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Antimafia Duemila – L’Addaura. ”Tra” le ombre… luci.

Fonte: Antimafia Duemila – L’Addaura. ”Tra” le ombre… luci..

di Carlo Palermo – 11 maggio 2010
I recentii articoli di Attilio Bolzoni su Repubblica e di Alfio Caruso sul Corriere della Sera relativi all’attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone del giugno del 1989 offrono spunti di riflessione sullo stato delle indagini attualmente svolte in particolare da taluni magistrati in Sicilia, che tentano oggi di decifrare e comprendere alcuni episodi che solo apparentemente riguardano “affari” di Sicilia, ma che forse costituiscono chiavi di lettura di attività più complesse, trovanti origine e motivazione in centri di potere più complessi.
Esponendosi gli esiti delle nuove attività investigative, si evidenzia oggi che l’episodio dell’Addaura può essere considerato come punto di inizio e chiave di lettura delle stragi del ’92, rilevandosi così che siamo in ritardo di 20 anni con le indagini in conseguenza degli occultamenti e dei depistaggi intenzionali che avrebbero oscurato così a lungo la ricostruzione della verità.
In merito non posso che concordare con tale attuale impostazione dei magistrati, anche se ritengo che il connubio tra poteri occulti, mafia e terrorismo risalga a molto tempo prima, e come tale vada esaminato nella sua globalità storica per essere poi individuato e decifrato in ogni singolo episodio che ne ha costituito espressione.
Per comprendere a fondo la genesi e le più complesse responsabilità delle stragi del ’92 è forse opportuno ricordare che poco dopo i due attentati di Capaci e di via d’Amelio, a Milano, vennero sequestrati armi e plastico per attentati: dietro l’organizzazione sembra esservi stato il clan mafioso della famiglia Fidanzati, operante da un ventennio sull’asse Palermo – Milano, in connessione con le organizzazioni della mafia turca e con i terroristi libanesi.
In questo ricorrente asse – forse poco approfondito nel comune convincimento che la mafia operi solo in Sicilia – possono rinvenirsi indizi che riconducono a fatti vecchi e nuovi (al caso Calvi, alla P2, al sistema delle corruzioni politiche, ecc.), tutti ruotanti attorno a rilevanti operazioni bancarie e finanziarie, che – come noto – costituisce il necessario sistematico legante di tutte le attività illecite.
La riflessione ci riporta (come ho da tanti anni ricordato in miei scritti) a vicende in qualche modo collegate a due conti bancari “famosi” per Giovanni Falcone, come anche per i magistrati di Milano: il “Conto Protezione, rif. Martelli per conto Craxi”, sulla banca Ubs di Lugano (che risaliva ai lontani anni 1979-80), e il meno noto Conto “rif. Roberto”, sul Banco di Roma, sede di Lugano.
Su questi nomi e su questi conti si incentrarono e poi si bloccarono le ricerche di Giovanni Falcone quando era giudice istruttore a Palermo.
Sul Conto Protezione per tanto tempo (e sino al ’93) si bloccarono a Milano le indagini della magistratura sul Banco Ambrosiano.
Sul Conto rif. Roberto si fermarono Falcone e Borsellino nelle loro inchieste di mafia.
Su entrambi i conti, in Svizzera iniziò a indagare, su richiesta di Falcone, il magistrato elvetico Carla Del Ponte, che si trovava a Palermo all’Addaura insieme a Falcone nel giorno dell’attentato del 1989 all’Addaura.
Io incontrai Carla Del Ponte il giorno prima che costei partisse per la Sicilia, per vedersi con Falcone a Palermo.
Sui conti elvetici poi, dopo l’eliminazione di Falcone e Borsellino, si sono nuovamente imbattuti, dal ’92 i magistrati di Milano e inquirenti siciliani (di Palermo, Caltanisetta e Catania) in varie inchieste sulla corruzione e sui fondi occulti all’estero.
Per Falcone e Borsellino, quei conti rimasero però un mistero.
Per dipanare la matassa, andiamo ancora più indietro e spostiamo l’attenzione su personaggi a lungo trascurati, Florio Fiorini e Giancarlo Parretti, recentemente al centro di scandali finanziari internazionali; in passato, legati alle vecchie storie del Banco Ambrosiano, della P2, delle forniture di petrolio Eni-Petromin: si potranno notare le strette connessioni di questi fatti (tipicamente “economici” e bancari) con altri piú propriamente “mafiosi”.
Agli inizi degli anni Settanta, Parretti arrivò a Siracusa e il suo cammino si incrociò con quello di un uomo politico che contava nella Sicilia dell’epoca, il senatore democristiano Graziano Verzotto.
