornire riscontri alla famigerata trattativa tra Stato e mafia di cui il figlio dell’ex sindaco di Palermo sta parlando ai magistrati(…) C’è un sacco di gente cui chiedere spiegazioni. Specie dopo che Agnese Borsellino è tornata a parlare (…) raccontando ciò che a Genchi aveva detto troppi anni fa: che qualche giorno prima della strage, suo marito le aveva raccomandato di non alzare la serranda della camera da letto, perché avrebbero potuto spiarli dal castello Utveggio. (…).

“Ho delle rivelazioni cruciali da fare su via D’Amelio”, dice Genchi, “Se questa volta a Caltanissetta mi permetteranno di farle, ne sarò felice”.

DALLE STRAGI A WHY NOT

Genchi racconta di aver ritrovato, nell’inchiesta Why Not, gli stessi personaggi sui quali aveva centrato le sue indagini, per la strage di via D’Amelio, intorno al Cerisdi del castello Utveggio, quello dove compariva Gaetano Scotto. “Tutto mi sarei immaginato”, racconta Genchi, “tranne che, dopo aver ritrovato in quest’inchiesta (Why Not, ndr) le telefonate del professor Sandro Musco (professore che aveva un circolo all’interno del Cerisdi, mai indagato, ndr) e senza sapere che (il Ros, dopo il sequestro dell’archivio, ndr) mi avrebbe pure contestato la richiesta dei tabulati dell’avvocato di Bruno Contrada, Pietro Milio, avrei ritrovato anche il terzo soggetto su cui, assieme appunto a Contrada e Musco, si erano concentrate le mie indagini, mai concluse, per le ragioni che ora sa, sulla strage di via D’Amelio: si tratta di Vincenzo Paradiso (la sua persona compare nelle intercettazioni di Saladino, leader CdO Calabria, principale indagato di Why Not, ndr). L’uomo, in futuro leader della Compagnia delle Opere in Sicilia, che stava al Cerisdi, le cui utenze risultarono in contatto con il boss stragista Gaetano Scotto, nel 1992. Ed è qui che l’indagine (Why Not, ndr) è stata bloccata senza che sapessi dove portava. (…) O quasi. Perché quando la revoca è giunta, in realtà, come il Ros di Roma sa bene, io avevo già scritto una parte della relazione”.

OMBRE SULLE TOGHE DI WHY NOT

Questa è la e-mail scritta da Genchi al pm di Salerno, Gabriella Nuzzi, subito dopo la perquisizione, disposta dalla Procura di Salerno, ai colleghi di Catanzaro, che avevano ereditato l’inchiesta Why Not avocata a De Magistris. Di lì a poco, anche la Nuzzi sarebbe stata punita dal Csm, proprio per quella perquisizione, insieme con il suo capo Luigi Apicella e il pm Dionigio Verasani quando ancora era titolare dell’inchiesta sul “caso de Magistris”. Genchi scrive di quanto ha scoperto sul nuovo titolare di Why Not, il sostituto procuratore Alfredo Garbati.

“Come dicevo (…) mi sono accorto dell’esistenza e del riferimento, nei dati da me già elaborati, del cellulare del dr. Alfredo Garbati quando ho letto alcuni stralci del decreto di sequestro del Suo Ufficio. Mai avrei rilevato quello che mi accingo a riferirle, se non fossi stato direttamente chiamato in causa, proprio in relazione all’operato posto in essere contro di me e contro il dr. Luigi de Magistris. Ritengo doveroso portare a conoscenza del Suo Ufficio la significatività dei contatti telefonici del cellulare del dr. Alfredo Garbati con il cellulare di Nicola Adamo (tra i principali indagati in Why Not, ndr) dei giorni (…) contestuali e prossimi alla spedizione dell’avviso di garanzia e alle perquisizioni del febbraio-marzo2007 ad Antonio Saladino e alle audizioni di Caterina Merante. (…)”.

“E allora”,scrive Montolli, “l’uomo che coordina le indagini Why Not a Catanzaro è il più vicino di tutti agli indagati. Nell’inchiesta‘eversiva’. Perché quelli di Genchi sono numeri. E non importa se gli indagati abbiano commesso o meno reato. Importa che quei contatti telefonici tra pm e il suo stesso indagato non possono esistere. Ma c’è ancora di più. Il dottor Garbati era risultato in strettissimi rapporti con l’onorevole Marco Minniti, nell’ordine di diverse centinaia di telefonate. Un dato fondamentale, se si considera l’arrivo delle scottanti intercettazioni su Marilina Intrieri, giunte da Crotone per essere inglobate in Why Not e in cui molto si parlava di Minniti. Ma tutto questo ancora non basta. Perché il 17 febbraio del 2009 si presenta da Gioacchino Genchi un giornalista calabrese, collaboratore de L’Espresso, Paolo Orofino. Gli porta un cartaceo, un doppio cartaceo (…). Si tratta della prima relazione di Alfredo Garbati a Jannelli su cosa farà di Why Not. Documento straordinario. Per prima cosa, spiega Garbati che su Mastella sono già tutti d’accordo e che bisogna muoversi a stabilire cosa fare anche con Pittelli, perché Pittelli, con cui Garbati risulta addirittura in contatto, si deve presentare alle elezioni e non può portarsi dietro una ‘macchia’. Bisogna muoversi a dargli una risposta: in un’Italia dove la gente crepa in prigione mentre i magistrati di sorveglianza sono in vacanza, c’è anche qualcuno che si preoccupa prima di ogni altra cosa di non far cosa sgradita ai suoi indagati. Si vede che la giustizia, finalmente, sta cambiando”.

AFFARI, POLITICA, GIUSTIZIA

Achille Toro è il procuratore aggiunto di Roma che ha sequestrato l’archivio Genchi. Scrive Montolli: “I contatti sospetti di Toro (…) all’interno dell’archivio non sono solo con Giancarlo Elia Valori, imputato nello stesso ufficio che lui codirige; Elia Valori socio di Caltagirone, nel consorzio Blu, e coimputato nel relativo processo, istruito dallo stesso ufficio che lui codirige; Elia Valori legato allo stesso Caltagirone e a Ricucci, nelle stesse scalate su cui lui indagava (…); Elia Valori legato al banchiere Geronzi, su cui Achille Toro stesso indagava; (…) No. I contatti sospetti di Achille Toro sono pure altri. (…) Toro potrà avere l’ardire di raccontare che quando ha preso l’archivio Genchi non ricordava le sue telefonate con Elia Valori, indicato da De Magistris come presunto capo della massoneria contemporanea e di cui avevano parlato alcuni giornali italiani (…). Magari (…) Toro non ha ricevuto le intercettazioni di Ricucci, che lui stesso indagava, con Elia Valori (…), può dire di non avere riconosciuto il numero di Elia Valori, che lui componeva spessissimo, nello stesso periodo in cui Ricucci lo chiamava.(…) Potrà dire di non averlo manco aperto, l’archivio, e di non sapere che c’era una cartelletta a suo nome (…). Potrà dire che un conto è che suo figlio Stefano abbia avuto un incarico dal ministro Mastella, nello stesso momento in cui Mastella stava per essere indagato nell’inchiesta fatta da Genchi, un conto è che lui stesso fosse capo di gabinetto nel ministero dei Trasporti di quel governo, e un conto è che lui possa sequestrare tutto a Genchi”.

(…) “Ciò che Achille Toro non potrà mai dire è che ignorava che nell’archivio Genchi ci fosse un altro numero ancora. (…) Il numero di una persona che il telefono di Achille Toro, di sua moglie e di suo figlio Stefano, componevano spessissimo, addirittura dal lontano 2003: il numero dell’onorevole avvocato senatore Giancarlo Pittelli (…). Le cose cominciano a essere più chiare. Giancarlo Elia Valori, su cui si stava incentrando l’inchiesta di De Magistris, (…) è legato a doppio filo all’avvocato Giancarlo Pittelli, parlamentare di Forza Italia, tra i principali inquisiti dal magistrato. Entrambi sono amici (…) del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (…)”.

in Il Fatto Quotiano, 8 dicembre 2009

Conti più corti per la Corte dei conti | Il blog di Daniele Martinelli

Ed ecco un’altra legge porcata. Mi pare che questo governo faccia di tutto per favorire i delinquenti. Basta, fuori la mafia dallo stato! Prevedo presto fughe in massa ad Hammamet per sfuggire alla folla inferocita…

Conti più corti per la Corte dei conti | Il blog di Daniele Martinelli.

La Corte dei conti non potrà più procedere contro servitori dello Stato sospettati di aver favorito la mafia, uomini in divisa accusati di violenza sessuale e dipendenti assenteisti. Lo prevede una norma inserita nel decreto Berlusconi che mette un bastone fra le ruote della magistratura contabile, che non potrà più chiedere risarcimenti per il danno d´immagine procurato all´ente pubblico da un amministratore, da un burocrate o da un impiegato infedele.
La norma, contenuta nel provvedimento sullo scudo fiscale che modifica una legge approvata a luglio, prevede che la Corte dei conti, per chiedere un risarcimento per danno all´immagine dell´amministrazione pubblica, dovrà attendere la pronuncia
Non solo. Viene ridotto anche il numero dei reati perseguibili. Rimangono la corruzione, la concussione e il peculato, ma vengono esclusi il concorso esterno in associazione mafiosa, la violenza sessuale e la truffa.
In termini pratici sarà più facile dover rispondere del furto di un posacenere in ufficio piuttosto che di un’accusa di agevolazione di organizzazione criminale. definitiva della giustizia ordinaria.

Fra i primi beneficiari della norma governativa l’ex superpoliziotto Bruno Contrada, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e recentemente citato in giudizio dalla magistratura contabile che gli ha chiesto 150 mila euro di risarcimento.
Anche il fascicolo che riguarda il senatore condannato per favoreggiamento di indagato per mafia Totò Cuffaro è diventato inutile. La Corte avrebbe atteso la sentenza definitiva per decidere se procedere per danno d´immagine nei confronti dell’ex governatore siciliano condannato in primo grado a 5 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Anche l´ex capo della squadra mobile Ignazio D´Antone, condannato per lo stesso reato di Cuffaro, riuscirà ad evitare di pagare 150 mila euro che la Corte dei conti gli chiede.
Niente 10 mila euro di risarcimento anche per un secondino del carcere di Caltanissetta che costringeva 2 detenuti a rapporti sessuali.

Lo scudo fiscale, insomma, è di fatto scudo per pubblici ufficiali indagati dalla Corte dei conti. Il viceprocuratore generale Gianluca Albo, il 18 settembre scorso, ha presentato una eccezione di legittimità costituzionale.
Chi vivrà vedrà. Per ora niente risarcimenti.

Stragi, il ricatto bipartisan dei boss – Peter Gomez – Voglio Scendere

Stragi, il ricatto bipartisan dei boss – Peter Gomez – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2009

Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri. E ci sono dentro anche i leader di oggi: il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri che, tra il ’93 e il ’94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi.

