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ComeDonChisciotte – SE IL CLIMA FOSSE UNA BANCA, L’AVREBBERO GIA’ SALVATO

Applausi

Fonte: ComeDonChisciotte – SE IL CLIMA FOSSE UNA BANCA, L’AVREBBERO GIA’ SALVATO.

Il discorso del presidente venezuelano al vertice climatico di Copenhagen

DI HUGO CHAVEZ

Signor Presidente, signori, signore, amici e amiche, prometto che non parlerò più di quanto sia già stato fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto facesse parte del punto precedente discusso da Brasile, Cina, India e Bolivia. Chiedevamo la parola, ma non è stato possibile prenderla.

Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo un saluto al compagno Presidente Evo Morales qui presente, Presidente della Bolivia.

Tra varie cose ha detto, ho preso nota: il testo che è stato presentato non è democratico, non è rappresentativo di tutti i paesi. Ero appena arrivato e mentre ci sedevamo abbiamo sentito il Presidente della sessione precedente, la signora Ministra, dire che c’era un documento da queste parti, che però nessuno conosce: ho chiesto il documento, ancora non l’abbiamo. Credo che nessuno sappia di questo documento top secret.

Certo, la collega boliviana l’ha detto, non è democratico, non è rappresentativo, ma signori e signore: siamo forse in un mondo democratico? Per caso il sistema mondiale è rappresentativo? Possiamo aspettarci qualcosa di democratico e rappresentativo nel sistema mondiale attuale? Su questo pianeta stiamo vivendo una dittatura imperiale e lo denunciamo ancora da questa tribuna: abbasso la dittatura imperiale! E che su questo pianeta vivano i popoli, la democrazia e l’uguaglianza!

E quello che vediamo qui è proprio il riflesso di tutto ciò: esclusione. C’è un gruppo di paesi che si credono superiori a noi del sud, a noi del terzo mondo, a noi sottosviluppati, o come dice il nostro grande amico Eduardo Galeano: noi paesi avvolti come da un treno che ci ha avvolti nella storia [sorta di gioco di parole tra desarrollados = sviluppati e arrollados = avviluppati NdT]. Quindi non dobbiamo stupirci di quello che succede, non stupiamoci, non c’è democrazia nel mondo e qui ci troviamo di fronte all’ennesima evidenza della dittatura imperiale mondiale.

Poco fa sono saliti due giovani, per fortuna le forze dell’ordine sono state decenti, qualche spintone qua e là, e i due hanno cooperato, no? Qui fuori c’è molta gente, sapete? Certo, non ci entrano tutti in questa sala, sono troppi; ho letto sulla stampa che ci sono stati alcuni arresti, qualche protesta intensa, qui per le strade di Copenaghen, e voglio salutare tutte quelle persone qui fuori, la maggior parte delle quali sono giovani.

Non ci sono dubbi che siano giovani preoccupati, e credo abbiano una ragione più di noi per essere preoccupati del futuro del mondo; noi abbiamo – la maggior parte dei presenti – già il sole dietro le spalle, ma loro hanno il sole in fronte e sono davvero preoccupati. Qualcuno potrebbe dire, Signor Presidente, che un fantasma infesta Copenaghen, parafrasando Karl Marx, il grande Karl Marx, un fantasma infesta le strade di Copenaghen e credo che questo fantasma vaga per questa sala in silenzio, gira in quest’aula, tra di noi, attraversa i corridoi, esce dal basso, sale, è un fantasma spaventoso che quasi nessuno vuole nominare: il capitalismo è il fantasma, quasi nessuno vuole nominarlo.

È il capitalismo, sentiamo ruggire qui fuori i popoli. Stavo leggendo qualcuna delle frasi scritte per strada, e di questi slogan (alcuni dei quali li ho sentiti anche dai due giovani che sono entrati), me ne sono scritti due. Il primo è Non cambiate il clima, cambiate il sistema.

E io lo riprendo qui per noi. Non cambiamo il clima, cambiamo il sistema! E di conseguenza cominceremo a salvare il pianeta. Il capitalismo, il modello di sviluppo distruttivo sta mettendo fine alla vita, minaccia di metter fine alla specie umana. E il secondo slogan spinge alla riflessione. In linea con la crisi bancaria che ha colpito, e continua a colpire, il mondo, e con il modo con cui i paesi del ricco Nord sono corsi in soccorso dei bancari e delle grandi banche (degli Stati Uniti si è persa la somma, da quanto è astronomica). Ecco cosa dicono per le strade: se il clima fosse una banca, l’avrebbero già salvato.

E credo che sia la verità. Se il clima fosse una delle grandi banche, i governi ricchi l’avrebbero già salvato. Credo che Obama non sia arrivato, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace quasi nello stesso giorno in cui mandava altri 30mila soldati ad uccidere innocenti in Afghanistan, e ora viene qui a presentarsi con il Premio Nobel per la Pace, il Presidente degli Stati Uniti. Gli USA però hanno la macchinetta per fare le banconote, per fare i dollari, e hanno salvato, vabbè, credono di aver salvato, le banche e il sistema capitalista.

Bene, lasciando da parte questo commento, dicevo che alzavamo la mano per unirci a Brasile, India, Bolivia e Cina nella loro interessante posizione, che il Venezuela e i paesi dell’Alleanza Bolivariana condividono fermamente; però non ci è stata data la parola, per cui, Signor Presidente, non mi conteggi questi minuti, la prego.

Ho conosciuto, ho avuto il piacere di conoscere Hervé Kempf – è qui in giro -, di cui consiglio vivamente il libro “Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta”, in francese, ma potete trovarlo anche in spagnolo e sicuramente in inglese. Hervé Kempf: Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta. Per questo Cristo ha detto: E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio. Questo l’ha detto Cristo nostro Signore.

……. Bene, Signor Presidente, il cambiamento climatico è senza dubbio il problema ambientale più devastante di questo secolo, inondazioni, siccità, tormente, uragani, disgeli, innalzamento del livello del mare, acidificazione degli oceani e ondate di calore, tutto questo acuisce l’impatto delle crisi globali che si abbattono su di noi. L’attività umana d’oggi supera i limiti della sostenibilità, mettendo in pericolo la vita del pianeta, ma anche in questo siamo profondamente disuguali.

