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Antimafia Duemila – Gli smemorati del segreto di stato

Fonte: Antimafia Duemila – Gli smemorati del segreto di stato.

di Claudio Fava – 8 febbraio 2010
Il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti italiani (oggi presieduto da Massimo D’Alema, fino a ieri da Francesco Rutelli) fa sapere che nelle prossime riunioni si pronuncerà sulla congruità e proporzionalità nell’uso del segreto di Stato per il caso Abu Omar.

Scrupolo doveroso, perbacco. Se non fosse che quel segreto fu agitato, invocato e infine opposto contro il processo di Milano proprio dal governo Prodi: di cui D’Alema era ministro degli Esteri e Rutelli vicepresidente del Consiglio. In una sbrigativa amnesia, Francesco Rutelli dimentica oggi ciò che affermò ieri quando, parlando a nome del Governo, accusò i procuratori di Milano Ferdinando Pomarici e Armando Spataro di «aver illegittimamente e ripetutamente violato il segreto di Stato» nella conduzione delle indagini sul sequestro dell’ex imam egiziano, di «aver violato le prerogative di secretazione del governo» e di aver operato dolosamente «l’acquisizione di materiale classificato e di elementi informativi» su cui «il governo aveva provveduto ad apporre il segreto di Stato».
Tecnicamente, oggi lo sappiamo, erano tutte balle. La sentenza che ha ritenuto (grazie al governo Prodi e ai suoi segreti di Stato) non giudicabili i vertici del Sismi, ha spiegato che Pollari e i suoi collaboratori erano colpevoli. Quel sequestro si consumò con la «compiacenza, e forse la conoscenza del Sismi, ma che di tale circostanza non è stato possibile approfondire le evenienze probatorie, pur esistenti, per l’apposizione del segreto di Stato» da parte del governo italiano.
Traduzione: il Sismi sapeva e ha taciuto; se questo tribunale non può condannare Pollari e soci, prendetevela con chi li ha voluti proteggere da Palazzo Chigi.
Un furto di verità. Subito trasformato in campane a festa per il generale Pollari che per un pelo non ci siamo ritrovati come Commissario dei beni confiscati alle mafie o come nuovo capo della Protezione civile. Ma non disperiamo che Berlusconi sappia trovargli comunque alti incarichi degni di lui. Ci preoccupa di più il furto di memoria. Furto con scasso, utilizzando, com’è consuetudine antichissima di questo paese, il segreto di Stato come un piede di porco per divellere fatti, nomi, responsabilità. A quel furto hanno prestato manforte anche i quaranta parlamentari del centrosinistra che chiesero la verità, tutta la verità sul caso Abu Omar e sulle trattative con la CIA, ma che di quella loro indignazione (interrogazioni, interviste, pugni sbattuti sugli scranni di Montecitorio) hanno poi inesorabilmente smarrito ogni traccia. Ci preoccupa la memoria slabbrata e stracciata degli italiani. Che da mezzo secolo s’arresta dinnanzi a verità inopportune e dunque protette da provvidenziali segreti di Stato (solo per titoli: piazza Fontana, piazza della Loggia, gli archivi della P2 in Uruguay, l’Italicus, il caso Telecom-Sismi…).
Su quest’espressione, segreto di Stato, in apparenza così alta e responsabile, s’è esercitata negli anni la peggior retorica patriottica e politica. Un po’ com’è accaduto per l’istituto dell’immunità, immaginato per garantire libertà di parola e di mandato ai parlamentari della Repubblica e trasformato in una licenza d’impunità, con voti d’aula tronfi e sfacciati per salvare dalla galera gli amici dei mafiosi e dei camorristi. Anche del segreto di Stato si disse subito: s’applicherà solo per il superiore interesse della nazione, per la sicurezza interna ed esterna del Paese, per tutelare l’incolumità degli italiani. Da Portella della Ginestra in poi, con rarissime eccezioni, non è stato mai così. L’unica risorsa che i governi hanno voluto tutelare con quel segreto, è stata la faccia di qualche Presidente del consiglio, di qualche ministro e di qualche loro faccendiere.
Questa, si dirà, è la storia d’Italia: che ci vogliamo fare? Giulio Andreotti, per i suoi novant’anni, ha spiegato che lui, i suoi segreti di Stato se li porterà in paradiso: e noi gli crediamo. Insomma, non ci sveleranno, non ci riveleranno, non ci spiegheranno. Ma che almeno non ci trattino da perfetti idioti. Coloro che ieri imposero il segreto per imbavagliare i giudici di Milano, oggi si dicono impegnati a capire se quel segreto fosse poi così necessario: ecco, amici, sono proprio questi esercizi di fumosa ipocrisia che potrebbero essere risparmiati al Paese. Rapinarci la verità e la memoria, amen: ma farci passare anche per fessi, questo no.

