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Intervista a Jean Ziegler: povertà e globalizzazione

Fonte: Intervista a Jean Ziegler: povertà e globalizzazione.

Di seguito l’intervista del sociologo svizzero e consulente Onu Jean Ziegler rilasciata nel 2005 al giornalista Giuseppe Accardo durante la presentazione del suo ultimo libro “ L’impero della vergogna” al canale televisivo francese TV5

Traduzione dal testo francese di Manuel Antonini

D. Il suo libro si intitola L’impero della vergogna. Qual è questo impero? Perché “della vergogna”? Qual è questa vergogna?

Nelle favelas del nord del Brasile, capita alle madri, la sera, di mettere dell’acqua nella pentola e di infilarci delle pietre. Ai loro figli che piangono per la fame, spiegano che “presto la cena sarà pronta…”, sperando che nel frattempo i ragazzi si addormentino.
Provi a misurare la vergogna provata da una madre davanti ai suoi figli vittime della fame e che lei è incapace di nutrire.
L’ordine omicida del mondo – che uccide attraverso la fame e l’epidemia 100.000 persone al giorno – non provoca solamente la vergogna tra le sue vittime, ma anche fra di noi, occidentali, bianchi, dominatori, che siamo i complici di questa ecatombe, coscienti, informati e, tuttavia, silenziosi, vigliacchi e paralizzati.
L’impero della vergogna? Ecco ciò che potrebbe essere questo impero generalizzato del sentimento di vergogna provocato dall’inumanità dell’ordine mondiale. Infatti, egli rappresenta l’impero delle multinazionali private, dirette dai cosmocrati (cosmocrates). Le 500 più potenti tra queste l’anno scorso (2004 n.d.r.) hanno controllato il 52% del prodotto mondiale lordo, ossia di tutta la ricchezza prodotta sul pianeta.

D. Nel libro lei parla di “violenza strutturale”. Che cosa significa?

Nell’impero della vergogna, governato da pochi ben organizzati, la guerra non è più episodica, è permanente. Non costituisce più una crisi, una patologia, bensì la normalità. Non equivale più all’eclisse della ragione, come affermava Horkheimer, ma è la ragione d’essere dell’impero.
I signori della guerra economica hanno messo il pianeta in scacco. Attaccano i poteri normativi degli stati, contestano la sovranità popolare, sovvertono la democrazia, devastano la natura, distruggono gli uomini e le loro libertà. La liberizzazione dell’economia, la mano invisibile del mercato sono la loro cosmogonia; la massimizzazione del profitto, la loro pratica.
Chiamo violenza strutturale questa pratica e questa cosmogonia.

D. Parla anche di una “agonia del diritto”. Che cosa intende dire con questa espressione?

Ormai la guerra preventiva senza fine, l’aggressività permanente dei signori, l’arbitrio, la violenza strutturale regnano senza ostacoli. La maggior parte delle barriere del diritto internazionale affondano. L’Onu stessa è esangue. I cosmocrati sono al di sopra della legge.
Il mio libro è il racconto del crollo del diritto internazionale, citando numerosi esempi tratti direttamente dalla mia esperienza di consulente speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione.

D. Lei considera la fame come un’arma di distruzione di massa. Quale soluzione suggerisce?

Con il debito internazionale, la fame è l’arma di distruzione di massa che serve ai cosmocrati per stritolare – e per sfruttare – i popoli, specialmente nell’emisfero Sud del mondo. Un insieme complesso di misure, immediatamente realizzabile e che descrivo nel libro, potrebbe rapidamente mettere un termine alla fame. E’ impossibile riassumerle in una frase.
Una cosa, però, è certa: l’agricoltura mondiale, nello stato attuale della sua produttività, potrebbe soddisfare il bisogno di cibo in un numero doppio rispetto all’umanità presente oggi nel mondo. Non esiste alcuna fatalità: la fame è una questione che riguarda l’uomo.

D. Certi paesi sono oppressi da un debito che lei definisce odioso. Che cosa intende dire con la formula “debito odioso” e quale può essere una soluzione?

Il Rwanda è una piccola repubblica di 26.000 km2, posta sulla cresta dell’Africa centrale, che separa le acqua del Nilo e del Congo e coltiva the e caffè. Da aprile a giugno del 1994, un genocidio terribile, organizzato dal governo hutu alleato alla Francia di François Mitternad, ha provocato la morte di oltre 800.000 uomini, donne e bambini tutsi (e hutu moderati n.d.r.). I macheti che servirono per i massacri sono stati importati dalla Cina e dall’Egitto, e finanziati, fondamentalmente, dal Crédit Lyonnais. Oggi, i sopravvissuti, dei contadini poveri come Job, devono rimborsare le banche e i governi creditori perfino dei crediti che sono serviti per l’acquisto dei macheti dei genocidari.
Ecco un esempio di debito odioso. La soluzione passa per l’annullamento immediato e senza compromessi o, per cominciare, da un esame del debito, come suggerito dall’Internazionale socialista o come ha fatto in brasile il presidente Lula, per rinegoziarlo in seguito voce per voce. In ogni voce ci sono infatti elementi delittuosi – corruzione, eccesso di fatturazione, etc. – che devono essere ridotti. Delle società internazionali di esame, come PriceWaterhouseCooper o Ernst&Young, possono farsene carico, come fanno ogni anno con le verifiche dei conti delle multinazionali.

D. Lei cita più volte il presidente Lula da Silva come un modello. Che cosa della sua azione le inspira questa considerazione?

Provo a volte dell’ammirazione e dell’inquietudine considerando gli obiettivi politici e l’azione del presidente Lula: dell’ammirazione perché è il primo presidente brasiliano ad aver riconosciuto che il suo paese conta 44 milioni di cittadini gravemente e permanentemente malnutriti e ad aver voluto mettere un termine a questa situazione inumana; dell’inquietudine, perché con un debito estero di 235 miliardi di dollari Lula non ha i mezzi per porre fine a questa situazione.

D. Nel suo libro parla anche di una “rifeudalizzazione del mondo”. Cosa vuol dire?

Il 4 agosto 1789, i deputati dell’Assemblea Nazionale francese hanno abolito il regime feudale. La loro azione ha avuto una eco universale. Bene, oggi, noi assistiamo a un formidabile ritorno indietro. L’11 settembre 2001 non ha solamente fornito a George W. Bush l’occasione di estendere l’impero degli Usa sul mondo, ma l’evento ha anche giustificato la messa in scacco dei popoli dell’emisfero Sud per conto delle grandi società private transcontinentali.

D. Nel testo fa molto spesso riferimento alla Rivoluzione francese e a certi suoi protagonisti (Danton, Babeuf, Marat…): in cosa crede questa possa avere ancora qualcosa da apportare, due secoli dopo e in un mondo molto differente?

Basta leggere i testi! Il “Manifeste des Enragés” di Jacques Roux fissa l’orizzonte di qualsiasi lotta per la giustizia sociale planetaria. I valori fondatori della repubblica, o meglio, della civilizzazione tout court, risalgono all’epoca dei Lumi. Oggi l’impero della vergogna distrugge persino la speranza di concretizzare questi valori.

D. Accusa anche la guerra globale contro il terrorismo di togliere le risorse necessarie ad altri combattimenti più importanti, come quello contro la fame. Lei pensa che il terrorismo sia una falsa minaccia, coltivata da qualche stato? Se sì, che cosa glielo fa credere? Pensa inoltre che questa minaccia non sia reale o meriti un trattamento differente?

Il terrorismo di stato di Bush, Putin, Sharon è altrettanto detestabile del terrorismo dei gruppi jihadisti o di altri pazzi sanguinari di questo tipo. Sono due facce di una stessa barbarie. E sono reali sia l’una che l’altra, poiché sia Bush che Ben Laden uccidono. Il problema è sradicare il terrorismo: non può avvenire che con uno sconvolgimento totale dell’impero della vergogna. Solo la giustizia sociale planetaria potrà tagliare ai jihadisti le loro radici e privare i lacchè dei cosmocrati dei pretesti fondanti le loro risposte.

D. Nel 2002, lei è stato nominato consulente speciale dell’Onu per il diritto all’alimentazione. Quali riflessioni le ha ispirato questa missione?

Il mio mandato è appassionante: in totale indipendenza – responsabile davanti all’Assemblea generale dell’Onu e alla Commissione dei diritti dell’uomo – devo rendere valido giuridicamente, attraverso il diritto statuario o consuetudinario, un nuovo diritto dell’uomo all’alimentazione. E’ un lavoro di Sisifo! Avanza millimetro dopo millimetro. Il luogo centrale di questa lotta è la coscienza collettiva. Per molto tempo la morte degli esseri umani a causa della fame è stata tollerata in una sorta di normalità congelata. Oggi, è considerata intollerabile. L’opinione pubblica fa pressioni sui governi e sulle organizzazioni (WTO, FMI, Banca Mondiale etc.) affinché misure elementari siano prese per sconfiggere il nemico: riforme agrarie nel terzo mondo, prezzi adeguati pagati per i prodotti agricoli del Sud, razionalizzazione dell’aiuto umanitario in caso di improvvise catastrofi, chiusura della Borsa delle materie prime agricole di Chicago (che specula sui principali alimenti), lotta contro la privatizzazione dell’acqua etc.

D. Nel suo libro appare come un difensore della causa altermondialista, come un portavoce di questo movimento. Come mai interviene raramente nelle manifestazioni “alter” e che il movimento non vi considera generalmente come un intellettuale altermondialista?

