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Antimafia Duemila – La verita’ nascosta

Antimafia Duemila – La verita’ nascosta.

di Mariangela Gritta Grainer* – 19 marzo 2010
Mariangela Gritta Grainer ricostruisce 16 anni di bugie, carte false e silenzi dopo l’esecuzione di Ilaria e Miran. Per non dimenticare anche a fronte delle ultime notizie.

“Io so.  Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano…
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato…e so tutti i fatti di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove……”
(Pier Paolo Pasolini)

Queste parole, lette da Ilaria, sono l’incipit del film “Il più crudele dei giorni”.

Era il 20 marzo del 1994, il più crudele dei giorni: la vita di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin veniva stroncata a Mogadiscio in un agguato.
Dopo sedici anni lunghissimi e dolorosi si sa quasi tutto di quel che accadde quella domenica di marzo e perché.
Si sa che si è trattato di un’esecuzione. E’ ciò che è stato confermato in tutti questi anni dalle inchieste giornalistiche, dalle commissioni parlamentari e governative che se ne sono occupate, dalle sentenze della magistratura. E’ quanto ha sostenuto il dottor Emanuele Cersosimo respingendo la richiesta di archiviazione del procedimento penale presentata dalla Procura di Roma:
“…la ricostruzione della vicenda appare essere quella dell’omicidio su commissione, assassinio posto in essere per impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici…venissero portati a conoscenza dell’opinione pubblica…”

Dunque traffici illeciti, che solamente organizzazioni criminali come la mafia, l’ndrangheta e la camorra possono gestire, come negli ultimi mesi indagini di procure, specialmente calabresi, dichiarazioni di pentiti e collaboratori di giustizia hanno riconfermato a partire dalle “navi dei veleni”.
Organizzazioni criminali che possono crescere ed estendere le loro ramificazioni in tutti i territori e in tutti i mercati perché godono di coperture, silenzi e complicità nelle strutture di potere pubbliche e private.

“Probabilmente stiamo parlando di un qualcosa che riapre anche la vicenda dell’uccisione di Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin. Stiamo parlando di uno dei fenomeni criminali più sofisticati e inquietanti della nostra storia recente” (ha dichiarato Walter Veltroni dopo l’incontro con Bruno Giordano, procuratore di Paola, a fine settembre 2009).

”Abbiamo avuto segnalazioni che consideriamo attendibili sui luoghi nei quali potrebbero essere nascoste queste scorie radioattive e così il 10 marzo andremo a fare delle verifiche in Calabria. Una parte di queste sostanze radioattive sulle cui tracce sarebbe stata anche la giornalista Ilaria Alpi, sarebbe stata sepolta in Italia, mentre un’altra parte in Somalia” (da una dichiarazione all’ANSA di Gaetano Pecorella, presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti).
Una delegazione della commissione suddetta ha programmato anche un altro incontro con Francesco Fonti le cui dichiarazioni sono state alla base della riapertura del caso delle navi dei veleni e del probabile collegamento con l’uccisione di Ilaria e Miran.

«Per scoprire una delle navi di cui si è tanto parlato sono stati necessari 17 anni, ma alla fine si è venuti a capo di questa vicenda, quindi non c’è da scoraggiarsi». Lo ha detto il procuratore di Paola, Bruno Giordano, dopo che Luciana Alpi, in un’intervista pubblicata dal Manifesto aveva detto: “è ora che facciano veramente le indagini, noi non ne possiamo più, questo Stato ci ha trattato malissimo”.