A Berlusconi – ha più volte spiegato Brusca in aula e in una serie d’interrogatori davanti ai pm – la mafia fece arrivare, dopo i primi articoli di giornale che parlavano dei suoi legami con il boss Vittorio Mangano, un messaggio preciso: non ti preoccupare se adesso scrivono di te, intanto i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile.

All’indomani della puntata di “Annozero” in cui l’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso), la storia oscura di quei giorni insanguinati assomiglia sempre più a quella di un grande ricatto. Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica. In troppi, infatti, sapevano, e in troppi hanno taciuto. La prima parte della vicenda è ormai nota. Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Capisce che è in corso un gioco pericoloso. In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti. Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada.

Che cosa si dica con loro non è chiaro. Fatto sta che Riina cambia strategia. Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino e la scorta. Un attentato reso più semplice dall’assenza di controlli in via D’Amelio, la strada dove viveva sua madre. E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro.

Se questo è il quadro (Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino), diventa chiaro quanto la notizia fosse politicamente esplosiva. Anche perché pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso.

È a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri. Un anno dopo, intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano. Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere. Durante la primavera e l’estate le bombe di mafia sono esplose a Roma, Firenze e Milano. Ma le stragi non sono servite per far ottenere a Cosa Nostra norme meno dure. Così Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella, il cognato di Riina, che dà l’assenso. Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra. Poi i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94. Il futuro premier è soddisfatto Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”.

Benny Calasanzio Borsellino: Agenda Rossa, il fratello di Borsellino scende in piazza

Benny Calasanzio Borsellino: Agenda Rossa, il fratello di Borsellino scende in piazza.

«Tremate tremate, le agende rosse sono tornate». Si alza forte il brusio del popolo del web, che pian piano risponde massicciamente all’appello «Resistenza». Dopo quella del 19 luglio in via D’Amelio, un’altra manifestazione con al centro l’agenda rossa «rubata» di Paolo Borsellino è già in cantiere. A darne notizia è Salvatore, fratello del giudice, che da anni si scaglia contro le istituzioni coinvolte nella trattativa stato-mafia che portò alla morte dell’unico ostacolo alla patto: quello stesso Paolo Borsellino che scrisse sulla sua seconda agenda, quella grigia, di aver incontrato Mancino il primo luglio del 1992, il giorno del suo insediamento come ministro dell’Interno e 18 giorni prima di morire. «Lì a mio fratello venne proposta la trattativa con i boss e lui l’avrà rifiutata in maniera schifata. Oltre a Mancino, che continua a negare dando implicitamente del bugiardo a mio fratello, c’era anche Bruno Contrada, che poco prima il pentito interrogato da Paolo, Gaspare Mutolo, aveva additato come colluso con cosa nostra» ha detto Salvatore Borsellino.

Già il 19 luglio scorso, nel budello d’asfalto in cui era stato ucciso nel 1992 il procuratore aggiunto di Palermo assieme agli agenti di scorta Loi, Catalano, Li Muli, Cosina e Traina, l’ingegnere che vive ad Arese ormai da 40 anni era riuscito tramite il web e i social network a richiamare centinaia di persone da tutta Italia per una tre giorni all’insegna non delle lacrime, bensì della «rabbia costruttiva».

Manifestazione, quella del 19 luglio, disertata quasi completamente dalla gente di Palermo, boicottata ormai ufficialmente dalle grandi associazioni antimafia e soprattutto dai media, se si esclude Enrica Maio del Gr Rai e Silvia Resta di La7. Ora Borsellino torna a suonare la carica: il 26 settembre sarà la volta della capitale. Alle 14 il corteo si riunirà in piazza della Repubblica (Esedra) e da lì il corteo concluderà il suo corso in piazza Barberini. La marcia sarebbe dovuta passare dapprima davanti la sede del Consiglio Superiore della Magistratura, per ossimoro ubicata in Piazza Indipendenza, e poi al Quirinale, la sede della presidenza della Repubblica; a causa del protocollo sulla sicurezza che vige sulle manifestazioni romane, al Quirinale si potrà recare solo una delegazione di una cinquantina di persone. «Questa manifestazione è la continuazione ideale di quella che abbiamo fatto il 20 luglio davanti al palazzo di Giustizia di Palermo in sostegno di quei magistrati che, a rischio della propria vita, stanno combattendo per arrivare alla Verità sulle stragi del 92 e del 93.

Non dobbiamo dare tregua agli assassini ed ai loro complici. Mobilitiamoci tutti, ognuno di noi si impegni a far venire quante altre persone può, in una catena che non deve avere fine. Adesso hanno paura e si stanno muovendo, cominciano a muovere le loro pedine, Rutelli, Violante, il Pg di Caltanissetta Barcellona; noi dobbiamo agire più rapidamente di loro, impedire che fermino Sergio Lari, Antonio Ingroia, Nino Di Matteo.

Non lasciamoli soli, impediamo che chiudano la bocca a Massimo Ciancimino, che si muova il CSM, facciamogli capire che dovranno passare sui nostri corpi, che dopo 17 anni non ci lasceremo strappare ancora una volta la verità. Il 19 luglio in via d’Amelio abbiamo fatto scoccare la scintilla, ora è necessario l’incendio» ha spiegato il fratello del giudice che terrà aggiornati i partecipanti tramite il suo sito, www.19luglio1992.com.

Borsellino: ”Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello”

Borsellino: ”Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello”.

Salvatore Borsellino racconta al Corriere Canadese tutte le nuove scoperte sulla strage di via D’Amelio
Dopo tanti anni, un po’ di verità sta venendo a galla sulla strage di via D’Amelio. Una strage che già allora era apparsa molto più complessa da capire rispetto a quella di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone assieme alla sua scorta. Ora, per spiegare la morte di Paolo Borsellino si parla di servizi segreti deviati, dello Stato italiano che non solo cerca di scendere a patti con Cosa Nostra comandata da Totò Riina ma lascia anche da solo il magistrato che con Falcone più aveva contribuito alla lotta contro la mafia, emettendo così la sua definitiva condanna a morte. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, dopo anni di silenzio ha deciso di parlare e ora ci racconta la sua verità.

Dottor Borsellino dopo strage di Capaci, suo fratello Paolo capì di avere le ore contate. Che cosa stava accadendo intorno a lui?
«In quel periodo non era soltanto Paolo ad aver capito di avere le ore contate. Uccidere Falcone senza uccidere Paolo equivaleva a fare un lavoro a metà. Paolo, infatti, se lasciato vivo, avrebbe continuato a fare quello che aveva fatto insieme con Falcone: ovvero combattere in tutte le maniere la criminalità organizzata. Lo avrebbe fatto da solo o contando sull’aiuto di pochi perché in fondo lo Stato ha sempre delegato ai magistrati certi compiti e certe responsabilità che, invece, avrebbe dovuto assumersi in prima persona».

La strage, però, arrivò a neanche sessanta giorni da quella di Capaci. Come mai una così brusca accelerata per liberarsi di un uomo che sarebbe dovuto morire comunque?
«Quello che nessuno si aspettava, e forse nemmeno Paolo se non negli ultimi giorni, era che la strage di via D’Amelio avrebbe seguito a così breve distanza di tempo quella di Capaci. Del resto, numerosi mafiosi avevano giudicato troppo prematuro questo passo e lo avevano fatto presente direttamente a Riina. Ma Riina rispose che la strage si doveva fare subito perché era stata promessa a qualcuno».

Il capo dell’ufficio istruzione di Palermo, Antonino Caponnetto, disse che Falcone morì nel gennaio del 1988 quando nominarono Antonino Meli come suo sostituto. Mi dica quando cominciò a morire Paolo Borsellino?
«Mio fratello iniziò a morire il primo luglio del 1992 dopo l’incontro che ebbe con il ministro della Giustizia di allora Nicola Mancino. Nonostante quest’ultimo continui a negare pervicacemente, lì deve essere stata proposta quella trattativa tra lo Stato e la mafia alla quale Paolo si deve essere opposto nella maniera più assoluta. E a questo punto non restava che quella soluzione e cioè uccidere Paolo ed eliminarlo in fretta».

Che cosa avrebbe potuto fare un magistrato sia pur influente come lui, per fermare una trattativa tra Stato e mafia?
«Poco. Ma di sicuro avrebbe portato quella trattativa agli occhi dell’opinione pubblica come aveva fatto dopo che si era trasferito a Marsala e aveva denunciato il colpo di spugna dello Stato nei confronti della mafia. In quell’occasione affermò che si stava distruggendo il pool antimafia. A seguito dell’intervista a L’Unità e a La Repubblica venne deferito al Csm che però non ebbe il coraggio di prendere dei provvedimenti disciplinari».

Suo fratello capiva molto bene i giochi sotterranei della mafia e della politica. Come spiega allora i tentativi di nominarlo capo della Superprocura antimafia e la candidatura a presidente della Repubblica? Non crede che esporre la sua figura servisse soltanto ad indebolirlo fino a renderlo un bersaglio da eliminare?
«L’idea è che certi coinvolgimenti non servissero altro che ad aumentare il rischio intorno alla sua persona. Non tanto per la candidatura alla presidenza della Repubblica che poteva lusingarlo. Ma per la nomina a capo della Superprocura antimafia. Era chiaro, infatti, che questo portava la mafia a vendicarsi. Mio fratello rimproverò all’allora ministro Scotti di non avergli preannunciato nulla di quello che stava accadendo. Ricordo anche che gli telefonai e che mi rispose confermandomi la sua disponibilità ad accettare quella carica a patto però che le misure di sicurezza intorno alla sua persona cambiassero radicalmente».

A distanza di anni ci può spiegare perché alcuni magistrati di allora hanno denigrato due eroi come Falcone e Borsellino?
«Ricordo che Paolo chiamò giuda un esponente del Csm. Questo giudice era Vincenzo Geraci, che aveva fatto credere a Caponnetto e Falcone che fossero stati raggiunti i voti necessari per poter nominare Falcone come successore di Caponnetto. In seguito le cose andarono diversamente e lo stesso Geraci votò contro Falcone, favorendo l’elezione di Meli che ostacolò l’attività di Giovanni e portò allo smembramento del pool. Falcone decise allora di andare a lavorare al ministero di Giustizia. Cosa che si rivelò positiva perché riuscì a sfruttare anche questo campo di battaglia e fece applicare il meccanismo di rotazione anche all’interno della Cassazione. Ciò significò l’esclusione dell'”l’ammazzasentenze” Corrado Carnevale dal maxiprocesso, che venne affidato a un’altra sezione. E le condanne emesse in primo grado vennero confermate. Questo provocò la reazione selvaggia della mafia con l’uccisione di Salvo Lima, di uno dei cugini Salvo».

