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Legittima difesa: Il Caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato – Prefazione di Marco Travaglio

Fonte: Legittima difesa: Il Caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato – Prefazione di Marco Travaglio.

Prefazione
di Marco Travaglio
Non ho alcuna intenzione di riassumere, in questa prefazione, il libro che state per leggere. Anzitutto perché non voglio levarvi il gusto di sfogliare pagina per pagina questo giallo intricato ma semplice al tempo stesso, che incrocia quasi tutti gli scandali del potere d’Italia: quelli che i professionisti della rimozione chiamano «misteri d’Italia» e che di misterioso in realtà non hanno un bel nulla. Ma soprattutto perché riassumerlo è impossibile. Diversamente dai gialli, qui non è importante il canovaccio della trama: qui sono importanti i particolari, tutti.
Vorrei, invece, parlare un po’ di Gioacchino Genchi e spiegare perché ce l’hanno tanto con lui. Perché è diventato, prima segretamente e da qualche anno apertamente, un nemico pubblico numero uno. E dunque perché Il caso Genchi (ma io l’avrei intitolato Il caso Italia) curato da Edoardo Montolli è tutto da leggere. Questione di memoria: Genchi non ha soltanto una memoria di ferro, Genchi è una memoria di ferro. Quella memoria che, per vivere tranquilli, bisognerebbe ogni tanto resettare e azzerare. Invece lui non ha mai proceduto per reset, ma sempre per accumulo. Possono levargli i fascicoli su cui sta lavorando, possono portargli via i computer, possono sequestrargli tutti i file memorizzati. Ma lui continua a ricordare e a collegare tutto. Dovrebbero proprio eliminarlo fisicamente, per renderlo inoffensivo. Con quel po’ po’ di database nel cervello, Genchi avrebbe potuto diventare stramiliardario (in euro), senza neppure il bisogno di ricattare questo o quello: gli sarebbe bastato far sapere di essere in vendita e mettersi all’asta. La prova migliore della sua onestà è proprio il fatto che non ha mai guadagnato un euro in più di quello che gli derivava dal suo lavoro. Che non ha mai fatto uso delle informazioni che, incrociando i dati delle intercettazioni e soprattutto dei tabulati telefonici acquisiti da decine di uffici giudiziari, per vent’anni è stato chiamato a esaminare al servizio della Giustizia. Mettete insieme memoria e onestà, e avrete una miscela esplosiva, anzi eversiva. Che basta, da sola, a spiegare perché in un Paese come l’Italia Genchi è visto come un pericolo pubblico. Non ruba, non ricatta, sa che cosa sono le leggi e lo Stato e li serve fedelmente, e per giunta non è ricattabile. Riuscite a immaginare un nemico peggiore, per i poteri fuorilegge che si spartiscono l’Italia praticamente da quando è nata?
Genchi è un poliziotto. Un vicequestore che fino all’anno scorso era in aspettativa per dedicarsi a tempo pieno a mettere a frutto la sua esperienza investigativa in materia informatica e telefonica in delicatissimi processi e inchieste, di mafia, di strage, di omicidio, di sequestro di persona, e così via. Lavorava già con Giovanni Falcone, di cui poi, dopo la strage di Capaci, riuscì a estrarre, da un computer manipolato dalle solite manine premurose, i diari segreti. Dopo via D’Amelio, riuscì a ricostruire – tabulati alla mano – gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino e i contatti fra alcuni suoi carnefici e una probabile sede distaccata dei servizi segreti al castello Utveggio sul Monte Pellegrino. Da diciassette anni è consulente di varie Procure, Tribunali e Corti d’Assise. Ha fatto catturare fior di latitanti, incastrato assassini e stragisti, ma anche tangentari e finanzieri sporchi, smascherato malaffari di ogni genere. Ha dato contributi decisivi alle indagini sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D’Amelio, sui fiancheggiatori di Bernardo Provenzano, sugli amici mafiosi di personaggi come Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro.
Già nel 2004 l’onorevole Emerenzio Barbieri dell’Udc (il partito di Cuffaro, ma anche di Cesa, mesi dopo indagato a Catanzaro dal pm Luigi de Magistris) attacca Genchi alla Camera con un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Roberto Castelli, ma il secondo Governo Berlusconi deve ammettere a denti stretti che la sua attività era perfettamente regolare. Nel luglio del 2007 l’assalto riparte, quando il sito web Radiocarcere.it pubblica la sua relazione all’allora pm di Catanzaro Luigi de Magistris, in cui compare per qualche ora il numero di uno dei cellulari usati dal guardasigilli Mastella. Quest’ultimo gli dà del «mascalzone» e due mesi dopo lo chiama in una conferenza «Licio Genchi», come se l’amico di piduisti fosse Genchi e non Mastella. Lino Jannuzzi e altri parlamentari del centrodestra lo accusano apertamente di compiere indagini senza mandato e di raccogliere illecitamente dati su politici e uomini delle istituzioni per tenerli sotto ricatto. Genchi replica ricordando che lui è solo un consulente tecnico e che ogni suo atto è richiesto e autorizzato da un magistrato.
Poi spiega che il documento con il cellulare di Mastella ha il timbro del Tribunale del Riesame, dunque non esce dal suo ufficio, bensì dal Palazzo di Giustizia di Catanzaro. È finito in rete – constata – subito dopo essere stato depositato agli avvocati di un indagato, l’ex piduista Luigi Bisignani, condannato in via definitiva per la maxitangente Enimont e dunque amico del ministro della Giustizia del centrosinistra: «Metterlo per un’ora sul web» dichiara Genchi «è stata una trappola, una manovra contro di me e de Magistris. Per permettere di additare la fuga di notizie e gridare al complotto». Mastella finge di non capire e ripete la domanda già posta, con esiti disastrosi, dall’Udc due anni prima: «Ma uno che è in aspettativa dalla polizia può lavorare con la sua ditta per lo Stato?» Sì, può. Anzi, deve.
Ma Genchi, nelle inchieste catanzaresi Why Not, Toghe lucane e Poseidone, sta aiutando de Magistris a ricostruire la cosiddetta Nuova P2, cioè il trasversalissimo cupolone politico-affaristico-massonico-giudiziario che tiene in scacco l’Italia. Una piovra che affratella esponenti del centro, della destra e della sinistra. Infatti, nel giugno del 2007, il procuratore Mariano Lombardi toglie a de Magistris l’inchiesta Poseidone, il cui principale indagato è il suo amico Pittelli, senatore forzista e socio in affari del figlio della sua convivente. A settembre il ministro Mastella sperimenta per la prima volta la nuova facoltà di chiedere il trasferimento d’urgenza di un magistrato, conferitagli dall’ordinamento giudiziario Castelli che il centrosinistra aveva promesso di cancellare e che invece, proprio in quella parte, ha lasciato entrare in vigore tale e quale nel luglio 2006. E chi è, fra i novemila magistrati italiani, il fortunato vincitore della prima richiesta di trasferimento? L’unico in tutta Italia che indaga sul premier Romano Prodi e sulle telefonate tra Mastella e i suoi amici indagati Antonio Saladino (numero uno della Compagnia delle Opere calabrese) e Luigi Bisignani. Quando si dice la combinazione. Il Csm non ravvisa alcuna urgenza nella pratica, ma qualcun altro ha una gran fretta: il procuratore generale «reggente» di Catanzaro, Dolcino Favi, che proprio nel giorno in cui il Csm nomina il pg titolare, non attende nemmeno che questi si insedii e decide di avocare un altro fascicolo a de Magistris, facendoglielo portare via dalla cassaforte e spedendolo al Tribunale dei Ministri di Roma. Quale fascicolo, tra i tanti? Proprio il Why Not, che vede indagati Prodi (per abuso d’ufficio, ma solo come atto dovuto) e, da qualche giorno, pure Mastella (finanziamento illecito e truffa): quando si dice la combinazione. Motivo: de Magistris ce l’ha con Mastella che ha chiesto di trasferirlo. L’idea che sia Mastella ad avercela con de Magistris perché sta indagando su di lui non sfiora nemmeno il solerte «reggente». Il quale, anziché lasciare che della spinosa faccenda si occupi il pg titolare già nominato dal Csm e ormai in arrivo, assume un’altra iniziativa gravissima e irrimediabile: revoca tutti gli incarichi al consulente tecnico del pm, Gioacchino Genchi. Completa l’opera l’Arma dei carabinieri, che pensa bene di promuovere e trasferire su due piedi il capitano Pasquale Zacheo, braccio destro di de Magistris nell’unica inchiesta superstite: Toghe lucane. Via il braccio destro, via il braccio sinistro, via le indagini, in attesa di mandar via direttamente il pm. Che sarà trasferito di lì a poco dal Csm lontano da Catanzaro (a Napoli), con l’espresso divieto di esercitare mai più le funzioni di pubblico ministero.
«Sono a rischio le mie libertà» afferma Mastella con grave sprezzo del ridicolo, denunciando di essere stato intercettato illegalmente, cioè in barba all’immunità. Forse che de Magistris e Genchi non conoscono l’articolo 68 della Costituzione che proibisce di intercettare i parlamentari e di acquisirne i tabulati telefonici? O forse sono impazziti e hanno deciso di viziare fin dall’inizio un’indagine così delicata per mandarla a catafascio e salvare il guardasigilli dalle sue eventuali responsabilità?