Voglio ricordarlo: le 500 milioni di persone più ricche del pianeta, 500 milioni, sono il sette per cento, sette per cento, seven per cento della popolazione mondiale. Questo sette per cento è responsabile, queste cinquecento milioni di persone più ricche sono responsabili del cinquanta per cento delle emissioni inquinanti, mentre il 50 per cento più povero è responsabile solo del sette per cento delle emissioni inquinanti.

Per questo mi sembra strano mettere qui sullo stesso piano Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti hanno appena 300 milioni di abitanti. La Cina ha una popolazione quasi 5 volte più grande di quella degli USA.

Gli Stati Uniti consumano più di 20 milioni di barili di petrolio al giorno, la Cina arriva appena ai 5,6 milioni di barili al giorno, non possiamo chiedere le stesse cose agli Stati Uniti e alla Cina. Ci sono questioni da discutere, almeno potessimo noi Capi di Stato e di Governo sederci a discutere davvero di questi argomenti.

Inoltre, Signor Presidente, il 60% degli ecosistemi del pianeta hanno subito danni e il 20% della crosta terrestre è degradata; siamo stati testimoni impassibili della deforestazione, della conversione di terre, della desertificazione e delle alterazioni dei sistemi d’acqua dolce, dello sovrasfruttamento del patrimonio ittico, della contaminazione e della perdita della diversità biologica. Lo sfruttamento esagerato della terra supera del 30% la sua capacità di rigenerazione.

Il pianeta sta perdendo ciò che i tecnici chiamano la capacità di autoregolarsi, il pianeta la sta perdendo, ogni giorno si buttano più rifiuti di quanti possano essere smaltiti. La sopravvivenza della nostra specie assilla la coscienza dell’umanità. Malgrado l’urgenza, sono passati due anni dalle negoziazioni volte a concludere un secondo periodo di compromessi voluto dal Protocollo di Kyoto, e ci presentiamo a quest’appuntamento senza un accordo reale e significativo.

E voglio dire che riguardo al testo creato dal nulla, come qualcuno l’ha definito (il rappresentante cinese), il Venezuela e i paesi dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe, noi non accettiamo nessun altro testo che non derivi dai gruppi di lavoro del Protocollo di Kyoto e della Convenzione: sono i testi legittimi su cui si sta discutendo intensamente da anni.

E in queste ultime ore credo che non abbiate dormito: oltre a non aver pranzato, non avete dormito. Non mi sembra logico che ora si produca un testo dal niente, come dite voi. L’obiettivo scientificamente sostenuto di ridurre le emissioni di gas inquinanti e raggiungere un accordo chiaro di cooperazione a lungo termine, oggi a quest’ora, sembra aver fallito.Almeno per il momento. Qual è il motivo? Non abbiamo dubbi. Il motivo è l’atteggiamento irresponsabile e la mancanza di volontà politica delle nazioni più potenti del pianeta…

Il conservatorismo politico e l’egoismo dei grandi consumatori, dei paesi più ricchi testimoniano di una grande insensibilità e della mancanza di solidarietà con i più poveri, con gli affamati, con coloro più soggetti alle malattie, ai disastri naturali, Signor Presidente, è chiaramente un nuovo ed unico accordo applicabile a parti assolutamente disuguali, per la grandezza delle sue contribuzioni e capacità economiche, finanziarie e tecnologiche, ed è evidente che si basa sul rispetto assoluto dei principi contenuti nella Convenzione.

I paesi sviluppati dovrebbero stabilire dei compromessi vincolanti, chiari e concreti per la diminuzione sostanziale delle loro emissioni e assumere degli obblighi di assistenza finanziaria e tecnologica ai paesi poveri per far fronte ai pericoli distruttivi del cambiamento climatico. In questo senso, la peculiarità degli stati insulari e dei paesi meno sviluppati dovrebbe essere pienamente riconosciuta.

…. Le entrate totali delie 500 persone più ricche del mondo sono superiore alle entrate delle 416 milioni di persone più povere, le 2800 milioni di persone che vivono nella povertà, con meno di 2 dollari al giorno e che rappresentano il 40 per cento della popolazione mondiale, ricevono solo il 5 per cento delle entrate mondiale…

Ci sono 1100 milioni di persone che non hanno accesso all’acqua potabile, 2600 milioni prive di servizio di sanità, più di 800 milioni di analfabeti e 1020 milioni di persone affamate: ecco lo scenario mondiale.

E ora, la causa, qual è la causa? Parliamo della causa, non evitiamo le responsabilità, non evitiamo la profondità del problema, la causa senza dubbio, torno all’argomento di questo disastroso scenario, è il sistema metabolico distruttivo del capitale e della sua incarnazione: il capitalismo.

Ho qui una citazione di quel gran teologo della liberazione che è Leonardo Boff, come sappiamo, brasiliano, che dice: Qual è la causa? Ah, la causa è il sogno di cercare la felicità con l’accumulazione materiale e il progresso senza fine, usando, per fare ciò, la scienza e la tecnica con cui si possono sfruttare in modo illimitato le risorse della terra.

Può una terra finita sopportare un progetto infinito? La tesi del capitalismo, lo sviluppo infinito, è un modello distruttivo, accettiamolo.

….. Noi popoli del mondo chiediamo agli imperi, a quelli che pretendono di continuare a dominare il mondo e noi, chiediamo loro che finiscano le aggressioni e le guerre. Niente più basi militari imperiali, né colpi di Stato, costruiamo un ordine economico e sociale più giusto e equitativo, sradichiamo la povertà, freniamo subito gli alti livelli di emissioni, arrestiamo il deterioramento ambientale ed evitiamo la grande catastrofe del cambiamento climatico, integriamoci nel nobile obiettivo di essere tutti più liberi e solidari.