La congiura di certi giudici in quale misura spaventava suo fratello? Di cosa aveva paura?
«Quello che Paolo poteva temere sta venendo fuori adesso in maniera lampante con la deposizione fatta da due magistrati che facevano parte del suo staff a Marsala. Questi colleghi nel ’92 lo andarono a trovare e lo trovarono distrutto. Mio fratello piangendo gli disse di essere stato tradito da un amico. Questi erano i reali pericoli all’interno della magistratura. Probabilmente un amico, forse un magistrato, ha causato direttamente l’accelerazione della strage di via D’Amelio».

Su questo ci sono anche delle deposizioni di alcuni pentiti. Giusto?
«Un collaboratore di giustizia, che si chiama Pulci, ha anche raccontato che all’interno delle cosche tutti sapevano che mio fratello si era confidato con un uomo delle istituzioni. Era l’uomo sbagliato perché avvertì le cosche mafiose e, come disse testualmente Pulci, la mafia “fu avvisata di fare la strage”».

Le stragi di mafia sono sempre state piene di misteri. Quando fu ucciso il generale Dalla Chiesa fu aperta la cassaforte nel suo appartamento. A Falcone fu manomesso e cancellato il suo diario sul computer. E a suo fratello sparì l’agenda rossa. Quale legame accomuna tutti questi fatti?
«Mio fratello aveva segnato sull’agenda rossa tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e tutte le valutazioni e le indagini sulla strage di Capaci della quale sosteneva a ragione di essere un testimone. Per questo motivo si aspettava di essere sentito dai magistrati. Ma non fu mai sentito da nessuno e venne ucciso prima che potesse farlo».

Anche qui tante prove, tante indizi, addirittura un uomo che viene visto allontanarsi con la borsa. Ma alla fine non è rimasto nulla, soltanto misteri e domande alle quali non è stata ancora data una risposta. Perché?
«La cosa terribile di tutta questa storia è che nonostante esistano le prove fotografiche della persona che ha sottratto la borsa dalla macchina, non si è mai riusciti ad arrivare alla fase dibattimentale di un processo. Questi processi, evidentemente, non dovevano andare avanti».

Paolo Borsellino a un certo punto disse anche alle persone più care «di aver capito tutto». Che cosa aveva capito?
«Quello che aveva capito lo ha lasciato detto nell’intervista a Fabrizio Calvi e a Jean Pierre Moscardo, un video mai trasmesso in Italia e che ora è possibile trovare su Internet. Mio fratello disse che erano in atto dei contatti tra la mafia e la politica e tra Cosa Nostra e alcuni imprenditori del Nord per portare avanti certe strategie per entrare nel mondo finanziario e in quello della politica. Lui lo lasciò detto in una frase che disse anche mia madre. “Sto vedendo la mafia in diretta”. È chiaro che non parlava della mafia che aveva sempre combattuto, ma di qualche altra cosa: cioè la commistione tra mafia, politica, istituzioni e servizi segreti. Stava vedendo qualcosa di nuovo e lo aveva capito dopo le dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che gli stava parlando di Signorino e di Contrada. Deve essere stato terribile per lui incontrare Contrada e Parisi proprio pochi minuti dopo che Mutolo gli aveva raccontato tutto questo».

Ora si parla di Castel Utveggio come del luogo dove materialmente è partito il comando per far esplodere l’auto parcheggiata in via D’Amelio. Lì c’era un ente che fungeva da copertura per i servizi segreti e da dove sono partite delle telefonate durante i giorni precedenti alla strage e forse anche subito dopo. Dopo tanti anni è questa la pista giusta?
«Sono tre anni che continuo a parlare del Castel Utveggio. Ora finalmente ci sono dei giudici seri a Caltanisetta e a Palermo e poi ci sono le rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di Vito. Il fatto che parli solo ora non deve sorprendere perché più volte ha sostenuto che certe domande prima nessuno gliele aveva mai fatte. E oggi tutto questo è finito anche sui giornali e finalmente si comincia a parlare di quello che avvenne a Castell Utveggio in quei giorni».

Lei però non ha mai avuto dubbi e ha sempre confidato su quella pista seguendo le intuizioni di Gioacchino Genchi, che per primo indicò quel posto come il punto cardine di tutta la strage di via D’Amelio.
«Oggi tutti parlano e ricordano, come ha fatto Ayala su Mancino. E i giudici ex colleghi di Paolo dopo tanti anni di silenzi vanno a deporre a Caltanisetta. Da mesi si parla di trattativa tra lo Stato e la mafia e si dà per scontato che ci sia stata. Si parla di Castel Utveggio in cui c’era un centro del Sisde. Da lì, come ha dimostrato Gioacchino Genchi    , ci fu una telefonata che raggiunse una barca nel golfo di Palermo dove c’era Bruno Contrada con altri funzionari del Sisde. Poi lo stesso Contrada fece una telefonata, forse al Castello Utveggio o forse al centro dei servizi di via Roma, per chiedere che cosa era successo. Lì gli venne comunicato che era morto Paolo Borsellino. Tutto questo accadde 140 secondi dopo la strage. Ed è davvero strano perché io, che ero suo fratello, ebbi la certezza della sua morte soltanto cinque ore dopo».

Teme che la morte di suo fratello possa essere strumentalizzata per portare a compimento progetti di tutt’altro genere anziché per ristabilire la verità storica e fare veramente giustizia sul ruolo dei colpevoli e dei mandanti?
«Spesso mi chiedo da cosa nasca tutto questo interesse. Prima c’era gente che non ricordava e che ora ricorda e altri che prima non parlavano che adesso parlano. Sicuramente è in atto la fine di un ciclo di equilibri nati dopo la fine del ’92. Questo forse porterà a un equilibrio nuovo. Che stia cambiando qualcosa lo dimostra anche quello che sta accadendo al presidente del Consiglio. Improvvisamente spuntano registrazioni, foto e sembra quasi che qualcuno abbia deciso che si deve cambiare qualcosa. Genchi dice sempre “chi di servizi ferisce, di servizi perisce”. E mi trova pienamente d’accordo. Qualcuno sta mettendo sul tappeto degli elementi per destabilizzare questo equilibrio e crearne uno nuovo. Purtroppo non mi aspetto che le cose migliorino. Dopo Andreotti alla guida dell’Italia è arrivato Berlusconi e dopo Berlusconi non può arrivare che qualcosa di peggio».

Paolo Borselino in un discorso definì la lotta alla mafia come un movimento culturale e morale che deve abituare tutti «a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Che cosa manca all’Italia per sentire il fresco profumo di libertà?

«La gente, in Italia, si trova meglio a stare nel puzzo del compromesso e della indifferenza piuttosto che sentire il fresco profumo di libertà. Forse siamo una Paese fatto di gente abituata a tenere la testa per terra con qualcuno sopra che ce la schiaccia. Siamo un Paese schiavo di un potere che facendo strage della nostra Costituzione, che sta distruggendo l’indipendenza dei poteri e che sta togliendo ai magistrati e alle forze dell’ordine i mezzi per poter esercitare le loro funzioni. Siamo uno Stato che con lo scudo fiscale sta facendo del puro e semplice riciclaggio di Stato con la garanzia dell’anonimità. Che cos’altro le devo dire?».

Mi dica come vede il futuro…
«Dobbiamo aspettarci che gli avvenimenti precipitino. Spero che almeno all’interno di questi avvenimenti si riuscirà ad avere un barlume di verità. Perché solo così si guadagnerà qualcosa. E magari verrà fatta giustizia di tutti questi morti, compreso mio fratello sul quale da troppi anni è calato un silenzio davvero insopportabile».

17 agosto 2009
Fonte:
corriere.com

Cosa Nostra nello Stato

Cosa Nostra nello Stato.

Cento passi alla verità sulla stagione politico-criminale delle stragi di mafia degli anni 1992-1993. La trattativa tra pezzi di Stato e la mafia, la strage di Capaci e di via D’Amelio, la strategia della tensione degli attentati di Roma, Firenze e Milano. Si intravede lo spiraglio di luce,grazie ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Questo spiraglio è rincorso dalla società civile impegnata in prima linea nell’antimafia. Per la verità e la giustizia lottiamo in tanti, uno dei protagonisti di questa resistenza che ha come pilastro la sconfitta delle mafie è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.


La forza di quest’uomo protesa in direzione di questo spiraglio è il termometro della sete di giustizia che la parte migliore del Paese pretende dallo Stato. Non consentiremo che non si persegua l’obiettivo fino in fondo, che ancora una volta rimanga la rabbia di chi procede in direzione ostinata e contraria verso la ricerca della verità che farà bene all’Italia. Potrà consentire un nuovo patto sociale tra le forze sane.

Si tratta di ricostruire un periodo criminale, mafioso, intriso di politica, con il coinvolgimento di pezzi delle Istituzioni. Cosa Nostra negli anni che hanno preceduto la stagione stragista ha fondato la sua politica criminale in una duplice direzione: avvicinare persone all’interno delle istituzioni ed attuare la strategia militare contro i servitori dello Stato incorruttibili.

In questo periodo – che è quello a cavallo della sentenza del maxiprocesso che ha confermato l’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino – si innestano anche gli omicidi dei cugini Salvo e di Lima, da un lato, e, dall’altro lato, quello del magistrato Scopelliti che doveva rappresentare l’accusa in Cassazione. La mafia che aveva garanzie dalla politica, con gli omicidi politici colpisce la corrente andreottiana della DC in Sicilia. Manda un segnale chiaro a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso sino al 1980 da una sentenza definitiva).

Pensare che gli omicidi Falcone e Borsellino siano vendetta di Cosa Nostra per l’esito del maxiprocesso è offrire una lettura che ridimensiona il ruolo politico della mafia. La strage di Capaci – di tipo libanese – interrompe la probabile ascesa al Quirinale di Giulio Andreotti. Il segnale è chiaro: la stagione dei pacta sunt servanda che ha caratterizzato per decenni il rapporto mafia-politica è saltato. Capaci è stata una strage politica, soprattutto per gli effetti politici che doveva determinare.

Credo che la strage di mafia di via D’Amelio abbia,in parte,una matrice diversa. Vi sia un maggiore coinvolgimento di pezzi deviati delle Istituzioni. Borsellino forse aveva scoperto che accadeva e doveva essere ucciso subito in quanto avrebbe ostacolato la nuova strategia criminale, penso avesse individuato i percorsi iniziali della nuova politica di Cosa Nostra: trattare con lo Stato per poi penetrarlo nelle sue articolazioni tanto da divenire un cancro istituzionale; mafiosi direttamente nello Stato.

E’ questa la politica di Cosa Nostra che passa anche attraverso il progetto di golpe con la nascita di liste autonomiste-separatiste per giungere, poi, al sorgere del partito di Forza Italia di cui una delle colonne, il sen. Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per mafia. Servizi segreti deviati (Bruno Contrada docet) colludevano con Cosa Nostra; pezzi del ROS dei Carabinieri avrebbero iniziato una trattativa con la mafia; la politica pare sia stata coinvolta ad altissimi livelli istituzionali. La mafia con la stagione stragista ha dimostrato che poteva mettere in ginocchio il Paese manu militari. Dal 1993 ha dismesso la strategia militare ed ha iniziato a governare il Paese dall’interno delle Istituzioni.