Nei mesi scorsi su queste rivelazioni c’è stato un gran baccano: ne hanno parlato Procure, esperti, commissioni parlamentari, governo; giornali, interviste, trasmissioni televisive e poi?
E’ caduto un silenzio “agghiacciante”  e assordante . E non è la prima volta che accade.
In tutti questi anni appena ci si avvicinava alla verità ecco che si costruiva un depistaggio, un occultamento, bugie, carte false…
Per restare ai traffici illeciti basta ricordare che Francesco Fonti non è una scoperta del 2009. E’ un pentito di ‘ndrangheta che dal 1994 ha collaborato con la DDA di Reggio Calabria e che nel 2005 rende noto un “memoriale” con le informazioni ritornate alla ribalta di recente.
Si tratta di informazioni che aveva già rese note davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi (e anche a quella sul ciclo dei rifiuti) dopo che l’Espresso del 2 giugno 2005 pubblicava parti consistenti del memoriale con un titolo forte: “Parla un boss: così lo stato pagava la ‘ndrangheta per smaltire i rifiuti tossici”.
Il 5 luglio 2005 Fonti racconta alla commissione: delle due navi della Shifco (una carica di rifiuti compresi fanghi di plutonio, l’altra di armi) che dall’Italia vanno in Somalia tra Mogadiscio e Bosaso (fine gennaio 1993); di un altro carico stessa destinazione nel 1987/1989; di Giancarlo Marocchino come persona che ha fornito gli automezzi da Mogadiscio a Bosaso; di altri nomi “interessanti” per l’inchiesta compresi quelli di chi ha trattato con lui (italiani e somali) e di chi si è occupato dell’occultamento dei carichi.
Ma tutto è stato messo in segretezza. E mettere il segreto, si sa, è un modo per occultare, impedire di indagare o peggio fare carte false.

Francesco Neri nell’audizione del 18.1.2005 davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi ha raccontato della sua indagine sui rifiuti tossici e sulle navi, iniziata nel 1994. Dice il dottor Neri ” Mi sono occupato dell’affondamento della “Rigel perché si legava a Comerio; durante la perquisizione che io feci a Garlasco nel suo studio, nel 1995, trovai nella sua agenda del 1987, nello stesso giorno in cui fu affondata la nave (il 21 ottobre 1987 n.d.r.), la scritta lost the ship, la nave è persa. L’unica nave nel mondo che era affondata quel giorno, accertai, era proprio la Rigel. Quindi, lui aveva avuto contezza dell’affondamento della Rigel. Alla Rigel poi si aggiunse la Jolly Rosso” (che il 14 dicembre 1990 si arenò sulla spiaggia di Amantea dopo un fallito tentativo di affondamento n.d.r.)
Il Pm Neri prosegue raccontando più dettagliatamente della perquisizione a casa di Comerio indicando i siti di affondamento per i quali Comerio dichiarava di aver ottenuto l’autorizzazione, tra i quali la Somalia, e dirà:
“Nella perquisizione trovammo queste due carpette: e la cosa che ci incuriosì più di ogni altra fu il ritrovamento del certificato di morte di Ilaria Alpi proprio nella carpetta della Somalia.”
Dice poi di aver inoltrato, per competenza, alla procura di Roma copia della parte relativa all’inchiesta sull’omicidio di Ilaria e Miran. Alla Procura di Roma non è arrivata, si è persa…..?

Le notizie rivelate sull’Espresso del 17 aprile 2008 sono clamorose
Il Pm Francesco Neri denuncia, infatti, la violazione del plico dove erano protetti i documenti scoperti da Natale De Grazia, il capitano di corvetta morto il 13 dicembre 1995 in circostanze mai chiarite, e la sparizione “di documenti di undici carpette numerate” compreso il certificato di morte di Ilaria Alpi rinvenuto durante quella perquisizione a casa di Giorgio Comerio, definito noto trafficante di armi, e coinvolto secondo gli investigatori nel piano per smaltire illecitamente rifiuti tossico nocivi che prevedeva la messa in custodia di rifiuti radioattivi delle centrali nucleari in appositi contenitori e il loro ammaramento. Il certificato era contenuto in una cartella di colore giallo intitolata “Somalia” insieme a corrispondenze sulle autorizzazioni richieste al governo somalo e con Ali Mahdi, ad altre informazioni su siti e modalità di smaltimento illegale di rifiuti radioattivi.