Tratto da: sinistra-democratica.it

Antimafia Duemila – Quegli incontri [di Craxi] con la P2

Antimafia Duemila – Quegli incontri con la P2.

di Gianni Barbacetto – 2 gennaio 2010
La trattativa che il segretario del Psi iniziò con Gelli e i suoi uomini per mantenere la leadership.

Avrà anche commesso qualche errore, per finanziare il partito, ma fu uno statista. Anzi, “il più grande statista della fine del ventesimo secolo” (Gianni De Michelis). Un grande riformatore, stroncato proprio per questo da “una rivolta di palazzo” (Rino Formica). Per riabilitare Bettino Craxi, dedicandogli tanto per cominciare una via a Milano, si sta tentando una doppia rimozione: non solo dei reati commessi e delle condanne subite, ma anche della verità sulla sua storia politica. Ma davvero Craxi fu un grande statista e un coraggioso riformista? Per rispondere, bisogna guardare con disincanto soprattutto al biennio 1979-80, quello in cui Bettino abbandona definitivamente i suoi progetti mitterrandiani – questi sì innovativi per l’Italia – di conquistare la leadership della sinistra, far crescere una grande forza riformista, democratica, libertaria, non comunista, e poi battere la   Dc. Dimenticato il “Progetto socialista” del congresso di Torino, accetta invece la spartizione di potere con il peggio della Dc, sancita poi dalla nascita del Caf, il patto Craxi-Andreotti-Forlani. All’ombra di una regia sotterranea ma potente: quella della loggia P2.

Nel 1979, dopo tre anni alla guida del partito, Craxi non è riuscito a riequilibrare i rapporti di forza a sinistra. Ed è insidiato anche dentro il Psi: da una sinistra interna composita, che va dai rinnovatori di Antonio Giolitti ai più pragmatici sostenitori di Claudio Signorile, pronti a sfilargli la segreteria (Bettino in un comitato centrale del 1980 la manterrà solo per un voto, perché convincerà De Michelis a tradire il suo fronte e a passare con lui). Craxi si sente insomma attaccato in casa e fuori. Quando poi intuisce che Signorile sta per essere segretamente finanziato, insieme alla Dc andreottiana   , da una supertangente Eni, capisce che deve correre rapidamente ai ripari. Abbandona i bei propositi dell’“Alternativa socialista” e gli intellettuali di Mondoperaio e comincia un intenso lavorio tutto dentro i più segreti ambulacri del potere italiano.

