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Mills, una sentenza che vale tre (anzi quattro)

Mills, una sentenza che vale tre (anzi quattro).

di Gianni Barbacetto

Uno dei mantra che Berlusconi ripete è: non sono mai stato condannato, sono sempre stato assolto. È falso, perché molte “assoluzioni” sono in realtà proscioglimenti per prescrizione o per amnistia o per leggi ad personam. Ma ora le motivazioni della condanna al suo avvocato britannico David Mills ci fanno capire il Metodo Silvio per conquistare le “assoluzioni”. Dice la sentenza: «Emerge con chiarezza che le deposizioni di Mills nei procedimenti n. 1612/96 e 3510+3511/96 erano state quanto meno reticenti».

1. «Nel primo procedimento, “Guardia di Finanza”, è stato accertato, in maniera definitiva, il fatto storico di cui lì si trattava: che cioè la Guardia di Finanza era stata corrotta e che le somme erano state pagate affinché non venissero svolte approfondite indagini in ordine alle società del Gruppo Fininvest e non ne emergesse la reale proprietà (…). In esito a tre gradi di giudizio, non sono stati ritenuti sufficienti gli indizi del collegamento diretto fra i funzionari corrotti e Silvio Berlusconi, collegamento invece definitivamente provato rispetto ad altro dirigente di Fininvest, Salvatore Sciascia, responsabile del servizio centrale fiscale della società, condannato con sentenza irrevocabile». Dunque: le tangenti alla Guardia di Finanza sono state pagate. Ma Berlusconi non è stato condannato perché il testimone Mills è stato pagato per dire il falso o tacere il vero.

2. «Nel secondo procedimento, “All Iberian”, i fatti relativi all’illecito finanziamento a Bettino Craxi da parte di Fininvest tramite All Iberian sono definitivamente provati, visto che la sentenza di primo grado, di condanna dei vertici della società e fra essi di Silvio Berlusconi, non è stata riformata nel merito, ma per intervenuta prescrizione. All Iberian e le società offshore collegate erano state costituite su iniziativa del Gruppo Fininvest; All Iberian era stata utilizzata quale tesoreria delle altre offshore inglesi costituite per conto del medesimo Gruppo e dallo stesso finanziate tramite Principal Finance. La massa di prove poste alla base del giudizio era imponente, ed esse erano state offerte anche da Mills, che però aveva eluso le domande relative alla proprietà delle società offshore, in particolare Century One e Universal One, né aveva prodotto documentazione specifica sul punto». Dunque: la tangentona miliardaria All Iberian a Craxi è stata pagata. Ma Mills (il costruttore dell’architettura societaria offshore della Fininvest, da All Iberian a Century One), pagato anche qui per dire il falso o tacere il vero, ha coperto Berlusconi non dicendo che quelle società, da cui la tangentona è partita, erano parte integrante della Fininvest di Silvio Berlusconi.

La sentenza Mills, insomma, pesa su Berlusconi tre volte: afferma che ha corrotto il testimone David Mills (uno); ricorda che ha imbrogliato le carte nel processo “Guardia di Finanza” (due) e nel processo “All Iberian” (tre).

C’è anche un’ulteriore ricaduta: la sentenza ricorda che nel processo “Guardia di Finanza” le tangenti «erano state pagate affinché non venissero svolte approfondite indagini in ordine alle società del Gruppo Fininvest e non ne emergesse la reale proprietà, e che l’azione era stata commessa al fine di eludere le disposizioni della legge Mammì in tema di concentrazione di mezzi di diffusione di massa». Ossia: le mazzette servivano a non far scoprire alla Guardia di Finanza che Telepiù era di Berlusconi, anche se apparentemente controllato da prestanome messi lì per aggirare la legge Mammì (che proibiva il controllo di una pay tv a chi già possedeva ben tre reti). Dunque (quattro) Berlusconi ha aggirato la legge Mammì e controllato illegalmente per anni tre reti terrestri più le tre reti Telepiù. Ma niente paura: Silvio è salvato dal Lodo Alfano che lo rende improcessabile e da un altro mantra: è giustizia a orologeria, tutto un attacco dei giudici politicizzati.

L’Anello della Repubblica

L’Anello della Repubblica.

“La storia di un servizio segreto di cui per più di mezzo secolo non è emersa pubblicamente nessuna informazione”
Giuseppe De Lutiis

“Il Noto servizio o Anello ha svolto un ruolo che non avrebbe mai potuto garantire alla luce del sole: indirizzare scandali, campagne di stampa, corruzione, sparizione di documenti, ricatti, arruolamenti di delinquenti.”
Dalla postfazione di Paolo Cucchiarelli.

Una scoperta per caso.
Un servizio segreto di cui nessuno ha mai saputo nulla venuto fuori dagli archivi del Viminale. Una storia tutta italiana, quasi incredibile. Il “noto servizio” o “Anello” è una struttura occulta che ha avuto un ruolo decisivo nella storia della Repubblica. Compito principale: ostacolare le sinistre e condizionare il sistema politico con mezzi illegali, senza sovvertirlo. Non è stata una meteora: ha operato dal 1945 fino agli inizi degli anni Ottanta, alle “informali” dipendenze del capo del governo.

Creato per volontà dell’ex capo dei servizi segreti fascisti(!), il generale Mario Roatta, e poi gestito da Adalberto Titta, un ex repubblichino, fu promosso dalla Cia e costituito da ex ufficiali badogliani, imprenditori, faccendieri, giornalisti. Tutto in collaborazione con la malavita e la mafia.

Seguendo le tracce del “noto servizio”, il libro rivela il coinvolgimento di questa struttura in tre episodi fondamentali: la fuga del nazista Kappler dal Celio, frutto di un accordo tra governo italiano e tedesco; la trattativa del Vaticano con le Brigate Rosse per la liberazione di Aldo Moro; l’accordo con la camorra per la liberazione dell’assessore democristiano, Ciro Cirillo.

Testimoni e preziosi riscontri sui documenti che Aldo Giannuli ha scoperto nel 1996 indagando sullo stragismo nero confermano quello che fino a ieri era solo un’ipotesi: la “sicurezza” della nostra Repubblica nasce in continuità con il fascismo, è controllata dagli americani, e affidata a personaggi senza scrupolo e spesso coinvolti con la criminalità. Complice la Democrazia cristiana. Andreotti sapeva, ma anche Moro e Craxi. Noi no. Ecco le prove.

I nuovi padri della patria – Blog di Beppe Grillo

I nuovi padri della patria – Blog di Beppe Grillo.

