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Antimafia Duemila – Il cielo sopra Gomorra

Fonte: Antimafia Duemila – Il cielo sopra Gomorra.

di Stefano Fantino – 12 aprile 2010
Inchiesta di Rainews 24 sulla presenza dei rifiuti tossici in Campania e sulla conseguenza sul territorio e sulla popolazione.

Una terra ridotta in poltiglia, ammorbata, avvelenata. Lo stupro ambientale che la camorra, nella fattispecie il clan dei Casalesi, ha operato per decenni nei territori campani con lo sversamento e l’interramento di sostanze tossiche è riuscito finalmente in questi anni ad avere una certa risonanza mediatica. Documentari, inchieste e dossier hanno mostrato lo sfacelo perpetrato ai danni di una terra in nome del denaro, i danni ambientali ingentissimi causati dal traffico di rifiuti, spesso dal Nord, che nelle terre dei Casalesi trovava il suo capolinea. Eppure tutto quanto era visibile non può ancora dare la dimensione totale del danno causato.

Un’inchiesta curata da Angelo Saso per Rainews 24, “Il cielo sopra Gomorra”, prova a dare un taglio differente e raccontare anche ciò che non appare così evidente. I giornalisti del canale all-news hanno sorvolato quei territori con un elicottero e seguito Forestale e Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia alla ricerca di anomalie termiche nei terreni con speciali telecamere termiche. Ma la visione è già impressionante ad occhio nudo: crateri che prima erano montagne e ora sono cavi e riempiti di rifiuti, laghi e terreni che secondo gli strumenti mostrano segni di rialzi di temperature anonimi. Come a Maddaloni, comune del Casertano, dove il terreno mostra picchi di temperatura che arrivano fino a 70 «Il cielo sopra Gomorra» Inchiesta di Rainews 24 sulla presenza dei rifiuti tossici in Campania e sulla conseguenza sul territorio e sulla popolazione. Terreni che a vedere bene fumano proprio. Fumi tossici ci spiegano gli esperti. Il loro lavoro è coordinato da Donato Ceglie, magistrato della procura di Santa Maria Capua Vetere, che da più di dieci anni ha perseguito le ecomafie campane, a partire dall’inchiesta Cassiopea del ’99. «Il nostro lavoro di contrasto consiste in prima battuta nel bloccare i flussi di rifuti, in seconda nel bonificare la zona» dice Ceglie. Cosa molto difficile. Nei tanti laghetti diffusi nella provincia, frutto del massicio recupero di inerti per uso edile, le anomalie termiche si sono dimostrati essere fusti con rifiuti tossici, “mangiati dall’ossido” e ormai quasi totalmente sversati nelle acque e nei terreni circostanti. Un business da miliardi: colline, laghi, terrapieni per la costruzione di autostrade.

«Il traffico di rifiuti è stata una manna dal cielo per i clan» racconta Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania che dal ’94 porta avanti la sua battaglia civica e informativa sul tema delle ecomafie. Solo nel quadriennio 2005-2008 si parla di 13 miliardi di rifiuti speciali gestiti dai clan per un affare totale di oltre 5 miliardi di euro. Centinaia di Tir che, da quando la rotta verso la Somalia è caduta in disuso, ha optato per una soluzione più interna, percorrendo centinaia di chilometri per poi giungere alla destinazione finale in Campania. E dietro agli affari cominciano a spuntare gli effetti, indesiderati e perversi, sulla popolazione. Una camorra che per fare soldi non guarda in faccia nessuno tanto meno la salute della popolazione e la salubrità dei territori. Ne è prova la storia di Pasqualino Capasso, un signore di Casaluce, colpito a 45 anni da un tumore, in questa terra dei fuochi, dove bruciano costantemente materiali tra i più disparati. Una tendenza che i medici di base di Casaluce hanno anche segnalato: un numero sospetto di carcinomi, probabilmente relegato alla presenza di sostanze tossiche nel cibo e nell’acqua. Una diretta conseguenza dello sversamento dei rifiuti, in un territorio non industriale ma agricolo, quindi teoricamente scevro da problematiche di questo tipo.