Nel 1979 incontra per la prima volta Licio Gelli, mentre i suoi colonnelli, Claudio Martelli e Rino Formica, iniziano con gli uomini della P2 una lunga trattativa su potere, soldi e informazione. Craxi nel 1994 ammette l’incontro: “Quando il tentativo di estromettermi dalla guida del partito tra la fine del ’79 e l’inizio dell’80 non riuscì per un solo voto, Gelli cercò di prendere contatto con me. Vanni Nisticò (piduista, allora capo ufficio stampa del Psi, ndr) mi presentò Gelli e l’incontro si svolse nella mia suite all’Hotel Raphael”. Argomenti trattati: il riavvicinamento tra Craxi e Andreotti. Solo politica? No, c’è una questione più concreta che   preoccupa Bettino: il timore che stiano per arrivare finanziamenti al suo avversario interno, Signorile. È la vicenda passata alla storia come scandalo Eni-Petromin. L’azienda petrolifera italiana, presieduta da Giorgio Mazzanti, aveva stipulato con l’azienda di Stato saudita, la Petromin, un vantaggioso contratto per la fornitura di petrolio. Ma Craxi e Formica si mettono di traverso, perché con il loro formidabile olfatto sentono   odore di tangenti, tangenti da cui sono esclusi: una “intermediazione” di almeno 200 milioni di dollari, da cui avrebbero poi attinto la Dc andreottiana ma anche Signorile, a cui Mazzanti faceva riferimento.

Formica, allora segretario amministrativo del Psi, si scatena. Incontra più volte il dirigente piduista Umberto Ortolani. Il 21 maggio 1979 gli dice: “Dì ai tuoi amici che noi socialisti non abbiamo alcuna intenzione di rimanere fuori da questo affare”. Dopo mesi frenetici e trattative oscure, la storia arriva all’epilogo il 15 marzo 1980: Mazzanti si dimette dalla presidenza dell’Eni e il contratto Eni-Petromin, dopo una prima fornitura, viene sospeso. Meno di un mese dopo, il 5 aprile, Francesco Cossiga vara il suo nuovo governo, con il Psi che rientra nella maggioranza dopo sei anni d’assenza. Un governo prova generale del Caf, con tre ministri e cinque sottosegretari iscritti alla P2.

Eliminato Mazzanti, l’uomo di riferimento di Craxi dentro l’Eni diventa il vicepresidente Leonardo Di Donna. Già a partire dalla seconda metà del 1980, l’Eni foraggia generosamente Bettino: è la storia del conto Protezione. L’Eni concede un deposito di 50 milioni di dollari al Banco Andino di Roberto Calvi (inutile dire che sia Di Donna, sia Calvi sono iscritti alla P2). E il “banchiere di Dio” gira al segretario socialista una percentuale, 7 milioni di dollari in due tranche, sul conto Ubs di Lugano 633369 “Protezione”, fornito a Bettino dall’amico Silvano Larini e annotato su un biglietto da Claudio Martelli.

Gelli sostiene di aver avuto lui l’idea della triangolazione Eni-Ambrosiano-Psi, e di averla esposta a Bettino durante il secondo incontro, che avviene nella primavera del 1980 nell’abitazione romana di Martelli. Il vice di Craxi, che era allora responsabile della cultura e informazione del Psi, aveva   già più volte incontrato il Venerabile all’Hotel Excelsior: per chiedere che il Corriere, nelle mani della P2, trattasse meglio il Psi; ma anche per risolvere il problema dell’enorme debito (21 milioni di dollari) che il partito aveva nei confronti dell’Ambrosiano di Calvi. Ottiene subito i risultati sperati. Il Corriere diventa più favorevole a Craxi, fino a pubblicare, il 30 ottobre 1979, un’agiografica intervista, non firmata, che scatena le proteste del comitato di redazione contro il direttore (“Ha premesso all’intervistato di farsi da solo domande e risposte”). E arrivano anche i soldi: quelli del conto Protezione, ma pure 300 milioni dalla Rizzoli e l’aereo privato dell’azienda a disposizione di Martelli.

Craxi è citato anche nel “Piano di rinascita democratica”, che prevede di “selezionare gli uomini ai quali può essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica”: per la Dc, il “Piano” segnala, tra gli altri, Andreotti e Forlani; per il Psi indica Craxi. Prevede poi di “affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti”. L’interesse della P2 per Craxi aumenta dopo il settembre 1979, quando Bettino lancia la sua “grande riforma”, che prevede il presidenzialismo: Craxi viene allora indicato da Gelli come l’uomo che può realizzare il “Piano di rinascita” e a cui va garantito sostegno politico, mediatico e finanziario.

