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“La verità su mio fratello”

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1168:la-verita-su-mio-fratello&catid=2:editoriali&Itemid=4

Scritto da Salvatore Borsellino

Accetto volentieri l’invito del direttore Gianfranco Criscenti a scrivere su L’Isola e l’Alcamese perché per me, che dalla Sicilia sono andato via da quaranta anni ma che la Sicilia porto sempre nel cuore, è quasi una maniera di tornare in qualche modo nella mia terra.
Ci sono poi altri ricordi che mi legano a Trapani e alla sua provincia. Quello di un mio zio, Costantino Lepanto, che a Trapani esercitava la professione di medico e che nel suo mare trovò la morte per salvare una bambino che stava per annegare, episodio per cui fu insignito della medaglia d’argento al valor civile. E poi soprattutto il periodo durante i quale Paolo fu a capo della Procura di Marsala e durante il quale, se fosse stato portato a termine il piano preparato da Francesco Messina Denaro, che prevedeva un agguato a Paolo effettuato nel tragitto verso Palermo con un fucile di precisione imbracciato da Vincenzo Calcara, Paolo avrebbe dovuto incontrare quella morte che incontrò poi invece nella strage di Via D’Amelio.
No a Sgarbi – Non sempre gli inviti che mi giungono dalla Sicilia mi sono egualmente graditi: qualche tempo fa ne avevo ricevuto un altro, in questo caso da Salemi. Il sindaco di quella cittadina, lo show-man, critico d’arte nei ritagli di tempo, Vittorio Sgarbi mi invitava, per bocca di un suo assessore – il quale, giustamente, sembrava piuttosto imbarazzato nel farmi la proposta – alla presentazione del libro di Lino Jannuzzi “Lo sbirro e lo Stato” su Bruno Contrada. Fiutando una trappola, visto che le mie posizioni su Bruno Contrada sono ben note, rifiutai dicendo che, anche se potevo avere una certa stima di Vittorio Sgarbi come critico d’arte, non ce l’avevo invece per tutto il resto della sua attività di provocatore televisivo e per le sue dichiarazioni nei confronti dei magistrati, in particolare di Giancarlo Caselli che ha sempre gratificato dei peggiori epiteti. In ogni caso non avrei potuto partecipare ad un incontro dove fosse presente Jannuzzi per il quale ho una profonda disistima – peraltro, mi risulta, abbondantemente ricambiata – dato che lo reputo iscritto a libro paga di quegli stessi ‘servizi’ dai quali, a mio avviso, è stata organizzata la strage di Via D’Amelio.
Lipera e “Sicilia Libera” – Credevo che tutto finisse qui ma ho saputo poi, per la testimonianza di un lettore del mio sito che era stato presente all’incontro, che la trappola era stata preparata ancora meglio: erano presenti infatti anche l’avvocato di Contrada, Giuseppe Lipera, con il quale ho avuto più di uno scontro per via telematica, e soprattutto Marcello Dell’Utri, un criminale, almeno secondo il processo di primo grado nel quale è stato condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, quel reato che ha permesso di mandare a marcire in galera tanti collusi con la criminalità organizzata e che quindi in tanti, forse perché passibili delle stesse condanne, vorrebbero abolire. Per inciso, è bene sapere che, stando ad atti ufficiali, l’avvocato Lipera risulta tra i fondatori di “Sicilia Libera”, il movimento-partito presente anche a Trapani costituito per volere di Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca nell’ambito di un progetto politico di tipo indipendentista e secessionista che la mafia stava coltivando prima del 92 nel tentativo di cavalcare il fenomeno della Lega Nord.
La trappola, dunque, era senz’altro ben congegnata, per cui lascio immaginare ai lettori quale avrebbe potuto essere la mia reazione nel trovarmi davanti a certi personaggi.
I fan dei boss – L’argomento sul quale mi vorrei soffermare approfittando dello spazio concessomi riguarda l’ultima notizia da Facebook, un network di comunicazione tra utenti utilizzabile su Internet che ha avuto in Italia una incredibile diffusione con un tasso di crescita superiore a quello di ogni altro paese: la nascita, dopo i gruppi inneggianti a Riina, Provenzano e Matteo Messina Denaro, anche di un gruppo denominato “Bruno Contrada Libero” al quale hanno già aderito centinaia di utenti e che ha come obiettivo dichiarato quello di «chiedere la libertà piena per raggiunti limiti di età e la volontà di evidenziare una sentenza che condanna un uomo per un reato che non è stato introdotto dal legislatore». Altro obiettivo dichiarato del gruppo è quello di «eliminare la confusione nata attorno ad affermazioni di Salvatore Borsellino, che dei gruppi in Facebook fa di tutta l’erba un fascio, mescolando sostenitori di Totò Riina con persone perbene. Ciò solo perché queste ultime non condividono il suo giudizio riguardo l’ex funzionario».
Il reato che non sarebbe stato introdotto dal legislatore è quello di “concorso esterno in associazione mafiosa” cioè quel comportamento delittuoso per cui una persona pur non facendo parte dell’associazione criminale pur tuttavia la facilita: lo stesso reato per il quale anche il senatore Marcello Dell’Utri è stato condannato in primo grado. Questo basterebbe già a spiegare l’attuale accanimento del capo del governo contro questo tipo di reato del quale ha più volte promesso l’abolizione.
