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Quando il Cavaliere intercettava – Pino Corrias – Voglio Scendere

Quando il Cavaliere intercettava – Pino Corrias – Voglio Scendere.

bertolotti de pirro
da Vanity Fair del 26 maggio 2010

Prima tradito dalle molte intercettazioni telefoniche tipo: “Toglietemi Santoro dai piedi” oppure “Parliamo di come sistemare le mie fanciulle nelle fiction”, poi umiliato dalle registrazioni di Patrizia D’Addario sul lettone di Putin (“dovresti masturbarti più spesso”) il Cavaliere vuole cancellare la libertà di cronaca in Italia, punire i giornalisti, annichilire gli editori, stravolgere il dettato costituzionale su due libertà essenziali a ogni democrazia, il dovere della stampa di informare, il diritto dell’opinione pubblica di sapere.  Ma c’era un tempo non troppo remoto in cui al Cavaliere piaceva moltissimo intercettare. Aveva fatto nascondere in vari punti del suo villone di Arcore (e poi anche a Palazzo Grazioli) dei microfoni in grado di registrare la voce degli ospiti. Era il 1997. Voleva convincere un tale D’Adamo, costruttore milanese in gravi difficoltà finanziarie, a infangare Antonio Di Pietro. Intendeva, con la registrazione, forzare la testimonianza del costruttore, spingerlo davanti ai giudici di Brescia che indagavano l’ex pm di Mani Pulite.

L’idea di incastrare inconsapevoli ospiti non era sua. L’aveva ereditata dal suo principale mentore, Bettino Craxi, che negli anni del suo massimo potere, usava nascondere tra i libri del suo studio, in piazza Duomo 19, una serie di microfoni che attivava con un tasto segreto. Miserie della politica. Forme preventive di autodifesa e attacco.
Il Cavaliere di oggi deplora quello che ieri praticava illegalmente. E pretende di vietare le registrazioni ai magistrati che invece ne fanno un uso legale, non per incastrare innocenti, ma per perseguire colpevoli.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Antimafia Duemila – Mercanti di leggi

Fonte: Antimafia Duemila – Mercanti di leggi.

di Lorenzo Baldo – 26 maggio 2010
Questione di tempo. Ormai è solo una questione di tempo e il famigerato Ddl sulle intercettazioni diventerà legge. In uno schizofrenico mercanteggiare su una futura legge, schizzano da una parte all’altra offerte e rifiuti da parte di entrambi gli schieramenti politici.