Craxi lo “statista” continua la strada intrapresa nel 1980 anche dopo la scoperta delle liste   P2. Ha ormai imparato il metodo. Accanto al conto Protezione, ha via via aperto una ragnatela di conti da Vaduz fino a Hong Kong. Il sistema delle tangenti diventa scientifico, totale. E Craxi, riformista senza riforme e statista senza senso dello Stato, è ormai uno dei pilastri di Tangentopoli. Fino al fatidico 1992 di Mani pulite.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Pietro Orsatti » Blog Archive » Dalla politica alle stragi la Sicilia entra in ebolizione

Pietro Orsatti » Blog Archive » Dalla politica alle stragi la Sicilia entra in ebolizione.

Claudio Fava parla del ricatto a e al messo in piedi daLombardo e dei rapporti consolidati fra pezzi dello , e comitati di affari

di Pietro Orsatti su Terra

«Siamo davanti a uno scambio da bassa da 4 miliardi di euro», esordisce Claudio Fava, ex europarlamentare dell’Arcobaleno ed esponente di e libertà commentando la “microcrisi” aperta Lombardo in e risolta a colpi di miliardi di euro da nonostante i malumori di pezzi della . Una crisi che si è chiusa ieri con l’ennesimo voto di fiducia sul Ddl anti crisi. «Soldi sottratti ad altre voci di spesa e rifinanziando cose già ampiamente finanziate – prosegue – quindi nulla di nuovo se non questa idea molto plebea del partito della spesa pubblica come partito meridionale. Questa forma di assistenzialismo indotto è servita solo a disinnescare Lombardo e a evitare che si perdano altri voti, contatti e collegamenti. Non solo si finanzia ciò che è ampiamente finanziato prima ma si continuano ad alimentare le vecchie clientele, a illudere tutto quell’esercito di precari che sono stati assunti, come ad esempio gli operai forestali siciliani, la metà di quelli a livello nazionale».

Secondo Fava quello che è accaduto in in queste ultime settimane è «un ricatto di Lombardo verso il centrale», per alimentare il sistema di clientele messo in piedi, sempre secondo Fava, «dal governatore, un sistema di dimensioni mai viste». Quindi questo progetto di partito del Sud è tramontato? «Non è mai esistito».

Ma non è solo sulla che la , in questo periodo, sembra essere entrata in fase di ebollizione. C’è la questione, devastante, delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino che riapre, insieme ad altre voci come il pentito Spatuzza, il capitolo delle stragi del ’92 e l’intreccio fra , pezzi dello e comitati d’affari. «Era ora che si riaprisse questo capitolo, un’iniziativa dovuta e tardiva al tempo stesso, e che la si facesse carico di questa vicenda dopo più di diciassette anni con la richiesta di una commissione di specifica sulle stragi del ’92». L’ex eurodeputato spiega come da tempo esistessero sospetti che «ci fosse un patto indicibile e innominabile fra pezzi dello e – prosegue Fava -. Questo patto, questa la mia valutazione, è andato in parte a buon fine. Non è storia di oggi, è storia di un sospetto più che di una sensazione che si trascina da sedici anni, da quando è arrestato Riina e hanno lasciato per settimane la sua casa incustodita e accessibile ai suoi complici. E ancora le fughe improvvise di Provenzano poco prima della sua cattura quando era individuato in alcuni dei suoi rifuggi. È la storia di alcune cose che anche sul piano legislativo e normativo sono accadute: la legge sui pentiti che obiettivamente è stata ammorbidita, il 41bis si è ridotto nella sua funzione ed è possibile che dall’isolamento c’è chi è riuscito ad inviare lettere ai giornali che le hanno puntualmente sui giornali. Insomma mi pare che di questo patto, della trattativa, non se ne parlasse a caso». Fava critica anche le ultime dichiarazioni di uno dei presidenti storici della Commissione antimafia, Luciano Violante, sui suoi contatti con Mori e la richiesta da parte di quest’ultimo di organizzare un incontro riservato con Vito Ciancimino proprio all’epoca della “trattativa”. «Sarebbe interessante che invece di tenersi fino ad oggi la sua piccola verità sul suo incontro mancato con Ciancimino avesse raccontato queste cose ai magistrati 17 anni fa e non alla oggi – attacca Fava -. Tre incontri che gli furono sollecitati di Mori che ricordiamo è un alto ufficiale dei sotto processo per la fuga sospetta di Provenzano».