…. Questo pianeta è vissuto migliaia di milioni di anni, e questo pianeta è vissuto per migliaia di milioni di anni senza di noi, la specie umana: non ha bisogno di noi per esistere. Bene, noi senza la Terra non viviamo, e stiamo distruggendo il Pachanama*, come dice Evo e come dicono i nostri fratelli aborigeni del Sudamerica…

Hugo Chavez

Fonte: http://selvasorg.blogspot.com
Testo originale: http://selvasorg.blogspot.com/2009/12/discurso-de-chavez-en-copenhage.html
16.12.2009

Traduzione per comedonchisciotte.org a cura di MARINA GERENZANI

*Pachanama = Madre Terra

ComeDonChisciotte – LA POVERTÀ, LA GIUSTIZIA DEL COMMERCIO GLOBALE E LE RADICI DEL TERRORISMO

ComeDonChisciotte – LA POVERTÀ, LA GIUSTIZIA DEL COMMERCIO GLOBALE E LE RADICI DEL TERRORISMO.

DI JOHN PERKINS
YES! Magazine

Il brano che segue è tratto da “Hoodwinked: un economista di successo rivela perché i mercati finanziari mondiali sono implosi, e cosa dobbiamo fare per ricostruirli”. Random House, 2009.

“Domenica, i cecchini dei Navy Seal hanno tratto in salvo un capitano illeso di una nave cargo americana e hanno ucciso tre pirati somali in un’ardita operazione nell’Oceano Indiano, mettendo fine a una situazione di stallo che durava da cinque giorni tra le forze navali degli Stati Uniti e una piccola banda di briganti in giubbotti di salvataggio arancione al largo del Corno d’Africa”.

Il New York Times ha pubblicato questo articolo nell’aprile del 2009. Le stesse parole “pirati”, “operazione ardita”, “stallo” e “briganti” erano tipiche dei media americani; hanno fatto sembrare come se gli odiati cowboy bianchi avessero cavalcato in soccorso di una città assediata da Billy the Kid e la sua banda. Avendo vissuto in quella parte del mondo come sicario dell’economia, sapevo che c’era un altro lato di ciò che era accaduto. Mi chiedevo perché nessuno si domandava nulla in merito alle cause della pirateria.

Ho ricordato le mie visite al popolo Bugi, quando sono stato inviato nell’isola indonesiana di Sulawesi nei primi anni ’70. I Bugi erano stati pirati infami sin dai tempi delle Società delle Indie Orientali nel 1600 e 1700. La loro ferocia aveva ispirato i marinai europei ritornati per disciplinare i loro figli disobbedienti con le minacce “l’uomo bugi ti si piglia”. Nel 1970, abbiamo temuto che avrebbero attaccato le nostre petroliere mentre passavano attraverso il vitale Stretto di Malacca.

Un pomeriggio, mi sedetti con uno dei loro anziani sulla riva sulawese. Guardavamo la sua gente costruire un galeone a vela, chiamato aprahu, proprio come aveva fatto per secoli. Come una gigantesca balena arenata, era alto e asciutto, sostenuto verticalmente da una fila di pali nodosi che sembravano radici che spuntavano dallo scafo. Dozzine di uomini si attivavano intorno ad esso, lavorando d’ asce, d’accette e trapani a mano. Gli ho espresso le preoccupazioni del mio governo, facendo capire che ci sarebbero state ritorsioni se le vie del petrolio venivano minacciate.


[Il recente libro di J. Perkins, a sinistra, e, a destra, il suo maggiore successo, tradotto in Italia col titolo “Confessioni di un sicario dell’economia”]

Il vecchio mi guardò. “Non eravamo pirati ai vecchi tempi”, disse, i suoi folti capelli bianchi andavano su e giù sdegnosamente. “Abbiamo solo combattuto per difendere la nostra terra contro gli europei che sono venuti a rubare le nostro spezie. Se oggi attacchiamo le vostre navi, è perché ci portano via il commercio; le vostre ‘navi puzzolenti’ inquinano le nostre acque col petrolio, distruggendo i nostri pesci e facendo morire di fame i nostri bambini”. Poi si strinse nelle spalle. “Ora, siamo in perdita”. Il suo sorriso era disarmante. “Come può una manciata di persone a bordo di navi a vela in legno combattere i sottomarini americani, gli aerei, le bombe e i missili?”

Pochi giorni dopo il salvataggio, il Times ha pubblicato un editoriale dal titolo “Lotta alla pirateria in Somalia”, che concludeva:

Ancora lasciata a se stessa, la Somalia può solo diventare più nociva, diffondendo la violenza ai propri vicini dell’Africa orientale, generando più estremismo e rendendo la navigazione nel Golfo di Aden sempre più pericolosa e costosa. Vari sono gli approcci in discussione, come cercare attraverso i potenti clan della Somalia di ricostituire prima le istituzioni locali e poi quelle regionali e nazionali. Queste soluzioni devono essere urgentemente considerate.

Da nessuna parte il Times – o uno qualsiasi degli altri media che ho letto, sentito o visto – ha fatto il tentativo di analizzare le radici del problema in Somalia. I dibattiti sull’opportunità di armare gli equipaggi delle navi e inviare più navi da guerra nella regione, abbondano. C’è stato quel vago riferimento alla ricostituzione di istituzioni regionali e nazionali, ma che cosa esattamente l’autore intende dire? Istituzioni che sarebbero davvero di aiuto, come ospedali pubblici, scuole e mense per i poveri? O milizie locali, prigioni e forze di polizia stile Gestapo?

I pirati erano pescatori la cui sussistenza era stata distrutta. Erano padri i cui figli avevano fame. Far cessare la pirateria significherebbe aiutarli a vivere in modo sostenibile, dando dignità alle loro vite. Potrebbero i giornalisti non capire questo? Qualcuno di loro ha visitato la baraccopoli di Mogadiscio?

Infine, l’edizione del mattino dell’NPR del 6 maggio ha trasmesso un rapporto di Gwen Thompkins; ella ha intervistato un pirata che andava sotto il nome Abshir Abdullahi Abdi. “Abbiamo capito che quello che stiamo facendo è sbagliato”, ha spiegato Abdi. “Ma la fame è più importante di qualsiasi altra cosa”.

Thompkins ha commentato: “I villaggi dei pescatori della zona sono stati devastati da pescherecci da traino clandestini e dallo scarico di rifiuti da parte delle nazioni industrializzate. Le barriere coralline, secondo quanto si dice, sono morte. Aragosta e tonno sono scomparsi. La malnutrizione è alta”.

