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Antimafia Duemila – Le verita’ nascoste

Antimafia Duemila – Le verita’ nascoste.

Intervista a Luigi Li Gotti – 27 agosto 2009
Intervista rilasciata a Il Crotonese sulle verità nascoste che ora stanno riafforando riguardo le stragi di mafia dei primi anni Novanta, da quelle di via Capaci e via D’Amelio a quelle di Roma e Firenze, che passarono per la presunta ‘trattativa’ tra gli uomini di Cosa nostra e lo Stato.

Giornalista: Quali sono questi nuovi scenari?
Li Gotti: “La Commissione parlamentare antimafia ha deciso di avviare un’indagine sul periodo stragista della mafia, sulle possibili deviazioni, sull’ipotizzabile coinvolgimento di uomini delle istituzioni. Ovviamente si avrà l’accortezza di non pregiudicare e interferire con l’attività della magistratura”.

Giornalista: L’indagine avviata dall’Antimafia e quelle che già da tempo sta svolgendo la magistratura possono portare a dei risultati di conoscenze ulteriori rispetto a ciò che è scritto nelle sentenze?
Li Gotti: “Le indagini potrebbero dare alcune risposte agli interrogativi più inquietanti, ma c’è il rischio che si faccia confusione e che un polverone scentificamente provocato, possa portare al risultato di lasciare tutto a livello delle conoscenze attuali”.

Giornalista: Quali sono le pagine ancora oscure?
Li Gotti: “A mio parere le pagine, ed è ciò che ho detto in Commissione, ancora oscure sono: il ruolo di Paolo Bellini nella trattativa avviata da Nino Gioè (l’uomo morto suicida a Rebibbia nel 1993 e che era al fianco di Giovanni Brusca quando venne azionato il telecomando che provocò l’esplosione a Capaci). Bellini conobbe Gioè alcuni anni prima delle stragi, durante una comune detenzione nel carcere di Trapani. All’epoca Bellini agiva sotto copertura dei servizi segreti, essendo in possesso di documentazione di identità riferibile a tale Da Silva Josè. Proprio con questo nome venne tratto in arresto e conobbe Nino Gioè”.

Giornalista: Che successe dopo?
Li Gotti: “Alcuni anni dopo Bellini ritorna in Sicilia (fine 1991 inizi 1992) e prende contatto con Gioè, sollecitandolo ad aiutare il Nucleo del patrimonio artistico a recuperare alcune opere d’arte trafugate alla pinacoteca di Modena. Bellini agiva per conto del maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta e fornì al Gioè le fotografie delle opere da ritrovare. In cambio Gioè chiese un trattamento di favore per cinque capimafia detenuti. Bellini consegnò l’elenco con i cinque nomi al maresciallo Tempesta che, a sua volta, le consegnò al colonnello Mario Mori del Ros dei carabinieri. Sino a questo punto i fatti sono riscontrati con buona tranquillità”.

Giornalista: E quali sono allora i misteri ulteriori?
Li Gotti: “Bellini e Tempesta riferirono di progetti di Cosa Nostra di attentati al patrimonio artistico italiano (si parlò, da parte di Gioè, della Torre di Pisa). Tempesta ha dichiarato di averne riferito a Mori ma questi lo escluse. È comunque oggettivo il fatto che nel 1993 Cosa Nostra colpì il patrimonio artistico oltre a provocare morte (attentato a Firenze in via dei Georgofili e alla chiesa del Velabro a Roma). È un mistero chi fosse Bellini ed il ruolo che effettivamente svolse”.

Giornalista: Quali sono le altre pagine oscure?
Li Gotti: “L’incontro in carcere, in Inghilterra, del mafioso (poi diventato collaboratore di giustizia) Franco Di Carlo con misteriosi uomini dei servizi segreti, che chiedevano di sapere quale mafioso sarebbe stato in grado di compiere attentati di alto livello. Di Carlo fece il nome di suo cugino, ossia Nino Gioè. Le stragi non si erano ancora verificate. La vicenda rimane misteriosa”.

Giornalista: Dopo la strage di Capaci, a distanza di meno di due mesi, Cosa Nostra uccise Paolo Borsellino.
Li Gotti: “Ci si interroga sul perché di quella che è sembrata un’accelerazione. La risposta a questa domanda è estremamente difficile. È certo che fosse in preparazione l’attentato per la uccisione di Calogero Mannino, Totò Riina bloccò l’azione, essendo diventata urgente l’azione per eliminare Paolo Borsellino”.

Giornalista: Quale fu e se ci fu una “trattativa” tra lo Stato e Cosa Nostra?
Li Gotti: “Ci furono dei contatti tra Vito Ciancimino e il colonnello Mario Mori. Un punto oscuro è quello dell’inizio della trattativa. Prima della strage di via D’Amelio e dopo Capaci (così secondo alcune fonti probatorie) o dopo le due stragi (secondo il colonnello Mario Mori)? Non è da escludere che la morte di Borsellino possa essere collegata proprio alla ‘trattativa’”.

Giornalista: Ci sono altri interrogativi che attendono risposte?
Li Gotti: “La misteriosa scomparsa dell’agenda rossa che Borsellino teneva sempre con sé e che utilizzava per annotare sue valutazioni o accertamenti o sospetti; l’origine del misterioso foglietto, rinvenuto dopo la strage, in via D’Amelio con annotato un numero telefonico riconducibile ai servizi segreti; l’approfondimento dello studio del traffico telefonico già esaminato dal consulente Genchi e i contatti con Castello Utveggio e uomini di Cosa Nostra.
Quale era la struttura che era collocata in Castello Utveggio in Palermo? Il cambio improvviso del ministro dell’Interno (sino al 30 giugno 1992 era Vincenzo Scotti; dal 1° luglio 1992, diviene Nicola Mancino). Scotti, a una mia domanda durante il processo per la strage, disse di ignorare l’esistenza di trattative e di non sapersi spiegare la ragione del suo allontanamento dal ministero dell’Interno. Senonché, in questi ultimi giorni, Claudio Martelli, all’epoca delle stragi ministro della Giustizia, ha dichiarato, in un’intervista, che addirittura ci sarebbe stata una spaccatura nel governo tra i duri (tra essi egli stesso e Scotti) e i propensi alla trattativa. Scotti sarebbe stato sostituito, perché contrario alla trattativa. Per altro, se così fosse, la trattativa sarebbe precedente il cambio di governo (30 giugno 1992) e, quindi, precedente la strage di via D’Amelio (19 luglio 1992). Ma il colonnello Mario Mori, colloca invece l’inizio della trattativa (e il suo incontro con Vito Ciancimino) il 5 agosto 1992”.

Giornalista: Si trattò di un’unica trattativa o di più trattative?
Li Gotti: “In verità Martelli ha dichiarato di più contatti cercati da Cosa Nostra con lo Stato. Rimane l’ombra sull’incontro di Borsellino con il nuovo ministro dell’Interno, Mancino, il 1° luglio 1992. Mancino non lo ricorda e non ricorda di trattative. Il suo non ricordo risale a quegli anni (dichiarazioni rese nel 1997). Non è un cattivo non ricordo di oggi. Ma l’incontro è un fatto certo, perché riferito da chi accompagnò Borsellino sino all’anticamera del Ministro”.