“Fatti gravissimi che richiedono l’intervento di magistrati e istituzioni;….chi ha avuto accesso a quella preziosa documentazione?” commentano con allarme Luciana e Giorgio Alpi.
Si può aggiungere che la commissione d’inchiesta presieduta dall’avvocato Taormina (che ha sostenuto che i due giornalisti sono forse eroi del giornalismo ma morti per caso mentre erano in vacanza!!) ha avuto accesso a tale documentazione, acquisendola anche, tramite alcuni consulenti che hanno riferito di non aver trovato il certificato di morte di Ilaria e altri documenti di cui il dottor Neri e altri magistrati avevano riferito in audizione. Anche questo aspetto va approfondito perché qualcuno poteva aver interesse a non trovare quei documenti …..o a farli sparire.

Sarebbe lunghissimo l’elenco degli indizi e anche delle prove che sono stati accumulati in questi anni e sorge spontaneo fare delle domande:
perché alla verità giudiziaria non si è ancora arrivati? Chi non vuole questa verità e quindi giustizia e perché?

Notizia recentissima: si può riaprire il processo per la morte di Ilaria e Miran.
Il dottor Maurizio Silvestri ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal Pm Giancarlo Amato della Procura di Roma disponendo invece l’imputazione coatta per il reato di calunnia per Ali Rage Hamed detto Jelle, testimone d’accusa chiave nei confronti di Hashi Omar Hassan in carcere da dieci anni dopo la condanna definitiva a 26 anni. Un procedimento controverso per la diversità delle sentenze (innocente colpevole) e che forse dà ragione a chi ha scritto (anche in una sentenza) che si è voluto costruire in Hashi un capro espiatorio. Ci sono testimoni che hanno dichiarato che Jelle non era presente sul luogo del duplice omicidio; Jelle non ha testimoniato al processo (era già “irreperibile”) e dunque non ha riconosciuto in aula Hashi; c’è una conversazione telefonica registrata in cui Jelle dichiara di essere stato indotto ad accusare Hashi ma di voler ritrattare e raccontare la verità.

Ci sono documenti, testimonianze, informative, inchieste: un materiale enorme, accumulato in 16 anni dalle inchieste giornalistiche, della magistratura, delle commissioni d’inchiesta parlamentari e governative, che “custodisce” le prove. Cercarle con determinazione è un dovere della magistratura e delle istituzioni.

Ilaria. nel film “Il più crudele dei giorni” ad un certo punto con sullo sfondo la strada Garoe Bosaso, costruita con i fondi della cooperazione italiana dice:

“Per darvi un’idea di quanto sia utile spendere centinaia di miliardi della cooperazione in Somalia ecco…questa è la strada Garoe Bosaso una strada…che almeno è servita per coprire ogni sorta di porcherie tossiche e radioattive che l’occidente ha la buona abitudine di affidare a questi poveri disgraziati del terzo mondo, tutto con la complicità di politici, militari, servizi segreti, faccendieri italiani e somali….
“Io so. Io so e so anche i nomi e adesso ho anche le prove”.

*Portavoce Associazione Ilaria Alpi

Tratto da: ilariaalpi.it

Antimafia Duemila – Il tuffo in politica delle ‘ndrine

Fonte: Antimafia Duemila – Il tuffo in politica delle ‘ndrine.

di Vincenzo Mulé – 20 marzo 2010
L’ultimo a parlare degli intrecci tra le cosche e la politica è stato Cosimo Virgiglio, un imprenditore prima affiliato alla ‘ndrangheta e ora collaboratore di giustizia. Nei giorni scorsi, abbiamo raccontato della sua deposizione nel processo “Cent’anni di storia” dinanzi ai giudici del tribunale di Palmi.

Dove è emerso l’interesse delle ‘ndrine per il controllo del porto di Gioia Tauro e dei cantieri per il Ponte sullo Stretto. «Da questa operazione – ha raccontato Francesco Fonti, il pentito di ‘ndrangheta che ha rivelato i traffici dei rifiuti nel Mediterraneo – le cosche calabresi puntano a un guadagno netto di circa due milioni di euro. Perché hanno il controllo anche di Messina». Qualcuno ha parlato di salto di qualità della criminalità organizzata calabrese, pensando anche all’operazione Broker che ha coinvolto il senatore Di Girolamo – poi dimessosi – e di Gennaro Mokbel, l’imprenditore romano con un passato e amicizie nella destra eversiva e contatti con Antonio D’Inzillo, il killer della banda della Magliana condannato all’ergastolo per l’omicidio di Renato De Pedis.