Nativo del nord, Verzotto, ancora nel 1953, aveva svolto in Sicilia il doppio ruolo di funzionario dell’Agip (antenata dell’Eni) e di commissario provinciale della Dc. Divenne rapidamente padrone incontestato di Siracusa, poi di tutta l’isola, anche se i suoi rapporti con il leggendario presidente dell’Agip-Eni, Enrico Mattei, presto si raffreddarono.
Verzotto fu l’ultimo a salutare Mattei quando, la sera del 27 ottobre 1962, questi prese a Catania l’aereo privato che si sarebbe schiantato poco dopo a Bescape, a qualche decina di chilometri dall’aeroporto di Milano-Linate: fu forse il primo episodio terroristico in cui si mescolarono insieme gli emergenti interessi di Stato, legati ai commerci internazionali di petrolio, e la mafia.
Lo stesso Verzotto nel 1967 divenne segretario generale della Dc siciliana e poi presidente dell’Ente minerario siciliano (Ems), organismo che raggruppava diciotto società, con disponibilità sugli enormi fondi del Mezzogiorno.
I suoi intrecci con la mafia furono molteplici: fu amico di Frank Coppola e di Giuseppe de Cristina, uno dei principali protagonisti della seconda guerra di mafia. La posta principale, in quel momento, era il controllo del mercato immobiliare dell’isola attraverso il triunvirato Stefano Bontade, Gaetano Badalamenti, Salvatore Riina, uomo di fiducia di Luciano Liggio, allora capo dei corleonesi.
De Cristina venne assassinato a Palermo il 30 maggio 1978.
L’omicidio scatenò quella che poi venne chiamata la «mattanza»: una strage totale che raggiunse il culmine negli anni 1981-82.
Frattanto, Fiorini – alleato di Parretti – come direttore finanziario dell’Eni (diresse l’ente dal 1975 al 1982, data della sua forzata separazione dall’Eni, conseguente agli scandali dell’epoca), guidava allora le finanze della compagnia petrolifera in collegamento con i socialisti di Craxi, piduisti e il leader libico Gheddafi.
In quel periodo si infittirono gli investimenti e le partecipazioni internazionali: Parretti (socio di Verzotto) e Fiorini, attraverso il gruppo finanziario spagnolo Melia International, acquisirono il controllo sulla società belga Bebel, che possedeva a sua volta oltre il 7% della Banque Bruxelles Lambert. Questa banca – negli ultimi anni Settanta – comparve nelle trattative tra Fiorini e Antony Gabriel Tannoury, graccio destro di Gheddafy, nella cessione delle azioni delle Assicurazioni Generali in relazione ai tentativi del leader libico di acquisire tecnologie nucleari. E, sempre alla stessa banca, si ricollegarono altri commerci di armi (come ad esempio quelli relativi alle forniture al Belgio degli elicotteri Agusta) in connessione con altri personaggi operanti nel settore finanziario internazionale al massimo livello.
Nel 1978 venne anche aperto, a Lugano, presso l’Union Banques Suisses, il Conto Protezione intestato a Silvano Larini: “I dirigenti dell’Ubs erano degli amici”, disse Fiorini, con riferimento ai rapporti tra la banca svizzera e l’Ambrosiano. Sui conti dell’istituto elvetico – che custodí i segreti di Craxi una quindicina di anni – a piú riprese si svolsero operazioni finanziarie del piú vario genere: versamenti di tangenti connesse a transazioni petrolifere (Eni-Petromin), pagamenti di partite di droga (in particolare per il clan mafioso dei Cuntrera-Caruana), finanziamenti illeciti dei partiti, creazioni di fondi occulti, operazioni di riciclaggio.
L’Ubs, inoltre, tramite banche controllate – in particolare la Banque de Commerce et de Placements (la Bcp) – fu in stretti rapporti con il pachistano Abedi e la Bcci.
Sempre nel 1978, il 17 aprile, iniziò un’importante ispezione della Banca d’Italia sul Banco Ambrosiano in conseguenza della gravissima situazione debitoria in cui questa versava per le spericolate operazioni del suo presidente Roberto Calvi.
Nel novembre, il dossier passò al giudice di Milano, Emilio Alessandrini, che conduceva le indagini su Calvi. Dopo circa tre anni, il 29 gennaio 1979, egli fu ucciso da un commando di Prima linea.
Dopo il sequestro Moro e lo scandalo Lockheed, gli anni 1979-80 trascorsero tra i tentativi trasversali di occupazione di potere incentrati nelle operazioni Rizzoli-Corriere della Sera, commesse petrolifere Eni-Petromin, finanziamenti al Psi di Craxi, nonché tra i misteri legati alla strage di Bologna e a quella di Ustica: tutti questi episodi evidenziarono depistaggi, connessioni occulte con il terrorismo, collegamenti tra i servizi segreti italiani e quelli americani, in una situazione politica condizionata dalla guerra fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, e tra gli Stati Uniti e l’Iran rivoluzionario di Khomeyni con un equivoco ruolo svolto dal leader libico Gheddafi.