E invece anche i militari statunitensi, di stanza a Gricignano d’Aversa, hanno ritenuto opportuno analizzare acqua, aria e terra delle zone in cui vivono. La presenza di tetracloroetilene e di altre 17 sostanze tossiche hanno portato allo spostamento di un terzo delle famiglie americane che risiedevano in zona. Zona che dall’agro aversano giunge fino alla provincia di Napoli, dove vicino a Nola, il cantiere della superstrada ha mostrato tracce di amianto nel terrapieno. Un terribile deja-vù rispetto a quei cantieri dell’Asse Mediano costruito dai Casalesi sotto il quale rifiuti speciali sono con gran probabilità stipati. Un ultimo grande quesito chiude il servizio. Dopo i grandi affari fatti coi rifiuti, finiranno ancora in mano ai clan anche gli 800 milioni di euro stanziati per decontaminare le zone?

Tratto da: liberainformazione.org

Antimafia Duemila – La morte di un pentito dei casalesi: e’ proprio suicidio?

Fonte: Antimafia Duemila – La morte di un pentito dei casalesi: e’ proprio suicidio?.

di Dora Quaranta – 9 dicembre 2009
Milano.
E’ mistero intorno alla morte del pentito Ciro Ruffo, 45 anni. Ruffo, ex gregario del clan Di Tella, sottogruppo dei casalesi attivo nel comune di Carinaro in provincia di Caserta, ieri è stato ritrovato cadavere nella sua cella del carcere di San Michele di Alessandria.

Alla moglie è stato comunicato che Ciro Ruffo si è impiccato. Ma ci sono molti dubbi che possa trattarsi veramente di suicidio. La moglie dopo aver visto il corpo ha detto in lacrime che “ha il naso rotto, un livido sotto l’occhio destro, tanti altri lividi sulla schiena, sulla pancia, in faccia. Ha perso sangue dagli occhi e dalle orecchie. E’ stato pestato”. Ruffo era giunto nel penitenziario di Alessandria lunedì pomeriggio dopo essere stato trasferito da Ariano Irpino. Sabato scorso aveva comunicato con grande gioia alla moglie la notizia tanto attesa del trasferimento che finalmente gli consentiva di poter vedere più frequentemente i propri cari.
Russo era stato arrestato il 16 luglio scorso con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso ed estorsione. A distanza di una settimana aveva deciso di collaborare con la giustizia.
Oggi è prevista l’autopsia sul cadavere. Il pentito aveva completato il verbale con la sua deposizione, gli mancava di sostenere in aula il dibattimento e confermare le sue accuse.

La gestione dei pentiti, una vecchia storia dei soliti magistrati

Fonte: La gestione dei pentiti, una vecchia storia dei soliti magistrati.

Sono amareggiato, rattristato, e come se non bastasse NAUSEATO nel vedere un Nicola Cosentino sorridente in sala Stampa per la negazione all’arresto da parte della giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio.

In questi giorni tutti contro i cosiddetti pentiti, tutti contro i collaboratori di giustizia, dimenticando ciò che si è riuscito a fare ai tempi della lotta al terrorismo (Giancarlo Caselli e Ferdinando Imposimato) passando alla lotta contro la mafia per via del famoso maxiprocesso diretto da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino grazie alla loro collaborazione (dei pentiti).

Tutti dimenticano come lo stesso Falcone già allora era attaccato per la gestione dei pentiti, qualcuno ebbe il coraggio di affermare che utilizzava i pentiti di una parte mafiosa per sconfiggerne l’altra parte nemica. Altri tempi ma stessi metodi con la differenza che oggi siamo assuefatti da tutto e per tutto con la conseguenza di non renderci più conto dello schifo a cui oggi stiamo assistendo.

Oggi ad esempio, non riuscirei mai ad immaginare una folla di persone tirare monetine in faccia a Craxi come capitò negli anni di tangentopoli, certo, io lo spero ma ahimè il sistema ha tirato su un ottimo stile di vita (o quasi) per tutti che solo al pensiero di privarsene fa sì che ognuno pensi solo a se stesso e non più alla collettività, rinunciando a quel minimo spazio di libertà, legalità e moralità al quale ognuno di noi dovrebbe avere di diritto.

Dobbiamo capire che la verità fa male, ma se riscontrata e giudicata attendibile va allo stesso tempo accettata, chi vuole capire capisca, non si può pensare sempre e solo che tutti i magistrati sono comunisti o politicizzati, posso capire 1, 10, 30, ma non tutti perchè nasce spontaneo pensare come l’anomalia non sia più la magistratura.