Per comprendere ciò che è accaduto basta leggere la consulenza Genchi depositata a disposizione degli indagati (quella su Mastella e Bisignani). Genchi, esaminando i tabulati di Bisignani trasmessigli dal pm, s’è imbattuto in una serie di utenze telefoniche in contatto con lui. Non tutte le utenze hanno un nome e un cognome. Una è intestata alla Camera dei deputati, ma può essere in uso a un impiegato, a un usciere, a un segretario. Per sapere di chi è un telefono, bisogna fare accertamenti. E, per farli, bisogna acquisire i tabulati. Solo alla fine si scopre chi è il titolare, che fra l’altro può pure cederlo a un terzo. Così si è arrivati a scoprire che il telefono era di Mastella. Lo stesso è avvenuto per le telefonate intercettate tra Saladino e il ministro. «Per l’eventuale utilizzazione processuale» scrive Genchi nella consulenza
«dovrà richiedersi la prescritta autorizzazione al competente ramo del Parlamento». Segno evidente che sia lui sia il pm conoscono bene la legge. Tant’è, quando è stato scippato del fascicolo Why Not, de Magistris si apprestava a chiedere al Parlamento l’autorizzazione a usare le telefonate indirettamente intercettate fra Mastella e gli indagati Saladino e Bisignani. L’avocazione dell’inchiesta è arrivata appena in tempo per impedirglielo. Ma anche quella inesistente violazione dell’immunità verrà contestata in sede disciplinare a de Magistris dal procuratore generale della Cassazione, Mario Delli Priscoli.
Siamo in pieno «comma 22»: per essere esonerato dai voli di guerra, il pilota deve essere pazzo; ma, se chiede l’esonero dai voli di guerra, il pilota non è pazzo; pazzo è chi fa i voli di guerra; ergo è impossibile essere esonerati dai voli di guerra. L’ok del Parlamento è richiesto nel caso in cui l’indagato parli con un parlamentare. Per sapere se l’indagato parla con un parlamentare, bisogna indagare sulla titolarità dei telefoni in contatto con l’indagato. De Magistris lo fa, scopre che dall’altro capo del filo c’è Mastella, lo iscrive nel registro degli indagati, ma non può chiedere l’ok del Parlamento perché Mastella chiede il suo trasferimento e il pg gli leva l’inchiesta. E lo accusano di aver acquisito i tabulati prima dell’ok del Parlamento, al quale però non avrebbe mai potuto chiedere l’ok prima di acquisirli e di scoprire che vi compariva pure telefono di Mastella. Ergo, è vivamente sconsigliabile indagare su chicchessia: se poi si scopre che parla con Mastella, Mastella è salvo, i suoi amici pure, ma il pm è rovinato. La parola d’ordine, ormai, è distruggere la memoria di Genchi e chiunque la utilizzi. Una parola d’ordine che diventa addirittura legge il 31 luglio con la delibera numero 178 approvata dall’Autorità garante per la privacy per stabilire nuove regole per i consulenti dei pm e i periti dei giudici: essi non potranno più conservare nei loro archivi i dati e i documenti raccolti per un’indagine dopo che questa è terminata, ma dovranno restituirli ai magistrati o «cancellarli». Rigorosamente vietato «conservare, in originale o in copia, in formato elettronico o su supporto cartaceo, informazioni personali acquisite nel corso dell’incarico». Direttiva a dir poco discutibile: un’indagine archiviata può essere riaperta in qualsiasi momento se emergono elementi nuovi. E spesso è molto utile che il consulente conservi i dati vecchi per riusarli e incrociarli con quelli nuovi, senza dover ripartire ogni volta da zero. Ora non si potrà più farlo. Chissà perché: le banche dati dei periti non presentano alcun rischio per la privacy, visto che questi sono pubblici ufficiali tenuti alla massima riservatezza. Ma le perplessità aumentano se si guarda al relatore della delibera destinata a svuotare le indagini cancellando la memoria storica di tanti scandali: quella del vicepresidente dell’Autorità garante, Giuseppe Chiaravalloti. Ex magistrato, ex governatore forzista della Calabria, Chiaravalloti è indagato in quel momento a Catanzaro per associazione a delinquere nell’inchiesta Poseidone (poi il nuovo pm opterà per l’archiviazione) e a Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. Ora, si dà il caso che a entrambe le indagini abbia collaborato Genchi. Ed è curioso che a impartire le nuove direttive ai consulenti, lui compreso, sia proprio uno dei suoi «clienti» più illustri. Possibile che il «garante» Franco Pizzetti abbia designato proprio Chiaravalloti come relatore, in barba al suo plateale conflitto d’interessi? Forse la scelta è caduta su di lui per la competenza maturata in fatto di indagini giudiziarie (a carico). O magari per le sue doti profetiche. In una telefonata intercettata nel 2006 con la segretaria, Chiaravalloti così parlava di de Magistris: «Questa gliela facciamo pagare… Lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana…
Saprà con chi ha a che fare… C’è quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corrisponde una reazione… Siamo così tanti ad avere subito l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata! Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi…»
Il 2 dicembre 2008 la Procura di Salerno fa perquisire gli uffici giudiziari di Catanzaro e le abitazioni di alcuni magistrati, politici e faccendieri calabresi, indagati per aver prima sabotato, poi esautorato e allontanato de Magistris dalle sue inchieste e dalla Calabria, e infine di aver compravenduto l’insabbiamento dei suoi fascicoli più scottanti.
Grazie anche a una consulenza firmata da Genchi, i pm salernitani Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani ritengono di avere le prove della corruzione giudiziaria e di una serie di abusi. Calunnie e diffamazioni che hanno contribuito all’isolamento e alla cacciata del collega da Catanzaro per poi poterne «aggiustare» le indagini. Siccome da mesi chiedono, invano, la copia integrale degli atti di Why Not, stufi di attendere, vanno a sequestrarne l’originale. Apriti cielo. I magistrati catanzaresi si ribellano, controsequestrano il fascicolo appena sequestrato e, senz’alcuna competenza territoriale (che spetterebbe a Napoli), inquisiscono i pm salernitani che indagano su di loro. Anziché denunciare la reazione illegale e sediziosa dei magistrati calabresi, la classe politica tutta (tranne Di Pietro), con la stampa e le tv al seguito, grida alla «guerra fra Procure», mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti. Anzi, prende le parti degli aggressori, cioè dei magistrati di Catanzaro. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con un’interferenza mai vista in un’indagine in corso, chiede gli atti a Salerno e critica apertamente la perquisizione. L’Anm e il Csm, anziché difendere i pm attaccati mentre fanno il proprio dovere, si associano agli attacchi. Il Consiglio superiore appronta un processo sommario e in men che non si dica, comprimendo ogni elementare diritto di difesa, punisce in via cautelare e urgente il procuratore capo Apicella con la destituzione dalla magistratura e i suoi sostituti Nuzzi e Verasani con il trasferimento nel Lazio e con il divieto di esercitare mai più le funzioni requirenti. Come aveva fatto alcuni mesi prima con de Magistris.
La Procura di Roma indaga i tre pm e de Magistris, considerato il loro ispiratore, per interruzione di pubblico servizio e abuso d’ufficio. Poco importa se il Riesame di Salerno ha già ritenuto legittima e doverosa la perquisizione a Catanzaro e se il Tribunale di Perugia (cui il fascicolo sui magistrati è passato per competenza) archivierà ogni accusa, ritenendo che Nuzzi, Verasani, Apicella e de Magistris abbiano agito per esclusivi «fini di Giustizia». Nessuno deve osare mai più mettere il naso nel verminaio di Catanzaro, né tanto meno ipotizzare una Nuova P2 che inquina la vita democratica del Paese. Eppure proprio la sorte infausta che tocca a chiunque abbia l’ardire di sfiorarla non fa che portare nuove prove sulla sua esistenza e sulla sua geometrica potenza.
La classe politica tutta è ormai terrorizzata dalle intercettazioni e dai tabulati, che sempre più spesso svelano contatti e amicizie fra uomini di partito e uomini d’onore e disonore. Infatti prima Mastella e poi il suo degno successore Angelino Alfano (cioè Berlusconi) passano il tempo ad approntare leggi che impediscano le intercettazioni e imbavaglino la stampa. Così riparte l’assalto a Gioacchino Genchi, trasformato nel mostro da sbattere in prima pagina per creare a tavolino un allarme rosso che non ha fondamento nei fatti ma che, debitamente manipolato, può finalmente convincere gli italiani che in Italia non sono troppi i delinquenti, specie in guanti gialli e colletto bianco: sono troppi gli intercettati. Poco importa se Genchi non ha mai intercettato nessuno in vita sua: basta ripetere a reti unificate che intercetta tutti, che scheda milioni di persone, ovviamente a scopo ricattatorio, e il gioco è fatto. Tutti finiranno col crederci.