“Buongiorno a tutti.
Non per guastare la festa a questa bella incoronazione imperiale del leader del popolo delle libertà che, come avete visto, a sorpresa è stato eletto primo, unico, ultimo imperatore del partito che aveva fondato sul predellino di una macchina e che quando l’aveva fondato Gianfranco Fini l’aveva subito fulminato dicendo: “siamo alla comica finale, noi non entreremo mai nel Popolo della Libertà e Berlusconi non tornerà mai più a Palazzo Chigi con i voti di Alleanza Nazionale”.
E quando qualcuno gli aveva chiesto “Possibilità che AN rientri all’ovile?”, risposta di Fini: “Noi non dobbiamo tornare all’ovile perché non siamo pecore”. Poi come avete visto sono tornati all’ovile quindi ne dobbiamo concludere che sono pecore o pecoroni.
Ecco, non è per guastare il clima idilliaco anche perché avete visto che sono talmente uniti che su 6000 delegati non se n’è trovato uno che votasse per un altro candidato; potevano pagarne uno almeno per votare per un altro candidato almeno facevano finta di averne due, invece no. E’ stata proprio una cosa unanime che ha molto commosso il Cavaliere che non se l’aspettava: avete visto l’emozione con cui ha scoperto di essere stato eletto leader in quei congressi che proprio all’ultimo momento ti riservano questo colpo di scena finale. Chi l’avrebbe mai detto.
Ma diciamo che questo stava nelle cose. La cosa interessante è che a poco a poco si cominciano, con quindici anni di ritardo, a vedere i nomi e i cognomi dei veri padri fondatori di quest’avventura che adesso si chiama Popolo della Libertà, che prima si chiamava Casa della Libertà , che prima ancora si chiamava Polo della Libertà e che in realtà ha un unico padrone che si chiama sempre Forza Italia.
Quante volte abbiamo sentito rievocare la storia di Forza Italia, le origini… adesso c’è anche quel libro scritto in caratteri gotici, molto grosso per i non vedenti, probabilmente è la versione braille quella che Berlusconi ha mostrato in televisione, che invece della fiaba di cappuccetto rosso, di Cenerentola racconta la fiaba di uno dei sette nani: l’ottavo nano, anzi, come l’avevano ribattezzato i fratelli Guzzanti e la Dandini.
Craxi, questo sconosciuto

L’ottavo nano che nel 1993 cominciò a macinare idee, progetti che poi si tradussero in Forza Italia.
All’inizio ci dicevano che fu lui ad avere questa intuizione meravigliosa, anzi quando qualcuno insinuava che ci potessero essere dei rapporti, dei suggerimenti di Bettino Craxi, di alcuni strani personaggi siciliani che poi vedremo, veniva tutto negato: “non sia mai, noi non c’entriamo niente”. Anzi Berlusconi Craxi faceva proprio finta di non conoscerlo. Per la precisione, il 21 febbraio del 1994, ad un mese ed una settimana delle prime elezioni che Berlusconi vinse, tre settimane dopo il famoso discorso televisivo a reti unificate spedito in videocassetta ai telegiornali, quello della discesa in campo, Berlusconi era a Mixer, ospite di Giovanni Minoli che, conoscendo anche lui molto bene Craxi gli chiese quale fosse il suo rapporto con Craxi.
All’epoca Craxi era un nome impronunciabile, era il numero uno dei tangentari, stava facendo di gran fretta le valige perché di li a poco con l’insediamento del nuovo Parlamento i vecchi parlamentari avrebbero perso ipso facto l’immunità e sarebbe finito dentro. Allora stava apprestandosi alla fuga, alla latitanza verso Hammamet. Era un nome pericoloso, e Berlusconi, fedele alle amicizie e fedele come sempre, rispose a Minoli: “è una falsità, una cosa senza senso dire che dietro il signor Berlusconi ci sia Craxi. Non devo nulla a Craxi e al cosiddetto CAF”.
Un anno dopo, lui aveva già fatto il suo primo governo, era già cascato, c’era il governo tecnico Dini, alla Repubblica gli chiesero notizie di Craxi perché era venuto fuori da un vecchio consulente di Publitalia che aveva partecipato alla progettazione, addirittura pare fin dall’estate del 1992, Ezio Cartotto, alla nascita di Forza Italia, aveva raccontato che in queste riunioni, in quella decisiva di aprile del 1993, mente lui era li ad Arcore con Berlusconi si aprì una porta ed entrò Craxi e diede alcune indicazioni. Per esempio che bisognava mettere insieme le truppe berlusconiane con i leghisti, ma Craxi disse “mai con i fascisti”. Craxi aveva tanti difetti ma essendo un socialista i fascisti non li voleva vedere mentre, come abbiamo visto, Berlusconi si è portato dentro i fascisti e anche qualche nazistello per non disperdere i voti.
In ogni caso i giornali pubblicarono le dichiarazioni di Cartotto, che chi di voi vuole vedere nel completo trova nel libro “L’odore dei soldi”, lì c’è proprio il racconto di questa riunione nella quale Craxi spalancò una porta.
Berlusconi replicò negando. Io mi ricordo che in una conferenza stampa in quei giorni a Torino, al Lingotto, io gli chiesi se era vero che Craxi avesse partecipato a queste riunioni e lui, invece di rispondermi, mi disse “si vergogni di farmi questa domanda”. Era una conferenza stampa: in un altro paese immagino che tutti i giornalisti avrebbero rifatto la stessa domanda fino a ottenere la risposta, invece i colleghi, che sono quelli che fanno parte del codazzo, che sono ormai quasi di famiglia per lui, mi guardarono come dire: “ce lo disturbi, così ci rimane male, ci rimane storto per tutta la giornata”. Io mi ritirai in buon ordine, non conoscendo queste usanze altamente democratiche.
Berlusconi disse di nuovo: “Forza Italia e Craxi sono politicamente lontani anni luce. Posso assicurare che politicamente non abbiamo a che fare con Craxi e siamo stati molto attenti anche alla formazione delle liste elettorali”. Come dire, quello è un pregiudicato e noi i pregiudicati non li vogliamo. Non vogliamo neanche gli indagati, infatti Forza Italia nel 1994 faceva firmare una dichiarazione ai suoi candidati nella quale dichiaravano non solo di avere condanne ma nemmeno di avere mai ricevuto un avviso di garanzia, che è addirittura eccessivo come dicevamo la settimana scorsa. Per essere indagati basta essere denunciati da qualcuno, che magari si inventa le accuse.
“Non rinnego l’amicizia con Craxi ma è assolutamente escluso che Forza Italia possa aver avuto o avere alcun rapporto con Craxi”. 2 ottobre 1995.
Craxi è rimasto latitante dal 1994 al 2000 ad Hammamet. Nel gennaio del 2000 è morto. Stefania Craxi ha aspettato per sei anni che l’amico Silvio, che doveva molto se non tutto a Craxi, andasse a trovare suo padre e Berlusconi non c’è mai andato, è andato a trovarlo da morto al funerale.
Infatti, parlando al Corriere della Sera nell’agosto del 2004, Stefania Craxi dichiarava: “A Berlusconi non perdono di non essere mai stato a trovare mio padre neppure una volta.”.
L’avete vista, l’altro giorno piangeva felice durante la standing ovation riservata a Craxi su invito di Berlusconi dall’assemblea dei congressisti; evidentemente si è dimenticata o forse ha perdonato, o forse il fatto che l’abbiano portata in Parlamento l’ha aiutata a perdonare.
Sta di fatto che Craxi era un appestato, non si poteva dire che Craxi era uno dei padri fondatori di Forza Italia e poi dei suggeritori, visto che da Hammamet non faceva mai mancare i suoi amorevoli consigli, come emerse dalle famose intercettazioni depositate nel processo sulle tangenti della metropolitana di Milano, quelle che il giovane PM Paolo Ielo tirò fuori in aula per dimostrare la personalità criminale di Craxi che anche dalla latitanza continuava a raccogliere dossier a distribuire suggerimenti, ed era in contatto con il gruppo parlamentare di Forza Italia. Tant’è che il portavoce del gruppo parlamentare si dovette dimettere perché era solito sottoporre a Craxi le interrogazioni e le interpellanze parlamentari, e Craxi dava ordini su come orchestrare le campane contro i magistrati… anche questo lo trovate mi pare in “Mani Pulite” se non ricordo male.
L’altro padrino fondatore