In che senso? Ho parlato davanti a 20.000 persone al “Gigantino” di Porto Alegre nel gennaio del 2003. Mi sento come un intellettuale organico della nuova società civile planetaria, dei suoi molteplici fronti di resistenza, di questa formidabile fraternità della notte. Ma resto fedele ai principi dell’analisi rivoluzionaria di classe, a Jacques Roux, Babeuf, Marat e Saint-Just.

D. Sembra che lei attribuisca tutti i drammi del mondo alle multinazionali e ad una manciata di stati (Russia, Usa, Israele…): non è un po’ riduttivo?

L’ordine del mondo attuale non è solamente omicida, è anche assurdo. Uccide, distrugge, massacra, ma senza altra necessità che la ricerca del massimo profitto per qualche cosmocrate ossessionato dal potere e da un’avidità illimitata.
Bush, Sharon, Putin? Dei lacchè, degli ausiliari. Aggiungo un post-scriptum su Israele: Sharon non è Israele. E’ la sua perversione. Michael Warshavski, Lea Tselem, i “Rabbini per i diritti dell’uomo” e tante altre organizzazioni di resistenza incarnano il vero Israele, il suo avvenire. Meritano tutta la nostra solidarietà.

D. Crede che la morale abbia il suo posto nelle relazioni internazionali, che sono attualmente piuttosto dettate dagli interessi economici e geopolitici?

Non c’è scelta. O si sceglie per lo sviluppo e l’organizzazione normativa o si sceglie per la mano invisibile del mercato, la violenza del più forte e l’arbitrio. Potere feudale e giustizia sociale sono radicalmente antinomici.
“In avanti verso le nostre radici” esige il marxista tedesco Ernst Bloch. Se noi non restauriamo con tutta urgenza i valori dei Lumi, la repubblica, il diritto internazionale, la civilizzazione come noi li abbiamo costruiti negli ultimi 250 anni sono destinati a essere ricoperti, inghiottiti dalla giungla.

D. Da quando i talebani sono hanno lasciato il governo dell’Afghanistan, il Medio Oriente sembra essere attraversato da un’ondata di democratizzazione più o meno spontanea (elezioni in Afghanistan, in Iraq, in Palestina, apertura delle presidenziali ad altri candidati in Egitto…). Come giudica tutto questo? Crede che la democrazia possa essere esportata in questi paesi? O ritiene piuttosto che siano condannati ad avere regimi dispotici?

Non si tratta di esportare la democrazia. Il desiderio di autonomia, di democrazia, di sovranità popolare è consustanziale all’essere umano, quale che sia la regione del mondo dove egli è nato. Il mio amico e grande sociologo siriano Bassam Tibi vuole vivere in una democrazia e ne ha diritto. Ora, da oltre trent’anni, vive in Germania , esiliato dalla dittatura terribile che imperversa nel suo paese.
Elias Sambar, scrittore palestinese, un altro mio amico, ha diritto a una Palestina libera e democratica, non a una Palestina occupata, né ad una vita sotto la ferocia dei fondamentalisti islamici.
Tibi, Sambar ed io vogliamo la stessa cosa e ne abbiamo diritto: la democrazia. Il problema: la guerra fredda, la strumentalizzazione dei regimi al potere da parte delle grandi potenze ed infine la vigliaccheria dei democratici occidentali, la loro mancanza di solidarietà attiva e reale, fanno in modo che i tiranni del Medio Oriente, dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, della Siria, dei paesi del Golfo, dell’Iran hanno potuto durare fino ad oggi.

Voci Dalla Strada: EDUARDO GALEANO: “L’Ordine Criminale Del Mondo”

Secondo me con questi tre punti si cambia l’economia del pianeta e si mette fine all’ingiustizia:

1) Nazionalizzazione di tutte le banche per far diventare pubblici i profitti dovuti alla creazione del denaro tramite riserva frazionaria (1 euro viene moltiplicato per 50). A questo punto lo stato italiano con un capitale iniziale di 40 miliardi di euro, moltiplicandolo per 50 riuscirebbe ad annullare il debito pubblico di 2000 miliardi.

2) Azzeramento del tasso di interesse: con il meccanismo della riserva frazionaria le banche creano dal nulla il capitale ma non il denaro necessario a pagare gli interessi, per questo c’è la necessità della crescita infinita, perché bisogna creare sempre più ricchezza per pagare gli interessi. Se l’interesse fosse zero si bloccherebbe l’obbligatorietà della crescita che è impossibile in un sistema finito come il nostro pianeta.

3) Nazionalizzazione delle banche centrali, così che il reddito da creazione del denaro (signoraggio) diventi pubblico e non ci sia più bisogno per lo stato fare debito pubblico per comprare denaro dalla banca centrale.

DA VEDERE ASSOLUTAMENTE I DUE VIDEO QUI SOTTO

Voci Dalla Strada: EDUARDO GALEANO: “L’Ordine Criminale Del Mondo”.

ComeDonChisciotte – LE QUATTRO CRISI DURATURE DEL SECOLO: E’ COSÌ CHE VIVONO GLI UOMINI ?

Fonte: ComeDonChisciotte – LE QUATTRO CRISI DURATURE DEL SECOLO: E’ COSÌ CHE VIVONO GLI UOMINI ?.

DI CHEMS EDDINE CHITOUR
Mondialisation.ca

“Vedo una folla innumerevole d’uomini simili ed eguali che girano su sé stessi senza riposo, per procurarsi piccoli e volgari piaceri dei quali riempiono le loro anime. Ognuno di loro preso a parte è come estraneo al destino di tutti gli altri; i suoi bambini ed amici formano per lui tutta la specie Umana…”.
Alexis de Tocqueville, “De la démocratie en Amérique

Queste righe, scritte oltre 150 anni fa’ da Tocqueville, non fanno una piega; tanto da credere che non è il capitalismo ad essere degenerato nel corso del tempo, che esso sia stato originariamente contro il fattore umano. Vorrei interrogarmi sull’aspetto che mi sembra veramente importante: descriverlo come derivato, in ogni caso, dall’insaziabilità degli uomini che fanno di tutto per arricchirsi, quale che sia il prezzo materiale o morale da pagare. Fra gli indicatori dell’intollerabile ingiustizia alimentare, non si può non citare la stretta delle multinazionali sul mercato della fame.

Come scrive giustamente il sociologo e giornalista Esther Vivas:

« Il modello alimentare attuale, lungo tutta la catena dal produttore al consumatore, è sottomesso ad una forte concentrazione, monopolizzato da una serie di corporazioni agro-alimentari transnazionali, che fanno passare i loro interessi economici prima del bene pubblico e della comunità. Il sistema alimentare non corrisponde più, oggi, ai bisogni dell’individuo nella produzione durevole basata sul rispetto dell’ambiente. E’ un sistema il cui intero processo ha le sue radici nella logica capitalistica – la ricerca del massimo profitto, l’ottimizzazione dei costi, lo sfruttamento della forza lavoro. I bene comuni come l’acqua, le sementi, la terra, che da secoli appartenevano alle comunità, sono stati privatizzati, sottratti dalle mani del popolo e trasformati in moneta di scambio a disposizione di chi offre di più… Di fronte ad un simile scenario, i governi e le istituzioni internazionali sono legati ai disegni delle multinazionali e ne sono divenuti complici, complici di un sistema alientare legato ad una produzione non durevole e privatizzata. (…) »

Nell’affrontare il problema delle carestie ricorrenti, prosegue:

« La crisi alimentare che si è verificata nel corso degli anni 2007-2008, col forte aumento del prezzo degli alimenti di base, mette in evidenza la vulnerabilità estrema del modello agricolo alimentare attuale. Secondo la FAO, questa crisi alimentare ha ridotto alla fame 925 milioni di persone… (…) Tenuto conto di tali dati, non è sorprendente che un’ondata di rivolte della fame ha attraversato il Sud, perché sono proprio i prodotti dei quali si nutrono i poveri che hanno conosciuto i rialzi più importanti. (…) Il problema oggigiorno, non è la mancanza di cibo, ma l’impossibilità d’ottenerlo. In effetti, la produzione mondiale di cereali è triplicata dagli anni 1960, mentre la popolazione mondiale è solo raddoppiata. »

Da una crisi all’altra…

Questo aumento è dovuto ad altri fattori?