Poi, inevitabilmente, il discorso si sposta sulla vicenda del pignoramento della casa del padre di Fava, Giuseppe, direttore dello storico giornale I Siciliani ucciso dalla a nel 1984. «Quel debito così ridotto è quasi una gratificazione per noi, perché avere chiuso con solo 30 milioni di debiti dopo cinque anni di gestione senza aver mai avuto neanche mezza pagina di pubblicità o aiuto istituzionale è un risultato incredibile, vuol dire che siamo stati davvero bravi – spiega Fava -. Ora, dopo che il nostro direttore venne ucciso, pignorare la sua casa per ottenere 100mila euro in contanti da consegnare entro settembre a più di vent’anni dalla chiusura di quell’esperienza è un segnale chiaro e tremendo». Ma anche la possibilità di far emergere quella che rimane una società civile attiva e impegnata che si è attivata con una sottoscrizione nazionale che sta raccogliendo centinaia di adesioni.

Antimafia Duemila – Lotta al pizzo: chi rischia e chi si nasconde

Antimafia Duemila – Lotta al pizzo: chi rischia e chi si nasconde.

di Claudio Fava – 7 maggio 2009
Immaginate d’essere un commerciante palermitano, uno di quelli che la schiena non la vogliono piegare e che ha deciso perciò di non versare un centesimo agli esattori del racket.

Immaginate poi di ritrovarvi in un’aula di giustizia, di fronte a cinquanta mafiosi e cumparielli che avete contribuito a far arrestare: loro lì, al banco degli imputati; voi qui, tra i testimoni di giustizia, consapevole che la condanna di quei cinquanta signori dipende anzitutto dalle cose che direte. Immaginate infine che il banco accanto al vostro sia vuoto. Seduto a quel banco doveva esserci il sindaco di Palermo Diego Cammarata, parte civile con i suoi avvocati. Solo che gli avvocati del comune non sono venuti, il sindaco nemmeno e il tribunale ha dichiarato decaduta la sua costituzione di parte civile. Morale: voi siete lì, a rischiare la pelle. La vostra città no. E in gabbia, mafiosi e cumparielli già arrotano il loro sorriso.
Succede a Palermo. Succede in coda a uno dei più straordinari processi che Cosa Nostra abbia mai subìto, con molti commercianti pronti a fare fino in fondo la loro parte, non più rassegnati, non più ammutoliti. Succede in una città che, in fatto di lotta alla mafia, trova sempre il tempo per celebrare e celebrarsi fra liturgie, convegni e corone di fiori. Quando invece la mafia c’è da andarla a guardare in faccia, magari schierando gli avvocati del comune in tribunale, c’è sempre un impiccio, un ritardo, un refuso… In Sicilia, sui nostri refusi Cosa Nostra campa da cinquant’anni. Sazia, felice e incredula delle nostre minchionerie. Ve ne racconto un’altra, anch’essa di pochi giorni fa.
C’è un’associazione, in Sicilia, si chiama «Addio Pizzo» e l’animano i ragazzi che per primi ebbero il coraggio di scrivere ciò che per pudore nessuno pensava più: un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità. La stagione dei processi nasce anche dalla provocazione di quel manipolo di studenti. Che non si sono fermati al “gesto” ma hanno costruito una rete di rapporti e di solidarietà, pratiche sociali efficaci, banche dati, militanza civile (perché l’antimafia si fa soprattutto così: mettendo in comune esperienze, denunce e testimonianze). Bene, a Catania l’associazione «Addio Pizzo» da due giorni è senza un tetto: sfrattata dalla Confesercenti che l’ospitava senza troppa convinzione, in attesa di ricevere dal prefetto uno dei molti beni confiscati ai mafiosi, quei ragazzi sono per strada. Ecco lo stato dell’arte: a un’antimafia esibita come status sociale perfino nei manifesti elettorali di taluni candidati corrisponde per infelice simmetria una lotta alla mafia di cose utili, di gesti coraggiosi ma di infinita solitudine.