Le indagini hanno svelato «il tentativo del sodalizio di inserirsi nella vita politica del Paese ». «Nessun salto di qualità, la ‘ndrangheta non è mica un canguro ». Taglia corto Vincenzo Macrì, procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia, secondo il quale «la ‘ndrangheta è in evoluzione continua. Le cose che fa oggi le ha sempre fatte. In politica, ormai, è da anni che ci è entrata. Certo, più tempo passa e più si rafforza. L’unica differenza è che adesso esce allo scoperto. Ma è una conseguenza del fatto che ora è più grande». Una crescita, diretta conseguenza della stagione stragista di Cosa Nostra, con la mafia in difficoltà. «Cosa Nostra è costretta ad una strategia di inabissamento – ricorda Macrì – abbandona completamente il Nord per concentrarsi esclusivamente sul territorio siciliano». Ecco un altro elemento per capire bene le dinamiche che regolano i sodalizi criminali: il passaggio fu indolore, senza spargimenti di sangue. «Una guerra fra mafie è impossibile. Sarebbe controproducente, perché ci sono altri accordi, altre alleanze. Le guerre si fanno solo all’interno di uno specifico sodalizio mafioso». Le cosche si suddividono territori e business ma soprattutto trovano, all’interno di specifici ambienti, alleanze e ambiti di collaborazione. Quali sono questi possibili settori esterni di relazione e alleanza? La politica e gli affari da un lato, la massoneria, l’eversione (in particolare nera) e pezzi di apparati dello Stato (i servizi deviati) dall’altro.

«Perché la Lega, un movimento politico così attento alle questioni di ordine pubblico e di legalità, non ha mai denunciato la presenza della ‘ndrangheta nel Nord?». La risposta è già nota. «Possono esserci due motivi: il primo è che i voti potrebbero arrivare da loro. Il secondo è che il separatismo della Lega è lo stesso di quello siciliano e calabrese». Nei primi anni Novanta fu lo stesso Stefano Delle Chiaie, tra i personaggi più inquietanti dell’eversione fascista, a fondare una lega calabrese. «Quando si parla di ‘ndrangheta non bisogna dimenticare la componente eversiva – riprende Macrì -. Un fatto storico, che spiega anche perché Mokbel decide di appoggiarsi proprio alla mafia calabrese». Tutto ha origine negli anni Settanta, quando i capi della ‘ndrangheta migrarono in massa a Roma. «La circostanza emerge dalle indagini successive all’omicidio di Vittorio Occorsio», il magistrato ucciso il 10 luglio 1976 in un agguato terroristico nella Capitale. Una storia che si lega con quella di Totò D’Agostino, un criminale ammazzato all’uscita di un ristorante ai Parioli, il quartiere bene di Roma.

Un collaboratore di giustizia svelò che D’Agostino era il confidente di Occorsio. «Gli rivelava come la ‘ndrangheta riciclasse i soldi attraverso la massoneria». Tre giorni dopo essere stato ucciso, il magistrato aveva in programma l’interrogatorio di Licio Gelli. «Strano notare – conclude Macrì – come nel giro di un mese vennero uccisi sia Occorsio che D’Agostino».

Fonte: Terra

Tratto da:
gliitaliani.it

Veleni, ‘ndrangheta, Mani Pulite e Servizi

Fonte: Veleni, ‘ndrangheta, Mani Pulite e Servizi.

Scritto da Vincenzo Mulè

Non solo navi a perdere nel racconto di Francesco Fonti. Il primo pentito di ‘ndrangheta alza il livello e svela una fitta rete di intrecci tra politica, grandi imprese e criminalità organizzata. Con la mediazione dei Servizi

«Tutto nasceva da una necessità». Francesco Fonti, il pentito di ’ndrangheta che per primo ha rivelato nel 2005 l’esistenza delle cosiddette navi dei veleni nel Mediterraneo, continua a parlare. E alza il tiro, rivelando uno spaccato dell’Italia nel quale la vicenda degli affondamenti dei rifiuti potrebbe essere interpretata solo come una naturale conseguenza del clima generale. Ma svela particolari che aiutano a capire anche molte vicende della cronaca: «Dopo “Mani pulite”, la ’ndrangheta rimase molto delusa dal comportamento della DC. Cercava nuovi riferimenti politici, nuovi interlocutori attraverso i quali poter esercitare i propri traffici senza problemi. Fu allora che prese la decisione di formare le persone da avviare alla carriera politica. E da inserire in entrambi gli schieramenti». Fonti definisce questa operazione come una sorta di «investimento a lungo termine».