Che cosa è avvenuto tra il “92 ed il “93? Come è possibile che il Generale Mori (ai vertici del ROS e del SISDE) – già imputato in vicende processuali per fatti di mafia attinenti l’omessa perquisizione del covo di Riina e la mancata cattura di Provenzano – possa oggi essere nominato consulente dal Presidente Formigoni quale esperto per le infiltrazioni della criminalità per l’Expo? Che cosa aveva scoperto Borsellino? Perché è stata sottratta l’agenda rossa? Perché Mancino (all’epoca Ministro dell’interno, poi Presidente del Senato e poi vicepresidente del CSM) non ricorda di aver incontrato Borsellino? Perché Violante (già Presidente della Commissione Antimafia e Presidente della Camera) solo oggi dice di aver saputo della trattativa, di Mori e di Ciancimino?

Con la trattativa con lo Stato, Cosa Nostra è penetrata nelle Istituzioni, ha consolidato il suo ruolo nell’economia, ha corroso le fondamenta della democrazia. Con gli anni si è istituzionalizzata. Non è più necessario ricorrere all’uso delle armi per eliminare i servitori dello Stato. La parte sana del Paese pretende che lo spiraglio diventi sole. La magistratura sia libera di lavorare in assoluta indipendenza. Il Paese è pronto per la verità e per un futuro migliore che si deve alle vittime delle mafie.

Luigi de Magistris (L’Unità, 15 agosto 2009)

Falcone non deve parlare « Pietro Orsatti

Falcone non deve parlare « Pietro Orsatti.

Dove sono i diari elettronici del magistrato morto a Capaci? Qualcuno potrebbe averli distrutti per cancellare le prove dell’esistenza di apparati deviati dello

di Pietro Orsatti su Left-Avvenimenti

La riapertura dell’inchiesta a e Caltanissetta sulla trattativa fra e Cosa nostra e sulle stragi del ’92 costringe a un esercizio della . Tornando, appunto, a quell’anno terribile. «Questa sera debbo astenermi rigidamente – e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi – dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni . Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi – se è il caso – ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla , sul Sole 24 Ore dalla giornalista Milella, li avevo letti in vita da Giovanni . Sono proprio appunti di Giovanni , perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi». Così parlò Paolo nel corso di una manifestazione promossa da MicroMega presso la biblioteca di il 25 giugno 1992, poche settimane prima della sua morte. I diari di . Anche Giuseppe Ayala, altro pm del maxi processo, parla di questi scritti sempre nel giugno del 1992. «Aveva un diario, sul quale scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché scriveva sul computer. Che io sappia, soltanto io, forse una volta Paolo , e probabilmente la moglie di , Francesca, eravamo stati messi a conoscenza dell’esistenza del diario. Non so se il dischetto è trovato e, se è trovato, naturalmente sarà letto e conosciuto. Nel caso in cui, invece, non sia trovato o sia smarrito, si è perduta l’occasione per ricostruire dalla fonte più autorevole quel che è accaduto intorno a Giovanni , dentro e fuori il palazzo di Giustizia di ».

Il procuratore di Caltanissetta dell’epoca, Salvatore Celesti (diventato in seguito procuratore generale a ), che indagava per competenza sulla strage di Capaci, in prima battuta negò l’esistenza dei dischetti, poi ammise in parte l’esistenza dei file: «Sono stati acquisiti alcuni dischetti nell’abitazione e negli uffici di , ora affidati a tecnici per la trascrizione. Il non è completo, ed è segreto. Se nei dischetti ci sono episodi privati non saranno da noi resi pubblici». Talmente segreti che vennero addirittura cancellati, cosa che in qualche modo già temeva Ayala, come si intuisce rileggendo con attenzione le sue parole. Cancellati da un portatile Toshiba, da un’agenda elettronica Casio in via Notarbartolo a , dai computer del ministero di Giustizia in via Arenula a . Da chi? Della vicenda si occupò anche che testimoniò in seguito. Ecco cosa dice: «Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno – afferma Genchi -. (…) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (…) e proprio dopo la strage mi era dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo (…); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (…) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, (…) dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile». Tornando al procuratore Salvatore Celesti, c’è da dire che la storia, nonostante la sua carriera, lo smentì clamorosamente. Il 23 giugno 1992 il procuratore si lasciò sfuggire una dichiarazione che all’epoca fece scalpore. Affermò, infatti, che secondo lui sulla strage di Capaci «non c’è più mistero per quanto riguarda il diario». E contemporaneamente c’era chi cancellava la del Toshiba, alterava i dati sui computer al ministero e sottraeva la scheda di dell’agendina Casio. Il sospetto emerse subito, la conferma, anche grazie alla perizia di Genchi, arrivò qualche anno dopo. Ma intanto qualcuno, L’espresso, aveva rivelato parte del contenuto di questi diari, in particolare i 39 punti di conflitto e di dissidio fra Giovanni e il procuratore capo Pietro Giammanco che mise il magistrato morto a Capaci nella condizione di abbandonare la Procura e . Si andava, questo raccontava il settimanale, dalla decisione di togliere al giudice assassinato la delega per le inchieste di mafia fino alla controversia che coinvolse dopo che il nucleo speciale dei carabinieri consegnò in Procura il sulla mafia degli appalti e che il procuratore capo sottovalutò e sminuì pubblicamente.

509298151_3365b74418_oTorniamo a e a ciò che disse in quello che è il suo ultimo intervento pubblico prima della strage del a . «Ecco perché forse ripensandoci, quando Caponnetto diceva “cominciò a morire nel gennaio del 1988” aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare». Sembra quasi che oggi si presenti il conto di quanto avvenuto 17 anni fa. «Quando si parla di trattative, di presenza in di uomini dei servizi, di servitori dello infedeli, di agende rosse e di uffici del Sisde a Castel Utveggio – spiega , fratello di Paolo – in realtà si raccontano cose che già allora erano emerse ma che poi forse sono state fatte cadere». Come avvenne nel caso delle dichiarazioni del tenente Carmelo Canale, ex maresciallo dei carabinieri promosso tenente per meriti speciali e collaboratore di Paolo . Nel 1994 rilasciò dichiarazioni esplosive. Fra le tante, ecco alcune battute indicative del e del personaggio: «Il dottor era molto agitato, aveva gli occhi di fuori, parlava con . “Caro Paolo, il responsabile del fallito all’Addaura era Bruno Contrada” (…) Io rimasi sconvolto e mentre scendevamo le scale chiesi a chi fosse Bruno Contrada. mi pregò di non parlare con nessuno di quell’episodio (…). Nel corso di una conversazione telefonica mi disse che aveva appreso da dell’intenzione di Gaspare Mutolo di iniziare a collaborare. Fra le prime cose che aveva rivelato, Mutolo aveva parlato di episodi di corruzione inerenti il giudice Domenico Signorino e Bruno Contrada».

Successivamente, nel 1997, Canale, accusato da due pentiti di mafia, venne processato per associazione esterna, e poi in seguito assolto (nel 2008 la conferma). Anche sulle sue rivelazioni, e sulla sua vicenda, ci sono tante ombre, e come tante altre dichiarazioni dell’epoca tornano attuali. È sempre più evidente che, all’epoca, a due uffici dello molto particolari, i Ros del generale Mario Mori e il Sisde di Bruno Contrada, agissero al limite della legalità e, a volte – è il caso di Contrada condannato – sfociassero in vera e propria collaborazione con la criminalità, in una sorta di continuità. La domanda è, oggi, se i due uffici agissero in concorrenza e all’oscuro ciascuno di cosa stesse facendo l’altro, oppure se su distinti punti si muovessero in convergenza. È certo, però, che senza la loro azione oggi si saprebbe molto di più di quello che avvenne fra il 1992 e il 1993, anno degli attentati a Firenze, Milano e : i due anni delle stragi.

Verrà un giorno: Il senso delle parole

Sempre ben argomentate le analisi del blog “Verrà un giorno”.

Verrà un giorno: Il senso delle parole.

Questa storia sta assumendo contorni sempre più grotteschi. Parlo dell’affaire Mancino e di tutta quella ridda di dichiarazioni, smentite, aperture, indietreggiamenti, rivelazioni, ritrattazioni, ricordi, dimenticanze, verità (poche), bugie (tante), quei non so, non sapevo, non potevo sapere e anche se avessi saputo non ricordo. Qualcosa che puzza tremendamente di marcio e che vorrei provare a ricostruire dati alla mano. Sono due le questioni che agitano i sonni del vicepresidente del Csm. La presunta trattativa tra stato e mafia e quell’ormai famigerato incontro fantasma con Paolo Borsellino il 1 luglio 1992.

Partiamo dalla trattativa. Tutto nasce dalle dichiarazioni che il figlio di Vito Ciancimino sta rilasciando da mesi ai magistrati inquirenti. Massimo Ciancimino ha rivelato che il padre fu avvicinato da esponenti di Cosa Nostra per conto di Totò Riina che voleva far pervenire ai piani più alti delle Istituzioni le sue richieste indecenti, vergate di proprio pugno sul famoso “papello”. Vito Ciancimino a quel tempo aveva intrapreso delle relazioni delicate con le forze dell’ordine, che volevano a tutti i costi arrivare, grazie alle sue conoscenze, alla cattura di qualche pezzo grosso di Cosa Nostra. In particolare, erano stati il colonnello Mario Mori e il tenente Giuseppe De Donno ad avviare i primi contatti col sindaco mafioso di Palermo. Questo è stato ormai accertato. Il punto è che Massimo Ciancimino rivela per la prima volta che Riina non si accontentava di questi contatti. Voleva avere l’assicurazione che i piani alti delle istituzioni fossero a conoscenza della trattativa e in qualche modo la legittimassero. Massimo Ciancimino fa il nome di Nicola Mancino, allora ministro dell’Interno, che avrebbe dato l’ok per trattare con Cosa Nostra.

Come si difende Mancino da queste accuse?

La sua prima dichiarazione è di rifiuto assoluto: ”

Escludo in maniera netta e categorica che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia: nessuno dei vertici delle forze di polizia me ne parlò, né chiese il mio parere, che sarebbe stato decisamente negativo sull’apertura di una trattativa con la malavita organizzata. Ignoro le assunte trattative che comunque avrei fermamente osteggiato, tra gli uomini del Ros e il signor Ciancimino rese a far accantonare da parte della mafia l’offensiva contro lo Stato“.

A ben vedere, sono dichiarazioni ambigue, contraddittorie. Come può escludere che ci sia stata una trattativa tra Ros e Cosa Nostra (verità processualmente accertata) se mai nessuno degli interessati gliene parlò? Se “esclude”, significa che è sicuro che nessun apparato dello Stato trattò con i mafiosi. Come fa a esserne certo? Soprattutto alla luce di quanto è emerso nei vari processi celebratisi sulle stragi. In proposito, voglio riportare due brani inquietanti, tratti dalle deposizioni di due pentiti, Giovanni Brusca e Calogero Pulci.

