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Il generale Mori e Cosa Nostra: l’accusa è ‘concorso esterno’

Fonte: Il generale Mori e Cosa Nostra: l’accusa è ‘concorso esterno’.

Concorso esterno in associazione mafiosa. E’ questo il reato per il quale la Procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati il generale Mario Mori, già capo del Ros dei Carabinieri e del Sisde. È un nuovo capitolo dell’inchiesta sulla “trattativa” e sul “patto” stretto da uomini delle istituzioni con Bernardo Provenzano, il capo dell’ala “moderata” di Cosa Nostra. Secondo l’ipotesi accusatoria dei Pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, sarebbero stati parte di questa trattativa i colloqui che nel 1992, dopo la strage di Capaci, Mori e Giuseppe De Donno, il suo più fidato ufficiale, ebbero con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.

Nel marzo scorso si era saputo che, nell’ambito della stessa inchiesta, De Donno era indagato per “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”. E, con lui, per favoreggiamento, anche il capitano dei carabinieri Antonello Angeli. Assieme a questi uomini delle istituzioni, si seppe che erano pure indagati i capimafia Riina, Provenzano e Cinà e alcuni esponenti dei Servizi tra cui il misterioso “signor Franco”, l’agente di collegamento tra Vito Ciancimino e gli apparati dello Stato, la cui identificazione impegna spasmodicamente gli inquirenti. Del reato ipotizzato a carico di Mori si è invece saputo solo ieri.


Secondo l’ipotesi dei pm, la trattativa ebbe precisi passaggi. Dopo i colloqui con Ciancimino ci fu la cattura di Riina, agevolata da Provenzano. Alla quale, però, non seguì la perquisizione del covo. Altro passaggio, nell’ottobre del 1995, la mancata cattura di Provenzano. Per questo reato il generale Mori, con un altro ufficiale del Ros, Mauro Obinu, è oggi sotto processo a Palermo. Per la mancata perquisizione è stato già processato e assolto. Ma quell’omissione, oggi, viene letta nel nuovo contesto accusatorio: il covo di Riina non sarebbe stato perquisito per evitare il ritrovamento di documenti che avrebbero svelato la trattativa e compromesso il progetto di favorire la successione alla guida di Cosa Nostra del “moderato” Provenzano. Il quale, da latitante, avrebbe dovuto garantire una nuova ‘pax mafiosa’ e la fine delle stragi. Che, invece, nel 1993, continuarono. Ma senza il suo avallo. Provenzano, infatti, il 31 ottobre del 1995 non fu arrestato benché al Ros fosse giunta un’informazione estremamente precisa sul luogo in cui era nascosto, una casa tra Palermo e Corleone.

Ma per chi trattarono Mori e De Donno? Chi garantì, sempre che l’ipotesi accusatoria sia fondata, il patto? Di certo, secondo gli inquirenti, ci fu una controparte politica. Lo stesso Mori recentemente ha sostenuto che se vi fu trattativa essa non poteva poggiarsi solo su due ufficiali dei carabinieri. Il fronte politico dell’indagine è ancora coperto. Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, e Giovanni Brusca, hanno fatto i nomi di Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm e ministro dell’Interno nel 1992, e di Virginio Rognoni, ministro della Difesa fino al giugno dello stesso anno. Ma i due interessati hanno categoricamente smentito.
Secondo quanto hanno detto ai giudici di Palermo l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli e Liliana Ferraro, che prese il posto di Falcone all’ufficio Affari penali del ministero, dell’attività di Mori e De Donno sarebbe venuto a conoscenza il giudice Paolo Borsellino. Da qui il dubbio terribile che la strage in cui perse la vita assieme alla sua scorta, la strage di via D’Amelio, vada letta come strage di Stato.

L’ipotesi che la trattativa nel 1993 sia andata avanti a colpi di colpi di bombe (a Firenze, Milano e Roma) era del pm fiorentino Gabriele Chelazzi. Nell’aprile del 2003, pochi giorni prima di morire stroncato da un infarto, interrogò Mori. Voleva sapere perché tra il 4 e il 6 novembre 1993 era stato revocato il 41 bis a 140 mafiosi detenuti nel carcere dell’Ucciardone. Secondo Alfonso Sabella, ex pm palermitano, Chelazzi aveva iscritto Mori nel registro degli indagati.

Redazione de L’Unità.it (5 giugno 2010)

Il Csm non concede la proroga. E il Gip Tona lascia Caltanissetta

Ogni volta che apprendo notizie del genere dal CSM mi viene da pensare che in questa sigla la M stia li per mafia…

Fonte: Il Csm non concede la proroga. E il Gip Tona lascia Caltanissetta.

Il Gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona lascerà definitivamente il suo incarico. Lo ha deciso oggi il Csm, che ha risposto con un secco “no” alla richiesta del giudice di rimanere applicato al suo ufficio dove era chiamato a decidere, proprio in questi giorni, su importanti atti relativi all’inchiesta appena riaperta sul fallito attentato all’Addaura. Per la quale in questi anni aveva ormai acquisito una notevole competenza.
Il gip, particolarmente apprezzato per il suo rigore e la sua precisione, doti riconosciute in diversi procedimenti sia dalle accuse che dalle difese, ha terminato il periodo di 10 anni in cui, secondo la legge Mastella, un magistrato può ricoprire lo stesso incarico. Motivo per cui aveva chiesto l’applicazione ad alcune indagini di notevole complessità, da lui seguite da lungo tempo.
Dopo il no Tona passerà alla magistatura civile e per chi erediterà il suo incarico occorreranno mesi per studiare le carte, cosa che potrebbe determinare una nuova stagnazione di importanti inchieste appena riaperte.

Redazione ANTIMAFIADuemila,
20 maggio 2010

Presidente Napolitano, perche’ attacca i magistrati onesti?

Fonte: Presidente Napolitano, perche’ attacca i magistrati onesti?.

Il Presidente Giorgio Napolitano ha chiamato la magistratura ad una “riflessione seria e critica” su se stessa.
Lo ha fatto questo pomeriggio in occasione della visita ai magistrati tirocinanti incontrati al Quirinale. E nella doppia veste di Presidente della Repubblica e Presidente del Csm ha evidenziato problemi che “in materia di giustizia continuano a creare apprensione”. Come la “crisi di fiducia insorta nel Paese sia per il funzionamento insoddisfacente dell’amministrazione della giustizia sia per l’incrinarsi dell’immagine e del prestigio della magistratura”.
Soluzioni proposte: rifuggere “da visioni autoreferenziali”, percorso “non facile al quale può darsi positivo inizio se si stemperano le esasperazioni e le contrapposizioni polemiche che da anni caratterizzano il nodo ‘delicato e critico’ dei rapporti tra politica e giustizia”;
“Non cedere alle esposizioni dei media” e quindi ad “atteggiamenti impropriamente protagonistici e personalistici che possono offuscare e mettere in discussione l’imparzialita’ dei singoli magistrati, dell’ufficio giudiziario cui appartengono, della magistratura in generale”;
Non rinunciare alla “fierezza di appartenere ad un mondo di servitori dello Stato, – ‘soggetti solo alla legge’, fedeli alla Costituzione – che in decenni di vita democratica ha espresso personalità e straordinaria tempra morale, sapienza giuridica e dato contributi inestimabili alla tutela della legalità”.


Ma come, Presidente Napolitano, non dovrebbe lei, con tutto il rispetto, essere il primo a fare autocritica?
Non è forse il Csm, da lei presieduto, ad avere attaccato e ammonito magistrati come Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, Luigi Apicella, Luigi de Magistris che non avevano fatto altro che svolgere il proprio lavoro applicando l’art. 3 della Costituzione?
Magistrati che in molti casi hanno accettato di subire la scomunica in silenzio mentre le indagini finora svolte da diverse autorità competenti hanno dimostrato che non avevano commesso alcuno degli illeciti che il Csm ha loro addebitato. Semplicemente, come dovrebbe fare qualunque rappresentante della Giustizia, si erano rifiutati, nonostante le velate intimidazioni, di chiudere gli occhi di fronte ad un sistema di potere che si arricchiva con i soldi pubblici rubati alla collettività.
Un sistema fatto di politici, imprenditori e anche magistrati. Molti dei quali, a dispetto delle gravi accuse per cui risultano indagati, sono rimasti al loro posto mentre i colleghi onesti venivano cacciati e subivano l’onta del linciaggio mediatico. Perché?
E cosa dovrebbero fare quei magistrati ingiustamente puniti Presidente? Non cedere all’esposizione dei media? Continuare a tacere mentre di fronte all’opinione pubblica il Consiglio Superiore della Magistratura e talvolta l’Associazione Nazionale Magistrati continua a delegittimarli facendo il gioco di chi è si macchiato di gravi reati e a causa dei tanti, sospetti trasferimenti e delle altrettanto sospette avocazioni rischia pure di farla franca?
Lei ammonisce chi, suo malgrado, è uscito dal riserbo e ha preso la parola per legittima difesa, elemento secondo lei pregiudizievole per la magistratura, ma non attacca chi è indagato per appartenenza a caste mafiose.
E’ questa la fierezza di appartenere ad un mondo di servitori dello Stato? Ed è questa la legge Presidente?

Redazione ANTIMAFIADuemila (antimafiaduemila.com, 27 aprile 2010)


LINK:
1) Imputati e contenti (Marco Travaglio, Passaparola, BLOG Voglioscendere, 26 aprile 2010)
2) L’avviso di conclusioni indagini della Procura di Salerno sulla presunta corruzione di alcuni magistrati in servizio presso gli uffici giudiziari di Catanzaro

Qualcuno lo deve pur dire

Fonte: Qualcuno lo deve pur dire.

