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Il figlio di Vito Ciancimino sospetta che il padre sia stato assassinato: il vecchio aveva detto “Parlerò se Andreotti sarà condannato” e, due giorni dopo la condanna in primo grado di Andreotti, moriva. Una morte tempestiva.

Di morti just in time è costellata tutta la nostra storia nazionale. Opportuna fu la morte del comandante generale dei Carabinieri Hazon (bombardamento) a due settimane dal 25 luglio 1943. Il 24 agosto, Ettore Muti era falciato da una raffica, durante un improbabile tentativo di fuga e, il 14 settembre, il generale Ugo Cavallero, si suicidava con un colpo alla tempia destra, pur essendo mancino (nella fretta…). Questo genere di decessi di solito avviene in due o tre casi per volta, come i cardinali, secondo il noto detto popolare.

Non sempre, però, le scomparse opportune avvengono a breve distanza. Si pensi al bandito Salvatore Giuliano (5 luglio 1950) preceduto da Salvatore Ferreri (26 giugno 1947) e seguito da Gaspare Pisciotta (9 febbraio 1954): tutti caduti -chi per piombo chi per “caffè corretto”- quando sembrava stessero diventando troppo loquaci sullo stesso tema.

Antimafia Duemila – In bilico tra due mondi: Ciancimino e Provenzano due facce della stessa medaglia

Antimafia Duemila – In bilico tra due mondi: Ciancimino e Provenzano due facce della stessa medaglia.

di Silvia Cordella – 20 maggio 2009
Il figlio minore di don Vito racconta quarant’anni inediti del rapporto tra don Vito e il capo di Cosa Nostra



Latitante non per caso

Ma una domanda è d’obbligo: Possibile che Provenzano, allora latitante, non avesse paura di essere arrestato durante la sua permanenza in quell’appartamento che, quantomeno, doveva essere vigilato dalle Forze dell’Ordine? La risposta si rifà a un patto segreto che Massimo Ciancimino, in modo più o meno criptico, cerca di riassumere. “Mio padre affermava che Provenzano non avesse grandi problemi a muoversi”. Riteneva vi fosse uno “pseudo accordo” per non prenderlo. “Aveva la certezza che Provenzano potesse tranquillamente muoversi all’interno del territorio nazionale e anche fuori dallo stesso” che il “Ragioniere di Cosa Nostra” avesse avuto “un ruolo preciso nel dopo stragi” di cui Vito Ciancimino era al corrente, condividendo “alla fine la presa del timone di Cosa Nostra da parte sua” e ritenendo questa scelta “la cosa più intelligente per porre fine alla politica stragista che era stata intrapresa da altri personaggi”. Provenzano traghetterà così l’organizzazione mafiosa in acque più calme sfruttando una strategia meno sanguinaria ma decisamente più subdola e pericolosa di quella precedente, infiltrandosi capillarmente all’interno delle istituzioni politiche, economiche e imprenditoriali. Cosa che gli avrebbe consentito di essere non solo “accettato” ma ben voluto all’interno dei salotti della borghesia palermitana.
Discorsi questi che potrebbero avviare una nuova stagione d’indagini sulla vecchia questione mafia – politica.

Benny Calasanzio Borsellino: I corvi tornano a gracchiare nella procura di Palermo

Benny Calasanzio Borsellino: I corvi tornano a gracchiare nella procura di Palermo.

La notizia di per sè fa effetto, fa impressione. La procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati, con l’ipotesi di fittizia intestazione dei beni di un boss, Sergio Sacco, cognato del Procuratore e capo della DDA di Palermo, Francesco Messineo. Il cognato di Messineo era stato più volte indagato, in passato, per mafia, ma è stato sempre scagionato. Il che non depone a suo favore, e per me rimane un mezzo mafioso, ci siamo? Uno però legge questa notizia e dice: cavolo, ma con che faccia questo guida ora la direzione distrettuale antimafia? Se nella famiglia di un mafioso qualcuno diventa sbirro o si pente gli sterminano parenti e amici. E se è uno sbirro ad avere queste grane?, che un suo familiare è colluso? La tentazione di chiedere a Messineo di farsi da parte è primaria. Se però uno riflette un attimo capisce tante, tantissime cose. La parentela disgraziata del dottore Messineo era cosa nota ai tempi dell’insediamento del procuratore capo a Palermo. Il Csm l’aveva vagliata e l’aveva ritenuta ininfluente quando già Sacco era stato colpito da indagini: cosa c’entrava Messineo se aveva un cognato “malacarne”? Poteva influire ciò nella sua azione? No disse il Csm e no dissero coloro che con Messineo avevano lavorato e gli avevano riconosciuto una grandissima capacità. Francesco Messineo arriva in una procura spaccata in mille pezzi dalla gestione di Piero Grasso e con pazienza, con perseveranza riesce nell’impresa impossibile di ristabilire la pace, ma soprattutto il ricircolo delle informazioni, la condivisione delle conoscenze che a Palermo era morta con Falcone e con Borsellino. Decollano le indagini e si tornano finalmente ad indagare anche i colletti bianchi. Questo fino a quando non capita per le mani dei magistrati palermitani uno che tutti snobbavano, che consideravano “mezzatesta”: Massimo Ciancimino, figlio del politico boss corleonese Vito, padre padrone e distruttore di Palermo. Il giovane viveur, arrestato e condannato per riciclaggio, da qualche tempo ha deciso di collaborare con l’autorità giudiziaria e sta raccontando al giudice Antonio Ingroia particolari importantissimi: dalla data della trattativa Stato-mafia che qualcuno voleva portare dopo la strage di Via d’Amelio e che Ciancimino junior invece anticipa (motivando in questo modo la necessità di ammazzare per questo Borsellino), alle tangenti d’oro donate ai politici, tra i quali Carlo Vizzini, addirittura ex membro della commissione antimafia. Sarà un caso, ma è proprio da quando i magistrati stanno spremendo Ciancimino che qualcuno sta gracchiando. Da quel momento viene fuori il cognato dimenticato di Messineo e sono certo che qualcosa colpirà presto anche il giudice Ingroia. Vediamo. Aspettiamo. Intanto a me, con tutto il rispetto per i registi e per gli attori di questa soap, non me la fanno.