Si ripete pari pari la scena, anzi la sceneggiata, dell’ottobre del 1996, quando si trattava di far digerire un altro boccone sommamente indigesto agli italiani di destra e di sinistra: la Bicamerale, cioè l’inciucio fra D’Alema e Berlusconi per mettere in riga la magistratura e farla finita una volta per tutte con le indagini sui potenti. Il cavaliere convocò la stampa di tutto il mondo e mostrò all’intero orbe terracqueo una gigantesca «microspia» che, a suo dire, fantomatiche «Procure eversive e deviate» avevano nascosto nel suo studio a Palazzo Grazioli per spiare l’allora capo dell’opposizione di centrodestra calpestando la Costituzione. D’Alema, che stava per diventare presidente della Bicamerale con i voti di Forza Italia, si affrettò a solidarizzare col povero Silvio e ne approfittò per sollecitare un «colpo di reni» per riscrivere tutti insieme la Costituzione. Il presidente della Camera Luciano Violante, che non aspettava di meglio, convocò Montecitorio in seduta straordinaria e diede la parola al Cavaliere, che denunciò lo «spionaggio ai danni del leader dell’opposizione, il più grave attentato alle libertà parlamentari della storia repubblicana». Mesi dopo, nel silenzio dell’informazione, la Procura di Roma scoprì che il «cimicione» era un ferrovecchio inservibile che era stato nascosto in casa Berlusconi non dalle toghe rosse, ma da un disinvolto amico dell’addetto alla sicurezza del cavaliere: incaricato di «bonificargli» l’appartamento, il cialtrone non aveva trovato alcunché, dunque aveva pensato bene di nascondere lui la micro anzi macrospia. Una solennissima bufala, utilissima per spianare la strada alla Bicamerale.
Il 24 gennaio 2009 si replica per spalancare le porte al nuovo inciucio: il bavaglio sulle intercettazioni. Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, terrorizzato dalla possibile uscita di certe telefonate che minacciano di svelare il quarto segreto di Fatima (perché Mara Carfagna fa il ministro delle Pari opportunità e Mariastella Gelmini dell’Istruzione), annuncia in tv: «Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica: c’è un signore che ha spiato trecentocinquantamila persone». Il signore in questione è Gioacchino Genchi che, come abbiamo appena ricordato, non ha mai intercettato nessuno in vita sua: riceve intercettazioni e tabulati disposti e acquisiti dai pubblici ministeri e dai giudici secondo la legge e li incrocia per leggerli e interpretarli al meglio. Incastrando colpevoli e scagionando innocenti.
Quella berlusconiana è un’altra patacca. Ma anche stavolta un’opposizione evanescente e disinformata (nel migliore dei casi) e una stampa sciatta e gregaria se la bevono d’un fiato, sparacchiando cifre a casaccio e accusando «lo spione» di ogni nequizia senza uno straccio di prova.
I politici, noti garantisti, emettono la loro unanime sentenza di condanna.
Maurizio Gasparri (Pdl): «Roba da Corte marziale». Francesco Rutelli (Pd): «Un caso molto rilevante per la libertà e la democrazia».
Fabrizio Cicchitto (Pdl): «Siamo di fronte a un inquietante Grande fratello». Lanfranco Tenaglia (Pd): «Vicenda grave». Italo Bocchino (Pdl): «Il più grande caso di spionaggio della storia repubblicana». Clemente Mastella (Udeur): «È un pericolo per la democrazia». Luciano Violante (Pd): «Intollerabile». Gaetano Quagliariello (Pdl): «Scenario inimmaginabile e preoccupante per la sicurezza dello Stato». Giuseppe Caldarola (ex Pd, commentatore de Il Riformista): «Spioni deviati spiano migliaia di cittadini, Parlamento e Governo». Luigi Zanda (Pd): «Tavaroli e Genchi, tante analogie» (infatti uno spiava illegalmente migliaia di persone per un’azienda privata, l’altro lavora legalmente per lo Stato). I giornali si scatenano. La Stampa e il Corriere: «Un italiano su dieci nell’archivio Genchi». Il Giornale: «Grande Orecchio, miniera d’oro». Libero: «L’intercettatore folle». Pierluigi Battista (Corriere della sera): «Lugubre monumento alla devastazione della privacy, nuvola potenzialmente ricattatoria».
Naturalmente è tutto falso: l’«archivio Genchi», almeno così come viene descritto, non esiste. Esistono invece montagne di dati che il consulente riceve dalle Procure che l’hanno nominato e che lui «incrocia» per espletare il suo mandato. Tutto lecito e alla luce del sole.
Ben altri sono gli archivi segreti e potenzialmente ricattatorii emersi nella recente storia d’Italia. Giulio Andreotti, senatore a vita, ammette di tenere un archivio segreto da una vita e fa sapere che «qualche mistero me lo porterò nella tomba». Eppure viene celebrato da tutti i politici, o forse proprio per questo. L’ex Presidente della Repubblica
Francesco Cossiga ogni tanto tira fuori una rivelazione o un’allusione sulla strategia della tensione anni Settanta-Ottanta, lasciando intendere di sapere molto di più. Eppure nessuno gliene chiede mai conto, o forse proprio per questo. Bettino Craxi, da Hammamet, distillava fax per fulminare questo o quel politico ostile («potrei ricordarmi qualcosa di lui…») e conservava dossier, «poker d’assi» e intercettazioni su colleghi e magistrati. Eppure la Casta lo beatifica ogni giorno, o forse proprio per questo. Nel 2005, in un ufficio di via Nazionale a Roma, fu rinvenuto l’archivio segreto di Pio Pompa, «analista» prediletto dell’allora comandante del Sismi Nicolò Pollari, con migliaia di dossier su cronisti, pm e politici sgraditi a Berlusconi, da «neutralizzare e disarticolare anche con azioni traumatiche». Pompa e Pollari sono imputati per quell’archivio illegale, eppure i governi di destra e sinistra li coprono, o forse proprio per questo. Giuliano Tavaroli, ex capo della «security» della Telecom di Marco Tronchetti Provera, è imputato per aver accumulato migliaia di dossier su giornalisti, politici e imprenditori spiati illegalmente. Eppure nessuno ne parla, o forse proprio per questo. Genchi lavora su intercettazioni e tabulati legalmente acquisiti da giudici in indagini su gravi reati. Eppure dicono che il delinquente è lui, o forse proprio per questo. Il problema in Italia non sono le intercettazioni illegali. Ma quelle legali.
Infatti Renato Farina, il giornalista al soldo del Sismi di Pollari e Pompa, nome in codice «agente Betulla», che ha patteggiato sei mesi al Tribunale di Milano per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar e dunque prontamente promosso deputato dal Popolo delle libertà, propone una commissione parlamentare d’inchiesta sul «caso Genchi». E il Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza (Copasir) convoca Genchi a discolparsi. Per un’intera giornata, il consulente spiega ai parlamentari del comitato come funziona la sua attività perfettamente legale. Ma quelli o non capiscono, o fingono di non capire. Come dimostra la loro relazione finale, un’accozzaglia di corbellerie, fraintendimenti e assurdità. Si confondono i tabulati (numero chiamante e chiamato, orari e luoghi della chiamata) con le intercettazioni (contenuto della telefonata). Si insiste sulla baggianata dell’«archivio», mentre si tratta dei tabulati di un’indagine in pieno corso detenuti da Genchi per elaborarli su ordine di un pm. Si seguita a scambiare i tabulati acquisiti in Why Not (752) con i «tracciati» (decine di migliaia di chiamate in entrata e uscita, spesso fatte dagli stessi utenti). Si mena scandalo per tracciati e tabulati di «persone non indagate», quando anche un bambino sa che i non indagati possono essere pure intercettati, e comunque il tabulato di un indagato contiene i suoi contatti con una miriade di utenti sconosciuti se non per il numero di telefono. Si insiste con la fesseria del segreto di Stato, come se questo potesse coprire numeri di telefono. E come se il problema non fossero i rapporti fra servitori dello Stato e noti faccendieri indagati. Si chiede di affidare le consulenze «alle forze di polizia» e non a Genchi (che è un vicequestore di polizia), come se ogni giorno le Procure non si affidassero a centinaia di privati (docenti universitari, medici legali, periti balistici, psichiatri e così via). E non si spiega perché il metodo Genchi va benissimo quando porta all’ergastolo assassini e stragisti, ma non quando si occupa di colletti bianchi. Resta da capire se dietro ci sia ignoranza o malafede. E che cosa sia peggio.
Sta di fatto che, dopo l’ordine lanciato da Berlusconi e subito raccolto dal Copasir di Rutelli, si muove la sempre servizievole Procura di Roma. I procuratori aggiunti Achille Toro (le cui gesta, giudiziarie e telefoniche, sono ampiamente raccontate nel libro) e Nello Rossi si affrettano a indagare Genchi per una serie di presunti reati commessi nella consulenza Why Not: accesso abusivo a sistema informatico, violazione della legge sulla privacy e abuso d’ufficio per inosservanza delle prerogative dei parlamentari e del segreto di Stato (intanto altri pm della stessa Procura nominano lo stesso Genchi consulente su un caso di omicidio). E, non contenti, gli fanno perquisire gli uffici a Palermo dal Ros dei carabinieri, che gli sequestrano non soltanto gli atti dell’indagine catanzarese, ma l’intero server informatico contenente gli originali di tutte le altre consulenze a cui sta lavorando, comprese quelle commissionategli dalla stessa Procura di Roma, comprese quelle in cui sono coinvolti ufficiali del Ros. La classe politica, pressoché unanime, esulta: finalmente hanno smascherato il mostro. Gasparri, col consueto equilibrio, chiede ufficialmente l’arresto di Genchi.
Ora, anzitutto, non si vede che cosa c’entri la Procura di Roma, e cioè quale competenza territoriale possa accampare su eventuali reati commessi a Catanzaro o a Palermo. Oltre alle denunce dei magistrati di Catanzaro (quelli indagati dalla Procura di Salerno grazie anche al lavoro di Genchi), ci sono a carico del consulente una serie di contestazioni per fatti accaduti a Mazara del Vallo, dove Genchi assiste la Procura di Marsala nelle indagini sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone. Anche di questi, sorprendentemente, si occupa la Procura di Roma. Ma veniamo alle accuse, che rasentano la fantascienza.