Tratto da:
l’Unità

Benny Calasanzio Borsellino: “I Disarmati”, la resa dei conti di Claudio Fava

Benny Calasanzio Borsellino: “I Disarmati”, la resa dei conti di Claudio Fava.

Questo è il Claudio Fava migliore. Un Fava indignato ma cosciente della forza del pensiero comune che lentamente capisce, si informa, si indigna ed inizia a disprezzare profondamente coloro che fino qualche tempo fa si riverivano. “I Disarmati” è un viaggio in Sicilia, a Palermo, a Catania, con qualche capatina negli uffici romani che contano, magari dei partiti della sinistra. E’ una decostruzione, una demolizione dei due più grandi quotidiani siciliani: il Giornale di Sicilia e La Sicilia. L’uno fondato e gestito dalla famiglia Ardizzone, famiglia che non ha mai disprezzato amicizie mafiose, frequentazioni massoniche e fotografie accanto ai boss come Bontate; lo stesso giornale che ha relegato la cronaca del maxiprocesso alla mafia istruito da Falcone e Borsellino a dei colonnini in cui si dava eguale peso alle accuse dei pm e alle velleità della difesa. Un viaggio che a tratti diventa attuale, e prende le sembianze di un tesserino da pubblicista. Lo stesso che diedero a Mario Francese dopo la sua morte, lo stesso “onorario” che era stato donato al giornalista antimafia Pino Maniaci, ora sotto processo per esercizio abusivo della professione di giornalista, mica di chirurgo. Fava torna agli anni 80, dopo l’eccidio di Dalla Chiesa, della moglie e dell’agente di scorta. Rivede quei corpi e ricorda gli anni del coordinamento antimafia, messo in piedi dai giovani che affrontarono Sciascia dandogli del “quaraquaquà” quando attaccò Borsellino, ricorda poi l’esperienza politica della Rete. Ricorda e non nasconde le enormi contraddizioni dei leader, da Orlando che sparò (verbalmente) contro Falcone, mirando in alto, a Carmine Mancuso, il figlio del poliziotto Lenin ammazzato da cosa nostra; il Carmine passato dall’antimafia militante alle file di Forza Italia, che forse con i soldi della mafia fu costituita. C’è in “I Disarmati” l’orrenda involuzione del Partito Comunista Italiano, che dall’intransigenza legalitaria che portò sulla croce Pio La Torre abdicò completamente alla lotta alla mafia, passando il comando a dirigenti indegni come Michelangelo Russo, che arrivò a dire, mentre Fava e altri urlavano per quella evidente commistione tra mafia e affari rappresentata dai cavalieri di Catania, Ciancio, Costanzo, Sanfilippo e Graci “mica possiamo fare gli esami del sangue ad ogni azienda!”. Quindi ben vengano quelle infette, quelle colluse. Il tutto in nome di un immotivata frenesia di progresso, un progresso fittizio e a beneficio dei mafiosi. E dei loro amici. Per non parlare della squallida ed orgogliosa confessione di uno dei fondatori del Pci siciliano, Napoleone Colajanni: “i soldi degli appalti li presi anch’io quando ero segretario della federazione di Palermo. Ma c’erano tre regole: non mettersi una lira in tasca, non dare nulla in cambio e non farsi beccare”. La Sicilia di quegli anni era tutta nel matrimonio del nipote del cavaliere dell’apocalisse Costanzo, dove, tra politici, notabili e cardinali il più riverito e fotografato era Nitto Santapaola, già all’apice del potere mafioso. Un bestiario in cui entra a pieno titolo Sergio D’Antoni, ex segretario della Cisl, candidato alle europee con il Pd: “Se lottare per i lavoratori vuol dire essere mafiosi allora viva la mafia” scandiva di fronte alla bara di cartone di Orlando che i lavoratori delle aziende colluse bloccate dal sindaco di Palermo portavano in corteo. Dietro di lui annuiva Raffaele Bonanni. Bestie come i deputati europei del Pci che bocciano la relazione presentata dai Verdi in cui chiedevano a Salvo Lima di fare chiarezza sul dossier di Umberto Santino che dimostrava mirabilmente tutte le collusioni dell’onorevole mafioso. Erano passati solo 7 mesi dalla morte di La Torre. L’attacco frontale del libro, che è anche la sua cifra stilistica, è mirato ai piedi del palazzo che domina la politica e la vita quotidiana catanese: la redazione de La Sicilia, il giornale che dalla sua fondazione è riuscito a non prounciare mai la parola mafia, lo stesso che rifiutò i necrologi a Pippo Fava e al commissario Beppe Montana perchè in essi si addebbitava la loro morte a Cosa Nostra. E poi tante, tante altre cose che spiegano perchè la lotta alla mafia unisca solo i morti e divida aspramente i vivi.