Alla fine di quell’anno (1980), mentre a Trento iniziava l’inchiesta sulle connessioni tra mafia siciliana e mafia turca, e sui rapporti tra Trento e Trapani, il turco Ali Agka ebbe, verso il 20 dicembre, misteriosi contatti attorno a Palermo, forse proprio a Trapani.
All’inizio del 1981 (il 17 marzo) venne scoperto dagli inquirenti l’elenco degli appartenenti alla loggia P2. Il successivo 8 maggio, a Trapani, venne creata la loggia coperta C.
Qualche giorno dopo (il 13 maggio), Ali Agka tentò, in piazza San Pietro, di uccidere il Papa: sulla base di connessioni bancarie, il killer turco apparve in qualche modo collegato con il massone di rito scozzese Thurn und Taxis e con sette integraliste ispirate al culto di Fatima.
Esattamente un anno dopo (il 13 maggio 1982) e sempre con connessioni massoniche, un secondo attentato al Papa veniva consumato a Fatima, in Portogallo, mentre infuriava la guerra tra l’Argentina e l’Inghilterra per le isole Falkland.
Un mese dopo, a Londra, Calvi si “suicidava”.
Nella lista degli iscritti alla P2 stranamente non comparvero i nomi dei partner di Gelli presenti nel governo di Washington.
Numerosissimi, invece – quasi seguendo un piano prestabilito –, furono quelli di generali e militari argentini compresi nell’elenco.
In Argentina, a Buenos Aires, in via Cerrito 1136, il capo della P2 – si ricorderà – disponeva di un appartamento, al nono piano: vi si trovavano gli uffici di una ditta, Las Acacias. In quello stesso edificio aveva avuto sede il Banco Ambrosiano.
La società Acacias (panamense e con sede a Lugano) risultò al centro di operazioni di riciclaggio di denaro proveniente da traffici di stupefacenti, tra il Brasile, gli Usa, l’Italia e la Svizzera. Fondata da Vito Palazzolo, venne utilizzata per il trasferimento di milioni di dollari manovrati dal clan Bonanno tra gli Usa e la Svizzera.
Questi fatti riguardavano le connessioni “argentine” del clan Fidanzati, sulle quali indagò, negli anni Ottanta, Giovanni Falcone.
Per una strana ricorrenza, solo un anno prima di essere ucciso a Capaci, lo stesso Falcone si recò a Buenos Aires per una rogatoria: in un burrascoso incontro con il boss Gaetano Fidanzati – arrestato in quel paese –, questo ultimo minacciò di farlo saltare in aria.
Ritornando al 1982, nella settimana di Pasqua – e cioè poco prima della uccisione di Calvi, avvenuta il 17 giugno – davanti agli uffici di una società collegata alla Acacias (la Traex), avvennero incontri tra importanti operatori finanziari internazionali, il fornitore turco di droga Yasar Musullulu e, con ogni probabilità, Pippo Calò.
Yasar Musullulu, capo della mafia turca, era probabilmente il fornitore della morfina base della raffineria di Alcamo, scoperta nell’aprile del 1985, trenta giorni dopo l’attentato di Pizzolungo, non molto lontano dai luoghi ove era stato ucciso, due anni prima, il sostituto procuratore Giacomo Ciaccio Montalto.
Negli stessi giorni erano state eseguite indagini sui rapporti di mafia esistenti tra Trapani e Trento.
In America, il principale destinatario delle forniture di droga dalla Sicilia era allora il clan mafioso agrigentino dei Cuntrera e Caruana.
Uno dei loro soci piú importanti, Francesco di Carlo, venne in seguito indicato come uno dei killer di Roberto Calvi. Probabilmente la somma per pagare i killer venne ricavata dal tesoro segreto della P2, occultato in una banca sconosciuta e forse transitato sull’istituto Rothschild.
Mentre magistrati e investigatori siciliani indagavano sui Cuntrera, sul Musullulu e sulle operazioni bancarie che li collegavano in Svizzera, alla fine del mese di luglio del 1985, venne ucciso il commissario Giuseppe Montana, della squadra della Questura di Palermo, preposta alla cattura dei latitanti.
Frattanto Francesco di Carlo veniva arrestato in Inghilterra, dove lo raggiungeva immediatamente il vice questore Cassarà. Pochi giorni dopo, il 6 di agosto, al suo ritorno a Palermo, Cassarà venne ucciso.
Minacce di morte costringevano Falcone e Borsellino a nascondersi in un’isoletta per scrivere l’ordinanza di rinvio a giudizio del primo maxiprocesso di mafia.
Nell’aprile del 1986, veniva intanto scoperto a Trapani il Centro studi Scontrino, le sue logge massoniche, i legami filoarabi con Gheddafi.
Nel 1987, nel corso di indagini svolte a Palermo da Giovanni Falcone, a seguito di accertamenti in Svizzera sui rapporti presso istituti elvetici, emersero tracce di versamenti di centinaia di migliaia di dollari su un conto chiamato “Rif. Roberto” del Banco di Roma, sede di Lugano, i cui beneficiari non vennero mai individuati con certezza.