Il concorso esterno – In effetti, in passato, l’argomento è stato oggetto di controversie da parte di alcune correnti giurisprudenziali che ne escludevano la configurabilità, ma la controversia è stata poi risolta in quanto oggetto di una pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, la quale ha stabilito che il concorso esterno del delitto associativo riguarda «quei soggetti che sebbene non facciano parte del sodalizio criminoso, forniscono, sia pure mediante un solo intervento, un contributo all’ente delittuoso tale da consentire all’associazione di mantenersi in vita, anche limitatamente ad un determinato settore, onde poter conseguire i propri scopi» (Cass. Sezione Unite Penali, 5 ottobre 1994). Cioè esattamente il reato per cui è stato condannato in via definitiva Bruno Contrada con l’aggravante che, nel suo caso, non di un solo intervento si è trattato ma di un comportamento reiterato nel tempo come l’escussione di un gran numero di testi, e non soltanto di “pentiti” come falsamente viene sostenuto, ha potuto dimostrare nel corso del dibattimento in più gradi processuali. Si tratta in altre parole di quella “contiguità” di cui parlava Paolo quando sognava «quel fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo della indifferenza, del compromesso morale, della contiguità e quindi della complicità».
Forse sarebbe bene non dimenticare che la figura giuridica del reato di concorso esterno in associazione mafiosa nacque e fu ampiamente utilizzata nei maxprocessi istruiti dal pool di cui facevano parte Falcone e Borsellino e fu grazie ad esso che poterono essere promulgate decine e decine di condanne nei confronti dei fiancheggiatori delle cosche mafiose, fiancheggiatori che oggi a quanto pare, forse per ottemperare a qualche punto della scellerata “trattativa” tra mafia e Stato per cui fu ucciso Paolo Borsellino, si vogliono rimettere in libertà tramite la revisione dei relativi processi.
Regia unica? – La sincronicità, o meglio la consequenzialità tra la nascita dei gruppi a favore dei capi delle cosche e la nascita del gruppo a favore di Contrada rafforza la mia ipotesi che la centrale di disinformazione che difende mafiosi e collaboratori dei mafiosi sia in realtà unica e che non di gruppi spontanei si tratti ma di vere e proprie agenzie che si servono di una variante dei “troll”, un fenomeno ben conosciuto tra i frequentatori della rete che, noti come semplici disturbatori delle comunità virtuali, si sono in questo caso evoluti e vengono utilizzati, magari stipendiati all’uopo, come veri e propri agenti provocatori e diffusori di una disinformazione mirata.
Che poi ci sia un gran numero di menti deboli che si lascia trascinare da questi meccanismi o un limitato numero di menti perverse che li animano e li guidano non contraddice la mia ipotesi, in verità vagliata anche dalla magistratura. Solo in questo modo criminali come Riina, Provenzano e Messina Denaro, peraltro già mitizzati tramite le deleterie fiction distribuite sulle reti di informazione di massa, possono essere applauditi come eroi e traditori dello Stato come Bruno Contrada possono essere presentati come vittime e non come carnefici quali essi in realtà sono.
Il primo esempio – Per quanto riguarda l’adulazione dei boss non posso fare a meno di aggiungere un particolare da non dimenticare perché probabilmente è stato ritenuto un esempio da seguire da parte dei fan: sono stati l’attuale capo del governo e il suo amico Dell’Utri i primi a definire “vittima” ed “eroe” un bestiale assassino come Vittorio Mangano. E, guarda caso, in piena campagna elettorale. «Con Dell´Utri e Berlusconi sembravamo quasi parenti» aveva del resto dichiarato una volta lo stesso Mangano.
Su Bruno Contrada, invece, non voglio aggiungere altro a quanto ho più volte detto in svariate occasioni e in diversi contesti, per me non è altro che un criminale condannato con sentenza definitiva per uno dei reati che considero più grave per un funzionario dello Stato, cioè la collaborazione con il nemico di quello stesso Stato a cui , nell’assumere le proprie funzioni, si è prestato giuramento, reato moralmente più grave quindi della stessa associazione mafiosa, di chi cioè milita e delinque, senza nascondersi sotto i panni di difensore dello Stato, dalla parte dell’antistato.
E a chi mi obietta che lo Stato è quello che io accuso di avere organizzato la strage di Via D’Amelio non posso fare altro che rispondere che lo Stato di cui io parlo è quello che per cui è morto Paolo Borsellino, quello nato dalla Resistenza, fondato sulla nostra Costituzione e costituito da tutti i tanti cittadini liberi e onesti che in questa idea di Stato credono e per cui tanti sono morti e sono pronti a morire, non nella squallida realtà del nostro Stato ormai infiltrato dalla criminalità organizzata fino ai più alti gradi delle istituzioni e nel quale distinguere tra Stato e antistato è ormai sempre più difficile.