In nome del corvo – Pietro Orsatti

In nome del corvo – Pietro Orsatti.

Non si ferma l’azione del procuratore Francesco , del suo aggiunto Ingroia e dei pm Antonino Di Matteo e Roberto Scarpinato. Però l’attenzione sul pool aumenta di giorno in giorno

di Pietro Orsatti (su left in edicola)

Lo scirocco porta “pensieri tinti”. E uno scirocco come quello degli ultimi giorni a non si vedeva da tempo. Già l’aereo fatica ad atterrare a Punta Raisi, fino all’ultimo l’opzione di una deviazione su rimane molto concreta. Appena scesi dalla scaletta, questa specie di “bora” arroventata africana sembra volerti sollevare. Si cammina a fatica fino al pulmino. Quando soffia un vento del genere non si è di buonumore.
Al bar Lux ci aspettano da più di un’ora quando finalmente arriviamo a . Proprio davanti a questo bancone la ammazzò il vicequestore Boris Giuliano. Uno dei tanti morti dello nella guerra  fra clan che per più di un decennio ha insanguinato questa città fino agli anni delle stragi. Giuliano non è il primo e purtroppo neppure l’ultimo. L’appuntamento è casuale, ma qui i simboli contano. Anche quando emergono per caso. «Avete fatto bene a venire proprio ora. Perché è qui e ora che si gioca tutta la partita. A ». L’interlocutore non può avere né un volto né un nome. Ma sa, frequenta, annusa. E fa “pensieri tinti” anche quando non soffia lo scirocco. «I conflitti, ovviamente, vengono tenuti lontani dagli occhi del pubblico – prosegue – e poi si distillano piccole perle di disinformazione da far cadere al momento giusto per colpire la persona giusta». Usciamo, nel vento, e ce ne andiamo verso il Giardino inglese. «Oggi non c’è bisogno né di sparare né di reprimere. La battaglia la giocate voi sui mezzi di e non sapete neppure di essere delle armi. Delle armi e mai caricate a salve». Cosa intende? «Cosa intendo? Ma scherziamo? Qualsiasi fuga di notizia è misurata, voluta, gestita, diretta. Che sia vera o che sia falsa. Che sia “intera” o solo un pezzo. Guardiamo la questione del procuratore capo . Non era una novità e non era neppure una notizia che suo cognato fosse indagato anni fa. Che succede? Nel momento in cui si concentrano attorno a un nuovo procuratore aggiunto “di peso” come Antonio Ingroia, che ha carisma e ha “scuola”, energie e aspettative, e che soprattutto ha in mano indagini scottanti, esce sul giornale la polpetta avvelenata della non notizia sul cognato mafioso del suo capo. Attenzione, una notizia che non c’era, e infatti poi è rientrata. Ma intanto il segnale era dato». Dato a chi? «A , prima di tutto, che ha osato con la nomina di Ingroia modificare gli equilibri consolidati a Palazzo di giustizia. E a Ingroia stesso, che sa perfettamente di essere un obiettivo». Poi l’interlocutore se ne va lasciando, come spesso succede in questa città, i discorsi sospesi a metà. Ha un altro appuntamento che non può attendere per un aperitivo, dice.

Era tempo che a non soffiava uno scirocco del genere. E non è solo un affaire meteorologico a creare un clima così cupo in città. Dopo le grandi operazioni contro i clan, in particolare la Perseo di dicembre, qualcosa sembra essersi incrinato negli equilibri istituzionali e giudiziari. In coincidenza (sarà un caso?) con l’insediamento di Antonio Ingroia nel posto che venne ricoperto in passato da Giovanni e Paolo Borsellino. Procuratore aggiunto, uno dei tanti, ma con nelle mani indagini e coordinamenti di peso. Fra cui essere il destinatario di un nuovo “dichiarante”, Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco del “sacco di ” inquisito e condannato anche per concorso esterno con , che dopo anni di silenzio ha iniziato a raccontare la sua verità. Due piani: quello degli affari e del riciclaggio nella degli anni 90 (e non solo); e quello più raggelante ancora della presunta trattativa fra e a cavallo delle stragi del 1992. E Ciancimino parla a Ingroia e a un altro pm di , Antonino Di Matteo. Quest’ultimo nel 2008, appena iniziato a raccogliere le prime dichiarazioni del figlio di don Vito, ha ricevuto una eloquente intimidazione, un razzo da segnalazione sparato davanti alla sua villa da una persona che, successivamente, si è data alla fuga.

