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Ad personam. 16 anni di leggi prêt-à-porter – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Ad personam. 16 anni di leggi prêt-à-porter – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Da oggi in libreria il nuovo libro di Marco Travaglio Ad personam. 1994-2010. Così destra e sinistra hanno privatizzato la democrazia. (Edizioni Chiarelettere)

L’anticipazione da Il Fatto Quotidiano del 4 marzo 2010 a proposito degli incredibili salvataggi di alcuni parlamentari da provvedimenti di cattura disposti nei loro confronti dai giudici per gravissimi reati di mafia o contro la Pubblica amministrazione. Dal 1994 a oggi, la magistratura ha chiesto 19 volte alle Camere l’autorizzazione ad arrestare 17 fra deputati e senatori: 15 di centrodestra (Cesare Previti, Marcello Dell’Utri, Giancarlo Cito due volte, Amedeo Matacena, Giuseppe Firrarello, Gaspare Giudice, Angelo Sanza, Remo di Giandomenico, Giandomenico Blasi, Vittorio Adolfo, Raffaele Fitto, Giorgio Simeoni, Nicola Di Girolamo due volte, Nicola Cosentino, Antonio Angelucci) e 2 di centrosinistra (Antonio Luongo e Salvatore Margiotta). Richieste sempre respinte, perlopiù con maggioranze oceaniche e trasversali.

Dal libro Ad Personam:
Nei cinque anni della XIII legislatura, quella a maggioranza Ulivo, sono ben sei i parlamentari che i giudici chiedono di poter arrestare in base a gravissime accuse, suffragate da montagne di prove. Il primo è Cesare Previti. La richiesta è firmata dalla Procura di Milano alla conclusione delle indagini sul caso Imi-Sir (una tangente di 67 miliardi di lire pagata dalla famiglia Rovelli fra il 1991 e il 1994 agli avvocati Previti, Pacifico e Acampora e al giudice Vittorio Metta, in cambio della sentenza che ha condannato la banca pubblica Imi a un risarcimento non dovuto di mille miliardi di lire). È il 3 settembre 1997: per quel colossale episodio di corruzione il pool chiede alla Camera il permesso di far arrestare l’ex ministro della Difesa. Ma Montecitorio rispedisce la pratica al mittente: sostiene che non basta la richiesta dei pm, ci vuole la decisione del gip. La Procura inoltra la richiesta al giudice Alessandro Rossato, che l’11 dicembre firma 153 pagine di ordinanza di custodia cautelare, in cui ordina “agli ufficiali e agli agenti di Polizia giudiziaria di procedere alla cattura di Previti Cesare […] e di tradurre lo stesso indagato in un istituto di custodia cautelare per ivi rimanere a disposizione di questi uffici”. Per l’esecuzione delmandato di cattura, ovviamente, è necessaria l’autorizzazione della Camera. Previti – spiega Rossato – deve restare in carcere fino all’inizio del processo perché è stato colto a inquinare le prove della maxitangente da 67 miliardi   del caso Imi-Sir, “un episodio di corruzione di inaudita gravità”, mai visto “nella storia italiana e neppure in quella di altri Stati”.
Il verde Marco Boato accusa i pm milanesi di “interferire nei lavori della Bicamerale”. “Vogliono condizionare il voto della Camera – gli fa eco Berlusconi – e rovinarmi il Natale”. Violante però, dalle colonne del Foglio, glielo allieta: “Bisogna usare delle autorizzazioni all’arresto di un parlamentare con estrema prudenza”. Infatti, il 12 gennaio, la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera esprime parere contrario all’arresto di Previti con 10 voti contro 8, più 2 astensioni. Il 20 gennaio, dopo quattro mesi di discussioni, si vota in aula. E anche questa decide di bloccare l’ordinanza di Rossato. Quasi nessuno parla di fumus persecutionis, anzi lo escludono quasi tutti, ma negano ugualmente il via libera al giudice, con l’inedita motivazione che le prove raccolte sarebbero addirittura troppe per poter essere inquinate. Mirabile l’argomentazione (si fa per dire) di Michele Abbate del Ppi, relatore del caso alla giunta della Camera: “Complotti contro Previti non ce ne sono, nessun segno di malanimo da parte dei magistrati. Ma l’inchiesta è chiusa, tutte le carte fanno già parte del processo, l’imputato non ha più modo di manipolarle. E allora perché metterlo in carcere?”. Ed ecco quello di Giuseppe Gargani, popolare in procinto di passare a Forza Italia: “Non dovendo entrare nel merito, abbiamo ritenuto che per Previti non fosse necessaria la custodia cautelare. La richiesta d’arresto è del 3 settembre. Siamo al 12 gennaio: se avesse voluto, Previti avrebbe avuto tutto il tempo per inquinare”.

Cioè: prima il Parlamento perde un sacco di tempo prima di rispondere al giudice, poi risponde che è passato troppo tempo. Boato si supera: “Se c’è un pericolo di inquinamento per Previti, non è contraddittorio non ipotizzarlo anche per Berlusconi?”. Ecco: il giudice ritiene che Previti stia inquinando le prove, mentre non ha le prove che lo stia facendo anche Berlusconi; Boato, noto garantista, sostiene che potrebbe farlo anche Berlusconi, ma visto che per lui il giudice non chiede la cattura perché non ha le prove, tanto vale respingere la cattura anche per Previti sul quale il giudice ha le prove. Il relatore del No all’arresto in aula è un magistrato, Carmelo Carrara del Cdu (il partitucolo di Rocco Buttiglione): il suo discorso a Montecitorio è copiato per i due terzi, parola per parola, dal memoriale di autodifesa di Previti. Ma nessuno si scandalizza: è la privatizzazione, anzi la previtizzazione del Parlamento. Poi parla Previti: nell’invitare i colleghi a salvarlo dall’arresto, ammette pubblicamente dinanzi alla Camera di non aver pagato le tasse sui 21 miliardi che gli versò Rovelli (“Ho poi fatto il condono”). Abbacinati da un cotale esempio di legalità, i colleghi lo salvano con ampia e trasversale maggioranza: 341 No all’arresto, 248 Sì, 21 astenuti. Determinanti i voti contrari della Lega nord, dei diniani, dei mastelliani, di molti popolari e socialisti. Il Ppi si spacca: 25 deputati per l’arresto, 29 contro. Fra i Verdi l’unico voto favorevole a Previti è quello del solito Boato. “Ora ho diritto a un processo in tempi rapidi”, dichiara Previti. Le ultime parole famose.