Accesso abusivo all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate: Genchi è accusato di aver usato la password fornitagli dal Comune di Mazara per le indagini su Denise anche per estrarre dati utili ad altre consulenze che aveva in corso per conto di altri uffici giudiziari. Ma di password d’accesso se ne può avere soltanto una alla volta, e comunque l’accesso con la password del Comune di Mazara non può essere abusivo perché autorizzato da vari pm.
Abuso d’ufficio per violazione dell’immunità parlamentare: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati telefonici «riconducibili a parlamentari» senza la preventiva autorizzazione del Parlamento. Ma, per sapere che un telefono è riconducibile a Tizio o Caio, bisogna prima acquisirlo. E ad acquisirlo non è il consulente, ma il pm. E l’autorizzazione delle Camere è richiesta per usare i tabulati nel processo, non per acquisirli in fase di indagine. E comunque i tabulati in questione non erano riconducibili a parlamentari: quello di Mastella era intestato alla Camera e al Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap); quello di Marco Minniti (Ds) faceva capo a un tizio di Treviso; quello di Beppe Pisanu (Pdl) a tale Stefania I.; quello del governatore calabrese Agazio Loiero non era neppure coperto da immunità perché Loiero non era parlamentare.
Abuso d’ufficio per violazione del segreto di Stato: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati di agenti segreti e di essere così venuto a conoscenza di segreti di Stato. Ma i tabulati degli 007 non sono coperti da alcun segreto di Stato. E comunque, per sapere se un telefono appartiene a un agente segreto, bisogna prima acquisirlo e identificarne l’utilizzatore.
Violazione della privacy: non esiste alcuna privacy quando il soggetto intercettato o controllato nei suoi tabulati telefonici è oggetto di indagine giudiziaria.
Queste cose le sanno anche i bambini, ma per Genchi si voltano tutti dall’altra parte. Anzi, peggio. Dopo la perquisizione si mobilita il vertice della polizia di Stato. Per difendere il suo vicequestore attaccato da ogni parte? No, per sospenderlo dal servizio, con tanto di ritiro del tesserino e dell’arma di ordinanza. Motivo: ha rilasciato interviste per difendersi dalle calunnie e ha risposto su Facebook alle critiche di un giornalista, Gianluigi Nuzzi, all’epoca in forza a Panorama. Quella di Genchi viene definita nel provvedimento una «condotta lesiva per il prestigio delle istituzioni» che rende «la sua permanenza in servizio gravemente nociva per l’immagine della polizia». Firmato: il capo della polizia, Antonio Manganelli. Curioso provvedimento, se si pensa che Genchi, a parte le interviste e Facebook, è soltanto indagato.
Invece i poliziotti condannati in primo grado per aver massacrato di botte decine di no global al G8 di Genova 2001 sono rimasti tutti ai posti di combattimento e alcuni hanno addirittura fatto carriera (come racconta Massimo Calandri in Bolzaneto, la mattanza della democrazia, DeriveApprodi, 2009). Vincenzo Canterini, condannato a quattro anni in primo grado per le violenze alla scuola Diaz, è stato promosso questore e ufficiale di collegamento Interpol a Bucarest. Michelangelo Fournier, condannato a due anni in primo grado, è al vertice della Direzione centrale antidroga. Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un quindicenne, condannato in primo grado a due anni e quattro mesi per le sevizie a Bolzaneto e a due anni e tre mesi per arresti illegali, è divenuto capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente in quella di Alessandria. Le loro condotte non erano «lesive per il prestigio delle istituzioni» e la loro permanenza non è «nociva per l’immagine della polizia»?
Contro la perquisizione e il sequestro, Genchi ricorre al Tribunale del Riesame attraverso il suo avvocato Fabio Repici. E il Riesame, sotto la presidenza del giudice Francesco Taurisano, annulla entrambi i decreti della Procura di Roma e ordina che gli vengano restituiti tutti i computer. Nella motivazione si legge che Genchi – il mostro che per Gasparri «merita l’arresto» – «ha agito correttamente» senza violare alcuna legge. Le accuse mossegli dai procuratori aggiunti Toro e Rossi – sostengono in pratica i giudici del Riesame – non stanno né in cielo né in terra. Genchi «non ha violato le guarentigie dei parlamentari interessati all’acquisizione dei tabulati» in quanto «agiva di volta in volta in forza del decreto autorizzatorio del pm de Magistris, comunicandogli ogni… coinvolgimento di membri del Parlamento intestatari delle utenze». L’accesso all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate «non ha arrecato nocumento» ad alcuno. Quanto ai tabulati di uomini dei servizi segreti, «non è dato comprendere il nocumento per la sicurezza dello Stato», ma soprattutto «il Tribunale non rinviene la norma di legge» che vieterebbe di acquisirli. Insomma «Genchi agì nell’esercizio delle sue funzioni di ausiliario del pm de Magistris». Di più: avrebbe commesso un reato non facendo ciò che ha fatto, visto che era suo dovere eseguire le disposizioni dei pm e dei giudici che l’avevano incaricato di studiare e incrociare i tabulati della discordia.
Ma, nonostante l’ordine del Riesame di restituirgli subito tutto il materiale sequestrato, la Procura di Roma gliene ridà indietro solo una parte, e ricorre in Cassazione. Qui il 25 e 26 giugno, i supremi giudici si producono in due sentenze contrastanti: una prima sentenza dichiara inammissibile il ricorso della Procura e conferma il dissequestro a proposito dei reati di accesso illegale a sistema informatico e di violazione della privacy; la seconda decisione accoglie solo in parte il ricorso contro il dissequestro a proposito del presunto abuso d’ufficio per violazione dell’immunità dei parlamentari.
È venuto il momento, cari lettori, di lasciarvi alla lettura di questo thriller-verità. Un thriller sconvolgente per vari motivi: spiega perché tanti potenti hanno paura del contenuto del cosiddetto «archivio Genchi»; che cosa aveva scoperto e stava per scoprire Luigi de Magistris, e dunque perché non doveva proseguire nelle sue indagini a Catanzaro sulla cosiddetta Nuova P2; perché chiunque gli abbia poi dato ragione doveva pagare, come lui, caro e salato; quali fili collegano i politici calabresi con i leader della politica nazionale e della parte più marcia della magistratura e della finanza nazionale, nonché della massoneria.
E poi magistrati in contatto con boss della ’ndrangheta, procuratori che vanno a pranzo con i loro indagati, giudici che vanno a braccetto con avvocati poco prima di scarcerare i loro assistiti, fughe di notizie pilotate per depistare e bloccare indagini o addirittura per favorire la fuga di ’ndranghetisti stragisti. E poi collegamenti, tanti, forse troppi per non impazzire: collegamenti insospettabili e inaspettati, come quelli che portano al delitto Fortugno e alla strage di Duisburg, ma anche all’affare Sme, al grande business miliardario delle licenze per i telefonini Umts, ai crac Cirio e Parmalat, alle scalate dei furbetti e dei furboni del quartierino all’Antonveneta, alla Bnl e al Corriere della sera, allo scandalo degli spionaggi e dei dossieraggi Telecom-Sismi. Vicende nelle quali, come fantasmi eternamente danzanti, ricicciano fuori personaggi già emersi nelle indagini di Genchi sulle stragi di Capaci e via d’Amelio, cioè sulla sanguinosa nascita della seconda Repubblica.
Personalmente, oltre ai capitoli su Catanzaro e sul clan Mastella, ho trovato agghiacciante quello sull’ex iscritto alla P2 Giancarlo Elia Valori, poi espulso per indegnità (sic) da Licio Gelli, e tutt’oggi gran collezionista di cariche pubbliche e private e di amicizie a destra come a sinistra, con incredibili entrature nei vertici della politica, della magistratura, della guardia di finanza, dei carabinieri, del Viminale, del salotto buono di Mediobanca ma anche di outsider come i furbetti delle scalate. Valori era il prossimo obiettivo di de Magistris, che fu fermato appena in tempo. I frenetici contatti telefonici di Valori con il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (sempre lui), anche sui telefoni della moglie e del figlio del magistrato, ma anche con i vari Latorre, Minniti, Cossiga, Ricucci, Geronzi, Benetton, Caltagirone, Gavio, Rovati, con i generali Cretella, Adinolfi e Jannelli delle Fiamme gialle, ma anche con i centralini del Viminale, di Bankitalia e del Vaticano nei giorni cruciali dei processi e delle indagini su umts, Parmalat, Cirio e Unipol dovrebbero imporre l’immediato intervento del Csm. Il fatto che Toro, così amico di Valori, non abbia avuto il buon gusto di astenersi dalle indagini su Genchi, di cui non poteva ignorare i risultati, è davvero sconcertante; tanto più che il procuratore non solo è intimo di Valori e, secondo Genchi, ha un figlio nominato consulente del Ministero della Giustizia da Clemente Mastella; ma – sempre secondo gli incroci di Genchi – telefonava spesso al principale indagato delle inchieste di de Magistris: l’onorevole avvocato berlusconiano Giancarlo Pittelli, legale della Torno Internazionale di cui è presidente, indovinate un po’? Ma sì, lo stesso Giancarlo Elia Valori. Suggerisco a Montolli e a Genchi di fare omaggio de Il caso Genchi a tutti i consiglieri di Palazzo dei Marescialli.
Ammesso e non concesso che le notizie riportate nel libro giungano nuove a qualcuno di loro. E che il Csm non voglia continuare a essere, all’infinito, l’acronimo di Ciechi Sordi Muti.