Se si dovesse fare un azzardo giornalistico si potrebbe quasi osare un paragone: da un lato il “binomio” fra procuratore aggiunto e dichiarante e dall’altro quello fra Buscetta e . Qualcuno l’azzardo ha provato pure a farlo, ma se Ingroia è della scuola del giudice ucciso a Capaci nel 1992 con la moglie e i ragazzi della scorta Ciancimino è tutto meno che un neo Buscetta. Buscetta era uomo d’onore, delle famiglie perdenti di , conosceva e dirigeva direttamente, era parte integrante del sistema di potere del clan anche se sconfitti dai in piena espansione. Massimo Ciancimino invece non è uomo d’onore, ha vissuto all’ombra del discusso e discutibilissimo padre, che di lui si fidava ma fino a un certo punto visto il carattere da “scavezzacollo” del rampollo. E ha avuto a che fare più con i “piccioli” che con i picciotti. Ma parla, e pure troppo. Dopo ogni sua deposizione rilascia battute e non solo ai magistrati. Le pagine dei giornali sono piene di sue dichiarazioni, o meglio “mezze” dichiarazioni. Eppure, nonostante le contraddizioni del personaggio, Ciancimino sta svelando alcuni aspetti totalmente inediti degli affari del padre e delle società connesse al “tesoro Ciancimino” (che rimane tuttora imponente nonostante i numerosi sequestri eseguiti dall’autorità giudiziaria negli anni). E poi quel capitolo che rischia di mettere a soqquadro mezza Repubblica: la trattativa fra e . E la credibilità di Massimo, a quanto sembra, aumenta. Anche perché, a proposito delle dichiarazioni relative ai “piccioli” viene affiancato da un altro dichiarante, l’avvocato Gianni Lapis. Ecco cosa avrebbe detto, durante l’ultima udienza di Bologna, il figlio di don Vito su chi fossero i soci del padre: «Salvo Lima, Calogero Pumilia, Enzo Zanghì, Pino Blanda, Enzo Cirà  e Carlo Vizzini, personaggi legati alla società del gas di mio padre da vincoli societari». Sommiamo dichiarazioni del genere a quelle per cui sarà sentito nei prossimi mesi anche a Roma in relazione a uno dei presunti protagonisti della trattativa, il generale dei Ros dei Mori, e il peso specifico di questo “dichiarante” diventa devastante. Ma l’attenzione sul gruppo di magistrati aumenta di giorno in giorno. Grazie al del procuratore Francesco , del suo aggiunto Ingroia e dei pm Antonino Di Matteo e Roberto Scarpinato, l’azione del pool non si ferma solo a questi capitoli spinosi.

La rogna, e qui si parla di criminalità organizzata e non di colletti bianchi o eventuali rapporti con pezzi dello , è la questione . Sono tre quelli più pericolosi: Messina Denaro, Nicchi e Raccuglia. Ma è su Raccuglia che in questo momento si sta accentrando l’attenzione. Nicchi è in ritirata e Messina Denaro ormai relegato al suo territorio nel trapanese. È proprio novità di questi ultimi giorni che Ingroia risulti essere riferimento del fascicolo dedicato al “veterinario” (questo il soprannome di Raccuglia) da anni introvabile nonostante sia evidente che non si è mai spostato dal suo territorio di origine. Raccuglia è l’uomo forte, papabile per il dominio di una nuova fase di . Che proprio Ingroia sia titolare dell’ è una notizia che pesa. E non poco.

Antimafia Duemila – Ciancimino: ecco chi erano i soci di mio padre

Antimafia Duemila – Ciancimino: ecco chi erano i soci di mio padre.

di Silvia Cordella – 25 marzo 2009
Sono nomi eccellenti quelli che lunedì sono stati snocciolati in aula da Massimo Ciancimino: “Salvo Lima, Calogero Pumilia, Enzo Zanghì, Pino Blanda, Enzo Cirà  e Carlo Vizzini”, tutti “personaggi – ha detto – legati alla società del gas di mio padre da vincoli societari” più o meno occulti.

Le rivelazioni di Ciancimino stanno portando dunque a galla una serie di inquietanti retroscena, dalla Trattativa del ’92 alle cointeressenze occulte con don Vito Ciancimino di isospettabili (o quasi) personaggi. Argomenti destinati a turbare i vecchi salotti di Palermo e minare forzieri mai aperti. Ma il figlio dell’ex sindaco di Palermo va ancora oltre, aprendo la porte a una probabilità drammatica. “Qualcuno potrebbe aver ucciso mio padre” ha detto. “Ho sempre avuto mille dubbi. Io ero in Sicilia quando lui morì a Roma… era uscito quella mattina da una clinica per check-up. Aveva visto il suo medico personale. Non c’era niente, era tutto a posto. Cosa accadde nel pomeriggio e la sera nessuno lo sa”. Giovanni Falcone, quando era ancora in vita, aveva cercato di farlo collaborare. Don Vito si rifiutò. Tempo dopo erano tornati alla carica i magistrati della Procura guidata da Giancarlo Caselli, della risposta vi è traccia in un verbale del ’93: “Quando Andreotti sarà condannato anche a un solo giorno, non disperate, verrò io a trovarvi”. Andreotti fu condannato a Perugia per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli il 17 novembre 2002 ma don Vito Ciancimino muore alle 5 di due giorni dopo.
Da quel giorno sono passati molti anni e Massimo Ciancimino muove i suoi primi passi in una tappa processuale che è solo all’inizio.