Dopo Previti tocca al forzista siciliano Gaspare Giudice, accusato di mafia dal gip di Palermo. La Camera nega l’autorizzazione all’arresto con amplissima maggioranza: 330 No, 210 Sì e 13 astenuti.
Poi, nel marzo 1999, ecco la richiesta di autorizzazione all’arresto per Marcello Dell’Utri. Il gip di Palermo Gioacchino Scaduto lo vuole in carcere, su richiesta della Procura antimafia, per due distinti reati: estorsione aggravata ai danni di un ex senatore repubblicano, Vincenzo Garraffa, al quale Dell’Utri avrebbe mandato il boss mafioso Vincenzo Virga a recuperare un presunto credito, per giunta in nero, dopo averlo pesantamente minacciato; e calunnia aggravata per avere subornato alcuni pentiti, convincendoli a screditarne altri, quelli che lo accusano nel processo di Palermo. La misura cautelare si fonda in gran parte su intercettazioni dei telefoni dei pentiti incriminati, che spesso chiamano Dell’Utri. Ma c’è persino un filmato, realizzato dalle telecamere della Dia il 31 dicembre 1998, che mostra l’onorevole indagato mentre incontra un pentito nella sua casa nel riminese accompagnato dall’autista che entra con una valigetta e ne esce a mani vuote. Alla Camera si replica la manfrina già sperimentata per Previti: molti sostengono che le prove sono talmente schiaccianti da non poter essere inquinate. Emblematico il commento del Ds Emanuele Macaluso: “Se sedessi ancora in Parlamento, voterei contro l’arresto di Dell’Utri. I fatti sono avvenuti alcuni anni fa: Dell’Utri avrebbe avuto tutto il tempo di inquinare le prove. Se non l’ha fatto finora,che motivo c’è di sbatterlo in carcere?
Il fumus persecutionis non va visto solo nei confronti della persona, ma dell’istituzione Parlamento (Il Giornale, 20 marzo 1999). Ma stavolta le operazioni di salvataggio sono complicate dal voto favorevole all’arresto da parte della Lega nord, ancora sensibile ai temi della lotta alla mafia. Roberto Maroni, membro della Giunta per le autorizzazioni, dichiara: “La richiesta di misura cautelare per Dell’Utri è legittima, fondata e non persecutoria. Ho valutato con attenzione e anche con sofferenza l’intera vicenda e ritengo che sul caso si può decidere in piena coscienza. Le accuse a Dell’Utri sono gravi, perché fanno intravedere sullo sfondo lo spettro di Cosa Nostra, lo spettro della mafia. Il no all’arresto sarebbe legittimo solo di fronte a un ragionevole dubbio che l’azione della magistratura sia diretta a colpire un parlamentare, il suo partito di appartenenza o il plenum dell’assemblea”. Bossi attacca anche Berlusconi: “Quello di Dell’Utri è un processo nuovo, non è come con Previti per il quale la richiesta arrivò in ritardo, e quindi votammo contro. Sono convinto che uno non diventa miliardario da decine di migliaia di miliardi se non per collegamenti ambigui con la politica e con chi ha tanti quattrini da distribuire. Io mi sono letto tutte le quattrocento pagine in cui si parla di tutto, la droga, eccetera. Io non ho mai trovato una piccola società di Palermo con poche decine di milioni di capitale a cui prestano centinaia di miliardi”. Tutti i deputati leghisti voteranno per l’arresto. Dunque il centrosinistra deve fare gli straordinari per salvare Dell’Utri. In giunta si vota separatamente per i due capi di imputazione. Per la tentata estorsione votano contro l’arresto in dodici: il presidente Ignazio La Russa, Berselli e Cola di An; Deodato, Pecorella, Saponara e Mancuso di Forza Italia; Carrara del Ccd; Abbate e Borrometi del Ppi; Ceremigna e Schietroma dello Sdi. A favore dell’arresto invece sono in nove: i ds Parrelli, Dameri, Raffaldini, Bielli e Bonito, il verde Dalla Chiesa, Meloni dei Comunisti italiani e i leghisti Maroni e Fontan.
Per la calunnia idem come sopra, tranne i due popolari che si astengono, facendo scendere i No da 12 a 10: tanto i Sì sono soltanto 9. In aula, il 13 aprile 1999, si replica: Dell’Utri si salva con 22 voti di scarto. Hanno votato contro il suo arresto 301 deputati (Forza Italia, An, Ccd, Sdi, Udr e Rinnovamento italiano). A favore 279 (Ds, Pdci, Rifondazione, Lega nord e Verdi, tranne Boato contrario). Astenuti 9 (quelli del Ppi, tranne 3 favorevoli). Commenta Bossi: “È stato un inciucio Polo-Ulivo, grazie anche al voto segreto. Noi giochiamo a carte scoperte. Bisogna chiedere all’Ulivo come hanno veramente votato i suoi deputati. L’inciucio c’è e si è visto sia qui, sia oggi al Senato con le dichiarazioni di Massimo D’Alema. C’è questo Ulivo-Polo che fa capire cosa sarebbe un sistema basato su due poli: non ci sarebbe alcuna opposizione parlamentare. Insomma cane non mangia cane”.

Infatti il Parlamento, nella seconda parte della legislatura ulivista, respingerà anche le richieste di autorizzazione  all’arresto per Giancarlo Cito, Amedeo Matacena e Giuseppe Firrarello, tutti accusati di mafia. Lo stesso accadrà nel quinquennio della Casa delle libertà: no agli arresti per Sanza (Forza Italia), Di Giandomenico (Udc), Blasi (FI) e Luongo (Ds).