Giornalista: Le indagini della Magistratura aprono nuovi scenari?
Li Gotti: “Sicuramente il nuovo scenario è rappresentato dal ruolo centrale svolto dalla famiglia mafiosa di Brancaccio (dichiarazioni del nuovo collaboratore Gaspare Spatuzza, ritenuto attendibile dalla magistratura e reo confesso del furto dell’autovettura imbottita d’esplosivo). Di tale furto si era accusato Vincenzo Scarantino, condannato definitivamente”.

Giornalista: Cosa significa ciò?
Li Gotti: “La responsabilità di Spatuzza significa diretto coinvolgimento della famiglia di Brancaccio, ossia dei capi mafiosi, i fratelli Graviano. Cioè i più attivi nel tessere alleanze politiche, in specie con le nuove realtà politiche che si affacciavano nel Paese. Nel quartiere Brancaccio (presso l’Hotel S. Paolo) fu costituito il primo e più importante circolo di Forza Italia, poi sciolto perché manifestamente infiltrato da mafiosi. Rimane per me un interrogativo da sciogliere la possibile incidenza sulla strage dell’intervista di Borsellino, resa il 22 maggio 1992 e in cui parlò dello ‘stalliere’ Mangano, di Dell’Utri e di Berlusconi. Così come rimane un interrogativo che merita risposte quali fossero le indagini che, dopo Capaci, Borsellino voleva segretamente avviare traendo spunto dal dossier mafia-appalti. Ne ha riferito Mori. Bisogna saperne di più”.

Giornalista: Ma il quadro che viene fuori potrebbe evidenziare, più che una trattativa, una collusione?
Li Gotti: “Non bisogna banalizzare e fare confusione. Bisogna tenere sempre a mente che il generale Mario Mori e gli uomini del Ros hanno catturato Salvatore Riina, il capo dei capi, e che, nel volgere di tre anni, le forze dell’ordine (Carabinieri e Polizia) sono riuscite a catturare i maggiori capi di Cosa Nostra. L’unica domanda che potrebbe farsi è: vi è stata una rigenerazione di Cosa Nostra, con la chiusura della stagione stragista, l’arresto dei capi corleonesi e l’avvento di una nuova mafia alleata del nuovo ceto politico? Ossia c’è stata anche una ‘seconda repubblica’ per Cosa Nostra, speculare a quella della politica?”

Borsellino: ”Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello”

Borsellino: ”Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello”.

Salvatore Borsellino racconta al Corriere Canadese tutte le nuove scoperte sulla strage di via D’Amelio
Dopo tanti anni, un po’ di verità sta venendo a galla sulla strage di via D’Amelio. Una strage che già allora era apparsa molto più complessa da capire rispetto a quella di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone assieme alla sua scorta. Ora, per spiegare la morte di Paolo Borsellino si parla di servizi segreti deviati, dello Stato italiano che non solo cerca di scendere a patti con Cosa Nostra comandata da Totò Riina ma lascia anche da solo il magistrato che con Falcone più aveva contribuito alla lotta contro la mafia, emettendo così la sua definitiva condanna a morte. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, dopo anni di silenzio ha deciso di parlare e ora ci racconta la sua verità.

Dottor Borsellino dopo strage di Capaci, suo fratello Paolo capì di avere le ore contate. Che cosa stava accadendo intorno a lui?
«In quel periodo non era soltanto Paolo ad aver capito di avere le ore contate. Uccidere Falcone senza uccidere Paolo equivaleva a fare un lavoro a metà. Paolo, infatti, se lasciato vivo, avrebbe continuato a fare quello che aveva fatto insieme con Falcone: ovvero combattere in tutte le maniere la criminalità organizzata. Lo avrebbe fatto da solo o contando sull’aiuto di pochi perché in fondo lo Stato ha sempre delegato ai magistrati certi compiti e certe responsabilità che, invece, avrebbe dovuto assumersi in prima persona».

La strage, però, arrivò a neanche sessanta giorni da quella di Capaci. Come mai una così brusca accelerata per liberarsi di un uomo che sarebbe dovuto morire comunque?
«Quello che nessuno si aspettava, e forse nemmeno Paolo se non negli ultimi giorni, era che la strage di via D’Amelio avrebbe seguito a così breve distanza di tempo quella di Capaci. Del resto, numerosi mafiosi avevano giudicato troppo prematuro questo passo e lo avevano fatto presente direttamente a Riina. Ma Riina rispose che la strage si doveva fare subito perché era stata promessa a qualcuno».

Il capo dell’ufficio istruzione di Palermo, Antonino Caponnetto, disse che Falcone morì nel gennaio del 1988 quando nominarono Antonino Meli come suo sostituto. Mi dica quando cominciò a morire Paolo Borsellino?
«Mio fratello iniziò a morire il primo luglio del 1992 dopo l’incontro che ebbe con il ministro della Giustizia di allora Nicola Mancino. Nonostante quest’ultimo continui a negare pervicacemente, lì deve essere stata proposta quella trattativa tra lo Stato e la mafia alla quale Paolo si deve essere opposto nella maniera più assoluta. E a questo punto non restava che quella soluzione e cioè uccidere Paolo ed eliminarlo in fretta».

Che cosa avrebbe potuto fare un magistrato sia pur influente come lui, per fermare una trattativa tra Stato e mafia?
«Poco. Ma di sicuro avrebbe portato quella trattativa agli occhi dell’opinione pubblica come aveva fatto dopo che si era trasferito a Marsala e aveva denunciato il colpo di spugna dello Stato nei confronti della mafia. In quell’occasione affermò che si stava distruggendo il pool antimafia. A seguito dell’intervista a L’Unità e a La Repubblica venne deferito al Csm che però non ebbe il coraggio di prendere dei provvedimenti disciplinari».

Suo fratello capiva molto bene i giochi sotterranei della mafia e della politica. Come spiega allora i tentativi di nominarlo capo della Superprocura antimafia e la candidatura a presidente della Repubblica? Non crede che esporre la sua figura servisse soltanto ad indebolirlo fino a renderlo un bersaglio da eliminare?
«L’idea è che certi coinvolgimenti non servissero altro che ad aumentare il rischio intorno alla sua persona. Non tanto per la candidatura alla presidenza della Repubblica che poteva lusingarlo. Ma per la nomina a capo della Superprocura antimafia. Era chiaro, infatti, che questo portava la mafia a vendicarsi. Mio fratello rimproverò all’allora ministro Scotti di non avergli preannunciato nulla di quello che stava accadendo. Ricordo anche che gli telefonai e che mi rispose confermandomi la sua disponibilità ad accettare quella carica a patto però che le misure di sicurezza intorno alla sua persona cambiassero radicalmente».

A distanza di anni ci può spiegare perché alcuni magistrati di allora hanno denigrato due eroi come Falcone e Borsellino?
«Ricordo che Paolo chiamò giuda un esponente del Csm. Questo giudice era Vincenzo Geraci, che aveva fatto credere a Caponnetto e Falcone che fossero stati raggiunti i voti necessari per poter nominare Falcone come successore di Caponnetto. In seguito le cose andarono diversamente e lo stesso Geraci votò contro Falcone, favorendo l’elezione di Meli che ostacolò l’attività di Giovanni e portò allo smembramento del pool. Falcone decise allora di andare a lavorare al ministero di Giustizia. Cosa che si rivelò positiva perché riuscì a sfruttare anche questo campo di battaglia e fece applicare il meccanismo di rotazione anche all’interno della Cassazione. Ciò significò l’esclusione dell'”l’ammazzasentenze” Corrado Carnevale dal maxiprocesso, che venne affidato a un’altra sezione. E le condanne emesse in primo grado vennero confermate. Questo provocò la reazione selvaggia della mafia con l’uccisione di Salvo Lima, di uno dei cugini Salvo».