Ciancimino Jr. accusa Vizzini di riciclaggio. Il senatore del Pdl querela

Aggiornamento: ciancimino smentisce la notizia:

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13866&Itemid=48:

Mafia: Ciancimino, notizia non corrisponde a mie dichiarazioni

14 marzo 2009
Palermo. “Tutto quello che leggo non corrisponde ai miei colloqui con i magistrati”.

Lo dice Massimo Ciancimino in una intervista alla TgR Rai, a proposito di quanto riportato oggi da La Repubblica in cui si afferma che il senatore Carlo Vizzini è indagato in base ad alcune sue dichiarazioni, come pure il deputato Saverio Romano (Udc). “Avrò scambiato qualche battuta con l’onorevole Romano – aggiunge Ciancimino – ma con Vizzini no”. Al figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo il giornalista chiede se nei suoi interrogatori con la procura di Palermo ha parlato di coinvolgimento di “colletti bianchi”, e Massimo Ciancimino risponde: “Si è parlato anche di questo, ma non nei termini che ho letto sul giornale”.

ANSA

La notizia originale era http://www.antimafiaduemila.com/content/view/13860/48/:

Palermo. Le gravi accuse del figlio di don Vito fanno tremare la citta’

di Alessandra Ziniti – 14 marzo 2009

Palermo, Ciancimino jr accusa il senatore Pdl e Saverio Romano, deputato Udc. Ora indagati
Dice di se stesso: “L’unica cosa che mi ha trasmesso papà è la correttezza”

Viaggiava su e giù tra Palermo e Roma con valigette piene di banconote e distribuiva ai politici: 900 mila euro a Carlo Vizzini, 100 mila a Saverio Romano. Massimo Ciancimino accusa e si autoaccusa e i primi nomi eccellenti finiscono, insieme al suo, nel registro degli indagati della Procura di Palermo sulla scorta delle dichiarazioni del figlio dell´ex sindaco che da mesi collabora con i pm della Dda nell´ambito di un´inchiesta, condotta dal sostituto Nino Di Matteo e dall´aggiunto Antonio Ingroia, che ha preso le mosse dalla cosiddetta “trattativa” fra Stato e mafia subito dopo le stragi del´92.
Di Carlo Vizzini, senatore del Pdl, presidente della commissione Affari costituzionali e componente della commissione Antimafia, Ciancimino parla come di una sorta di socio occulto della Sirco Fingas, la società attraverso la quale il figlio dell´ex sindaco avrebbe riciclato una parte dell´ingente patrimonio occultato dal padre. Di Saverio Romano, deputato e segretario dell´Udc siciliana, racconta invece di un sostanzioso contributo ricevuto quando era sottosegretario al Lavoro del precedente governo Berlusconi. Soldi che Massimo Ciancimino, già condannato in primo grado a cinque anni e otto mesi, afferma di aver consegnato personalmente ai due parlamentari.
Eccolo «il progredire di delicatissime indagini sulle relazioni esterne di Cosa nostra», richiamato proprio qualche giorno fa dai magistrati di Palermo nel documento di solidarietà al procuratore Messineo dopo la pubblicazione su Repubblica di alcuni articoli sulle inchieste di mafia in cui è coinvolto il cognato di Messineo, l´imprenditore Sergio Sacco.
Indagini, quelle sulle relazioni esterne di Cosa nostra, alle quali oltre a Massimo Ciancimino, da qualche settimana, sta fornendo il suo contributo anche il tributarista Gianni Lapis, l´uomo al quale il vecchio don Vito avrebbe affidato la gestione del suo patrimonio insieme all´avvocato romano Giorgio Ghiron. Erano loro a gestire il conto “Mignon”, con quei 27 milioni di euro, provento del lucroso affare del gas al quale Carlo Vizzini, secondo quanto racconta Ciancimino, sarebbe stato personalmente interessato insieme ad altri insospettabili, soci occulti o meno del gruppo Sirco, (nel quale sarebbero appunto finiti i soldi di Don Vito) poi venduto agli spagnoli. La “quota” di Vizzini sarebbe stata di novecentomila euro. Denaro che Ciancimino jr. racconta di aver personalmente consegnato nel 2004 al parlamentare in due tranche, una da 500 mila a Roma e una da 400 mila a Palermo. A disporre la cifra in favore di Vizzini sarebbe stato Lapis,
“amministratore” di quel conto del quale, solo nei mesi scorsi, Ciancimino ha ammesso di essere il reale intestatario di sette dei ventisette milioni di euro.
E sempre Lapis, secondo le accuse di Ciancimino, avrebbe poi disposto un contributo di 100mila euro nei confronti dell´ex sottosegretario al Lavoro Saverio Romano, già indagato dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa in un´inchiesta riaperta in seguito alle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella.