« E’ vero, prosegue Esther Viva, che le cause congiunturali permettono di spiegare in parte l’aumento spettacolare dei prezzi nel corso degli ultimi anni: la siccità ed altri fenomeni meterologici, legati ai cambiamenti climatici, hanno toccato i paesi produttori come la Cina, il Bangladesh, l’Australia (…) conseguenza degli investimenti nella produzione di combustibili alternativi d’origine vegetale. I biocarburanti hanno affamato i poveri. Nel 2007 negli Stati Uniti, il 20% della raccolta dei cereali sono stati impiegati per la produzione d’etanolo. Malgrado ciò la causa fondamentale rimane la speculazione, questo cancro finanziario dei tempi moderni. “Oggigiorno, si stima che una parte significativa degli investimenti finanzieri nel settore agricolo è di natura speculativa. Secondo le cifre più prudenti, si tratterebbe del 55% del totale di questi investimenti. (…) I paesi del Sud, che erano autosufficienti e disponevano anche di un eccedenza produttiva agricola di circa un miliardo di dollari solo una quarantina d’anni fa, sono divenuti oggigiorno totalmente dipendenti dal mercato mondiale ed importano in media per circa undici miliardi di dollari di cibo (…) » (4)

Affrontanto l’altra dimensione della crisi, Esther Vivas scrive:

« Il capitalismo ha dimostrato la sua incapacità di soddisfare i bisogni fondamentali della maggioranza della popolazione mondiale (un accesso al cibo, un’abitazione degna servizi pubblici d’educazione, sanità di buona qualità) ma anche la propria incompatibilità assoluta con la preservazione dell’ecosistema (perdita crescente della biodiversità, cambiamenti climatici in corso). Durante gli anni 2007-2008 scoppiò la crisi internazionale più importante dal 1929. La crisi delle ipoteche “subprime”, a metà del 2007, uno degli elementi scatenanti, che ha condotto al crollo storico dei mercati borsistici del mondo intero, a numerosi fallimenti finanziari, e all’intervento costante delle banche centrali nelle operazioni di salvataggio. » (5)

Eccoci così confermati nei nostri sospetti; le multinazionali, attraverso la loro politica senz’anima, si sono impadronite dell’agro-business, che non ha davvero un futuro roseo davanti a sé. Il segreto dei potenti della moneta lo è sempre di meno. Molti sanno che le crisi economiche mondiali non sono delle “tempeste perfette” sulle quali non possiamo nulla, ma piuttosto delle operazioni di grande respiro calcolate e eseguite per delle grandi banche che arrivano fino a minacciare gli stati di fallimento totale, pur di arrivare ai loro scopi.

Il giornalista Matt Taibbi descrive la Goldman Sachs, e inizia il suo articolo così:

« La prima cosa che dovete sapere di Goldman Sachs, è che essa è dappertutto. E’ la banca d’investimento più potente del mondo, è come una gigantesca piovra vampira che senza tregua infilza il suo sifone sanguinario in tutto ciò che ha l’odore dei soldi. Certi cervelli di Goldman Sachs hanno concepito ed eseguito tutte le crisi finanziarie a partire dagli anni ’20. Inoltre essa ha adoprato quasi sempre lo stesso procedimento: prima piazzandosi al centro di ogni bolla finanziaria, emettendo poi dei prodotti finanziari sofisticati concepiti, sin dal principio, per fallire. In seguito, fa in modo che la classi piccolo-borghesi (la gente comune) investano in tali prodotti condannati sin dall’inizio al fallimento. Poi è sempre la “Grande Banca” che finisce il lavoro facendo esplodere la bolla stessa, facendo sparire in un colpo solo moltissime piccole banche. Una volta che tutti sono stati impoveriti, e l’economia è all’agonia, la grande banca arriva trionfante, e ci offre di salvare l’economia, prestandoci a tassi d’interesse elevati i soldi che ha appena finito di succhiarci. E quindi il processo ricomincia da capo…».

Da ciò deriva che l’economia americana continua a governare il mondo, ma forse non per lungo tempo. Si sentono dei fremiti; sempre più paesi rimettono in causa tale supremazia che si fonda sul del vento. Certo, scrive Jochen Scholz, l’enonomia america è ancora la più importante del mondo, ma essa è fragile, avendo perduto la sua base industriale, in favore della creazione di valori di tipo finanziario. Ciò è stato reso possibile grazie al sistema mondiale che riposa sul dollaro, che ha permesso agli Stati Uniti d’avere un debito sempre più elevato verso il resto del mondo, permettendogli di delocalizzare la sua produzione all’estero, e d’incoraggiare il consumo fondato sul debito. Alla fine del 2008, il debito americano rappresentava il 70% del prodotto interno lordo. La rivendicazione di leadership formulata nel 1948 è stata rimessa in causa per la prima volta nel 1970 da Cnuded con l’iniziativa “New International Economic Order”. Il suo obiettivo era la dissoluzione del sistema di Bretton Woods (7). Ricordatevi: il presidente Boumediene portatavoce del Terzo Mondo alle Nazioni Unite ha perorato nel 1974 per un ordine più giusto.

Malgrado gli appelli di molte nazioni per un cambiamento del paradigma dell’architettura del sistema finanziario internazionale, anche da parte di paesi come la Francia, il sistema di Bretton Woods sembra avere ancora una rosea prospettiva davanti a sé. Ciò non impedisce alle nazioni appartenenti ai paesi emergenti di reclamare dagli Stati Uniti delle regole nuove.

« La Cina, scrive Jochen Scholz, il principale creditore degli Stati Uniti, non ha alcun desiderio di aggiungere altre obbligazioni americane al bilancio della sua Banca Centrale, obbligazioni senza valore alcuno, e riflette insieme agli altri stati asiatici a delle alternative al dollaro (…) I 6 stati dell’Organizzazione della cooperazione di Shanghai (OCS) e gli stati Bric hanno l’intenzione di realizzare le loro transazioni nelle proprie monete. Il mondo esterno non appartenente ai 950 milioni di occidentali si è risvegliato. Non accetta più una divisione durevole dell’economia mondiale fra ricchi e poveri, fra profittatori e mendicanti (…). La Cina domanda una moneta di riferimento mondiale che non sia controllata da alcuno stato in particolare (8)

Un’altra crisi che i paesi industrializzati e, in particolare gli scettici circa i mutamenti climatici, tentando di minimizzare col demonetizzare il GIC, che deve essersi sbagliato in alcune sue conclusioni e che è sfociato, come tutti sanno, al fallimento di Copenhagen, dove i paesi ricchi non hanno voluto cedere in nulla. In altri termini, i paesi industrializzati hanno esternalizzato una parte delle loro emissioni ai paesi emergenti, in particolare la Cina. Si deve rendere a Cesare il carbone che è di Cesare. La Cina è di gran lunga il principale importatore d’emissioni di CO2. Il 23% delle emissioni dei prodotti di consumo dei paesi sviluppati sono esportate vero i paesi in via di sviluppo. Alla crisi energetica, legata alla dipendenza dal consumo di combustibili fossili, farà seguito una crisi della biodiversità, con la scomparsa di specie animali e vegetali che potrebbe condurre alla “sesta grande estinzione” (9).

La crisi della “Civilizzazione”.

Quest’ultima crisi è allo stesso tempo antica e nuova, essa struttura l’immaginario dei paesi occidentali affonda le sue radici nell’arroganza dell’Occidente impregnata dal cristianesimo, al principio per necessità di causa, ma che successivamente si è scoperto un sacerdozio della religione del denaro. Per tutta la durata dell’avventura capitalistica vite sono state maciullate nel nome dell’interesse, guerre sono state fatte, un colonialismo dei più abietti è stato imposto a nazioni fragili, da parte delle patrie dei diritti dell’uomo europeo. Per Jean Ziegler, “ i popoli del terzo mondo hanno veramente ragione ad odiare l’occidente (…) Mettendo tutto a ferro e fuoco hanno colonizzato e sterminato le popolazioni che vivevano sulle terre dei loro antenati, in Africa, in Australia, in India… Tempo ne è passato da allora, ma i popoli si ricordano delle umiliazioni, degli orrori subiti in passato. Essi hanno deciso di chiedere conto all’Occidente”. Anche i diritti dell’Uomo – un’eredità del secolo dei Lumi – fanno parte del complotto. Mentre dovrebbero costituire “lo scheletro della comunità internazionale” e il “linguaggio comune dell’Umanità”, sono stati strumentalizzati dagli Occidentali a seconda dei loro interessi (10).

Un’analisi pertinente sul declino dell’Occidente, legato al fallimento del suo magistero morale è data dall’ambasciatore di Singapore Kishore Mahbudbani. In questo estratto magistrale, egli analizza il declino dell’Occidente: regresso demografico, recessione economica, perdita dei propri valori. Egli osserva i segni di uno sbilanciamento del centro del mondo occidentale verso oriente. Cita lo storico britannico Victor Kiernan e la sua opera “I Signori dell’Umanità” , Europa atteggiamento nei confronti del Mondo esterno nell’età dell’Imperialismo. Kiernan traccia il ritratto dell’arroganza del fanatismo attraversato da un raggio di luce eccezionale. La maggior parte del tempo, comunque, i colonialisti erano delle persone mediocri ma a causa della loro posizione e, soprattutto, del colore della pelle, erano in grado di comportarsi come signori delle creazione. In effetti l’atteggiamento colonialista rimane molto vivo agli inizi di questo 21mo secolo. (…) Il complesso di superiorità sussiste. «Tale tendenza europea di guardare dall’alto in basso, di disprezzare culture e società non europee, ha delle radici profonde nello psichismo europeo».