Come spesso accade, nell’Italietta degli ultimi 10-15 anni spessissimo, emergono fatti di tale gravità da documentare l’annichilimento dello Stato di Diritto. Ci era stato dato di assistere, nei primi di dicembre dell’A.D. 2008, all’operato di alcuni magistrati deviati che si erano sottratti al sequestro probatorio in un procedimento penale che li vedeva indagati semplicemente sequestrando a loro volta. Cioè abusando dei poteri loro conferiti perché difendessero e applicassero la Legge, li avevano usati per difendere il loro privato interesse. Qualsiasi altro cittadino, pubblico ufficiale, avvocato, parlamentare o vattelapesca, sottraendo cose e documenti sequestrati dall’Autorità Giudiziaria, se individuato, sarebbe stato arrestato. Loro no, per loro la Legge è più uguale, per loro la Legge coincide con un’opinione: la propria. Sono in molti a condividere siffatto convincimento anticostituzionale, tutti coloro che avendone la responsabilità ed i poteri nulla hanno fatto per interrompere le condotte criminose di LOMBARDI Mariano, MURONE Salvatore, FAVI Dolcino, IANNELLI Enzo, GARBATI Alfredo, DE LORENZO Domenico, CURCIO Salvatore Maria (Magistrati).

Nemmeno quei magistrati di Salerno che oggi hanno stigmatizzato condotte criminose di tale gravità da postulare immediate esigenze cautelari. Quelle che la Legge impone quando vi è il rischio dell’inquinamento probatorio e della reiterazione del reato. Dicono, i dottori Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella, Sost.ti Procuratore della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Salerno, che i nominati “magistrati” si sono associati per delinquere e precisamente per addomesticare le indagini penali a carico di loro stessi e di sodali da cui ricevevano ora denari ora altre utilità. Dicono che lo hanno fatto arrampicandosi sugli specchi, eludendo scientemente il sistema normativo dettato a presidio della competenza per reati nei quali un Magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini ovvero di persona offesa o danneggiata, evocando a più riprese istituti processuali diversi ed incoerenti rispetto alla situazione venutasi a determinare e reiteratamente prospettata dall’A.G. funzionalmente competente. Non dicono i salernitani che tutte le massime autorità dello Stato poste a presidio delle garanzie costituzionali hanno taciuto (a volte) oppure hanno parlato difendendo siffatti magistrati e favorendone l’operato criminoso e criminogeno (più spesso). Non dicono, i salernitani, che ancora oggi, per il procedimento penale “Toghe Lucane” è stata intrapresa da subito un’opera di parcellizzazione dell’unitario contesto investigativo senza una piena cognizione degli atti del procedimento. Non dicono che molti degli indagati citati sono attualmente all’opera dove erano allora, con i metodi di allora che sono quelli di oggi. Non dicono i dottori Rocco Alfano eccetera, che hanno archiviato l’indagine a carico di Vincenzo Capomolla, erede di De Magistris in Toghe Lucane, e complice di Curcio, Iannelli, Murone, Favi e chissà quanti altri. Non dicono che l’hanno fatto mentendo su dati documentali presenti in atti e per i quali dovranno rispondere alla Procura di Napoli. Non dicono che i loro colleghi Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani e Luigi Apicella hanno pagato un prezzo professionale altissimo ed oggi si scopre che i “cattivi magistrati” (ma anche cattivi Presidenti della Repubblica, cattivi membri del CSM, cattivi ministri della Giustizia, cattivi Ispettori Ministeriali, cattivi e infedeli avvocati) che li hanno condannati hanno errato, sapendo di sbagliare, volendo sbagliare.

Sono imminenti le elezioni dei membri togati del CSM. Saranno eletti dei magistrati votati da altri magistrati. Mettiamo che un Procuratore titolare di indagini a carico di colleghi si voglia candidare. Peseranno di più i voti degli indagati o quelli dei coraggiosi che hanno subito pur di rispettare la Costituzione? Siamo ad una svolta delicatissima nella storia repubblicana, occorre un grande senso dello Stato ed una enorme stima della propria dignità personale per venirne fuori. Doti di cui riconosciamo alcuni “portatori sani” e che, auspichiamo, risveglino in tanti il fascino umano della libertà, della verità, della bellezza e della giustizia. Qualcuno lo deve pur dire, visto che i più guardano lontano quanto la punta delle proprie scarpe, rimandando sempre al raggiungimento del “gradino successivo” il momento di smettere con i compromessi e le neghittosità.

E ora, per favore, chiedete scusa – Voglio Scendere

Fonte: E ora, per favore, chiedete scusa – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2010

Due anni fa il Csm puniva Luigi De Magistris, vietandogli di fare mai più il pm, e lo trasferiva da Catanzaro a Napoli, dopo che aveva denunciato un complotto politico-giudiziario per sottrargli e insabbiare le inchieste “Poseidone” e “Why Not”. Un anno fa lo stesso Csm destituiva il procuratore di Salerno Luigi Apicella e puniva i suoi sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, trasferendoli nel Lazio e vietando pure a loro di fare mai più i pm, dopo che avevano accertato il complotto ai danni di De Magistris e dunque indagato e perquisito i vertici della magistratura catanzarese che da mesi rifiutavano di trasmettere copie del fascicolo “Why Not”.

Un ampio e trasversale fronte politico-giudiziario-affaristico-mediatico, con l’avallo del capo dello Stato, spacciò le indagini sulla fogna di Catanzaro per una “guerra fra procure” e i provvedimenti del Csm per una saggia azione pacificatrice. In realtà le indagini di De Magistris erano corrette e doverose, così come quelle dei pm salernitani, e chi ha trasferito gli uni e gli altri non ha fatto altro che coronare la congiura ordita dalla cupola calabrese. L’avevano già stabilito i provvedimenti emessi dal Riesame di Salerno (respingendo i ricorsi dei perquisiti a Catanzaro) e dal Tribunale di Perugia (che aveva archiviato le denunce dei pm catanzaresi contro Nuzzi, Verasani, Apicella e De Magistris). Ma ora lo conferma anche l’avviso di conclusione delle indagini appena depositato dalla “nuova” Procura di Salerno, che Il Fatto oggi rivela: un atto che prelude alle richieste di rinvio a giudizio per i magistrati catanzaresi che scipparono le indagini a De Magistris e/o presero il suo posto (Lombardi con la convivente e il figliastro, Favi, Murone, Iannelli, Garbati, De Lorenzo, Curcio) e per gli indagati eccellenti che avrebbero corrotto alcuni di loro per farla franca (Saladino, Pittelli e Galati).

Le accuse vanno dalla corruzione giudiziaria all’abuso, dal falso al rifiuto di atti d’ufficio al favoreggiamento. La nuova Procura di Salerno che conferma la bontà delle indagini di Nuzzi, Verasani e Apicella è quella guidata da un anno da Franco Roberti, il valoroso pm campano protagonista delle più recenti indagini su Gomorra, che ha il merito di avere decapitato il clan dei Casalesi. Che sia diventato improvvisamente anche lui un incapace, come i colleghi puniti, esiliati e degradati sul campo? Che meriti pure lui un’intemerata dal Quirinale e un’immediata punizione dal Csm? Fino a quando le istituzioni fingeranno di non vedere quel che è accaduto e ancora accade nella fogna di Catanzaro, eliminando e imbavagliando chiunque osi metterci il naso (oltre ai pm già citati, quella cloaca ha risucchiato Clementina Forleo, Carlo Vulpio, Gioacchino Genchi e altri galantuomini)? Nessuno confonde un avviso di chiusura indagini con una sentenza di condanna. Ma se, sotto la guida di Roberti, la Procura di Salerno giunge alle stesse conclusioni di quella guidata da Apicella, vuol dire che le indagini che costarono la carriera ai quattro pm erano tutt’altro che sballate.

E ora chi li ha linciati dovrebbe cospargersi il capo di cenere, ammettere la clamorosa cantonata e correggere l’errore. In due modi: ripulendo finalmente gli uffici giudiziari di Catanzaro dai magistrati inquisiti (e fra breve imputati) per corruzione giudiziaria e altri gravissimi reati, finora incredibilmente lasciati quasi tutti al loro posto; e annullando le sanzioni contro Nuzzi e Verasani (De Magistris ormai è eurodeputato e Apicella pensionato), restituendo loro l’onore, le funzioni e l’ufficio. Il 1° ottobre 2009 De Magistris si dimise dalla magistratura con una lunga lettera al presidente della Repubblica (e del Csm) Giorgio Napolitano, pubblicata integralmente dal Fatto. Conteneva una serie di drammatici interrogativi sulle sconcertanti interferenze del capo dello Stato nel caso Catanzaro-Salerno. Nessuna risposta. Alla luce delle ultime notizie in arrivo da Salerno, il capo dello Stato non ha nulla da dichiarare?

Salerno un anno dopo: contro de Magistris fu complotto

Fonte: Salerno un anno dopo: contro de Magistris fu complotto.

Dodici indagati in tutto. Tra cui sette magistrati, un senatore, un sottosegretario al Ministero delle Attività Produttive. Tutti insieme appassionatamente per fermare le indagini dell’allora pm a Catanzaro Luigi de Magistris e salvaguardare i propri interessi.

A poco più di un anno di distanza dal trasferimento disciplinare dei pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani e del procuratore capo Apicella (sospeso anche dallo stipendio) a Salerno il tempo sembra essersi fermato. E nell’avviso di conclusione indagini emesso qualche giorno fa dai pm Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella, guidati dal procuratore capo Franco Roberti, quel sistema affaristico-criminale che lega a foppio filo politica, imprenditoria e magistratura riemerge così come i primi giudici lo avevano evidenziato. Guadagnandosi gli attacchi di buona parte dei vertici della classe politica e le sanzioni del Csm con la  benedizione dell’Associazione Nazionale Magistrati.

La vicenda in questione, si ricorderà, è quella che parte dalle ormai note inchieste Why Not e Poseidone, strappate dalle mani di Luigi de Magistris mentre l’allora magistrato additava le responsabilità di politici e imprenditori impegnati nella distrazione di fondi pubblici, destinati allo sviluppo di quella terra martoriata che è la Calabria, a tutto vantaggio di interessi privati. E alle successive e complesse indagini dei magistrati Nuzzi e Verasani, che dalla procura di Salerno, competente su quella di Catanzaro, avevano scoperto un vero e proprio complotto ordito ai danni dello stesso de Magistris con il preciso intento di fermare il suo lavoro.
Principali artefici della cospirazione: alcuni indagati e i vertici della stessa procura di Catanzaro, sulla quale i magistrati di Salerno stavano svolgendo accertamenti quando, con un pretesto, furono cacciati dal Consiglio Superiore della Magistratura. Costretti a lasciare l’inchiesta nelle mani di altri giudici, che oggi però, a un anno di distanza, sono giunti alle loro stesse conclusioni.