La maggioranza litiga su come imbavagliare meglio la stampa e annientare definitivamente gli strumenti a disposizione della magistratura. L’opposizione (o pseudo tale) protesta a corrente alternata, scalpita, ipotizza rivolte, poi però non si unisce compatta per bocciare, senza se e senza ma, una riforma liberticida.
Come è ipotizzabile trovare compromessi tali da poterla condividere? Tra inciuci e accordi vari abbiamo assistito ad uno spettacolo squallido che è arrivato al suo compimento finale. In un altro Paese una vera opposizione non avrebbe permesso che ciò accadesse.
Giustizia e informazione verranno immolate sull’altare di una delle peggiori leggi ad personam. La Costituzione verrà violata e vilipesa nei suoi pilastri portanti. All’orizzonte si profila l’incognita della firma di un presidente della Repubblica tra i più consenzienti che la storia ricordi.
Poi più nulla. Da scrivere o da dire nei pubblici dibattiti.
Se da una parte il mondo del giornalismo fa fronte comune e preannuncia la disobbedienza civile attraverso la pubblicazione delle notizie, dall’altro lato la magistratura si prepara al peggio.
E se anche la metà del Paese si è assuefatto all’incantatore di serpenti che ci governa, arrivando a sostenere ogni sua aberrazione, c’è un’altra metà che tenta di evitare lo scempio della democrazia.
Come cittadini non resterà quindi che appellarci alla Corte di Strasburgo, la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo. A fronte di una legge che violerà il diritto di tutti a essere informati e il dovere dei giornalisti a informarli correttamente e completamente (non con il riassunto) ci appelleremo alla Corte per far disapplicare immediatamente quelle norme giudicate contrarie alla convenzione.
Dei gravissimi rischi per la libertà di informazione abbiamo discusso ampiamente e continueremo a farlo. Ne va del nostro futuro. Ma non spostiamo nemmeno un attimo l’attenzione dai rischi ulteriormente gravi nei quali incorrerà la magistratura a discapito della giustizia. In toto.
Lo strumento delle intercettazioni diventerà una sorta di feticcio del tutto inutile.
Le intercettazioni telefoniche non potranno durare per più di 75 giorni e dovranno essere autorizzate da un collegio formato da 3 giudici. Il governo si ostina a gridare ai quattro venti che da queste limitazioni saranno esclusi i reati di mafia e terrorismo. Non è così. Come è noto spesso si scopre che un reato è di mafia o terrorismo solamente dopo che si è fatta l’indagine su quel reato. Ad esempio la percentuale dei casi in cui un procedimento che ha avuto come causa investigativa iniziale e terminale un reato di mafia è solamente del 40-50%. Mentre c’è tutta un’altra galassia di indagini che approdano all’ipotesi di mafia pur nascendo da altre ipotesi di reato.
Anche le indagini su reati di stupro, stalking, rapina e pedofilia subiranno forti contraccolpi.
Addio a possibili nuove indagini su mafia e colletti bianchi, così come a indagini su mafia e pizzo e a seguire tutti i reati collegati alle organizzazioni criminali.
Non si potranno intercettare gli agenti segreti senza avere prima avvertito il governo dal quale dipendono.
E se un magistrato farà una conferenza stampa per spiegare un’operazione di polizia con l’arresto di uno o più mafiosi, non potrà poi seguire il relativo processo (in quanto ne ha parlato pubblicamente) e dovrà cedere il caso a un altro magistrato.
E’ evidente che il prossimo passo sarà la riforma del processo penale, per realizzare il vero obiettivo che è quello della sottoposizione dei pubblici ministeri all’esecutivo.
Con la riforma del processo verrà di fatto tolto al pm il potere d’iniziativa demandandolo alla polizia giudiziaria.
Non possiamo dimenticarci che tutte le più grandi inchieste sono nate d’iniziativa del pm e condotte dagli ufficiali di polizia giudiziaria che operavano sotto le direttive di un organo indipendente. Né tanto meno possiamo scordarci che un funzionario di polizia o un ufficiale dei carabinieri e della guardia di finanza può essere rimosso senza problemi dal Ministro competente. Come possiamo quindi illuderci che questi ultimi potranno essere liberi di avviare l’azione penale?
Il problema degli attacchi continui all’indipendenza e all’autonomia della magistratura affonda le sue radici più profondamente di quanto non si veda in superficie.
Poteri criminali come la mafia o altri sono stati molto spesso parte integrante dello Stato. Un corpo unico con due teste pensanti, che hanno vibrato e che vibrano all’unisono per determinare decisioni fondamentali. Un reale do ut des perpetrato nell’ultimo secolo, e ancor prima. Con una classe dirigente che ha costruito il potere anche facendo affari con la criminalità.
La riforma sulle intercettazioni rientra perfettamente in questo progetto antidemocratico nel quale i cittadini diverranno sudditi ignari dei crimini che si stanno compiendo e dove la giustizia e l’informazione saranno solo l’ombra di ciò che rappresentano. La responsabilità della politica (di quella che rimane) e della società civile resta altissima. A noi scegliere da che parte stare.
Tutto il resto verrà scritto poi nei testi apocrifi di qualche eretico.

Quel che non vi hanno detto sulle intercettazioni

Fonte: Quel che non vi hanno detto sulle intercettazioni.

Non mi dite che non ve lo siete chiesto anche voi.

Se è vero che le intercettazioni diventeranno più difficili, perchè le autorizzazioni verranno concesse solo in caso di gravi indizi di colpevolezza, non per tutti i reati, per solo 75 giorni, etc etc, COME potranno, i servizi segreti civili e militari, continuare la loro indefessa opera di schedatura dei soggetti non grati al decisore del momento, come nei decenni trascorsi?

Tranquilli: OVVIAMENTE, per motivi concernenti la sicurezza nazionale, tali intercettazioni potranno continuare, sine die, esattamente come prima. OVVIAMENTE, nella legge in discussione in parlamento, si prevede che tali attivitá NON potranno essere soggette ad altro controllo che quelle del Primo Ministro e Ministro della difesa, mentre i magistrati, per indagare, intercettandoli, sui nostri uomini in nero, dovranno chiederlo attraverso il Procuratore generale, al Capo del Governo, che potrá, in ogni circostanza, opporre il segreto di Stato sulle attivitá in oggetto e…

quindi negare il consenso. Si veda qui uno degli ultimi testi disponibili del disegno di legge. L’articolo che ci interessa è il nr. 14.