Salvatore Borsellino

Approfondimento:
L’AVVOCATO DI CONTRADA FONDATORE DI “SICILIA LIBERA”,
PARTITO VOLUTO DA LEOLUCA BAGARELLA E GIOVANNI BRUSCA
Si trovava a Salemi in occasione della presentazione del libro di Lino Jannuzzi su Bruno Contrada
Nei primi anni Novanta – si legge nella relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia della passata legislatura – «si avvia una fase di intenso lavorio, da parte della mafia, per ricostruire, dopo l’azzeramento (dei vecchi partiti della prima Repubblica,ndr), un tessuto di relazioni politiche per fare politica in modo diverso. La mafia è un soggetto politico che fa politica con l’intimidazione, con le stragi, con le bombe e con gli omicidi: questo è il suo modo di fare politica. Viene così avviato un processo complesso di ricontrattazione dei rapporti di forza col mondo della politica. Una ricontrattazione dei rapporti che nasce dall’esigenza, come diceva Leoluca Bagarella, nel modo rozzo tipico di un uomo come Bagarella, di impedire ai politici di “prendere in giro” la mafia, perché non dovevano essere consentiti più “tradimenti” dai nuovi referenti. E secondo Bagarella, l’unico modo sicuro poteva essere quello di fare politica in prima persona: “dobbiamo fare in modo tale da essere noi ad entrare in politica, deve essere come se fossi io – disse Bagarella nel ’92-’93 – come se fossi io il Presidente della Regione Siciliana”, rompere la mediazione dei politici di professione».
«E’ da questa esigenza che sono nati certi progetti politici direttamente patrocinati da “cosa nostra”: vi sono stati addirittura dei partiti – è processualmente provato – costituiti da “cosa nostra”, come Sicilia Libera, il movimento indipendentista costituito per volere di Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca nell’ambito di un progetto politico di tipo indipendentista e secessionista che la mafia stava coltivando ancor prima del ’92, pensando di cavalcare il fenomeno della Lega Nord e perciò costituendo movimenti indipendentisti non solo in Sicilia, ma in tutto il Meridione d’Italia. Furono costituiti movimenti come Calabria Libera, Lucania Libera, Puglia Libera ecc., movimenti peraltro costituiti da soggetti legati in parte alla criminalità organizzata, in parte alla massoneria, in parte alla destra eversiva».
”Sicilia Libera” – scrive il giudice Luca Tescaroli nel libro “Perché è stato ucciso Giovanni Falcone”, Rubettino editore – «veniva fondata il 28 ottobre 1993, a Catania, da Antonino Strano, poi divenuto Assessore regionale di A.N. per il Turismo e lo Sport, nonché dall’avv. Giuseppe Lipera e da Gaspare Di Paola, dirigente del gruppo imprenditoriale riconducibile ai fratelli Costanzo».
«Ma – prosegue la relazione dell’Antimafia – anche questo progetto fallì, anche perché esso sarebbe dovuto passare attraverso una sorta di golpe, idea che non ebbe sufficiente seguito all’interno dell’organizzazione criminale. Si scelse allora un’altra opzione, più cara a Bernardo Provenzano, nuovo “capo dei capi” dopo l’arresto di Riina nel gennaio 1993, più vicina alla tradizione della mafia, un’opzione strategica di rinuncia allo stragismo in favore di una strategia della tregua, della pacificazione, per rendersi meno visibile e non richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, e quindi senza omicidi eclatanti, senza stragi, senza bombe, cercando anzi il dialogo e la trattativa per ripristinare un rapporto con la politica di convergenza di interessi e non di contrapposizione o di braccio di ferro armato».
Di certo si sa che “Sicilia Libera” fu sciolta quando nacque Forza Italia con il contributo determinante di Marcello Dell’Utri, prima interessato a quel movimento autonomista.