2 anni di Unione, 3 no agli arresti
Nel 2006 Prodi torna al governo alla guida dell’Unione. Il 4 maggio, quarto giorno di vita della nuova Camera, la Giunta per le autorizzazioni a procedere deve già esaminare la prima richiesta d’arresto per un deputato appena eletto. I giudici di Sanremo recapitano a Montecitorio un’istanza di autorizzazione a incarcerare il neo-onorevole Vittorio Adolfo dell’Udc, accusato di turbativa d’asta, truffa aggravata e corruzione. Puntualmente, prima la giunta e poi l’aula di Montecitorio bocciano l’arresto di Adolfo.
La seconda richiesta di cattura (a domicilio) per un parlamentare arriva il 20 giugno 2006 e riguarda l’ex governatore forzista pugliese Raffaele Fitto, accusato di corruzione, falso e illecito finanziamento. Giampaolo Angelucci, il ras delle cliniche romane e pugliesi, gli avrebbe allungato una tangente di 500 mila euro per le ultime elezioni regionali (poi perdute contro Nichi Vendola) in cambio di favori illeciti per vincere l’appalto da 198 milioni che gli ha consegnato le undici residenze sanitarie “assistite” dalla Regione. Al termine dell’indagine, i giudici di Bari dispongono gli arresti domiciliari per Angelucci, che viene recluso in casa sua, e per Fitto, che si è messo al riparo appena in tempo. Alla Giunta per le autorizzazioni a procedere, Fitto chiede di dare l’ok al proprio arresto. Ma la giunta boccia la richiesta dei giudici (e dell’interessato) all’unanimità. Il 19 luglio la questione passa all’aula. Che, per legge, non può bloccare un provvedimento restrittivo, salvo che dimostri un fumus persecutionis. Nessuno si prende la briga di dimostrarlo. In compenso si consente al candidato alle manette di attaccare i magistrati in pieno Parlamento e di riscrivere le indagini a proprio uso e consumo, senza che i pm e il gip possano replicare. Fitto spiega ai colleghi che quei 500 mila euro erano un contributo “regolarmente registrato e speso per la campagna elettorale”. Nessuno ribatte che, se quei soldi sono tangenti in cambio di favori, non basta registrarli e spenderli “regolarmente” per renderli leciti: le mazzette sono vietate anche se iscritte a bilancio. Alla fine ben 457 deputati (su 462 presenti) si bevono la sua orazione e votano No all’arresto. Solo quattro si astengono e solo uno (Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori) vota a favore. Non contenti, i deputati di destra e di sinistra   salutano il miracolato con un lungo, liberatorio applauso bipartisan. Che diventa una vera e propria standing ovation quando Fitto si scaglia contro il presunto “uso abnorme delle intercettazioni, che distrugge persone e famiglie”.
Il verde Boato si associa: “La gogna mediatica anticipa la condanna a prescindere dall’esito del processo, l’utilizzo abnorme delle intercettazioni e il protagonismo indebito di qualche magistrato vanno a danno del giusto processo”. Sergio Mattarella della Margherita corre a stringere la mano a Fitto, mentre Salvatore Tomaselli, deputato brindisino dell’Ulivo, lo abbraccia con calore. Casini sollecita il neopresidente Bertinotti ad attivarsi per “tutelare l’attività dei parlamentari” dai controlli illegali “di certa magistratura”. A nessuno viene in mente che Fitto è deputato da soli tre mesi: fino ad aprile era un cittadino qualunque, dunque chi l’ha intercettato (ben prima della sua elezione) non ha commesso alcun “abuso” e non c’è un bel nulla da tutelare. Eppure Bertinotti invia gli atti della seduta al Csm, perché assuma “ogni eventuale iniziativa” nei confronti dei magistrati che hanno osato tanto. Il Csm risponderà che i giudici di Bari hanno agito più che correttamente.

La scena si ripete tale e quale il 24 luglio 2006, quando il gip di Roma, Luisanna Figliolia, dispone l’arresto del deputato forzista Giorgio Simeoni, ex vicepresidente della giunta Storace, coinvolto nello scandalo delle tangenti nelle Asl del Lazio. No all’arresto da tutti i pentiti, esclusi Idv e Pdci.

2 anni di Pdl, 4 no agli arresti
Nel 2008 Berlusconi torna al governo per la terza volta. Le nuove Giunte per le autorizzazioni a procedere, come da prassi, sono presiedute da esponenti dell’opposizione: Pierluigi Castagnetti del Pd per la Camera, Marco Follini del Pd per il Senato. Ma anche stavolta rispondono sempre di No ai giudici: quattro volte in meno di due anni.
Nel nuovo Parlamento siede un senatore abusivo. Si chiama Nicola Di Girolamo. È stato eletto tra gli italiani all’Estero nella lista del Pdl collegio Europa, ma non poteva neppure candidarsi, perché s’è inventato una residenza in Belgio mentre risiedeva in Italia. Subito dopo il voto, il gip di Roma dispone per lui gli arresti domiciliari per ben nove reati (attentato ai diritti politici del cittadino, falsa dichiarazione d’identità, falso ideologico, abuso d’ufficio) e chiede al Senato il nullaosta per eseguirli. Il 24 giugno la Giunta per le autorizzazioni risponde picche: tutti d’accordo, Pdl, Lega,Udc e Pd. Favorevole soltanto Luigi Li Gotti dell’Idv. L’aula di Palazzo Madama se la prende comoda e per tutta l’estate il senatore seguita imperterrito a circolare fra l’emiciclo e la commissione Esteri (e quale, se no?). C’è pure il 24 settembre, quando finalmente i colleghi senatori lo salvano con un plebiscito, ben nascosti dietro il voto segreto: 204 No agli arresti (Pdl, Lega, Pd, Udc) e 43 Sì (Idv e qualche Pd sciolto). Probabile che anche lui abbia votato per se stesso, visto che non risultano astenuti. Com’è noto, c’è un solo motivo che può consentire al Parlamento di bloccare l’ordinanza di un giudice:il fumus persecutionis, quando le accuse si rivelano inconsistenti al punto da far sospettare un complotto politico. Ma per Di Girolamo tutti gli intervenuti in giunta e in aula, compresi i compagni di partito, lo hanno escluso, complimentandosi anzi con i giudici romani per l’ottimo lavoro.
Costituzione alla mano, avrebbero   dovuto fermarsi lì: spetta al gip stabilire le esigenze cautelari, non ai colleghi dell’arrestando. Questi invece si sono sostituiti al giudice, sentenziando che il pericolo d’inquinamento delle prove non esiste. E pazienza se il gip cita un bel po’ di testimoni avvicinati da emissari del senatore perché mentissero ai magistrati. Per il relatore Francesco Sanna (Pd) e il leghista Sandro Mazzatorta, l’arresto comprometterebbe “il plenum del Senato”, che scenderebbe da 315 a 314 inquilini. Quindi l’abusivo deve restare per la stessa logica del quarto a briscola: pare brutto giocare col morto.
E poi i suoi reati, aggiunge Sanna, “non hanno gravità paragonabile a quelli per i quali, negli unici quattro precedenti nella storia repubblicana, il Parlamento ha approvato misure cautelari nei confronti di propri membri”. In effetti – come ricorda lo stesso Sanna – gli unici quattro parlamentari arrestati in sessant’anni di storia repubblicana erano accusati di “omicidio plurimo, l’insurrezione armata contro lo Stato e il sequestro di persona”. E Di Girolamo non ha ammazzato nessuno: rischia solo dieci anni. Dunque, siccome il Parlamento ha finora abusato del suo potere, è giusto che continui ad abusarne. Li Gotti prova a spiegare che in questo caso l’arresto è proprio “a difesa del plenum del Senato e della legittimità di quanti hanno diritto a farne parte”: i pm devono ancora sentire diversi testimoni, che potrebbero essere a loro volta subornati; e ogni volta che Di Girolamo entra in Senato reitera il reato di attentato ai diritti del suo partito e degli elettori presi per i fondelli. Ma anche i senatori del Pdl appaiono felici di essere buggerati. E poi, come osserva spiritoso Luigi Lusi (Pd), “le prove sono talmente evidenti che non c’è bisogno di arrestarlo”. Giampiero D’Alia (Udc) si associa. Ecco: se le prove sono poche, non si arresta. Se sono tante, non si arresta lo stesso.