La congiura di certi giudici in quale misura spaventava suo fratello? Di cosa aveva paura?
«Quello che Paolo poteva temere sta venendo fuori adesso in maniera lampante con la deposizione fatta da due magistrati che facevano parte del suo staff a Marsala. Questi colleghi nel ’92 lo andarono a trovare e lo trovarono distrutto. Mio fratello piangendo gli disse di essere stato tradito da un amico. Questi erano i reali pericoli all’interno della magistratura. Probabilmente un amico, forse un magistrato, ha causato direttamente l’accelerazione della strage di via D’Amelio».

Su questo ci sono anche delle deposizioni di alcuni pentiti. Giusto?
«Un collaboratore di giustizia, che si chiama Pulci, ha anche raccontato che all’interno delle cosche tutti sapevano che mio fratello si era confidato con un uomo delle istituzioni. Era l’uomo sbagliato perché avvertì le cosche mafiose e, come disse testualmente Pulci, la mafia “fu avvisata di fare la strage”».

Le stragi di mafia sono sempre state piene di misteri. Quando fu ucciso il generale Dalla Chiesa fu aperta la cassaforte nel suo appartamento. A Falcone fu manomesso e cancellato il suo diario sul computer. E a suo fratello sparì l’agenda rossa. Quale legame accomuna tutti questi fatti?
«Mio fratello aveva segnato sull’agenda rossa tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e tutte le valutazioni e le indagini sulla strage di Capaci della quale sosteneva a ragione di essere un testimone. Per questo motivo si aspettava di essere sentito dai magistrati. Ma non fu mai sentito da nessuno e venne ucciso prima che potesse farlo».

Anche qui tante prove, tante indizi, addirittura un uomo che viene visto allontanarsi con la borsa. Ma alla fine non è rimasto nulla, soltanto misteri e domande alle quali non è stata ancora data una risposta. Perché?
«La cosa terribile di tutta questa storia è che nonostante esistano le prove fotografiche della persona che ha sottratto la borsa dalla macchina, non si è mai riusciti ad arrivare alla fase dibattimentale di un processo. Questi processi, evidentemente, non dovevano andare avanti».

Paolo Borsellino a un certo punto disse anche alle persone più care «di aver capito tutto». Che cosa aveva capito?
«Quello che aveva capito lo ha lasciato detto nell’intervista a Fabrizio Calvi e a Jean Pierre Moscardo, un video mai trasmesso in Italia e che ora è possibile trovare su Internet. Mio fratello disse che erano in atto dei contatti tra la mafia e la politica e tra Cosa Nostra e alcuni imprenditori del Nord per portare avanti certe strategie per entrare nel mondo finanziario e in quello della politica. Lui lo lasciò detto in una frase che disse anche mia madre. “Sto vedendo la mafia in diretta”. È chiaro che non parlava della mafia che aveva sempre combattuto, ma di qualche altra cosa: cioè la commistione tra mafia, politica, istituzioni e servizi segreti. Stava vedendo qualcosa di nuovo e lo aveva capito dopo le dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che gli stava parlando di Signorino e di Contrada. Deve essere stato terribile per lui incontrare Contrada e Parisi proprio pochi minuti dopo che Mutolo gli aveva raccontato tutto questo».

Ora si parla di Castel Utveggio come del luogo dove materialmente è partito il comando per far esplodere l’auto parcheggiata in via D’Amelio. Lì c’era un ente che fungeva da copertura per i servizi segreti e da dove sono partite delle telefonate durante i giorni precedenti alla strage e forse anche subito dopo. Dopo tanti anni è questa la pista giusta?
«Sono tre anni che continuo a parlare del Castel Utveggio. Ora finalmente ci sono dei giudici seri a Caltanisetta e a Palermo e poi ci sono le rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di Vito. Il fatto che parli solo ora non deve sorprendere perché più volte ha sostenuto che certe domande prima nessuno gliele aveva mai fatte. E oggi tutto questo è finito anche sui giornali e finalmente si comincia a parlare di quello che avvenne a Castell Utveggio in quei giorni».

Lei però non ha mai avuto dubbi e ha sempre confidato su quella pista seguendo le intuizioni di Gioacchino Genchi, che per primo indicò quel posto come il punto cardine di tutta la strage di via D’Amelio.
«Oggi tutti parlano e ricordano, come ha fatto Ayala su Mancino. E i giudici ex colleghi di Paolo dopo tanti anni di silenzi vanno a deporre a Caltanisetta. Da mesi si parla di trattativa tra lo Stato e la mafia e si dà per scontato che ci sia stata. Si parla di Castel Utveggio in cui c’era un centro del Sisde. Da lì, come ha dimostrato Gioacchino Genchi    , ci fu una telefonata che raggiunse una barca nel golfo di Palermo dove c’era Bruno Contrada con altri funzionari del Sisde. Poi lo stesso Contrada fece una telefonata, forse al Castello Utveggio o forse al centro dei servizi di via Roma, per chiedere che cosa era successo. Lì gli venne comunicato che era morto Paolo Borsellino. Tutto questo accadde 140 secondi dopo la strage. Ed è davvero strano perché io, che ero suo fratello, ebbi la certezza della sua morte soltanto cinque ore dopo».

Teme che la morte di suo fratello possa essere strumentalizzata per portare a compimento progetti di tutt’altro genere anziché per ristabilire la verità storica e fare veramente giustizia sul ruolo dei colpevoli e dei mandanti?
«Spesso mi chiedo da cosa nasca tutto questo interesse. Prima c’era gente che non ricordava e che ora ricorda e altri che prima non parlavano che adesso parlano. Sicuramente è in atto la fine di un ciclo di equilibri nati dopo la fine del ’92. Questo forse porterà a un equilibrio nuovo. Che stia cambiando qualcosa lo dimostra anche quello che sta accadendo al presidente del Consiglio. Improvvisamente spuntano registrazioni, foto e sembra quasi che qualcuno abbia deciso che si deve cambiare qualcosa. Genchi dice sempre “chi di servizi ferisce, di servizi perisce”. E mi trova pienamente d’accordo. Qualcuno sta mettendo sul tappeto degli elementi per destabilizzare questo equilibrio e crearne uno nuovo. Purtroppo non mi aspetto che le cose migliorino. Dopo Andreotti alla guida dell’Italia è arrivato Berlusconi e dopo Berlusconi non può arrivare che qualcosa di peggio».

Paolo Borselino in un discorso definì la lotta alla mafia come un movimento culturale e morale che deve abituare tutti «a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Che cosa manca all’Italia per sentire il fresco profumo di libertà?

«La gente, in Italia, si trova meglio a stare nel puzzo del compromesso e della indifferenza piuttosto che sentire il fresco profumo di libertà. Forse siamo una Paese fatto di gente abituata a tenere la testa per terra con qualcuno sopra che ce la schiaccia. Siamo un Paese schiavo di un potere che facendo strage della nostra Costituzione, che sta distruggendo l’indipendenza dei poteri e che sta togliendo ai magistrati e alle forze dell’ordine i mezzi per poter esercitare le loro funzioni. Siamo uno Stato che con lo scudo fiscale sta facendo del puro e semplice riciclaggio di Stato con la garanzia dell’anonimità. Che cos’altro le devo dire?».