E così, nelle maglie della giustizia, sono finiti nuovamente l’ex procuratore capo a Catanzaro Mariano Lombardi, l’aggiunto Salvatore Murone, l’ex procuratore generale Enzo Iannelli, il procuratore facente funzioni Dolcino Favi, i sostituti pg Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, il pm Salvatore Curcio. E ancora la moglie di Lombardi, Maria Grazia Muzzi, il figlio Pierpaolo Greco e tre indagati di de Magistris: Antonio Saladino, Giancarlo Pittelli, Giuseppe Galati.
Tutti accusati, a vario titolo, di corruzione in atti giudiziari, falso ideologico e omissione d’atti d’ufficio. Tutti parte del complesso ingranaggio messo a punto per fermare le inchieste del magistrato: ognuno con un proprio ruolo, tutti uniti dalla logica del do ut des.

Mariano Lombardi e Salvatore Murone, recita infatti la prima parte dell’avviso di conclusione indagini, “creavano i presupposti quantomeno per una prevedibile e inevitabile stagnazione delle attività istruttorie in corso”, “così da favorire … le persone implicate nelle indagini preliminari”. Tra queste, in particolare, Antonio Saladino, vero deus ex machina del sistema corruttivo emerso in Why Not, nonché “l’avvocato senatore Giancarlo Pittelli e l’on. Sottosegretario Giuseppe Galati”. Che in cambio, si legge, si erano adoperati per far ricevere “denaro o altre utilità” sia al dott. Lombardi che all’avvocato civilista Pierpaolo Greco, figlio della seconda moglie del procuratore.
Il Greco avrebbe difatti trovato lavoro presso il rinomato studio penale Pittelli; sarebbe diventato socio,  insieme al Pittelli stesso, della Roma 9 srl, con notevoli agevolazioni economiche; avrebbe ricevuto dal sottosegretario alle Attività Produttive Galati diverse nomine di Commissario Liquidatore di società e consorzi.
Mentre Murone avrebbe sistemato “parenti e conoscenti” con le assunzioni ottenute grazie al “rapporto sinallagmatico” e al “patto corruttivo” stretto con Antonio Saladino.

E’ in questo quadro che rientrano la revoca dell’indagine Poseidone, avvenuta in seguito all’iscrizione del Pittelli nel registro degli indagati, e la rocambolesca avocazione dell’indagine Why Not. Per la quale erano entrati in gioco il Procuratore generale facente funzioni Dolcino Favi e l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella.
All’epoca riprendono i giudici di Salerno, il dott. Favi – “in concorso psicologico con agli altri indagati”, aveva parlato di “conflitto di interessi” tra il Mastella, appena iscritto nel registro degli indagati di Why Not e il magistrato titolare di quell’inchiesta. Inquisito disciplinarmente dallo stesso Ministro della Giustizia, che nel suo ufficio aveva più volte inviato gli ispettori ministeriali. Nell’ambito però, e questo dal Procuratore generale non veniva specificato, di altre vicende processuali estranee a Why Not.
“Una falsa rappresentazione di una situazione di conflitto di interessi”, sottolinea quindi il documento, che avrebbe avuto come effetto quello di frenare l’attività investigativa prima di procedere ad una “parcellizzazione dei vari filoni d’inchiesta” assegnati a magistrati già impegnati su altri fronti e “del tutto estranei alle logiche d’indagine fino a quel momento seguite”.
A questo sarebbe seguito l’allontamento dalle inchieste del Capitano dei Carabinieri Pasquale Zacheo e dal consulente della Procura Gioacchino Genchi. Mentre “si andava a concretizzare, di fatto, una illecita attività di interferenza sull’iter del procedimento penale in questione e comunque si determinava almeno un suo rallentamento tale da favorire, di per sé ed almeno per un iniziale periodo di tempo, le persone implicate nelle indagini preliminari”.

Già nel 2008 i pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani avevano scoperto il “piano”. Ma erano stati cacciati dal Consiglio Superiore della Magistratura nell’ambito della fantomatica “guerra tra procure”. Un assurdo giuridico con il quale si era giustificata l’ennesima azione illecita commessa dalla procura di Catanzaro che aveva operato un inedito controsequestro degli atti appena sequestrati dalla stessa procura di Salerno che per competenza stava indagando su di lei.
E a nulla era servito il provvedimento emesso dal Tribunale del Riesame, che aveva giudicato corretto l’operato di quei magistrati, così come più tardi avrebbe fatto il Tribunale di Perugia archiviando le denunce sporte contro di loro dai pm catanzaresi.

Quell’azione, è evidente, era necessaria per chiudere per sempre una vicenda troppo scomoda.
Ma come tramanda la saggezza popolare: il tempo è galantuomo e i nodi, prima o poi, vengono sempre al pettine. A Salerno ci sono arrivati. E a quei magistrati che hanno perso il lavoro e subito l’onta delle sanzioni disciplinari e del linciaggio mediatico chi chiederà scusa?

Monica Centofante (
ANTIMAFIADuemila, 19 aprile 2010)

Antimafia Duemila – La verita’ sulla Pax Mafiosa

Antimafia Duemila – La verita’ sulla Pax Mafiosa.

di Marco Travaglio – 30 gennaio 2010
Proponiamo un estratto dalla prefazione di Marco Travaglio a “Il patto” di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci (Chiarelettere, pp. 342, euro 16).
A un certo punto del loro racconto, Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci buttano lì una frase che è la chiave del libro: «Sarà un caso, ma dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage». Poco più avanti, ricordano quando Salvatore Riina, dalla gabbia del processo Scopelliti, il 25 maggio 1994 diede la linea al primo governo Berlusconi appena insediato: «C’è tutta questa combriccola, il signor Caselli, il signor Violante, questo Arlacchi che scrive libri… Ecco, secondo me il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi di questi comunista (sic)». Cinque mesi dopo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dichiarò da Mosca: «Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Dalla Piovra in giù.
Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro paese un’immagine veramente negativa. Quanti sono gli italiani mafiosi? Noi non vogliamo che un centinaio di persone diano un’immagine negativa nel mondo». Sei giorni dopo, dalla solita gabbia, Riina gli rispose a tono: «È vero, ha ragione il presidente Berlusconi. Queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale piovra! Sono romanzi…
Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. Questi pentiti accusano perché sono pagati, prendono soldi».
Quattordici anni dopo, alla vigilia delle elezioni del 12 aprile 2008 che l’avrebbero consacrato premier per la terza volta, il Cavaliere poté essere ancora più esplicito di un tempo, avendo assuefatto gli italiani a digerire tutto, anche i sassi, anche la beatificazione di un mafioso sanguinario morto con una condanna per mafia, una per droga e una in primo grado all’ergastolo per duplice omicidio: «Mangano era un eroe».

Ora che, dall’estate del 2009, tutti (o quasi) parlano delle trattative fra Stato e mafia che diedero il via libera alla Seconda Repubblica – mentre Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, i ragazzi delle scorte e i cittadini inermi di Milano, Firenze e Roma saltavano in aria e gli uomini del cosiddetto Stato facevano la faccia feroce in Parlamento e la faccia commossa ai funerali – è tutto un fiorire di «misteri», «veleni», «ombre», «interrogativi». Ma io non vedo alcun mistero. Alcun veleno. Alcun’ombra. Alcun interrogativo.
A me pare tutto così chiaro. Basta mettere in fila i fatti.
Incollarli l’uno all’altro in ordine cronologico. Poi riavvolgere il nastro e vedere il film tutto intero. Il film che questo libro prezioso ci restituisce in tutti i suoi fotogrammi. Almeno in quelli fin qui noti, che comunque bastano e avanzano per capire tutto.

Perché si parla di quei fatti solo 17 anni dopo, anche se i nove decimi delle cose che vengono spacciate da giornali e tv come nuove, sono vecchie come il cucco? Massimo Ciancimino, ad Annozero, ha dato una risposta efficace: «Io non sono mica come gli ospiti di Gigi Marzullo, che si fanno una domanda e si danno una risposta. Se certe cose non me le ha chieste nessuno, perché avrei dovuto raccontarle io?». A quel punto c’era da attendersi che sciami di giornalisti si precipitassero da colui che quelle domande non fece, o non fece fare: il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che era procuratore capo di Palermo quando partì l’indagine su Ciancimino jr. Perché né lui, né il suo fedelissimo aggiunto Giuseppe Pignatone né i solerti sostituti che seguivano l’inchiesta rivolsero mai una sola domanda al figlio di don Vito sulla trattativa intrecciata da suo padre con i carabinieri del Ros durante e dopo le stragi del 1992? Così, tanto per sapere se lui non ne sapesse qualcosa. Eppure fior di pentiti avevano parlato di quella trattativa. E perché, per fare quelle fatidiche domande, la Procura di Palermo dovette attendere di cambiare capo, nella persona del dottor Francesco Messineo, che riportò nel pool antimafia i magistrati che il dottor Grasso e il Csm avevano a suo tempo allontanato?
L’unica spiegazione, volendo escludere la malafede (per carità), è che il dottor Grasso e i suoi fedelissimi credessero nelle coincidenze.
Perché di coincidenze il nostro film è costellato dalla prima all’ultima scena. È proprio un monumento a Santa Coincidenza.

[…] Ora si spera che, dopo 18 anni trascorsi a obbedir tacendo, ritrovino un po’ di memoria e un po’ di coraggio anche quei carabinieri che la ragion di Stato e qualche politico ancora nell’ombra ha costretto per troppo tempo a combinarne e a dirne di tutti i colori.
Forse bisogna attendere la fine della Seconda Repubblica per poterne aprire finalmente la scatola nera, come fu per la Prima con Tangentopoli.
Forse il patto d’acciaio che lega i trattativisti della prima fase, legati all’Ancien Regime e traghettati nel «nuovo», e quelli della seconda fase che portò all’accordo e alla Pax Mafiosa è ancora troppo saldo per consentire spiragli di verità. Ma in quel monolite bipartisan cominciano ad aprirsi le prime crepe. E spetta alla libera informazione – di cui Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci sono un ottimo esempio – e alla società civile il compito di vigilare e possibilmente di spalancarle sempre di più. Alla fine la verità, come dimostra anche questo libro, è più forte di tutte le coincidenze, di tutte le censure, di tutte le ragion di Stato, di tutti i coperchi.