Tratto da: la Repubblica

Tra l’incudine e il martello

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/12502/78/:

di Giorgio Bongiovanni – ANTIMAFIADuemila N°60
Udienza cruciale per il processo d’appello di Massimo Ciancimino che intanto collabora con i magistrati sulle vicende della trattativa. “Voglio dire la verità”

E’ l’unico testimone diretto della trattativa, quel patto scellerato tra mafia e stato che tra il ’92-‘93 ha cambiato il volto del nostro Paese, che sembra seriamente intenzionato a collaborare con i magistrati per inquadrare storicamente, politicamente e socialmente i misteri che ancora si celano dietro le stragi di quegli anni e le catture riuscite e mancate dei boss di Cosa Nostra come quelle di Bernardo Provenzano.
Massimo Ciancimino, figlio ribelle di Don Vito, è stato protagonista principale di quella sorta di pericoloso dialogo avvenuto tra il padre e gli allora capitano De Donno e colonnello Mori proprio nei mesi in cui il tritolo ha spazzato via Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quei due magistrati che forse ancor più per il loro spessore morale, che non per le loro già straordinarie capacità professionali, potevano rappresentare per gli italiani un punto di riferimento ben preciso, un ultimo baluardo dello Stato in una Repubblica che andava a pezzi con gli avvisi di garanzia per corruzione.
Se fossero stati lasciati in vita, se avessero potuto lavorare con le loro menti illuminate e lungimiranti assieme agli altri magistrati onesti e con l’appoggio responsabile della società civile, molto probabilmente oggi saremmo in un Paese diverso. Ma questa purtroppo è tutta un’altra storia. La realtà infatti ci precipita negli inferni di Capaci e Via D’Amelio dove a regolare i conti con Falcone e Borsellino non c’era solo Cosa Nostra.
La vicenda dei Ciancimino, padre e figlio, inizia a cavallo delle due stragi, i primi di giugno, quando da poco è morto Falcone e quando comincia il conto alla rovescia per Borsellino.
Massimo ha riferito di aver incontrato il capitano De Donno in aereo mentre volava da Palermo a Roma. Chiesto all’assistente di volo di potersi sedere vicini i due, che si erano conosciuti durante le fasi di arresto e processo di Don Vito, avevano cominciato a discutere della possibilità per De Donno di fare una chiacchierata con il vecchio sindaco. A fine volo Massimo, sebbene con qualche perplessità in merito al risultato, assicurava all’ufficiale che avrebbe riferito al genitore la proposta.
In un contatto successivo, dietro la caserma dei carabinieri di Carini in piazza Verdi, Ciancimino junior, su sollecitazione del padre, chiedeva al capitano il contenuto del loro eventuale dialogo e dopo aver chiarito che si sarebbe discusso della cattura dei superlatitanti, don Vito aveva accettato di incontrarlo.
Il primo appuntamento si svolse a Roma tra il solo Ciancimino senior e il De Donno che parlarono per circa un’ora e mezza. Dopo un paio di giorni il capitano ritornò, questa volta accompagnato dal suo superiore il colonnello Mario Mori che si presentò in abiti civili.
Rimasero appartati con Don Vito per un paio d’ore accordandosi per successivi incontri.
Nel contempo il vecchio corleonese, scaltro e avveduto, si assicurava, tramite suoi contatti riservati e altolocati, che i due ufficiali fossero realmente autorizzati a trattare.
Seguendo il racconto di Massimo l’incontro più importante sarebbe avvenuto a Roma in una data di non molto successiva, ma antecedente alla strage di via D’Amelio.
Secondo quanto lui deduce, in base al racconto diretto del padre però, Don Vito incontrò di nuovo Mori per consegnargli una busta all’interno della quale ci sarebbe stato l’ormai famigerato “papello” di richieste avanzate da Cosa Nostra allo Stato. Massimo ricorda bene quel frangente poiché il padre si era molto adirato per il tenore delle pretese che, a suo dire, fatta eccezione per alcune, erano assolutamente incettabili.
Questo aveva impensierito non poco il giovane che si aspettava da questa collaborazione con i carabinieri di ottenere vantaggi per la situazione giudiziaria del padre e quindi un beneficio per l’intera famiglia. Il padre gli avrebbe fatto capire invece che, considerato l’andamento della trattativa, ci sarebbe stato ben poco da sperare per il loro tornaconto.
E proprio a causa delle richieste considerate improponibili, anche da parte di Mori, questa prima fase della trattativa si sarebbe interrotta per poi riprendere con una finalità differente, ben più specifica: la cattura di Riina in persona.
A tal fine il capitano De Donno aveva fatto recapitare a Don Vito, sempre tramite il figlio, utenze dell’enel, dell’acqua e del telefono e una serie di piantine catastali della città di Palermo e sulle quali il vecchio sindaco avrebbe dovuto indicare le zone e i luoghi in cui si muoveva il capo di Cosa Nostra.
E così fece.
Ciancimino però era uomo esperto e non si sarebbe mai mosso in tal senso senza avere un interlocutore sicuro che gli guardasse le spalle e visti i pregressi rapporti non è difficile dedurre che abbia agito in pieno accordo con Bernardo Provenzano.
Con l’occulto capo di Cosa Nostra infatti Don Vito aveva una relazione privilegiata: lo conosceva fin da quando era un bambino cui dava anche ripetizioni di matematica ed era l’unico, a dire del figlio, con cui il sindaco riteneva valesse la pena parlare di affari e politica.
Se questo accenno di ricostruzione è valido e plausibile è altrettanto logico avanzare ipotesi e anche qualche legittima domanda.
Se Provenzano in effetti concorda la cessione di Riina, come per altro presuppone e con solide motivazioni anche Giuffré (vedi antimafia n° 59), cosa ha ottenuto in cambio?
Benefici carcerari per i mafiosi? Sicuramente, visto l’allentamento del 41bis, dal quale partono tranquillamente messaggi, ordini e si stipulano accordi tra le mafie. Eliminazione del pericolo pentiti? Altrettanto, considerata la penuria di collaboratori di giustizia di un qualche calibro… La protezione della latitanza? Ugualmente presumibile vista la sua straordinaria capacità di sfuggire, per un soffio, a qualsiasi blitz, almeno fino all’ultimo quando vecchio, stanco e malato, il padrino si è riavvicinato a casa per poi essere catturato.
Ed è in questo quadro che le dichiarazioni che Massimo Ciancimino sta rilasciando ai pm Di Matteo e Ingroia, titolari del processo contro il generale Mori e il colonnello Obinu accusati di aver favorito la latitanza di Provenzano facendo saltare il blitz di Mezzojuso nel 1995, stanno acquisendo sempre maggiore importanza e delicatezza.
Al momento sono ancora ricoperte da segreto istruttorio, ma la sola ipotesi che il giovane erede di Don Vito, possa fare rivelazioni a tuttoggi sconosciute può a ben ragione aver destato più di una preoccupazione in diversi ambienti.
Da quando sta parlando con i magistrati infatti Ciancimino ha cominciato a notare movimenti sospetti, appostamenti e pedinamenti di loschi figuri che piano piano sono diventati veri e proprio atti intimidatori.