Ma, andando avanti, l’altro giorno finalmente c’è stato lo sdoganamento postumo di Craxi: quindici anni esatti dopo la prima vittoria elettorale di Forza Italia Berlusconi ci ha fatto sapere pubblicamente, durante la standing ovation, che uno dei padri fondatori era Bettino. Non è male un partito che ha fra i suoi padri fondatori un latitante, no?
Ecco, per chi pensasse che non è bello un partito co-fondato da un latitante, fermi la propria indignazione o la propria riprovazione perché tra i padri fondatori Craxi probabilmente è il più pulito. Nel senso che, magari ci arriviamo al prossimo congresso, prima o poi sentiremo il Cavaliere ammettere anche il nome di altri padri fondatori di Forza Italia, che per il momento restano ancora abbastanza nell’ombra.
Quando voi vedrete a un prossimo congresso, non so… quando gli metteranno la corona o gli poseranno la spada sulla spalla o si metterà lo scolapasta in testa e il mestolo in mano e comincerà a declamare in lingue strane, se solleciterà una standing ovation per Vittorio Mangano sappiate che quello è il momento: finalmente un altro padre, o padrino, fondatore di Forza Italia verrà allo scoperto. Per il momento ci dobbiamo accontentare di quello che siamo riusciti a scrivere nei nostri libri, perché noi scriviamo nei nostri libri delle cose e poi dieci anni dopo Berlusconi arriva e le dice, e tutti i giornali le annotano dicendo “Berlusconi rivela…”. No, Berlusconi non rivela niente: confessa tardivamente, di solito quando le cose sono andate in prescrizione.
Allora, per essere precisi perché molto spesso si fa letteratura, Mangano, non Mangano, sarà vero o non sarà vero.
Io vi cito semplicemente quello che noi sappiamo per certo sul ruolo che ebbe Vittorio Mangano in tandem con Marcello Dell’Utri nella nascita di Forza Italia.
Un po’ di date: il 25 maggio del 1994, strage di Capaci. Qualche giorno dopo Ezio Cartotto, che è un vecchio democristiano della sinistra DC milanese che teneva delle lezioni e delle consulenze ai manager e ai venditori di Publitalia e che quindi lavorava per Dell’Utri, viene chiamato da Dell’Utri. Siamo nell’estate del 1992, tangentopoli è appena esplosa, non c’è ancora nessun nessun politico nazionale indagato dal pool di Mani Pulite: hanno preso Mario Chiesa, hanno preso i due ex sindaci di Milano Tognoli e Pillitteri, hanno preso un po’ di amministratori locali democristiani, comunisti, socialisti.
Eppure Dell’Utri, evidentemente con le buone fonti che ha a Palermo, ha già deciso che la classe politica della prima Repubblica è già alla frutta e non si salverà e quindi a scanso di equivoci chiama Cartotto e, in segreto, senza nemmeno parlarne con Berlusconi, gli commissiona – dice Cartotto – “di studiare un’iniziativa politica legata alla Fininvest”.
Poi c’è la strage di Via D’Amelio, preceduta dalla famosa intervista dove Paolo Borsellino ha detto che a Palermo ci sono ancora indagini in corso sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri, Mangano e il riciclaggio del denaro sporco.
Dopo avere dato quell’intervista, passano nemmeno due mesi e Borsellino viene eliminato a sua volta. Intanto Cartotto lavora come una talpa: lo sa solo Dell’Utri. Berlusconi, questo lo trovate negli atti del processo Dell’Utri e noi in Onorevoli Wanted e anche nel libro arancione “L’amico degli amici” abbiamo raccontato dilungandoci questa vicenda che ha semplicemente dell’incredibile. O almeno, avrebbe dell’incredibile se qualcuno la conoscesse, se qualcuno l’avesse raccontata in questi giorni in cui tutti facevano i retroscena della nascita di Forza Italia. Si sono dimenticati questi popò’ di retroscena.
Nell’autunno del 1992 Berlusconi viene informato del fatto che farà un partito, perché i primi a saperlo sono Dell’Utri e Cartotto. Da’ il suo via libera al progetto, che prosegue tramite le strutture di Publitalia all’ottavo piano di Palazzo Cellini a Milano 2, dove ha gli uffici Dell’Utri.
Il progetto viene chiamato “Progetto Botticelli”, viene camuffato da progetto aziendale, in realtà è un progetto politico che sfocerà in Forza Italia, e poi ci sono tutte le riunioni di quando Berlusconi comincia a consultarsi con i suoi uomini.
Ovviamente, non solo i manager del gruppo ma anche i direttori dei giornali e dei telegiornali, che sono sempre i vari Costanzo, Mentana, Fede, Liguori e ovviamente Confalonieri, Dell’Utri, Previti, Ferrara. Montanelli non ci andava, ma ci andava Federico Orlando che poi ha scritto un libro, anche quello molto interessante: “Il sabato andavamo ad Arcore” pubblicato dalla Larus di Bergamo.
Poi ha scritto un altro libro “Fucilate Montanelli”, nel quale si raccontano, per gli Editori Riuniti, questi fatti.
Le riunioni ad Arcore

In queste riunioni ci sono discussioni, perché Berlusconi è preoccupatissimo. C’è il referendum elettorale che ha portato l’Italia alla preferenza unica e si va verso l’uninominale, c’è la scomparsa nella primavera del 1993 dei vecchi partiti che gli avevano garantito protezione per vent’anni, c’è la necessità di sostituirli con qualcosa che sia talmente forte da sconfiggere la sinistra che sembra approfittare del degrado morale che sta emergendo soprattutto, ma non solo, per i partiti del centrodestra – poi il PCI era coinvolto anche nella sua ala milanese ma non a livello nazionale nello scandalo di tangentopoli. E soprattutto c’è tutto il problema delle concessioni televisive e di chi andrà a governare il Paese e quindi a regolare la materia delle concessioni televisive che Berlusconi aveva appena sistemato con la famosa legge Mammì e quei famosi 23 miliardi finiti sui conti esteri della All Iberian di Craxi subito dopo la legge Mammì.
Allora c’è grande allarme, c’è grande preoccupazione: sarà meglio entrare o sarà meglio non entrare? C’è tutta la manfrina “facciamo un partito di centrodestra e poi lo consegniamo chiavi in mano a Segni e Martinazzoli perché vadano avanti loro, oppure lo facciamo noi?”. Questo era il dibattito, che nell’aprile del 1993 segna la benedizione ufficiale di Craxi con quella riunione che vi dicevo prima ad Arcore con Ezio Cartotto.
La mafia e la nuova Repubblica