Tratto da: Micromega

Legittima difesa: Il Caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato – Prefazione di Marco Travaglio

Fonte: Legittima difesa: Il Caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato – Prefazione di Marco Travaglio.

Prefazione
di Marco Travaglio
Non ho alcuna intenzione di riassumere, in questa prefazione, il libro che state per leggere. Anzitutto perché non voglio levarvi il gusto di sfogliare pagina per pagina questo giallo intricato ma semplice al tempo stesso, che incrocia quasi tutti gli scandali del potere d’Italia: quelli che i professionisti della rimozione chiamano «misteri d’Italia» e che di misterioso in realtà non hanno un bel nulla. Ma soprattutto perché riassumerlo è impossibile. Diversamente dai gialli, qui non è importante il canovaccio della trama: qui sono importanti i particolari, tutti.
Vorrei, invece, parlare un po’ di Gioacchino Genchi e spiegare perché ce l’hanno tanto con lui. Perché è diventato, prima segretamente e da qualche anno apertamente, un nemico pubblico numero uno. E dunque perché Il caso Genchi (ma io l’avrei intitolato Il caso Italia) curato da Edoardo Montolli è tutto da leggere. Questione di memoria: Genchi non ha soltanto una memoria di ferro, Genchi è una memoria di ferro. Quella memoria che, per vivere tranquilli, bisognerebbe ogni tanto resettare e azzerare. Invece lui non ha mai proceduto per reset, ma sempre per accumulo. Possono levargli i fascicoli su cui sta lavorando, possono portargli via i computer, possono sequestrargli tutti i file memorizzati. Ma lui continua a ricordare e a collegare tutto. Dovrebbero proprio eliminarlo fisicamente, per renderlo inoffensivo. Con quel po’ po’ di database nel cervello, Genchi avrebbe potuto diventare stramiliardario (in euro), senza neppure il bisogno di ricattare questo o quello: gli sarebbe bastato far sapere di essere in vendita e mettersi all’asta. La prova migliore della sua onestà è proprio il fatto che non ha mai guadagnato un euro in più di quello che gli derivava dal suo lavoro. Che non ha mai fatto uso delle informazioni che, incrociando i dati delle intercettazioni e soprattutto dei tabulati telefonici acquisiti da decine di uffici giudiziari, per vent’anni è stato chiamato a esaminare al servizio della Giustizia. Mettete insieme memoria e onestà, e avrete una miscela esplosiva, anzi eversiva. Che basta, da sola, a spiegare perché in un Paese come l’Italia Genchi è visto come un pericolo pubblico. Non ruba, non ricatta, sa che cosa sono le leggi e lo Stato e li serve fedelmente, e per giunta non è ricattabile. Riuscite a immaginare un nemico peggiore, per i poteri fuorilegge che si spartiscono l’Italia praticamente da quando è nata?
Genchi è un poliziotto. Un vicequestore che fino all’anno scorso era in aspettativa per dedicarsi a tempo pieno a mettere a frutto la sua esperienza investigativa in materia informatica e telefonica in delicatissimi processi e inchieste, di mafia, di strage, di omicidio, di sequestro di persona, e così via. Lavorava già con Giovanni Falcone, di cui poi, dopo la strage di Capaci, riuscì a estrarre, da un computer manipolato dalle solite manine premurose, i diari segreti. Dopo via D’Amelio, riuscì a ricostruire – tabulati alla mano – gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino e i contatti fra alcuni suoi carnefici e una probabile sede distaccata dei servizi segreti al castello Utveggio sul Monte Pellegrino. Da diciassette anni è consulente di varie Procure, Tribunali e Corti d’Assise. Ha fatto catturare fior di latitanti, incastrato assassini e stragisti, ma anche tangentari e finanzieri sporchi, smascherato malaffari di ogni genere. Ha dato contributi decisivi alle indagini sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D’Amelio, sui fiancheggiatori di Bernardo Provenzano, sugli amici mafiosi di personaggi come Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro.
Già nel 2004 l’onorevole Emerenzio Barbieri dell’Udc (il partito di Cuffaro, ma anche di Cesa, mesi dopo indagato a Catanzaro dal pm Luigi de Magistris) attacca Genchi alla Camera con un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Roberto Castelli, ma il secondo Governo Berlusconi deve ammettere a denti stretti che la sua attività era perfettamente regolare. Nel luglio del 2007 l’assalto riparte, quando il sito web Radiocarcere.it pubblica la sua relazione all’allora pm di Catanzaro Luigi de Magistris, in cui compare per qualche ora il numero di uno dei cellulari usati dal guardasigilli Mastella. Quest’ultimo gli dà del «mascalzone» e due mesi dopo lo chiama in una conferenza «Licio Genchi», come se l’amico di piduisti fosse Genchi e non Mastella. Lino Jannuzzi e altri parlamentari del centrodestra lo accusano apertamente di compiere indagini senza mandato e di raccogliere illecitamente dati su politici e uomini delle istituzioni per tenerli sotto ricatto. Genchi replica ricordando che lui è solo un consulente tecnico e che ogni suo atto è richiesto e autorizzato da un magistrato.
Poi spiega che il documento con il cellulare di Mastella ha il timbro del Tribunale del Riesame, dunque non esce dal suo ufficio, bensì dal Palazzo di Giustizia di Catanzaro. È finito in rete – constata – subito dopo essere stato depositato agli avvocati di un indagato, l’ex piduista Luigi Bisignani, condannato in via definitiva per la maxitangente Enimont e dunque amico del ministro della Giustizia del centrosinistra: «Metterlo per un’ora sul web» dichiara Genchi «è stata una trappola, una manovra contro di me e de Magistris. Per permettere di additare la fuga di notizie e gridare al complotto». Mastella finge di non capire e ripete la domanda già posta, con esiti disastrosi, dall’Udc due anni prima: «Ma uno che è in aspettativa dalla polizia può lavorare con la sua ditta per lo Stato?» Sì, può. Anzi, deve.
Ma Genchi, nelle inchieste catanzaresi Why Not, Toghe lucane e Poseidone, sta aiutando de Magistris a ricostruire la cosiddetta Nuova P2, cioè il trasversalissimo cupolone politico-affaristico-massonico-giudiziario che tiene in scacco l’Italia. Una piovra che affratella esponenti del centro, della destra e della sinistra. Infatti, nel giugno del 2007, il procuratore Mariano Lombardi toglie a de Magistris l’inchiesta Poseidone, il cui principale indagato è il suo amico Pittelli, senatore forzista e socio in affari del figlio della sua convivente. A settembre il ministro Mastella sperimenta per la prima volta la nuova facoltà di chiedere il trasferimento d’urgenza di un magistrato, conferitagli dall’ordinamento giudiziario Castelli che il centrosinistra aveva promesso di cancellare e che invece, proprio in quella parte, ha lasciato entrare in vigore tale e quale nel luglio 2006. E chi è, fra i novemila magistrati italiani, il fortunato vincitore della prima richiesta di trasferimento? L’unico in tutta Italia che indaga sul premier Romano Prodi e sulle telefonate tra Mastella e i suoi amici indagati Antonio Saladino (numero uno della Compagnia delle Opere calabrese) e Luigi Bisignani. Quando si dice la combinazione. Il Csm non ravvisa alcuna urgenza nella pratica, ma qualcun altro ha una gran fretta: il procuratore generale «reggente» di Catanzaro, Dolcino Favi, che proprio nel giorno in cui il Csm nomina il pg titolare, non attende nemmeno che questi si insedii e decide di avocare un altro fascicolo a de Magistris, facendoglielo portare via dalla cassaforte e spedendolo al Tribunale dei Ministri di Roma. Quale fascicolo, tra i tanti? Proprio il Why Not, che vede indagati Prodi (per abuso d’ufficio, ma solo come atto dovuto) e, da qualche giorno, pure Mastella (finanziamento illecito e truffa): quando si dice la combinazione. Motivo: de Magistris ce l’ha con Mastella che ha chiesto di trasferirlo. L’idea che sia Mastella ad avercela con de Magistris perché sta indagando su di lui non sfiora nemmeno il solerte «reggente». Il quale, anziché lasciare che della spinosa faccenda si occupi il pg titolare già nominato dal Csm e ormai in arrivo, assume un’altra iniziativa gravissima e irrimediabile: revoca tutti gli incarichi al consulente tecnico del pm, Gioacchino Genchi. Completa l’opera l’Arma dei carabinieri, che pensa bene di promuovere e trasferire su due piedi il capitano Pasquale Zacheo, braccio destro di de Magistris nell’unica inchiesta superstite: Toghe lucane. Via il braccio destro, via il braccio sinistro, via le indagini, in attesa di mandar via direttamente il pm. Che sarà trasferito di lì a poco dal Csm lontano da Catanzaro (a Napoli), con l’espresso divieto di esercitare mai più le funzioni di pubblico ministero.
«Sono a rischio le mie libertà» afferma Mastella con grave sprezzo del ridicolo, denunciando di essere stato intercettato illegalmente, cioè in barba all’immunità. Forse che de Magistris e Genchi non conoscono l’articolo 68 della Costituzione che proibisce di intercettare i parlamentari e di acquisirne i tabulati telefonici? O forse sono impazziti e hanno deciso di viziare fin dall’inizio un’indagine così delicata per mandarla a catafascio e salvare il guardasigilli dalle sue eventuali responsabilità?
Per comprendere ciò che è accaduto basta leggere la consulenza Genchi depositata a disposizione degli indagati (quella su Mastella e Bisignani). Genchi, esaminando i tabulati di Bisignani trasmessigli dal pm, s’è imbattuto in una serie di utenze telefoniche in contatto con lui. Non tutte le utenze hanno un nome e un cognome. Una è intestata alla Camera dei deputati, ma può essere in uso a un impiegato, a un usciere, a un segretario. Per sapere di chi è un telefono, bisogna fare accertamenti. E, per farli, bisogna acquisire i tabulati. Solo alla fine si scopre chi è il titolare, che fra l’altro può pure cederlo a un terzo. Così si è arrivati a scoprire che il telefono era di Mastella. Lo stesso è avvenuto per le telefonate intercettate tra Saladino e il ministro. «Per l’eventuale utilizzazione processuale» scrive Genchi nella consulenza
«dovrà richiedersi la prescritta autorizzazione al competente ramo del Parlamento». Segno evidente che sia lui sia il pm conoscono bene la legge. Tant’è, quando è stato scippato del fascicolo Why Not, de Magistris si apprestava a chiedere al Parlamento l’autorizzazione a usare le telefonate indirettamente intercettate fra Mastella e gli indagati Saladino e Bisignani. L’avocazione dell’inchiesta è arrivata appena in tempo per impedirglielo. Ma anche quella inesistente violazione dell’immunità verrà contestata in sede disciplinare a de Magistris dal procuratore generale della Cassazione, Mario Delli Priscoli.
Siamo in pieno «comma 22»: per essere esonerato dai voli di guerra, il pilota deve essere pazzo; ma, se chiede l’esonero dai voli di guerra, il pilota non è pazzo; pazzo è chi fa i voli di guerra; ergo è impossibile essere esonerati dai voli di guerra. L’ok del Parlamento è richiesto nel caso in cui l’indagato parli con un parlamentare. Per sapere se l’indagato parla con un parlamentare, bisogna indagare sulla titolarità dei telefoni in contatto con l’indagato. De Magistris lo fa, scopre che dall’altro capo del filo c’è Mastella, lo iscrive nel registro degli indagati, ma non può chiedere l’ok del Parlamento perché Mastella chiede il suo trasferimento e il pg gli leva l’inchiesta. E lo accusano di aver acquisito i tabulati prima dell’ok del Parlamento, al quale però non avrebbe mai potuto chiedere l’ok prima di acquisirli e di scoprire che vi compariva pure telefono di Mastella. Ergo, è vivamente sconsigliabile indagare su chicchessia: se poi si scopre che parla con Mastella, Mastella è salvo, i suoi amici pure, ma il pm è rovinato. La parola d’ordine, ormai, è distruggere la memoria di Genchi e chiunque la utilizzi. Una parola d’ordine che diventa addirittura legge il 31 luglio con la delibera numero 178 approvata dall’Autorità garante per la privacy per stabilire nuove regole per i consulenti dei pm e i periti dei giudici: essi non potranno più conservare nei loro archivi i dati e i documenti raccolti per un’indagine dopo che questa è terminata, ma dovranno restituirli ai magistrati o «cancellarli». Rigorosamente vietato «conservare, in originale o in copia, in formato elettronico o su supporto cartaceo, informazioni personali acquisite nel corso dell’incarico». Direttiva a dir poco discutibile: un’indagine archiviata può essere riaperta in qualsiasi momento se emergono elementi nuovi. E spesso è molto utile che il consulente conservi i dati vecchi per riusarli e incrociarli con quelli nuovi, senza dover ripartire ogni volta da zero. Ora non si potrà più farlo. Chissà perché: le banche dati dei periti non presentano alcun rischio per la privacy, visto che questi sono pubblici ufficiali tenuti alla massima riservatezza. Ma le perplessità aumentano se si guarda al relatore della delibera destinata a svuotare le indagini cancellando la memoria storica di tanti scandali: quella del vicepresidente dell’Autorità garante, Giuseppe Chiaravalloti. Ex magistrato, ex governatore forzista della Calabria, Chiaravalloti è indagato in quel momento a Catanzaro per associazione a delinquere nell’inchiesta Poseidone (poi il nuovo pm opterà per l’archiviazione) e a Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. Ora, si dà il caso che a entrambe le indagini abbia collaborato Genchi. Ed è curioso che a impartire le nuove direttive ai consulenti, lui compreso, sia proprio uno dei suoi «clienti» più illustri. Possibile che il «garante» Franco Pizzetti abbia designato proprio Chiaravalloti come relatore, in barba al suo plateale conflitto d’interessi? Forse la scelta è caduta su di lui per la competenza maturata in fatto di indagini giudiziarie (a carico). O magari per le sue doti profetiche. In una telefonata intercettata nel 2006 con la segretaria, Chiaravalloti così parlava di de Magistris: «Questa gliela facciamo pagare… Lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana…