Brusca: “Io capisco che quella trattativa…cioe’, quella strage del dottor Borsellino e’ per me per due motivi: una e’ per accelerare, due, che il dottor Borsellino poteva essere l’ostacolo, quello che poteva non garantire quelle trattative che erano state richieste e, quindi, un elemento di ostacolo…un elemento di ostacolo da togliere di mezzo a tutti i costi, visto che non era abbordabile con la corruzione o con qualche altro sistema. Perchè allora si parlava del dottor Borsellino che doveva andare qua, doveva andare la’, doveva fare questo, pero’ era la persona che poi, piu’ di tutti, togliendo gli incarichi istituzionali che avrebbe potuto avere, ma era la persona che denunciava pubblicamente fatti e misfatti, quindi, era un ostacolo a tutti i livelli. Quindi per me i motivi sono due: uno, che Cosa nostra lo doveva eliminare necessariamente, l’accelerazione per spingere a questa trattativa, e due, che poteva essere un ostacolo per continuare questa trattativa.

Pulci: “Le due stragi furono decise contemporaneamente, ma si dovevano fare in date separate. Solo che quella del dottor Borsellino fu accelerata per una imprudenza del dottor Borsellino, in quanto dopo la strage di Capaci si confidò con un uomo delle Istituzioni a Roma, con l’uomo direi io sbagliato, che quello ci avverti’ e accelerammo la…Io non lo so il contenuto, ma questo si confido’ al punto tale da fare spaventare quella persona delle Istituzioni da farci accelerare la strage. Fummo avvisati per fare la strage, perche’ la strage e’ diventata dopo, si doveva ammazzare il dottore Borsellino, come si doveva ammazzare il dottore Falcone, perche’ collegati sono”.

Queste parole di Calogero Pulci suonano ancora più sinistre se si pensa che proprio oggi è trapelata la notizia per cui due magistrati, ex giovani colleghi di Borsellino, hanno dichiarato qualche giorno fa alla procura di Caltanissetta: “Un giorno di quell’estate siamo andati a trovare Paolo nel suo ufficio a Palermo, era stravolto. Si è alzato dalla sedia, si è disteso sul divano, si è coperto il volto con le mani ed è scoppiato a piangere. Era distrutto e ripeteva: “Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito“. Questo amico di cui parlano questi due (ancora anonimi) magistrati ha qualche cosa a che fare con l’uomo delle Istituzioni che secondo Pulci avrebbe tradito Borsellino? Mancino ha qualche sospetto in proposito? O, alla luce di tutto ciò, ha ancora il coraggio di dichiarare di non aver saputo nulla della trattativa e dei ricatti incrociati che avvenivano sotto il suo naso?

E infatti Mancino un piccolo passo avanti lo fa e adombra l’ipotesi che la trattativa ci sia effettivamente stata: “Noi la trattativa l’abbiamo sempre respinta. L’abbiamo respinta anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato portato avanti dalla mafia.” E’ chiaro che se la trattativa è stata respinta, significa che qualcuno l’ha proposta e intavolata. E poi quel plurale, “noi”. A chi si riferisce Mancino? Sta parlando anche per i vertici del Ros, che come sappiamo erano tutt’altro che allergici ad una trattativa, o è un semplice plurale maiestatis?

Passa qualche giorno e il piccolo passo avanti, evidentemente troppo azzardato, è subito rimangiato. In un’intervista al Corriere Mancino dichiara: “Per quanto mi riguarda non ci fu, né ci furono trattative. Parlo naturalmente di dopo il mio arrivo al Viminale: nessuno ha mai proposto, a me e allo Stato nei suoi vertici istituzionali, impossibili trattative con la mafia“. L’arguto giornalista gli fa notare: “Ma allora cosa avete respinto?“. Mancino si arrotola su se stesso: “Mi riferivo al fatto che, a partire dal capo della polizia fino ai direttori dei Servizi, quando qualcuno avanzò l’ipotesi che la mafia aveva alzato il tiro contro le istituzioni per ottenere un’attenuazione dei provvedimenti di contrasto già assunti dal governo o ancora all’esame del Parlamento, questa eventualità fu immediatamente scartata”.

Dunque quando Mancino parla di “trattativa respinta” intende l’ipotesi di un fantomatico “qualcuno”, secondo cui le bombe di Cosa Nostra dovevano servire a far venire a patti lo Stato. Questo “qualcuno” deve essere stato davvero un genio dall’intelligenza spiccata e fuori dalla norma per aver intuito un così sottile piano diabolico. Evidentemente nessuno al Ministero dell’Interno ci era ancora arrivato. Però una cosa è certa. Quando questo “qualcuno” glielo spiegò per filo e per segno, magari con un bel disegnino, loro (chiunque fossero questi “loro”) si opposero fermamente.

Veniamo ora alla questione dell’incontro con Paolo Borsellino. Mancino fu interrogato come teste dai magistrati di Caltanissetta nel lontano 1998 e a loro riferì di non potersi ricordare dell’accaduto. Oggi, a undici anni di distanza, conferma quelle parole: “Confermo di non averne memoria: non conoscevo fisicamente quel magistrato, ma non ho escluso che fra le tante strette di mano per congratularsi con me ci potesse essere anche quella del giudice Borsellino. Nessuno me lo presentò, neppure il capo della Polizia Parisi, che pure, nel pomeriggio di quel giorno, mi aveva chiesto se avessi avuto nulla in contrario a che il dott. Borsellino mi venisse a salutare. Ma perchè poi incontrare il Giudice Borsellino in una giornata in cui si festeggiava la mia nomina a Ministro dell’interno?“.

E’ credibile che un senatore della Repubblica Italiana, quale era Mancino a quei tempi, designato a succedere al Ministro Scotti al Viminale, scelto dunque per la sua esperienza in termini di conoscenza del fenomeno mafioso, non sapesse che faccia avesse Paolo Borsellino? Il giudice che riempiva le prime pagine di tutti i giornali dopo la morte di Falcone. Il giudice che rilasciava interviste, parlava alle televisioni, interveniva ad incontri pubblici. Il giudice considerato da tutta l’opinione pubblica come l’ultimo baluardo della lotta alla mafia. Il giudice che prese addirittura sei voti durante l’elezione del Capo dello Stato. Il giudice che portava a spalle la bara del suo amico e collega davanti a tutte le televisioni del mondo. E’ credibile tutto ciò? E’ credibile che un uomo navigato come Mancino e così esperto delle faccende italiane e che, come lui ama rimarcare, aveva firmato la legge Violante-Mancino per impedire la scarcerazione degli imputati del maxiprocesso, non avesse mai visto, nemmeno di sfuggita, in tutti quegli anni di lotta alla mafia colui che, insieme a Falcone, il maxiprocesso l’aveva istruito?

E’ credibile che Paolo Borsellino fosse stato invitato al Viminale da Parisi senza che nessuno lo presentasse al ministro? E’ credibile che Mancino possa aver stretto la mano a Paolo Borsellino senza che questi si presentasse? E soprattutto senza che il volto di Paolo gli rimanesse impresso nella mente? Non sarebbe dovuto essere lui, Mancino, il primo a chiedere della possibile presenza di Borsellino al Viminale e fare di tutto per farselo presentare? Non era Mancino ansioso di conoscere il magistrato che più di tutti poteva aiutare lo Stato a sconfiggere Cosa Nostra in quel periodo assolutamente tragico della storia della Repubblica? Non era ansioso di conoscere il magistrato che Cosa Nostra aveva già condannato a morte e che aveva dichiarato di aver capito perchè e da chi Falcone fosse stato ucciso? Oppure era troppo impegnato, a quanto pare, ad autocelebrarsi e a festeggiare il proprio insediamento al Viminale? E cosa c’era, di grazia, da festeggiare in quei terribili giorni in cui lo Stato pareva sull’orlo di crollare sotto gli attacchi eversivi della mafia?

Mancino dichiara: “Nella mia agenda, anno 1992, primo luglio, non è annotato nessun incontro e non potevano esserci incontri prestabiliti: salivo la prima volta al Viminale e una folla tra prefetti, funzionari, impiegati, amici riempì il corridoio dal quale si accede all’ufficio del ministro“. Ma chi ha detto che quello fosse un incontro prestabilito? Anzi. Quell’incontro sappiamo bene che fu qualcosa di assolutamente non pianificato. Dunque, se nelle agende il ministro è solito segnare solamente gli incontri prestabiliti e non quelli effettivamente avvenuti (anche improvvisi o casuali), è chiaro che il fatto che al primo luglio non ci sia scritto niente non dimostra nulla. Mancino infatti, in un’intervista per La7, ha mostrato un calendarietto, tirato fuori da un cassetto chiuso a chiave del suo studio, mostrato per qualche secondo alle telecamere e poi subito rimesso al proprio posto.

In proposito Mancino pronuncia la dichiarazione più sconcertante: “Ma non potevo dare un appuntamento a uno che non conoscevo! A meno che quello che non conoscevo non mi avesse detto ci ho un segreto di Stato…ci ho una mia valutazione urgentissima…allora io a quel punto .. perchè non riceverlo … ricevo tutti!“. Ma come? Allora Mancino sta dicendo che non solo non conosceva fisicamente Borsellino, ma ignorava addirittura chi fosse. Forse che aveva bisogno di conoscerlo fisicamente per convocare al Viminale il giudice antimafia più famoso d’Italia? Tutto ciò è ridicolo. Ridicolo e offensivo per la memoria del giudice. Offensive sono quelle parole (“ricevo tutti!“), come se Paolo fosse un funzionario qualunque giunto al Viminale solo per omaggiare sua maestà il neoministro.

Continua Mancino: “Ma si può parlare con un ministro neo nominato di trattative tra lo Stato e la criminalità organizzata? … a parte ragioni di stile … in quei giorni …a meno che non ci fosse stata una richiesta esplicita per notizie di carattere urgente … io non ho ricevuto nessuno e non avrei voluto ricevere nessuno … come in effetti mi pare che sia avvenuto“. Notate la spudoratezza di certe dichiarazioni. Ma che faccia tosta avrebbe avuto Paolo Borsellino a venire a rovinare la festa del ministro? Era il caso di parlargli di trattative tra stato e mafia proprio mentre lui stappava spumante e mangiava cannoli per l’importante poltrona ottenuta? Sarebbe stato davvero sfacciato questo Borsellino. E che diamine. Nemmeno un briciolo di stile!

E per difendersi, Mancino cita addirittura la deposizione del pentito Gaspare Mutolo che dimostrerebbe come l’incontro non sia avvenuto. Anzi accusa Salvatore Borsellino di raccontare sempre “una versione monca” della vicenda. Per dovere di verità riporto dunque qui di seguito lo stralcio delle dichiarazioni di Mutolo che dovrebbero “scagionare” Mancino.