Poi ci sono altre discussioni, ci sono ancora i frenatori come Confalonieri, Gianni Letta, Maurizio Costanzo che sono piuttosto ostili al progetto, o meglio temono che per Berlusconi sia un autogol.
Sarà un caso, ma proprio il 14 maggio del 1993 la mafia fa un attentato a Roma, il primo attentato a Roma nella storia della mafia, il primo attentato fuori dalla Sicilia nella storia della mafia viene fatto a Roma nel quartiere dei Parioli. Contro chi? Ma guarda un po’: Maurizio Costanzo che sfugge poi, fortunatamente, per un centesimo di secondo.
Quel Costanzo che stava nella P2: evidentemente qualche ambientino non si aspettava che fosse ostile alla discesa in campo. Perché lo dico? Perché in quello stesso periodo in Sicilia e in tutto il sud ovest, anche Calabria, si muovevano delle strane leghe meridionali che, in sintonia con la Lega Nord – c’era stato addirittura a Lamezia Terme con un rappresentante della Lega Nord – si proponevano di secedere, di staccare Sicilia, Calabra… infatti si chiamavano “Sicilia libera”, “Calabria libera”. Era tutto un fronte di leghe molto strano: invece di esserci i padani inferociti lì c’erano strani personaggi legati un po’ alla mafia, un po’ alla ‘ndragheta e un po’ alla P2 e uno di questi, il principe Orsini che aveva legami con questi personaggi, aveva legami anche con Marcello Dell’Utri.
Quindi noi sappiamo che Dell’Utri – lo ha dimostrato Gioacchino Genchi, ma guarda un po’, andando a incrociare i telefoni e i tabulati di questi personaggi – aveva contatti diretti con questo Principe Orsini. Dell’Utri inizialmente tiene d’occhio questi ambienti, perché sono le organizzazioni mafiose, legate a personaggi della P2 e dell’eversione nera, che si stanno mettendo insieme perché sentono odore di colpo di Stato, sentono odore di nuova Repubblica e vogliono far pesare, ancora una volta, la loro ipoteca con un partito o una serie di partiti nuovi.
Come Sicilia Libera, della quale si interessano direttamente boss come Tullio Cannella, Leoluca Bagarella, i fratelli Graviano e Giovanni Brusca.
Dopodiché succede qualcosa, succede che dopo l’attentato a Costanzo e dopo gli attentati che seguono – alla fine di maggio c’è l’attentato a Firenze, ci sono addirittura cinque morti e diversi feriti; poi alla fine di luglio ci sono gli attentati di Milano e Roma con altri cinque morti e diversi feriti – questa strategia terroristica ad ampio raggio, della mafia, sortisce i risultati sperati: Riina non stava sparando all’impazzata, stava facendo la guerra per fare la pace con lo Stato, così disse ai suoi uomini.
Una nuova pace con nuovi soggetti e referenti politici che però, a differenza di quelli vecchi che ormai erano agonizzanti, fossero vivi, vegeti, reattivi e in grado, fatto un accordo, di rispettarlo.
E’ l’estate del 1993 quando Forza Italia è ormai decisa: Berlusconi nell’aprile-maggio ha comunicato a Montanelli che entrerà in politica e che quindi il Giornale dovrà seguirlo nella battaglia politica. Montanelli gli ha detto che se lo può scordare: tra l’estate e l’autunno sono mesi in cui si consuma la rottura tra Montanelli e Berlusconi perché Montanelli continua a scrivere che Berlusconi non deve entrare in politica perché c’è un conflitto di interessi, perché non si può fare due mestieri insieme.
Dall’altra parte, ci sono le reti Fininvest che bombardano Montanelli per indurlo alle dimissioni, perché era diventato un inciampo: il giornalista più famoso dell’ambito conservatore che si scatenava contro quello che doveva diventare, secondo i desideri di Berlusconi, un partito moderato, liberale, insomma il partito che avrebbe dovuto incarnare gli ideali di cui Montanelli era sempre stato l’alfiere e che invece Montanelli sapeva benissimo non avrebbe potuto incarnare perché Berlusconi è tutto fuorché un moderato e un liberale: è un estremista autoritario.
In quei mesi la mafia decide di abbandonare il progetto di Sicilia Libera che essa stessa aveva patrocinato e fondato e tutto ciò avviene in seguito a una serie di riunioni, nell’ultima delle quali Bernardo Provenzano – ce lo racconta il suo braccio destro, Nino Giuffré che ora collabora con la giustizia e che è stato ritenuto attendibile in decine e decine di processi compreso quello Dell’Utri – convoca le famiglie mafiose, la cupola, per sapere che cosa scelgono: se preferiscono andare avanti col progetto del partitino regionale Sicilia Libera o se invece non preferiscano una soluzione più tradizionale come quella che sta affacciandosi a Milano grazie all’opera di un loro vecchio amico: Marcello Dell’Utri che conoscevano fin dai primi anni Settanta come minimo, cioè da quando Dell’Utri, in rapporto con un mafioso come Cinà e un mafioso come Mangano, aveva portato quest’ultimo dentro la casa di Berlusconi.
Si potrà discutere se l’ha fatto consapevolmente o inconsapevolmente, ma il fatto c’è: ha dato a Cosa Nostra la possibilità di entrare dentro la casa privata e di stazionare con un proprio rappresentante dentro la casa privata di uno dei più importanti e promettenti finanzieri e imprenditori dell’epoca. Berlusconi era costruttore, in quel periodo, poi sarebbe diventato editore e poi politico.
Gli incontri tra Mangano e Dell’Utri

E’ strano che non si trovi più nessuno, ma nemmeno all’estrema sinistra, che ricordi questi fatti documentati. Ancora nel novembre del 1993 quando ormai per Forza Italia si tratta proprio di stabilire i colori delle coccarde e delle bandierine, c’erano i kit del candidato, stavano facendo i provini nel parco della villa di Arcore per vedere i candidati più telegenici; in quel periodo, a tre mesi dalle elezioni del marzo del 1994, Mangano incontra due volte Dell’Utri a Milano. E questa non è una diceria, c’è nelle agende della segretaria di Dell’Utri: Palazzo Cellini, sede di Publitalia, Milano 2, i magistrati arrivano e prendono le agende e nell’agenda del mese di novembre del 1993 si trovano due appuntamenti fra Dell’Utri e Mangano, il 2 novembre e il 30 novembre.
E Mangano chi era, in quel periodo? Non era più il giovane disinvolto del ’73-’74 quando fu ingaggiato e portato ad Arcore come stalliere: qui siamo vent’anni dopo.
Mangano era stato in galera undici anni a scontare una parte della pena complessiva di 13 anni che aveva subito al processo Spatola per mafia e al maxiprocesso per droga, due processi istruiti da Falcone e Borsellino insieme.
E’ stato definitivamente condannato per mafia e droga a 13 anni, ne aveva scontati 11, uscito dal carcere nel 1991 era diventato il capo reggente della famiglia mafiosa di Portanuova e grazie al suo silenzio in quella lunga carcerazione aveva fatto carriera e partecipato alle decisioni del vertice della mafia di fare le stragi.
E poche settimane dopo le ultime stragi di Milano e Roma, Dell’Utri incontra un soggetto del genere a Milano negli uffici dove sta lavorando alla nascita di Forza Italia.
Io non so se tutto questo sia penalmente rilevante, lo decideranno i magistrati: penso che sia politicamente e storicamente fondamentale saperlo, mentre si vede Gianfranco Fini che cita Paolo Borsellino al congresso che sta incoronando il responsabile di tutto questo, cioè Berlusconi.
Verrebbe da dire “pulisciti la bocca”.
Possibile che invece di abboccare a tutti i suoi doppi giochi, quelli del centrosinistra non – ma dico uno, non dico tutti, li conosciamo, fanno inciuci dalla mattina alla sera e sono pronti a ricominciare con la Costituente come se non gli fosse bastata la bicamerale – uno, di quelli anche più informati, che dica “ma come ti permetti di parlare di Borsellino? Leggiti quello che diceva, Borsellino, di questi signori in quella famosa intervista prima di morire”.
Leggiti quello che c’è scritto nella sentenza Dell’Utri e poi vergognati, perché quel partito lì non l’ha fondato lo spirito santo, l’hanno fondato Berlusconi, Dell’Utri, Craxi con l’aiuto di Mangano che faceva la spola fra Palermo e Milano, infatti le famiglie mafiose decidono di votare per Forza Italia e di abbandonare Sicilia Libera – che viene sciolta nell’acido probabilmente – quando Mangano arriva giù a portare le garanzie.
Bettino, Silvio e Marcello