Quel denaro – come risultò in seguito – costituiva un diretto provento di forniture di stupefacenti effettuate al clan Cuntrera-Caruana. Il Banco di Roma di Lugano, ovvero la Svirobank, era di proprietà al 51% dello Ior, la banca del Vaticano, di cui era presidente Marcinkus, che era stato in stretto rapporto con Roberto Calvi .
A Trapani, nel settembre dello stesso anno 1987, in apparente controtendenza rispetto alla chiusura delle strutture Gladio, veniva creato il Centro Scorpione, dalla VII divisione del Sismi: avrebbe dovuto essere una propaggine di Stay Behind. Doveva probabilmente servire per ingrandire e potenziare alcune unità clandestine operanti sul territorio: le Rac e le Udg (Rete agenti coperti e Unità di guerriglia). Questo centro era dotato di un aereo di piccole dimensioni.
La mafia, in quella zona (Castellammare del Golfo), si serví proprio di un velivolo di quelle caratteristiche, per un enorme trasferimento di droga (565 kg di eroina) eseguito con una nave, la Big John.
Sempre in quell’anno, a fronte di aiuti a paesi sottosviluppati, il Perú ricevette dall’Italia mezzi sofisticatissimi: ponti radio, sensori a raggi infrarossi, giubbotti antiproiettile e una quantità imprecisata di pistole Beretta imbarcati su un aereo partito da Roma, coperto dal segreto militare. Si trattò dell’operazione “Lima”, un piano di aiuti, deciso nel 1987, a sostegno del governo peruviano del presidente García, allora impegnatissimo nella caccia al professor Guzmán, il leader di Sendero luminoso, già condannato all’ergastolo.
L’ammiraglio Fulvio Martini, direttore dei nostri servizi segreti, raccontò ai magistrati che l’operazione era stata organizzata dall’allora presidente del Consiglio Craxi. Era previsto l’addestramento della guardia peruviana con personale della VII divisione del Sismi, la stessa che aveva creato a Trapani, sempre nel 1987, il Centro Scorpione.
L’anno seguente, il 1988, dopo aver forse assistito nelle campagne di Trapani a un trasbordo di armi dirette alla Somalia su un aereo militare operante per conto dei nostri servizi segreti, veniva ucciso, in prossimità della comunità di Saman, Mauro Rostagno, sulle tracce delle piste massoniche della Loggia “C”, delle sacerdotesse sufi “Arcobaleno” e forse di alcuni traffici… anche più vicini a lui.
Era sui fatti finanziari sopraindicati che indagava il giudice Falcone nel giugno del 1989, mentre inutilmente cercava di capire cosa fosse il Centro Scorpione di Trapani. In quei giorni, sugli scogli vicini alla sua abitazione vennero rinvenuti due sacchi di esplosivo: un segno minaccioso cui subito non parvero estranee presenze di cellule deviate dei servizi segreti. Lo stesso Giovanni Falcone, parlando di questi fatti, non esternò sospetti sulla mafia, ma su “menti raffinatissime”.
Vennero trovati i candelotti sugli scogli della sua villa all’Addaura, mentre si occupava delle connessioni bancarie svizzere dei narcotrafficanti siculo-americani.
Lo stesso magistrato, nel 1991, prima di lasciare Palermo per i suoi incarichi ministeriali a Roma, svolse indagini su un ultimo processo riguardante rapporti tra mafiosi, società svizzere (in particolare di Chiasso) e istituti bancari elvetici, nodi di smistamento di narcodollari. Il processo, noto come Big John, prendeva il nome della nave sulla quale era stato sequestrato l’enorme carico di eroina vicino Trapani nel 1987.
Nel giugno 1992, anche l’ultimo fascicolo passato per le mani di Giovanni Falcone al ministero, per una rogatoria all’estero, era siglato “Big John”.
Dopo la morte di Falcone, un imputato di quel processo, legato al ruolo centrale del riciclaggio del denaro sporco, fu in contatto dalla Svizzera con il giudice Borsellino, poco prima che questi saltasse in aria a Palermo: forse intendeva “parlare”… Poi non parlò piú!
Dopo il 1992 apparirono cessate le stragi mafiose, forse per le reazioni investigative della magistratura che, per la prima volta, riuscì a identificare esecutori e mandanti mafiosi, forse per le concomitanti indagini di Mani pulite che, scavando nelle corruzioni degli appalti e dei finanziamenti illeciti ai partiti, travolgevano personaggi politici di primo piano, ma non “toccavano” gli aspetti occulti.
Poi vi furono gli attentati del ’93-‘94 (accomunati ai precedenti dalla identica tipica tipologia – di provenienza militare – degli esplosivi utilizzati), i quali, tramite “utili” indicazioni di collaboratori di giustizia mafiosi, vennero definite e qualificate anch’esse, pur se avvenute fuori dalla Sicilia, “di matrice mafiosa”.
Ecco, è in questo contesto storico, che ritengo vadano ricomposte … le giuste luci.
Dal passato al presente.
Passando per l’Addaura: “tra” le ombre… LUCI.