Un prezzo troppo alto?

Vito Ciancimino disponeva di un potere politico ed economico smisurato nella Palermo degli anni Ottanta e le sua casa era meta di autentici pellegrinaggi. Godeva di una rete di relazioni e quindi di protezioni che spaziava dalla mafia di Bontade, Badalamenti e poi di Provenzano fino ai signorotti della borghesia, della politica, dell’imprenditoria rampante e della magistratura.
E il giovane Massimo, irrequieto e versatile, è stato testimone di un perfetto sistema di proficue compiacenze e vantaggiose, vicendevoli cortesie.
Un’eredità dal valore quasi inestimabile, come lo è del resto quella monetaria, motivo dei guai giudiziari che lo hanno trascinato alla sbarra degli imputati con l’accusa insidiosa di intestazione fittizia dei beni e riciclaggio di beni di provenienza illecita.
La sentenza di primo grado ha già condannato lui e i suoi avvocati Giorgio Ghiron e Gianni Lapis a pene piuttosto severe che si aggirano attorno ai cinque anni e mezzo di carcere cadauno, ma ora è alle porte l’appello.
Nel corso dell’istruttoria i magistrati della DDA di Palermo Pignatone, Prestipino, Buzzolani e Sava avevano ricostruito un giro internazionale di milioni di euro provenienti dalla cessione delle azioni della società GAS, riconducibile a Vito Ciancimino, e reinvestiti in altre attività oltre che spesi in beni di lusso da Ghiron e Lapis, ma che sarebbero in realtà di Massimo Ciancimino.
L’inchiesta dimostra che grazie al potere di Don Vito la società si era fortemente arricchita permettendo nello stesso tempo a molti altri di godere dei lauti frutti. E probabilmente se non fosse stato per quel pizzino ritrovato a Giuffré nessuno avrebbe mai trovato lo spunto per mettere le mani su un tesoro rimasto pressoché intatto negli anni nonostante gli sforzi di Giovanni Falcone in persona.
Un processo quindi che potrebbe aver disturbato molti che nell’ombra attendono con impazienza di capire quale strada intende imboccare Massimo Ciancimino che è perfettamente consapevole di essere in una posizione scomoda: tra l’incudine e il martello. Sia perché a Matteo Messina Denaro, ultimo dei padrini di Cosa Nostra in libertà, proprio non è scesa la sua gestione di un vecchio e assai lucroso affare ad Alcamo, sia perché Massimo sa, ha visto e vissuto molte storie della Palermo bene. E non sembra essere intenzionato a fare da capro espiatorio.
Proprio alla vigilia dell’appello, che si svolgerà secondo la formula giuridica del rito abbreviato, Ciancimino ha chiesto di produrre a processo nuove intercettazioni che gli avevano detto non essere riuscite e che invece sono state trovate all’interno del decreto di archiviazione per mafia.
In quelle parole registrate dalle cimici ambientali mentre interloquiva con i suoi avvocati emergerebbe la sua volontà di dire la verità. Verità delicate, verità pericolose.
Per questa ragione ANTIMAFIADuemila tramite il suo sito e i diversi contatti stampa aveva chiesto e torna a chiedere che lo Stato dia un segnale di forza proteggendo questo soggetto che a tutti gli effetti sta agendo in qualità di testimone di giustizia che intende collaborare affinché vengano chiarite vicende cruciali per la storia del nostro Paese.

