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Paolo Franceschetti: I Black Block al G8 di Genova. Chi erano e cosa volevano realmente.

Fonte: Paolo Franceschetti: I Black Block al G8 di Genova. Chi erano e cosa volevano realmente..

di Paolo Franceschetti

E’ dai tempi del G8 che mi domando chi erano questi misteriosi “Black Block” detti anche tute nere, che hanno messo a ferro e fuoco la città di Genova.

Ma, andando a caccia di notizie, non ho mai trovato teorie o articoli di un certo rilievo su questo gruppo.

Quello che si trova è questo:
http://it.wikipedia.org/wiki/Black_bloc

oppure
http://www.storiaxxisecolo.it/g8/G8black.htm

Le domande che si fanno tutti sono due.

1) Come mai hanno spaccato, distrutto, danneggiato, incendiato, e la polizia non ne ha arrestato neanche uno?

2) Perché la polizia ha caricato pacifici manifestanti ma non ha mosso un dito contro i Black Block?

Infine, la domanda più importante: chi sono realmente i Black Block?

Mettiamo in ordine alcuni fatti con le spiegazioni che ci hanno dato sempre finora.

– Raccontano molte testimonianze che la polizia non ha fatto nulla contro i Black Block, e li ha lasciati indisturbati a danneggiare e incendiare; in compenso, dopo pochi minuti, lo stesso gruppo di poliziotti caricherà inermi manifestanti dell’Azione Cattolica. “Errore”, diranno le spiegazioni ufficiali; “disorganizzazione”, diranno altri; “impreparazione” delle nostre forze dell’ordine, diranno altri ancora.

– In alcune scene si vedono gruppi di poliziotti che arretrano di fronte ad un solo Black Block. La spiegazione ufficiale è che non volevano caricarlo, per non fargli del male.

– Alcune foto ritraggono i Black Block che si vestono e si armano di fronte alla polizia che rimane ferma, immobile. La spiegazione ufficiale: forse perché ancora non hanno commesso alcun reato; quindi i poliziotti vigilano e cercano di non creare per primi il pretesto ad una scena di violenza.

– Altre foto che sono circolate i giorni dopo il G8 riprendono i Black Block che passano di fronte ad una caserma e fanno il saluto militare. Per sfottere i militari, disse qualcuno. Sì, per sfotterli, perché loro sono anarchici e contro il sistema.

– Alcuni testimoni raccontano di aver visto molti black block parlare con la polizia come se niente fosse, come vecchi amici. Segno di apertura mentale da ambo le parti, ha commentato qualcuno.

– Altre testimonianze parlano di un gruppo di qualche centinaio di Black Block che nei tre giorni precedenti si esercitava a soli 400 metri da una caserma di polizia… (v. il link che postiamo sotto). Mica è proibito esercitarsi fisicamente, commenta qualcuno… che cosa c’è di strano?

– Alcune foto e il filmato che alleghiamo fanno vedere i Black Block che assaltano un carcere; la polizia non solo non li ferma, ma scappa addirittura via (mentre la procedura prevede che perlomeno avrebbero dovuto chiamare rinforzi). Perché? Qui la spiegazione ufficiale non dice nulla. L’episodio è rimasto inspiegato e inspiegabile.

Ci sono poi altre domande da farsi. Questi gruppi sono arrivati a Genova superando i controlli della polizia di frontiera, armati fino ai denti, in furgoni e altri mezzi che non passavano certo inosservati. Possibile che nessuno li abbia mai fermati?

Sorge spontanea un’altra domanda; se i Black Block sono contro il sistema, perché hanno distrutto vetrine, auto, incendiato, ecc. danneggiando così semplici cittadini che di questo sistema sono vittime? Dietro ad una vetrina di un negozio spesso non c’è il grasso banchiere affamatore di popolo, ma la famiglia che tira a campare con quel poco che il fisco non le ruba. Dietro alla Uno e alla Ritmo sfondate a martellate e date alle fiamme non ci sono certo ricchi sceicchi arabi e proprietari delle multinazionali (cioè i soggetti contro cui è diretta la campagna no global) ma gente semplice, che paga con fatica le 200 euro al mese di rata e a cui l’auto serve magari per andare a lavorare.

In realtà io credo che la spiegazione sia una sola.
Dopo anni che ho studiato i libri sui servizi segreti di De Lutiis e Giannuli, che ho letto testimonianze giudiziarie e non sui metodi di infiltrazione dei servizi, mi sono convinto di una cosa.

I Black Block altro non sono che agenti dei servizi segreti, che avevano il compito di creare il caos al G8.

Non sono stati fermati perché la polizia aveva l’ordine di non fermarli.

Non li hanno mai caricati perché la polizia aveva l’ordine di non caricarli.

Si sono armati davanti ai poliziotti perché le forze dell’ordine stavano proteggendo la loro “vestizione”.