Il 16 dicembre 2008 tocca a un deputato. Il pm di Potenza, Henry John Woodcock, chiede e ottiene dal gip Rocco Pavese gli arresti domiciliari per l’onorevole del Pd Salvatore Margiotta e la custodia in carcere per una serie di dirigenti della Total Italia, manager e imprenditori locali. Margiotta è accusato di corruzionea proposito di una presunta tangente dalla Total per favorirla negli appalti per lo sfruttamento del petrolio in Basilicata. Il presunto corruttore, l’amministratore delegato della Total, viene arrestato, mentre per il presunto corrotto, Margiotta appunto, bisogna attendere l’ok del Parlamento. La giunta di Montecitorio si riunisce due giorni dopo, il 18 dicembre. Antonio Leone del Pdl strilla contro le “fantasiose iniziative giudiziarie del dottor Woodcock”. Roberto Giachetti del Pd tiene un discorso sui massimi sistemi e osserva che “fino a prova contraria i parlamentari sono tutti onesti e hanno la medesima legittimazione”. Lorenzo Ria dell’Udc annuncia che il suo gruppo voterà contro. Anche il Pd è compatto. Un’oretta di lavoro e la giunta delibera in favore di Margiotta: tutti per il No, tranne l’Idv. Nel pomeriggio, con encomiabile rapidità, il caso passa all’aula della Camera. Che conferma: niente domiciliari per Margiotta. Solo l’Idv vota Sì, tutti gli altri salvano il deputato. Finisce 430 a 21 (3 astenuti, fra i quali Furio Colombo del Pd). Poi la comica finale: tutti i gruppi parlamentari si scagliano contro Di Pietro e i deputati dell’Idv, che hanno osato non opporsi al corso della Giustizia. Di Pietro ricorda in aula: “La Costituzione dice che bisogna tutelare i parlamentari solo dalle persecuzioni, ma qui tutti concordano che l’inchiesta sia buona e meritoria. E allora ancora una volta qui siamo una casta che vuole difendere se stessa. Noi ci assumiamo la nostra responsabilità e votiamo per l’arresto”. Apriti cielo: dai banchi del Pdl e del Pd si leva un tumulto di fischi e insulti, seguiti da un reciproco applauso unanime a cementare la casta che si autoprotegge contro l’invasore togato. I deputati deidue poli parlano la stessa identica lingua. Paniz del Pdl, applaudito anche dal Pd: “Le persone non si arrestano perché dall’arresto derivi qualche responsabilità di colpevolezza, ma solo quando quella colpevolezza si evince già dagli atti”. Minniti del Pd, applaudito anche dal Pdl: “Un cittadino non può essere privato della propria libertà personale, a meno che non si pensi che l’arresto sia uno strumento per fare le indagini”. Ancora Paniz, applaudito da Pdl e Pd: “Votare No all’arresto di Margiotta non è difendere un privilegio o una casta, ma applicare la Costituzione, per modificare la quale il popolo non ha ancora mandato parlamentari a sufficienza qui e al Senato”. Ancora Minniti, applaudito da Pd e Pdl: “Spiace sinceramente che l’onorevole Di Pietro abbia manifestato una conoscenza approssimativa della Costituzione. Quando avrà i numeri per cambiarla lo potrà fare; intanto, però, applichiamo quella che c’è”. Mantini del Pd (ma prossimo a traslocare nell’Udc) invita addirittura l’Idv ad abbandonare la Giunta per le autorizzazioni a procedere. Che, a quel punto, potrebbe essere ribattezzata “delle non autorizzazioni a procedere”.