Si potrebbe pensare che avessimo imparato dal Vietnam, l’Iraq, l’incidente del “Black Hawk Down” in Somalia nel 1993 e da altre incursioni simili, che le risposte militari raramente scoraggiano le insurrezioni. In realtà, spesso fanno il contrario; l’intervento straniero potrebbe far infuriare le popolazioni locali, motivarle a sostenere i ribelli e il risultato è un’escalation di attività di resistenza. Questo fu quello che successe durante la Rivoluzione Americana, le guerre in America Latina per l’indipendenza dalla Spagna, e nell’Africa coloniale, in Indocina, nell’Afghanistan occupato dai sovietici e in tanti altri luoghi.

Incolpare i pirati e altre persone disperate per i nostri problemi è una distrazione che non possiamo permetterci se vogliamo davvero trovare una soluzione alla crisi che dobbiamo affrontare. Questi incidenti sono i sintomi del fallimento del nostro modello economico. Essi sono, per la nostra società, l’equivalente di un attacco di cuore per una persona. Mandiamo i Navy Seals a salvare gli ostaggi come consentiremmo ai medici di eseguire un by-pass coronarico. Ma è indispensabile riconoscere che entrambe sono reazioni a un problema di fondo. In primo luogo, il paziente ha bisogno di capire le ragioni per cui il suo cuore si è guastato, come il fumo, la dieta e la mancanza di esercizio fisico. Lo stesso vale per la pirateria e tutte le forme di terrorismo.

Il futuro dei nostri figli è intrecciato con il futuro dei bambini nati nei villaggi di pescatori della Somalia, le montagne della Birmania (Myanmar) e le giungle della Colombia. Quando dimentichiamo questo, quando consideriamo quei bambini distanti, come un qualcosa di scollegato dalle nostre vite, o solo come i discendenti di pirati, di guerriglieri o corrieri della droga, puntiamo la pistola alla nostra stessa progenie, come pure a padri disperati e a madri in terre che sembrano così lontane, ma in realtà sono i nostri vicini della porta accanto.

Ogni volta che leggo sulle azioni adottate per proteggerci dai cosiddetti terroristi, devo stupirmi della ristrettezza di vedute della nostra strategia. Anche se ho incontrato gente simile in Bolivia, Ecuador, Egitto, Guatemala, Indonesia, Iran e Nicaragua, non ne ho mai incontrato uno che volesse davvero imbracciare un fucile. So che ci sono uomini e donne impazzite che uccidono perché non riescono a controllarsi, serial killer e assassini di massa. Sono certo che i membri di Al Qaeda, dei talebani e altri gruppi del genere sono guidati dal fanatismo, ma tali estremisti sono in grado di reclutare un numero considerevole di seguaci solo da gruppi di persone che si sentono oppressi o indigenti. I “terroristi” che ho trovato nelle grotte andine e nei villaggi del deserto sono persone le cui famiglie furono scacciate dalle società petrolifere, dalle dighe idroelettriche o dagli accordi del “libero commercio”, i cui figli muoiono di fame, e che non vogliono niente di più che tornare alle loro famiglie con cibo, sementi e accesso a terre che possano coltivare.

In Messico, molti dei guerriglieri e narcotrafficanti una volta possedevano fattorie in cui coltivavano mais. Hanno perso i loro mezzi di sussistenza quando il North American Free Trade Agreement (NAFTA) ha dato ai produttori statunitensi un vantaggio sleale sui prezzi. Ecco come l’Organic Consumers Organization, un’organizzazione no-profit che rappresenta oltre 850.000 soci, iscritti e volontari, lo descrive:

Da quando il NAFTA è entrato in vigore il 1° gennaio 1994, le esportazioni di mais degli Stati Uniti al Messico sono quasi raddoppiate a circa 6 milioni di tonnellate nel 2002. NAFTA ha eliminato le quote che limitano le importazioni di mais. . . . ma ha continuato a permettere agli Stati Uniti di sussidiare la propria produzione per rimanere competitiva sul mercato del mais messicano, essendo il costo di produzione americano minore di quello messicano . . . Il prezzo pagato agli agricoltori per il mais in Messico è sceso di oltre il 70 per cento. . .

Il passaggio di cui sopra espone il lato oscuro delle politiche del “libero commercio”. I Presidenti degli Stati Uniti e il nostro Congresso hanno applicato norme che vietavano agli altri paesi di imporre le tariffe sui prodotti americani o di sovvenzionare prodotti locali che potrebbero competere con la nostra industria agro-alimentare, mentre a noi permette di mantenere le nostre barriere d’importazione e sovvenzioni, dando così alle aziende americane un vantaggio sleale. Il “libero commercio” è un eufemismo; esso vieta agli altri di usufruire dei vantaggi offerti alle multinazionali. Non disciplina, però, l’inquinamento che sta sciogliendo i ghiacciai, l’accaparramento di terre e lo sfruttamento.

Padre Miguel d’ Escoto Brockmann, un sacerdote nicaraguense che assisteva la guerriglia sandinista ed è ora presidente dell’ Assemblea Generale dell’ONU, ha un apprezzamento diretto per tali eufemismi e il potere delle parole usato per influenzare le percezioni del pubblico. “Il terrorismo non è davvero un ‘ismo’”, mi disse. “Non c’è alcun legame tra i sandinisti che hanno combattuto i Contras e Al Qaeda, o tra la FARC colombiana e i pescatori diventati pirati in Africa e in Asia. Eppure sono tutti chiamati ‘terroristi.’ Questo è solo un modo comodo per il vostro governo di convincere il mondo che c’è un altro nemico ‘ismo’ là fuori, come lo era il comunismo. Esso distoglie l’attenzione dai problemi reali”.

La nostra mentalità ristretta e le politiche che ne conseguono fomentano la violenza, le ribellioni e le guerre. A lungo termine, quasi nessuno trae beneficio dall’attaccare le persone etichettate come “terroristi”. Con una sola eccezione eclatante: la corporatocrazia.