Io concludo questo mio intervento, che racconta l’altra faccia della nascita e delle origini di Forza Italia e quindi della Seconda Repubblica, semplicemente leggendovi quello che hanno scritto e detto prima Ezio Cartotto, piccolo brano, e i giudici di Palermo.
Cartotto dice: “Craxi ci disse – in quella famosa riunione in cui si aprì la porta – che bisogna trovare un’etichetta, un nome nuovo, un simbolo, qualcosa che possa unire gli elettori moderati che un tempo votavano per il pentapartito. Con l’arma che hai tu, Silvio, in mano delle televisioni, attraverso le quali puoi fare una propaganda martellante”. Mh… “Ti basterà organizzare un’etichetta, un contenitore – una volta è Forza Italia, una volta la CdL, una volta il PdL -, hai uomini sul territorio in tutta Italia, puoi riuscire a recuperare quella parte di elettorato che è sconvolto, confuso ma anche deciso a non farsi governare dai comunisti e salvare il salvabile”.
Vedete che Berlusconi continua a ripetere le stesse cose che gli aveva detto Craxi, quindici anni dopo non ha ancora avuto un’idea originale.
Berlusconi invece era ancora disorientato, in quel momento, tant’è che dice: “mi ricordo che mi diceva: ‘sono esausto, mi avete fatto venire il mal di testa. Confalonieri e Letta mi dicono che è una pazzia entrare in politica e mi distruggeranno, che faranno di tutto, andranno a frugare tutte le carte e diranno che sono un mafioso”.
Questo diceva Berlusconi nella primavera del 1993. Domanda: ma come può venire in mente a un imprenditore della Brianza di pensare che se entra in politica gli diranno che è un mafioso? E’ mai venuto in mente a qualche imprenditore della Brianza che qualcuno potrà insinuare che è un mafioso? Ma uno potrà insinuare che è uno svizzero, piuttosto, ma che è un mafioso no! Cosa c’entra? Strano che lui avesse questa ossessione, no?
“Andranno a frugare le carte e diranno che sono un mafioso” già, perché evidentemente in certe carte si potrebbe anche trarre quella conclusione lì.
“Che cosa devo fare? A volte mi capita perfino di mettermi a piangere sotto la doccia”. Queste erano le condizioni psicologiche, umane del personaggio, disperato perché sapeva che Mani Pulite sarebbe arrivata a lui ben presto, e non solo mani pulite visto che temeva addirittura di finire dentro per mafia.
I giudici di Palermo, nella sentenza Dell’Utri, nove anni di reclusione e interdizione dai pubblici uffici in primo grado, scrivono: i rapporti tra Dell’Utri e Cosa Nostra “sopravvivono alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla vendetta di Cosa Nostra – i vecchi politici: Lima, Salvo… – e ciononostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso”.
Cioè Dell’Utri nonostante la gente cominci veramente ad appassionarsi all’antimafia dopo la morte di Falcone e Borsellino, rimane sempre lo stesso.
Esistono “prove certe della compromissione mafiosa dell’imputato Dell’Utri anche relativamente alla sua stagione politica – quella di cui abbiamo parlato -. Forza Italia nasce nel 1993 da un’idea di Dell’Utri il quale non ha potuto negare che ancora nel novembre del 1993 incontrava Mangano a Milano mentre era in corso l’organizzazione del partito Forza Italia e Cosa Nostra preparava il cambio di rotta verso la nascente forza politica”.
Dell’Utri incontrava Mangano nel 1993 e poi anche nel 1994 “promettendo alla mafia precisi vantaggi politici e la mafia si era vieppiù orientata a votare Forza Italia”.
Tutto questo è scritto in una sentenza di primo grado, che naturalmente aspetta conferme o smentite in appello e in Cassazione.
Però è strano che non si sia trovato nessuno che la citasse in questi giorni tra un retroscena e l’altro.
Io penso che sia fatta giustizia, spero che prima o poi, invece di usarlo soltanto per raccattare qualche voto sporco in campagna elettorale, tributino finalmente nel prossimo congresso i giusti onori anche al padre fondatore, anzi al padrino co-fondatore, Vittorio Mangano.
Passate parola.”

I padrini fondatori

I padrini fondatori.

Fortuna che ci ha pensato Al Tappone a colmare una delle tante amnesie dei suoi servi sparsi nei giornali, a proposito della storia di Forza Italia. Ricordando Craxi al congresso, il Cainano ha finalmente ammesso ciò che nessuno, nemmeno lui, aveva mai osato scrivere: e cioè che dietro la nascita di Forza Italia c’è la mano furtiva del noto corrotto latitante. L’avesse ammesso nel ’94, non avrebbe preso un voto.

Infatti allora lo negava: «È una falsità, una cosa senza senso dire che dietro il signor Berlusconi ci sia Craxi. Non devo nulla a Craxi e al cosiddetto Caf» (Mixer, 21 febbraio 1994). «Forza Italia e Craxi sono politicamente lontani anni luce» (Repubblica, 1 ottobre 1995). «Posso assicurare che politicamente non abbiamo nulla a che fare con Craxi, e siamo stati molto attenti anche nella formazione delle liste elettorali. Non rinnego l’amicizia con Craxi, ma è assolutamente escluso che Forza Italia possa avere avuto o avere alcun rapporto con Craxi» (2 ottobre 1995). Infatti, ancora cinque anni fa, Stefania Craxi dichiarava: «A Berlusconi non perdono di non essere mai stato a trovare mio padre neppure una volta» (Corriere della Sera, 2 agosto 2004). Ora, dopo l’elezione della signora alla Camera e le sue lacrime alla standing ovation congressuale, è tutto dimenticato. Nessuno invece ha voluto tributare i giusti onori ad altri due padri fondatori: Vittorio Mangano, prematuramente scomparso nel 2000, e Marcello Dell’Utri, inspiegabilmente emarginato al congresso. Eppure, come racconta il suo ex consulente Ezio Cartotto, fu proprio Marcello a inventare il partito azienda, e fin dall’estate ’92, dopo la strage di Capaci, gli commissionò in gran segreto «un’iniziativa politica della Fininvest» al posto del Caf agonizzante per Tangentopoli. L’anno dopo, quando tutto era ormai pronto, Vittorio Mangano – l’ex «stalliere di Arcore» da poco scarcerato dopo 11 anni di carcere per mafia e droga e promosso boss di Porta Nuova – fece la spola tra Palermo e Milano. Qui nella sede di Publitalia – come risulta dalle agende sequestrate alla segretaria di Dell’Utri – Marcello e Vittorio s’incontrarono il 2 e il 30 novembre ’93. Lo scrive il Tribunale di Palermo che nel 2004 ha condannato Dell’Utri a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell’Utri fu «disponibile verso l’organizzazione mafiosa nel campo della politica, in un periodo in cui Cosa Nostra aveva dimostrato la sua efferatezza criminale con stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato». Infatti Marcello incontrava Mangano mentre era «in corso l’organizzazione del partito Forza Italia e Cosa Nostra preparava il cambio di rotta verso la nascente forza politica»: prometteva «precisi vantaggi politici» e «aiuti concreti e importanti a Cosa Nostra in cambio del sostegno a Forza Italia». Standing ovation, please.