Si sono addestrati a 400 metri da una caserma perché erano militari.

Parlavano tranquillamente con la polizia perché erano dei loro.

Fanno il saluto romano davanti ad una caserma perché sono soldati, quindi abituati normalmente a fare il saluto militare.

La loro tecnica è quella tipica dei servizi; quella usata in tutti i movimenti e le forze politiche: si infiltra un movimento, per piegarlo a fini che il sistema approva.

D’altronde questo spiega anche un altro fenomeno curioso; osservando questi Black Block li si vede in forma, muscolosi e atletici; non esiste una foto di un black block un po’ rachitico, gobbo, basso, ecc… (osservate la foto all’inizio dell’articolo).

Questo perché sono militari, e scelti con delle caratteristiche fisiche ben precise.

D’altronde, ad avvalorare questa tesi, c’è anche un’altra considerazione. Nei comunicati ufficiali dei Block Block si inneggia platealmente e in modo trasparente alla commissione di reati.
Nei loro comunicati ufficiali essi dicono espressamente che il loro scopo è distruggere la proprietà privata.
Ora, nel nostro ordinamento questo è un reato, e ne conseguirebbe automaticamente che tali persone dovrebbero essere individuate e processate per associazione a delinquere (articolo 416 c.p.).
Né, dati i mezzi di cui oggi sono dotati i nostri servizi segreti e le nostre forze dell’ordine, dovrebbe essere troppo difficile individuare questi gruppi e smantellarli in quattro e quattro otto.

Viene spontanea allora la domanda: perché non li si persegue penalmente, anche al di là, e per fatti diversi, rispetto a quelli del G8?

A questo punto è facile trovare la risposta.
Ma a questo punto è altrettanto facile capire anche il loro fine, quando si ha chiaro il modus operandi tipico dei servizi segreti.

Scopo dei Black Block era quello di creare il caos a Genova, per gettare il discredito su chiunque manifestasse contro la globalizzazione.

Nell’immaginario collettivo, infatti, dopo il G8, è rimasta la seguente equazione: No Global = delinquente che incendia, crea caos, distrugge.

La maggioranza dei manifestanti era gente pacifica; era presente all’evento l’Azione Cattolica, l’Arci, movimenti pacifisti, buddisti, cattolici, atei, cittadini che si erano riuniti spontaneamente.

Nella mente della casalinga disinformata, o dell’operaio pantofolaio che vive di luoghi comuni, oggi No Global = delinquente.

Operazione riuscita quindi.

Si crea un problema falso, perché creato dalla élite al potere (il caos del G8), e si allontana in questo modo la gente dal vero problema: cioè che la globalizzazione sta uccidendo le nostre colture, sta affamando le popolazioni del terzo mondo, sta distruggendo la nostra agricoltura lasciandola in mano alle multinazionali.

Perché oggi, chiunque è contro la globalizzazione, è visto con sospetto; è visto come un violento, un agitatore, un debosciato.
Mentre la verità è che chi è contro la globalizzazione è, più semplicemente, a favore dei nostri allevatori, coltivatori, produttori e commercianti; è a favore delle popolazioni del terzo mondo.

Sul G8, in particolare sui Black Block, vedi le testimonianze a questo link:
http://www.ciari.net/g8.htm

http://www.storiaxxisecolo.it/g8/G8black4.htm

ComeDonChisciotte – UN MESSAGGIO DALL’ ARGENTINA: IL NOSTRO SOSTEGNO AL POPOLO GRECO !

Fonte: ComeDonChisciotte – UN MESSAGGIO DALL’ ARGENTINA: IL NOSTRO SOSTEGNO AL POPOLO GRECO !.

DI ADRIAN SALBUCHI
voltairenet.org

Ci sono analogie sconcertanti tra il decennio catastrofico dell’Argentina (1991-2001), che ha portato ad un massiccio default, e le recenti ed incombenti difficoltà della Grecia. In tutti e due i casi, la colpa è delle organizzazioni di credito internazionali ed entrambi i paesi sono stati afflitti da rivolte e proteste diffuse contro le misure di austerità imposte dal FMI. L’economista argentino Adrian Salbuchi offre una vigorosa analisi di questa crisi “artificiosa” che non conosce frontiere.

Nel momento in cui gli argentini, oggi, guardano il telegiornale e vedono le cose terribili che accadono in Grecia, non possono che dire “Hey, è IDENTICO all’Argentina nel dicembre 2001 e l’inizio del 2002…!”. All’epoca, l’Argentina subì il suo peggiore collasso a livello monetario, del sistema bancario e del debito pubblico, che portò a tumulti, violenza folle, proteste e guerra sociale. L’agitazione fu così dannosa da costringere alle dimissioni il Presidente Fernando de la Rua, soprattutto a causa del suo famigerato Ministro dell’Economia pro-cartelli bancari, Domingo Cavallo, generando un vuoto politico che portò l’Argentina ad avere cinque (ben cinque!!) presidenti in quell’ultima terribile settimana di dicembre 2001.