Ricapitolo: i nostri decisori potranno indagare ed intercettare CHICCHESSIA, sulla base di generiche necessitá inerenti la sicurezza nazionale. Lo potranno fare come gli pare, visto che, qualora ad un nostro magistrato venga il dubbio che stiano esagerando, potrá facilmente essergli opposti il segreto di Stato. Difficilmente si potranno raccogliere prove che confermino i futuri abusi (non avrete mica dubbi?)dei nostri servizi.

Sintesi:

I magistrati potranno usare lo strumento delle intercettazioni poco e male.

Il potere politico lo potrá usare per tutto il tempo che vorrá, quando vorrá, come vorrá, senza controlli ne verifiche possibili.

Tralasciando la seconda metá del provvedimento, la censura totale sui mezzi di informazione, che impedirá, come saprete benissimo ( vero?) di diffondere alcunchè relativamente alle intercettazioni eventualmente e residualmente realizzate, PER ANNI, mi pare importante, per i (spero) pochi che avessero dubbi, evidenziare il punto fondamentale:

I cittadini potranno essere intercettati di più e meglio di prima, senza controlli da parte di enti garanti. Il contrario, quindi, di quello che ci/vi raccontano.

Curioso che i media tradizionali non abbiano fatto grande caso a questo modesto fatto, curandosi, piuttosto, dellla riduzione del LORO diritto di cronaca.

Curioso?

Crisis

Antonio Di Pietro: Blog: di rettifica si chiude

…e questo di Berlusconi sarebbe il governo delle libertà? Se la legge venisse approvata bisognerà trasferire tutti i blog all’estero dove la legislazione berlusconiana-fascista-stalininsta non è valida.

Antonio Di Pietro: Blog: di rettifica si chiude.

La cosa più sconvolgente del disegno di legge sulle intercettazioni approvato dalla Commissione Giustizia del Senato è che più si va avanti nell’iter legislativo e più viene peggiorato. Ciascun esponente della maggioranza vuole aggiungerci qualcosa di suo per lasciare il suo segno indelebile di censore e far piacere al capo.

Al centro della censura sarà soprattutto chi – come molti di voi – scrive notizie in rete. Perché con queste nuove norme tutti i siti (anche quelli amatoriali e non registrati come testate giornalistiche) diventano come i giornali, soggetti quindi all’obbligo di rettifica regolato dalla “Legge sulla stampa”.

Qualsiasi persona che sarà citata su un sito o blog potrà fare richiesta di rettifica: in questo caso, il blogger deve pubblicarla entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”. Per chi non rispetta tempi e modi previsti, la sanzione non è irrisoria: si rischia una multa fino a 12.500 euro.

Questo vuol dire che dietro un blog o un sito amatoriale deve sempre essere disponibile qualcuno per pubblicare la rettifica. Il blogger non può andare più in vacanza, assentarsi il fine settimana, decidere di prendersi un periodo di pausa dalla rete.

Oppure ci si immagina che dietro ciascun portale – anche amatoriale – ci sia sempre una redazione. È la tomba della libertà di informazione in rete. Soprattutto ora che si è visto che grazie a Internet si possono creare mobilitazioni importanti, senza la necessità di grandi risorse economiche o dell’appoggio dei grandi giornali.

Non sorprende questo accanimento censorio contro la libera circolazione delle idee: è tipico dei regimi in agonia. La storia lo insegna, da Mussolini a Ceausescu. Nel momento di esalare l’ultimo respiro i dittatori hanno stretto sempre più le loro maglie censoree. Ma più lo facevano e più le voci dell’opposizione si alzavano forti. Per questo è venuto il momento di urlare il nostro rifiuto. Più forte sarà e prima arriverà la fine del regime berlusconiano.

Antimafia Duemila – E adesso chi lo dice a Falcone?

Fonte: Antimafia Duemila – E adesso chi lo dice a Falcone?.

di Claudio Fava – 23 maggio 2010
Cosa appenderemo domenica pomeriggio all’albero di Giovanni Falcone?

Quali cotillon luccicanti c’inventeremo per celebrarecomesi deve questo diciottesimo anniversario della sua morte?

Quante parole mansuete e riverentissime ascolteremo ai piedi di quell’albero, facendo finta che da qualche parte l’anima gentile del giudice ci ascolti e ci assolva? Io, se fossi al posto suo (ovunque quel posto sia) sarei solo stupito e rattristato per quel tripudio di ipocrisie. A Palermo la memoria si fa maggiorenne: la verità, no.
Diciotto anni dopo scopriamo che Falcone, la moglie e i tre agenti di scorta morti a Capaci sono stati condotti al macello dallo Stato. Mi correggo, da una parte dello Stato, gente perbene, con le mani in tasca, la giacchetta blu, il sorriso pietrificato in cima alla faccia, gente che nel portafogli magari conservava anche un distintivo, un tesserino, un segno patriottico d’identità.