Pochi mesi dopo cambia il colore dell’arrestando, ma non il risultato. Il 5 febbraio 2009 la Procura di Velletri, che indaga sulla casa di cura San Raffaele gestita dalla Tosinvest della famiglia Angelucci (editore di Libero e del Riformista), chiede e ottiene gli arresti domiciliari per Antonio Angelucci, appena eletto deputato con il Pdl, e per suo figlio Giampaolo, già imputato a Bari per corruzione del ministro Fitto. Giampaolo finisce subito ai domiciliari. Per il padre Antonio il gip chiede il permesso alla Camera. E, nelle 800 pagine dell’ordinanza, lo accusa di una maxitruffa da 170 milioni alla Regione Lazio, col contorno di “regali a tutti i partiti”. Angelucci senior interviene in giunta e ricorda i suoi successi giudiziari: “In primo grado o in appello sono stato assolto in ben quattro procedimenti tra il 1999 e il 2006”. Poi insinua: “La Procura di Velletri è sita vicino a uno dei siti ospedalieri”. Dunque sarebbe in conflitto d’interessi logistico. Anche stavolta la giunta è comprensiva. Il solito Leone del Pdl accusa i giudici: “Ormai la magistratura tende a forgiare la figura dell’‘imputato di qualità’,colui cioè che per il solo fatto di aver un prestigio sociale e di essere investito di pubbliche funzioni è capace di delinquere ed è socialmente pericoloso”. Maurizio Turco, radicale eletto nel Pd, è solidale: “Angelucci è una vittima, ma non della persecuzione della magistratura di Velletri, bensì della giustizia così come congegnata in Italia”. Ma esclude il fumus persecutionis e il 26 febbraio, correttamente, vota per l’arresto. Così come Aniello Formisano dell’Idv. Tutti gli altri – Pdl, Lega, Pd e Udc votano contro. L’aula di Montecitorio ci dorme un po’su. Lascia passare due mesi (due e mezzo dalla richiesta del gip), poi il 22 aprile si   occupa del caso. E naturalmente conferma il salvataggio già deciso dalla giunta: 316 No all’arresto (centrodestra, Udc e quasi tutto il Pd) e solo 30 Sì (Idv e radicali del Pd).
I deputati del Pd spiegano all’Ansa il loro voto con un argomento davvero curioso: siccome ad Angelucci figlio, dopo due mesi, sono stati revocati proprio quel giorno gli arresti domiciliari, è prevedibile che la stessa sorte sarebbe toccata a breve anche ad Angelucci padre. Dunque autorizzare il suo arresto, che presto sarebbe stato verosimilmente revocato, “non avrebbe avuto molto senso”. Ecco: prima si temporeggia due mesi e mezzo, poi si dice che ormai l’arresto non avrebbe più senso perché sono passati due mesi e mezzo. Ma allora, perché il Pd aveva votato No anche in giunta, quando Angelucci jr. era ancora ai domiciliari? Naturalmente si tratta di scuse puerili per coprire l’ennesimo abuso di potere e l’ennesima invasione di campo nelle prerogative della magistratura, unico soggetto titolato a valutare le esigenze cautelari a carico di questo o quell’indagato.

Il 10 novembre 2009 il gip di Napoli Raffaele Piccirillo invia alla giunta della Camera un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia e presidente del Cipe, eletto in Campania per il Pdl e candidato alla carica di nuovo governatore della Campania alle regionali del marzo 2010. È accusato dai pm anticamorra Alessandro Milita e Giuseppe Narduccidi concorso esterno in associazione mafiosa per i suoi rapporti organici con il clan camorristico dei Casalesi, testimoniati da almeno sei collaboratori di giustizia di prim’ordine “nonché da numerosi riscontri obiettivi. Già il 28 gennaio, alle prime rivelazioni de L’espresso sull’inchiesta della Procura antimafia di Napoli,il Pd, l’Idv e l’Udc hanno presentato una mozione alla Camera che impegnava il governo a invitare Cosentino alle dimissioni” in quanto “lede gravemente non solo il prestigio del governo, ma anche la dignità del paese”. Mozione firmata dai capigruppo del Pd Antonello Soro, dell’Idv Massimo Donadi e dell’Udc Michele Vietti, oltreché dagli onorevoli Sereni, Bressa, Ciriello e Garavini. Purtroppo però le astensioni e le assenze nelle file del Pd hanno superato quelle del Pdl, salvando Cosentino. Mozione respinta con 236 No (Pdl più Lega), 138 Sì e 33 astensioni. Decisivi dunque i 26 astenuti del Pd (fra i quali Gianni Cuperlo, Marianna Madia e i radicali), i 47 del Pd usciti dall’aula perlopiù solo per quella votazione e poi subito rientrati (compresi Enrico Letta, il ministro-ombra della Giustizia Lanfranco Tenaglia e perfino Marina Sereni, firmataria della mozione stessa), i 22 Pd assenti ingiustificati (compresi D’Alema, Gentiloni e financo Veltroni, che sull’Espresso aveva chiesto le dimissioni di Cosentino) e i 2 Pd addirittura contrari (fra cui l’ex tesoriere Ds, Ugo Sposetti). Il 25 novembre si vota in giunta sull’arresto di Cosentino. Stavolta il Pd si esprime a favore (tranne Turco, astenuto), anche perché la custodia in carcere per il reato di mafia è obbligatoria. Il centrodestra e mezza Udc però votano compattamente contro,sostenendo addirittura il fumus persecutionis contro il sottosegretario. I finiani, che avevano ipotizzato un voto favorevole dopo che Fini aveva fatto saltare la candidatura di Cosentino in Campania, alla fine si allineano al diktat berlusconiano. E la richiesta del giudice viene respinta con 11 No (Pdl, Lega e Domenico Zinzi dell’Udc) e 6 Sì (Pd, Idv e Mantini dell’Udc). Il 10 dicembre nell’aula di Montecitorio procede a fotocopia: 360 No all’arresto(Pdl e Lega, mezza Udc, i radicali del Pd, l’Mpa di Lombardo e l’Api, il nuovo partito di Rutelli) e 226 Sì (Pd, Idv, l’altra mezza Udc). Profittando del voto segreto, 51 deputati dell’opposizione si aggiungono a quelli presenti nella maggioranza di centrodestra. Dopo strenua resistenza Cosentino rinuncerà a candidarsi in Campania, ma rimarrà a piè fermo sottosegretario dell’Economia e presidente del Cipe. Anche dopo che l’ordinanza di custodia a suo carico verrà pienamente confermata il 28 gennaio 2010 dalla Cassazione.

41 bis per i mafiosi, qui si tratta (ancora)

Fonte: 41 bis per i mafiosi, qui si tratta (ancora).