Mutolo: “Quando il Giudice ando’ via mi aveva detto che gli aveva telefonato il ministro. Quindi, quando il Giudice ritorno’, che era passata un’ora, un’ora e mezza, ci siamo entrati di nuovo nella stanza, pero’ l’umore del dottor Borsellino era completamente cambiato, perche’ diciamo, quando incomincio’ l’interrogazione era molto soddisfatto e si vedeva che era contento che io ero iniziato la mia collaborazione; invece quando ritorno’ era molto agitato, tanto che io, ad un certo punto, notai questo, perche’ lui si era tolto la giacca, sudato. Ad un certo punto io mi accorgo che il dottor Borsellino c’ha una sigaretta accesa e se ne accende un’altra, quindi da quel momento io ho capito che era molto distratto. Anche se era con me, ma il pensiero era ad un’altra persona. Dopo c’ho detto – a tipo una battuta – che deve essere contento che e’ andato dal ministro. Dice: “Ma quale ministro e ministro…sono andato dal dottor Parisi e dal dottor Contrada”, quindi ho capito,che con quello che avevo detto io qualche ora prima, qualche due ore prima, insomma, il discorso era molto preoccupante. Comunque, ma me l’ha detto molto seccato, molto dispiaciuto, con fare stanco. Ma si vedeva chiaramente che la cosa non era gradita, diciamo; era stata una sorpresa che lui magari o non si aspettava o… Io non lo so, io non e’ che posso essere nella mente del Giudice, quello che pensava lui in quel momento. Cioe’, pero’ era completamente diverso di come era andato, di come quando ritornò”.

Se, come dice Mancino, questo resoconto è da prendere come buono si evince che:

1) il ministro Mancino ha chiamato personalmente Borsellino sul cellulare per convocarlo d’urgenza al Viminale.

2) quando Borsellino giunge al Viminale, invece che dal ministro, viene accolto dall’allora capo della Polizia Parisi (deceduto qualche anno fa) e dall’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada, oggi condannato in via definitiva a dieci anni per mafia.


3) Borsellino ne rimane sconvolto, perchè Contrada era proprio colui che Mutolo gli aveva indicato come “a disposizione” di Cosa Nostra. Non solo: durante quel colloquio, rivela ancora Mutolo in un altro passaggio, Contrada mostra di essere già a conoscenza del fatto che Mutolo vuole collaborare e anzi si “mette a disposizione” di Paolo Borsellino. Questa è la cosa che inquieta di più il giudice, che non si fida assolutamente di Contrada.

Ora io chiedo a Mancino: in che modo questa ricostruzione potrebbe scagionarlo? Non si accorge che questa versione invece lo sbugiarda completamente? Come faceva ad avere il numero di cellulare di una persona che non conosceva? L’ha forse chiamato per sbaglio credendo che fosse qualcun altro? E cosa ci faceva Contrada (un uomo che, secondo Paolo Borsellino, al solo pronunciarne il nome si poteva morire) negli uffici del Viminale? E Mancino, che tanto ama far parlare (o tacere, a seconda dei casi) i morti, si ricorda almeno che nei suoi uffici si aggirava il numero tre del Sisde? O nemmeno lui sapeva che faccia avesse?

Ma la cosa più grottesca sono gli ultimi sviluppi della vicenda. Improvvisamente, dopo tanti anni, c’è gente che inizia a ricordare e a dare la propria versione dei fatti. Nel post precedente ho citato Giuseppe Ayala che, con una intervista dirompente, affermava con assoluta certezza: “Io ho parlato personalmente con Nicola Mancino e Mancino mi ha detto che ha avuto l’incontro con Borsellino, del tutto casuale, il giorno in cui Mancino andò per la prima volta al Viminale a prendere possesso della sua carica di ministro. No, no! Lui ha detto che lo ha avuto questo incontro! Come no? L’ha detto anche a me! Mi ha fatto vedere addirittura…forse svelo una cosa privata, ma insomma…mi ha fatto vedere l’agenda con l’annotazione…perchè lui è di quelli che ha le agende conservate con tutte le annotazioni.

In un colpo solo Ayala distrugge il castello di carta eretto da Mancino in propria difesa. Ayala svela che, in un colloquio privato di qualche mese fa, Mancino ha ricordato perfettamente di aver incontrato Borsellino e per di più gli ha mostrato un’agenda con una annotazione a conferma dell’avvenuto incontro. Evidentemente deve essere un’agenda diversa da quella che Mancino ha mostrato alle telecamere. Non passa nemmeno un giorno che spunta un altro partecipante al medesimo colloquio privato. Si tratta di Mario Fresa, consigliere del Csm, e quindi in stretti rapporti con Mancino, che sbugiarda Ayala: “Non è vero che Mancino raccontò di aver avuto un incontro con Borsellino il giorno del suo insediamento al Viminale. Piuttosto disse di non poter escludere di aver stretto anche le mani del procuratore di Marsala, che per altro non conosceva, tra le migliaia di quel giorno. Mancino ci disse di non aver avuto nessun appuntamento quel giorno con Borsellino e ci mostrò anche la pagina bianca della sua agenda alla data del primo luglio 1992“.

Sconcertante. Come è possibile che due persone che hanno partecipato al medesimo colloquio riportino fatti completamente opposti? Cosa ha detto veramente Mancino? Cosa c’era scritto veramente su quella agenda?

Non passa nemmeno un giorno che Ayala, con una lettera ufficiale, ritratta la propria versione: “Confermo di aver avuto modo di visionare la pagina relativa alla data del 1 luglio 1992 dell’agenda del presidente Mancino nel corso di un colloquio svoltosi qualche tempo fa nel suo ufficio a Palazzo dei Marescialli. Per chiarire un probabile equivoco, desidero chiarire che nella pagina dell’agenda di cui sopra non risulta annotato il nome di Paolo Borsellino. E’, cioè, proprio l’assenza di tale annotazione che, a dire del Presidente Mancino, conferma che tra i due non vi fu alcun incontro“.

Ma come? Possibile che tutti abbiano frainteso? Eppure, a riascoltare l’intervista rilasciata da Ayala, non sembra ci sia spazio per interpretazioni. E’ possibile che una persona un giorno ricordi una cosa e il giorno dopo l’esatto contrario? E’ possibile che una frase un giorno voglia dire una cosa e il giorno dopo l’esatto contrario? Ma Ayala è cosciente di quanto delicate siano certe dichiarazioni? Ha il senso dell’importanza di calibrare le parole? Ma Ayala ci è o ci fa? Perchè ha ritrattato in fretta e furia? E’ stato folgorato sulla via di Damasco? Ha subito dalle pressioni da qualcuno?

No, perchè in questo periodo stiamo assistendo a cose inaudite. E’ di oggi la notizia ufficiale che il processo Borsellino è da rifare. Il pentito Vincenzo Scarantino, mezzo analfabeta, sulle cui contraddittorie dichiarazioni (ritrattò e poi ritrattò la ritrattazione) erano stati basati tre processi penali ed erano stati inflitti decine di ergastoli, ora si scopre che fu “indirizzato” nelle sue confessioni. Da chi? Da alcuni membri del comando Falcone-Borsellino, che a quel tempo indagavano sulle stragi. E che a quanto pare verranno inquisiti per depistaggio. La mano lunga dei servizi segreti che depista e imbocca falsi pentiti per creare una falsa verità. A che pro? E per conto di chi? Da brivido. Persino la madre di Scarantino oggi conferma: “Su mio figlio sono state fatte pressioni“. A Scarantino non credette fin dal primo minuto Ilda Boccassini che per questo lasciò la procura di Catania. A Scarantino non credette fin dal primo minuto Gioacchino Genchi che capì immediatamente come un personaggio del genere non avrebbe potuto essere per nulla credibile. A Scarantino invece credette incondizionatamente l’allora procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, detto Tenebra. Lo stesso che impose al giudice Luca Tescaroli (contro il suo parere) l’archiviazione delle indagini sui mandanti esterni a carico di alpha e beta (Dell’Utri e Berlusconi), salvo poi diventare l’anno successivo il presidente del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria su chiamata proprio di Berlusconi.

Volete sapere l’ultima? Con tutta probabilità il nuovo processo Borsellino si svolgerà a Catania. E sapete chi è oggi procuratore capo a Catania? Giovanni Tinebra.

Chi sarà il prossimo a ritrattare?

Memento Mori

Memento Mori.

L’ultima Ora d’aria sulle trattative Stato-mafia del 1992-‘93 si chiudeva con un invito ai signori delle istituzioni: «Per favore, ci raccontate qualcosa?». In sette giorni Mancino, Violante, Ayala e Martelli han raccontato qualcosa, lasciando intendere che in certi palazzi si sa molto più di quanto non sappiano i magistrati e i cittadini. Ogni tanto se ne distilla una goccia. Quando non se ne può fare a meno. Ciancimino jr. racconta che nell’autunno ’92 il padre Vito, per trattare col colonnello Mori, pretendeva una «copertura politica» dal ministro dell’Interno Mancino e dal presidente dell’Antimafia Violante. A 17 anni di distanza, Violante ricorda improvvisamente che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma lui rifiutò. Peccato che non l’abbia rammentato 10 anni fa, quando Mori fu indagato a Palermo (favoreggiamento mafioso) per la mancata perquisizione del covo di Riina (assoluzione) e la mancata cattura di Provenzano (processo in corso).

Mancino nega da anni di aver incontrato Borsellino il 1° luglio ’92, esibendo come prova la propria agenda e smentendo così quella del giudice assassinato. Ma ora viene sbugiardato da Ayala: «Mancino mi ha detto che ebbe un incontro con Borsellino il giorno in cui si insediò al Viminale (1° luglio ’92, come segnò il giudice, ndr): glielo portò in ufficio il capo della polizia Parisi. Mi ha fatto vedere l’agenda con l’annotazione». Intanto Mancino svela a Repubblica che nel ’92 disse no a trattative con la mafia, ma senza rivelare chi gliele propose. Poi, sul Corriere, fa retromarcia: «Nessuna richiesta di copertura governativa». E l’incontro con Borsellino? Prima lo nega recisamente: «Non c’è stato. Ricordo la chiamata di Parisi dal telefono interno: “Qualcosa in contrario se Borsellino viene a salutarla?”. Risposi che poteva farmi solo piacere, ma poi non è venuto». Poi si fa possibilista: «Non posso escludere di avergli stretto la mano nei corridoi e nell’ufficio… non ho un preciso ricordo». Cioè: ricorda un dettaglio marginale (la chiamata di Parisi), ma non quello decisivo (l’erede di Falcone appena assassinato si perse nei meandri del Viminale o trovò la strada del suo ufficio?). Poi torna a negare: «È così,ho buona memoria. Del resto c’è la testimonianza del pentito Mutolo: Borsellino interruppe l’interrogatorio con lui per andare al Viminale e tornò stizzito perché anziché Mancino aveva visto Parisi e Contrada». Scarsa memoria: Mutolo afferma che Borsellino tornò sconvolto perché gli avevano fatto incontrare Contrada, non perché non avesse visto Mancino (anzi, scrisse nel diario di averlo visto). Resta poi da capire perché, fra Capaci e via d’Amelio, mentre partiva la trattativa Ros-Ciancimino, ci fu il cambio della guardia al governo. «Io e Scotti – ricorda l’allora Guardasigilli Claudio Martelli – eravamo impegnati in uno scontro frontale con la mafia. Ma altre parti di Stato pensavano che le cose si potevano aggiustare se la mafia rinunciava al terrorismo e lo Stato evitava di darle il colpo decisivo. In quel clima qualcuno sposta Scotti dall’Interno alla Farnesina e pensa pure di levare dalla Giustizia Martelli, che però dice no». Signori delle istituzioni, siamo sulla buona strada, ma si può fare di più. A quando la prossima puntata?