Mi dica come vede il futuro…
«Dobbiamo aspettarci che gli avvenimenti precipitino. Spero che almeno all’interno di questi avvenimenti si riuscirà ad avere un barlume di verità. Perché solo così si guadagnerà qualcosa. E magari verrà fatta giustizia di tutti questi morti, compreso mio fratello sul quale da troppi anni è calato un silenzio davvero insopportabile».

17 agosto 2009
Fonte:
corriere.com

Falcone non deve parlare « Pietro Orsatti

Falcone non deve parlare « Pietro Orsatti.

Dove sono i diari elettronici del magistrato morto a Capaci? Qualcuno potrebbe averli distrutti per cancellare le prove dell’esistenza di apparati deviati dello

di Pietro Orsatti su Left-Avvenimenti

La riapertura dell’inchiesta a e Caltanissetta sulla trattativa fra e Cosa nostra e sulle stragi del ’92 costringe a un esercizio della . Tornando, appunto, a quell’anno terribile. «Questa sera debbo astenermi rigidamente – e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi – dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni . Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi – se è il caso – ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla , sul Sole 24 Ore dalla giornalista Milella, li avevo letti in vita da Giovanni . Sono proprio appunti di Giovanni , perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi». Così parlò Paolo nel corso di una manifestazione promossa da MicroMega presso la biblioteca di il 25 giugno 1992, poche settimane prima della sua morte. I diari di . Anche Giuseppe Ayala, altro pm del maxi processo, parla di questi scritti sempre nel giugno del 1992. «Aveva un diario, sul quale scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché scriveva sul computer. Che io sappia, soltanto io, forse una volta Paolo , e probabilmente la moglie di , Francesca, eravamo stati messi a conoscenza dell’esistenza del diario. Non so se il dischetto è trovato e, se è trovato, naturalmente sarà letto e conosciuto. Nel caso in cui, invece, non sia trovato o sia smarrito, si è perduta l’occasione per ricostruire dalla fonte più autorevole quel che è accaduto intorno a Giovanni , dentro e fuori il palazzo di Giustizia di ».

Il procuratore di Caltanissetta dell’epoca, Salvatore Celesti (diventato in seguito procuratore generale a ), che indagava per competenza sulla strage di Capaci, in prima battuta negò l’esistenza dei dischetti, poi ammise in parte l’esistenza dei file: «Sono stati acquisiti alcuni dischetti nell’abitazione e negli uffici di , ora affidati a tecnici per la trascrizione. Il non è completo, ed è segreto. Se nei dischetti ci sono episodi privati non saranno da noi resi pubblici». Talmente segreti che vennero addirittura cancellati, cosa che in qualche modo già temeva Ayala, come si intuisce rileggendo con attenzione le sue parole. Cancellati da un portatile Toshiba, da un’agenda elettronica Casio in via Notarbartolo a , dai computer del ministero di Giustizia in via Arenula a . Da chi? Della vicenda si occupò anche che testimoniò in seguito. Ecco cosa dice: «Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno – afferma Genchi -. (…) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (…) e proprio dopo la strage mi era dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo (…); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (…) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, (…) dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile». Tornando al procuratore Salvatore Celesti, c’è da dire che la storia, nonostante la sua carriera, lo smentì clamorosamente. Il 23 giugno 1992 il procuratore si lasciò sfuggire una dichiarazione che all’epoca fece scalpore. Affermò, infatti, che secondo lui sulla strage di Capaci «non c’è più mistero per quanto riguarda il diario». E contemporaneamente c’era chi cancellava la del Toshiba, alterava i dati sui computer al ministero e sottraeva la scheda di dell’agendina Casio. Il sospetto emerse subito, la conferma, anche grazie alla perizia di Genchi, arrivò qualche anno dopo. Ma intanto qualcuno, L’espresso, aveva rivelato parte del contenuto di questi diari, in particolare i 39 punti di conflitto e di dissidio fra Giovanni e il procuratore capo Pietro Giammanco che mise il magistrato morto a Capaci nella condizione di abbandonare la Procura e . Si andava, questo raccontava il settimanale, dalla decisione di togliere al giudice assassinato la delega per le inchieste di mafia fino alla controversia che coinvolse dopo che il nucleo speciale dei carabinieri consegnò in Procura il sulla mafia degli appalti e che il procuratore capo sottovalutò e sminuì pubblicamente.

509298151_3365b74418_oTorniamo a e a ciò che disse in quello che è il suo ultimo intervento pubblico prima della strage del a . «Ecco perché forse ripensandoci, quando Caponnetto diceva “cominciò a morire nel gennaio del 1988” aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare». Sembra quasi che oggi si presenti il conto di quanto avvenuto 17 anni fa. «Quando si parla di trattative, di presenza in di uomini dei servizi, di servitori dello infedeli, di agende rosse e di uffici del Sisde a Castel Utveggio – spiega , fratello di Paolo – in realtà si raccontano cose che già allora erano emerse ma che poi forse sono state fatte cadere». Come avvenne nel caso delle dichiarazioni del tenente Carmelo Canale, ex maresciallo dei carabinieri promosso tenente per meriti speciali e collaboratore di Paolo . Nel 1994 rilasciò dichiarazioni esplosive. Fra le tante, ecco alcune battute indicative del e del personaggio: «Il dottor era molto agitato, aveva gli occhi di fuori, parlava con . “Caro Paolo, il responsabile del fallito all’Addaura era Bruno Contrada” (…) Io rimasi sconvolto e mentre scendevamo le scale chiesi a chi fosse Bruno Contrada. mi pregò di non parlare con nessuno di quell’episodio (…). Nel corso di una conversazione telefonica mi disse che aveva appreso da dell’intenzione di Gaspare Mutolo di iniziare a collaborare. Fra le prime cose che aveva rivelato, Mutolo aveva parlato di episodi di corruzione inerenti il giudice Domenico Signorino e Bruno Contrada».

Successivamente, nel 1997, Canale, accusato da due pentiti di mafia, venne processato per associazione esterna, e poi in seguito assolto (nel 2008 la conferma). Anche sulle sue rivelazioni, e sulla sua vicenda, ci sono tante ombre, e come tante altre dichiarazioni dell’epoca tornano attuali. È sempre più evidente che, all’epoca, a due uffici dello molto particolari, i Ros del generale Mario Mori e il Sisde di Bruno Contrada, agissero al limite della legalità e, a volte – è il caso di Contrada condannato – sfociassero in vera e propria collaborazione con la criminalità, in una sorta di continuità. La domanda è, oggi, se i due uffici agissero in concorrenza e all’oscuro ciascuno di cosa stesse facendo l’altro, oppure se su distinti punti si muovessero in convergenza. È certo, però, che senza la loro azione oggi si saprebbe molto di più di quello che avvenne fra il 1992 e il 1993, anno degli attentati a Firenze, Milano e : i due anni delle stragi.

Via D’Amelio. le verità supposte

Via D’Amelio. le verità supposte.