Ieri sera sono andato a scovare nella mia libreria e ho ritrovato uno spaccato molto interessante presente sul libro “Cose di cosa nostra” di Giovanni Falcone e Marcelle Padovani, ne giudico fondamentale la lettura per capire al meglio l’argomento in questione.

Nel dramma dei pentiti

di Giovanni Falcone

I motivi che spingono i pentiti a parlare talora sono simili tra loro, ma più spesso diversi. Buscetta durante il nostro primo incontro ufficiale dichiara: “Non sono un infame. Non sono un pentito. Sono stato mafioso e mi sono macchiato di delitti per i quali sono pronto a pagare il mio debito con la giustizia “. Mannoia: “Sono un pentito nel senso più semplice della parola, dato che mi sono reso conto del grave errore che ho commesso scegliendo la strada del crimine”. Contorno: “Mi sono deciso a collaborare perché Cosa Nostra è una banda di vigliacchi e assassini”.
Mannoia è quello che più ha risvegliato la mia curiosità. Avevo avuto a che fare con lui nel 1980, in seguito a una indagine bancaria che indicava come sia lui sia la sua famiglia tenessero grosse somme di denaro su diversi libretti di risparmio. Mannoia al termine del processo fu condannato a cinque anni di carcere, il massimo della pena previsto allora per associazione a delinquere. Non ero riuscito a farlo condannare per traffico di droga. Durante gli interrogatori mi era sembrato un personaggio complesso e inquietante. Non antipatico, dignitoso e anche coerente. Nel 1983 evase di prigione e fu arrestato di nuovo nel 1985.
Nel frattempo Buscetta mi aveva parlato di un certo Mozzarella – era il soprannome di Mannoia -, “killer di fiducia di Stefano Bontate”. Nel 1989 al Mannoia uccidono il fratello, Agostino, che adorava. Capisce che il suo spazio vitale nell’ambito di Cosa Nostra si sta restringendo. Perché o hanno ucciso suo fratello a torto – e deve chiederne conto e ragione -, oppure lo hanno ucciso a ragion veduta; in entrambi i casi significa che anch’egli sarà presto eliminato. Fa una lucida analisi della situazione e decide di collaborare.
Le cose sono andate così. Nel settembre 1989 il vicequestore Gianni De Gennaro mi chiama per avere informazioni sull’attuale situazione giudiziaria di Francesco Marino Mannoia. Una donna, che si era qualificata come la sua compagna, era andata a trovarlo per dirgli che Mannoia era pronto a collaborare, ma che voleva avere a che fare solo con due persone: con lui e con Falcone dato che, diceva la donna, “non si fida di nessun altro”.
Con l’aiuto del Dipartimento penitenziario del ministero di Grazia e Giustizia, Mannoia viene trasferito in una speciale struttura carceraria, allestita a Roma appositamente per lui. Ufficialmente è detenuto a Regina Coeli, dove peraltro viene condotto per i suoi incontri. Per tre mesi abbiamo parlato in tutta tranquillità. Poi, diffusasi la notizia della sua collaborazione, Cosa Nostra gli uccide in un colpo solo la madre, la sorella e la zia. Il pentito reagisce da uomo e porta a termine le sue confessioni.
Mannoia è un superstite; “soldato” di Stefano Bontate, quindi membro di una famiglia ritenuta perdente a seguito della guerra di mafia, era riuscito a rimanere neutrale e aveva continuato, fra il 1977 e il 1985, a raffinare eroina – era il miglior chimico dell’organizzazione – per tutte le famiglie che gli facevano ordinazioni. Anche in carcere aveva continuato a mantenere buoni rapporti con tutti i detenuti. Applicava al meglio un antico proverbio siciliano: “Calati, juncu, ca passa la china – Abbassati, giunco, che passa la piena”. Aspettava in silenzio di prendersi la rivincita sui “Corleonesi”. Da qui la sua straordinaria confessione, una delle più dense mai rilasciate, e una massa di informazioni che siamo ben lontani dall’avere completamente sfruttato.
Sono stato pesantemente attaccato sul tema dei pentiti. Mi hanno accusato di avere con loro rapporti “intimistici”, del tipo “conversazione accanto al caminetto”. Si sono chiesti come avevo fatto a convincere tanta gente a collaborare e hanno insinuato che avevo fatto loro delle promesse mentre ne estorcevo le confessioni. Hanno insinuato che nascondevo “nei cassetti” la “parte politica” delle dichiarazioni di Buscetta. Si è giunti a insinuare perfino che collaboravo con una parte della mafia per eliminare l’altra. L’apice si è toccato con le lettere del “corvo”, in cui si sosteneva che con l’aiuto e la complicità di De Gennaro, del capo della polizia e di alcuni colleghi, avevo fatto tornare in Sicilia il pentito Contorno affidandogli la missione di sterminare i “Corleonesi”!
Insomma, se qualche risultato avevo raggiunto nella lotta contro la mafia era perché, secondo quelle lettere, avevo calpestato il codice e commesso gravi delitti. Però gli atti dei miei processi sono sotto gli occhi di tutti e sfido chiunque a scovare anomalie di sorta. Centinaia di esperti avvocati ci hanno provato, ma invano.
La domanda da porsi dovrebbe essere un’altra: perché questi uomini d’onore hanno mostrato di fidarsi di me? Credo perché sanno quale rispetto io abbia per i loro tormenti, perché sono sicuri che non li inganno, che non interpreto la mia parte di magistrato in modo burocratico, e che non provo timore reverenziale nei confronti di nessuno. E soprattutto perché sanno che, quando parlano con me, hanno di fronte un interlocutore che ha respirato la stessa aria di cui loro si nutrono.
Sono nato nello stesso quartiere di molti di loro. Conosco a fondo l’anima siciliana. Da una inflessione di voce, da una strizzatina d’occhi capisco molto di più che da lunghi discorsi.