Tratto da: facebook.com

Antimafia Duemila – La strage di Pizzolungo voluta dai forti intrecci criminali internazionali

Antimafia Duemila – La strage di Pizzolungo voluta dai forti intrecci criminali internazionali.

di Rino Giacalone – 2 aprile 2010
Non sono elementi che restano sullo sfondo dell’attentato, non sono delle ombre, dietro il botto del 2 aprile 1985 si vede benissimo che c’è la mafia potente, quella che sopravvive con gli intrecci storici e le alleanze con pezzi dello Stato, i servizi e la massoneria deviati, le banche e i banchieri spregiudicati, i traffici di droga e di armi, le rotte internazionali del crimine.
E’ la mafia che lega le organizzazioni criminali italiane con quelle turche per esempio, o ancora la mafia che gestisce le «casseforti» del riciclaggio, dei denari di Cosa Nostra e una serie di investimenti illeciti. Le sentenze di condanna sono vaghe sulle motivazioni ma ugualmente i giudici sono riusciti ad infliggere l’ergastolo a Totò Riina, al capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, ai loro gregari Balduccio Di Maggio e Nino Madonia, una condanna per ricettazione per il castellamarese Gino Calabrò, dalla sua officina passò una delle auto usate per la strage, lui poi si è dimostrato esperto di esplosivi e di strategie terroristiche, è a scontare l’ergastolo anche per gli attentati del 1993. Ma dentro i fascicoli giudiziari ci sono nomi che tornano in altre inchieste, quelle sul crimine internazionale, sulle alleanze tra mafia e borghesia.
Le indagini di Carlo Palermo insomma per le quali venne rimosso da  pm di Trento e nel 1985 arrivò a Trapani. «Nell’85 scelsi di venire a Trapani per proseguire un’attività avviata 5 anni prima a Trento. L’attentato ritengo sia da inquadrare in un progetto preventivo». Palermo ha poi ricordato: «Nonostante la chiedessi in continuazione, non vi era alcuna vigilanza sulla mia abitazione (una villetta al Villaggio Solare, in territorio di Valderice), nè fu mai eseguita un’attività di bonifica lungo il percorso che facevo ogni mattina». Per l’ex magistrato, «l’assenza di un controllo preventivo ha concorso nell’attentato».Venticinque anni dopo riaffiorano nella memoria di Palermo «l’isolamento, sia da parte delle istituzioni che della popolazione che mi pesò veramente molto. Oggi la situazione è cambiata, margherita asta ne ha molti meriti».Parlando delle indagini, Carlo Palermo, ha rimarcato la «contraddizione» legata al fatto che il processo a carico dei presunti esecutori materiali, «svoltosi a poca distanza dai fatti, sfociò nelle assoluzioni» e che «la condanna dei presunti mandanti avvenne molti anni dopo e solo per le dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia, questi ultimi neppure ascoltati organicamente».
«Pensare – dice Palermo – che la mafia si sconfigga con l’arresto di qualche referente locale di Cosa nostra significa avere una visione parziale del fenomeno. Ancor’oggi combattiamo contro le ombre del passato: chi ha fornito l’esplosivo per gli attentati a Chinnici, Falcone e Borsellino? Chi ha fornito e l’esplosivo utilizzato a Pizzolungo? L’ex magistrato ricorda che «in tutti i delitti eccellenti c’è sempre l’agenda che scompare, come in via D’Amelio, o la cassetta che non si trova più, come nel delitto Rostagno, avvenuto a Trapani».
«Pizzolungo fa parte della strategia mafiosa e terroristica condotta da Cosa Nostra e dall’ala cosiddetta corleonese di Totò Riina». Ma non solo. Lo scenario ricostruito dalla sentenze di condanna, per i mandanti, Totò Riina, Vincenzo Virga, e i loro «gregari» Balduccio Di Maggio, Nino Madonia, è quello che vede coinvolti gli uomini della mafia, come il castellammarese Gino Calabrò, condannato solo per la ricettazione dell’ auto rubata usata per la strage, o l’alcamese Vincenzo Milazzo, morto ammazzato nell’ estate del ’92, che più di altri hanno avuto stretti contatti con la massoneria e quei soggetti facenti parte dell’area «oscura» dello Stato, servizi deviati e quant’ altro la storia d’ Italia ci ha nel tempo rassegnato. Riina e Calabrò sono oggi nelle patrie galere, riconosciuti uomini e assassini della cupola, mai hanno fatto un passo indietro, sono rimasti pure dietro le sbarre rispettati «mammasantissima». Milazzo fu ucciso nel luglio del 1992, qualche settimana prima della strage Borsellino: Milazzo fu ucciso assieme alla sua convivente, Antonella Bonomo, forse perchè testimoni scomodi della strategia stragista di Cosa Nostra, i pentiti parlarono dei contatti «sotto banco» che la donna in particolare avrebbe avuto con agenti dei servizi segreti.
«Pizzolungo – continuano a dire i giudici che si sono occupati di Pizzolungo mandando all’ergastolo per la strage del 2 aprile Totò Riina, Vincenzo Virga, Balduccio Di Maggio e Nino Madonia – fa parte di un elenco di fatti e attentati eclatanti che furono deliberati dalla “cupola” guidata da Totò Riina». È però una strage della quale non si ha contezza del movente.Ed è attorno a Gino Calabrò, lattoniere e capo mafia di Castellammare, l’uomo che affiancò Messina Denaro nelle stragi del ’93, e per questo sconta l’ ergastolo, che si ha la forte sensazione che si celi il «movente» sull’ attentato di Pizzolungo. Il l lattoniere di Castellammare è uno che risulta avere stretto mani importanti, massoni come quelli della Iside 2 di Trapani, non tutti andati «ancora in sonno», alcuni ancora «in sella»; e di massoni e servizi deviati nell’attentato di Pizzolungo si ha percezione della presenza.