La dicotomia “The West and the Rest” (l’Ovest e il resto del mondo) oppure la prospettiva conflittuale formulata nel “The West against the Rest” (l’Ovest contro il resto del mondo) sembra essere sostenuta dal mito della guerra contro Al-Qaida. Non ci si deve meravigliare in tali condizioni, di vedere protrarsi delle situazioni dantesche, come l’arroganza dei ricchi nei confronti dei poveri. Santiago Alba Rico ne da’ un esempio recente, come quello di una crociera di lusso che getta l’ancora … ad Haiti, proprio nel momento del terremoto:

«Verso le dieci del mattino, il 19 gennaio scorso, la Liberty of the Seas, uno degli yachts pià lussuosi del mondo sbarcherà i proprio passeggeri nell’idilliaco porto di Labedee. Accolto al suono di una musica folcloristica incantatrice, con dei rinfreschi… Questo sogno materializzato, questo ritorno civilizzato nel biblico giardino dell’Eden, è tuttavia collegato ad un altro mondo di perduta innocenza e di crudeltà antidiluviana. Una sottile separazione, una trasparenza dura e invalicabile lo spearava da questo altro mondo. E in effetti, dall’altro lato del muro di tre metri d’altezza, irto di filo spinato e sorvegliato da guardie armate, non si era al 19 gennaio, ma al 12, non erano le dieci del mattino, ma alle cinque del pomeriggio, non si era a Labedee, ma ad Haiti e la terra tremava, le case crollavano, i bambini piangevano e migliaia di sopravvissuti frugavano fra le rovine per cercare i cadaveri, e un po’ di cibo». (12)

« (…) Qual è il diritto dei sopravvissuti a sopravvivere ai morti? Del diritto datoci dalla certezza inesorabile della nostra propria morte. (…) Con che diritto gli Stati Uniti ridono ai funerali in Haiti? (…) Ebbene, la mondializzazione capitalistica consiste – da un punto di vista antropologico – nel fatto che le classi medie dell’occidente, attraverso il turismo e la televisione, ci vadano a ridere a gola spiegata, a bere e a ballare…» (13)

Alba Rico conclude in maniera pertinente:

« Noi siamo qui perché siamo più ricchi e più potenti e questo è la stessa cosa per i buoni sentimenti; ma se noi siamo, in più, maleducati e volgari, se ridiamo ai funerali, è perché siamo convinti che, contrariamente agli haitiani e agli indonesiani, noi non moriremo. (…) La volgarità, la mancanza di rispetto, la maleducazione sono divenuti quasi degli imperativi morali. Può questo meravigliarci, dal momento che quando si tratta di “salvare il mondo”, l’occidente si affretta ad inviare marines e turisti?» (14)

Alexis de Tocqueville aveva misurato, ai suoi tempi, l’estensione dell’invisibile tela imbastita dal capitalismo che macina le individualità. Ascoltiamolo:

« (…) Per quanto riguarda i suoi concittadini, è accanto a essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente; non esiste che in sé stesso e per sé stesso solamente, e se gli resta ancora una famiglia, possiamo dire che non ha più patria. Al di sopra di tutto s’eleva un potere immenso e protettore, che s’incarica di assicurare i loro godimenti e di vegliare sulla loro sorte. (…) Ma può esso privarli interamente del problema di dover pensare e della pena di vivere? » (15)

Argon ai suoi tempi scriveva, di fronte all’anomia del mondo: « E’ così che gli uomini vivono?» La sua inquietudine rimarrà senza risposta

NOTE

1. Esther Vivas : http://esthervivas.wordpress.com/ Inprecor, n. 556-557, janvier 2010 : http://www.legrandsoir.info/Les-contradictions-du-systeme-alimentaire-mondial.html

2. Ibid.

3. Ibid

4. Ibid.

5. Ibid.

6 .Matt Taibbi : Vers une autre crise économique signée Goldman Sachs http://infodesderniershumains.blogspot.com/ mardi 9 mars 2010

7.Jochen Scholz. http://www.horizons-et-debats.ch 19 Mars 2010

8. Ibid.

9. Grégoire Macqueron, Futura-Sciences http://m.futura-sciences.com/12 mars 2010

10 .Jean Ziegler : La haine de l’Occident. Albin Michel. 2008

11 .Kishore Mahbubani : The Irresistible Shift of Global Power to the East. 2008

12 .S.Alba Rico http://www.legrandsoir.info/De-quel-droit-survivons-nous-aux-morts.html6

13. Ibid.

14. Ibid.

15. Alexis de Tocqueville : De la démocratie aux Amérique.

Titolo originale: “Les quatre crises durables du siècle Est-ce ainsi que les Hommes vivent? “

Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link
22.03.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FILIPPO

ComeDonChisciotte – LE GUERRE PIÙ CRUENTE DELLA STORIA: L’IMPORTANZA POLITICA DI GANDHI

Fonte: ComeDonChisciotte – LE GUERRE PIÙ CRUENTE DELLA STORIA: L’IMPORTANZA POLITICA DI GANDHI.

DI NILOUFER BHAGWAT
Global Research

In tutto il mondo la situazione è davvero apocalittica. Stiamo assistendo ad un collasso finanziario ed economico di regioni che storicamente devono molto allo sviluppo capitalistico e allo stesso tempo alle guerre più cruente della Storia, alla ricolonizzazione e alla distruzione di stati-nazione in tutti i continenti, all’aggressione di mercati, piani e spazi economici di interi Paesi con il preciso scopo di eliminare in massa la popolazione civile considerata d’intralcio all’uso e al consumo delle risorse.

Nonostante siano stati invasi o occupati numerosi Paesi (compresi, fra gli altri, Palestina, Congo, ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Somalia, Yemen, Haiti) e nonostante Iran, Russia e Cina siano stati direttamente minacciati o individuati come obiettivi futuri, oggi non è stato ancora fatto alcun serio tentativo di promuovere una comprensione politica di imperialismo e fascismo – estensioni del capitalismo – nonostante il grande coraggio e il successo e dei movimenti politici e delle forze di resistenza. Di conseguenza, sempre più Paesi sono distrutti da aggressioni militari o soccombono a intestini golpe fascisti. Questo fallimento ideologico del cittadino politicamente consapevole è fatale, a lungo andare, per l’indipendenza politica dei cittadini e delle società; inoltre, anche in quei governi instaurati dopo rivoluzioni storiche, esso ha già seriamente indebolito la capacità di organizzare una determinata opposizione nazionale ed internazionale che sconfigga l’offensiva propagandistica conseguente l’aggressione militare, che ora è globale.

Accanto ad altre società, l’India e la sua popolazione sono ancora una volta prede economiche e finanziarie per compagnie multinazionali globali e indiane, proprio mentre tre comitati governativi indiani mettono in luce che più di un terzo della popolazione indiana vive in zone povere ed i lavoratori che rappresentano circa 700 milioni di persone del settore operaio non rappresentato dai sindacati sopravvivono con meno di un dollaro al giorno e molti altri con circa venti rupie (circa mezzo dollaro). Considerata la situazione, il quarto ‘Committee on Agrarian Reforms and Unfinished Task of Land Reforms’ si sono mostrati critici riguardo le recenti politiche di esproprio delle terre da parte dello Stato a favore delle Corporation multinazionali indiane ed estere, e sostengono che la crescente illegalità, la povertà e la violenza sono l’ovvio risultato della neo-liberale agenda economica dello Stato e degli emendamenti che hanno alterato la legislazione. Quest’ultima, fino ad oggi, aveva impedito che venissero confiscate le terre abitate e coltivate da tempo immemore dalla popolazione indigena e dai contadini. Il forward trading speculativo di prodotti, proibito per decenni dopo l’indipendenza indiana, oggi è permesso grazie a una serie di governi di credo politico solo apparentemente differente, tutti orientati al “mercato libero”, alla finanziarizzazione e agli investimenti esteri indiscriminati, mentre i prezzi degli alimenti sono saliti alle stelle e le attività agroindustriali sono pronte a divorare l’India, che è stata invece per migliaia di anni un’area di tradizionali eccedenze agricole e biodiversità. A questa situazione di fondo è da aggiungere il presunto “Terrore Islamico” e altri governi cui è strettamente collegato, la politica alternativa vista solo come diversiva, con l’uccisione di ufficiali di polizia e avvocati che mostrano che le trame terroristiche sono create ad hoc, e altri che invece vengono accusati, ma solo sulla base di false prove.

Cercando strategie per affrontare queste brutali aggressioni all’umanità, che colpiscono gran parte delle società, è bene citare fra gli altri movimenti che hanno avuto una certa importanza nel 20mo secolo la lotta politica condotta dal Mahatma Gandhi, la sua determinata opposizione alla dominazione dello spazio economico indiano da parte delle compagnie straniere, le sue preoccupazioni per il mondo evidenziate dall’opposizione alla colonizzazione della Palestina – iniziata con la Dichiarazione Balfour del governo britannico in collaborazione con il sionismo europeo – la sua critica delle devastazioni sociali in seguito al colonialismo e al capitalismo come sistemi economici, la sua strategia di educazione politica, le lotte di massa, la disobbedienza civile e la non collaborazione per sovvertire i sistemi politici ingiusti. Queste sono ancora strategie da tenere in considerazione nella ricerca di una ricostruzione equa della società del 21mo secolo.

Dopo la “Great War of Indian Independence” [ndt. “grande guerra per l’indipendenza indiana”] del 1857, in cui la Compagnia delle Indie orientali trucidò 10 milioni di indiani, mentre i movimenti anti-coloniali si trovavano nel caos, il Mahatma Gandhi emerse come leader nella corrente dominante dell’Indian Freedom Movement [ndt. “movimento per l’indipendenza indiana”]. Gandhi poneva particolare importanza al fatto che isolati atti terroristici non avrebbero sconfitto il dominio coloniale britannico; la strategia da adottare, invece, avrebbe dovuto basarsi su una costante educazione politica, con lotte di massa e proteste riguardo a questioni cruciali, e cooperazione in tutti i settori dell’amministrazione che rendessero impossibile il governo ingiusto.