Mistero Borsellino

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=981:mistero-borsellino&catid=2:editoriali&Itemid=4:

Scritto da Giuseppe Lo Bianco – Sandra Rizza

Dopo il “botto” sull’autostrada di Capaci, nei 56 giorni che separarono l’attentato a Giovanni Falcone da quello a Paolo Borsellino, l’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino sarebbe venuto a sapere che pezzi dello Stato avevano intavolato una “trattativa” con Cosa nostra per far cessare il terrorismo mafioso, in cambio di alcune concessioni legislative: prima fra tutte la revisione del maxiprocesso.
Sarebbe stato uno dei protagonisti di quel negoziato, Vito Ciancimino, a chiedere alcune “garanzie istituzionali”, tra cui quella che Mancino fosse informato.

E avrebbe ottenuto, attraverso canali tuttora al vaglio dei magistrati, che l’informazione giungesse al destinatario. È uno dei passaggi più delicati delle nuove rivelazioni fatte nei giorni scorsi ai pm di Palermo da Massimo Ciancimino, il figlio prediletto di Vito, l’ex sindaco mafioso del capoluogo siciliano che fu per decenni la longa manus del boss Bernardo Provenzano nel cuore della Dc.
I nuovi verbali, trasmessi subito a Caltanissetta, sono già sul tavolo del procuratore Sergio Lari, che coordina l’ultimo fascicolo rimasto aperto sui mandanti esterni della strage di via D’Amelio e contengono rivelazioni che potrebbero imprimere una svolta alle indagini sull’eliminazione di Borsellino, la pagina più inquietante della sfida mafiosa sferrata contro le istituzioni all’inizio degli anni Novanta. Gli stessi verbali sono confluiti nella nuova indagine della procura di Palermo sui “sistemi criminali” in azione in Italia durante la stagione delle stragi. E non è escluso che Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm, venga chiamato dalle due procure siciliane nelle prossime settimane per fornire la sua versione dei fatti.
Massimo Ciancimino, l’unico dei quattro figli di don Vito a vivere con lui fino alla fine dei suoi giorni, è un personaggio assai controverso: condannato a cinque anni e otto mesi per riciclaggio del tesoro accumulato dal padre in quarant’anni di attività politico-amministrativa, imprenditore di una miriade di società grandi e piccole, è noto a Palermo per le sue abitudini da bon vivant, tra auto di lusso, yacht miliardari e vacanze esclusive. Da qualche mese, il figlio dell’ex sindaco ‘collabora’ con gli inquirenti e nelle ultime settimane ha ricostruito nei dettagli con i magistrati di Palermo le fasi cruciali del negoziato che gli uomini del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, a cavallo tra le due stragi del ’92, avviarono con don Vito per chiedere al boss Totò Riina di fermare l’attacco allo Stato. “Mio padre”, ha detto Ciancimino, “era molto prudente, comprendeva tutti i rischi della situazione, e voleva essere sicuro che ci fosse una copertura istituzionale al negoziato.
Voleva accertarsi che gli uomini del Ros avessero concretamente l’approvazione delle istituzioni”.
È questa una circostanza che Mori e De Donno hanno sempre negato, sostenendo di essere andati da Ciancimino in assoluta autonomia, spinti solo dalla necessità di stringere il cerchio attorno a Riina. Ma Ciancimino jr la racconta in un modo diverso, sostenendo davanti ai pm di Palermo di aver visto con i suoi occhi il famoso “papello”, il foglio con le richieste che Cosa nostra presentò allo Stato in cambio di uno stop alla stagione delle stragi. “Il medico personale di Riina, Antonino Cinà”, ha raccontato, “era il collegamento diretto.
Tutte le volte che mio padre ha iniziato la trattativa, l’ho visto spesso a casa mia”. Ma a portare il “papello”, secondo il giovane imprenditore, sarebbe stata un’altra persona, un “signore distinto”, che avrebbe consegnato materialmente la busta con le rivendicazioni di Cosa nostra. “Mio padre lo conosceva”, ha aggiunto Massimo Ciancimino, “lo aveva incontrato varie volte a Roma. Non so perché la busta gli venne consegnata a Palermo”. Quel “signore distinto” il figlio di don Vito non lo conosce, non sa chi sia. I pm di Palermo gli hanno sottoposto una serie di fotografie, ma l’esito degli accertamenti è ancora top secret.
È a questo punto della trattativa che l’ex sindaco di Palermo, secondo il figlio, avrebbe chiesto una “garanzia” istituzionale per procedere nel negoziato con lo Stato. Chiedendo di informare il ministro Mancino degli incontri avviati tra Roma e Palermo con gli uomini del Ros. Secondo Ciancimino jr, quella richiesta sarebbe stata esaudita. Il padre avrebbe avuto la conferma che Mancino era stato informato.
Dopo questa rivelazione, l’attenzione investigativa si è concentrata sull’incontro del 1 luglio 1992, il giorno in cui Paolo Borsellino venne convocato al Viminale durante la cerimonia di insediamento di Mancino, che subentrò a Vincenzo Scotti alla guida del ministero degli Interni. I pm hanno acquisito l’interrogatorio reso da Mancino ai magistrati di Caltanissetta nel ’98: “Non ho precisa memoria di tale circostanza, anche se non posso escluderla”, ha detto Mancino ai pm, “era il giorno del mio insediamento, mi vennero presentati numerosi funzionari e direttori generali. Non escludo che tra le persone che possono essermi state presentate ci fosse anche il dottor Borsellino. Con lui però non ho avuto alcuno specifico colloquio e perciò non posso ricordare in modo sicuro la circostanza”.
Un incontro che, invece, ricorda l’avvocato generale di Palermo Vittorio Aliquò che quel giorno accompagnò Borsellino sulla soglia della stanza del neo-ministro. Ricorda di averlo visto entrare, di averlo visto uscire poco dopo, e di essere entrato a sua volta, ma da solo.
Perché questo incontro è importante per le indagini? Perché, ipotizzano i magistrati, se è vero che Mancino fu avvertito della trattativa in corso, anche Borsellino, erede di Falcone, in quel momento uomo-simbolo della lotta alla mafia in Italia, e candidato in pectore alla Superprocura, potrebbe esserne stato a sua volta informato quel giorno al Viminale. E se davvero Borsellino avesse saputo che lo Stato era sceso a patti con Cosa nostra, è la tesi investigativa, la sua posizione di netta contrapposizione o di presa di distanza potrebbe averne determinato la morte. È certo, sottolineano in procura, che ad un certo punto la trattativa si arenò, le richieste di Cosa nostra vennero giudicate inaccettabili, e Riina decise di provocare un nuovo “botto” per riavviare i contatti istituzionali. E le sentenze di due processi, quello per la strage di Firenze e il Borsellino-bis concluso a Caltanissetta, acquisite a Palermo agli atti della nuova inchiesta, hanno sostenuto che fu proprio la trattativa interrotta a provocare una ripresa della stagione delle stragi.
“Dopo la morte di Borsellino, mio padre si sentiva in colpa”, ha rivelato Massimo Ciancimino. “Mi confidò le sue riflessioni su tutta questa storia: disse che avviare la trattativa era già stata una prova di debolezza da parte dello Stato, ma che fermarla aveva avuto un effetto disastroso”.
Fin qui le rivelazioni del figlio di don Vito, che nei giorni scorsi a Palermo è rimasto vittima di un’intimidazione che lo ha costretto ad anticipare la partenza per la città del nord Italia dove vive attualmente con la famiglia.
Chiarezza sugli incontri di quel primo luglio al Viminale hanno sempre reclamato i fratelli di Paolo Borsellino, Rita e Salvatore. “Chiedo soprattutto al senatore Nicola Mancino del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al ’92, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo”, ha scritto Salvatore Borsellino in una lettera aperta nel luglio del 2007, “lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi e abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di cosa si parlò nell’incontro con Paolo”.