Dopo Telecom esplode il caso Wind. Politici e servizi coinvolti | Pietro Orsatti

Fonte: Dopo Telecom esplode il caso Wind. Politici e servizi coinvolti | Pietro Orsatti.

Lo scandalo Telefoni non rintracciabili, depistaggio, dossieraggio, gestione dubbia di informazioni originariamente richieste dalla magistratura. Secondo il pm, Salvatore Cirafici usava dati riservati per condizionare politica e affari
di Pietro Orsatti su
Terra

Se si pensava che il cosiddetto “caso Tavaroli” fosse un’eccezione, che di dossier, depistaggi e reti di complicità innominabili fra apparati dello Stato (in particolare alcuni soggetti dei carabinieri e dei servizi) e imprenditori e politici fosse limitata all’ufficio “speciale” che si era insediato in Telecom, oggi la cronaca giudiziaria racconta ben altro. In azione non c’era solo il sistema messo in piedi dall’uomo della security di Telecom. La procura di Crotone, in relazione alle indagini condotte dal pm Pierpaolo Bruni che ha ereditato alcuni frammenti delle indagini condotte anni fa da De Magistris (Poseidone e Why Not), ha ordinato gli arresti domiciliari per Salvatore Cirafici, direttore della Asset Corporate Governance di Wind, responsabile, fra l’altro, dell’organizzazione con piena autonomia gestionale, delle richieste di intercettazioni telefoniche, di informazioni e ogni altra prestazione richiesta dall’autorità giudiziaria e dalle forze dell’ordine rivestendo di fatto il ruolo di pubblico ufficiale con funzioni di ausiliario di polizia giudiziaria e di consulente dei pm. Lo si accusa di aver abusato gravemente dei propri poteri utilizzando per altri scopi da quelli leciti le informazioni di cui, per il suo incarico, era entrato in possesso. Addirittura nascondendo informazioni, informando almeno un indagato che la sua utenza era sotto controllo, creando utenze “coperte”, fuori elenco, non rintracciabili, di cui una a sua disposizione. Ex ufficiale dei carabinieri, commercialista e docente all’Università de L’Aquila, Cirafici sembra essersi posto al centro di un intreccio di interessi e di depistaggi per proteggere uno status quo e vari affari che coinvolgevano in Calabria, e non solo, politici, imprenditori, uomini delle forze dell’ordine e dei servizi.
Per arrivare all’attuale ordine di misure cautelari, firmato dal Gip Gloria Gori, si era partiti da tutt’altra inchiesta, quella relativa all’indagine su un presunto giro di tangenti dietro la realizzazione della centrale Turbogas di Scandale e di altri tre impianti, sempre in Calabria. e che vede indagati, tra gli altri, il sottosegretario Pino Galati, l’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti e l’imprenditore Aldo Bonaldi. I sospetti scattano quando lo scorso 16 settembre la Wind di Roma risponde in modo anomalo ad una richiesta di verifica su un’utenza. «Lo stato dell’utenza per cui si chiede l’intestatario – si legge nella mail indirizzata agli inquirenti – risulta “disattivo” dal 21/07/2008». Ma quell’utenza è in uso. Patruno ne è certo perché è entrata in contatto con altre utenze controllate. Quindi qualcosa non funziona. Dopo altre verifiche si scopre che l’utenza in questione è riconducibile proprio a Salvatore Cirafici.
Intanto nello stesso periodo la procura sta indagando su un ufficiale dei carabinieri. Si tratta del maggiore dell’Arma Enrico Maria Grazioli, uomo di fiducia dello stesso Cirafici e a sua volta indagato dal pm Bruni per rivelazione del segreto istruttorio e favoreggiamento. «A cagione del suo ruolo presso la Wind», spiega ai pm Grazioli il 7 novembre, Cirafici «la disponibilità di schede telefoniche Wind non intestate e non riconducibili ad alcuno: erano quindi delle schede coperte, pertanto di pressoché impossibile riconducibilità ad un soggetto qualora fosse stata inoltrata specifica richiesta di intestatario da parte dell’autorità giudiziaria». E non si tratterebbe di un caso isolato, visto che questo tipo di sim non rintracciabili gli inquirenti le hanno trovate più volte a partire dall’inchiesta Why Not. Grazioli la scorsa estate viene avvisato da Cirafici che è intercettato, e la situazione precipita. Dopo il primo interrogatorio Grazioli sarebbe stato perfino minacciato dall’uomo della Wind.
Emerge dall’inchiesta come il fatto che Grazioli fosse indagato per Cirafici fosse una grana non di poco conto. In primo luogo perché questo sarebbe stato a conoscenza delle attività “extra” dell’uomo della Wind, e poi perché proprio Grazioli era stato individuato come suo uomo da inserire nei servizi. In pratica Grazioli viene indagato ma dietro di lui c’è Cirafici. Si legge nella richiesta di Bruni al Gip: «Il Cirafici rivelando tali fatti coperti da segreto al fine di evitare al Grazioli conseguenze pregiudizievoli e quindi una mancata attribuzione di un più prestigioso incarico pubblico presso i Servizi di sicurezza, che il Cirafici si impegnava procacciare al Grazioli, attraverso segnalazione favorevole al generale Paolo Poletti (vice direttore dell’Aisi, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna), che già gli aveva garantito il buon esito del trasferimento al quale il Grazioli non avrebbe potuto accedere in caso di pendenze penali a suo carico». E poi bisognava distogliere l’attenzione dei pm da quella che a tutti gli effetti era una fonte d’informazione inestimabile, proprio perché Grazioli era uomo che faceva parte della polizia giudiziaria su molti casi. Lo stesso Grazioli ha dichiarato, infatti, di aver ricevuto l’assicurazione da Cirafici che questi si sarebbe mosso verso il generale Poletti e il senatore Pdl Giancarlo Pitelli per avere informazioni sulle inchieste in corso da parte del pm Bruni. A controprova di quante il sistema Cirafici fosse radicato.