Gente nostra, pagata con denaro dei cittadini per occuparsi della sicurezza dei cittadini. Invece si occupavano della morte di Giovanni Falcone, in nome e per conto di chi, non ci è dato sapere.

Diciotto anni dopo sappiamo dinon sapere nulla. Ci siamo verniciati le coscienze seppellendo in una cella Salvatore Riina e i suoi accoliti, convinti che quel gesto facile, chirurgico, servisse davvero a separare il bene dal male come avviene nelle favole più miti. Abbiamo lasciato fuori tutto il resto, un mesto arsenale di menzogne, doppigiochi, tradimenti, impunità, violenze pubbliche e private: e adesso, chi glielo racconta a Falcone? Chi glielo racconta che in nome della lotta alla mafia celebreremo la sua morte minacciando di galera i giornalisti che scrivono di mafia? Bontà loro, gli statisti di questo governo c’informano che la galera non durerà due mesi ma solo un mese. E che sarà preceduta da un tintinnar di manette per chiunque, sbirro, carabiniere o cancelliere, dia una mano ai cronisti per fare il loro lavoro.

Chi se la sente di spiegare ai morti e ai vivi che prima di intercettare il telefono di un possibile mafioso dovremo chiedergli permesso tre volte col capo cosparso di cenere? Chi avrà il coraggio di riepilogare, davanti a quell’albero, i processi, le truffe, gli scandali, le indagini di cui non avremmo saputo un beneamato fico secco se questa leggina fosse già stata in vigore? E chi glielo dice a Falcone che abbiamo rivoltato la legge La Torre come un calzino e che adesso lo Stato, benevolo e tollerante, restituirà i beni faticosamente confiscati ai mafiosi ai legittimi proprietari (i mafiosi medesimi) mettendoli in vendita all’asta? Chi glielo dice che il vero problema in Italia non sono le mani che armarono altre mani per fare a pezzi lui, la moglie e la scorta ma le fiction televisive che questa storia la raccontano, magari seminando qua e là qualche alito di penombra, qualche dubbio, qualche domanda ancora sospesa? Insomma, come gliela cantiamo questa storia, domenica pomeriggio, quando ci raccoglieremoin compagnia dei nostri giulivi ministri in meditazione sotto l’albero di Falcone? In rima baciata? Ascoltando l’inno nazionale?

E dove poseremo lo sguardo quando ci toccherà spiegare a Falcone che chi trattò la resa dello Stato, chi si rifiutò di perquisire il covo di Riina, chi protesse per lunghi anni la latitanza e i delitti di messer Provenzano sta ancora al posto suo, fedele servitore di uno Stato che non è più il nostro? Ci guarderemo la punta delle scarpe sperando che quel momento passi in fretta, che quest’anniversario del diavolo voli via e si porti dietro tutte le cose non dette, le verità non pronunciate, i pensieri indicibili, gli sgorghi di vergogna.

Anzi, no. Dovremmo fare come la giornalista Maria Luisa Busi che ieri in ufficio, sulla bacheca della Rai, ha attaccato la sua lettera di rinuncia a condurre il TG1: dice, semplicemente, che in quel telegiornale e nel modo in cui è diretto lei non si riconosce più. Se avessimo le palle, sull’albero di Falcone domenica questo dovremmo appendere: le nostre parole di vergogna e di bestemmia, i lacerti di verità negata per diciotto anni, la pena per un paese che affoga nel ridicolo, che toglie la vita anche ai morti, elogia i corrotti, premia i mafiosi, tiene al governo i camorristi e intanto canta felice meno male che Silvio c’è.

Tratto da: l’Unità

Antimafia Duemila – Andremo in galera

Fonte: Antimafia Duemila – Andremo in galera.

di Giorgio Bongiovanni – 21 maggio 2010
Il ddl sulle intercettazioni, in discussione presso la Commissione Giustizia del Senato, potrebbe essere approvato da un momento all’altro. E se tutto andrà come il dittatoriello che governa il nostro Paese vorrebbe, per i giornalisti che non accetteranno il bavaglio le pene saranno durissime.