Cosa Nostra certamente c’ entra e lo raccontano i pentiti. L’1 aprile del 1985 il capo del mandamento Vincenzo Virga incontrò Francesco Milazzo (che lo ha riferito dopo il pentimento) e Vito Parisi, uomini d’ onore di Paceco: li avvertì che per l’ indomani era meglio che a Trapani non si facessero vedere, «ci sarà un attentato» disse loro; quel giorno stesso Virga fu fermato ad un posto di blocco, la relazione di servizio è saltata fuori anni dopo, era assieme ad un imprenditore Francesco Genna, tutti e due erano all’epoca degli insospettati e degli insospettabili, nella relazione venne annotato che tra le mani avevano uno stradario della frazione di Pizzolungo.
Per Francesco Di Carlo, altro pentito, palermitano, «la mafia doveva dimostrare di essere più forte dello Stato, si era fatto un gran parlare di questo magistrato che arrivava da Trento a Trapani, divenne obiettivo per questa ragione». Giovan Battista Ferrante, altro ex «picciotto» di Palermo, ha ricordato quando qualche giorno dopo la strage fu testimone di un incontro tra il capo mandamento di San Lorenzo, Pippo Gambino, con il mazarese Calcedonio Bruno, l’ architetto affiliato alla potente cosca di Mazara: «Gambino lo accolse facendogli un gesto, del genere per chiedergli “che cosa avete fatto”, Calcedonio aprì le braccia per dire “è successo”, per quella donna e quei bimbi morti. Nino Cascio, pentito alcamese, ha detto di avere appreso dal capo cosca Vincenzo Milazzo della strage, «mi disse che se l’avesse avuto lui in mano il telecomando non lo avrebbe premuto». A premere il timer per Cascio fu Nino Melodia, altro boss di Alcamo, in carcere, condannato per altri reati.
Esecutori non più processabili, Milazzo è morto, gli altri sono stati assolti in forma definitiva dalla Cassazione quando ancora non c’erano state le confessioni dei pentiti e a conclusione di un primo troncone di processo «offuscato», quando divenne immodificabile, da una rivelazione di Giovanni Brusca che disse (durante il Borsellino ter) di sapere che il nisseno «Piddu» Madonia doveva «avvicinare» chi si occupava negli anni ’80 del processo ai killer stragisti di Pizzolungo.
Sono un centinaio le pagine della sentenza che ricostruiscono quello che è stato possibile ricostruire su quanto accadde quel giorno a Pizzolungo, si fa cenno ai «segnali» premonitori dei giorni antecedenti, le telefonate minacciose, quelle giunte anche alla base di Birgi, quando il pm Palermo vi alloggiava, con la quale gli si preannunziava la consegna di un «regalo». Quel giorno, il 2 aprile, col giudice Palermo c’ era la scorta composta da Raffaele Di Mercurio, Salvatore “Totò” La Porta e Antonino Ruggirello; Ruggirello e Di Mercurio seguivano su di una normalissima Ritmo l’ auto, una Fiat 132 blindata sulla quale sitrovava il magistrato, l’autista Rosario Maggio, l’altro agente, La Porta:per un caso fortuito Palermo sedeva nel sedile posteriore alle spalle dell’autista, dunque sul lato sinistro, la deflagrazione devastò il lato destro della vettura e spinse Palermo fuori dall’auto. Tra i detriti e i resti delle vittime.
Quegli attimi della mattina del 2 aprile 1985 furono raccontati in Tribunale dal magistrato, Carlo Palermo, e dalla sua scorta, Raffaele Di Mercurio (morto da qualche anno per una malattia cardiaca), Totò La Porta, Antonino Ruggirello. Carlo Palermo: «Giunti in località Pizzolungo nell’affiancare altra autovettura in fase di sorpasso, è avvenuta la deflagrazione. Ebbi l’impressione che provenisse dal motore. Fui sbalzato al di fuori dell’auto dal lato sinistro in quanto lo sportello si aprì perché non avevo inserito la sicura. Immediatamente mi sono reso conto che vi erano tracce di un’ altra autovettura che doveva essersi disintegrata. Quindi insieme all’autista abbiamo estratto il corpo dell’agente di tutela che si presentava quasi esanime».
Rosario Maggio: «Avvenuta l’esplosione la Fiat 132 si bloccò quasi impuntandosi, infatti il motore è finito a terra ed i copertoni si sono dilaniati. Io ho sentito una botta violenta ma non ho visto la fiamma che invece hanno visto gli uomini che erano di scorta». Raffaele Di Mercurio: «Ad un tratto proveniente dalla destra vidi un bagliore con una fiammata di colore arancione e sentii un violento boato, mi sentii come una morsa tutta intorno. Vidi alzarsi anche una massa oscura, era l’ asfalto. La Ritmo si bloccò quasi su se stessa. Trovai Ruggirello a terra davanti la Ritmo. Aveva il braccio sinistro all’altezza delle spalle, spezzato, aveva un buco alla guancia destra e sinistra, al collo destro e gli occhi ricoperti di sangue. Aveva addosso molto ferro frantumato».
«Ci guardavamo attorno – ricorda Palermo – e cercavo quell’ altra auto che avevo visto mentre la sorpassavamo. Era sparita, in alto su di una casa una macchia rossa, appena sotto per terra la scarpa di un bambino».