Saprà con chi ha a che fare… C’è quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corrisponde una reazione… Siamo così tanti ad avere subito l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata! Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi…»
Il 2 dicembre 2008 la Procura di Salerno fa perquisire gli uffici giudiziari di Catanzaro e le abitazioni di alcuni magistrati, politici e faccendieri calabresi, indagati per aver prima sabotato, poi esautorato e allontanato de Magistris dalle sue inchieste e dalla Calabria, e infine di aver compravenduto l’insabbiamento dei suoi fascicoli più scottanti.
Grazie anche a una consulenza firmata da Genchi, i pm salernitani Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani ritengono di avere le prove della corruzione giudiziaria e di una serie di abusi. Calunnie e diffamazioni che hanno contribuito all’isolamento e alla cacciata del collega da Catanzaro per poi poterne «aggiustare» le indagini. Siccome da mesi chiedono, invano, la copia integrale degli atti di Why Not, stufi di attendere, vanno a sequestrarne l’originale. Apriti cielo. I magistrati catanzaresi si ribellano, controsequestrano il fascicolo appena sequestrato e, senz’alcuna competenza territoriale (che spetterebbe a Napoli), inquisiscono i pm salernitani che indagano su di loro. Anziché denunciare la reazione illegale e sediziosa dei magistrati calabresi, la classe politica tutta (tranne Di Pietro), con la stampa e le tv al seguito, grida alla «guerra fra Procure», mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti. Anzi, prende le parti degli aggressori, cioè dei magistrati di Catanzaro. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con un’interferenza mai vista in un’indagine in corso, chiede gli atti a Salerno e critica apertamente la perquisizione. L’Anm e il Csm, anziché difendere i pm attaccati mentre fanno il proprio dovere, si associano agli attacchi. Il Consiglio superiore appronta un processo sommario e in men che non si dica, comprimendo ogni elementare diritto di difesa, punisce in via cautelare e urgente il procuratore capo Apicella con la destituzione dalla magistratura e i suoi sostituti Nuzzi e Verasani con il trasferimento nel Lazio e con il divieto di esercitare mai più le funzioni requirenti. Come aveva fatto alcuni mesi prima con de Magistris.
La Procura di Roma indaga i tre pm e de Magistris, considerato il loro ispiratore, per interruzione di pubblico servizio e abuso d’ufficio. Poco importa se il Riesame di Salerno ha già ritenuto legittima e doverosa la perquisizione a Catanzaro e se il Tribunale di Perugia (cui il fascicolo sui magistrati è passato per competenza) archivierà ogni accusa, ritenendo che Nuzzi, Verasani, Apicella e de Magistris abbiano agito per esclusivi «fini di Giustizia». Nessuno deve osare mai più mettere il naso nel verminaio di Catanzaro, né tanto meno ipotizzare una Nuova P2 che inquina la vita democratica del Paese. Eppure proprio la sorte infausta che tocca a chiunque abbia l’ardire di sfiorarla non fa che portare nuove prove sulla sua esistenza e sulla sua geometrica potenza.
La classe politica tutta è ormai terrorizzata dalle intercettazioni e dai tabulati, che sempre più spesso svelano contatti e amicizie fra uomini di partito e uomini d’onore e disonore. Infatti prima Mastella e poi il suo degno successore Angelino Alfano (cioè Berlusconi) passano il tempo ad approntare leggi che impediscano le intercettazioni e imbavaglino la stampa. Così riparte l’assalto a Gioacchino Genchi, trasformato nel mostro da sbattere in prima pagina per creare a tavolino un allarme rosso che non ha fondamento nei fatti ma che, debitamente manipolato, può finalmente convincere gli italiani che in Italia non sono troppi i delinquenti, specie in guanti gialli e colletto bianco: sono troppi gli intercettati. Poco importa se Genchi non ha mai intercettato nessuno in vita sua: basta ripetere a reti unificate che intercetta tutti, che scheda milioni di persone, ovviamente a scopo ricattatorio, e il gioco è fatto. Tutti finiranno col crederci.
Si ripete pari pari la scena, anzi la sceneggiata, dell’ottobre del 1996, quando si trattava di far digerire un altro boccone sommamente indigesto agli italiani di destra e di sinistra: la Bicamerale, cioè l’inciucio fra D’Alema e Berlusconi per mettere in riga la magistratura e farla finita una volta per tutte con le indagini sui potenti. Il cavaliere convocò la stampa di tutto il mondo e mostrò all’intero orbe terracqueo una gigantesca «microspia» che, a suo dire, fantomatiche «Procure eversive e deviate» avevano nascosto nel suo studio a Palazzo Grazioli per spiare l’allora capo dell’opposizione di centrodestra calpestando la Costituzione. D’Alema, che stava per diventare presidente della Bicamerale con i voti di Forza Italia, si affrettò a solidarizzare col povero Silvio e ne approfittò per sollecitare un «colpo di reni» per riscrivere tutti insieme la Costituzione. Il presidente della Camera Luciano Violante, che non aspettava di meglio, convocò Montecitorio in seduta straordinaria e diede la parola al Cavaliere, che denunciò lo «spionaggio ai danni del leader dell’opposizione, il più grave attentato alle libertà parlamentari della storia repubblicana». Mesi dopo, nel silenzio dell’informazione, la Procura di Roma scoprì che il «cimicione» era un ferrovecchio inservibile che era stato nascosto in casa Berlusconi non dalle toghe rosse, ma da un disinvolto amico dell’addetto alla sicurezza del cavaliere: incaricato di «bonificargli» l’appartamento, il cialtrone non aveva trovato alcunché, dunque aveva pensato bene di nascondere lui la micro anzi macrospia. Una solennissima bufala, utilissima per spianare la strada alla Bicamerale.
Il 24 gennaio 2009 si replica per spalancare le porte al nuovo inciucio: il bavaglio sulle intercettazioni. Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, terrorizzato dalla possibile uscita di certe telefonate che minacciano di svelare il quarto segreto di Fatima (perché Mara Carfagna fa il ministro delle Pari opportunità e Mariastella Gelmini dell’Istruzione), annuncia in tv: «Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica: c’è un signore che ha spiato trecentocinquantamila persone». Il signore in questione è Gioacchino Genchi che, come abbiamo appena ricordato, non ha mai intercettato nessuno in vita sua: riceve intercettazioni e tabulati disposti e acquisiti dai pubblici ministeri e dai giudici secondo la legge e li incrocia per leggerli e interpretarli al meglio. Incastrando colpevoli e scagionando innocenti.
Quella berlusconiana è un’altra patacca. Ma anche stavolta un’opposizione evanescente e disinformata (nel migliore dei casi) e una stampa sciatta e gregaria se la bevono d’un fiato, sparacchiando cifre a casaccio e accusando «lo spione» di ogni nequizia senza uno straccio di prova.
I politici, noti garantisti, emettono la loro unanime sentenza di condanna.
Maurizio Gasparri (Pdl): «Roba da Corte marziale». Francesco Rutelli (Pd): «Un caso molto rilevante per la libertà e la democrazia».
Fabrizio Cicchitto (Pdl): «Siamo di fronte a un inquietante Grande fratello». Lanfranco Tenaglia (Pd): «Vicenda grave». Italo Bocchino (Pdl): «Il più grande caso di spionaggio della storia repubblicana». Clemente Mastella (Udeur): «È un pericolo per la democrazia». Luciano Violante (Pd): «Intollerabile». Gaetano Quagliariello (Pdl): «Scenario inimmaginabile e preoccupante per la sicurezza dello Stato». Giuseppe Caldarola (ex Pd, commentatore de Il Riformista): «Spioni deviati spiano migliaia di cittadini, Parlamento e Governo». Luigi Zanda (Pd): «Tavaroli e Genchi, tante analogie» (infatti uno spiava illegalmente migliaia di persone per un’azienda privata, l’altro lavora legalmente per lo Stato). I giornali si scatenano. La Stampa e il Corriere: «Un italiano su dieci nell’archivio Genchi». Il Giornale: «Grande Orecchio, miniera d’oro». Libero: «L’intercettatore folle». Pierluigi Battista (Corriere della sera): «Lugubre monumento alla devastazione della privacy, nuvola potenzialmente ricattatoria».
Naturalmente è tutto falso: l’«archivio Genchi», almeno così come viene descritto, non esiste. Esistono invece montagne di dati che il consulente riceve dalle Procure che l’hanno nominato e che lui «incrocia» per espletare il suo mandato. Tutto lecito e alla luce del sole.
Ben altri sono gli archivi segreti e potenzialmente ricattatorii emersi nella recente storia d’Italia. Giulio Andreotti, senatore a vita, ammette di tenere un archivio segreto da una vita e fa sapere che «qualche mistero me lo porterò nella tomba». Eppure viene celebrato da tutti i politici, o forse proprio per questo. L’ex Presidente della Repubblica
Francesco Cossiga ogni tanto tira fuori una rivelazione o un’allusione sulla strategia della tensione anni Settanta-Ottanta, lasciando intendere di sapere molto di più. Eppure nessuno gliene chiede mai conto, o forse proprio per questo. Bettino Craxi, da Hammamet, distillava fax per fulminare questo o quel politico ostile («potrei ricordarmi qualcosa di lui…») e conservava dossier, «poker d’assi» e intercettazioni su colleghi e magistrati. Eppure la Casta lo beatifica ogni giorno, o forse proprio per questo. Nel 2005, in un ufficio di via Nazionale a Roma, fu rinvenuto l’archivio segreto di Pio Pompa, «analista» prediletto dell’allora comandante del Sismi Nicolò Pollari, con migliaia di dossier su cronisti, pm e politici sgraditi a Berlusconi, da «neutralizzare e disarticolare anche con azioni traumatiche». Pompa e Pollari sono imputati per quell’archivio illegale, eppure i governi di destra e sinistra li coprono, o forse proprio per questo. Giuliano Tavaroli, ex capo della «security» della Telecom di Marco Tronchetti Provera, è imputato per aver accumulato migliaia di dossier su giornalisti, politici e imprenditori spiati illegalmente. Eppure nessuno ne parla, o forse proprio per questo. Genchi lavora su intercettazioni e tabulati legalmente acquisiti da giudici in indagini su gravi reati. Eppure dicono che il delinquente è lui, o forse proprio per questo. Il problema in Italia non sono le intercettazioni illegali. Ma quelle legali.