Coloro che possiedono e dirigono le imprese che costruiscono navi, missili e veicoli corazzati; che fanno cannoni, uniformi e giubbotti antiproiettile; che distribuiscono cibo, bevande analcoliche e munizioni; che forniscono assicurazioni, medicinali e carta igienica; che costruiscono porti, piste di atterraggio e alloggi; e ricostruiscono villaggi distrutti, fabbriche, scuole, ospedali – loro e solo loro, sono i grandi vincitori.

Il resto di noi sono ingannati da quell’unica, esagerata parola: terrorismo.

Il collasso economico attuale ha risvegliato in noi l’importanza di regolamentare e prevalere sulle persone che controllano le imprese che ricevono un vantaggio dall’abuso di parole come terrorismo e che commettono altre truffe. Ci rendiamo conto che oggi i colletti bianchi dirigenti non sono una speciale razza incorruttibile. Come il resto di noi, hanno bisogno di regole. Eppure non è sufficiente per noi ristabilire regole che separano le banche di investimento dalle banche commerciali e dalle compagnie di assicurazione, ripristinare le leggi anti-usura e imporre linee guida per garantire che i consumatori non siano gravati da un credito che non possono permettersi. Non possiamo semplicemente tornare a soluzioni che hanno funzionato prima. Solo con l’adozione di nuove strategie che promuovano a livello mondiale la responsabilità ambientale e sociale proteggeremo il futuro.

John Perkins ha adattato questo estratto di “Hoodwinked: un sicario dell’economia rivela perché i mercati finanziari mondiali sono implosi, e cosa dobbiamo fare per ricostruirli” per “YES! Magazine”, un’organizzazione informatica nazionale non-profit che combina idee potenti con azioni concrete. John è anche autore di “Confessioni di un sicario dell’economia”, “Il mondo è come tu lo sogni: Insegnamenti shamanistici del Rio delle Amazzoni e delle Ande”, e “Lo spirito del Shuar.

Titolo originale: “Poverty, Global Trade Justice, and the Roots of Terrorism “

Fonte: http://www.yesmagazine.org
Link
15.11.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di CONCETTA DI LORENZO

ComeDonChisciotte – UN SISTEMA ECONOMICO STRUTTURALMENTE IRRECUPERABILE

ComeDonChisciotte – UN SISTEMA ECONOMICO STRUTTURALMENTE IRRECUPERABILE.

DI GILLES BONALFI
Mondialisation.ca

Coloro che credono ancora nei benefici della mano invisibile del mercato, dovrebbero rendersi conto che quest’ultima ci sta ripulendo le tasche a vantaggio di pochi. L’attualità ce lo mostra ogni giorno.

Sì, sì, la recessione è finita. Comincia ora la depressione e la disoccupazione di massa ne è l’indizio rivelatore. Non è il 1929, è molto peggio. Non tornerò sulle mie diverse analisi, perché ben presto gli eventi si susseguiranno (guerre, fallimenti, crack borsistici…)

Per capire perché la borsa continui a funzionare, basta leggere ciò che Pierre Jovanovic scrive sul suo blog.

Spiega così che il «40% dell’ NYSE è generato da cinque titoli» cosa confermata dall’analista finanziario Olivier Crottaz che ne ha anche pubblicato il grafico relativo.

Insomma, si rifilano pacchetti d’azioni facendo montare la maionese e tutto questo sconnesso da qualsiasi realtà economica. Grottesco!

Ho quindi deciso di scrivere une serie di articoli per dimostrare che ciò che molti chiamano capitalismo, non solo è una mostruosità, ma inoltre è completamente irrecuperabile.

Ho spesso usato il termine crisi sistemica per analizzare il crack attuale, ma dovremmo piuttosto parlare di crisi strutturale.

Infatti, ci sono stati molti studi sul fallimento del comunismo e le sue derive dittatoriali (Stalin, Mao), ma ci sono poche analisi di fondo riguardanti il nostro sistema economico attuale che, anch’esso, non può far altro che portarci al disastro e alla dittatura.

Innanzitutto, bisogna notare che Karl Marx ha fatto due errori fondamentali.

In primo luogo, la sua analisi si basa sull’idea che è “il calo tendenziale del tasso di profitto che è all’origine delle crisi che costellano la storia del capitalismo”.

L’economista Philippe Simmonnot ha confutato in modo chairo questa teoria. Per chi vuole approfondire, la spiegazione de L’errore di Marx è sul mio blog.

Inoltre, Marx ha “dimenticato” Freud (che è arrivato dopo) e i suoi lavori sull’inconscio, che Bernard Stiegler riassume affermando che “il capitalismo del XX secolo ha catturato la nostra libido e l’ha sviata dagli investimenti sociali”. Posso aggiungere che ha finito col resettarci tramite il feticismo dell’oggetto.

Poiché l’insieme dei media appartiene al gruppetto dominante, la realtà ha finito col scapparci e non vediamo più il mondo com’è. Questo “psico-potere” che permette di fabbricare la nostra coscienza collettiva, è il solo da distruggere veramente, perché “solo la verità è rivoluzionaria”.

Del resto, secondo Hannah Arendt, il totalitarismo è innanzitutto una dinamica di distruzione della realtà e delle strutture sociali.

Per capire meglio, bisogna rileggere «Il mondo nuovo» di Aldous Huxley, che non è un romanzo, ma un programma politico ben riassunto nella prefazione del 1946: «Uno stato totalitario davvero “efficiente” sarebbe quello in cui l’onnipotente comitato esecutivo dei capi politici e il loro esercito di direttori governerebbero su una popolazione di schiavi che sarebbe inutile forzare, perché avrebbero l’amore per la loro servitù».

Tra l’altro l’opera fa una sintesi della nostra epoca: «Man mano che diminuisce la libertà economica e politica, in cambio la libertà sessuale tende a crescere». Anche Claude Lévi-Strauss ne aveva parlato: «La funzione primaria della comunicazione scritta è di facilitare l’asservimento».

Siamo quindi una popolazione di schiavi, un’idea che il film di Jean-François Brient «De la servitude moderne» [NdT: Sulla servitù moderna] mostra in maniera esplicita [De la servitude moderne n°1, De la servitude moderne n°2, De la servitude moderne n° 3 (sul mio blog)].

Nonostante ciò, è importante analizzare perché alla fin fine il capitalismo ci porta alla dittatura. Infatti, gli economisti diventati matematici, han dimenticato che ciò che caratterizza il nostro sistema economico è quel suo lato mafioso retto da una sola legge, quella del più forte.