Andreotti, auguri ma ricordiamo quelle sentenze

http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=12192&Itemid=48

di Claudio Fava – 14 gennaio 2008

Auguri, senatore Andreotti. Detto senza celia, come si deve a chi arriva ai novant’anni.

Dispiace solo che delle infinite vicende accadute durante questi suoi anni, alcune resteranno orfane di verità, archiviate tra le cose superflue di cui è bene smarrire ogni memoria.
Per cui non se ne dolga se qui riannoderò qualche filo di quella memoria. Il 15 ottobre 2004 l’hanno definitivamente scagionata da un’accusa assai grave: essere mafioso. Scagionata, non assolta. La corte ha deciso di non doversi procedere nei suoi confronti perché alcuni fatti e alcune colpe appartenevano a un passato non sufficientemente prossimo. Insomma, erano trascorsi più di vent’anni e il reato di associazione a delinquere era caduto in prescrizione. Buon per lei, senatore. Ma per il paese? Per le istituzioni che lei ha rappresentato? Quel tempo non è poi così remoto, senatore. Racconta la guerra che Cosa Nostra scatenò contro lo Stato: il nostro e il suo. Facciamo l’elenco degli ammazzati? Il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, il capo della squadra mobile Boris Giuliano, Peppino Impastato, il giornalista Mario Francese, il segretario della DC Giuseppe Riina, il capo dell’ufficio istruzione Cesare Terranova, il maresciallo Lenin Mancuso, il presidente della Regione siciliana Piersanti Matarella: macelleria mafiosa.
Alcuni di quei morti sono bottino di guerra dei Bontate e dei Badalamenti, la vecchia aristocrazia di Cosa Nostra: gli stessi capi mafia che la sentenza indica come amici suoi, senatore Andreotti. Leggiamo insieme? “La Corte ritiene che un’autentica, stabile e amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi si sia protratta fino alla primavera del 1980… anche (attraverso) dirette relazioni del senatore Andreotti con gli esponenti di spicco della cosiddetta ala moderata di Cosa Nostra, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti”, amichevoli relazioni che “hanno determinato il solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare, ricorrendo ai loro metodi, talora anche cruenti, possibili esigenze dell’imputato o di amici del medesimo…”.
Metodi talora anche cruenti, senatore. Per soddisfare possibili sue esigenze. Non accadeva sulla luna ma in Sicilia, una trentina di anni fa, quando lei era già stato cinque volte capo del governo e sedici volte ministro. Perché dovremmo far finta che tutto ciò non sia accaduto? Che due sentenze pronunciate in nome del popolo italiano siano solo cialtronerie? Cosa infiamma gli adulatori d’ogni parrocchia politica che oggi si prostreranno e le rivolgeranno i loro benevoli auguri, senza trovare il coraggio di chiederle conto e verità, almeno per una volta, di ciò che sta scritto su quelle sentenze?