Infatti Renato Farina, il giornalista al soldo del Sismi di Pollari e Pompa, nome in codice «agente Betulla», che ha patteggiato sei mesi al Tribunale di Milano per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar e dunque prontamente promosso deputato dal Popolo delle libertà, propone una commissione parlamentare d’inchiesta sul «caso Genchi». E il Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza (Copasir) convoca Genchi a discolparsi. Per un’intera giornata, il consulente spiega ai parlamentari del comitato come funziona la sua attività perfettamente legale. Ma quelli o non capiscono, o fingono di non capire. Come dimostra la loro relazione finale, un’accozzaglia di corbellerie, fraintendimenti e assurdità. Si confondono i tabulati (numero chiamante e chiamato, orari e luoghi della chiamata) con le intercettazioni (contenuto della telefonata). Si insiste sulla baggianata dell’«archivio», mentre si tratta dei tabulati di un’indagine in pieno corso detenuti da Genchi per elaborarli su ordine di un pm. Si seguita a scambiare i tabulati acquisiti in Why Not (752) con i «tracciati» (decine di migliaia di chiamate in entrata e uscita, spesso fatte dagli stessi utenti). Si mena scandalo per tracciati e tabulati di «persone non indagate», quando anche un bambino sa che i non indagati possono essere pure intercettati, e comunque il tabulato di un indagato contiene i suoi contatti con una miriade di utenti sconosciuti se non per il numero di telefono. Si insiste con la fesseria del segreto di Stato, come se questo potesse coprire numeri di telefono. E come se il problema non fossero i rapporti fra servitori dello Stato e noti faccendieri indagati. Si chiede di affidare le consulenze «alle forze di polizia» e non a Genchi (che è un vicequestore di polizia), come se ogni giorno le Procure non si affidassero a centinaia di privati (docenti universitari, medici legali, periti balistici, psichiatri e così via). E non si spiega perché il metodo Genchi va benissimo quando porta all’ergastolo assassini e stragisti, ma non quando si occupa di colletti bianchi. Resta da capire se dietro ci sia ignoranza o malafede. E che cosa sia peggio.
Sta di fatto che, dopo l’ordine lanciato da Berlusconi e subito raccolto dal Copasir di Rutelli, si muove la sempre servizievole Procura di Roma. I procuratori aggiunti Achille Toro (le cui gesta, giudiziarie e telefoniche, sono ampiamente raccontate nel libro) e Nello Rossi si affrettano a indagare Genchi per una serie di presunti reati commessi nella consulenza Why Not: accesso abusivo a sistema informatico, violazione della legge sulla privacy e abuso d’ufficio per inosservanza delle prerogative dei parlamentari e del segreto di Stato (intanto altri pm della stessa Procura nominano lo stesso Genchi consulente su un caso di omicidio). E, non contenti, gli fanno perquisire gli uffici a Palermo dal Ros dei carabinieri, che gli sequestrano non soltanto gli atti dell’indagine catanzarese, ma l’intero server informatico contenente gli originali di tutte le altre consulenze a cui sta lavorando, comprese quelle commissionategli dalla stessa Procura di Roma, comprese quelle in cui sono coinvolti ufficiali del Ros. La classe politica, pressoché unanime, esulta: finalmente hanno smascherato il mostro. Gasparri, col consueto equilibrio, chiede ufficialmente l’arresto di Genchi.
Ora, anzitutto, non si vede che cosa c’entri la Procura di Roma, e cioè quale competenza territoriale possa accampare su eventuali reati commessi a Catanzaro o a Palermo. Oltre alle denunce dei magistrati di Catanzaro (quelli indagati dalla Procura di Salerno grazie anche al lavoro di Genchi), ci sono a carico del consulente una serie di contestazioni per fatti accaduti a Mazara del Vallo, dove Genchi assiste la Procura di Marsala nelle indagini sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone. Anche di questi, sorprendentemente, si occupa la Procura di Roma. Ma veniamo alle accuse, che rasentano la fantascienza.
Accesso abusivo all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate: Genchi è accusato di aver usato la password fornitagli dal Comune di Mazara per le indagini su Denise anche per estrarre dati utili ad altre consulenze che aveva in corso per conto di altri uffici giudiziari. Ma di password d’accesso se ne può avere soltanto una alla volta, e comunque l’accesso con la password del Comune di Mazara non può essere abusivo perché autorizzato da vari pm.
Abuso d’ufficio per violazione dell’immunità parlamentare: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati telefonici «riconducibili a parlamentari» senza la preventiva autorizzazione del Parlamento. Ma, per sapere che un telefono è riconducibile a Tizio o Caio, bisogna prima acquisirlo. E ad acquisirlo non è il consulente, ma il pm. E l’autorizzazione delle Camere è richiesta per usare i tabulati nel processo, non per acquisirli in fase di indagine. E comunque i tabulati in questione non erano riconducibili a parlamentari: quello di Mastella era intestato alla Camera e al Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap); quello di Marco Minniti (Ds) faceva capo a un tizio di Treviso; quello di Beppe Pisanu (Pdl) a tale Stefania I.; quello del governatore calabrese Agazio Loiero non era neppure coperto da immunità perché Loiero non era parlamentare.
Abuso d’ufficio per violazione del segreto di Stato: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati di agenti segreti e di essere così venuto a conoscenza di segreti di Stato. Ma i tabulati degli 007 non sono coperti da alcun segreto di Stato. E comunque, per sapere se un telefono appartiene a un agente segreto, bisogna prima acquisirlo e identificarne l’utilizzatore.
Violazione della privacy: non esiste alcuna privacy quando il soggetto intercettato o controllato nei suoi tabulati telefonici è oggetto di indagine giudiziaria.
Queste cose le sanno anche i bambini, ma per Genchi si voltano tutti dall’altra parte. Anzi, peggio. Dopo la perquisizione si mobilita il vertice della polizia di Stato. Per difendere il suo vicequestore attaccato da ogni parte? No, per sospenderlo dal servizio, con tanto di ritiro del tesserino e dell’arma di ordinanza. Motivo: ha rilasciato interviste per difendersi dalle calunnie e ha risposto su Facebook alle critiche di un giornalista, Gianluigi Nuzzi, all’epoca in forza a Panorama. Quella di Genchi viene definita nel provvedimento una «condotta lesiva per il prestigio delle istituzioni» che rende «la sua permanenza in servizio gravemente nociva per l’immagine della polizia». Firmato: il capo della polizia, Antonio Manganelli. Curioso provvedimento, se si pensa che Genchi, a parte le interviste e Facebook, è soltanto indagato.
Invece i poliziotti condannati in primo grado per aver massacrato di botte decine di no global al G8 di Genova 2001 sono rimasti tutti ai posti di combattimento e alcuni hanno addirittura fatto carriera (come racconta Massimo Calandri in Bolzaneto, la mattanza della democrazia, DeriveApprodi, 2009). Vincenzo Canterini, condannato a quattro anni in primo grado per le violenze alla scuola Diaz, è stato promosso questore e ufficiale di collegamento Interpol a Bucarest. Michelangelo Fournier, condannato a due anni in primo grado, è al vertice della Direzione centrale antidroga. Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un quindicenne, condannato in primo grado a due anni e quattro mesi per le sevizie a Bolzaneto e a due anni e tre mesi per arresti illegali, è divenuto capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente in quella di Alessandria. Le loro condotte non erano «lesive per il prestigio delle istituzioni» e la loro permanenza non è «nociva per l’immagine della polizia»?
Contro la perquisizione e il sequestro, Genchi ricorre al Tribunale del Riesame attraverso il suo avvocato Fabio Repici. E il Riesame, sotto la presidenza del giudice Francesco Taurisano, annulla entrambi i decreti della Procura di Roma e ordina che gli vengano restituiti tutti i computer. Nella motivazione si legge che Genchi – il mostro che per Gasparri «merita l’arresto» – «ha agito correttamente» senza violare alcuna legge. Le accuse mossegli dai procuratori aggiunti Toro e Rossi – sostengono in pratica i giudici del Riesame – non stanno né in cielo né in terra. Genchi «non ha violato le guarentigie dei parlamentari interessati all’acquisizione dei tabulati» in quanto «agiva di volta in volta in forza del decreto autorizzatorio del pm de Magistris, comunicandogli ogni… coinvolgimento di membri del Parlamento intestatari delle utenze». L’accesso all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate «non ha arrecato nocumento» ad alcuno. Quanto ai tabulati di uomini dei servizi segreti, «non è dato comprendere il nocumento per la sicurezza dello Stato», ma soprattutto «il Tribunale non rinviene la norma di legge» che vieterebbe di acquisirli. Insomma «Genchi agì nell’esercizio delle sue funzioni di ausiliario del pm de Magistris». Di più: avrebbe commesso un reato non facendo ciò che ha fatto, visto che era suo dovere eseguire le disposizioni dei pm e dei giudici che l’avevano incaricato di studiare e incrociare i tabulati della discordia.
Ma, nonostante l’ordine del Riesame di restituirgli subito tutto il materiale sequestrato, la Procura di Roma gliene ridà indietro solo una parte, e ricorre in Cassazione. Qui il 25 e 26 giugno, i supremi giudici si producono in due sentenze contrastanti: una prima sentenza dichiara inammissibile il ricorso della Procura e conferma il dissequestro a proposito dei reati di accesso illegale a sistema informatico e di violazione della privacy; la seconda decisione accoglie solo in parte il ricorso contro il dissequestro a proposito del presunto abuso d’ufficio per violazione dell’immunità dei parlamentari.
È venuto il momento, cari lettori, di lasciarvi alla lettura di questo thriller-verità. Un thriller sconvolgente per vari motivi: spiega perché tanti potenti hanno paura del contenuto del cosiddetto «archivio Genchi»; che cosa aveva scoperto e stava per scoprire Luigi de Magistris, e dunque perché non doveva proseguire nelle sue indagini a Catanzaro sulla cosiddetta Nuova P2; perché chiunque gli abbia poi dato ragione doveva pagare, come lui, caro e salato; quali fili collegano i politici calabresi con i leader della politica nazionale e della parte più marcia della magistratura e della finanza nazionale, nonché della massoneria.
E poi magistrati in contatto con boss della ’ndrangheta, procuratori che vanno a pranzo con i loro indagati, giudici che vanno a braccetto con avvocati poco prima di scarcerare i loro assistiti, fughe di notizie pilotate per depistare e bloccare indagini o addirittura per favorire la fuga di ’ndranghetisti stragisti. E poi collegamenti, tanti, forse troppi per non impazzire: collegamenti insospettabili e inaspettati, come quelli che portano al delitto Fortugno e alla strage di Duisburg, ma anche all’affare Sme, al grande business miliardario delle licenze per i telefonini Umts, ai crac Cirio e Parmalat, alle scalate dei furbetti e dei furboni del quartierino all’Antonveneta, alla Bnl e al Corriere della sera, allo scandalo degli spionaggi e dei dossieraggi Telecom-Sismi. Vicende nelle quali, come fantasmi eternamente danzanti, ricicciano fuori personaggi già emersi nelle indagini di Genchi sulle stragi di Capaci e via d’Amelio, cioè sulla sanguinosa nascita della seconda Repubblica.
Personalmente, oltre ai capitoli su Catanzaro e sul clan Mastella, ho trovato agghiacciante quello sull’ex iscritto alla P2 Giancarlo Elia Valori, poi espulso per indegnità (sic) da Licio Gelli, e tutt’oggi gran collezionista di cariche pubbliche e private e di amicizie a destra come a sinistra, con incredibili entrature nei vertici della politica, della magistratura, della guardia di finanza, dei carabinieri, del Viminale, del salotto buono di Mediobanca ma anche di outsider come i furbetti delle scalate. Valori era il prossimo obiettivo di de Magistris, che fu fermato appena in tempo. I frenetici contatti telefonici di Valori con il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (sempre lui), anche sui telefoni della moglie e del figlio del magistrato, ma anche con i vari Latorre, Minniti, Cossiga, Ricucci, Geronzi, Benetton, Caltagirone, Gavio, Rovati, con i generali Cretella, Adinolfi e Jannelli delle Fiamme gialle, ma anche con i centralini del Viminale, di Bankitalia e del Vaticano nei giorni cruciali dei processi e delle indagini su umts, Parmalat, Cirio e Unipol dovrebbero imporre l’immediato intervento del Csm. Il fatto che Toro, così amico di Valori, non abbia avuto il buon gusto di astenersi dalle indagini su Genchi, di cui non poteva ignorare i risultati, è davvero sconcertante; tanto più che il procuratore non solo è intimo di Valori e, secondo Genchi, ha un figlio nominato consulente del Ministero della Giustizia da Clemente Mastella; ma – sempre secondo gli incroci di Genchi – telefonava spesso al principale indagato delle inchieste di de Magistris: l’onorevole avvocato berlusconiano Giancarlo Pittelli, legale della Torno Internazionale di cui è presidente, indovinate un po’? Ma sì, lo stesso Giancarlo Elia Valori. Suggerisco a Montolli e a Genchi di fare omaggio de Il caso Genchi a tutti i consiglieri di Palazzo dei Marescialli.
Ammesso e non concesso che le notizie riportate nel libro giungano nuove a qualcuno di loro. E che il Csm non voglia continuare a essere, all’infinito, l’acronimo di Ciechi Sordi Muti.

Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa.

Fonte: Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa.

Scritto da Marco Travaglio

ALFONSO SABELLA è nato a Bivona (Agrigento) 46 anni fa. Magistrato dal 1989, è un cane sciolto, mai iscritto ad alcuna corrente della corporazione togata. Prima fa il pm a Termini Imerese, poi dal 1993 alla Procura antimafia di Palermo diretta da Gian Carlo Caselli. Si specializza nella cattura dei latitanti: insieme alle forze dell’ordine, soprattutto alla Polizia di Stato e alla Dia, ha acciuffato Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca, Pietro Aglieri, Nino Mangano, Vito Vitale, Mico Farinella, Cosimo Lo Nigro, Carlo Greco e decine di altri fra capimandamento, killer stragisti e potenti uomini d’onore. Ed è proprio davanti a lui che Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri” (a quella stagione da film, Sabella ha dedicato un libro avvincente, “Cacciatore di mafiosi”, scritto con Silvia Resta e Francesco Vitale, Mondadori, 2008).

Nel settembre del 1999 si trasferisce a Roma, al ministero della Giustizia, come magistrato di collegamento con la commissione parlamentare Antimafia. Nello stesso anno Caselli diventa direttore del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria: la direzione delle carceri, presso il ministero della Giustizia) e lo prende con sé come capo dell’ufficio ispettorato, da cui verrà cacciato nel 2001 dal nuovo capo Giovanni Tinebra, dopo aver ostacolato le manovre per arrivare alla “dissociazione” dei boss detenuti. Intanto è rimasto coinvolto suo malgrado nelle indagini della Procura di Genova sulle violenze commesse anche da alcuni agenti della polizia penitenziaria nella caserma di Bolzaneto, anche se lui in quel mentre era da tutt’altra parte. Una vicenda molto oscura, che gli stroncherà la carriera anche grazie a un verdetto molto sbrigativo del Csm. Nel 2002 viene trasferito alla Procura di Firenze, dove gli levano la scorta mentre la mafia progetta di assassinarlo e viene relegato a occuparsi di reati comuni. Oggi è giudice al Tribunale di Roma. Da quando, quest’estate, sono emerse le nuove prove delle trattative fra Stato e mafia nel 1992-‘93, fino al papello consegnato da Massimo Ciancimino che dimostra il ruolo “trattativista” di Bernardo Provenzano dal 1992 in poi, Sabella ha riletto la propria biografia in quella chiave. Le singolarissime coincidenze che hanno rovinato la sua vita gli appaiono oggi come tanti tasselli di un unico mosaico. E, “a costo di apparire paranoico”, ha accettato di parlarne al Fatto Quotidiano. Perché la conclusione che ne ha tratto è agghiacciante: quella di essere stato sacrificato sull’altare di una trattativa che passava sulla sua testa, come su quella di 60 milioni di italiani, ma che lui era riuscito più volte, spesso volutamente e ancor più spesso involontariamente, a ostacolare. La sua tesi è semplice e spaventosa, per molti versi coincidente con quella dell’attuale Procura di Palermo: da quando, come appare sempre più plausibile, Provenzano consegnò al Ros dei Carabinieri la testa di Salvatore Riina grazie alla mediazione di Vito Ciancimino, il vecchio “Zu Binu” divenne un intoccabile. Una sorta di garante della Pax Mafiosa che, nel novembre del ’93, segnò la fine del biennio stragista e l’inizio della Seconda Repubblica. Un padre della Patria. Infatti il Ros non perquisì il covo di Riina, che poteva avervi conservato le prove della trattativa e del “papello”. Poi mandò a monte il possibile arresto di Provenzano nel novembre del ’95 in un casolare di Mezzojuso (almeno secondo le accuse del colonnello Michele Riccio, sulle quali è in corso a Palermo il processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento alla mafia). E poi tante altre coincidenze, come il ritorno a delinquere di famosi pentiti e le ricorrenti trattative per favorire la “dissociazione” a costo zero dei boss arrestati, ansiosi di liberarsi del 41-bis e dell’ergastolo. Eccola dunque la trattativa story attraverso le coerentissime incoerenze della carriera di Sabella. Una storia in sette atti.