MARCO TRAVAGLIO

Rubrica Ora d’aria – L’Unità, 30 marzo 2009

Berlusconi, prodotto di Cefis e Gelli | Il blog di Daniele Martinelli

Berlusconi, prodotto di Cefis e Gelli | Il blog di Daniele Martinelli.

Forza Italia è la P2 evoluta. E’ il partito del golpe bianco che ha vinto il consenso politico dell’Italia grazie alla manipolazione e al controllo degli organi di informazione.
Forza Italia è il partito dopato dalle “bombe” che hanno eliminato anticorpi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Berlusconi ha eseguito il sogno di Eugenio Cefis, numero uno di Eni e Montedison degli anni ‘60 nell’era post Mattei, secondo il Sismi il fondatore della Loggia P2, il primo a capire che per godere incontrastati del consenso nazionale non era necessario spargere sangue come fece fare per il suo predecessore Enrico Mattei nel 1962. Non era necessario andare a segno col “Piano Solo” progettato dai Carabinieri nel 1964. Non era necessario attuare il “golpe borghese” come si tentò di fare con la regia di Licio Gelli nell’inverno del 1970.
Bastava, appunto, conquistare “democraticamente” il controllo dei giornali.

Eugenio Cefis non riuscì a mettere le mani sul Corriere della sera di Piero Ottone, il “sinistroide” che dava spazio in prima pagina agli editoriali del “frocio comunista” Pierpaolo Pasolini. Pestato a morte da un commando composto dai fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, fascisti militanti della sezione Msi del Tiburtino, come ha rivelato nel settembre scorso l’ex giovinetto marchettaro Pino Pelosi, l’unico ad aver pagato col carcere il violento omicidio di Pasolini, che con tutta probabilità, a 17 anni, magro e smilzo com’era, potrebbe non aver mai commesso. Pelosi sembra sia rimasto in galera dopo aver ceduto alle minacce che gli sarebbero state rivolte dai veri assassini del giornalista. I nomi dei fratelli Borsellino, Pelosi, li ha fatti soltanto ora che sono morti entrambi di aids, ma nel plotone di esecuzione potrebbe anche esserci stato Giuseppe Mastini, detto Jhonny lo Zingaro, (vivente) in una trappola premeditata. (Ansa)
Omicidio che risale al 1975, periodo in cui Pasolini stava completando “Petrolio” che faceva luce sul ruolo di Eugenio Cefis, personaggio chiave per capire a che punto era già arrivata la degenerazione della politica italiana. Periodo in cui il Corriere era già diretto dal piduista Franco Di Bella (tessera 1887) e che accettò passivamente il teorema della brutta storia tra froci.

Pasolini fu il primo a collegare l’attentato all’aereo di Enrico Mattei, alla strage di piazza Fontana, e ad altre stragi misteriose dell’Italia degli anni di piombo. Con la complicità silenziosa dei Giulio Andreotti e degli Amintore Fanfani, Pasolini era un personaggio scomodo come il giornalista Mauro De Mauro, rapito a Palermo 5 anni prima, nel 1970 e mai più ritrovato. Stava scrivendo i dettagli dei movimenti degli ultimi 2 giorni di vita siciliani di Enrico Mattei, da consegnare al regista Francesco Rosi, che stava preparando un film sulla vicenda. Enrico Mattei, decollato il 27 ottobre 1962 col suo aereo privato dall’aeroporto di Catania, morì assieme al suo pilota e a un giornalista americano nell’aereo che esplose in volo e andò a schiantarsi in fiamme sui prati di Bascapè, a pochi chilometri dalla pista di atterraggio di Linate.

Attentato dietro il quale si nasconderebbe Eugenio Cefis, ex compagno di partigianeria dello stesso Mattei che volle al suo fianco alla guida di Eni. Lo stesso Cefis che, da numero 2 di Eni, fu licenziato in tronco da Mattei 9 mesi prima del disastro, dopo averlo colto in flagrante a sbirciare documenti aziendali riservati nel suo ufficio.
Enrico Mattei era potente, era l’uomo del petrolio che stava indirizzando la politica del suo mercato col nord Africa e col Medioriente, in totale contrasto con l’alleata America tanto cara alla Democrazia cristiana. Che vedeva minacciato il suo dominio nell’Italia vaticana da un ricco industriale, poco docile ai ricatti e per nulla americanista.

Le inchieste sulla fine di Mattei sono finite tutte in nulla. Un rapporto della Guardia di Finanza citata dal pm di Pavia Vincenzo Calia, dice che una delle società accomodanti della Edilnord centri residenziali di Umberto Previti (papà del corruttore di giudici Cesare) già Edilnord Sas di Silvio Berlusconi & c. con sede a Lugano, si chiama Cefinvest.
Eugenio Cefis, intanto, ha guidato l’Eni prima, e la Montedison poi. L’azienda che ha cavalcato le mire federaliste della Lega Lombarda di Gianfranco Miglio, caro amico di Cefis.

Da Cefis a Gelli, fino al Berlusconi odierno: espressione liftata della degenerazione istituzionale e democratica che ha raggiunto l’Italia. Le decine di milardi in tangenti versate sui conti svizzeri di Bottino Craxi, di cui i figli deputati godono ancora oggi la rendita, sono servite a creare le televisioni del consenso Fininvest, assieme al controllo della Rai.
L’ultima nomina alla sua guida di Paolo Garimberti “gradita a Berlusconi” che non crea né scandalo né rivolte fra gli italiani, è la dimostrazione che il Piano di rinascita piduista è andato a segno senza divise e senza armi. Assieme alle bugie che testate allineate come “Il Giornale” e il Corriere stesso continuano a sfornare quotidianamente.
Ernesto Galli “della Loggia” oggi, in prima pagina, in merito al discorso di Berlusconi al suo congresso romano scrive che “Craxi, non a caso, è solo un amico personale del presidente del Consiglio che in pratica ha il solo merito di averlo anticipato nello sdoganamento della destra..” Galli della Loggia lo invito a un vaffanculo.