Farina (Pdl) denuncia l’inumanità del 41 bis per i mafiosi. Come nel 2002: ipotesi ricatto dei clan alla politica

Per lui è solo un atto di carità cristiana. Un gesto umanitario per dare un po’ di conforto a chi soffre. Per gli investigatori, invece, potrebbe essere una sorta di messaggio. O almeno potrebbe essere colto dalla mafia come tale. Come l’ultimo, o il penultimo, segnale nella lunga presunta trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato cominciata nel 1992-93 e mai interrotta. Comunque stiano le cose un fatto è certo: fa effetto ascoltare dai microni di Radio Radicale un esponente di peso del Pdl come il neo-parlamentare Renato Farina, chiedersi se davvero il 41 bis, il cosiddetto carcere duro, è una forma di tortura. E fa ancora più effetto pensare che le sue dichiarazioni, chiuse con la proposta di istituire una commissione internazionale sulla situazione dei boss in prigione, sia arrivata a ferragosto, davanti alle porte del carcere milanese di Opera.

Lì dentro, ospitati in celle singole controllate giorno e notte, ci sono ben 82 capi-mafia. E assieme al più celebre di tutti, Totò Riina, c’è anche Giuseppe Graviano, il capo della famiglia mafiosa di Brancaccio, che, secondo il pentito Gaspare Spatuzza, avrebbe concluso intorno al Natale 1993 una sorta di accordo politico con Silvio Berlusconi. Farina, è vero, rispetto al 41 bis ha un approccio problematico. E nella sua intervista fornisce un particolare importante: dice che buona parte dei detenuti non appena ha capito chi era e soprattutto in che partito militava, ha mostrato “una furia” che lo ha “preoccupato”. Ce l’avevano con lui, con il ministro della Giustizia Angelino Alfano e con Berlusconi.

Resta però una singolare coincidenza: la visita ispettiva ad Opera dell’ex giornalista, radiato dall’Ordine per il denaro ricevuto dai servizi segreti militari, avviene subito dopo i primi interrogatori di Giuseppe Graviano e di suo fratello Filippo. Lunghi faccia a faccia con i magistrati durante i quali i due boss hanno più volte detto di “rispettare” la scelta di Spatuzza . Ma hanno aggiunto che stare al 41 bis è come stare “a Guantanamo”: “Ho la luce accesa giorno e notte e da quattro mesi aspetto una visita per un sospetto di tumore” ha detto Giuseppe. Il dubbio, insomma, che il dialogo tra la politica e la mafia sia ancora in corso, c’è. Pure l’Aisi (il servizio segreto interno), nelle sue ultimi relazioni sullo stato della criminalità organizzata in Italia, spiega che nelle carceri i boss mostrano segni d’irrequietezza e d’impazienza. E, secondo quanto risulta a Il Fatto Quotidiano, sottolinea proprio il ruolo dei fratelli Graviano che sarebbero alla ricerca di una soluzione per il 41 bis.

Detto in altre parole: l’impressione è di trovarsi di fronte a una sorta di grande ricatto. O fate qualcosa, o rispettate i patti – comunica la mafia – o noi cominciamo a far sapere come sono andate realmente le cose negli anni delle stragi.

I Graviano, del resto, hanno già tentato operazioni del genere. Nel 2002 erano stati proprio loro a dare il via a una singolare corrispondenza tra boss detenuti (spesso condannati proprio per le bombe ai monumenti) ricca di ambigui riferimenti alla “cappella Sistina”, al “museo egizio di Torino”, al Milan (la squadra del presidente del consiglio Silvio Berlusconi) e alla Formula Uno, sempre indicata da chi scrive con la sigla “F.I”: le iniziali di Forza Italia. Allora accanto alle lettere, tutte ovviamente lette dalla censura e finite in corposi rapporti dello Sco (Servizio Centrale operativo) della Polizia, c’erano stati pubblici proclami di boss del calibro di Luchino Bagarella che il 12 luglio del 2002, in aula, aveva accusato la politica di aver “strumentalizzato” i detenuti.

Così il Sisde, all’epoca diretto dal generale Mario Mori, aveva lanciato l’allarme. Aveva annunciato con un’informativa segreta a Palazzo Chigi, di aver appreso da “Attendibili fonti fiduciarie l’esistenza di un progetto di aggressione di Cosa Nostra che avrà inizio con azioni in toto non percettibili dall’opinione pubblica fino a raggiungere toni manifesti, con la commissione, in un secondo momento, di azioni eclatanti”. Nel mirino, secondo gli 007, c’erano Dell’Utri, l’avvocato Cesare Previti e una molti avvocati meridionali (per lo più parlamentari). E a tutti loro fu data una scorta. Oggi la situazione è diversa. A far paura non sono più le armi della mafia, ma le parole. Certo in Cosa Nostra c’è chi può pensare (al contrario di quanto sostiene il ministro dell’Interno, Roberto Maroni) che la riforma della legge sul sequestro dei beni appena introdotta in finanziaria, sia una buona notizia. O che la due giorni di sciopero degli avvocati, che protestano anche contro il 41 bis, sia il sintomo di qualcosa che si sta muovendo. Ma forse è tardi. Troppo tardi. Perchè, come diceva Leonardo Sciascia, “Tutti i nodi vengono al pettine. Se c’è il pettine”.