In questo modo, aggiunge l’uomo, «risolvemmo un problema politico ed economico. Eravamo sicuri di quello che facevamo. Perché potevamo indirizzare il voto del mondo carcerario e quello degli italiani all’estero, soprattutto in Germania». La politica, dunque. E gli affari. Gli stessi che portavano la ’ndrangheta a lavorare con il gotha dell’industria italiana. «Tutti passavano da noi. Il percorso era lineare. Ogni multinazionale aveva il suo referente politico, che attivava ogni volta che aveva necessità. Questi, poi, coinvolgeva della questione i servizi segreti i quali ci affidavano il lavoro sporco».

La necessità, secondo Fonti, era quella di nascondere i rifiuti di materiale che non doveva apparire. La rivelazione del pentito è quasi sussurrata: «Armi. Destinate al Medio Oriente».

In questo quadro, camorra, mafia e ’ndrangheta vengono interpellate per conoscere la disponibilità ad entrare nei traffici. «La mafia non aveva bisogno di soldi, la camorra non aveva i nostri agganci con l’estero, quindi fu naturale che i primi a entrare nell’affare dello smaltimento dei rifiuti fummo noi della ’ndrangheta», ricorda ancora Fonti.  Il pentito già in passato ha fatto qualche nome di politici invischiati nei giri.

Tutti hanno smentito. Se non querelato. È il caso di Ciriaco De Mita, l’uomo con il quale Fonti, sempre stando al suo racconto, trattava il prezzo. «Perché noi, all’inizio, accettammo i dieci miliardi che ci venivano offerti senza battere ciglio. Ci sembrava una somma enorme per un lavoro così facile. Dopo, realizzai che potevamo ottenere molto di più. Così andai dall’ex presidente del Consiglio. Con lui avevo un rapporto confidenziale dovuto a un’amicizia in comune».

L’aspetto organizzativo, invece, era curato dal Partito socialista, «grazie ai rapporti che Craxi aveva in Somalia. In Calabria trattavamo con Lelio Lagorio». Sentito il 14 settembre 2005 dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (v. anche qui), l’ex ministro della Difesa ha smentito in maniera netta ogni coinvolgimento: «Questa è una notizia che non esiste. Io non ho mai sentito nominare questo personaggio».

Nel racconto del pentito, il legame tra politica e malaffare è talmente saldo che in occasione del rapimento di Aldo Moro, Francesco Fonti viene convocato dalla sua cosca, Romeo, a San Luca. Gli viene detto di andare a Roma in quanto dalla Dc calabrese erano venute pressanti richieste alle cosche per attivarsi al fine della liberazione di Moro.

Fonti andò a Roma e alloggiò all’hotel Palace di via Nazionale dove incontrò vari agenti dei servizi segreti tra i quali uno che avevo conosciuto in precedenza tramite Guido Giannettini con il nome di “Pino”. Quest’uomo sarà l’ombra che seguirà Fonti in tutte le sue nefandezze, compresa l’affondamento delle navi dei veleni.

Fonti afferma di aver incontrato durante il soggiorno nella Capitale anche il segretario Zaccagnini al “Café de Paris” di via Veneto. Lo stesso che il 23 luglio 2009 è stato posto sotto sequestro perché riconducibile, secondo la Dia, la Gdf e la magistratura, alla cosca Alvaro.