La scintilla del caos sociale in Argentina fu il tentativo del Presidente de la Rua di attuare le misure di austerità, evidentemente ingiuste, imposte dal FMI che richiedeva, come al solito, il massimo sacrificio da parte della popolazione – più tasse, meno spese sociali, “budgets bilanciati”, nessuna spesa in disavanzo, ed altre misure anti-sociali – che causarono un crollo del PIL argentino di quasi il 40%.

Metà della popolazione precipitò al di sotto della soglia di povertà (molti non fecero mai ritorno alla tradizionale classe media argentina), alle banche private fu concesso di trattenere legalmente i risparmi della gente, i depositi in dollari USA furono cambiati in pesos in modo del tutto arbitrario a qualsiasi tasso di cambio deciso dalle banche o dal governo (il dollaro fu svalutato del 300%, da un peso al dollaro a 4 pesos al dollaro nel giro di poche settimane) eppure… nemmeno una banca è crollata! Infatti, da allora sono tutte di nuovo “in affari come sempre”, mentre i poveri e gli impoveriti sono completamente esclusi dal campo.

In Argentina, nel corso di 25 anni di governi provvisori, il Cartello Bancario Internazionale guidato dal FMI ha generato un Debito Pubblico fondamentalmente illegale – o al massimo, illegittimo – che è cresciuto in maniera enorme, finendo per far collassare l’intero sistema economico-finanziario. Non fu una coincidenza. Faceva parte di un modello altamente complesso, architettato al fine di controllare interi paesi, tramite un ciclo a fasi sequenziali e stadi ben identificabili con un solo scopo principale: quando l’economia viene alimentata al fine di attuare una “modalità di crescita” artificiale, l’insieme di tutti i profitti viene privatizzata nelle mani dei suoi “amici”, managers e operatori. Tuttavia, quando l’intero schema – come ogni schema Ponzi truffaldino – raggiunge il suo culmine ed il collasso totale è a portata di mano, allora invertono il processo e socializzano tutte le perdite.

Questo è quanto ha fatto Mr. Cavallo – un protetto di Rockefeller – garantendo che il popolo argentino avrebbe sostenuto le perdite, mentre i banksters [contrazione di banker e gangster, ndt] internazionali riscuotevano tutti i profitti. I media mainstream – locali e globali – ringraziarono; il New York Times arrivò addirittura a suggerire che l’intera Patagonia (vale a dire le 5 province meridionali dell’Argentina, che ricoprono il 35% del suo territorio e godono di un incommensurabile benessere in termini di energia, miniere, risorse idriche ed alimentari) doveva staccarsi dal resto del paese per poter “risolvere i suoi guai col debito estero”…

Ora, questa era l’Argentina del 2001/2002; ma non è anche il caso dell’americano odierno che pagando le tasse soccorre Goldman Sachs, CitiCorp, e GM mentre perde la sua casa, la sua pensione, il suo lavoro? Non è ciò che sta accadendo alla Grecia oggi? E l’Islanda? Il Regno Unito? L’Irlanda? E – prima o poi – Spagna? Portogallo? Italia?…

In Argentina, la nostra gente si è ormai abituata ad essere sempre più povera, cosicchè quando si è tornati alla “normalità”, Goldman Sachs e CitiCorp controllavano i media locali in modo da garantire il potere ad un nuovo regime-burattino sottomesso ad interessi di lucro: vale a dire, il team marito-moglie filo-mafia bancaria di Nestor e Cristina Kirchner… E la giostra continua a girare, mentre il popolo argentino continua a pagare…

Oggi, guardiamo la Grecia e vediamo gli stessi segnali spia: il FMI che impone rigide misure di austerità come condizione delle banche per ottenere più prestiti (come se un paese che collassa sotto il peso del debito potesse superarlo indebitandosi ancor di più!!), i media di regime che parlano con enfasi del bisogno della “Grecia di comportarsi in maniera corretta e responsabile” (come se la FED [Banca Centrale Americana, ndt], la banca di Inghilterra, Goldman Sachs, Bankfein, Greenberg fossero esempi di affidabilità e responsabilità), i governi locali provvisori che fanno tutto ciò che gli è possibile nell’interesse delle banche (George Papandreou è un habitué degli incontri del Gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, come lo era Fernando de la Rua, membro fondatore del capitolo locale del CARI, Consiglio Argentino per le Relazioni Internazionali), le grandi banche come Goldman Sachs che provano a recuperare ciò che gli è dovuto nel mezzo dei disagi e delle rivolte; tutto questo ha per sfondo cittadini disperati che scendono in strada per esprimere ciò che è chiaro a tutti: i banchieri internazionali ed i governi provvisori locali costituiscono una complessa associazione di ladri e rapinatori.