Mazzette, minacce e assassinii sono parte integrante del processo di conquista dei mercati. Gomorra di Roberto Saviano è il riflesso perfetto della nostra società.

Questo viene rappresentato sul piano matematico (dato che il mondo è scritto in linguaggio matematico) dalla legge di Pareto che mostra come le entrate si dividono sempre secondo una legge matematica decrescente a legge di potenza. L’economista Moshe Levy spiega che “la legge di Pareto, lungi dall’essere universale e ineluttabile, sarebbe solo il modoo di funzionamento particolare di una società egocentrica” e che “sono gli effetti stocastici (e non l’indigenza e il lavoro) della concorrenza ad arricchire pochi a scapito della maggioranza, portando alla ripartizione di Pareto”.

Per rimanere nell’ambito della matematica, è importante capire cos’è un frattale. Gli oggetti frattali sono imparentati a strutture a rete, e sono sottoposti alla legge di Pareto. Per fare un esempio, il 20% dei più ricchi detiene l’80% del capitale, ma all’interno di questo 20% si applica ancora la legge di Pareto, e così via… Del resto, le 20 persone più ricche del mondo hanno un capitale personale stimato nel 2009 a 415 miliardi di dollari, ossia poco meno del PIL svizzero (500 miliardi di dollari)! (Lista dei miliardari del mondo nel 2009)

L’1% dei più ricchi rappresentava il 10% del PIL nel 1979 e il 23% oggi. Saranno il 53% nel 2039?

Bisogna quindi capire che la pecca fondamentale del nostro sistema economico risiede nell’accumulo del capitale. Infatti, il capitalismo porta strutturalmente alla dittatura attraverso un accumulo colossale di ricchezze da parte di pochi.

Il capitalismo è quindi per natura non redistributivo. Infatti, per via della sua struttura basata sul debito, favorisce il capitale e mette la banca e la finanza al centro del sistema. Bene, la maggior parte degli interessi alla fine è riscosso da un piccolo numero di persone che finiscono con l’impadronirsi del sistema. Io lo chiamo effetto Monopoli (Famoso gioco in cui, dopo aver rovinato gli altri, sopravvive un solo giocatore).

Coloro che credono ancora nei benefici della mano invisibile del mercato, dovrebbero rendersi conto che quest’ultima ci sta ripulendo le tasche a vantaggio di pochi. L’attualità ce lo mostra ogni giorno.

Inoltre, sul piano matematico un investimento di denaro è un esponenziale. Potete del resto constatarlo cliccando su Esponenziale e capitale.

Ma questo accumulo di capitali ha una contropartita: l’accumulo di debiti, perché alla fin fine il denaro non viene creato ex nihilo, al contrario di quello che cercano di farvi credere (solo le banche centrali possono creare la moneta). Il nostro sistema economico è quindi diventato un grande schema di Ponzi, e questo è confermato anche dallo stesso Nouriel-Roubini: “Americani, guardiamoci allo specchio: Madoff, siamo noi, e il Signor Ponzi, siamo noi!”.

Avevo già indicato questo problema nell’articolo Crise systémique – Les solutions (n°5 : une constitution pour l’économie) [NdT: Crisi sistemica – Le soluzioni (n°5: una costituzione per l’economia)] e affermavo che questo sistema, che funziona sul debito e l’appropriamento della maggior parte degli interessi da parte di pochi, col passare degli anni impone l’allargamento della base di credito. E, quando si cominciano a fare prestiti a persone che non possono rimborsarli (i poveri), il sistema sprofonda.

E sì che tutte le religioni hanno condannato (a volte con diverse sfumature) il prestito con interessi, perché lo consideravano amorale, cosa che troviamo nel versetto 275 della seconda sura del Corano: “Dio ha reso lecito il commercio e illecito l’interesse”.

Non dimentichiamo che il sistema attuale si basa sulla formula: debito = consumo = lavoro. Quindi, senza debito, nessun lavoro! Del resto è per questa ragione che gli stati sostengono a fondo perso le banche.

Robert H. Hemphill, responsabile di crediti alla Fed di Atlanta, aveva dichiarato: “Se le banche creano abbastanza denaro, prosperiamo; in caso contrario, sprofondiamo nella miseria”

Di fronte a un esponenziale del capitale accumulato, ci ritroviamo con un esponenziale del debito. Per esempio, per gli Stati Uniti, abbiamo un debito totale (pubblico e privato) di 52.859 miliardi di dollari, ossia 375% del PIL statunitense e più del PIL mondiale.

Bisogna inoltre ricordare che il debito porta alla schiavitù, come riassume Jean Baudrillard: “Con il credito torniamo a una situazione propriamente feudale (una frazione del lavoro dovuta in anticipo al signore), al lavoro asservito”.

Il sociologo Immanuel Wallerstein ha ragione quando afferma che: «Da trent’anni siamo entrati nella fase terminale del sistema capitalistico».

Ivan Illich uno dei primi pensatori dell’ecologia politica ha sviluppato la nozione (chiamata illichiana) di contro-produitività, che mostra che le imprese che raggiungono una grandezza critica instaurando una situazione di monopolio, finiscono col nuocere al funzionamento normale dell’economia.. Possiamo anche aggiungere che finiscono con l’appropriarsi del potere. Il 4 giugno 1943, il senatore Homer T. Bone dichiarava al Comitato del Senato americano per gli Affari Militari: «Farben era Hitler e Hitler era Farben»

Albert Einstein, nel maggio 1949, in un articolo comparso nella Monthly Review, riprendeva la stessa idea: «Il capitale privato tende a concentrarsi nelle mani di pochi, in parte a causa della competizione tra capitalisti e in parte perché lo sviluppo tecnologico e la divisione crescente del lavoro incoraggiano la formazione di unità di produzione più grandi a scapito di quelle più piccole. Il risultato di questi sviluppi è un’oligarchia di capitale privato, il cui potere esorbitante non può effettivamente essere controllato neanche da una società il cui sistema politico è democratico»