Il Blog di Angela Napoli: Nave dei veleni L’Espresso – L’intervista

Il Blog di Angela Napoli: Nave dei veleni L’Espresso – L’intervista.

di Riccardo Bocca

Il governo cerca di nascondere la verità sull’inchiesta. L’accusa della parlamentare Pdl dell’Antimafia.
Colloquio con Angela Napoli

Angela Napoli, membro Pdl della commissione parlamentare Antimafia, lo dice apertamente:”Il governo sta cercando di nascondere la verità sulle navi dei veleni, e su quella di Cetraro in particolare. Si vogliono coprire segreti di Stato, e la strada scelta è quella del silenzio. O peggio ancora, di dichiarazioni che non stanno in piedi”. Parole che arrivano dopo giornate intense. La settimana scorsa Pippo Arena, il pilota del congegno sottomarino che il 12 settembre aveva filmato la nave sui fondali calabresi, ha dichiarato a “L’espresso” che “due stive erano completamente piene”. Poi è stato il turno del ministero dell’Ambiente, che ha pubblicato on line le immagini girate a fine ottobre su quello che ha presentato come il piroscafo Catania. Infine è spuntata, tra politici e ambientalisti, l’ipotesi che nel mare di Cetraro ci siano non uno, ma più relitti. “Il che potrebbe giustificare la fretta di voltare pagina del ministro dell’Ambiente”, dice l’onorevole Napoli.
Un’accusa pesante, la sua: su cosa si basa?
“Penso, per esempio, a cosa è successo il 27 ottobre quando è stato ascoltato dalla commissione Antimafia il procuratore nazionale Piero Grasso. Appena gli ho posto domande vere, scomode, il presidente della commissione Beppe Pisanu ha secretato la seduta…”.
Si può sapere, nei limiti del lecito, quali argomenti toccavano le sue domande?
“Chiedevo chiarezza sul ruolo dei servizi segreti in questa vicenda. Domandavo come potesse il pentito Francesco Fonti, che non è della zona, indicare il punto dove si autoaccusa di avere affondato una nave, e farlo effettivamente coincidere con il ritrovamento di un relitto. Volevo che superassimo le ipocrisie, insomma. Anche riguardo al memoriale del pentito, che è stato custodito per quattro anni, dal 2005, nei cassetti della Direzione nazionale antimafia senza che nessuno facesse verifiche”.
Il ministero dell’Ambiente ha pubblicato sul suo sito le riprese della nave affondata a Cetraro. Non basta?
«Può bastare un filmino in bassa risoluzione che, quando clicchi, si apre su YouTube? Non scherziamo. E aggiungo: poniamo anche che le stive risultino vuote. Dov?è finito il carico visto dal pilota il 12 settembre?». Un dato è certo: alle 12,56 del 27 ottobre, il ministro Prestigiacomo ha detto che il robot aveva già svolto «le misurazioni e i rilievi fotografici del relitto».
Ed è stata smentita due volte: alle 13,12 dello stesso giorno dalla società Geolab che svolgeva il lavoro («Abbiamo fatto solo rilievi acustici»); poi in diretta a Sky da Federico Crescenti, responsabile del Reparto ambientale marino delle capitanerie di porto, il quale ha spiegato che le operazioni in acqua del robot sono iniziate la sera del 27.
«Dico di più. Sempre il 27 ottobre, la direzione marittima di Reggio Calabria ha trasmesso alla commissione Antimafia una mappa con i punti di affondamento di 44 navi lungo le coste italiane. Guarda caso, in Calabria ci sono nove croci senza nome…».

Rilancerà questo elemento in commissione Antimafia?

«Certo. Ma è difficile che un governo smascheri ciò che un altro governo ha occultato. C’è l’interesse bipartisan ad andare oltre, a dimenticare che il pentito Fonti parla di legami con ex democristiani e socialisti ancora attivi. Ricordiamo che il sottosegretario agli Esteri, in questo governo, fa di nome Stefania e di cognome Craxi».
Quindi?
«Basta con i segreti. Il governo vuole chiudere il caso Cetraro? Renda pubbliche le immagini satellitari dei traffici avvenuti nei mari italiani tra gli anni Ottanta e Novanta. La verità c’è già: basta avere voglia di vederla».

Una nave e mille misteri | L’espresso

Sempre maggiori dubbi sulle smentite delle autorità. Ma stanno forse giocando con la salute dei cittadini? Il dubbio è forte.

Fonte: Una nave e mille misteri | L’espresso.

di Riccardo Bocca

Dopo i rilievi eseguiti, per il ministro e il procuratore Grasso il caso del relitto dei veleni è risolto. Eppure troppi sono ancora i dubbi. E si parla già di depistaggio

La sera di venerdì 30 ottobre, l’emittente calabrese Telespazio trasmette una puntata davvero speciale del talk show “Perfidia“. In studio, c’è un gruppo di pescatori della costa tirrenica per parlare dei fondi a loro sostegno, dopo il crollo delle vendite dovuto al caso “navi dei veleni”. Uno dei pescatori, Franco, non è però d’accordo. Ha saputo che il giorno prima, nel corso di una conferenza stampa, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, hanno tranquillizzato tutti: «Il caso è chiuso», ha detto Grasso. La nave di cui il mondo intero ha parlato, a 480 metri di profondità nelle acque davanti a Cetraro, non è la pericolosa Cunski affondata dal pentito Francesco Fonti. «Si tratta del piroscafo Catania», ha spiegato Prestigiacomo, «costruito a Palermo nel 1906 e silurato il 16 marzo 1917 da un sommergibile tedesco ». Risultato: a bordo non ci sono fusti radioattivi, anzi la stiva è vuota e non c’è rischio per la popolazione.
I pescatori, Franco compreso, dovrebbero sentirsi sollevati: fine della paura, riprende la pesca. Invece no. Franco s’infuria e urla: «Negli anni Novanta c’erano sei o sette pescherecci a Cetraro, e due sono andati (quella notte con Fonti) a mettere la dinamite!». A questo punto, nello studio scende il gelo. Gli altri pescatori sono spiazzati ma lui continua, invitando la magistratura a indagare, «a mettere sotto torchio» chi andava per mare in quel periodo.

Il giorno dopo, la cassetta del programma viene acquisita dal procuratore capo di Paola Bruno Giordano. Intanto monta l’angoscia del pescatore Franco, isolato da colleghi e parenti. «La verità non interessa a nessuno», si lamenta con un cronista.