Poi accade l’inevitabile: il governo manda la polizia in strada per proteggere i bancari, se stesso e gli interessi dell’élite del potere del Nuovo Ordine Mondiale.. Poi la violenza dilaga, la gente resta ferita o uccisa.. la povera (polizia) combatte contro la povera (gente), mentre i ricchi al sicuro osservano da lontano sogghignando..

Non fate errori: questo è un modello mondiale.

Non fate errori: non c’è NESSUNA democrazia, neanche ad Atene, la sua terra madre..

Quello che noi subiamo in tutto il mondo – che sia in Grecia, Argentina, Brasile, Indonesia, Spagna, Islanda, Stati Uniti o Inghilterra – è un sistema meccanico di conteggio dei voti, che dipende completamente da enormi quantità di denaro, necessarie a finanziare costose campagne politiche, comprare la copertura di radio, tv e stampa, pagare rozze strutture di partiti politici, giornalisti, analisti, ed ovviamente anche i ben commercializzati candidati stessi: una vasta schiera di fantocci decrepiti, di cui leggiamo ogni giorno sui giornali: Bush, Blair, Papandreou, Obama, Clinton, Menem, Kirchner, Lula, Uribe. Sarkozy, Rodriguez Zapatero, Merkel…

Ciò che abbiamo è una “democrazia” completamente assoggettata al denaro, anche se dobbiamo ancora capire che il denaro NON è democratico (e neanche dovrebbe). Il denaro è controllato dalla mega-struttura bancaria che usa il FMI, la Banca Mondiale, la FED, la BRI, la BCE come sue entità di regolazione globale, e paga al fine di gestire l’intero “show democratico”. Quindi, alla fine abbiamo “la miglior democrazia che il denaro possa comprare”.. che non è affatto una democrazia..

Perciò, chi è il prossimo? Spagna? Italia? Portogallo? Il Sistema Monetario Europeo andrà in pezzi? Un bail-out di 750 miliardi di Euro farà precipitare in picchiata la neonata (ancora in fasce) valuta? Il Meccanismo Monetario Europeo crollerà? La Germania sarà il primo stato a riconvertire le riserve auree nei vecchi marchi tedeschi?

L’Euro in collasso e il dollaro teoricamente super-inflazionato (shhh! non ditelo ad alta voce!!) prepareranno la strada per una nuova valuta mondiale, essenzialmente privata, che verrà gestita a livello globale dai cartelli monetari privati delle varie Goldman Sachs, HSBC, CitCorp, Deutsche Bank di questo mondo?

Restate sintonizzati.. C’è ancora tanto, tantissimo da vedere..

Adrian Salbuchi
Fonte: www.voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/article165415.html
14.05.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

G8 Genova, Diaz: condannati i vertici della Polizia di Stato

Fonte: G8 Genova, Diaz: condannati i vertici della Polizia di Stato.

Tutti i vertici che erano stati assolti hanno subito condanne comprese tra 3 anni e 8 mesi e 4 anni.

Ribaltate le sentenze di primo grado per i poliziotti responsabili dell’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. I giudici della Terza sezione della Corte d’Appello hanno condannato tutti i vertici della polizia, assolti in primo grado, a pene tra 3 anni e 8 mesi e i 4 anni, unitamente all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Nel complesso le pene superano gli 85 anni. In totale sono stati condannati 25 imputati sui 27. Tra i giudicati colpevoli anche Francesco Gratteri e Giovanni Luperi: 4 anni di reclusione e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici.

LA REQUISITORIA – Nella requisitoria finale il procuratore generale Pio Machiavello aveva chiesto per i ventisette imputati oltre centodieci anni di carcere. Il magistrato aveva usato parole molto dure: «Non si possono dimenticare – aveva detto – le terribili ferite inferte a persone inermi, la premeditazione, i volti coperti, la falsificazione del verbale di arresto dei 93 no-global, le bugie sulla loro presunta resistenza. Nè si può dimenticare la sistematica e indiscriminata aggressione e l’attribuzione a tutti gli arrestati delle due molotov portate nella Diaz dagli stessi poliziotti». Il procuratore generale nel chiedere la condanna per lesioni gravi e falso ideologico aveva anche escluso la concessione delle attenuanti generiche.

In sostanza la Procura generale aveva riproposto la ricostruzione dell’irruzione nella scuola Diaz fatta dai pm del processo di primo grado, Zucca e Cardona Albini, rilevando anche con maggior forza le responsabilità degli alti gradi presenti quella notte. In primo grado di giudizio tutti i vertici, Francesco Gratteri, Giovanni Luperi e Gilberto Caldarozzi, erano stati assolti, così come il capo della Digos di Genova Spartaco Mortola, mentre il capo del settimo reparto della Mobile Vincenzo Canterini era stato condannato a quattro anni di reclusione, il suo vice Michelangeelo Fournier (che usò l’espressione «macelleria messicana» per descrivere la violenza dell’irruzione) a due anni, gli otto uomini del reparto erano stati condannati a pene diverse.