“L’ISOLA” e “L’ALCAMESE”, periodici della provincia di Trapani, diretti da Gianfranco Criscenti – ANTIMAFIA: INIZIA LA COLLABORAZIONE DI SALVATORE BORSELLINO CON LE NOSTRE TESTATE.

La cassazione ribadisce la colpevolezza di Contrada

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/10624/48/:

La vicenda giudiziaria dell’ex numero due del Sisde Bruno Contrada non ha nulla a che vedere con i procedimenti a carico del senatore a vita Giulio Andreotti e del magistrato di Cassazione Corrado Carnevale.

Per questo l’ex ‘superpoliziotto’ non può invocare la revisione del processo per concorso esterno in associazione mafiosa, conclusosi con la condanna definitiva a dieci anni di reclusione, facendo riferimento alla “contraddittorietà ” dei verdetti di assoluzione e condanna per i due imputati ‘eccellenti’. Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni,depositate oggi,della sentenza con la quale lo scorso 7 ottobre i supremi giudici hanno detto ‘no’ all’istanza di revisione presentata da Contrada. Per la Cassazione “non sussiste alcuna inconciliabilità fra le pronunce assolutorie concernenti Carnevale ed Andreotti e quella di condanna inerente il Contrada”.

“E’ agevole rimarcare – prosegue Piazza Cavour con la sentenza 41372 – che i fatti costituenti oggetto dei giudizi a carico di Carnevale ed Andreotti sono diversi da quelli stabiliti nel procedimento Contrada”. Con riferimento alla inattendibilità dei pentiti sostenuta da Contrada, la Cassazione rileva che “la pronuncia di condanna si fonda, oltre che sulle dichiarazioni dei collaboranti, su prove di segno e natura diversa, analiticamente enunciati”. Insomma, il verdetto di colpevolezza è “supportato da un compendio probatorio ampio, complesso e concordante”, dice la Cassazione. Per queste ragioni la Quinta sezione penale del ‘Palazzaccio’ ha bocciato il ricorso di Contrada, che è stato anche capo della squadra mobile di Palermo ed è accusato di aver coperto la latitanza dei boss mafiosi fornendo loro informazioni riservate, condannandolo anche al pagamento delle spese di giustizia.

Contrada: colpevole e nessun complotto!

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/1613/84/


sono state depositate le motivazioni della sentenza con la quale lo scorso 10 maggio ha confermato la condanna a 10 anni di reclusione e 3 anni di sorveglianza vigilata per l’ex numero tre del Sisde, accusato di aver favorito, in più occasioni e per molti anni, gli uomini di Cosa Nostra. In sostanza per la Cassazione le accuse contro Contrada non sono delle “trame calunniose e mistificatorie” e in nessun modo si può definire come “asfittica” la “meticolosa disamina” con la quale i giudici di Palermo si sono fatti carico di verificare, ed escludere, “possibili episodi di inquinamento o condizionamento riscontrabili nelle plurime esternazioni dei collaboranti”. Per quanto, inoltre, riguarda l’entità della pena inflitta, la Cassazione rileva che i giudici di Palermo hanno ritenuto di non concedere le attenuanti generiche per il “concreto disvalore” della sua condotta contraria alle leggi e per “l’intensità del tono che la ha caratterizzata”. I supremi giudici ricordano, infine, che ad inchiodare Contrada all’accusa di aver aiutato i boss a sfuggire alle operazioni di polizia e a favorirne la latitanza non ci sono solo le parole dei pentiti ma anche le testimonianze di numerosi suoi colleghi, anche di alto grado, che sospettavano di lui e ne chiedevano l’allontanamento da Palermo.

Contrada ha fatto sfuggire Totò Riina alla cattura nel 1980

Contrada deve anche dire come faceva a sapere…

Un’altra importante considerazione di Salvatore Borsellino sui segreti di Bruno Contrada:

«Contrada deve anche dire come faceva a sapere, pochi istanti dopo l´esplosione di via D´Amelio, che era stato ucciso Borsellino. Si trovava in barca. Bisogna continuare a indagare sulle sue telefonate. E anche su quelle passate dal Cerisdi, una scuola di eccellenza per manager, in realtà un centro dei servizi deviati: si trova sul Monte Pellegrino che sovrasta la strada dove è stato ucciso Paolo».