“Quando mio padre Vito trattava con i boss mafiosi”

Da http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/mafia-5/ciancimino-jr/ciancimino-jr.html:


Il giovane Ciancimino smonta le ricostruzioni fatte in più processi dal generale Mario Mori. Sui tempi di quelle trattative (retrodatandole a prima della strage di via D’Amelio) che il generale, quindici anni fa vicecomandante dei Ros, avrebbe avuto con suo padre. Incontri per catturare latitanti. Incontri per negoziare la fine della guerra di Cosa Nostra contro lo Stato italiano. Incontri per trovare un “accordo” per la salvezza dei familiari dei boss. Ciancimino junior svela anche di aver saputo direttamente da don Vito dell’esistenza di richieste scritte avanzate dai padrini e inoltrate – tramite il generale Mori, che però ha sempre negato – a misteriosi destinatari. Fogli firmati personalmente da Totò Riina.

Gli interrogatori di Massimo Ciancimino hanno coinvolto nuovi personaggi la cui identità è ancora top secret, nomi che sono già stati iscritti o stanno per essere iscritti nel registro degli indagati della procura di Palermo. Tutta l’inchiesta per il momento si sta concentrando “su un distinto signore con una busta in mano” che, una ventina di giorni prima della strage Borsellino, è entrato nella villa dei Ciancimino sotto Montepellegrino. “Mio padre me ne ha parlato tanto…”, dice Massimo. Era quello che ha portato il famigerato “papello” da far arrivare allo Stato. Fra le dieci e le dodici richieste che i boss elencavano offrendo in cambio una sola cosa: fermare le bombe in Sicilia e in Italia. “Mio padre ha incontrato tante volte anche Bernardo Provenzano a Roma”, dice ancora Massimo ricordando che il padrino corleonese andava in giro presentandosi come “l’ingegnere Lo Verde”.

Sullo sfondo di queste manovre fra Stato e mafia, la morte di Paolo Borsellino. L’ipotesi investigativa: il procuratore avrebbe scoperto la trattativa e sarebbe stato ucciso perché, qualcuno, lo considerava un ostacolo al patto.