Un rivoluzionario si riconosce dall’eccezionalità dei suoi seguaci. Negli Stati Uniti d’America, ad esempio, fu il reverendo Martin Luther King a seguire il Mahatma Gandhi, guidando uno dei maggiori movimenti di massa nella storia americana e dando avvio all’emancipazione degli afro-americani; di conseguenza, M.L. King si oppose al militarismo statunitense, che riteneva fosse la continuazione e l’estensione delle politiche anti-sociali dello sfruttamento economico e del razzismo negli Stati Uniti. Inoltre, M.L. King credeva che il militarismo penalizzasse gli interessi della classe operaia degli Stati Uniti. Ciò nonostante ci sono alcune differenze fra i due. Il Mahatma Gandhi credeva che in un Paese dove milioni di persone soffrono la fame, il cibo fosse la “divinità” da diffondere necessariamente in ogni casa e che la filosofia religiosa imponesse il rispetto di tutta l’umanità, indipendentemente dalle culture. Martin Luther King, invece, metteva in evidenza che “qualunque religione che si professi preoccupata dell’anima dell’uomo ma non della miseria in cui gli uomini si dannano, delle condizioni economiche che li strangolano e delle condizioni sociali che li paralizzano è una religione spiritualmente moribonda e in attesa di essere sepolta”.

Dall’esperienza dell’apprendistato politico in Sudafrica, Gandhi giunse a scegliere la strategia politica della disobbedienza civile di massa, della non collaborazione, e della “Satyagraha” – la battaglia per la verità. In India, ispirati da questo movimento, milioni di persone abbandonarono progressivamente l’apatia politica e il fatalismo, iniziarono a discutere dei temi politici quotidiani e parteciparono alle lotte di massa, cosicché per l’Impero britannico divenne impossibile governare. In questi ultimi anni, anche in Bolivia i cittadini indigeni hanno fatto ricorso alla disobbedienza civile, che si è concretizzata nell’assedio della sede governativa ed i governi hanno dovuto di volta in volta dimettersi finché non è stato eletto Evo Morales. Non è stata una rivoluzione colorata, la popolazione boliviana ha cambiato il proprio governo attraverso un movimento di massa che chiedeva giustizia politica ed economica per la popolazione indigena della Bolivia.

Mentre la Corte Suprema indiana ha ordinato lo smantellamento del “Salwa Judum” (le milizie armate private assoldate dalle multinazionali indiane e straniere, in ambito estrattivo e non solo, nell’India centrale e orientale), d’altro canto i maggiori partiti politici non si sono opposti alla “Operation Green Hunt” (un’operazione para-militare su larga scala recentemente avviata contro la popolazione tribale indigena e contadina dell’India centrale e orientale) finalizzata allo sgombero di migliaia di acri di terre ricche di minerali oggi abitate dalla popolazione indigena e dagli agricoltori, che la coltivano da tempo immemore; e tutto ciò a dispetto di qualsiasi razionale requisito per l’estrazione mineraria o per l’industrializzazione, attraverso una massiccia appropriazione territoriale che distruggerà l’habitat di queste regioni, e che è stata definita da alcuni come “colonizzazione interna” in una regione con uno dei minori indici di sviluppo umano dell’India. Non ci sono dubbi riguardo a chi Gandhi avrebbe sostenuto in questa regione, sebbene avrebbe cercato il giusto equilibrio fra agricoltura e industrializzazione. Attualmente, persino i seguaci di Gandhi presenti nella popolazione e fra i contadini sono stati individuati e imprigionati.

Il Mahatma Gandhi non si oppose all’industrializzazione e allo sviluppo economico, come talvolta erroneamente appare. Dal suo punto di vista, però, la grande industria doveva essere regolata e sotto il controllo sociale, attraverso la partecipazione dei lavoratori nella gestione, indipendentemente dal settore interessato; allo stesso tempo sosteneva che la disoccupazione nell’India rurale e urbana dovesse essere eliminata attraverso l’introduzione di migliori tecniche agricole e attraverso il ricorso alla piccola industria e all’artigianato. Inoltre, Gandhi pose particolare importanza, considerandole immediate priorità, alla creazione di infrastrutture rurali per l’acqua potabile, alle condizioni igieniche, alla sanità, all’alfabetizzazione, all’educazione e all’alloggio. Sebbene i loro metodi divergano, ci sono molti punti in comune fra i programmi del Mahatma Gandhi e di Mao Tse Tung per quanto riguarda il miglioramento rurale come preludio dello sviluppo delle economie di Paesi in difficoltà agricole, storicamente devastati dalla colonizzazione. Mao Tse Tung era un nazionalista interessato prima di tutto al popolo cinese; il Mahatma Gandhi, sebbene comprendesse le specifiche condizioni della società indiana, estendeva la sua preoccupazione all’umanità intera. Tuttavia Gandhi era un realista politico e aveva colto con perspicacia la situazione dei movimenti politici del 20mo secolo. Nel 1945, in un’edizione riveduta del suo “Reconstruction Programme” del 1941 (pubblicato nei Selected Works of Mahatma Gandhi, Vol. III), avvertiva al paragrafo 13 del programma intitolato “Economic Equality”:

“Finché persiste un enorme divario fra i ricchi e i milioni di persone affamate è chiaramente impossibile istituire un sistema di governo non violento. Vedete il contrasto tra i palazzi di New Delhi e le misere baracche della povera classe operaia… è sicuro che ci sarà una violenta e sanguinosa rivoluzione un giorno, a meno che i ricchi non abdichino volontariamente e che si condivida il potere per il bene comune.”

Gandhi dava grande importanza all’esempio personale, sia dei singoli individui sia dei movimenti. A tal fine trasformò lo stile di vita semplice in una cultura raffinata, sottolineando come il consumo eccessivo fosse volgare e indecente, moralmente ripugnante e a scapito delle risorse sociali. Tutto ciò contrasta totalmente con il comportamento delle classi politiche odierne in India e altrove, dove si mostra acquiescenza verso stipendi e debiti aziendali di milioni e miliardi, cifre che vanno ben oltre le necessità di una un’intera esistenza vissuta agiatamente; e tutto questo solo per standard di vita osceni ed indecenti, con milioni di risparmi in titoli e simili, che non producono altro se non bolle economiche e speculazione, mentre molti governi si trovano ora di fronte a debiti inevitabili con un impatto sociale mondiale.

La lotta politica del Mahatma Gandhi conteneva un punto di vista morale che la rendeva inoppugnabile. Gandhi focalizzava l’attenzione sulle ingiustizie sociali e sul sistema politico che schiavizzava l’umanità, piuttosto che sull’individuo, spersonalizzando le questioni, ed era un “generale” politico del popolo par excellence, con un’intelligenza politica intuitiva e strategica, basata su una grande esperienza delle dinamiche politiche. Perciò il suo movimento eclissò, per sostegno e varietà di composizione, qualsiasi altro movimento anti-coloniale.

Anche se non è molto noto, Gandhi condivise gli obiettivi della prima rivoluzione socialista del 1917 (che estese il proprio sostegno a tutti i movimenti di liberazione nazionale), dato che l’interesse primario di Gandhi si estendeva oltre la libertà dai soli regimi coloniali; quest’ultima, infatti, era per Gandhi solo il primo passo verso l’eliminazione della fame, della disoccupazione e dell’indigenza su larga scala e verso il benessere diffuso e le riforme sociali in una società indiana indebolita dal feudalesimo, dal sistema delle caste e dai tabù religiosi, a causa dei quali i riti avevano preso il sopravvento sulle filosofie religiose. Avendo conosciuto il capitalismo avanzato in Inghilterra, Gandhi era ben conscio che questo sistema economico in sé era la causa della diffusa disoccupazione e della miseria sociale. Gandhi credeva che si dovesse necessariamente abbandonare il capitalismo ed esplorare delle alternative, per evitare che il genere umano affondasse permanentemente nella miseria dello sfruttamento, della disoccupazione, delle indecenti disparità, della violenza e della guerra. Soggiornando in una colonia di lavoratori durante una visita a Londra per negoziati politici, Gandhi affermò pubblicamente che i lavoratori in Inghilterra sarebbero stati i primi a comprendere le ragioni del movimento per boicottare i prodotti britannici in India.

Il Dr. M. S. Swaminathan, lo specialista di agraria della rivoluzione verde indiana (controversa in quei circoli che sostengono l’agricoltura priva di fertilizzanti e pesticidi chimici, che ritengono siano stati scaricati sugli agricoltori in grandi quantità aumentando il loro debito e inquinando la terre e le acque), in un’intervista televisiva su Bloomberg UTV trasmessa il 20 gennaio 2010, richiamando le priorità politiche del Mahatma Gandhi, si mostrò dispiaciuto del fatto che l’India nell’ultimo decennio non avesse raggiunto nemmeno metà degli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite riguardo alle disponibilità alimentari, mentre Cina e Vietnam avevano portato a termine i loro programmi, e avvertì che il continuo rialzo dei prezzi e l’assenza di sicurezza alimentare avrebbe inevitabilmente portato a tumulti di massa.

È stato il Mahatma Gandhi, e non un qualsiasi altro leader di credo politico alternativo, ad essere preso di mira e ucciso dall’ala destra fascista, e per di più in età avanzata, quando gran parte delle personalità politiche perde importanza; e tutto ciò perché la sua attività ed il suo programma politico erano percepiti come la maggiore minaccia per il futuro progetto imperiale, fonte di discordia, per il subcontinente indiano, indipendentemente dalle spiegazioni che gli assassini e i loro eredi ideologici possano dare oggi, e nonostante la secessione (che è stata una riorganizzazione del subcontinente indiano) fosse già stata imposta come l’ultimo atto imperiale tramite l’addestramento, finanziato e curato dal governo coloniale, delle forze politiche di entrambi i gruppi religiosi per l’esecuzione di omicidi religiosi settari come quelli che avvengono in paesi oggigiorno occupati, e in quelle società che si cerca di controllare.