Ieri, dopo una riunione con il ministro della Giustizia Alfano e con il presidente della Consulta Giustizia del Pdl Ghedini, ha dichiarato Roberto Centaro per stemperare le polemiche, si sarebbe “presa la decisione” di ritirare l’emendamento 1.2008. Quello “che prevede un raddoppio delle pene per i giornalisti che pubblicano arbitrariamente atti di un procedimento penale”. E sul punto “ci potrebbe essere un ripensamento della maggioranza”. Decisione che potrebbe essere presa lunedì, “quando riprenderà il dibattito in commissione al Senato”.
Nel frattempo, interviene Italo Bocchino, anche se “vietare di parlare del tutto dell’inchiesta fino alla chiusura delle indagini preliminari” sarebbe “una forzatura”, “vietare la pubblicazione dell’intercettazione fino all’udienza preliminare – sottolinea – è un fatto di grandissima civiltà”.
Opinione condivisa dalla maggior parte degli esponenti politici, presidente del Consiglio in primis, che tra mille stop and go e sotto gli occhi di tutti stanno tentando di colpire in ogni modo la libertà di stampa.

Noi di ANTIMAFIADuemila, cari lettori, vi informiamo che se questa legge infame dovesse alla fine passare al Senato non esiteremo a disubbidire. E se verremo in possesso di intercettazioni telefoniche registrate nell’ambito di inchieste in corso le faremo conoscere, le pubblicheremo e affronteremo, se necessario, i processi e anche il carcere.
Un avvocato dall’aspetto fragile, ma dall’animo potente, diceva che contro i dittatori è necessaria una rivoluzione civile, non violenta.
Quell’uomo si chiamava Gandhi e noi, come lui, quella rivoluzione civile la inizieremo. Senza violenza e senza armi, ma lottando con la penna e con la voce.
Che lo sappia Berlusconi, che lo sappiano Cosa Nostra e i politici corrotti.
Le notizie continueremo a farle conoscere.
Noi disubbidiremo!

L’inciampo del Cavaliere e un blog a Hong Kong – Pino Corrias – Voglio Scendere

Fonte: L’inciampo del Cavaliere e un blog a Hong Kong – Pino Corrias – Voglio Scendere.

Forse sarà il definitivo inciampo del regimetto. Forse lo scandalo – nazionale e internazionale – per questa legge eversiva che cancella la libertà di stampa in Italia insieme con la libertà di indagine, finirà per travolgere il Cavaliere e i suoi zelanti fabbricatori di rifugi legislativi scavati per difendere i suoi affari sontuosi e i suoi miserevoli dopocena.

La scena è notevole. Manipoli di senatori che a notte alta difendono la vendetta legislativa del Capo. Fabbricano filo spinato, dispongono multe ai giornalisti e editori, inceppano intercettazioni, fissano scadenze alle indagini, proibiscono, aggirano, nascondono. Vogliono che nulla possa essere raccontato sui giornali fino alla prima udienza del processo. Vogliono farci dimenticare cognomi e storie. Da Mills a Scajola, passando per un centinaio di altri labirinti illuminati fino a ieri, la Cricca e le scalate bancarie, le escort e i dalemiani pugliesi, le cliniche milanesi, l’Aquila, la Maddalena, le saghe siciliane, calabresi, campane, le telefonate della famiglia Mastella e quelle di Luciano Moggi.

E mentre questi insonni senatori lavorano di notte, fuori si addensa la tempesta perfetta. A chi piace questa legge? A nessuno tranne al Sultano che la pretende, al drappello dei ghedini che gliela stanno tagliando su misura e naturalmente agli invisibili banditi, faccendieri, corruttori, che non vedono l’ora di raddoppiare indisturbati i loro traffici di uomini, appalti, denari.
Non la vogliono i magistrati, né le forze di polizia. Protestano gli editori, i giornalisti, per fortuna anche quelli di Mediast, praticamente tutti, tranne l’astuto Minzolini. Protesta l’opposizione. L’Europa inorridisce. Gli americani ci fanno sapere quanto le deplorano per vie ufficiali e clamorose. Semplicemente perché sono norme che violano il buon senso, tutte le leggi e naturalmente la Costituzione. Sono norme criminogene. Fatte per proteggere i criminali dalla giustizia. Per accecare l’opinione pubblica. Per cancellare la cronaca, il diritto, trasformare questo Paese in un luogo senza storia, senza politica, senza futuro.

Se tutte le sirene d’allarme continueranno a suonare, forse questa legge non vedrà mai la luce. E pure il Cavaliere, rimasto al buio, sebbene indossando l’accappatoio bianco, finirà per inciampare e cadere. In alternativa prepariamoci alla disobbedienze, pubblicare subito, pubblicare tutto. A fabbricare qualche migliaio di blog a Hong Kong. O almeno uno.