MARCO TRAVAGLIO

ORA D’ARIA – L’UNITA’ , 27 LUGLIO 2009

I punti oscuri della strage di Via D’Amelio

I punti oscuri della strage di Via D’Amelio.

Scritto da Pietro Orsatti
Ci sono domande sulle stragi del 1992 che non hanno mai avuto una risposta certa. Non sono bastati i processi, gli arresti, le indagini. Non sono bastate le ricostruzioni e le perizie e il lavoro di centinaia di agenti di polizia, carabinieri, magistrati.
Non ci sono state risposte neanche quando il capo di Cosa nostra, Totò Riina, venne arrestato l’anno successivo. Anzi, il suo arresto ha aperto altri scenari, posto altri interrogativi. «La strage di Capaci fu una strage di mafia con interessi di Stato, quella di via D’Amelio una strage di Stato con interessi di mafia». Questa definizione è diventata, con il passare del tempo, un’accusa sempre insistente, rafforzata dai tanti misteri, dalle tante ombre infittitesi in questi 17 anni. Delle due stragi si sa molto, di una in particolare. Quella di Capaci, dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, è sicuramente quella di cui si sa di più, si conoscono esecutori materiali e mandanti. Su quella di via D’Amelio, invece, periodicamente emergono dati nuovi, elementi di un puzzle ancora irrisolto. A volte sembra essere arrivati a un punto, poco dopo i fatti sembrano smentirlo. Per cercare di capire cosa avvenne in quell’anno è necessario, e inevitabile, cercare di inserire questi due episodi nel momento storico che stava attraversando il nostro Paese.
«Gli eventi cruciali del 1992 nessuno li dice. Tutti raccontano quello che succede dopo le stragi e nessuno parla di quello che successe prima – racconta Gioacchino Genchi, all’epoca commissario capo a Palermo e in seguito perito per il Tribunale di Caltanissetta sul processo Borsellino -. Nel ’92 si verificano due attacchi concentrici al sistema politico. Uno viene da “tangentopoli”, dalla procura di Milano e dalle altre autorità giudiziarie che seguono, alcune bene e altre meno bene, l’esempio e il metodo investigativo milanese. E l’altro attacco arriva invece da un Presidente della Repubblica che inizia a picconare quel sistema di cui ha fatto parte e lo ha generato. Parliamo di Francesco Cossiga, un Presidente della Repubblica che è arrivato alla fine del suo mandato e decide di “togliersi tutti i sassolini dalle scarpe”. Oggi si direbbe che ha fatto “outing”. Messo addirittura sotto stato di accusa con l´impeachment. Ed è costretto a dimettersi perché c´è un qualcuno che in Italia vuole accelerare, e che magari per prendere le redini dell´Italia avrebbe voluto pure utilizzare i percorsi dell´autorità giudiziaria, strumentalizzare alcune iniziative ed inchieste giudiziarie. Ma è ancora presto per parlare di questo. I dati sono questi: un Presidente della Repubblica viene fatto dimettere e la strage di Capaci avviene mentre si sta votando l´elezione del Capo dello Stato». Poi la strage di via D’Amelio a Palermo del 19 luglio 1992. Genchi è uno dei primi investigatori ad arrivare sul posto. E ricorda ancora, perfettamente, quei momenti. «Il corpo di Borsellino ancora fumava per terra, i pezzi di Emanuela Loi cadevano dalle pareti, dall´intonaco del palazzo, e certamente là era scoppiato un ordigno che non poteva essere stato azionato sul posto. Perché se fosse stato azionato sul posto chiunque…  Sarebbe stato un attentato kamikaze e là non sono stati trovati morti se non i poliziotti e Borsellino. È da escludere che gli stessi poliziotti si siano fatti essi stessi un attentato, e non poteva, chi ha innescato la bomba, essere nei palazzi adiacenti perché sarebbe stato travolto dall’onda d’urto». E quindi Genchi, con l’allora questore La Barbera, individua da subito l’unico punto di osservazione possibile. Castel Utveggio. «Deve essere stato fondamentale l´elemento informativo – prosegue Genchi nel suo racconto -. C’è da tenere conto che non ci si può appostare con il joystick in mano per aspettare per mesi e giorni che arrivasse Borsellino, qualcuno ti deve pur dire quando Borsellino sta arrivando. E poi ci vuole un punto di osservazione: visto che in via D´Amelio venne fatta anche l´intercettazione del telefono dell´abitazione della sorella e della madre per carpire questi elementi informativi e siccome l´intercettazione abusiva poteva essere eseguita solo in un ambito ristretto, per intenderci con la tecnologia di allora non poteva essere eseguita da Londra o da Milano o da Bruxelles, capimmo che doveva necessariamente essere stata posta da una località vicino. È allora che abbiamo ipotizzato come ci fosse un’unica postazione di ascolto clandestino e di avvistamento».
Nel castello aveva sede un ente regionale il C.e.r.i.s.d.i., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del Sisde. La circostanza era stata negata inizialmente dal Sisde che aveva così esposto ancor più gli uomini del gruppo investigativo costituito per indagare sulla strage. Questo scenario, inquietante, che vede uomini dei servizi sul luogo di quello che è probabilmente il punto di osservazione e di azionamento del telecomando dell’autobomba che uccise Borsellino e i ragazzi della scorta. Non è l’unica “stranezza” quell’ufficio dei servizi nel castel Utveggio posizionato in un punto strategico sulle pendici di monte Pellegrino. Sempre Genchi, nella sua deposizione alla Corte di Caltanissetta racconta: «Rilevo che il cellulare di Scaduto, un boss di Bagheria condannato all’ergastolo fra l’altro per l’omicidio di Ignazio Salvo che aveva tutta una serie di strani contatti con una serie di utenze del gruppo La Barbera. Cioè, del gruppo degli altofontesi, di cui parlavo anche in relazione a quei contatti con esponenti dei servizi segreti, rilevo che questa utenza aveva pure contatti con il C.e.r.i.s.d.i. Quindi, questo C.e.r.i.s.d.i. mi ritorna un po’ come punto di triangolazione». Genchi prosegue raccontando di una strana telefonata che arriva al castello nei giorni che precedono la strage. «C’è pure una telefonata, se ricordo bene, mi pare… di Scotto al C.e.r.i.s.d.i. Ovviamente, non so, avrà fatto un corso di eccellenza, perché là preparano manager, non so, avrà avuto le sue ragioni per telefonare».  E questo Scotto chi è? C’è un certo Pietro Scotto, dipendente della società di servizi telefonici Elte, che ha un fratello, Gaetano, sospetto mafioso appartenente alla famiglia di Cosa nostra del rione Acquasanta di Palermo. Ed è proprio Gaetano a mettersi in contatto con utenze del C.e.r.i.s.d.i. nei mesi precedenti l’attentato. E poi c’è quell’altra telefonata, una manciata di secondi dopo l’attentato, che raggiunge il capo palermitano dei servizi, Contrada, in gita nel golfo di Palermo su una barca.
Un nuovo spiraglio sui possibili moventi della strage lo ha aperto recentemente Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, il sindaco del “sacco” di Palermo. Massimo ha raccontato a i magistrati di Caltanistetta e di Palermo che la trattativa, quella che portò poi al famoso “papello” di Totò Riina con le richieste allo Stato da parte di Cosa nostra, non iniziò mesi dopo la strage di via D’Amelio, ma nei primi di giugno, ovvero nel periodo in cui Borsellino stava scavando sui mandanti ed esecutori dell’omicidio del suo amico e collega Giovanni Falcone. Sempre secondo Ciancimino, protagonisti di questa trattativa sarebbero stati il capo dei Ros dei carabinieri Mario Mori, Vito Ciancimino (e lo stesso Massimo che è colui, per sua stessa ammissione, che ha il primo contatto con l’Arma), Totò Riina dal suo covo da latitante e il medico della mafia, il boss Antonino Cinà. Non solo, Ciancimino racconta che i contatti iniziali con i vertici di Cosa nostra avvenivano attraverso Cinà ma che il “papello”, ovvero le proposte di Riina allo Stato, non fu consegnato a Vito Ciancimino dal medico della mafia, ma da “una persona distinta” il cui nome per ora è coperto da omissis.
Queste dichiarazioni del figlio di Vito, sommate alle altre recenti del probabile futuro pentito Spatuzza, da un lato sembrano confermare nel rifiuto da parte del giudice assassinato di accettare la trattativa fra Stato e Cosa nostra il vero movente della strage, come da tempo sospetta e denuncia il fratello di Borsellino, Salvatore, dall’altro aprono spiragli sui probabili depistamenti sulle dinamiche dell’attentato messe in atto da elementi mafiosi e non solo nel corso dei tre processi già celebrati. L’ultimo dichiarante si autoaccusa di essere colui che ha rubato per la mafia la 126 utilizzata poi come autobomba a via d’Amelio. Gaspare Spatuzza, che è uno dei killer di padre Puglisi, con le sue dichiarazioni ha rimesso in discussione quindi alcuni dei fondamenti del processo, aprendo di conseguenza la possibilità di una revisione. Anche nelle sue dichiarazioni emerge un “uomo senza nome” come in quelle di Massimo Cancimino. Consegna, infatti, la 126 ad alcuni mafiosi di sua conoscenza ma alla presenza di un altro uomo, sconosciuto, che lui ritiene “estraneo”. Altri misteri, altri personaggi e gregari che compaiono a quasi vent’anni di distanza. E come spesso accade l’unica certezza in questa vicenda rimane la morte. Che ha dato appuntamento in via D’Amelio alle 16,58 e 20 secondi del 19 luglio 1992.