E non è l’unico, in Calabria, a pensarla così. Nei giorni scorsi, il deputato Franco Laratta (Pd) si è definito «sconcertato» dalla situazione. Di più: ha sollevato il dubbio che «qualcuno ci stia prendendo in giro, con depistaggi e mezze verità» tra «notizie parziali, fatti contraddittori ed eventi prima affermati e poi negati nelle e fra le istituzioni». Una sequenza di stranezze che parte il mattino del 27 ottobre, quando il procuratore Grasso si presenta alla commissione parlamentare Antimafia e dice: «Proprio stamane, mi è stato comunicato che gli ultimi riscontri non danno la certezza che si tratti proprio della Cunski, anche se il castello sembra essere compatibile con l’indicazione che viene da Fonti». L’altra ipotesi in campo, aggiunge, «è che si tratti del piroscafo Cagliari», affondato a inizio anni Quaranta.

//

Tutto chiaro? Al contrario. Passano poche ore, e alle 12,56 l’agenzia Adnkronos batte una nota del ministro Prestigiacomo: «Il relitto al largo di Cetraro non corrisponde alle caratteristiche della Cunski. Il Rov, il robot sottomarino, ha già svolto le misurazioni e i rilievi fotografici del relitto». Detto questo, le indagini continueranno «con il prelievo di sedimenti dai fondali, carotaggi in profondità e prelievi di campioni dai fusti». Informazioni nette, inequivocabili.

Che vengono smentite, però, alle 13,12: un quarto d’ora dopo. «Finora abbiamo fatto solo esplorazioni acustiche », affermano i proprietari della nave Mare Oceano (che sta svolgendo le analisi a Cetraro, e che risulta dell’armatore Diego Attanasio, coinvolto dall’avvocato David Mills nel processo in cui è stato condannato per aver mentito su Silvio Berlusconi in cambio di denaro). «Il Rov», aggiunge la Geolab, «farà altre esplorazioni acustiche e poi quelle visive. Non ci sentiamo di dire con certezza che quella possa o non possa essere la nave Cunski: per noi è ancora troppo presto».

Com’è possibile tanta confusione? Perché il procuratore Grasso si sbilancia a indicare all’Antimafia il nome di un relitto sbagliato? E perché il ministro Prestigiacomo parla di rilievi avvenuti, se chi li compie deve ancora iniziare?

Difficile capirlo. Come difficili da interpretare sono le altre sfasature di questa storia. A partire dalle caratteristiche della nave Catania, che stridono con i rilievi svolti sul relitto scoperto il 12 settembre al largo di Cetraro. In quell’occasione fu calcolata una lunghezza tra i 110 e i 120 metri, una larghezza di circa 20 e un’altezza di fiancata attorno ai 10. Ora, invece, basta iscriversi al sito sui disastri navali www.wrecksite.eu, per verificare che la Catania è lunga 95,8 metri, larga 13 e alta 5,5 (dati confermati anche dal sitowww.uboat.net e dal sito www.miramarshipindex.org.nz di Rodger Haworth, per mezzo secolo membro della World ship society). Insomma i numeri non quadrano: nemmeno con la conferenza stampa del 29, dove viene indicata una lunghezza di 103 metri.

Utile sarebbe, con queste premesse, sentire la versione del ministro Prestigiacomo, ma la richiesta di un’intervista cade nel vuoto. Ed è un peccato, perché c’è un altro elemento cruciale, che andrebbe chiarito. Nel senso che non coincidono il punto dove a settembre è stato individuato il relitto della presunta Cunski (latitudine 39º28’50″N, longitudine 15º41’E) e quello più a nord dov’è affondata nel 1917 la Catania (secondo tutte le fonti accessibili, latitudine 39º 32’N e longitudine 15º 42′).Lo scarto è di 3 miglia e mezzo: «Considerevole », dicono gli esperti: «Tanto da escludere una repentina deriva, causa correnti, nella discesa verso il fondo». Il sospetto, sussurrato da alcuni investigatori, è che il profilo della Catania non combaci con quello del relitto trovato a settembre. E ancora peggio: che qualcosa non convinca nelle comunicazioni della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, responsabile dell’inchiesta sulle navi dei veleni. Nella conferenza stampa del 29 ottobre, infatti, il vice procuratore Giuseppe Borrelli ha detto che «la stiva della nave» al largo di Cetraro era «vuota». Ma Pippo Arena, titolare della società Arena Sub e pilota del Rov nella prima ispezione alla presunta Cunski, lo smentisce: «La nave che ho ispezionato io aveva due stive. Ed erano piene, tanto che un pesce cercava di entrare e non riusciva».

Cos’ha provocato l’assoluta discrepanza tra il ricordo del pilota e le affermazioni del vice procuratore? E come va interpretata l’altra uscita della Dda di Catanzaro, pubblicata dal “Quotidiano della Calabria”? Stavolta a parlare è il procuratore capo Vincenzo Antonio Lombardo, il quale racconta che attorno alla nave c’era «una folta vegetazione» oltre a vari pesci. «Lo abbiamo visto dalle immagini (…). Ci fosse stata radioattività, tutto questo non sarebbe stato presente. La radioattività, infatti, provoca una forma di desertificazione ». Parole rassicuranti, quelle di Lombardo, perfette per placare la rabbia della popolazione locale.

Ma non condivise da Roberto Danovaro, ordinario di Biologia marina all’Università politecnica delle Marche: «È impossibile che il relitto, a quasi 500 metri di profondità, sia coperto da vegetazione», assicura: «A quella profondità, la mancanza di luce impedisce la vita di alghe o piante marine».

Non stupisce, dopo queste parole, che il consigliere calabrese Maurizio Feraudo (Idv) abbia lanciato l’ipotesi di un «colossale depistaggio». E che il Wwf scriva al ministro Prestigiacomo e al procuratore Grasso per chiedere «una perizia comparata tra il video del Rov incaricato da Regione e Arpacal (a settembre), e quello «della nave incaricata dal ministero dell’Ambiente (che ha smentito il pericolo, ndr)». Sicuramente tutto risulterà perfetto, ma al momento niente torna.

Il documento segreto del 2006 “A largo di Cetraro le navi sono tre” – cronaca – Repubblica.it

Dunque parrebbe che le smentite governative siano la solita balla…

CETRARO – Un documento inedito. E’ la parte segreta di una seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Un documento ufficiale dove si dice che le navi sono tre, non una. E che sono stati pescati fusti in mare. Ma nessuna delle tre navi corrisponde alle misure e alla profondità del “Catania”, il relitto della prima guerra mondiale ritrovato proprio dove si credeva potesse esserci una nave dei veleni. Così, quello che dopo la dichiarazione di chiusura del caso di Cetraro, sembrava una mera ipotesi, oggi ritorna a prendere corpo. Come resta, nero su bianco, il verbale che riporta tracce di cesio rinvenute nei pesci. Analisi, lo ricordiamo, scomparse nel nulla.

Fonte: Il documento segreto del 2006 “A largo di Cetraro le navi sono tre” – cronaca – Repubblica.it.

ComeDonChisciotte – E SE FOSSE L’OLANDESE VOLANTE ?

Le autorità dichiarano che il relitto trovato al largo di Cetraro in calabria non sia quello del Cunsky, la nave dei veleni fatta affondare per smaltire in fondo al mare il suo carico tossico, ma una nave molto più vecchia, affondata nel 1917.

Carlo Bertani spiega come la dichiarazione delle autorità sia l’ennesima e incosciente frottola disinformativa.

Anzichè pensare a come bonificare le autorità insabbiano la verità e sperano che i morti per l’inquinamento non facciano notizia. Vergogna, fuori la mafia dallo stato!

Fonte: ComeDonChisciotte – E SE FOSSE L’OLANDESE VOLANTE ?.

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com/

Gentile Ministro Prestigiacomo,
quella che può osservare nella fotografia, sarebbe il relitto scovato dalla nave oceanografica “Mare Oceano” al largo di Cetraro, in Calabria. Molto probabilmente lo è, perché la nave “Città di Catania” (all’epoca si apponeva sempre, prima, la locuzione “Città di”) fu affondata nel Marzo 1917 da un sommergibile tedesco – all’Ufficio Storico della Marina lo confermeranno di certo – e siamo dunque felici che la “Città di Catania” (proveniente dall’India e diretta a Napoli) sia stata finalmente ritrovata.
Siamo un po’ più freddi, invece, al riguardo della “cessata emergenza” diramata ai quattro venti poiché – a nostro avviso – la conclusione ci sembra cozzare contro le più elementari regole della logica.
Soprattutto della logica delle costruzioni navali.
Partiamo dall’inizio.