Intanto, alla luce di ciò che hanno scritto Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in “Profondo nero” edito da Chiarelettere, la criminologa Simona Ruffini e l’avvocato Stefano Maccioni hanno presentato al Procuratore della Repubblica di Roma, Giovanni Ferrara, una istanza per chiedere la riapertura delle indagini sulla morte di Pierpaolo Pasolini. Richiesta che giunge al termine di una loro inchiesta che combacia con le conclusioni del libro, in cui si ipotizza una connessione tra l’omicidio di Pasolini, Mauro De Mauro ed Enrico Mattei.
Gli accertamenti tecnici scientifici che si possono fare oggi, permetterebbero di far luce su tanti aspetti mai chiariti dell’omicidio di Pasolini. A cominciare dalle macchie di sangue (secche) rimaste sulla sua camicia, custodita ancora oggi al museo di criminologia di Firenze.

Non capisco cosa si sia atteso finora ma capisco che ora Berlusconi predica pieni poteri per arrivare al Quirinale. Non capisco che tipo di libertà e di liberalismo abbia raccontato da quel palco della fiera di Roma Silvio tessera Loggia P2 1816, ma capisco che il golpe bianco, per ora, è andato a segno ed è ormai rodato. L’Italia è tutta da rifare. Forza Italia!

Il socialismo berlusconiano

Da http://www.esmartstart.com/_framed/50g/berlusconi/inchiesta/cap3.2.htm:

Il socialismo berlusconiano

Le prime, pubbliche prese di posizione politiche di Berlusconi risalgono al luglio del 1977, quando dichiara: “Il Pci [deve starei all’opposizione. Per andare al governo non bastano solo le attestazioni di fede democratica. Oggi [la base del Pci] è ancora affascinata dal modello sovietico e sogna pane e cipolle per tutti… La vera alternativa è nella Dc, [ma] una Dc che si trasformi in modo da permettere al Psi di tornare al governo… La Dc sta cambiando, soprattutto in Lombardia e a Milano, dove un uomo di grande valore come Mazzotta ha conquistato la federazione Dc, coagulando la sinistra anticomunista della Base e di Forze nuove, la Coldiretti, Comunione e liberazione. Altre forze si ritrovano attorno a uomini come l’on. Usellini […], come Mario Segni, come il ministro Pandolfi”.
Il rampante imprenditore piduista manifesta dunque un orientamento politico in tutto identico agli assunti del “Piano di rinascita” della Loggia massonica di Gelli: avversa il partito di Berlinguer, che ritiene “un pericolo” per la democrazia, e si schiera apertamente con gli esponenti della destra democristiana; né manca di sottolineare – come stabilito nel “Piano” piduista – l’opportunità di “recuperare” al governo il riottoso Psi (l’anno prima, a metà luglio 1977, l’amico Bettino Craxi, al Comitato centrale del Psi, è stato eletto segretario del partito in sostituzione del “filocomunista” De Martino). Ma per Berlusconi la teorica posizione ideologica di centro-destra è già pragmatica adesione all’imminente epopea del socialismo craxiano – del resto, nel corso delle sue avventure edilizie, Berlusconi ha avuto modo di allacciare proficui rapporti con alcuni esponenti del Psi lombardo: il sindaco di Segrate Renato Turri, l’assessore regionale all’urbanistica Parigi, e soprattutto il “regista” del Piano intercomunale milanese, Silvano Larini, attraverso il quale è entrato in contatto con Craxi.

A cavallo tra il 1976 e il 1978, la triade Gelli-Berlusconi-Craxi muove la scalata al potere in modo connivente e contestuale. Il Venerabile maestro tesse nell’ombra la sua occulta tela corruttiva infiltrandola nel corpo della Repubblica. L”‘apprendista muratore” Silvio Berlusconi è posto a capo della Fininvest e si prepara a dare attuazione alla parte del “Piano” piduista relativa ai mass media. Nel luglio ’76, Bettino Craxi conquista a sorpresa la segreteria del Psi (il suo nome è esplicitamente indicato nel “Piano” della P2 quale possibile referente della Loggia gelliana): riesce a conquistare la leadership socialista grazie al determinante appoggio della corrente guidata dal demartiniano Enrico Manca (il cui nome risulterà negli elenchi piduisti).
All’interno della triade Gelli-Berlusconi-Craxi, le “sinergie” tanto care alla retorica imprenditoriale berlusconiana saranno innumerevoli, non solo nell’ambito della direttrice Gelli-Berlusconi e Craxi-Berlusconi ma anche a chiusura del “triangolo” politicomassonico-affaristico – sul versante Gelli-Craxi. Infatti, l’influenza della Loggia piduista sul Psi si rivelerà decisiva per la leadership craxiana, specialmente quale occulta regia dei massicci finanziamenti al partito da parte del banchiere piduista Roberto Calvi, e dei “conti cifrati” accesi in terra elvetica nell’ambito della corruttela che ha accompagnato e caratterizzato l’epopea craxiana (primo fra tutti il celeberrimo “Conto Protezione”). Non a caso, nel settembre 1979 Craxi propone la cosiddetta “Grande Riforma”, cioè la Repubblica presidenziale, radicale modifica costituzionale indicata nel “Piano di rinascita” piduista quale approdo finale. Non a caso, quando il bancarottiere piduista Roberto Calvi, in carcere, rivela di aver versato al Psi sul “Conto Protezione” 16 milioni di dollari, il 10 luglio 1981 parlando alla Camera l’ineffabile Craxi attacca la magistratura per l’arresto del banchiere piduista (“abusi compiuti in nome della legge”) e per lo scandalo suscitato dalla scoperta della Loggia P2 (“una campagna che ha cominciato a puzzare di maccartismo”).

Il sodalizio Berlusconi-Craxi – ferreo legame di interessi politico-affaristici tra il rampante imprenditore piduista e lo spregiudicato segretario del Psi – segnerà la ribalta del Potere per tutti gli anni Ottanta.
“I due si frequentavano da prima ancora che Craxi diventasse segretario del Psi… Si incontravano spessissimo, frequentando le rispettive abitazioni… C’è sempre stata tra loro grande familiarità e confidenza. Craxi ha permesso a Berlusconi l’apertura di molte porte. C’è stato ad esempio un periodo in cui l’imprenditore faticava ad assolvere ai suoi gravosi impegni finanziari: con l’appoggio del segretario socialista, ben introdotto nelle banche, tutto è diventato più facile”. A propiziare il loro incontro era stato, nei primi anni Settanta, il faccendiere del Psi Silvano Larini, il quale finirà in carcere nell’ambito dell’inchiesta “Mani pulite” in seguito al suo ruolo di collettore di tangenti in nome e per conto di Bettino Craxi.
La scalata di Craxi al potere, fino alla presidenza del Consiglio (agosto 1983), è parallela e connessa all’occupazione dell’etere pubblico da parte di Berlusconi. Il potere craxiano si sostenterà per anni, oltre che di corruzione e concussione, dei mezzi di comunicazione berlusconiani, e l’editore piduista si avvarrà per anni della sponda politica “socialista” e del sodalizio di potere con Craxi per muovere il suo attacco al monopolio Rai-Tv e al pluralismo della stampa, egemonizzando il nevralgico mercato pubblicitario.
Tra il 1983 e il 1986, il governo Craxi rifiuta di procedere al rinnovo del decaduto Consiglio di amministrazione della Rai (in pratica congelandone l’attività); e quando, nell’ottobre ’86, il nuovo Consiglio viene finalmente insediato, alla presidenza della Tv di Stato Craxi impone Enrico Manca, il cui nome risultava negli elenchi della Loggia P2, e la cui ambigua e accomodante strategia verso il “concorrente privato” Fininvest darà adito a ricorrenti polemiche. Risulta evidente il disegno craxiano (in sintonia col “Piano” piduista) di indebolire la Tv pubblica, favorendo il monopolio televisivo privato dell’amico-complice Berlusconi. “Al Psi riconosciamo di avere per primo manifestato una significativa apertura verso le Tv private”. dichiarerà cori gratitudine un esponente della Fininvest.
Quando, il 16 ottobre 1984, i pretori di Roma, Torino e Pescara dispongono l”‘oscuramento” dei tre illegali networks berlusconiani (Canale 5, Italia 1, Rete Quattro), il presidente del Consiglio Craxi nel volgere di sole 48 ore, quasi si trattasse di un “affare privato”, mette a punto il cosiddetto “decreto Berlusconi”, e il giorno 20 il governo vara il decreto-legge che rende “transitoriamente legali” i networks dell’editore piduista-craxiano, consentendone la ripresa delle trasmissioni, cioè a dire l’abusiva occupazione di fatto dell’etere pubblico. E quando, il successivo 28 novembre, il “decreto Berlusconi” viene giudicato incostituzionale e respinto dalla Camera, il governo Craxi con un colpo di mano lo reitera (6 dicembre> attraverso un secondo, analogo decreto (il “decreto Berlusconi-bis” verrà poi approvato dai due rami del Parlamento, evitando così la crisi di governo minacciata da Craxi).