PRIMO GRADO – In tutto, in primo grado, il Tribunale aveva emesso tredici condanne e sedici assoluzioni per non aver commesso il fatto. In particolare era stato assolto Massimo Nucera protagonista di uno degli episodi più discussi durante il processo, ovvero il colpo di coltello al torace che Nucera sostenne di aver ricevuto da un non identificato no-global. L’agente era accusato di falso e di calunnia, i pm ritenevano infatti che il taglio sul giubbotto del poliziotto fosse stato fatto ad arte in un secondo momento.

Erano stati invece condannati il vicecommissario Troiani e l’agente Michele Burgio che avevano portato materialmente dentro la scuola dove dormivano i no-global le due bottiglie molotov servite poi per incriminare i manifestanti. La sentenza che assolveva i vertici e condannava i medi e bassi gradi della polizia era stata accolta dal grido di «vergogna», molti dei ragazzi picchiati a sangue quella notte erano presenti in aula. «Non c’erano le prove del coinvolgimento degli alti gradi” aveva commentato il presidente Gabrio Baroni “e la giustizia richiede prove».

corriere

Berlusconi, la mafia e il punto di non ritorno – Pino Corrias – Voglio Scendere

Fonte: Berlusconi, la mafia e il punto di non ritorno – Pino Corrias – Voglio Scendere.

da Vanity Fair, 21 aprile 2010

Per la seconda volta in cinque mesi Silvio Berlusconi se l’è presa con chi scrive di mafia, come Roberto Saviano, e contro chi la racconta in forma narrativa, come La Piovra. Ha aggiunto che la nostra mafia è sei volte più celebre di quanto in realtà conti nel mondo. E ha concluso che tutta questa celebrità (non la sua sostanza) nuoccia assai all’Italia.

Peccato che anche questa volta nessun giornalista si sia alzato per chiedergli se della questione mafia ne avesse mai parlato con il suo braccio destro Marcello Dell’Utri, che di mafia dovrebbe intendersene, visto che in primo grado, a Palermo, è stato condannato a nove anni per “concorso esterno”. E che al processo di Appello ancora in corso il pm abbia appena chiesto una condanna ancora maggiore, undici anni di carcere. Peccato che anche questa volta nessuno gli abbia chiesto come mai lui consideri un oltraggio all’Italia chi parla e chi scrive di mafia in nome delle vittime della mafia, cioè in nome nostro, e invece trovi del tutto innocuo chi è accusato di favorirla, la mafia, e sia meritevole di essere eletto in Parlamento per sedersi tra i rappresentanti delle vittime della mafia, cioè del popolo italiano.

Dove trovi il coraggio di fare simili dichiarazioni è presto detto. Per metà lo trova nella feroce inimicizia che ormai coltiva contro i magistrati e contro la legalità in genere. Spingendosi a dire cose che qualunque altro leader occidentale pagherebbe con le dimissioni immediate. Ma è l’impunità a nutrire l’altra metà del suo coraggio. Il nostro intero torto – che stiamo pagando fino al punto di non ritorno – è consentirglielo.

ComeDonChisciotte – GUADALAJARA

Firmiamo tutti l’appello a favore di Emergency!

Fonte: ComeDonChisciotte – GUADALAJARA.

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com

Mai ci saremmo attesi una notizia di questo genere: tre operatori umanitari italiani, arrestati dalle forze armate afgane con la collaborazione della forza ISAF, della quale fanno parte anche militari italiani!
La notizia, in sé, si smonta come un gelato sull’asfalto d’Agosto: come molti avranno notato, all’ingresso degli ospedali di Emergency c’è sempre la scritta: “No weapons”.
Significa, semplicemente, che chiunque chieda aiuto per essere curato negli ospedali di Emergency deve depositare le armi prima d’entrare. Non è difficile immaginare che, una stanza vicina all’ingresso della struttura ospedaliera, sia adibita proprio a “deposito” per chi porta con sé delle armi: dunque, l’accusa d’aver trovato armi, è un segreto di Pulcinella.
Chi conosce l’Afghanistan sa benissimo che – anche prima delle varie guerre che hanno insanguinato il Paese negli ultimi decenni – era abitudine degli afgani girare armati.