Oggi, 500 imprese transnazionali controllano il 52% del PIL mondiale e questo fa dire a Jean Ziegler (membro del Comitato consultivo del Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite) che andiamo verso «una rifeudalizzazione del mondo»

Eppure J. K. Galbraith, economista e consigliere dei presidenti Roosevelt e Kennedy ci aveva avvertiti: «L’economia di mercato è spesso descritta come un’antica eredità. All’occorrenza, è una truffa, o più esattamente, un errore comunemente ammesso. Troppe persone studiano ancora l’economia su manuali che mantengono ancora i dogmi della produzione concorrenziale dei beni e dei servizi e della capacità di acquistare senza impedimenti. In realtà, possono esserci solo uno o pochi venditori abbastanza potenti e persuasivi a determinare ciò che le persone comprano, mangiano, bevono» (« Les nouveaux mensonges du capitalisme » (Le nuove menzogne del capitalismo » Pubblicato ne Le Nouvel Observateur (4/11/05), intervista di John Kenneth Galbraith a cura di François Armanet)

Quali sono le soluzioni? Non preoccupatevi, i nostri padroni han già previsto tutto. Per capire, bisogna sapere che la dialettica hegeliana è padroneggiata magistralmente. Abbiamo così la tesi, il capitalismo, l’antitesi, il comunismo, e infine la sintesi: un socialismo corporativo o social-fascismo (mondiale).

Voglio ricordare qui che Mussolini aveva dato la sua definizione del fascismo: “Il fascismo dovrebbe piuttosto essere chiamato corporativismo, poiché si tratta dell’integrazione dei poteri dello stato e dei poteri del mercato”. Ora, il corporativismo può essere assimilato a un’impresa criminale dato che, come afferma Howard Scott: “un criminale è una persona dagli istinti predatori che non ha abbastanza capitale per formare una corporazione” (Une constitution pour l’économie, pourquoi ?)

Può sembrare strano associare due principi opposti come socialismo e fascismo, ma Edgar Morin ci spiega ciò che egli chiama il principio dialettico: “Esso unisce due principi o nozioni antagoniste, che in apparenza dovrebbero respingersi l’un l’altra, ma che sono indissociabili e indispensabili per capire una stessa realtà”. Pensate sia impossibile? Ecco la mia analisi.

Conviene innanzitutto notare che tutti sparano sui cattivi banchieri (la tesi) e sostengono la nazionalizzazione delle banche (l’antitesi). Avremo quindi un FMI, una BRI e una banca mondiali (la sintesi) che controlleranno la futura moneta mondiale (i DSP che sostituiranno il dollaro: Crise systémique – Les solutions (n°5 : une constitution pour l’économie)) e regoleranno il sistema. Ora, questi organismi sono controllati da una manciata di persone.

La crisi attuale avrà come conseguenza diretta la distruzione delle nazioni, perché le somme perse superano le capacità degli stati e i tassi di indebitamento vanno alle stelle. Si svilupperanno dappertutto dei poli continentali con strutture regionali: il glocale. Su questa questione ho tra l’altro condotto uno studio preciso: Crise systémique – Les solutions (n°4 : régions et monnaies complémentaires) (Crisi sistemica – Le soluzioni. N°4: regioni e monete complementari)

Il futuro è al « socialismo » disse Schumpeter, un socialismo senza schaivitù, ma con una libertà limitata. Si dovrebbe usare allora il termine esatto: socialfascismo e precisare che la libertà scomparirà se non ne facciamo nulla. In ogni caso, una dittatura fallirà. Non dimentichiamo il principio « ologrammatico » di Edgar Morin: la parte è nel tutto, ma il tutto è nella parte, poiché tutte le forme di esistenza sono legate le une alle altre. Questa è tra l’altro la definizione esatta di ciò che Buddha, Jeschuth-notzerith (il vero nome di Gesù, ancora una bugia!) e Maometto hanno definito con la parola amore.

Fascismo e socialismo alla fin fine non sono altro che il riflesso della nostra dualità che ci spinge o verso gli altri, o verso il ripiegamento su sé stessi, l’egoismo e la violenza. È necessario quindi che cambiamo noi, se vogliamo cambiare il mondo; è quello che l’Islam chiama djihad, la cabala ebrea la lotta per lo zain (la lotta interiore) e che Bakunin riassume in poche parole: “Per rivoltarsi contro questa influenza che la società esercita su di lui, l’uomo deve, almeno in parte, rivoltarsi contro sé stesso”.

Gilles Bonafi è professore e analista eocnomico.

Titolo originale: ” Un système économique structurellement irrécupérable”

Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link
20.09.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MARINA GERANZANI

ComeDonChisciotte – SCACCO MATTO

ComeDonChisciotte – SCACCO MATTO.

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com

La concomitanza della sentenza della Corte Costituzionale e del maxi risarcimento (750 mln) per l’affaire Mondadori, più la presentazione dell’associazione “Italia Futura” di Luca di Montezemolo e, in aggiunta, l’apertura della procedura d’infrazione per l’Italia per deficit eccessivo – che comprende anche altri Paesi, ma che per l’Italia è stata motivata per “problemi strutturali” – non sono certo casuali. E’ uno di quei momenti nei quali la storia gira di boa: solo lo skipper attento se n’avvede. Il destino di Silvio Berlusconi – delle sue televisioni, delle sue battute e delle sue puttane – francamente, giunti a questo punto, c’appassiona ben poco.
Starà a lui decidere se accettare un compromesso che preveda una clausola di salvaguardia per il suo patrimonio, oppure decidere di salire con Bossi fino alla “Ridotta della Valtellina”.
Rimanendo in metafora, il 7 Ottobre 2009 è paragonabile allo sbarco in Sicilia del 10 Luglio 1943: il 25 Luglio, l’8 Settembre ed il definitivo 25 Aprile furono solo le ovvie conseguenze.