Il Dr. B. R. Amdedkar (che studiò alla Columbia University negli Stati Uniti, all’apice della “Grande depressione”, nonché uno dei maggiori architetti della Costituzione dell’India, rappresentante della parte più oppressa della classe operaia urbana e rurale indiana, oggi chiamata Dalit [gli “intoccabili” n.d.r.], nell’Assemblea costituente, con il grande sostegno di Gandhi) quanto all’assassinio di Gandhi, con evidente commozione, disse: “il Mahatma Gandhi era il più vicino a noi”. Questo tributo riassume la vita del pacato, ma irremovibile, rivoluzionario indiano che indusse politicamente il popolo indiano e i movimenti di molte parti del mondo, insieme ad altri straordinari leader del 20mo secolo, a resistere all’Imperialismo e ai sistemi politici atti a negare la giustizia economica, sociale e politica alla classe lavoratrice.

Titolo originale: “The Most Barbaric Wars in Human History: The Political Relevance of Mahatma Gandhi”

Fonte: http://www.globalresearch.ca
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20.03.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di JADE GALLAGHER

ComeDonChisciotte – LA TERRA STESSA È DIVENTATA USA E GETTA

Fonte: ComeDonChisciotte – LA TERRA STESSA È DIVENTATA USA E GETTA.

DI GEORGE MONBIOT
The Guardian

Chi ha detto questo? “Tutti i dati dimostrano che al di là del tipo di standard di vita che la Gran Bretagna ha ora raggiunto, la crescita extra non si traduce automaticamente in benessere e felicità dell’uomo”. Era a) il capo di Greenpeace, b) il direttore della New Economics Foundation, o c) un anarchico che pianificava il prossimo campo climatico? Nessuna delle precedenti: d) l’ex capo della Confederazione dell’Industria Britannica, che attualmente gestisce la Financial Services Authority. In un’intervista televisiva trasmessa lo scorso Venerdì, Lord Turner ha portato le osservazioni più sovversive sulla società dei consumi all’attenzione del grande pubblico.

Nei nostri cuori la maggior parte di noi sa che è vero, ma viviamo come se non lo fosse. Il progresso viene misurato dalla velocità con cui si distruggono le condizioni che sostengono la vita. I governi sono ritenuti di successo o fallimentari in base a come fanno girare il denaro, indipendentemente dal fatto che serva ad una qualche utilità. E’ considerato come un dovere sacro incoraggiare lo spettacolo più rivoltante del paese: l’annuale frenesia alimentare in cui gli acquirenti fanno la fila per tutta la notte, poi si precipitano nei negozi, sgomitando, calpestando e, talvolta, lottando per essere i primi a portare via qualche cianfrusaglia firmata che andrà in una discarica prima delle svendite del prossimo anno. Più pazza l’orgia, maggiore è il trionfo della gestione economica.

Come il Guardian ha rivelato oggi, il governo britannico è ora divisa sulla pubblicità nei programmi televisivi: se si attua la politica proposta da Ben Bradshaw, il segretario della cultura, le trame ruoteranno attorno a cioccolatini e cheeseburger, e la pubblicità sarà impossibile da filtrare, forse anche da rilevare. Bradshaw deve sapere che questo indottrinamento non ci farà più felici, più saggi, più verdi e più snelli, ma renderà alle imprese televisive 140 milioni di sterline l’anno.

Anche se sappiamo che non sono la stessa cosa, non possiamo fare a meno di identificare la crescita e il benessere. La settimana scorsa, per esempio, il Guardian portava il titolo “Lo standard di vita del Regno Unito è inferiore al livello del 2005“. Ma la storia non aveva nulla a che fare con il nostro tenore di vita. Invece ha riferito che, pro capite, il prodotto interno lordo è inferiore a quello che era nel 2005. Il PIL è una misura dell’attività economica, non dello standard di vita. Ma i termini sono così spesso confusi che i giornalisti oggi li trattano come sinonimi. Le basse vendite al dettaglio dei mesi precedenti sono state recentemente descritte da questo giornale come “desolate” e “cupe”. Le vendite elevate sono sempre “buone notizie”, le vendite basse sono sempre “cattive notizie”, anche se il prodotto offerto è porno da cortile. Credo che sia tempo che il Guardian contesti questi riferimenti pregiudizievoli.

Coloro che ancora vogliono confondere il benessere e il PIL sostengono che il consumo elevato da parte dei ricchi migliora la sorte dei poveri del mondo. Forse, ma è uno strumento molto goffo e inefficace. Dopo circa 60 anni di questa festa, 800 milioni di persone hanno permanentemente fame. La piena occupazione è una prospettiva meno probabile di quanto lo fosse prima che la frenesia iniziasse.

In un nuovo documento pubblicato nelle Philosophical Transactions della Royal Society, Sir Partha Dasgupta puntualizza che il problema con il prodotto interno lordo è il fatto che è, appunto, lordo. Non ci sono detrazioni coinvolte: ogni attività economica viene considerata come se si trattasse di un valore positivo. Il danno sociale è aggiunto, non sottratto, al bene sociale. Un incidente ferroviario che genera un valore di 1 miliardo di sterline per riparazioni delle rotaie, spese mediche e spese funerarie, è ritenuto, da questo punto di vista, vantaggioso come un servizio continuo che generi 1 miliardo di sterline dalla vendita di biglietti.

Più importante, nessuna deduzione è fatta per tener conto del deprezzamento del capitale naturale: l’uso eccessivo o il degrado del suolo, l’acqua, le foreste, la pesca e l’atmosfera. Dasgupta dimostra che la ricchezza totale di una nazione può diminuire anche se il suo PIL è in crescita. In Pakistan, ad esempio, le sue cifre approssimate indicano che, mentre il PIL pro capite è cresciuto in media del 2,2% l’anno tra il 1970 e il 2000, la ricchezza complessiva è diminuita dell’ 1,4%. Sorprendentemente, non esistono ancora cifre ufficiali che cerchino di mostrare le tendenze in termini di ricchezza reale delle nazioni.

Si può dire tutto questo senza timore di punizioni o persecuzioni. Ma nei suoi effetti pratici, il consumismo è un sistema totalitario: essa permea ogni aspetto della nostra vita. Anche il nostro dissenso dal sistema è confezionato e ci è venduto sotto forma di consumo dell’ anti-consumo, come l’ “io non sono un sacchetto di plastica“, che avrebbe dovuto sostituire le borse usa e getta, ma è stato in gran parte utilizzato una o due volte prima di uscire fuori moda, o come i redditizi nuovi libri sul come vivere senza denaro.

George Orwell e Aldous Huxley hanno proposto totalitarismi diversi: uno sostenuto dalla paura, l’altro, in parte dalla cupidigia. L’incubo di Huxley si è avvicinato alla realizzazione. Nei vivai del Brave New World, “le voci adeguavano la futura domanda alla futura offerta industriale. ‘Io amo volare,’ sussurravano, ‘io amo volare, io amo avere vestiti nuovi … i vestiti vecchi sono orribili … Buttiamo sempre via i vestiti vecchi. Buttare è meglio che rammendare, buttare è meglio che riparare”. Il sottoconsumo era stato considerato “assolutamente un crimine contro la società”. Ma non c’era bisogno di punirlo. In un primo momento l’autorità mitragliava i Semplici che cercavano di dissociarsi, ma questo non ha funzionato. Invece hanno usato “metodi più lenti, ma infinitamente più sicuri” di condizionamento: immergere la gente in slogan pubblicitari sin dall’infanzia. Un totalitarismo guidato dalla cupidigia, alla fine, diventa auto-esecutivo.

Lasciate che vi dia un esempio di quanto questa auto-esecuzione sia progredita. In una recente riflessione, un articolista ha espresso un’ idea che ho già sentito un paio di volte. “Abbiamo bisogno di scendere da questo minuscolo mondo e andare fuori, nell’universo più ampio … se ci vogliono le risorse del pianeta per farci andare là fuori, così sia. In qualsiasi modo le usiamo, in qualsiasi modo sfruttiamo l’energia del sole e la ricchezza di minerali di questo mondo e degli altri del nostro sistema planetario, o li usiamo per espandere ed esplorare altri mondi e diventare qualcosa di più grande di un animale semi-senziente che mangia fango, oppure moriremo come specie”.

Questa è la società dei consumi portata alle sue estreme conseguenze: la Terra stessa diventa usa e getta. Quest’idea sembra essere più accettabile, in alcuni ambienti, di qualsiasi restrizione della spesa inutile. Che potremmo saltellare, come gli alieni del film Independence Day, da un pianeta all’altro, consumare le loro risorse per poi passare oltre, è considerato da queste persone una prospettiva più realistica e auspicabile che cambiare il modo in cui la ricchezza si misura.

Come possiamo rompere questo sistema? Come possiamo perseguire la felicità e il benessere piuttosto che la crescita? Per diverse ragioni sono ritornato depresso dai colloqui di Copenaghen sul clima, ma soprattutto perché, ascoltando le discussioni durante il vertice dei cittadini, mi ha colpito il fatto che non abbiamo più i movimenti; abbiamo migliaia di persone e ognuno chiede a gran voce che le proprie visioni siano adottate. Potremmo unirci per manifestazioni e marce occasionali. Ma non appena si comincia a discutere di alternative, la solidarietà viene frantumata da un individualismo possessivo. Il consumismo ha cambiato tutti noi. La nostra sfida è ora di combattere un sistema che abbiamo interiorizzato.