Peter Gomez (Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2009)

A.A.A. Lodo offresi prezzo trattabile – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: A.A.A. Lodo offresi prezzo trattabile – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Premesso che l’on. avv. Niccolò Ghedini è una simpatica personcina e il suo maestro on. avv. Pietro Longo pure, la domanda è questa: ma è normale che questi due signori – come informano quotidianamente i giornali – si aggirino per le aule parlamentari, peraltro deserte, e negli angiporti limitrofi, cercando di piazzare lodi, lodini, sottolodi, minilodi travestiti da “riforme della giustizia” in formato extralarge, o mignon, da tasca o da pochette, per cancellare i processi o i reati del loro cliente che li paga profumatamente e, per inciso, fa pure il presidente del Consiglio? È normale che tutti li stiano a sentire, nell’ambito del “dialogo sulle riforme”, anziché mandarli a stendere? È normale che nessuno, dal presidente della Camera a quello della Repubblica, non trovino due minuti e due parole per metter fine allo sconcio? È normale che i giornaloni “liberali” non scrivano una riga? È normale che Pigi Battista abbia frantumato i marroni per tutta l’estate a De Magistris perché non s’era ancora dimesso da magistrato (l’ha fatto a settembre, nel silenzio di Battista) e non abbia mai dedicato una virgola alle mancate dimissioni di Ghedini e Longo dall’avvocatura o dal Parlamento o dalla difesa berlusconiana? È normale che il Corriere degli Ostellini, dei Panebianchi, dei Pappagalli della Loggia che quotidianamente ci affetta i santissimi con la separazione delle carriere fra giudici e pm non dedichi un pigolìo alla separazione delle carriere fra avvocati e legislatori?

È normale che l’Ordine degli avvocati, quello che non ha ancora trovato il modo di espellere Previti a tre anni dalle condanne definitive per aver comprato le sentenze Imi-Sir e Mondadori, non abbia nulla da dire ai due illustri associati in spudorato conflitto d’interessi? Se non andiamo errati, l’Ordine forense è dotato financo di un “Codice deontologico”, che nel capitolo III sul “Conflitto d’interessi”, contempla il seguente art. 37: “L’avvocato ha l’obbligo di astenersi dal prestare attività professionale quando questa… interferisca con lo svolgimento di altro incarico anche non professionale”. Tipo quello di deputato. Ora, non ritengono lorsignori che codesto articolo calzi a pennello con ciò che fanno ogni santo giorno da 15 anni gli avvocati del premier? E, se è così, il Codice deontologico ha una funzione ornamentale o è vincolante per gli associati? E che si intende fare per indurre le due personcine a rispettarlo? Finora gli On. Avv. avevano sempre trovato un prestanome disposto a immolarsi e intestarsi le leggi-vergogna su misura dell’Utilizzatore Finale e dei suoi cari: decreto Biondi, condono Tremonti, scudo Tremonti, ddl Pittelli, lodi Schifani e Alfano, legge-bavaglio Alfano sulle intercettazioni. Solo Cirielli si era ribellato, tant’è che la sua legge riveduta e corrotta fu ribattezzata “ex Cirielli”, alla memoria, per mancanza di scudi umani volontari. Ora anche Angelino Jolie, essendosi sputtanato abbastanza, non firma più nulla. Così Ghedini e Longo han dovuto riaprire il bazar mettendoci la faccia e il nome. Ogni giorno la premiata ditta sforna una nuova schifezzuola per sondare il terreno e vedere l’effetto che fa: amnistia super o mini; indultino gigante o nano; prescrizione breve o media o lampo; portiamo tutto da Milano a Roma, o magari ci fermiamo a metà strada, tipo Orte; un bel lodino nuovo di pacca, anzi usato; valido per tutti, o solo per gli incensurati, o solo per Lui. Interessa l’articolo? Prezzi modici e trattabili. Roba che nemmeno Paolo Ferrari coi due fustini al posto di un Dash. Prima o poi riusciranno a piazzarlo, il Ghedash che lava più bianco. Tanto nessuno dice nulla e il Presidente firma tutto. O no?

RnS – Dell’Utri, la mafia e il silenzio dei media – indigeni, berlusconi e la mafia

RnS – Dell’Utri, la mafia e il silenzio dei media – indigeni, berlusconi e la mafia.

Dell’Utri era presente a una riunione del ’92 nella quale c’erano anche D’Agata e altri personaggi di Catania come Aldo Ercolano [esponente di vertice dei clan catanesi]. Si discuteva della strategia di portare avanti un partito nuovo per fare delle cose in Italia e aggiustarne altre come il 41 bis. Bisognava anche screditare i pentiti e proprio a questo doveva servire il partito nuovo. Maurizio Avola, collaboratore di giustizia.

di Giuseppe Giustolisi / Micromega, La primavera n.2 del 9 marzo 2006

È una fredda mattinata di febbraio quando da un «sito riservato», come si dice in gergo giudiziario, depone in videoconferenza un collaboratore di giustizia nel processo che si celebra davanti al tribunale di Catania contro la mafia messinese e due magistrati, l’ex sostituto della Direzione nazionale antimafia Giovanni Lembo e l’ex capo dei gip di Messina Marcello Mondello (da qualche anno in pensione), imputati di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il pentito si chiama Maurizio Avola, classe 1961, catanese, il killer preferito del boss Nitto Santapaola. Nel suo palmarès criminale Avola vanta numerosi omicidi e altrettante rapine ed estorsioni, fatti per i quali ha già incassato una condanna definitiva a trent’anni. Arrestato nel 1993, dopo un anno inizia la sua collaborazione con la procura di Catania (beneficia subito del programma di protezione, ma poi lo perderà per delle rapine commesse nel 1997) e confessa di essere l’autore dei fatti di sangue più efferati avvenuti nella zona etnea, tra cui l’omicidio eccellente del giornalista catanese Giuseppe Fava. Il contributo delle sue rivelazioni è stato determinante per la condanna di boss e gregari della mafia etnea nel processo Orsa maggiore. Ma le rivelazioni di Avola entrano anche in altri processi, come quello celebrato a Palermo a carico di Marcello Dell’Utri, poi condannato a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. E proprio di Dell’Utri il pentito è tornato a parlare nel processo di Catania, a proposito del disegno stragista di Cosa Nostra. L’ex killer catanese, quella mattina, ha raccontato anche qualche particolare inedito su quella zona grigia, mai completamente esplorata dalle inchieste della magistratura, che fa da cerniera fra la mafia che spara e i piani alti della politica e dell’economia.