Fonti ricorda uno Zaccagnini «schifato» da quell’incontro: «è un brutto momento per la coscienza di tutto il mondo politico e non avrei mai potuto pensare che oggi potessi essere seduto davanti a lei in qualità di petulante, ma è così. Non sono mai sceso a compromessi, ma se sono venuto a incontrarla significa che il sistema sta cambiando, faccia in modo che quella di oggi non sia stata una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva, ci dia una mano e la Dc di cui mi faccio garante saprà sdebitarsi».

Fonti racconta di aver soggiornato circa due settimane a Roma, dove incontrò anche uno dei boss di Cosa nostra, Stefano Bontade. Lo rivedrà poco dopo a Milano. Quando gli riferì che stava entrando in società nelle televisioni private.

Terra, tratto da: GliItaliani

Antimafia Duemila – Il pentito Fonti: ”Mi vogliono morto”

Aggiornamento sulle navi dei veleni affondate al largo della calabria

Fonte: Antimafia Duemila – Il pentito Fonti: ”Mi vogliono morto”.

di Vincenzo Mulè – 3 marzo 2010
Parla Francesco Fonti, il pentito della ‘ndrangheta che ha svelato i traffici di rifiuti nel Mediterraneo: «Le navi ci sono. Forse ho sbagliato con i nomi, ma i relitti sono nelle acque di Cetraro. Li avevano comprati i Romeo».

Come un puzzle che piano piano si ricompone, la storia dei traffici dei rifiuti pericolosi con il trascorrere del tempo si arricchisce di nuovi particolari. Con la complicità della Commissioni ecomafie, protagonista nei giorni scorsi di nuove audizioni che hanno smosso un quadro che le polemiche legate al mancato ritrovamento della Cunsky. «Credetemi. Al largo di Cetraro la nave c’è. Volete che non lo sappia io che l’ho affondata»? Francesco Fonti, il pentito che per primo ha parlato dei traffici delle cosiddette navi dei veleni, torna a parlare. Rilanciando tutto. E puntando il dito contro i servizi segreti. E i legami con la politica. Che è il tassello mancante. L’ultimo, ma quello più difficile da provare. E che blocca ancora l’ex boss della ’ndrangheta dal raccontare tutto: «Se rivelassi tutto quello che so, verrei coperto da denunce, la cui prima conseguenza sarebbe la revoca degli arresti domiciliari. E morirei in prigione». Ciò, però, non gli impedisce di lancia un nuovo allarme: i traffici continuano «sul Tirreno, probabilmente attraverso la famiglia Mancuso».

E, allora, occorre necessariamente fare un passo indietro. Alle prime dichiarazioni. Quelle rese al giornalista de L’espresso Riccardo Bocca nel 2005. E dalle quali emergono delle incongruenze. Sottolineate anche da Andrea Palladino nel suo libro Bandiera nera, nel quale si legge: «Francesco Fonti ha elencato tre navi affondate – secondo lui – nel 1992, con diversi carichi di rifiuti tossici: la Cunski, la Yvonne A e la Voriais Sparadis. Tre navi che nel 1992 si chiamavano rispettivamente Shahinaz, Adriatico I e Glory Land. Anzi, l’ultima della lista (l’ex Voriais Sporadis), dopo essere stata rinominata Glory Land, è affondata nel mar della Cina il 20 gennaio del 1990».

Tre navi protagoniste nel 1987, assieme alla Jolly Rosso, di uno dei più grandi traffici di rifiuti tossici e nucleari tra l’Italia e il Libano. «Feci questi nomi allertando il giornalista circa la possibilità che mi potessi sbagliare. Sapevo dell’esistenza di questi tre relitti che erano stati acquistati dalla famiglia dei Romeo per circa 800 milioni». Ora, emerge, un altro spicchio di verità. I nomi non sono stati fatti a caso. Ma dovevano parlare a chi sapeva: «A me interessava il Libano. E volevo che lo capissero anche determinate persone che mi leggevano. Io sono in pericolo, ma la minaccia non arriva dalla criminalità organizzata bensì dai Servizi segreti. Sono loro che mi vogliono morto. La protezione, in questo quadro, me l’aspetto dagli arabi. È con loro che ho stretto un patto di sangue. Sono loro che avevano preparato per me nel 2005 una via di fuga che mi avrebbe condotto, da Beirut, in Giordania da dove, sotto la protezione del re Abdullah, avrei avuto una villa, cinquanta uomini per la mia protezione e la gestione di tutta l’eroina che proveniva dell’Afghanistan e dal Pakistan ».