George Monbiot è l’autore dei libri bestseller “The Age of Consent: un manifesto per un nuovo ordine mondiale” e “Captive State: l’acquisizione aziendale della Gran Bretagna”. Scrive una rubrica settimanale per il quotidiano The Guardian. Visitate il sito http://www.monbiot.com

Titolo originale: “After this 60-year feeding frenzy, Earth itself has become disposable”

Fonte: http://www.guardian.co.uk/
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04.01.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di CONCETTA DI LORENZO

ComeDonChisciotte – USA E CINA: UNO PERDE, L’ALTRO VINCE

Fonte: ComeDonChisciotte – USA E CINA: UNO PERDE, L’ALTRO VINCE.

DI JAMES PETRAS
Rebelion

Introduzione

Il capitalismo asiatico, in particolare Cina e Corea del Sud, è in concorrenza con gli Stati Uniti per il potere mondiale. Il potere asiatico globale ha una crescita economica dinamica, mentre gli USA perseguono una strategia di costruzione di un impero con i mezzi militari.

Lettura di una edizione del Financial Times

Anche una lettura superficiale di un singolo numero del The Financial Times – come quella del 28 dicembre 2009-ci fa capire le diverse strategie di costruzione di un impero. In prima pagina, il principale articolo sugli Stati Uniti parla dei conflitti militari in atto e della “guerra contro il terrorismo”, sotto il titolo di “Obama chiede la revisione dell’elenco delle organizzazioni terroristiche”. Paradossalmente ci sono due articoli nella stessa pagina, uno sulla Cina che parla della inaugurazione del treno passeggeri più veloce al mondo e della decisione di mantenere la loro moneta legata al dollaro USA per promuovere il loro settore di esportazioni. Mentre Obama è focalizzato sulla creazione di un quarto fronte di battaglia (Yemen) nella “guerra al terrore” (dopo l’Iraq, Afghanistan e Pakistan), il Financial Times nella stessa pagina informa che un trust della Corea del Sud ha vinto un appalto di 20.400 milioni di dollari per sviluppare l’energia nucleare ad uso civile negli Emirati Arabi Uniti, battendo i suoi concorrenti americani ed europei.

A pagina due del FT c’è un lungo articolo sulla nuova rete ferroviaria cinese, sottolineando la sua superiorità nei confronti del servizio ferroviario degli Stati Uniti. Il treno cinese d’ultima generazione ad alta velocità unisce due importanti città distanti 1.100 km, in meno di tre ore, mentre “l’Espress” della compagnia Amtrack, nordamericana “impiega tre ore e mezza per coprire i 300 km da Boston a New York.” Mentre le ferrovie statunitensi si logorano per mancanza di fondi e di manutenzione, la Cina investe 17.000 milioni di dollari nella costruzione delle sue linee. Inoltre sono in preventivo la costruzione di altri 18.000 km di linee del suo sistema ultramoderno entro il 2012, mentre gli USA investiranno altrettanti soldi nel finanziamento dell’offensiva militare in Afghanistan e Pakistan, e nell’apertura del nuovo fronte bellico nello Yemen.

La Cina costruisce un sistema di trasporti che collega i produttori e i mercati del lavoro nelle province interne con i centri di produzione e porti situati sulla costa, mentre a pagina quattro del FT si legge come gli Stati Uniti sono ancora aggrappati alla politica di affrontare la “minaccia islamica” in una “infinita guerra al terrorismo”. L’invasione e le guerre ai paesi musulmani hanno dirottato centinaia di milioni di dollari dei fondi pubblici verso una politica senza benefici per il paese, intanto la Cina modernizza la sua economia civile. La Casa Bianca e il Congresso soddisfano e sovvenzionano lo Stato militarista e coloniale di Israele, con la sua base di insignificanti risorse di mercato, allontanandosi da 1.500 milioni di musulmani (FT , pag. 7), il Pil della Cina è aumentato di dieci volte negli ultimi 26 anni (FT , pag.9). Mentre gli Stati Uniti hanno stanziato più di 1.400 miliardi di dollari a Wall Street e ai militari, aumentando il deficit fiscale e il deficit bancario, raddoppiando il tasso di disoccupazione e prolungando la recessione (FT , pag.12), il governo cinese ha lanciato un pacchetto di incentivi mirati ai settori interni del manifatturiero e della costruzione che ha prodotto una crescita dell’8% del PIL, una significativa riduzione della disoccupazione e “la ripresa delle economie coinvolte” in Asia, America del Sud e Africa (FT , pag12).

Mentre gli Stati Uniti sciupavano il loro tempo, le risorse e il personale nella organizzazione di “elezioni “ per conto dei suoi corrotti Stati satelliti in Afghanistan ed Iraq, e faceva da inutile mediatore fra il suo intransigente partner israeliano e il suo impotente cliente palestinese, il governo sudcoreano ha sostenuto un gruppo condotto dalla Kora Electric Power Corporation nella riuscita manovra di 20.400 milioni di dollari per l’installazione di centrali nucleari, aprendo così la strada a svariati altri contratti miliardari nella zona (FT , pag. 13).

Mentre gli USA spendono più di 60.000 milioni di dollari per il controllo interno nella crescita a dismisura dei suoi organismi interni di sicurezza in cerca di potenziali terroristi, la Cina investiva più di 25.000 milioni di dollari per consolidare i suoi scambi energetici con la Russia (FT , pag.13).

Quello che ci raccontano gli articoli e le notizie di una sola edizione, in un solo giorno, nel Financial Times , riflette una realtà più profonda che illustra la grande divisione del mondo d’oggi. I paesi dell’Asia, con in testa la Cina, stanno raggiungendo lo status di potenze mondiali, a suon di grandi investimenti nazionali ed esteri nell’industria manifatturiera, nel trasporto, nelle tecnologie, nell’estrazione e lavorazione dei minerali. Contrariamente, gli Stati Uniti sono una potenza in declino, con una società in caduta, risultato della costruzione dell’Impero con mezzi militari e della economia finanziaria speculativa:

1-Washington cerca clienti militari minoritari in Asia, mentre la Cina allarga i suoi accordi commerciali e di investimenti con importanti partner economici: la Russia, Giappone, Corea del Sud ed altri.

2-Washington prosciuga la sua economia nazionale per finanziare le guerre all’estero. La Cina estrae minerali e risorse energetiche per fomentare il suo mercato interno del lavoro e dell’industria.

3-Gli Stati Uniti investono in tecnologia militare per combattere contro i ribelli locali nei loro Stati satelliti, la Cina investe in scienza tecnologica per poter fare esportazioni competitive.

4-La Cina inizia a ristrutturare la sua economia per poter meglio sviluppare il paese all’interno, e conferisce maggiori spese sociali per correggere le disuguaglianze e i grandi squilibri, gli Stati Uniti riscattano e rinforzano il settore finanziario sfruttatore, che ha saccheggiato l’industria (riducendo i suoi attivi tramite fusioni e acquisizioni), e speculano su mete finanziarie senza impatto sul lavoro, sulla produttività e sulla competitività.

5-Gli Stati Uniti moltiplicano la guerra e l’ammasso di truppe in Medio Oriente, Asia meridionale, Corno d’Africa e nei Caribi. La Cina mette a disposizione investimenti e prestiti pari a 25.000 milioni di dollari per la costruzione di infrastrutture, estrazioni minerarie, produzione di energia e per le costruzione de impianti di assemblaggio in Africa.

6-La Cina firma accordi commerciali di migliaia di milioni di dollari con l’Iran, Venezuela, Brasile, Argentina, Cile, Perù e Bolivia, assicurando l’accesso all’energia strategica e alle risorse minerarie ed agricole; Washington offre 6.000 milioni di dollari di aiuti militari alla Colombia, ottiene dal presidente Uribe la cessione di sette basi militari (con le quali minacciare il Venezuela), appoggia un colpo militare nel Honduras, e denuncia il Brasile e la Bolivia perchè diversifichino le loro relazioni economiche con l’Iran.

7-La Cina incrementa le sue relazioni economiche con le economie dinamiche dell’America del Sud che rappresentano più dell’80% della popolazione del continente; gli Stati Uniti si associano con il fallito stato del Messico, che detiene il peggior ruolo economico dell’emisfero e nel quale potenti cartelli della droga controllano ampie regioni e sono profondamente infiltrati nel macchinario statale.

Conclusioni

Come paese capitalista la Cina non fa eccezione. Sotto il loro capitalismo vi è sfruttamento del lavoro, abbondano disuguaglianze di ricchezza e di accesso al benessere come altrove, i piccoli agricoltori si vedono sfollare a causa di progetti di megadighe, le aziende cinesi estirpano minerali ed altre risorse naturali nel Terzo Mondo senza troppi indugi. Ma la Cina ha creato decine di milioni di posti di lavoro nell’industria ed ha ridotto la povertà molto più velocemente e per molte più persone nel lasso di tempo più breve della storia. Le sue banche finanziano soprattutto la produzione. La Cina non bombarda, non invade, non saccheggia altri paesi. In compenso, il capitalismo statunitense è una mostruosa macchina militare mondiale che prosciuga l’economia nazionale e riduce il tenore di vita del paese pur di finanziare le sue interminabili guerre all’estero. I capitali finanziari, commerciali, immobiliari minano il settore manifatturiero, a beneficio della speculazione e delle importazioni a basso costo.