Oggi, quell’avvertenza significa semplicemente che, negli ospedali di Emergency, tutti vengono curati senza guardare da quale parte combattano: lo ha spiegato più volte – a chiare lettere – lo stesso Gino Strada.
Ma, al ministro (minuscolo) Frattini, non sta bene che ci siano italiani che curano i taliban, ossia chi combatte nel proprio Paese (è bene ricordarlo) contro truppe occupanti: che, poi, queste truppe siano “portatrici di libertà”, è una liberissima opinione del ministro Frattini. Non appoggiata né condivisa da milioni d’italiani, i quali si chiedono perché, un Paese che non riesce nemmeno a fornire un dignitoso assegno di disoccupazione per chi perde il lavoro, debba spendere due milioni di euro il giorno per quella che appare sempre di più un’operazione coloniale.
Inoltre, è comune opinione della comunità internazionale – e, scusate se è poco, della Convenzione di Ginevra – che tutti gli attori di una, ahimé, tristissima guerra abbiano il diritto di ricevere cure se feriti. Oppure, il ministro Frattini preferisce che “non siano fatti prigionieri”?

La colpa di Emergency, non giriamoci attorno, è solo quella d’esistere: sconvolgente la dichiarazione di Frattini, nella quale precisa che Emergency è una “struttura non legata alla cooperazione”[1] . Quali sono le “strutture cooperanti”, solo quelle legate al carro di Bertolaso, le quali hanno la loro bella corte di magnaccia e puttane?
La verità è che stanno preparando una bella offensiva per “ripulire” – bello il gergo militare, vero? – la provincia di Helmand, e lo faranno con il solito andirivieni di cacciabombardieri che sganceranno bombe al napalm, al fosforo, a frammentazione…sulla testa della gente. Quando tutti – vecchi, donne e bambini compresi – saranno diventati cadaveri, diverranno tutti “Talebani” e saranno diligentemente conteggiati nei database della forza ISAF.
E’ grazie a questa strategia che la forza ISAF è riuscita a consegnare ai Taliban il 97% del territorio afgano: facendoli, semplicemente, incazzare come delle iene. V’invito a leggere la precisa documentazione sul sito di Barbara/Cloro: il collegamento è in nota[2] .
Nel palinsesto del “reality” afgano, il nemico deve sempre avere le parvenze di un brutale mujaiddin pronto a colpirvi ovunque, fin nella vostra casetta in Brianza. Dovete percepirlo come un nemico, un brutale assassino, un demonio che vi costa due milioni il giorno tener distante.
Perché il giochetto riesca, però, bisogna che nessuno vada a filmare e fotografare case in rovina, povere braccia di bambini che emergono dalle macerie, corpi dilaniati, carne macinata sulle polverose vie afgane: il sogno/inganno deve essere totale, come da anni tutto ciò che viene raccontato in Italia è.

Invece, quelli di Emergency – al quale sono orgoglioso d’affidare il mio 5 per mille, signor Frattini – non si limitano a curare le ferite della guerra ma pretendono di fare di più: di mostrare chi quelle ferite le procura. Se riportassimo a casa i nostri soldati – così non arriverebbero più bare a Ciampino – cosa ci perderemmo? Forse il bracciale dello schiavo, asservito al marcescente impero americano?
Questo è il dilemma che Emergency portava e porta non nelle nostre case – siete bravi a controllare con i vostri servi tutte le emittenti televisive – bensì su Internet, unico luogo che ancora può fregiarsi dell’emblema della libertà.
Noi, milioni di italiani, siamo orgogliosi e riconoscenti ad Emergency, ci affratelliamo a chi cerca di lenire le sofferenze della guerra e, allo stesso tempo, cerca di combatterne la cause e di mostrarne gli effetti.
Lo fa con armi semplici: medicinali, bisturi e telecamere. Queste ultime sono quelle che v’infastidiscono.

Perciò, ministro Frattini, scelga la parte dalla quale stare – come a Guadalajara, tanto tempo fa, italiani contro italiani – perché noi ci saremo ancora, ma questa volta con le nostre armi senza colpi, senza violenza, senza napalm né cacciabombardieri ma indistruttibili, perché portatrici del siero della verità. E s’informi su chi vinse quella battaglia.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/04/guadalajara.html
12.03.2010

[1] Vedi: http://www.liquida.it/notizie/2010/04/10/8883360/helmand-emergency-gino-strada/
[2] Vedi: http://www.cloroalclero.com/?p=3921

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte

CHI ARRESTA EMERGENCY ?

DI GIULIETTO CHIESA
megachipdue.info

In una farsa senza capo né coda i servizi segreti afghani hanno arrestato ieri tre medici dell’ospedale di Emergency, insieme a sei operatori afghani che stavano lavorando a Lashkarga, nella provincia di Helmand (là dov’è in corso la più vasta offensiva della Nato e americana dall’inizio del conflitto in Afghanistan).