A 17 anni dalla strage di via D’Amelio, si riaprono per la terza volta i fascicoli del processo contro gli assassini del giudice Paolo Borsellino. I nuovi elementi arrivano dalle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, picciotto corleonese, fedelissimo del boss Leoluca Bagarella e assassino di padre Puglisi, il celeberrimo parroco anti-mafia. Spatuzza si sarebbe autoaccusato di aver procurato la Fiat 126 imbottita di tritolo parcheggiata davanti alla casa della madre del magistrato, smentendo uno dei testimoni chiave dei processi precedenti, quel Vincenzo Scarantino il cui verbale d’interrogatorio datato 2 giugno 1994 fu modificato con note a margine prima smentite, poi ritratte, poi di nuovo smentite.
Questo è solo un piccolo tassello nello sconfinato mosaico di personaggi, luoghi e istituzioni che fanno dell’omicidio Borsellino uno dei nodi chiave della storia della seconda Repubblica. Dentro il calderone giudiziario c’è praticamente di tutto: mafiosi, agenti di Sismi e Sisde, politici, magistrati. Ci sono sparizioni misteriose di elementi fondamentali per le indagini – come l’importantissima agenda rossa del magistrato, ribattezzata “la scatola nera della seconda Repubblica” – o la più recente scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo di una carta sim contente il numero dell’agente del Sismi che trattò con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, prima e dopo l’estate di sangue del 1992.

Ci sono attori come Mario Mori, direttore del Sisde dal 2001 al 2006, che coordinò l’arresto di Totò Riina nel 1993 ma che, per aver fallito la cattura di Provenzano solo due anni dopo, è attualmente indagato dalla procura di Palermo per favoreggiamento mafioso. Ci sono poi personaggi secondari, come l’attuale vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, che negano l’evidenza di documenti autografi di Borsellino: uno in particolare annotava un appuntamento per il 1° luglio 1992 proprio con l’allora ministro dell’Interno, ma il diretto interessato pare non ricordare.

Il problema di questa vicenda è che a mano a mano che si scava, si scoprono continuamente nuovi personaggi, nuove collusioni, nuovi reati. Venire fuori da questa infinita matrioska con una verità incontrovertibile, per giunta dopo ben 17 anni, pare praticamente impossibile, per cui è bene limitarsi ai fatti, o meglio alla loro successione. Tutti sappiamo cosa accadde quel terribile 19 luglio a Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta; sappiamo anche che ci sono stati due processi e che gli esecutori della strage sono stati individuati e puniti con svariati ergastoli. Tralasciando l’immensa mole di dati relativi a nomi come Contrada, Ayala, Arcangioli – e sono solo una minima parte – sarebbe bello poter fare un piccolo esercizio di fantapolitica, o fantamafia che dir si voglia, provando a leggere gli avvenimenti dell’ultimo periodo in chiave un po’ più maliziosa.

Partiamo da febbraio e da Gioacchino Genchi, il superconsulente giudiziario che per primo riscontrò in Castel Utveggio, il luogo da cui partì il comando d’innesco dell’autobomba di via D’Amelio. Lo scorso febbraio Genchi è stato sottoposto a procedimento penale dopo che la stampa e lo stesso Berlusconi avevano indicato il suo archivio come prova palese di violazione della privacy di ben 350.000 persone. Nonostante il perito assicurasse che quei tabulati erano atti pubblici consegnati direttamente dagli inquirenti, il 13 marzo i carabinieri del Ros su mandato della procura di Roma, sequestrano tutti i suoi computer. Sebbene sia stato ufficialmente scagionato il 26 giugno, i giudici di Roma non hanno ancora restituito a Genchi il suo “archivio segreto”.

A marzo il figlio dell’ex sindaco di Palermo don Vito Ciancimino, dopo essere stato arrestato per riciclaggio, decide di collaborare con la giustizia promettendo di rivelare documenti segreti del padre, tra cui un importante “papello” che confermerebbe il patto tra mafia e Stato imposto da Riina per fermare la campagna stragista, sia nell’isola che in continente. E’ notizia di ieri che lo stesso Massimo Ciancimino ha rinunciato a collaborare con la magistratura a seguito delle dichiarazioni poco carine, oltre che poco intelligenti, del procuratore capo di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, sul Giornale di Sicilia. Definendo Ciancimino jr “equivoco e di modesto spessore culturale, probabilmente strumentalizzato da qualcuno”, il procuratore Barcellona si è giocato uno dei superteste della maxi-indagine aperta all’interno della sua procura dal pm Sergio Lari, ed ora rischia di mandare in fumo l’operato di chi pare finalmente deciso a fare chiarezza sulla morte del giudice Borsellino e del collega Falcone.

Proprio il 19 luglio, dopo ben 16 anni di silenzio, torna a parlare il “capo dei capi”, quel Totò Riina individuato come mandante mafioso delle stragi del 92-93. “L’ammazzarono loro. Non guardate sempre e solo a me, guardatevi dentro anche voi”, questo il messaggio che Riina ha voluto affidare dal carcere al suo avvocato Luca Cianferoni: singolare che questo sia solo il primo avvertimento dal gennaio del ’93, ancor più strano che Riina parli proprio ora.

A questo punto bisogna necessariamente oltrepassare il confine giudiziario per entrare in quello politico. Il 28 luglio viene condannato a 10 anni e 8 mesi l’ex forzista, ora Pdl, Giovanni Mercandante, reo di associazione mafiosa secondo la seconda sezione del tribunale di Palermo. Lo stesso Ciancimino millanta di avere le prove di una comunicazione scritta da Provenzano direttamente a Berlusconi. Negli stessi giorni Raffele Lombardo e Gianfranco Miccichè, entrambi militanti nel Pdl, minacciano di fondare una specie di Lega Sud, in quanto la regione è stata economicamente ed istituzionalmente abbandonata a sé stessa.

Berlusconi convoca immediatamente un vertice a Palazzo Grazioli in cui colloquia con tutti i senatori siciliani, ribadendo che al Sud basta il Pdl e promettendo interventi per 4 miliardi di euro. Come mai per trovare i fondi da stanziare all’Abruzzo si è faticato così tanto, se è bastata una chiacchierata a reperire cotanta cifra per il Sud? O meglio, alle amministrazioni del Sud, che ne faranno l’uso che preferiscono.

Il quadro, parziale e sicuramente azzardato, che traspare da questa serie di avvenimenti apparentemente lontani tra loro, sembra indicare in tre istituzioni la chiave di volta della stagione stragista del ’92: mafia, politica e magistratura hanno lavorato assieme per dare un nuovo assetto istituzionale alla seconda Repubblica, un nuovo imprinting basato su collusioni, corruzione, peculato e sostanziale impunità. Ancora una volta, una semplice sequenza di fatti, fa affiorare un grande interrogativo: chi comanda in Italia? Chi decide? Siamo proprio sicuri che il governo Berlusconi abbia potere e volontà propri?

Mariavittoria Orsolato
da www.altrenotizie.org

Chi uccise il giudice Borsellino?

Chi uccise il giudice Borsellino?.



Scritto da Miguel Mora (
EL PAIS, 19 luglio 2009), Traduzione a cura di Valentina Culcasi

Il “capo” Totò Riina rompe 17 anni di silenzio dal carcere e conferma i sospetti sui servizi segreti.