tratto da “Cose di cosa nostra” di Giovanni Falcone e Marcelle Padovani

Processo breve al noBday | Il blog di Daniele Martinelli

Fonte: Processo breve al noBday | Il blog di Daniele Martinelli.

Il parlamentare Nicola Cosentino non sarà processato perché la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti.
La giustizia, e quindi gli italiani, non potranno mai sapere se Nicola Cosentino è il referente della camorra dei casalesi in parlamento.
La maggioranza dei parlamentari italiani non vuole sapere (e far sapere) se un loro collega è espressione di un’associazione mafiosa e criminale, dedita ad arricchirsi nel silenzio dell’illegalità. Tumore maligno di qualsivoglia forma di democrazia.
Se la maggioranza del parlamento nega a un magistrato di accertare collusioni camorristiche a carico di un deputato, significa che quella stessa classe dirigente teme a sua volta di essere scoperta collusa con la malavita mafiosa.

Se la maggioranza dell’attuale parlamento è espressione della mafia significa che l’Italia è governata dalla mafia: un associazione criminosa che mira ad appropriarsi del potere dello Stato tramite azioni illegali perpetrate nel silenzio e nell’omertà.
Se la maggioranza dell’attuale parlamento è espressione della mafia significa che la mafia si è già appropriata dei poteri dello Stato.
Quindi se l’Italia è così progredita rispetto alle definizioni dei vocabolari, significa che non esistono strumenti democratici per opporsi alle sue leggi e alle sue decisioni. Non esistono piazze del sabato. Non esistono raccolte firme che tengano per smuovere la mafia, espressione istituzionalizzata di estremi interessi personali su quelli collettivi, e quindi causa di paralisi del sistema.

Se l’estremo ha paralizzato il sistema, è ormai tardi per le proteste democratiche. L’unico sistema per cambiare non sono le firme. Sono le forche del presidio e della protesta. E’ giunto tempo di ricorrere ai mali estremi per tentare gli estremi rimedi.
Solo così ci sarà qualche possibilità che la stampa estera ci presti attenzione, e tramite lei, forse qualche italiano televisionaro sarà correttamente informato della realtà che ci riguarda. A quel punto, quando la maggioranza informata vorrà sovvertire la mafiocrazia in democrazia, non avrà a sua volta scelta: o si recherà alle urne per votare candidati senza condanne e senza indagini a carico, oppure si unirà ai blogger in perenne protesta in piazza. Altre forche di forza. Non vedo altre vie di uscita.