La presunta “nave dei veleni”, individuata dalla ricerca finanziata dapprima dalla Regione Calabria, doveva essere la Kunsky (che risultava, invece, demolita in Oriente ma, sulle pratiche di demolizione in quelle aree, meglio non fare troppo affidamento) ed invece si scopre che è un relitto italiano risalente alla Prima Guerra Mondiale. Le vendite di pesce sono crollate dell’80%, ed è dunque un bel sollievo sapere che si tratta di un innocente piroscafo italiano.
Ci sono, però, alcune discrepanze fra le due descrizioni, che saltano agli occhi.
Nelle risultanze pubblicate sui primi rilevamenti – quelli ordinati dalla Regione Calabria – si dice che:

E’ lei. E’ la nave descritta dal pentito di mafia Francesco Fonti. E’ come e dove lui aveva indicato. Sotto cinquecento metri di acqua, lunga da 110 a 120 metri e larga una ventina, con un grosso squarcio a prua dal quale fuoriesce un fusto. Si trova venti miglia al largo di Cetraro (Cosenza). I fusti sarebbero 120, tutti pieni di rifiuti tossici [1].

Ci sono dei fusti. Fusti in metallo, ovviamente. Peccato, Ministro Prestigiacomo, che lo stivaggio di materiali in fusti metallici non fosse assolutamente in uso agli inizi del ‘900: all’epoca, tutto veniva stivato in barili di legno, tanto che le tabelle d’armamento, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, prevedevano che a bordo vi fosse almeno un mastro bottaio con alcuni aiutanti. Controlli, la prego.
Ci sono dei fusti nei pressi della “Città di Catania”? Approfondisca.

Altro capitolo che non ci convince riguarda le dichiarazioni della “Grande Silenziosa”, la Regia Mar…pardon, oggi Marina Militare Italiana:

Di certo i misteri che hanno sempre avvolto questa vicenda non lasciano sperare bene. Come aveva già confermato la Marina Militare, nella zona – siamo a venti miglia al largo di Cetraro (CS) – non ci sono relitti bellici né della prima né della seconda guerra mondiale. [2]

Ohibò, vuoi vedere che alla gloriosa Marina Italiana era sfuggita la povera “Città di Catania”? Oppure qualcuno se n’era scordato? Per di più: una nave che porta il nome della sua città natale…
Insomma: furono oppure no affondate navi, per eventi bellici, nel mare di Cetraro? Controlli, la prego: se desidera, posso inviarle i riferimenti dell’Ufficio Storico della Marina, ma sono certo che lei già li possiede.

Se il mistero dei fusti e dei barili, più le incertezze della Marina, ancora non la convincono, le sottoponiamo la relazione stesa durante i primi rilevamenti:

L’epoca della costruzione della nave affondata, secondo quanto emerso dai primi rilievi, risalirebbe agli anni `60-´70. Secondo quanto riferito dal procuratore Bruno Giordano, infatti, non sarebbe visibile la bullonatura, il che indurrebbe a pensare che sia stata costruita in quegli anni. Il relitto è coperto da numerose reti da pesca [3].

Non vorremmo tediarla con inutili dissertazioni sulle costruzioni navali, ma vorremmo ricordarle – questa è Storia, non invenzioni – che le prime navi a non avere bulloni per collegare le lamiere alle ordinate furono le corazzate “tascabili” tedesche della classe Admiral Graf von Spee (più precisamente, Admiral Graf von Spee, Admiral Scheer e Deutschland, poi Lützow), le quali – dovendo sottostare ai limiti imposti dalle Conferenze Navali di Londra e Washington – non potevano dislocare più di 10.000 tonnellate.
I tedeschi, per risparmiare il peso dei bulloni, “inventarono” la saldatura della lamiere alle ordinate, il che consentì di costruire navi con cannoni di maggior calibro (280 mm) al posto dei 203 mm dei “classici” incrociatori pesanti da 10.000 tonnellate.
Tutto questo, per dirle che – come afferma il Procuratore di Paola – se la nave in questione non ha bulloni nello scafo, non può essere la “Città di Catania” (varata nel 1906, quando si “bullonava” sempre, da non confondere con l’omonima nave affondata in Adriatico durante il secondo conflitto mondiale), ma un’altra. Che la Kunsky sia solo un poco più in là? Perché chiudere così frettolosamente le indagini? “Caso chiuso”: così in fretta?

Rimane il mistero del Cesio 137 ritrovato nei molluschi [4], proprio in quel mare: siccome il Cesio 137 non si trova in natura, chi ce lo avrà messo? Lei ha un’idea? Che siano stati gli iraniani?

Le ricordo, infine, che le precedenti rilevazioni stabilirono che – nel mare di Cetraro – il SONAR aveva individuato ben sette “macchie scure”, che non indicano necessariamente una nave, ma che forniscono alte probabilità che lo siano.
Ciò che insospettisce, è che la notizia fu pubblicata da AdnKronos e – proprio mentre scrivevo questo articolo – è sparita! Sì, ritirata dal circuito!
Credo che, anche per lei, la cosa risulterà assai strana.
Non vorremmo che, per correre dietro all’urgenza economica di garantire la pesca, per ovviare alle proteste dei pescatori e per tacitare chi fa “allarmismo”, aveste semplicemente scambiato una nave per un’altra. Capita. In fin dei conti, quel che conta è la verità mediatica: il resto…

Provi a rifletterci un poco; se mai, chieda lumi a Bertolaso ed alla Marina: vedrà che – con un poco di calma e di riflessione – tutto si chiarirà. Come sempre, in Italia.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/10/e-se-fosse-lolandese-volante.html
30.10.2009

Articolo liberamente riproducibile nella sua integrità, ovvia la citazione della fonte.

[1] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/nave-veleni/trovata/trovata.html
[2] Ibidem.
[3] Fonte: Il Secolo XIX – 12 Settembre 2009.
[4] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/nave-veleni/risultato-indagini/risultato-indagini.html

Navi dei veleni – Non lasciamo sola la Calabria : Pietro Orsatti

Navi dei veleni – Non lasciamo sola la Calabria : Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti Editoriale su Terra

Oggi ad Amantea la società civile scende in piazza per chiedere risposte e atti concreti. Perché la società calabrese ha memoria. E vive i segni della memoria sulla propria pelle, abbandonata in un limbo di inazione, il rifiuto di fatto del di intervenire, sola davanti alla devastazione del proprio territorio e dei propri mari. Perché tutti sapevano, da almeno 14 anni, che i mari di Calabria si sono trasformati in un cimitero di navi a perdere, di carrette fuori corso riempite di scorie e rifiuti tossici e affondate. Ottenendo due risultati: smaltire a basso costo rifiuti pericolosi e truffare le assicurazioni. Un mix di imprenditori senza scrupoli, trafficanti, mafiosi, pezzi di istituzioni che non hanno vigilato. Tutti sapevano. Perché ora non si può più negare l’evidenza, dopo il ritrovamento della Cunsky nelle acque di Cetraro nel Tirreno. Da quando la Rosso (già Jolly Rosso, dell’armatore Messina già coinvolto per traffico di rifiuti) spiaggiò sulle coste calabresi e nella cabina del comandante venne trovata un’agenda con longitudine e latitudine e accanto scritto: «La nave è affondata». Si trattava della Rigel. Una commissione d’inchiesta ottenne i fondi per ricercarla nello Jonio al largo di Capo Spartivento, ma l’azienda che aveva
ottenuto l’appalto, che più tardi si scoprì legata ai servizi, non riuscì a individuarla. Tutti sapevano che i rifiuti partivano dalla Liguria, in parte finivano nel Mare nostrum e in parte in Paesi come la Somalia. Si chiamano triangolazioni. Si prende un pezzo di mare o di terra (e mai fondali furono così propizi come quelli di Bosaso in Somalia), lo si paga a un signore locale della guerra con denaro e armi, finanziando così una bella carneficina. E chi sopravvive si becca gli effetti delle scorie. Tutti sapevano, anche Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che proprio a Bosaso
girarono l’ultimo servizio sui traffici di armi e rifiuti. Un servizio che non è mai andato in onda. Uccisi perché sapevano. Depredati del loro perché scomodo, non raccontabile. Il legame è così palese, evidente. Oggi si saprà, finalmente, chi vuole la verità. Chi la vuole davvero. Anche nella politica. Oggi si conteranno più le assenze che le presenze. E quella del centrodestra, che ha deciso di nascondere la testa sotto la sabbia non aderendo alla manifestazione di Amantea dice più di tanti discorsi. Tutti sapevano, anche se adesso qualcuno cerca di negare. La storia delle navi a perdere è il paradigma di questo Paese, dove sapere non conta nulla. Se non quando la situazione è precipitata.