Nel corso degli anni Ottanta, e fino al 1992, a ogni tornata elettorale gli spot pubblicitari di Craxi e del Partito socialista dilagano sui networks dell’amico Berlusconi: “Una delle più struggenti testimonianze della devozione di Silvio Berlusconi per Bettino Craxi èla comparsata che l’uomo di Arcore fece nella primavera del 1992 in un chilometrico spot confezionato dalla regista Sally Hunter per la campagna elettorale del leader socialista. Il Berlusca si fece intervistare insieme con una scelta pattuglia di fedelissimi: i parenti stretti (il padre Vittorio Craxi e la figlia Stefania), il pittore Antonio Recalcati, l’ex casco d’oro Caterina Caselli, l’allora sindaco di Milano Giampiero Borghini, l’allenatore di basket Sandro Gamba. Berlusconi, immortalato vicino a un pianoforte, parlò per 33 secondi, con espressione estatica, del governo Craxi (1983-1987). Disse: “Ma c’è un altro aspetto che mi sembra importante, ed è quello della grande credibilità politica di quel governo. La grande credibilità politica sul piano internazionale, che è – per chi da imprenditore opera sui mercati – qualcosa che è necessario per poter svolgere un’azione positiva in ambienti anche politici sempre molto difficili per noi italiani, e qualche volta addirittura ostili”. In più occasioni, da presidente del Consiglio, Craxi affida le sue esternazioni a Canale 5, ignorando la Tv di Stato.
Il sodalizio politico-affaristico tra il segretario del Psi e l’editore piduista, così plateale da evocare certe realtà proprie dei regimi totalitari sudamericani, si estende anche alla stampa. Con l’acquisizione del “Giornale nuovo” da parte di Berlusconi, il quotidiano di Montanelli diviene filo-craxiano. Ma le mire del Psi sono rivolte al prestigioso “Corriere della Sera”, devastato dall’infiltrazione della Loggia P2 e alla ricerca di un nuovo assetto proprietario. Nell’autunno del 1983 si forma una “cordata” di imprenditori interessati a rilevare la proprietà del “Corriere della Sera”: ne fanno parte il costruttore Giuseppe Cabassi (filosocialista), Silvio Berlusconi (“Berlusconi riscuote la fiducia del Psi in vista di un nuovo assetto proprietario del “Corsera””, e l’industriale catanese Mario Rendo, il quale è socio di Berlusconi nella Società tipografica siciliana spa (un miliardo di capitale, la società ha quale principale attività la stampa in facsimile dei quotidiani “Il Giornale nuovo”, “Corriere della Sera”, “La Stampa” e “La Gazzetta dello Sport”).
La stessa scalata di Berlusconi alla Mondadori (1989-90) nel tentativo di costituire un monopolio multimediale della comunicazione, acquisendo inoltre il controllo del più diffuso quotidiano italiano, “la Repubblica”, inviso al potere craxiano, sarà un’operazione tentata (e parzialmente conseguita) con la benedizione di Bettino Craxi, nuova tappa verso la piena attuazione del “Piano” piduista volto al totale controllo dei mass media.
All’inizio degli anni Novanta, con la caduta di Craxi sotto una grandine di “avvisi di garanzia” da parte della magistratura si ha la fine del sodalizio di potere Craxi-Berlusconi L’inchiesta giudiziaria detta “Mani pulite” rivela l’immane sottobosco di corruttele-concussioni-tangenti di cui si è nutrita l’era craxiana e solo l’immunità parlamentare salva l’ormai cx segretario del Psi dalle patrie galere.
Nell’autunno del 1993, allorquando la Camera respinge una delle innumerevoli richieste di “autorizzazione a procedere” avanzate dalla magistratura a carico di un Craxi gravemente e documentatamente indiziato di corruzioni, concussioni, e di violazioni della legge sul finanziamento ai partiti, l’amico Berlusconi gli esprime pubblicamente la propria solidale soddisfazione: un toccante gesto amicale, o piuttosto una prudenziale rassicurazione rivolta all’ex potente, detentore di molti dei segreti di Sua Emittenza?

Il problema in Italia non sono le intercettazioni illegali. Ma quelle legali…

Da http://bananabis.splinder.com/post/19756318/EPPURE:

Zorro di Marco Travaglio, l’Unità del 27/01/2009
Andreotti tiene un archivio segreto, e fa sapere che «qualche mistero me lo porterò nella tomba». Eppure viene celebrato da tutti i politici, o forse proprio per questo. Cossiga ogni tanto tira fuori una rivelazione o un’allusione sulla strategia della tensione anni 70-80, lasciando intendere di sapere molto di più. Eppure nessuno gliene chiede mai conto, o forse proprio per questo. Craxi, da Hammamet, distillava fax per fulminare questo o quel politico ostile («potrei ricordarmi qualcosa di lui») e conservava dossier, «poker d’assi» e intercettazioni su colleghi e magistrati. Eppure la Casta lo beatifica ogni giorno, o forse proprio per questo. Tre anni fa, in un ufficio di via Nazionale a Roma, fu rinvenuto l’archivio segreto di Pio Pompa, braccio destro del capo del Sismi Niccolò Pollari, con migliaia di dossier su cronisti, pm e politici sgraditi a Berlusconi, da «neutralizzare e disarticolare anche con azioni traumatiche». Pompa e Pollari sono imputati per quell’archivio illegale, eppure i governi di destra e sinistra li coprono, o forse proprio per questo. All’ombra della Telecom di Tronchetti Provera, il capo della security Giuliano Tavaroli è imputato per aver accumulato migliaia di dossier su giornalisti, politici, imprenditori spiati illegalmente. Eppure nessuno ne parla, o forse proprio per questo. Gioacchino Genchi lavora su intercettazioni e tabulati legalmente acquisiti da giudici in indagini su gravi reati. Eppure dicono che il delinquente è lui, o forse proprio per questo. Il problema in Italia non sono le intercettazioni illegali. Ma quelle legali.