Salvatore Borsellino: ”Via D’Amelio strage di Stato”

http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=17912&Itemid=78

LA RABBIA – Impressionante la somiglianza dell’ingegnere Salvatore Borsellino con il fratello giudice antimafia. Sembrano due gocce d’acqua. Anche la voce sembra uguale. Salvatore, trasferitosi a Milano 27 anni fa, parla per «rabbia» dal suo studio in un ufficio alla periferia della città. Siede alla scrivania sotto la famosa foto di Toni Gentile dove Paolo e Giovanni Falcone si parlano sottovoce e sorridono. Dopo un silenzio mantenuto per sette lunghi anni, fino a quando la madre era in vita, Salvatore adesso parla. Anzi urla: «Mio fratello sapeva della trattativa tra la mafia e lo Stato. Era stato informato. E per questo è stato ucciso. La strage di via D’Amelio è una strage di Stato. Pezzi delle istituzioni hanno lavorato per prepararla ed eseguirla. Adesso che la verità sulla strage si avvicina, spero solo che non siano gli storici a doverla scrivere. Bensì i giornalisti. Io tra non molti anni raggiungerò mio fratello Paolo e non so se riuscirò a leggerla sui giornali».

LO SCENARIO – E disegna lo scenario di quel maledetto 19 luglio 1992. E inizia a sciorinare i dubbi e gli indizi. Tutto quanto è venuto a galla dai vari processi sparsi in giro per l’Italia di cui i giornali «parlano poco», dice lui. Innanzitutto le omissioni: la richiesta di negare l’autorizzazione alle auto a posteggiare in via D’Amelio è rimasta inevasa. Poi la telefonata del giudice alla madre che annunciava il suo arrivo in via D’Amelio intercettata dalla mafia. Il ruolo di Bruno Contrada e dei servizi segreti civili presenti a Palermo al momento del botto. L’incredibile sparizione dell’agenda rossa e il ruolo del capitano Arcangioli. Il castello Utveggio che domina il ruolo dell’esplosione. E, infine l’attacco all’onorevole Nicola Mancino che dice di non aver incontrato l’1 luglio del 1992 il giudice Borsellino: «Una menzogna – incalza Salvatore-. Mancino dice addirittura che non conosceva mio fratello. Come faceva il neo ministro dell’interno a non conoscere il giudice presente ai funerali di Falcone e che appariva in tutti i tg nazionali? La verità è che da quell’incontro mio fratello uscì sconvolto come testimonia il pentito Gaspare Mutolo». Ma l’onorevole Mancino smentisce la ricostruzione di Salvatore Borsellino e precisa la sua posizione attraverso una lettera al Corriere nella quale respinge le accuse e dice che Borsellino spaccia sempre come vera «una citazione monca».

IL PAPELLO – Intanto documenti inediti sono stati depositati giovedì da Massimo Ciancimino (figlio di Vito, ex sindaco di Palermo in odore di mafia morto alcuni anni fa) ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Il dichiarante ha consegnato al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e al sostituto Nino Di Matteo carte che sarebbero state di suo padre Vito Ciancimino, morto nel 2002. Il verbale di interrogatorio e di acquisizione atti è stato secretato. Nei giorni scorsi Ciancimino jr aveva annunciato che avrebbe consegnato ai magistrati il «papello», il foglio sul quale Totò Riina avrebbe stilato la lista di richieste in favore di Cosa nostra, che sarebbe stata girata ad alcuni uomini delle istituzioni fra le stragi del 1992 di Falcone e Borsellino. Questo documento potrebbe provare l’esistenza di una «trattativa» fra la mafia e una parte delle istituzioni sui quali ha avviato un’inchiesta da diverso tempo la Dda di Palermo e sulla quale ha fornito molte dichiarazioni lo stesso Massimo Ciancimino.

NUOVE INCHIESTE – Sulla stessa vicenda sarebbero state avviate altre inchieste dalle procure di Milano e Firenze, legate alle stragi del 1993. Titolari di una di questa indagine sono il procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, e il sostituto di Firenze Giuseppe Nicolosi che hanno già interrogato più volte il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Lo stesso hanno fatto i magistrati di Caltanissetta sull’attentato a Falcone nella villa dell’Addaura. Ma, come sottolinea all’Adnkronos il procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, «è una vicenda troppo delicata», quindi «no comment». Lari insieme con i procuratori aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone hanno ascoltato l’ex ministro Vincenzo Scotti e l’ex premier Giuliano Amato per avere informazioni su alcuni agenti dei servizi segreti, ma su uno in particolare. Un uomo sfregiato, con una «faccia da mostro». Non si conosce il suo nome ma si sa che ha il viso deformato. A parlare di lui è stato, di recente, anche Massimo Ciancimino. Ciancimino junior ha spiegato ai magistrati che lo 007 sarebbe stato in contatto con il padre Vito da alcuni anni, fino alla cosiddetta «trattativa» che avrebbe voluto firmare il boss mafioso Totò Riina con lo Stato in cambio dell’abolizione del carcere duro. E proprio a pochi giorni dal 17° anniversario della strage di via D’Amelio il mistero sulla morte di Borsellino si infittisce sempre di più.

Castello Utveggio

Castello Utveggio.

Scritto da Salvatore Borsellino
Erano le tre di notte ai primi di marzo di quest’anno, a Palermo. Mi sono svegliato di soprassalto, mi sono alzato e sono andato a guardare, dal balconde al nono piano della casa dove dormivo, il monte che sovrasta Palermo.
Non c’era la luna, non c’erano le stelle, il cielo era nero, ma sulla cima del monte si stagliava un castello.
Emanava un lieve chiarore, come se fosse fosforescente, dotato di una luce propria, forse perché lo ho guardato a lungo tante volte illuminato dal sole, e quell’immagine si è ormai stampata nella mia memoria.
Ogni volta che vado in Via D’Amelio vado vicino all’olivo che mia madre ha fatto piantare nel punto in cui era stata piazzata la macchina piena di esplosivo, nel punto dove sono stati massacrati Paolo e i suoi ragazzi, alzo gli occhi, lo vedo e sto a lungo a guardarlo.
Chissà se Paolo prima di alzare il braccio per suonare il campanello del citofono della casa di nostra madre ha alzato gli occhi e lo ha visto per l’ultima volta, chissà se anche i suoi ragazzi prima di essere fatti a pezzi lo hanno guardato.
Di certo qualcuno da una finestra di quel castello li stava osservando e aspettava il momento migliore per azionare il detonatore.
Di certo Gioacchino Genchi arrivando in Via D’Amelio due ore sopo la strage ha distolto gli occhi dal tronco di Paolo in mezzo alle macerie del numero 19 di Via D’Amelio, ha distolto gli occhi dai pezzi di Emanuela Loi che ancora si staccavano dall’intonaco del palazzo dove abitava la mamma di Paolo e ha visto quel castello.
Quel castello, l’unico punto, come subito capì, da dove poteva essere stato azionato il comando che aveva causato quella strage.
E allora prese l’auto, fece quei pochi chilometri in salita che separano Via D’Amelio da quello sperone del Monte Pellegrino, andò davanti al cancello di quel castello e suonò un altro campanello, lo suonò a lungo ma nessuno gli aprì nonostante la dentro ci fossero tante persone come poté stabilire qualche tempo dopo elaborando, come solo lui è in grado di fare, i tabulati telefonici dove sono riportati le posizioni e le chiamate dei telefoni cellulari e dei telefoni fissi.

Incrociando quelle telefonate si riescono a stabilire delle verità che nemmeno le intercettazioni sono in grado di fare.
Si riesce a sapere che da un certo numero di ville situate sulla strada tra Villagrazia di Carini e Palermo una serie di telefonate partì per segnalare che Paolo stava arrivando al suo appuntamento con la morte.
Si riesce a stabilire che nei 140 secondi intorno alle ore sedici cinquantotto minuti e venti secondi dell’esplosione che causò la strage, delle telefonate partirono e arrivarono da una barca ormeggiata nel golfo di Palermo per segnalare che Paolo era arrivato al suo ultimo appuntamento e che l’esplosione era stata perfettamente sincronizzata con il suo arrivo.
Su quella barca c’era Bruno Contrada ed altri componenti dei servizi segreti civili, dentro quel castello, insieme a persone che Genchi, con le sue tecniche è in grado di individuare e avrebbe già individuato se non lo avessero subito fermato, c’era Musco, una lugubre figura appartenente e animatore di logge massoniche deviate che dovrebbe essere inquisito per tanti elementi che invece oggi si trovano solo come spunto nelle sentenze di archiviazione di processi che non hanno potuto svolgersi.
Che forse non si svolgeranno mai, protetti come sono  da un segreto di Stato non dichiarato ma non per questo meno forte perché retto dai ricatti incrociati basati sul contenuto di una Agenda Rossa..
Perché invece di portare avanti quei processi si emanano sentenze assurde e vergognose come come quella che ha mandato assolto il Cap. Arcangioli, l’uomo fotografato e ripreso subito dopo l’esplosione in Via D’Amelio, con in mano la borsa di cuoio di Paolo che sicuramente conteneva l’agenda rossa.
Perché invece si svolgere altri processi che vanno a toccare i fili scoperti delle consorterie di magistrati, uomini di governo, massoni e servizi deviati, si massacrano altri giudici, non più con il tritolo, ma con metodi nuovi che non fanno rumore, non fanno indignare l’opinione pubblica, come le bombe che in Palestina amputano gli arti di civili palestinesi senza che venga versato del sangue.
Massacri, vere e proprie esecuzioni davanti a plotoni di esecuzione composti da altri magistrati, come la decimazione della Procura di Salerno, che vengono presentate da una stampa ormai asservita e pavida di fronte al sistema di potere con un’ottica completamente distorta e fuorviante.
Perché il pericolo rappresentato da Genchi e dalle sue consulenze in un eventuale processo agli esecutori occulti di questa strage, anche se forse non si svolgerà mai, viene eliminato preventivamentre eliminando la possibilità di un utilizzo delle sue raffinate tecniche di indagine in grado di inchiodare i responsabili materiali di quella strage.
Almeno fino a quando, e non è impossibile che accada, qualcuno non deciderà che sia necessaria la sua eliminazione anche fisica sfidando le reazioni che questa potrebbe provocare nell’opinione pubblica.
Alla stessa maniera in cui fu sfidata questa reazione quando fu necessario eliminare in fretta Paolo per potere rimuovere del tutto l’unico ostacolo che si frapponeva al portare avanti una ignobile trattativa tra mafia e Stato, portata avanti, in prima persona, dai più alti gradi del ROS. Quella trattativa della quale oggi, punto per punto e in mezzo all’indiferenza e all’assuefazione dell’opinione pubblica, vengono realizzati quei punti contenuti nel ‘papello’ e che sanciscono la definitiva sconfitta dello Stato di diritto.
Vogliamo anche noi dichiararci sconfitti, vogliamo anche noi chinare il capo e dichiararci servi, vogliamo anche noi rinunciare alla nostra libertà?
Il 19 luglio non è lontano. Prepariamoci.
Quest’anno da quella via in cui tutto è cominciato alle 5 del pomeriggio di 17 anni fa, dovrà nascere e non dovrà più fermarsi la nostra RESISTENZA.
Non dovrà più fermarsi fino a quando non sarà fatta Giustizia, fino a quando quei criminali che, anche dentro le istituzioni, stanno oggi godendo i frutti di quella strage non saranno spazzati via per sempre