Ecco perché ribadisco e spero che il nobday del 5 dicembre sia il punto di inizio, e non una semplice giornata di comizi in un mercato di “libri girotondini”.
Siccome almeno noi della rete ci conosciamo e sappiamo ormai a menadito come vanno le cose, cerchiamo di trasformare quel giorno in un appuntamento fisso di tutti i giorni. Anche a tappe. Cerchiamo di non prestare il fianco ai giornali e telegiornali minchiolini controllati dalla mafia, per far parlare di noi solo quel sabato come girotondini impazziti che strillano al regime. Saremmo un piatto prelibato per quelli lì, di sabato e domenica, in cui non sanno cosa raccontare.

Del resto di sabato i parlamentari sono a casa o in qualche centro benessere. Lontani da Roma. Per produrre effetti bisogna che la protesta sia continua: dal lunedì alla domenica.  Potremmo cominciare a coinvolgere anche i disoccupati per intasare via del Corso, piazza Colonna, piazza Montecitorio e tutte le strade, che dal Pantheon conducono al Senato. Dobbiamo costringere i poliziotti a mettersi in assetto antisommossa ogni volta che passano onoervoli apparentemente innocui come la Binetti.
Non basta un sabato per sovvertire la mafia. Perché un solo giorno non fa democrazia.

Indagine esplosiva

Fonte: Indagine esplosiva.

I pm pronti a riaprire l’inchiesta sul premier per le stragi. Mentre altri boss potrebbero parlare. E provocare un terremoto politico.


Le rivelazioni del mafioso Gaspare Spatuzza possono portare ad una nuova inchiesta di mafia a Firenze e Caltanissetta che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il suo amico Marcello Dell’Utri. Il neo pentito racconta pure nuovi risvolti giudiziari su un alto esponente politico del Pdl che in passato avrebbe incontrato i boss Giuseppe e Filippo Graviano, perché accompagnava alcuni imprenditori che erano loro prestanome. Pesano le affermazioni di Spatuzza su mafia e politica e i riscontri investigativi rischiano di condizionare il panorama politico italiano.

Ma la grande paura di Berlusconi è nascosta dietro le facce dei Graviano, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in cella indossano golfini di cachemire e leggono quotidiani di economia e finanza. Sono detenuti da 15 anni e sul ruolino del carcere è segnato: fine pena mai. Hanno un ergastolo definitivo per aver organizzato le stragi del 1993. Ma custodiscono segreti che se fossero svelati ai magistrati potrebbero provocare uno tsunami istituzionale. I loro contatti e i loro affari sono stati delineati ai pm dal collaboratori di giustizia Spatuzza, che era il loro uomo di fiducia, e poi da Salvatore Grigoli e Leonardo Messina. Pentiti che parlano di retroscena politico-mafioso fra il 1993 e il 1994: gli anni delle bombe e della nascita di Forza Italia. Le nuove rivelazioni hanno portato i magistrati di Caltanissetta e Firenze a valutare la possibilità di riaprire le inchieste su Berlusconi e Dell’Utri. Indagini che farebbero ripiombare sul presidente del Consiglio l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre per il suo amico e cofondatore di Forza Italia quella di concorso in strage aggravata da finalità mafiose e di terrorismo.

Il premier lo scorso settembre pensava proprio a questa ipotesi, dopo che sono iniziati a circolare i primi boatos scaturiti dalle rivelazioni di Spatuzza, quando ha attaccato i magistrati di Firenze, Palermo e Milano. Affermava che si trattava di «follia pura» ricominciare «a guardare i fatti del ’93 e del ’92 e del ’94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese». L’inchiesta è sui presunti complici a volto coperto di Cosa nostra nelle stragi di Roma, Firenze e Milano, in cui il premier e l’ex numero uno di Publitalia sono stati coinvolti dieci anni fa e la loro posizione è stata archiviata dal gip. In quel decreto, firmato il 16 novembre 1998, veniva spiegato che «l’ipotesi di indagine (su Berlusconi e Dell’Utri) aveva mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità». Ma in due anni di lavoro, non era stata trovata «la conferma alle chiamate de relato» di Giovanni Ciaramitaro e Pietro Romeo, due componenti del commando mafioso in azione nel nord Italia, diventati collaboratori di giustizia. Dopo 24 mesi il gip di Firenze ha archiviato tutto per decorrenza dei termini, scrivendo però che «gli elementi raccolti» dalla procura non erano pochi: era convinto che i due indagati avessero «intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato». Pensava che «tali rapporti» fossero «compatibili con il fine perseguito dal progetto» della mafia: cioè la ricerca di una nuova forza politica che si facesse carico delle istanze di Cosa nostra. Ma tutti quegli indizi non erano «idonei a sostenere l’accusa in giudizio». Per cui «solo l’emergere di nuovi elementi» avrebbe a quel punto portato alla riapertura dell’inchiesta.