Avola non è un mafioso di primo piano, ma è a conoscenza dei segreti più pesanti di Cosa Nostra perché fino al momento del suo arresto era l’ombra di Marcello D’Agata, il vice del boss Santapaola. Lo accompagnava ovunque, anche nei summit mafiosi di un certo rilievo e poi D’Agata, puntualmente, gli riferiva di fatti e persone. Figura centrale degli intrecci inconfessabili fra Cosa Nostra e il mondo dei colletti bianchi, secondo Avola, era Michelangelo Alfano, un imprenditore morto suicida di recente in circostanze ancora poco chiare e imputato di mafia in questo processo. Avola sa molte cose su questo personaggio, ma all’inizio della sua collaborazione omette di raccontarle. «Non parlai di lui», dice al pm Antonino Fanara, «perché D’Agata mi diceva che era un personaggio molto potente e che faceva anche parte della massoneria. Era quindi una persona che mi faceva un po’ paura. E così non parlai né di lui, né di altri ma solo dei semplici mafiosi come eravamo noi». Tanto per capire meglio lo spessore di Alfano, di lui si parla al processo per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi.

Agli atti c’è anche la foto della Ferrari di cui Alfano era proprietario, dove sono in posa, appoggiati alla macchina, Flavio Carboni e Silvano Vittor. Ma ancor più indicative della caratura del personaggio sono le parole di un colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, che nel processo palermitano Grande Oriente ha definito Alfano Fanello di collegamento fra Cosa Nostra stragista e pezzi deviati dello Stato. «Sapevo da D’Agata», continua Avola, «che Alfano era interessato agli appalti e che era un uomo di Cosa Nostra. Partecipava anche a delle riunioni importanti in provincia di Messina, agli inizi degli anni Novanta c’era infatti una strategia contro lo Stato che prevedeva di mettere delle bombe in giro».

E a questo punto che salta fuori il nome di Dell’Utri. Il pm chiede ad Avola informazioni sui rapporti fra il manager berlusconiano e Cosa Nostra e il pentito risponde: «Dell’Utri era presente a una riunione del ’92 nella quale c’erano anche D’Agata e altri personaggi di Catania come Aldo Ercolano [esponente di vertice dei clan catanesi]. Si discuteva della strategia di portare avanti un partito nuovo per fare delle cose in Italia e aggiustarne altre come il 41 bis. Bisognava anche screditare i pentiti e proprio a questo doveva servire il partito nuovo». I contatti fra Dell’Utri e la mafia siciliana erano già iniziati prima, per risolvere la faccenda delle estorsioni compiute dai clan catanesi ai danni dei magazzini Standa, allora di proprietà del premier Silvio Berlusconi. «Dell’Utri aveva stabilito contatti a Catania in occasione dell’estorsione alla Standa», prosegue Avola. «Erano state incendiate diverse Standa a Catania e provincia e noi avevamo contattato Dell’Utri tramite Salvatore Tuccio [anche lui braccio destro del boss Santapaola]».

Passano pochi mesi e il rapporto fra Dell’Utri e Cosa Nostra di Messina si consolida. Secondo il racconto del pentito, infatti, gli attentati a Falcone e Borsellino e le stragi del ’93 vengono pianificate a un tavolo messinese, al quale siedono tra gli altri Marcello Dell’Utri e Michelangelo Alfano: «La strategia è nata a Messina e tutto deriva dai contatti fra Alfano e Dell’Utri». Dunque un periodo di attività febbrile per la mafia messinese, con incontri ad altissimo livello che si susseguono a ritmo vertiginoso. A un certo punto però lo scenario cambia. Il tavolo delle riunioni si sposta nella capitale, dove viene programmato un altro attentato eccellente: «In quel periodo ci fu una riunione all’Hotel Excelsior di Roma», continua Avola. «Vi parteciparono D’Agata, Alfano e personaggi di altissimo livello. Fra questi ricordo Cesare Previti e il finanziere Francesco Pacini Battaglia. Lo scopo era quello di fare un attentato al giudice Di Pietro e io dovevo essere l’esecutore. Bisognava fare un favore ai socialisti, ma poi la cosa non andò avanti perché i socialisti non stavano mantenendo quanto promesso e nel frattempo si profilava l’alleanza con la nuova forza politica che stava nascendo».

A Catania, negli anni Ottanta, il rapporto fra Cosa Nostra e il Psi era di strettissima cointeressenza, dice Avola, che su questa liaison è prodigo di particolari, sollecitato da una domanda dell’avvocato Fabio Repici, difensore di un collaboratore di giustizia imputato nel processo. «Il clan Santapaola aveva canali di riciclaggio dei proventi illeciti?», chiede l’avvocato. Risposta di Avola: «Aldo Ercolario, tramite lo zio, aveva fatto investimenti con un politico che veniva sempre a Catania. Si tratta di Gianni De Michelis, all’epoca aveva i capelli lunghi. Era lui che teneva i contatti a Catania e noi lo portavamo in giro per i night». Come dire che si univa l’utile al dilettevole. Fin qui Maurizio Avola. Si tratta di fatti da lui già raccontati alle procure di Catania e Caltanissetta e ribaditi al dibattimento di Catania. Una testimonianza durata tre ore che è stata oscurata dai media locali e nazionali. Il perché prova a spiegarlo l’avvocato Ugo Colonna, parte civile al processo contro i magistrati messinesi e difensore dello stesso Avola: «Gli editori nazionali fin dal 1999 non intendono più occuparsi dei fatti di mafia che riguardano gli strati alti dell’imprenditoria e della politica. Sembra proprio che ci sia una sorta di patto trasversale sulla scorta del quale non solo la stampa ma anche certe procure hanno inteso da armi porre un velo di coperture».

E l’oblio non risparmia certo questo processo chiave per gli equilibri mafiosi che ormai va avanti da oltre quattro anni. Per la verità qualche tentativo da parte dei mezzi di informazione di farvi ingresso c’è stato, senza però ottenere l’ok del tribunale. All’inizio del dibattimento infatti Radio radicale chiese di registrare le udienze, ma il presidente Francesco D’Alessandro, su richiesta dell’imputato Giovanni Lembo, negò l’autorizzazione. Stessa decisione in questi ultimi giorni per le telecamere di Chi l’ha visto che voleva riprendere la deposizione di un importante testimone di mafia, tale Antonino Giuliano, un imprenditore che, oltre a svelare gli appoggi a tutti i livelli di cui ha goduto Cosa Nostra messinese, ha raccontato di aver visto il superlatitante Bernardo Provenzano proprio a casa del boss Michelangelo Alfano.