Roma – Il 19 luglio del 1992, il giudice antimafia Paolo Borsellino fu assassinato insieme a cinque uomini della scorta con un’autobomba caricata con 100 chili di dinamite. La bomba esplose in via Mariano D’ amelio a Palermo, quando il magistrato stava andando a visitare sua madre. Due mesi prima, e solo alcuni giorni dopo l’assassinio del suo amico e collega Giovanni Falcone, Borsellino aveva parlato in una intervista alla Rai delle relazioni tra Cosa Nostra e alcuni industriali di Milano, citando i nomi di Marcello Dell’ Utri, condannato in seguito per associazione mafiosa, e Silvio Berlusconi, capo e socio politico del precedente.
Adesso, 17 anni dopo la sua morte, i magistrati siciliani hanno riaperto il caso dopo il ritrovamento di documenti e testimoni che indicano che la mafia eseguì la strage in alleanza con i servizi segreti.

Il capo dei capi, Totò Riina, detenuto nel carcere di Opera (Toscana) e condannato all’ergastolo per, tra gli altri, l’omicidio di Falcone e Borsellino, ha appena rotto un silenzio di 17 anni e ha confermato questa versione. Informato dai giornali della nuova direzione delle indagini giudiziarie, il padrino di Corleone sabato ha detto con foga al suo avvocato la sua verità: “Lo uccisero loro”, ha affermato. E ha aggiunto: “Non guardate sempre e solo a me, guardatevi anche voi quello che avete dentro”.

Nella traduzione del suo avvocato, Luca Cianferoni, Riina afferma che l’uccisione di Borsellino fu un crimine di Stato. L’affermazione rafforza i sospetti delle procure di Caltanissetta e Palermo, che hanno riaperto un’indagine che sembrava sepolta grazie alle rivelazioni di due nuovi pentiti, Giovanni Brusca e, soprattutto, Massimo Ciancimino.

Il secondo è il figlio del capo defunto e detenuto don Vito Ciancimino, un corleonese che fu sindaco demoscristiano (corrente andreottiana) di Palermo negli anni settanta, e che, stando a quanto ha rivelato il recente libro Vaticano S.P.A., del giornalista Gianluigi Nuzzi, riceveva denaro dalla mafia tramite l’Istituto per le Opere di Religione (IOR), la banca vaticana.

Durante il suo mandato, Don Vito costruì una Palermo di sana pianta e si portò nella tomba un tesoro di milioni di euro. Accusato di riciclaggio di questa fortuna, Ciancimino junior ha tentato di cavarsela confessando l’origine di alcuni documenti cruciali che custodiva suo padre.

In uno di questi, che risulta strappato nella sua metà superiore, Cosa Nostra minacciava Silvio Berlusconi “con un luttuoso evento” (il sequestro di uno dei suoi figli) se non avesse messo a disposizione un canale televisivo che curasse i suoi interessi. Secondo Ciancimino, la nota fu scritta dal capo Bernardo Provenzano, sebbene egli l’avesse vista intera e non strappata: “In questa storia c’è qualcosa più grande di me” ha detto, aggiungendo che Provenzano inviò a Berlusconi altre due lettere, tramite suo padre e Dell’ Utri.

Altro del contenuto dei documenti, che Ciancimino attribuisce allo stesso Riina, proverebbe che l’omicidio di Borsellino fu conseguenza di una trattativa tra la mafia e due capi dei servizi segreti.

Riina, con la credibilità che si può dare al mafioso più spietato e sanguinoso della storia, non ha tardato neppure 48 ore per apparire in scena: ha negato che fosse lui colui che trattò con lo Stato, però ha detto che questa trattativa ci fu e che i negoziatori furono gli assassini.

Anche i fratelli del giudice Borsellino credono a questa versione, che è sempre stata qualcosa simile a un segreto aperto. Sabato, Rita e Salvatore Borsellino hanno diretto una manifestazione di protesta che è terminata di fronte al Castello Utveggio, sede palermitana dei servizi segreti.

“Oggi, finalmente, dopo anni oscuri la lotta che stanno facendo le procure di Caltanissetta e Palermo va finalmente nella giusta direzione”, ha detto Salvatore Borsellino.

Al grido di “Resistenza, l’agenda rossa esiste”, circa 300 persone hanno preteso che compaia l’agenda rossa di Paolo Borsellino. L’agenda conteneva quello che il giudice sapeva. Si ritiene che fu raccolta da un carabiniere il giorno della strage. Nessuno ha avuto più notizie di entrambi da allora.

Rita Borsellino, eurodeputata per il Partito Democratico, si domanda perchè tutte queste piste vengano alla luce 17 anni dopo. “Ho molti dubbi, però non accuso nessuno”, dice.

Si conoscerà un giorno la verità, o le verità? Questa domenica la manifestazione dell’anniversario è stata rivelatrice. È venuta a fatica qualche persona, e non si è visto un solo politico nazionale. L’unico rappresentante dello Stato è stato il procuratore antimafia, Piero Grasso. E il lavoro non gli manca. Il pentito Ciancimino ha dichiarato in televisione: “Ho paura, certo che ho paura. Ogni volta che parlo, Riina esce dal suo nascondiglio”.

Antimafia Duemila – Mafia e stato: a che punto siamo?

Antimafia Duemila – Mafia e stato: a che punto siamo?.