Uscendo di metafora, è oramai chiaro che la parabola di Berlusconi s’avvia al definitivo declino: i prossimi mesi ci riserveranno infiniti tira e molla giudiziari, convocazioni per i processi, opposizioni per “motivi istituzionali” e via discorrendo. Il destino, però, è segnato. Qualcuno si domanderà quale sia stata la causa scatenante: le puttane d’alto bordo sono sempre esistite, eppure non hanno mai condizionato la vita di un governo. Lo scandalo Profumo? Sì, ma Christine Keeler era molto vicina ai servizi sovietici e nemmeno la Lewinsky riuscì a scalzare Clinton: non ci risulta che la D’Addario sia una “pedina” di chissà quale servizio segreto, tanto meno che lavori per un’opposizione inesistente.
Il problema di Silvio Berlusconi è che la sua condotta morale, il suo agire nel panorama economico ed il suo carattere sbruffone offrono migliaia di pretesti per attaccarlo. Lui stesso, che non lo riconoscerà mai pubblicamente, se ne sarà reso conto.

Dove cercare, allora, le ragioni di questo scacco, il quale avviene con motivazioni che la Corte non prese nemmeno in esame per il precedente “Lodo Schifani”, ossia la non costituzionalità della legge?
Bisogna scendere un poco dai titoli roboanti, da partita di calcio: capire che – in fin dei conti – quel che conta è il denaro, l’economia. Se la sentenza della Corte ed il risarcimento per il processo Mondadori possono essere circoscritti all’ambito nazionale – sottolineo, possono – la procedura d’infrazione per l’Italia (soprattutto la motivazione) e “l’apertura” di Montezemolo non sono fatti interni. La famosa “pista inglese”, che portava a Mario Draghi, è svanita poiché Fini ha messo le mani avanti: niente governi tecnici o istituzionali. Dello stesso tenore le dichiarazioni d’altri politici.

Il problema dell’Italia è che, se essa fosse semplicemente la Grecia od il Portogallo, non sarebbe un problema. Ecco ciò che spaventa Bruxelles.
Invece, l’Italia è un grande Paese in Europa, una nazione popolosa con un apparato produttivo diversificato in molti settori: l’industria, però, che non tira più, crisi o non crisi finanziaria, perché “imballata” da troppi anni di non-governo. I “numeri” negativi italiani sono alti ed impressionano poiché non sono stati generati dalla crisi finanziaria internazionale, se non di riflesso, bensì da un andazzo che va avanti da un ventennio e che non riesce a trovare soluzioni.

Silvio Berlusconi s’è sempre piccato (insieme a Bossi) d’essere il paladino della piccola e media impresa, quella che dovrebbe (a dir loro) “resuscitare” l’Italia dallo stato d’abbandono nel quale si trova.
Governi di varia natura hanno messo a disposizione dell’apparato produttivo italiano, polverizzato in mille realtà sul territorio, provvedimenti legislativi da brivido: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Anni nei quali è mancata totalmente ogni forma di programmazione economica, vissuti “pericolosamente”, ammettendo l’inammissibile. Tanto per citarne una, lo scempio di una legge (30 o Biagi, come vi pare) che ha consentito d’abbattere i costi della manodopera a livelli di Terzo Mondo. Ha prodotto qualche effetto? Nessuno. Perché?

Poiché l’imprenditoria italiana ha utilizzato quelle norme non per creare imprenditoria d’avanguardia, al fine di trasformare quei posti in lavoro sicuro, bensì per tentare di produrre cinturini per orologi ad un centesimo in meno della Malaysia. Fallendo. In questo senso, l’Italia sì che s’è staccata dal resto d’Europa, finendo in una deriva che nessuno riesce più a capire: l’istruzione è ridotta a classi di 40 persone – sì, è giusto! – gli infortuni sul lavoro sono uno stillicidio di morti – sì, è normale! – le esportazioni languono: sfiga.

Ovviamente, questo quadro – lo rammento a chi, come chi scrive, crede fermamente che le ricette europee siano soltanto un diverso aspetto del turbo-capitalismo, niente che possa donarci un futuro onorevole – è tutto interno ad un dibattito delle borghesie: noi, i paria, non c’entriamo niente. Saremmo fessi, però, a non mettere questi processi sotto la lente d’ingrandimento, perché ci riguardano. In quale ottica, allora, dobbiamo considerare “l’uscita” (ampiamente prevista) di Montezemolo: il nuovo Signor Fiat cosa ci vuole raccontare?

Dopo il fallimento della piccola e media impresa, Montezemolo torna sulla scena per riunire il “salotto buono” della grande borghesia, quello che un tempo si radunava sotto le insegne del Partito Liberale.
In buona sostanza, ad un capitalismo bislacco lasciato in mano ad incompetenti, Montezemolo oppone una visione del “futuro” che è nuovamente appannaggio della grande impresa, la sola che può competere negli scenari internazionali poiché ha “fiato” per promuovere la ricerca, ha “tempi” che le consentono la perdita, nell’attesa di tornare a conquistare mercati.
Lo schieramento politico non-berlusconiano (Fini compreso, presente alla presentazione di “Italia Futura”) sembra sposare in toto le prediche di padron FIAT: vai, Luca, mostraci la strada, saremo con te fino alla vittoria! O alla morte.

Sì, perché si tratterà soltanto di un nuovo modo per “adattare” gli schemi berlusconiani – nessun diritto per i lavoratori, chi s’oppone è comunista, chi scrive contro è un “nemico”, ecc – al nuovo scenario: avremo così dei Fini, dei Casini e dei Bersani che ci racconteranno le medesime solfe un’ottava più alte o più basse, a scelta.

La vera riflessione che dovremmo porci è che questo sistema – il capitalismo – non funziona più, perché siamo in grado di produrre ogni bene in quantità incommensurabili, ma non troviamo sufficienti acquirenti.
Ecco, allora, aprirsi la strada della decrescita: produrre quel che serve, riportare indietro l’orologio alle comunità legate da reali vincoli d’appartenenza, senza cedere – parallelamente – ai localismi.
Le sperimentazioni, nel Pianeta, esistono ed hanno dato risultati più che confortanti: auto-produzione d’energia e di prodotti alimentari di qualità, gestione comunitaria dell’educazione, interazione cosciente e consapevole con il territorio.

Queste sarebbero conquiste, veri passi in avanti per tentare di consegnare ai nostri figli un futuro migliore: invece, sembra che il match sia tutto centrato sui processi, sui Galli, sulle parole vuote e sulle puttane.
Osserviamo pure, ma restiamone fuori.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/10/scacco-matto.html
8.10.2009

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