Solo spioni sprovveduti e prezzolati, al servizio della potenza occupante o dei manutengoli che esercitano – si fa per dire – il potere a Kabul , possono fingere di credere che l’accusa contro gli arrestati abbia una qualche parvenda di verità.
Avrebbero complottato – pensate un pò prima di incazzarvi – per “assassinare” il governatore locale Gulab Mangal.
Ma di questo non vale nemmeno la pena di parlare.
Importa invece parlare di come ha reagito il ministro degli esteri Frattini, di fronte all’arresto di tre cittadini italiani (che egli ha il dovere istituzionale di proteggere). Due dichiarazioni, una più irresponsabile dell’altra. Eccole: “”I tre arrestati non fanno parte della cooperazione italiana”. Come dire ai servi di Karzai: fate pure, non sono dei nostri.
E, infatti Emergency non ha mai fatto parte delle schiere di collaboratori del regime di Kabul, tant’è che non ha mai preso un centesimo dal governo italiano, che quel regime inqualificabile sostiene.
Seconda dichiarazione, se possibile peggiore della prima: “il governo italiano conferma la sua linea di assoluto rigore contro qualsiasi attività di sostegno diretto o indiretto al terrorismo in Afghanitstan, così come altrove”. Come dire: questi sono sospetti di sostenere il terrorismo, quindi procedete pure tranquillamente. Avviso ai naviganti italiani fuori dalle frontiere italiane. Con un ministro come questo, varcata la frontiera, siete in balia di chi vi prende e vi sbatte in galera, a prescindere.
Che la guerra afghana fosse sporca lo sapevamo. Sporca come la coscienza del ministro Frattini.

Giulietto Chiesa
Fonte: www.megachipdue.info
Link: http://www.megachipdue.info/component/content/article/27-stella-polare/3466-chi-arresta-emergency.html 11.04.2010

Architetti e brokers: il nuovo volto di Cosa Nostra

Fonte: Architetti e brokers: il nuovo volto di Cosa Nostra.

Il PM Ingroia analizza l’arresto di Liga

Prima gestivano rapporti economici, drenavano finanziamenti, coltivavano relazioni a cavallo tra affari e politica, ma rispondevano sempre al boss di turno: erano, in una parola, collaterali. Oggi sono i nuovi capi: non hanno, probabilmente, mai sparato, ma possiedono autorevolezza e pedigree per traghettare Cosa Nostra verso una nuova fase di crescita e sviluppo. L’arresto dell’insospettabile architetto palermitano Giuseppe Liga accende i riflettori sulla mafia dei broker, i nuovi vertici operativi più abituati a tessere trame politiche che ad impugnare revolver. Per riportare Cosa Nostra ai tempi delle frequentazioni nei salotti buoni della città. Dice il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia: “La parentesi corleonese si è definitivamente chiusa, l’arresto di Liga è la conferma delle mutazione delle strategie mafiose dentro un processo di spiccata finanziarizzazione. Si   torna al passato dei Greco e dei Bontade con le relazioni sociali con spezzoni della società civile coltivate ai livelli più alti e non a caso si riallacciano rapporti con quella che una volta era considerata la mafia perdente, gli ‘scappati’ americani’’.

Dottore Ingroia, questo però non è un fenomeno completamente nuovo…
No, diciamo però che negli ultimi tempi si è fortemente accentuato. Le ultime inchieste, e questa di Liga in particolare, condotta, voglio ribadirlo, con l’utilizzo di non solo di dichiarazioni di collaboratori, ma soprattutto di indagini pure (intercettazioni telefoniche e ambientali, pedina-menti e servizi di osservazione, fonti documentali), hanno confermato ciò che pensiamo da tempo: il ruolo finanziario ha assunto sempre di più una funzione di guida, di vertice dell’organizzazione, il mafioso diventa un factotum al quale rivolgersi per ogni esigenza.

In questo contesto ricompaiono personaggi legati alle famiglie perdenti degli anni ’80, gli Inzerillo, con solidi legami americani. Che ruolo hanno oggi nel controllo del territorio palermitano?
Cosa Nostra ha il volto dei colletti bianchi per tornare ad essere accolta nei salotti buoni della città. Non è un caso il recupero della mafia cosiddetta “perdente”, vagheggiata con un po’ di nostalgia da Buscetta, e capace di rapporti strettissimi con esponenti della società civile. Si tenta di rimettere in piedi i ponti tagliati dai corleonesi di Riina con l’altra sponda dell’oceano, e per farlo   ci si rivolge ad esperti in investimenti finanziari.

Dalle indagini di qualche anno fa era emerso un contrasto tra i boss palermitani Rotolo e Lo Piccolo sull’opportunità di consentire il ritorno in città ai cosiddetti “perdenti”. Il primo era contrario, il secondo favorevole. L’indagine su Liga sembra confermare quelle acquisizioni investigative…
Non è certo un caso che Liga sia vicino a Lo Piccolo. E, ma questa è una mia ipotesi, io penso che fosse proprio il professionista, e non Lo Piccolo, ad elaborare le nuove strategie di Cosa Nostra. Del resto c’è un pentito, Isidoro Cracolici, che lo definisce “la mente finanziaria”.