Antimafia Duemila – In ricordo di una strage ignorata

Fonte: Antimafia Duemila – In ricordo di una strage ignorata.

di Antonella Randazzo – 30 marzo 2010
Barbara Rizzo Asta e i suoi due bimbi gemellini di sei anni Salvatore e Giuseppe morivano il 2 aprile 1985. Non erano loro il bersaglio dell’ordigno di potenza micidiale attivato da mani mafiose. La persona che si voleva colpire si salvò miracolosamente.

Si tratta di un giovane giudice, Carlo Palermo, che quel giorno transitava con la sua vettura tra Pizzolungo e Trapani e avvicinandosi ad una curva vede esplodere l’ordigno che avrebbe dovuto ucciderlo.
La solita regia simile a quella di Capaci e di altri terribili attentati. Ma questa strage ha qualcosa di particolare: è stata pressoché ignorata o “dimenticata” dai politici, dai media e persino negli ambienti giudiziari. Un’altra particolarità è che il magistrato condannato a morte non stava affatto conducendo indagini nel Sud Italia e si trovava a Trapani soltanto da poche settimane.
Chi è Carlo Palermo? E’ un magistrato che dopo l’attentato ha perso il senso dell’olfatto e ha avuto due infarti. Già negli anni Settanta si occupava di indagini molto scottanti, che toccavano tasti che di solito si cerca di tralasciare: i legami fra mafia e massoneria nei traffici di droga, armi, e nel riciclaggio del denaro sporco.
Palermo lavorò come giudice istruttore a Trento nel periodo che va dal 1975 al 1984, e all’inizio degli anni Ottanta si occupò di un’inchiesta sui traffici di droga, sulla mafia e sulla corruzione politica. A quel punto si attivarono diverse autorità nell’intento di bloccare l’indagine, e il giudice fu trasferito a Trapani. Quaranta giorni dopo subirà l’attentato e dopo qualche mese si trasferirà a Roma. Nel 1989 lascia la magistratura e diventa deputato.
Ma Palermo porterà sempre con sé la consapevolezza della realtà che aveva scoperto e che tutti dovrebbero capire perché sta alla base del sistema attuale, creando problemi e sofferenze nel nostro paese e non soltanto.
Per capire qual è questa realtà leggiamo le parole del giudice, dette in un’intervista a Rai Educational:
“Purtroppo certe situazioni si possono spiegare solo rendendosi conto del fatto che in Italia esistono dei segreti. Nella storia di quasi tutti gli episodi criminali più micidiali della nostra storia – quelli che hanno visto la soppressione di investigatori, di magistrati e anche di politici – vi è sempre un aspetto ‘preventivo’ che non è mai stato sufficientemente approfondito, proprio perché viene eliminato colui che è il custode dei segreti. Colui che viene ucciso è portatore e custode di carte, di documenti, di conoscenze, e solo attraverso la ricostruzione di tutto quello che si nasconde dietro l’individuo è possibile risalire agli avversari che lo hanno eliminato.
Certo si può solo constatare il dato di fatto che, ad esempio, quando venne ucciso il generale Dalla Chiesa sparirono dei documenti dalla sua cassaforte. Anche nel caso della strage di Capaci sono avvenute alterazioni, successive alla morte, di agende che erano in possesso del magistrato. Lo stesso è stato per l’agenda rossa di Borsellino, sparita dal luogo dell’attentato. Vi è sempre questo strano effetto concomitante, accanto alla eliminazione di bersagli scomodi: l’occultamento e la sparizione di carte, documenti. A distanza di trent’anni continuiamo a parlare dei documenti Moro. Dopo tanto tempo la verità su questi fatti , le verità racchiuse in qualche cassaforte, non sono ancora conosciute… La mia convinzione è che vi sia una ricorrenza periodica di fatti legati alla massoneria, dalla Seconda guerra mondiale in poi, fino alla P2 ma anche oltre. Questo dimostra che la massoneria ha costituito un punto di raccordo e di incontro di soggetti eterogenei, legati prevalentemente alla destra, i quali hanno operato per acquisire il controllo della società italiana… La massoneria è tutt’altro che una cosa nazionale, bensì una rete di rapporti internazionali. La italiana ha una sua peculiarità – legata alla presenza storica della mafia – ma la massoneria è qualcosa di molto più ampio. Aspetti come il traffico di armi e di droga, il petrolio e le guerre trovano nella massoneria un canale di comunicazione ‘naturale’… Delle operazioni in cui si mescolano insieme forniture di armi, traffici di droga, fondi occulti, finanziamenti illeciti, tangenti o ‘lecite’ intermediazioni, una traccia rimane spesso in quei sacri santuari, le banche, ove tutto per necessità transita. Al di là degli specifici episodi e delle responsabilità penali, esistono alcune possibili chiavi di lettura, utili per decifrare il significato che legami presenti in quel torbido intreccio di interessi che più volte ha visto uniti mafia, terrorismo, massoneria, integralismo, poteri trasversali nazionali e internazionali.”13