di Anna Petrozzi – 28 luglio 2009

“Spiragli di luce” li ha chiamati il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, quei nuovi importantissimi elementi investigativi su cui stanno lavorando i magistrati della procura di Palermo e Caltanissetta. Spiragli che potrebbero portare alla verità, o quanto meno ad avvicinarsi al reale scenario che ha determinato la stagione stragista del ’92 e ’93 che vede coinvolti non solo gli uomini di Cosa Nostra ma anche altre entità di cui forse si possono cominciare ad intravvedere i lineamenti.
Alla prorompente richiesta di giustizia e verità gridata da Salvatore Borsellino che si è premurato di spiegare a mezza Italia cosa fossero l’agenda rossa scomparsa di suo fratello e il castello Utveggio sono corrisposte le importantissime dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, e la collaborazione di Gaspare Spatuzza.
Pare dunque che sia il momento buono: c’è attenzione da parte della società civile,  emergono carte e riscontri e un gran fermento di ricordi affiora alla memoria dei protagonisti istituzionali di quei tragici giorni. Persino Salvatore Riina ha rotto il suo silenzio tombale e ha accettato un colloquio con il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e i sostituti Gozzo e Marino durato ben tre ore.
Benché sia grande la speranza degli italiani onesti di capire esattamente cosa accadde in quel biennio e come le stragi abbiano influenzato il dispiegarsi del progetto di deriva democratica cui siamo giunti inesorabilmente fino ad oggi, occorre muoversi con molta prudenza e cercare di analizzare il più possibile i fatti. Anche perché la nostra storia è densa di depistaggi, inganni, doppi giochi, patti, caffè avvelenati e sempre per dirla con Ingroia “cortine fumogene”.
Procediamo con ordine, per quanto si possa.
Spatuzza. Gaspare Spatuzza era un killer di Brancaccio, per 13 anni rinchiuso al 41 bis, che ora, in preda ad una crisi mistica, chiede di parlare con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso perché vuole raccontare la sua verità. “Sono stato io  – ha confessato – a rubare la 126” che imbottita di tritolo ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta. Ad auto accusarsi dello stesso reato però era stato Vincenzo Scarantino e sebbene presa con le pinze e mille riserve la sua ricostruzione era stata sancita dalla Cassazione. Oggi sembra che i riscontri però diano ragione a Spatuzza e quindi si profila la possibilità per alcuni condannati in via definitiva di far rivedere le proprie posizioni.
“Ci sono innocenti in carcere e colpevoli in libertà”, così si era espresso a suo tempo Giovanni Brusca proprio in relazione alle dichiarazioni di Scarantino e così ha parlato anche Salvatore Riina che, in occasione della commemorazione della strage di Via D’Amelio, ha dichiarato che Paolo Borsellino “l’ammazzarono loro”. Loro sarebbero i “servizi segreti”, l’entità grigia che spunta sempre quando nel nostro Paese non riescono ad individuare responsabilità precise di eccidi terribili che nascondono dietro alla violenza progetti ben precisi di orientamenti politici e di alleanze economiche.
Chiaramente non è trapelato nulla del dialogo del capo dei capi con i magistrati di Caltanissetta, eccezion fatta per l’annuncio, da parte dell’avvocato difensore del boss Luca Cianferoni, della prossima consegna di un memoriale che Riina stesso firmerà. La sua verità insomma.
Le sue dichiarazioni e ancora di più le notizie attorno ai documenti cartacei e audio che sarebbero in possesso di Massimo Ciancimino hanno sollecitato come mai in questi anni i ricordi finora taciuti di illustri uomini dello stato.
L’affaire Mancino. L’allora neoeletto Ministro dell’Interno è stato chiamato in causa più e più volte da Salvatore Borsellino poiché nell’agenda del giudice ucciso, quella grigia dedicata agli appuntamenti e ai conti, in data 1 luglio 1992 è segnato il suo nome. Gaspare Mutolo, il collaboratore che stava verbalizzando in quel giorno proprio con Borsellino, aveva infatti raccontato che il magistrato aveva interrotto il loro interrogatorio per andare dal Ministro. In principio Mancino aveva sostenuto di essere certo di non aver incontrato il giudice per poi precisare di non ricordare se tra le tante mani strette quel giorno di insediamento ci fosse stata anche quella di Borsellino. Cioè ha sostenuto di non rammentare se aveva ricevuto il giudice più in vista d’Italia in quel momento, da tutti ritenuto l’erede diretto di Giovanni Falcone, ammazzato a Capaci poco più di un mese prima. E quale prova aveva esibito la sua agenda intonsa. Versione incredibile ma poco contestabile, agenda contro agenda. Oggi invece è spuntata dal nulla la versione di Giuseppe Ayala, ex magistrato, che afferma invece di aver visto nell’agenda di Mancino segnato proprio l’appuntamento con l’amico Paolo. Non esclude però che l’incontro tra Borsellino e il ministro possa essere stato fugace e che si sia limitato ad una stretta di mano.
Tra le ipotesi investigative sull’eccidio di via D’Amelio ha preso sempre più corpo nel tempo la probabilità che l’accelerazione con cui venne eseguita la strage sia stata innescata dalla consapevolezza del giudice rispetto alla cosiddetta Trattativa. Vale a dire che Paolo Borsellino era venuto a conoscenza del dialogo che era in corso in quel momento tra il Ros dei carabinieri, l’allora colonnello Mori e il capitano De Donno, e la mafia di Riina per il tramite di Vito Ciancimino e di Antonio Cinà e si sia fortemente opposto, divenendo così un fastidioso ostacolo da rimuovere.
Ammesso che tale impostazione sia corretta e che questo movente sia tra i tanti possibili, viste le molte intuizioni e conoscenze di Borsellino, quello scatenante, resta da capire chi lo informò e quando.
Qualche giorno fa Mancino, che ha sempre negato con forza un suo qualsivoglia coinvolgimento in questi fatti, in un’intervista rilasciata ad Attilio Bolzoni e Francesco Viviano di La Repubblica, ha ammesso per la prima volta che in effetti vi fu una richiesta di trattativa da parte della mafia, ma che fu rispedita al mittente senza colpo ferire. Peccato che questa sua tardiva narrazione contraddica quanto già accertato da sentenze cioè che fu il Ros a chiedere un appuntamento con Vito Ciancimino tramite il più piccolo dei suoi figli, Massimo appunto, incontrato per caso su un volo Palermo-Roma dal capitano De Donno.
E’ quindi lo Stato a cercare la mafia e non viceversa.
Pugno di ferro acclamato anche da Luciano Violante che finora si era dimenticato di far sapere che anche lui era a conoscenza della trattativa ma che la respinse con sdegno. A ruota l’ex ministro della giustizia Martelli che ravvisa elementi validi nelle esternazioni di pretesa innocenza di Riina mentre l’ex ministro Scotti, che fu esautorato delle funzioni di Ministro dell’Interno in una notte e sostituito da Mancino proprio quel 1° luglio, rammenta lo stato di allarme in cui si trovava il Paese a cavallo delle stragi e di come la minaccia di una strategia destabilizzatrice fosse più che concreta.
Dopo anni di silenzio e persino una controversa dichiarazione di vittoria sulla mafia molto poco apprezzata al vertice Onu del 2000 anche il criminologo Pino Arlacchi è intervenuto nel dibattito inquadrando la trattativa intavolata dal Ros con la mafia in una sorta di eterno conflitto tra carabinieri e polizia. “Perché è bene che si sappia: il cancro della lotta alla mafia è sempre stata la concorrenza, le gelosia tra apparati dello Stato”.
Il Ros. Il raggruppamento operativo speciale dei carabinieri era stato creato proprio per supportare le indagini più delicate. Grandi successi e grandi misteri.
15 gennaio 1993, cattura di Totò Riina e il covo di via Bernini lasciato a disposizione della mafia che lo ripulisce in fretta e furia. 31 ottobre 1995, Luigi Ilardo guida il colonnello Riccio nella masseria di Mezzojuso dove si intrattiene con Provenzano tutto il giorno, ma non arrivano i rinforzi e il boss sfugge. Ilardo viene assassinato una settimana dopo aver manifestato la sua volontà di collaborare formalmente con lo stato, dopo che aveva registrato decine di cassette con il colonnello Riccio dai contenuti esplosivi che forse oggi cominciano ad avere un loro filo logico.
La cattura di Riina e la superlatitanza di Provenzano sono collegate? Fanno parte di un unico disegno che ruota attorno alla trattativa, a più trattative?
A questo stanno lavorando senza sosta i procuratori di Caltanissetta e Palermo che hanno già sentito alcuni degli autori delle varie dichiarazioni di cui sopra. Intanto al processo per la fallita cattura di Provenzano il colonnello Riccio ha fatto pervenire copia fotografica di tre floppy disks che ha rinvenuto nella sua abitazione in seguito a lavori di ristrutturazione che contengono le relazioni di servizio da lui compilate dall’agosto del ’95 al maggio ’96. Per l’esattezza fino all’11 maggio 1996 il giorno successivo all’omicidio di Ilardo. Raccontano per filo e segno le attività svolte dal colonnello dal giorno in cui cominciò a gestire la collaborazione del reggente della famiglia di Caltanissetta per conto del Ros, relazioni che Riccio compilava sui computer del Ros e che gli furono consegnate dal maggiore Damiano a conclusione del suo operato.
Il presidente della IV sezione del Tribunale, Mario Fontana, ha disposto che sia il colonnello Riccio stesso a consegnare alla corte i tre floppy e che quindi venga sentito il 25 settembre prossimo in modo da fornire le spiegazioni necessarie.
Al medesimo processo saranno sentiti anche Nino Giuffré in trasferta a Roma il 7 e l’8 ottobre prossimi e il teste tanto atteso: Massimo Ciancimino. Forse è sarà lui a fornire la giusta chiave di interpretazione di tutti questi eventi che sembrano essere strettamente correlati tra di loro.