È quello che potrebbe essere fatto adesso. Oggi sappiamo dal neo pentito Spatuzza che Giuseppe Graviano, già nel gennaio ’94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi, e raggiante ripeteva: «Ci siamo messi il Paese nelle mani». Ma dopo Spatuzza c’è chi ritiene si possano registrare altre defezioni di rango tra le fila dei mandanti ed esecutori delle stragi: nuove collaborazioni che diano ancora più peso alle accuse. Magari a partire proprio da Filippo Graviano. Era stato proprio lui, nel 2004, a comunicare in carcere a Spatuzza che «se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati». Erano trascorsi dieci anni da quando suo fratello Giuseppe sosteneva di aver agganciato Berlusconi tramite Dell’Utri, e secondo il pentito la trattativa fra Stato e mafia proseguiva ancora.

Ma i detenuti, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94. Quello che dice ai pm Spatuzza si collega ad alcuni retroscena dell’indagine della procura di Napoli sul sottosegretario Nicola Cosentino di cui è stato chiesto l’arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Sembrano apparentemente due mondi lontani, ma a metterli in contatto sono alcuni esponenti di Forza Italia che si rivolgono fra il ’94 e il ’96 a boss di mafia e camorra promettendo, in caso di vittoria elettorale, «un alleggerimento nei loro confronti».

E da questi discorsi emerge il progetto della dissociazione, cioè l’ammissione delle proprie responsabilità in cambio di sconti di pena, senza accusare altre persone. Spatuzza, parlando della trattativa con lo Stato, che sarebbe proseguita fino al 2004, spiega che durante la detenzione «Filippo Graviano mi dice che in quel periodo si sta parlando di dissociazione, quindi a noi interessa la dissociazione ». E dello stesso argomento aveva discusso il casalese Dario De Simone, con l’onorevole Cosentino.

Adesso il premier ha paura di quegli spettri che 16 anni fa lo avrebbero accompagnato nella sua discesa in politica. Ma lo spaventa anche la ricostruzione di tutti gli spostamenti dei Graviano nel 1993. Perché gli investigatori sono in grado di accertare le persone con le quali sono stati in contatto. I tabulati di alcuni vecchi cellulari utilizzati dai fratelli stragisti sono stati analizzati dagli investigatori con l’aiuto di Spatuzza. E grazie a questi documenti è possibile dimostrare con chi hanno parlato.

Su questi fatti vi sono due indagini. Una coordinata dal procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi con i suoi sostituti Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini; l’altra condotta dal capo della Dda di Caltanissetta Sergio Lari con l’aggiunto Domenico Gozzo e i pm Nicolò Marino e Stefano Luciani.

Lari ha riaperto da mesi i fascicoli sui mandanti occulti delle stragi e la scorsa estate Totò Riina ha fatto arrivare un lungo messaggio attraverso il suo avvocato. Riuscendo a bucare il carcere duro imposto dal 41 bis. Per il capo di Cosa nostra la responsabilità della morte di Borsellino era da addebitare a «istituzioni deviate». Un messaggio torbido. E così Lari e i suoi pm sono andati a interrogarlo. Nello stesso periodo, i pm di Firenze interrogavano Giuseppe Graviano.

È lo stesso stragista a rivelarlo durante una deposizione a difesa dell’ex senatore Vincenzo Inzerillo nel processo d’appello di Palermo in cui è imputato di mafia. Graviano dice: «È venuta la procura di Firenze. Mi hanno detto solamente: “Siamo venuti a interrogarla per i colletti bianchi”. Gli ho detto: “Mi faccia leggere i verbali” (riferendosi alle dichiarazioni di Spatuzza, ndr) e aspetto ancora…».