Sessanta anni, da trenta leader del movimento cristiano dei lavoratori, sedicente, in un’intervista, protagonista del movimento dei cattolici del dissenso, schierato negli anni ’80 contro la dc di Salvo Lima ritenuta contigua a Cosa Nostra, Liga ha attraversato decenni di vita cittadina in un movimento che promuove principi e valori agli antipodi di Cosa Nostra. E nessuno si è mai accorto di nulla. Come spiegare questo processo di mimetizzazione così riuscito?
Intanto Liga ha vissuto tutte le stagioni della democrazia cristiana, compresa quella di una sua vicinanza a Lima. Il suo appare un modo di essere cristiano sui generis, ma non mi stupisce la capacità di infiltrazione di organismi che hanno nel loro oggetto sociale la difesa di valori e principi lontani anni luce da quelli mafiosi. Penso ad alcune rivelazioni del pentito Campa-nella sui tentativi di infiltrare organismi antimafia. Diciamo che c’è un modo molto meno ideologico, tra virgolette, e più pragmatico dei mafiosi di affrontare le questioni che via via si pongono. Un esempio sono le condotte processuali nuove, con la citazione, per discolparsi, di dichiarazioni di questo o quel collaboratore di giustizia. Una volta sarebbe stato impensabile.

Si utilizzano, insomma, mezzi e strumenti a disposizione nella societa’ civile…
Si, Cosa Nostra è sempre meno un mondo a parte e sempre più integrato nel tessuto sociale ed economico del nostro Paese.

Ed è per questa ragione, secondo lei, che nessuno si è accorto del ruolo dell’architetto   Liga, a cominciare dall’ordine degli architetti che dopo le prime notizie pubblicate dai giornali non ha adottato alcun provvedimento cautelare?
C’è sempre tempo per gli ordini professionali per fare un passo avanti verso la legalità.

Giuseppe Lo Bianco (il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2010)

IL REATO SI FA STATO | BananaBis

Fonte: IL REATO SI FA STATO | BananaBis.

di Antonio Padellaro

Dopo aver letto il Fatto molti dicono: sapevamo tutto ma non c’erano le prove. Adesso le prove ci sono. L’inchiesta della Procura di Trani ricostruita da Antonio Massari è un documento nitido e conseguente in ogni suo passaggio sul potere assoluto dell’illegalità in Italia. Il reato che si fa Stato. Davvero esemplare quanto dichiarato dall’onorevole avvocato Longo, luminare dei codici e delle pandette al servizio di Berlusconi che, interpellato sulle pressioni esercitate dal premier per bloccare Annozero, ha così sorriso: se lo avesse fatto davvero sarebbe stato encomiabile visto che è una trasmissione noiosa. È il tono canzonatorio di chi sa che tutto è concesso al suo onnipotente cliente e alla vasta e addomesticata corte di ben retribuiti corifei, legulei e burocrati un tanto al chilo. Sembrava dirci, Longo: nessuno può fermarci e tantomeno un piccolo pm pugliese. Del resto, costoro ti ridono in faccia se provi a denunciare lo scandalo di un’Autorità creata indipendente e a garanzia dei cittadini ma non più tale dopo che un suo membro, per giunta recidivo, viene colto mentre trama con i suoi simili Rai per stroncare trasmissioni e conduttori su mandato del suo vero padrone. E che dire del direttore del Tg1 che rivendica il suo diritto a dire e a fare ciò che più gli aggrada con il piglio del gerarchetto: “Io tirerò diritto”. Lo strapotere arrogante che vanta devianza e impunità non nasce per caso. Ad alcuni leader che oggi a Roma si rivolgono a una piazza come sempre generosa di speranze bisognerebbe chiedere dove diavolo erano quando il piccolo autocrate si sistemava al meglio affari e conflitti d’interesse senza che alcuno nel centrosinistra facesse qualcosa per fermarlo.

Oggi leggeremo sui giornali padronali le solite veline sulla giustizia a orologeria. Si tenterà in tutti i modi di ridicolizzare l’inchiesta e chi l’ha condotta, magari denunciando il colore dei suoi calzini. Lo sanno bene che l’unico vero pericolo può venirgli addosso dai tanti piccoli giudici che fortunatamente non si fanno intimidire. Quelli che scavano nella corruzione delle grandi opere. Quelli che portano alla luce i rapporti tra membri del Parlamento e crimine organizzato. Quelli che non si fanno complici di pasticci sulle liste elettorali. Quelli, infine, che svelano ciò che tanti sapevano ma facevano finta di non vedere.

da Il Fatto Quotidiano del 13 marzo 2010