Intervento Gioacchino Genchi in via D’Amelio – 19 luglio 2009

Intervento Gioacchino Genchi in via D’Amelio – 19 luglio 2009.

19 luglio 1992/2009 – Dopo diciassette anni dall’eccidio del giudice Paolo Borsellino e dei cinque uomini della sua scorta, in via Mariano D’Amelio viene convocata la prima manifestazione di resistenza contro l’antistato, la mafia.
Alla manifestazione del 19 c’era anche
Gioacchino Genchi, consulente della procura di Palermo e di Caltanissetta, che in questi ultimi mesi sta affrontando una battaglia legale scaturita dopo l’inchiesta “Why not” che vedeva coinvolti tra gli altri Clemente Mastella e Francesco Rutelli.

Dal palco e dal luogo della memoria di quella che probabilmente fu una strage di stato, Genchi è intervenuto duramente, anche in relazione alle dichiarazioni, apparse sui quotidiani, da parte di Totò Riina.

“Io sono sicuro che i tempi che verranno saranno ancora più difficili di quelli passati, perché si è imboccata una china, anche giudiziaria, che rischia di portare all’annullamento di sentenze di condanna all’ergastolo senza contributi nuovi sull’individuazione di ulteriori responsabili e cosa ancor più grave sui mandanti effettivi che hanno voluto la strage del 19 luglio 1992 o come quella del 23 maggio 1992, per cambiare i destini dell’Italia.”

Il consulente ha poi precisato l’importanza dei pochi palermitani presenti alla manifestazione in ricordo di Borsellino: “Noi siamo abituati ad una città che ha lasciato solo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i magistrati antimafia, gli investigatori antimafia, che li ha visti morire, da Beppe Montana, al Commissario Cassarà, al giudice Costa, al capitano D’Aleo, al capitano Basile, a Giovanni Falcone e agli uomini di scorta, a Paolo Borsellino e agli uomini di scorta ”. “Questa è una città che ha ormai somatizzato l’immondizia di Cammarata, per cui non c’è da meravigliarsi se oggi la città di Palermo non è presente in modo massivo in questo luogo.” Io confido più nella diretta streaming, confido più nella forza e nella potenza della rete, confido in quella rete che diffonderà in tutto il mondo quello che oggi, voi qui avete detto, che non nell’opportunismo di chi ancora si lascia comprare con due soldi di assistenzialismo dei lavori socialmente utili, negli aiuti agli operai disoccupati o pseudo disoccupati, di chi specula sul bisogno, cercando di affermare una libertà che libertà non potrà mai essere fino a quando il popolo siciliano e il popolo italiano non sarà effettivamente liberato e riscattato dal bisogno”.

Genchi ha continuato il suo intervento parlando del pentito Scarantino e delle dichiarazioni rese sulla strage di via D’Amelio: “Scarantino ha reso dichiarazioni che coinvolgevano persone di Palermo e mafiosi di Palermo e la procura della repubblica di Palermo non ha preso in considerazione nessuna dichiarazione di Scarantino, mentre un’altra procura contemporaneamente ha valorizzato le dichiarazioni di Scarantino ed ha costruito processi per effermare una pseudo giustizia su quella strage che doveva servire a ricondannare persone all’ergastolo, persone che già di ergastoli ne avevano a decine che non hanno nemmeno fatto caso all’ulteriore condanna e che non si sono nemmeno difesi.”

Un intervento quello che ha poi proseguito citando i magistrati che su quei processi hanno costruito carriere: “Così queste persone hanno fatto carriere e vediamo ed abbiamo visto in che posti abbiamo trovato queste stesse persone ed anche qualche magistrato. Quel magistrato che fu tanto applaudito anche dalla sinistra giudiziaria, la sinistra di questo paese, quando inopportunamente, devo dire, dal punto di vista strategico, pronunciò a Caltanissetta i nomi di Alfa e Beta, bruciando le indagini su Alfa e Beta (Berlusconi e Dell’Utri), ed oggi è al gabinetto del Presidente del Senato Schifani. Mi riferisco alla dottoressa Anna Maria Palma. Dottoressa Anna Maria Palma, che mi ha pesantemente attaccato, il cui marito è stato nominato responsabile e direttore del Cerisdi (struttura all’interno del castello Utveggio), che adesso il Cerisdi se lo sono presi e conquistati, questa è Palermo, questa è la storia e la verità di questa città, che è bene che il mondo intero sappia. Ognuno si assuma le proprie responsabilità e ognuno si presenti per quello che è.”

Genchi si è poi scagliato con rabbia contro la corte di cassazione, ha parlato dell’inchiesta “Why not” che lo ha visto coinvolto ed ha parlato di quei magistrati della cassazione, che secondo il consulente siciliano, inciuciano con i politici: “Io non ho paura dei giudici di Roma, inciuciati, che mi inquisiscono per avere fatto le indagini su Mastella e sui politici, con quei politici con cui loro  parlavano al telefono, per avere gli incarichi al ministero della giustizia, incarichi di capo di gabinetto.”
“Il magistrato che ha scritto la relazione della sentenza in cassazione è il capo di gabinetto del ministro Ferrero, che usciva dalle mie intercettazioni, ha avuto il coraggio di non astenersi e di pronunciare il giudizio in cassazione in quella sesta sezione che è la stessa sesta sezione che ha confermato l’archiviazione del procedimento nei confronti di Arcangioli su ricorso pronunciato dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta.” “E’ bene che queste cose si comincino a sapere, è bene che si cominci a togliere il tappo ad una delle latrine principali della storia di questa Repubblica, che è la Corte di Cassazione, con tutti gli inciuci con cui i potenti e gli avvocati dei potenti, sono riusciti a comprare giudici, cancellieri e sentenze, a danno di poliziotti, di magistrati e di carabinieri che sono morti perché si tentasse di affermare giustizia in questa maledetta Italia.”

Infine da uomo delle Madonie quale egli è, Genchi ha parlato della vicenda di Termini Imerese, rivolgendosi alla sinistra locale, un richiamo dovuto probabilmente alla presenza tra il pubblico di esponenti del Partito Democratico, chiedendogli coerenza, quella coerenza che è venuta a mancare, sempre secondo il consulente, compiendo la scelta di accettare un accordo con Miccichè e di averlo nominato vice sindaco della città. “Signori miei, la prima cosa che è richiesta non è ne la capacità, ne l’intelligenza e se vogliamo nemmeno l’onestà, è la coerenza umana, pretendiamo dai nostri politici, da chi ci rappresenta, che siano delle persone coerenti, che accettino i meriti ed i vantaggi dell’impegno sociale e della politica, ma che paghino il prezzo dell’emarginazione e dell’isolamento, allorquando il loro modo di agire, oltre ad essere inopportuno e sbagliato, infrange regole elementari della coerenza umana, che qualunque essere umano onesto deve avere e deve mantenere.”


Genchi ha poi chiuso il suo intervento ringraziando Salvatore Borsellino per l’impegno e per l’entusiasmo avuto nel riunire, nel giorno del ricordo del fratello Paolo, centinaia di persone desiderose di verità e giustizia.