La coincidenza vuole che poche settimane dopo questi due episodi, il deputato Renato Farina (Pdl), alias “agente betulla”, entra nel carcere di Opera, nell’ambito dell’iniziativa promossa dai Radicali. L’ex informatore dei servizi segreti si ferma a parlare con Totò Riina. Poi il deputato prosegue il giro “cella per cella” degli 82 reclusi sottoposti al 41bis. Casualità vuole che in questo istituto è detenuto pure Giuseppe Graviano. I boss lanciano messaggi, e i politici che comprendono il loro linguaggio sanno come rispondere. Ma adesso un mafioso pentito è pronto a decifrare questo codice segreto.

Lirio Abbate (L’espresso.it, 19 novembre 2009)

Antonio Di Pietro – Cambiare l’Italia – Blog Politici

Fonte: Antonio Di Pietro – Cambiare l’Italia – Blog Politici.

L’onorevole Nicola Cosentino, oltre che parlamentare, e’ sottosegretario al ministero dell’Economia. Non è un “sottosegretario” qualsiasi, e’ un “soprasegretario”: è il capo del Cipe, quindi del massimo organo economico che gestisce i soldi dello Stato. Chi e’ Nicola Cosentino?

La quattrocento pagine della richiesta di autorizzazione a procedere all’arresto emanata dai giudici campani e inviata alla Camera, dicono che Cosentino è un associato esterno della criminalità organizzata. In pratica: un componente esterno del clan dei Casalesi, la peggior organizzazione criminale camorristica presente in questo momento, e forse di tutti i tempi, nel nostro Paese.

E’ vero? Non è vero? Ho letto le quattrocento pagine dell’ordinanza con i quali i giudici chiedono l’arresto del sottosegretario del Pdl. Ma non possono arrestarlo perché è un parlamentare. Infatti, siccome è un deputato, la Camera deve dare l’autorizzazione all’arresto e, a parte l’Italia dei Valori, nessuno vuole concederla. Questo “giudice cattivone” non è comunista, ma è una persona che, semplicemente, si intestardisce per scoprire se un parlamentare, capo del Cipe, è anche un camorrista.

Credo che si debba dare l’autorizzazione a procedere ma, al contrario, il Parlamento sembra sia orientato a non concederla. E’ una volgarità morale: Cosentino, almeno, si dimetta dal Governo; faccia il parlamentare ma non rimanga membro del Governo. Non possiamo lasciargli le “chiavi del Cipe” se ci sono delle persone che lo accusano di aver intrattenuto rapporti con la camorra e il clan dei Casalesi.

La cosa ancora più grave è un’altra. Noi dell’Italia dei Valori abbiamo presentato una mozione affinché il Parlamento voti la sfiducia nei confronti di Cosentino (scarica e leggi la mozione). Sono stato avvicinato da parlamentari del centrodestra, stufi di essere rappresentati in questo modo, che mi hanno incoraggiato ad andare avanti e chiedere il voto segreto, perché nel segreto dell’urna voteranno anche loro per la sfiducia.

La regola dice che ci vogliono 60 parlamentari per firmare la mozione di sfiducia e per metterla ai voti. Noi dell’Italia dei Valori siamo 25. Ho chiesto a Bersani di far firmare la mozione di sfiducia contro Cosentino anche dai parlamentari del Partito Democratico e la risposta che ho ottenuto è stata: “No, siccome lo avete fatto voi dell’Italia dei Valori, non metto la firma sotto la vostra”. Che metta pure la sua firma sopra la mia, ma che firmi questo documento!

Sapete cosa mi ha risposto Bersani? Che la mozione di sfiducia l’avevano già depositata loro al Senato l’anno scorso, ma che non è mai stata messa all’ordine del giorno. Non è questo il problema: mettete all’ordine del giorno la mozione del Senato, che abbiamo già cofirmato, senza vergogna alcuna, poiché non soffriamo del complesso di inferiorità! Saremo meno numerosi, ma tonici, quanto basta per non sentirci secondi a nessuno.

Detto questo, Bersani, firma prima tu alla Camera, firma prima tu al Senato, ma ti prego, metti in condizione il Parlamento di mettere all’ordine del giorno la mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario Cosentino. Ne va del bene degli italiani, non è importante il diritto di primogenitura che, se vorrai, ti riconoscerò senza dubbio alcuno, per l’amor di Dio.