Chi cerca di far ricordare la strage di Pizzolungo è la signora Margherita Asta, figlia della donna uccisa e sorella dei gemellini. Questa giovane donna chiede che si faccia luce sui mandanti della strage. Spiega il suo avvocato Giuseppe Gandolfo: “i processi hanno chiarito il ruolo avuto dalla mafia, ma non la commistione tra massoneria e politica”. Aggiunge la signora Asta: “Per la nostra drammatica vicenda sono state emesse dopo molti anni delle condanne. Ma queste non ricostruiscono appieno la verità. Non sono ‘tutta’ la verità purtroppo… Secondo me è così: massoneria, politica collusa, servizi segreti deviati… Nella strage di Pizzolungo c’è una miscela di tutto questo. Carlo Palermo, se si osserva su un piano storico la vicenda delle sue indagini su complesse vicende di criminalità, è stato sicuramente oggetto di una strategia omicida che andava oltre il puro fatto mafioso. Gran parte delle sue indagini il giudice Palermo le ha condotte nel Nord Italia, da Trento, toccando la vasta area grigia che si colloca tra la politica, la finanza e la mafia. Queste sono le ragioni che decretano la sua morte. Il giudice Palermo rimase a Trapani solo quaranta giorni. E in quei quaranta giorni tutto questo gran fastidio alla mafia non lo poteva dare, oggettivamente… La fase storica in cui avviene la strage di Pizzolungo è il momento in cui Carlo Palermo chiede di procedere contro il presidente del consiglio (all’epoca Bettino Craxi N.d.A.) e in cui contemporaneamente riceve violente intimidazioni. Forse è troppo scomodo parlare di questa strage; parlare di quello che Carlo Palermo stava facendo. Secondo me è questa la ragione della rimozione. Perché se si parlasse di quello che stava facendo Carlo Palermo secondo me si capirebbe la vera storia del nostro Paese. E si capirebbe anche quello che sta succedendo attualmente… Dietro la strage dei miei familiari, c’è un intreccio terribile di mafia, massoneria e politica che purtroppo è stato e resta esplosivo. Vogliamo parlare del Centro Scontrino di Trapani dove le logge coperte si mischiavano alla malavita? Del suo presidente, il gran maestro Giovanni Grimaudo, sotto posto a numerosi procedimenti penali? In Italia si processano solo i criminali di basso livello, delle connivenze di alto livello i giornali non parlano. Recentemente ho rivisto Carlo Palermo, e alla mia domanda se non fosse possibile fare qualcosa, riaprire le indagini, mi ha detto: ‘Sono ancora troppo potenti le persone che volevano la mia morte. Sono lì, in posizioni di enorme forza’”.14

Nel suo libro dal titolo Il Quarto livello, Palermo spiega che non si permette di indagare sul “quarto livello” ovvero sui rapporti fra politica, massoneria e mafia, che potrebbero svelare la vera natura su cui si basa il sistema attuale, e che personaggi di primo piano della vita politica, economica e finanziaria sono strettamente legati agli affari criminali della mafia e della massoneria.
Dietro la strage di Pizzolungo c’è questa realtà, ma si è voluto che essa fosse collegata soltanto alla mafia, per questo un magistrato che conduceva le sue indagini al Nord Italia è stato trasferito in Sicilia: la sua condanna a morte era stata decisa ma soltanto i mafiosi dovevano risultare responsabili.
Come in altre stragi, i mandanti coincidono con alcune autorità che ufficialmente alzano la propria voce per condannare i colpevoli.

13 Il grillo, Rai Educational, “Un giudice in prima linea”, 16 dicembre 1997.

14 Pinotti Ferruccio, Fratelli d’Italia, Bur, Milano 2007, pp. 595- 598.

Tratto da: NUOVA ENERGIA NUMERO 14 – 30 MARZO 2010

VISITA: lanuovaenergia.blogspot.com

Falcone e Borsellino: Stragi di Stato o stragi di mafia?

Falcone e Borsellino: Stragi di Stato o stragi di mafia?.

Da una puntata di “laser”, un programma di attualità e cultura per la Rete Due della radio Svizzera italiana.

“Il 1992 e il 1993 sono stati anni difficili per la storia d’Italia e a tutt’oggi sono avvolti nella nebbia.

A 17 anni di distanza le stragi di Capaci e via D’Amelio, in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nascondono ancora misteri: ci sono state sentenze di condanna ma un dubbio ha sempre aleggiato su quegli attentati e riguarda la possibile presenza di mandanti occulti. Il sospetto è che gli uomini della mafia agirono anche per conto di qualcun altro, addirittura per conto di uomini dello Stato. Di recente lo stesso Totò Riina ne ha parlato attraverso il suo avvocato: “Con quelle stragi non c’entro nulla – ha detto – c’entrano loro”, lasciando intendere forse con quel “loro” una possibile implicazione di uomini delle istituzioni. Ne è convinto anche il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, che lancia un’accusa forte: quelle stragi non furono omicidi di mafia, bensì omicidi di Stato. O entrambe le cose.

Ne parliamo con Salvatore Borsellino, Vincenzo Agostino (padre del poliziotto ucciso insieme alla moglie poco dopo il fallito attentato a Falcone all’Addaura), Carlo Palermo (magistrato scampato a un attentato di mafia a Trapani) e Giovanni Bianconi (giornalista del Corriere della Sera).”

Francesca Cocchi (da RSI Rete Due del 11 Novembre 2009)