La Cina investe nei paesi ricchi di petrolio; gli Stati Uniti li attaccano. La Cina vende vassoi e ciotole per i matrimoni afghani, gli Stati Uniti bombardano le loro feste con i droni. La Cina investe in industrie estrattive, ma a differenza dei coloni europei costruisce ferrovie, porti, aeroporti e fornisce crediti a prezzi accessibili. La Cina non finanzia né arma guerre etniche, ne organizza “rivoluzioni colorate” come la CIA. La Cina autofinanzia la propria crescita, il suo commercio ed il suo sistema di trasporto, nel frattempo gli USA stanno sprofondando sotto un debito di parecchi miliardi di dollari per finanziare guerre senza fine, per salvare le loro banche a Wall Street e appoggiare altri settori privi di produttività, mentre molti milioni di persone restano disoccupate.

La Cina crescerà ed eserciterà il suo potere attraverso i mercati economici, gli Stati Uniti entreranno in guerre senza fine verso il cammino del fallimento e del declino interno. La crescita diversificata della Cina è legata a partner economici dinamici; il militarismo degli Stati Uniti è vincolato ai narcostati, regimi sotto controllo dai signori della guerra, registi delle repubbliche delle banane e all’ultimo e peggiore regime razzista e coloniale dichiarato: Israele.

La Cina attira i consumatori del mondo; le guerre globali degli Stati Uniti producono terroristi nel proprio territorio e all’estero.

La Cina potrebbe trovarsi di fronte ad una crisi e anche alle agitazioni dei lavoratori, ma ha i mezzi finanziari per risolverli. Gli Stati Uniti sono in crisi e potrebbero dover affrontare una sommossa interna, ma hanno esaurito il loro credito e le loro fabbriche sono all’estero, mentre le loro basi ed installazioni militari portano conti passivi, non attivi. Ci sono sempre meno fabbriche negli USA disposte a riassumere i loro disperati lavoratori: uno sconvolgimento sociale potrebbe mostrarci i lavoratori statunitensi occupando con i loro scheletri i vuoti delle loro vecchie fabbriche.

Per diventare uno Stato “normale” dobbiamo ripartire dall’inizio: chiudere tutte le banche e le basi militari all’estero, tornare in Nord America. Dobbiamo cominciare una lunga marcia verso la ricostruzione di una industria al servizio delle nostre necessità nazionali, dobbiamo vivere dentro il nostro proprio ambiente naturale e abbandonare la costruzione dell’impero a favore della costruzione di una repubblica socialista democratica.

Quando è che prendendo il Financial Times , o qualsiasi altro giornale, leggeremo che i nostri treni ad alta velocità ci portano in meno di un’ora da New York a Boston? Quando saranno le nostre fabbriche a fornire i nostri negozi di ferramenta? Quando costruiremo generatori di energia eolica, solare o marina? Quando potremo abbandonare le nostre basi militari e far sì che i signori della guerra, i trafficanti di droga e i terroristi si trovino ad affrontare la giustizia della loro propria gente?

Arriveremo a leggere tutto questo sul Financial Times ?

In Cina tutto ebbe inizio con una rivoluzione………

Titolo originale: “Uno pierde, el otro gana”

Fonte: http://www.rebelion.org/
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06.01.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MARISA CRUZCA

ComeDonChisciotte – I GRANDI CAPITALISTI ALLA CONQUISTA DELLE TERRE COLTIVABILI DEI PAESI POVERI

Fonte: ComeDonChisciotte – I GRANDI CAPITALISTI ALLA CONQUISTA DELLE TERRE COLTIVABILI DEI PAESI POVERI.

DI RÓMULO PARDO SILVA
Argenpress

Si impadroniscono delle risorse naturali sempre più scarse attraverso la guerra delle armi o il danaro. La scomparsa delle popolazioni in via di sviluppo a loro non importa.

Lo sfruttamento delle terre coltivabili ha raggiunto il suo limite ma, non contenti, adesso distruggono le foreste. I cambiamenti climatici non garantiscono nessuna sicurezza alimentare per il futuro; i paesi industrializzati e dipendenti aspirano ad una crescita economica permanente e quindi allo sfruttamento irrazionale dell’ambiente; nel 2050, 3 miliardi di persone in più avranno bisogno di interventi di sostegno alimentare; il petrolio si esaurisce e le terre vengono occupate per la produzione di biocombustibili; i prezzi alimentari sono saliti provocando fame ed instabilità sociale.

Di fronte a questa prospettiva crepuscolare, la borghesia cerca la propria sicurezza. Il metodo chiamato agro-colonialismo consiste nel lanciarsi, a livello internazionale, in una valanga di acquisti di terreni appartenenti a popolazioni povere.[1] I loro governi e gli imprenditori legati alla corrotta borghesia locale acquistano queste terre oppure le prendono in affitto per lunghi periodi.

Bahrein, Omán, Qatar, Cina, Corea del Sud, Kuwait, Malesia, India, Svezia, Libia, Brasile, Russia ed Ucraina hanno comprato terre in Africa. Nel 2008 l’Arabia Saudita ha concordato con il governo della Tanzania l’affitto di 500.000 ettari per la produzione di riso e frumento, imprenditori del Kuwait hanno affittato terreni in Cambogia e il governo del Qatar ha creato una società agricola in Sudan insieme ai cittadini del luogo. Nello stesso anno, il Ghana, l’Etiopia, il Mali ed il Kenia hanno concesso loro in locazione milioni di ettari per la produzione agricola o di biocarburanti. In Sud America sono state vendute decine di migliaia di ettari in Argentina, Uruguay e Paraguay. Associazioni indiane stanno comprando intere piantagioni di palma da olio indonesiane e cercano in Uruguay, Paraguay e Brasile terre per coltivare lenticchie e soia.

Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerca sulle Politiche Alimentari che ha sede a Washington DC, nei paesi poveri di Africa, Cambogia, Pakistan e Filippine sono stati ceduti tra i 15 e i 20 milioni di ettari di terreni coltivabili. Per quanto riguarda il denaro utilizzato non c’è chiarezza alcuna ma per avere un’idea è sufficiente pensare che in cinque paesi subsahariani, per la vendita o l’affitto di 2,5 milioni di ettari di terreno, negli ultimi anni sono stati spesi 920 miliardi di dollari.

Solo un sistema predatore di essere umani e di terre, insieme ai governi locali indifferenti al futuro delle loro popolazioni, può concepire l’idea che persone denutrite possano essere private delle loro terre a favore di paesi ricchi in cui l’obesità rappresenta un grave problema di salute.

La macchina di propaganda giustifica tale conquista coloniale affermando che si tratta di un’azione conveniente per entrambe le parti perché i paesi ricchi apportano tecnologie, capitale, affari e conoscenze. Nascondono che il problema della fame è cronico e, senza ombra di dubbio, nessuno ha mai apportato alcun contributo. Si parla anche del libero commercio, della necessità di concorrenza per sradicare i produttori inefficienti. Principi che non possono essere considerati validi nell’economia dei paesi industrializzati che sovvenzionano i propri agricoltori portando alla rovina quelli dei paesi più poveri.

In realtà gli investitori stranieri sanno perfettamente di pregiudicare gravemente gli sfruttati di sempre. Provocano danni alla terra con le coltivazioni intensive che rompono i ritmi naturali, esauriscono le riserve d’acqua sotterranee, inquinano con prodotti chimici. Sanno che i coltivatori locali saranno allontanati, che si truffano i piccoli proprietari con il pagamento delle loro terre, che le loro coltivazioni di biocarburanti significano minor quantità di prodotti locali e prezzi irraggiungibili. Sanno che il cambiamento di proprietà e l’occupazione hanno aumentato il tasso di suicidio degli agricoltori in paesi come Sri Lanka, Cina e Corea del Sud. In India tra il 1997 al 2007 si sono tolte la vita 182.936 persone. Non conosciamo la cifra in Africa.

I capitalisti si sono impadroniti del mondo. Il loro modo violento di farlo viene condannato ma le loro subdole tecniche di conquista attraverso l’acquisto della natura (petrolio, coltan, diamanti, rame, ferro)…sì, anche se significa privarci del nostro futuro.

La risposta popolare a tale privazione è indispensabile. Quando il Madagascar raggiunse l’accordo con la Daewoo Logistics per la concessione di 1,3 milioni di ettari di terreno per 99 anni e consentì la coltivazione ed esportazione di mais e di olio di palma alla Corea del Sud per 6 mila miliardi di dollari, gli agricoltori impedirono l’operazione fecendo cadere il governo.

L’Associazione degli Agricoltori Asiatici e la Lega Internazionale Panasiatica degli Agricoltori hanno realizzato, in dieci paesi del continente, una campagna il cui motto è: “fermiamo l’occupazione della terra! Lottiamo per una vera riforma agraria e per la sovranità alimentare dei popoli”.

E’ necessario conoscere il presente e i pericoli del futuro per intraprendere attraverso la lotta, l’unica via d’uscita possibile: il socialismo post capitalista solidale, sostenibile, programmato, di decrescita dei paesi industrializzati.

Nota: [1] Vedi Ama Binev http://www.rebelion.org/noticia.php?id=94638

Titolo originale: “Los grandes capitalistas a la conquista de tierras de cultivo de países pobres”

Fonte: http://www.argenpress.info/
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02.03.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SILVIA DAMMACCO