Il partito di Sandokan | Pietro Orsatti

Fonte: Il partito di Sandokan | Pietro Orsatti.

Camorra – Sei pentiti, centinaia di pagine di verbali e riscontri, uno scenario raggelante, un vortice di affari, voti, appalti. Anche la crisi rifiuti e la gestione dell’emergenza entrano nell’inchiesta. Era Schiavone a controllare tutto. Il pentito racconta che anche «, Coronella e facevano parte del “nostro tessuto camorristico”»

di Pietro Orsatti su Terra

Si gioca sul filo delle testimonianze dei collaboratori di la richiesta di custodia cautelare per il sottosegretario Nicola . Una richiesta che coinvolgerebbe, alla lettura del documento consegnato alla giunta per le Autorizzazioni della Camera, anche altri esponenti di spicco dello scenario politico campano e nazionale. Sono sei i collaboratori di che hanno parlato di : Domenico Frascogna, Michele Froncillo, Carmine Schiavone, Dario De Simone, Michele Orsi e Gaetano Vassallo. E proprio dalle dichiarazioni di Vassallo, considerato il “colletto bianco” del clan dei , emergono le accuse più circostanziate: «Ho agito per conto della famiglia Bidognetti quale loro referente nel controllo della società Eco4 spa gestita dai fratelli Orsi. Sono di fatto loro socio. All’epoca era Bidognetti Aniello la persona a gestire gli affari del clan… era stata fissata una tangente mensile pari a 50mila euro, con la previsione ulteriore dell’assunzione di cinquanta persone scelte dal clan. Posso dire che la società Eco4 era controllata dall’onorevole e anche l’onorevole aveva svariati interessi in quella società. Presenziai personalmente alla consegna di 50mila euro in contanti da parte di Orsi Sergio all’onorevole , incontro avvenuto a casa di quest’ultimo a Casal di Principe». E Vassallo continua, riportando altri particolari: «Bidognetti Raffaele, alla mia presenza e alla presenza di Di Tella Antonio, riferì che gli onorevoli Italo , Nicola , Gennaro Coronella e facevano parte del “nostro tessuto camorristico”». Quindi se trema, anche altri esponenti del centrodestra temono di essere trascinati nella polvere dal crollo dell’ormai probabilmente ex candidato alle prossime in . Non è un caso che Italo , nella prima mattinata di ieri, abbia smentito categoricamente di essere coinvolto nella vicenda e ha comunque ribadito la propria solidarietà a . Non sono accuse da sottovalutare anche per il modo in cui sono state formulate.
Comprensibile, questa alzata di scudi. è l’emergente del Pdl in , un pezzo del governo, non certo un oscuro parlamentare arrivato dalla provincia. Secondo i magistrati che lo stanno inquisendo, invece, il sottosegretario ha contribuito «con continuità e stabilità, sin dagli anni 90, a rafforzare vertici e attività del gruppo camorrista da cui riceveva puntuale sostegno elettorale in occasione delle ». Attraverso la Eco4. Racconta sempre Vassallo che « sapeva che ero socio della Eco4 e dei miei rapporti con la famiglia Bidognetti. Quando mi aggiudicai il servizio di raccolta dei rifiuti nel comune di San Cipriano con la Setia sud, Bidognetti mi disse che dovevo convocare le maestranze per sostenere alle provinciali». È proprio questo sostegno, cercato e ottenuto attraverso scambi di appalti e posti di e proseguito secondo l’accusa per anni, che avrebbe consolidato il peso politico (e soprattutto elettorale) di . E come era prevedibile si riapre anche lo scenario dello scandalo rifiuti a . E sempre in relazione alla Eco4, come ci racconta ancora il pentito: «I siti da utilizzare per l’ampliamento della discarica vennero scelti da Francesco Schiavone su indicazione dei fratelli Orsi. La stessa procedura è stata utilizzata per i depositi delle ecoballe. In poche parole, tutto il sistema della gestione dei rifiuti, sia di quelli solidi che di quelli speciali, nelle sue diverse fasi (trasporto, smaltimento, raccolta) era completamente gestito e controllato dalla criminalità organizzata e ciò sia nel periodo in cui la gestione fu affidata ai privati, sia nel periodo in cui la gestione è passata al pubblico». E assunzioni e commesse sarebbero sempre state determinate dalle esigenze politiche di .

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