Ora Francesco Fonti è agli arresti domiciliari e vive in attesa di segnali da quello che un tempo è stato il suo mondo. E, soprattutto, dalla politica. Segnali che lo convincano definitivamente a vuotare il sacco completamente. Per il momento, però, sono altri i messaggi che il pentito ha ricevuto: «Tre settimane fa ho ricevuto una telefonata dall’Olanda da un fantomatico giornalista. Ho denunciato la cosa ai carabinieri, che hanno fatto delle indagini. Dalle quali è risultato che l’uomo che parlava un italiano stentato aveva telefonato da una cabina telefonica e che il recapito che aveva lasciato a Fonti risultava inesistente. La sua paura, però, non è la ’ndrangheta «Fino ad adesso mi è stato reso il favore di essere dichiarato inattendibile. È il modo con cui la ’ndrangheta ha deciso di tenermi in vita». È il suo grado di attendibilità lo snodo attorno al quale ruota la vicenda. Un’attendibilità messa in dubbio sempre da meno persone. In primis, Gaetano Pecorella, presidente della commissione Ecomafie. Questo, secondo Fonti, rimane l’ostacolo più duro da superare.

Lo scorso 26 gennaio, il procuratore della Repubblica di Paola, Bruno Giordano, ha scritto una lettera all’ex boss. Un foglio nel quale Giordano elenca una serie di motivazioni che lo spingono a rifiutare l’invito di Fonti a un incontro. Nelle ultime righe della lettera si legge: «Ciò non significa che io non abbia ritenuto valido il suo apporto conoscitivo, né che, sul piano strettamente personale, dubiti della sua sincerità. Mi impongo, semplicemente, un binario di linearità istituzionale per non infliggere con iniziative contrastanti in atto assunte da uffici giudiziari diversi dal mio e più legittimati ad operare». Dietro queste poche righe, tra l’imbarazzato e il dispiaciuto, ci sarebbe secondo Fonti, una chiave di lettura importante per capire le dinamiche e le forze che caratterizzano la storia.

Tratto da: gliitaliani.it

Fonte: terranews.it

Antimafia Duemila – Appello per la tutela di Antonino Monteleone, vittima di un atto intimidatorio

Forza Antonino, non mollare, siamo tutti con te!

Fonte: Antimafia Duemila – Appello per la tutela di Antonino Monteleone, vittima di un atto intimidatorio.

di Emiliano Morrone – 5 febbraio 2010
Appello alla rete per la tutela del giornalista Antonino Monteleone, a cui hanno incendiato l’auto in Calabria.

L’ho appreso adesso. Da Facebook. Stavo per andare a dormire. Inquieto per le minacce ricevute dal pm Pierpaolo Bruni, recapitate da un codardo anonimo che per e-mail le ha mandate alla redazione di “il Crotonese”, il mio giornale. Hanno incendiato l’auto del giornalista Antonino Monteleone, un giovane professionista d’immenso coraggio e valore, da sempre impegnato a raccontare affari e reati di criminalità e poteri forti. Uno che fa inchiesta vera, che ha sempre la notizia, che segue e conosce processi molto importanti; a Marcello Dell’Utri e ad Antonio Bassolino, giusto per dare dei riferimenti.

Perché dice la verità, Antonino è stato riempito di querele, e ogni volta ha vinto. Non ha mai avuto paura e non ne avrà.

Non posso credere che la Calabria sia questa, che chi scrive, chi indaga per sconfiggere la mafia, il male peggiore del Mezzogiorno e dell’Italia, venga intimidito con tale facilità. No, non posso. Ora dobbiamo muoverci e si deve muovere lo Stato.

In questo momento, voglio che facciamo quadrato attorno ad Antonino, che lo proteggiamo con l’informazione e l’intervento collettivo, martellante.

Il vigliacco che ha usato questa violenza deve sapere, come il suo sporco mandante, che siamo con Antonino, che non è e non sarà mai solo. Deve sapere che noi siamo più forti di loro, che per imporsi hanno bisogno di armi e rifugi. Soprattutto dobbiamo reagire con la parola, coinvolgendo tutti i nostri amici, la stampa, l’opinione pubblica. Perché Antonino è la voce della Calabria bella, della Calabria che non tace, dell’informazione con la maiuscola.

Passiamo parola e facciamo in modo che su questa vicenda non cali il silenzio. Antonino Monteleone deve essere tutelato. Diversamente, sarà una nostra sconfitta.

Tratto da: La Voce di Fiore

Reggio, nuova minaccia della ‘ndrangheta lettera con proiettile a pm antimafia

Reggio, nuova minaccia della ‘ndrangheta lettera con proiettile a pm antimafia.

REGGIO CALABRIA – Una busta contenente un proiettile e un biglietto di minacce è stata inviata al sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. La busta è stata intercettata all’ufficio postale. Lo ha reso noto il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone.

“Questa mattina è pervenuta una missiva indirizzata al dottor Giuseppe Lombardo, sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria contenente un proiettile non esploso accompagnato da una missiva di evidente contenuto minaccioso”, scrive il procuratore Pignatone. “E’ l’ulteriore riprova – prosegue il comunicato – del tentativo di intimidire e condizionare l’attività della magistratura reggina impegnata in una difficile azione di contrasto contro la ‘ndrangheta. Da parte nostra continueremo a lavorare con serenità e fermezza”.

Giuseppe Lombardo si occupa dei processi di ‘ndrangheta, tra cui quello “testamento” contro i presunti intrecci tra le ‘ndrine della città e i palazzi del potere. Nel precedimento è indagato anche Massimo Labate, ex poliziotto e consigliere comunale di Alleanza Nazionale.

La lettera di minacce è solo l’ultimo atto di una strategia di intimidazione alla magistratura iniziata il 3 gennaio scorso con l’attentato compiuto alla Procura generale. A compierlo furono due persone, giunte sul posto a bordo di uno scooter. Uno dei due si avvicinò al portone della Procura generale e lasciò una bombola di gas, su cui era stato collocato dell’esplosivo, accendendo la miccia cui era collegata. Lo scoppio provocò danni al portone degli uffici della Procura generale, scardinando un’inferriata.

Giovedì scorso, in occasione della visita del capo dello Stato a Reggio Calabria un altro episodio che i magistrati reggini hanno chiaramente messo in relazione con la bomba: il ritrovamento, a poche centinaia di metri dal percorso presidenziale, di un’automobile al cui interno c’erano, oltre a due pistole e due fucili, due ordigni rudimentali collegati ad una miccia a lenta combustione.

Fonte: repubblica.it

Antimafia Duemila – Traffico rifiuti tossici, parla pentito Sigma: ”So come funziona il sistema”

Fonte: Antimafia Duemila – Traffico rifiuti tossici, parla pentito Sigma: ”So come funziona il sistema”.

di Nerina Gatti – 17 gennaio 2010
“Dietro allo smaltimento illegale dei rifiti tossici c’è un “sistema” che va avanti tutt’ora. Io conosco come funziona. Conosco i fatti, –svela per la prima volta Sigma- se qualcuno mi vorrà ascoltare parlerò, ho sempre raccontato la verità.”

Da quanto ci riferisce il suo avvocato, Claudia Conidi, il pentito Sigma fu sentito anche dalla Procura di Potenza per le indagini sull’interramento dei rifiuti tossici in alcune zone del potentino.
Il pentito ci racconta di aver fatto anche dei sopralluoghi vicino Potenza, indicando agli inquirenti  i terreni dov’erano stati interrati i rifiuti nocivi. “Ma poi non è successo nulla”, conclude amareggiato Sigma. Forse troppe persone avevano interesse a che i rifiuti non si trovassero. Sigma ha dato la sua disponibilità ad essere ascoltato. Sulla sua attendibilità non ci dovrebbero essere dubbi, le sue testimonianze sono servite in passato a far luce su importanti segreti della ‘Ndrangheta in processi che hanno fatto la storia del contrasto alle ‘ndrine.