ATTO I – I DELITTI DEI PENTITI

Giovanni Brusca, capomandamento di San Giuseppe Jato, fedelissimo di Riina, l’uomo che fece esplodere l’autostrada di Capaci, viene arrestato il 20 maggio 1996. “Un paio di mesi dopo, nel territorio di San Giuseppe Jato rimasto senza boss, si comincia a sparare. Una serie impressionante di omicidi e attentati interni a Cosa Nostra. E’ chiaro che gli uomini di Provenzano tentano di conquistare il mandamento appena decapitato. Brusca mi dice che, secondo lui, gli attentati sono opera del pentito Balduccio Di Maggio. Cioè dell’ex autista di Riina, poi passato dalla parte di Provenzano, quello che si era preso il merito di aver fatto catturare Riina il 15 gennaio 1993 e che, nelle sue prime dichiarazioni rese ai Carabinieri di Novara una settimana prima, l’8 gennaio 1993, aveva incredibilmente sostenuto che Provenzano era morto! Ma il Ros sforna relazioni su relazioni in cui sostiene che i delitti sono opera degli uomini di Brusca (cioè di Riina) per screditare Di Maggio (cioè, secondo me, Provenzano). Acquisisco informazioni e scopro che non è vero niente: è probabile invece che Di Maggio – coperto dal suo programma di protezione – sia tornato in zona per riprendersi il mandamento armi in pugno. E che altri due collaboratori-chiave sulla strage di Capaci, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera, l’abbiano seguito. Il Ros è molto tiepido, ma io del Ros non mi fido: l’ho sempre tenuto alla larga dalle indagini sulla cattura dei latitanti, preferendo appoggiarmi sulla Squadra mobile e a un certo punto ho anche chiesto che il Ros non si occupi più delle ricerche di Bernardo Provenzano (quel che poi ha raccontato il colonnello Riccio dimostra che forse avevo visto giusto…)”. Ma, sul ritorno a delinquere dei pentiti, anche la Procura di Palermo è dubbiosa: Brusca non è ancora un collaboratore di giustizia, ma soltanto un “dichiarante”; poco prima di essere arrestato e di iniziare a collaborare, aveva progettato un complotto contro il presidente della Camera, Luciano Violante, per accusarlo falsamente di avergli promesso l’impunità in cambio di accuse ad Andreotti; e poi s’è scoperto che ha cercato di coprire il boss Vito Vitale, suo successore a capo del mandamento di San Giuseppe Jato, coinvolto in gravissimi delitti. In più si teme che stia tentando di screditare Di Maggio, uno dei pentiti chiave del processo Andreotti appena iniziato. E poi, se l’Arma che ha in custodia Di Maggio non segnala nulla di strano, perché preoccuparsi? “Io però insisto con Caselli perché si apra un’inchiesta sul possibile ritorno di Di Maggio”. Caselli dispone un’inchiesta “aperta”: sia sull’ipotesi affacciata da Brusca, sia su quella di una calunnia contro Di Maggio. Questi viene interrogato, ma finge di cadere dalle nuvole e si dice pronto a farsi controllare 24 ore su 24, anche se per la legge è un libero cittadino in attesa di giudizio (in quel periodo –- ma lo si scoprirà soltanto più tardi – ha già assassinato, il 30 agosto 1996, un certo Giuseppe Giovanni Caffrì). Il procuratore aggiunto Guido Lo Forte chiede ufficialmente al Servizio centrale di protezione, in aggiunta ai Carabinieri, di controllare Di Maggio nel luogo di residenza, in Toscana. Ma il Servizio (che dipende dal ministero dell’Interno, retto all’epoca da Giorgio Napolitano) non vi presta soverchia attenzione: infatti non s’accorge né delle trasferte di Balduccio a San Giuseppe Jato, né dei suoi contatti con i compari del paese che poi si scopriranno coinvolti nei suoi delitti. La Procura dispone anche l’obbligo di firma e una serie di accertamenti. Dai quali però non emerge nulla. “Ho poi avuto notizia che, giusto in quel periodo, fra giugno e luglio 1997, il Ros avrebbe organizzato un misterioso incontro in Toscana fra Di Maggio (che invece doveva essere strettamente controllato proprio per impedire contatti con i vecchi compari) e l’allora mafioso libero Angelo Siino, l’ex ‘ministro dei lavori pubblici di Riina’, confidente del Ros. Il 16 luglio 1997 disponiamo l’intercettazione di Di Maggio, affidando le operazioni alla Dia e non al Ros. E così facciamo con La Barbera e Di Matteo. Intanto, il 25 settembre 1997, il fratello maggiore di Giovanni Brusca, Emanuele, che vive libero a San Giuseppe Jato, si presenta da me e mi conferma che Di Maggio è tornato. Scopriremo poi che Balduccio ha fatto sparare ad altri due uomini vicini a Brusca: il 7 agosto 1997 all’imprenditore Francesco Costanza (fedelissimo di Brusca, guarda caso odiato da Siino), salvo per miracolo, e il 24 settembre a Vincenzo Arato, morto ammazzato. Ma noi ancora non possiamo saperlo. Nel dubbio, comunque, decidiamo di arrestare tutti i mafiosi vicini ai tre pentiti, ma anche quelli vicini a Brusca, sui quali abbiamo elementi sufficienti d’accusa. Per fare terra bruciata intorno a entrambi i clan che si fronteggiano. L’operazione dà i risultati sperati: i tre, senza più contatti sul territorio, sono costretti a venire allo scoperto. E le intercettazioni confermano spostamenti più che sospetti. Ai primi di ottobre arrestiamo Giuseppe Maniscalco, che confessa subito di essere uno dei killer di Balduccio a San Giuseppe Jato e inizia a collaborare: ci rivela di essere in stretto contatto con Provenzano e che i suoi amici Di Maggio, La Barbera e Di Matteo hanno profittato dell’arresto di Brusca per riprendersi il controllo del mandamento. Così li arrestiamo tutti e tre e li facciamo espellere dal programma di protezione. Fine della storia, almeno per un po’. Ma c’è un particolare che, di recente, mi è tornato alla mente e ho riletto in chiave diversa, alla luce delle ultime scoperte sulla trattativa”. Un particolare che riguarda Maniscalco, uomo di Provenzano: “Era stato lui, nel 1992, ad avvertire Di Maggio che Riina lo voleva morto salvandogli la vita: infatti Balduccio era fuggito a Borgomanero. Per gratitudine, Di Maggio non aveva mai par parlato di Maniscalco, diversamente da La Barbera e Di Matteo, che inizialmente l’avevano accusato di essere mafioso, salvo poi fare retromarcia, scagionarlo e farlo assolvere al processo di primo grado. Ricordo perfettamente che il Ros venne a chiedere alla Procura di non fare appello contro quella sentenza che assolveva Maniscalco. Cioè un uomo di Provenzano (Maniscalco, quando inizierà a collaborare, consegnerà due ‘pizzini’ che gli aveva inviato zu’ Binu per invitarlo a liberarsi di Vito Vitale, uomo di Brusca e Riina, ndr). E quando propongo di arrestarlo per gli omicidi di San Giuseppe Jato, mi viene detto in Procura che era un confidente del Ros. Alla fine Caselli decide di farlo arrestare ugualmente e, dalla sua collaborazione, si scopre che i killer di San Giuseppe Jato sono, oltre a lui e ai tre pentiti, almeno altri due confidenti dell’Arma: Michelangelo Camarda (‘fonte’ del colonnello Giancarlo Meli, comandante del Gruppo carabinieri di Monreale e legatissimo al Ros) e Nicola Lazio (che mi hanno detto essere confidente del Ros)”. Ora, con quel che sta emergendo sulla “trattativa ” del Ros con Vito Ciancimino, Sabella s’interroga: “Sono paranoico, o sono autorizzato a  farmi certe domande?”.

ATTO II  ROS CONTRO LO FORTE

Le coincidenze non sono finite: sempre nell’ottobre del 1997, mentre sono in corso gli arresti  dei tre pentiti provenzaniani e del loro gruppo di  fuoco, il capitano del Ros Giuseppe De Donno si  reca a Caltanissetta a denunciare il vice di Caselli,  Guido Lo Forte, accusandolo di aver passato nel  1991 il rapporto del Ros su “Mafia e appalti” ad  alcuni politici e mafiosi, fra cui Salvo Lima, e di  averlo poi insabbiato. La fonte di De Donno è  Angelo Siino, già ministro dei lavori pubblici di  Riina, a lungo confidente del Ros e poi ufficialmente “pentito” dal 1997. Accuse e veleni da  prendere con le molle, ovviamente. La Procura  di Caltanissetta, diretta da Giovanni Tinebra,  iscrive Lo Forte sul registro degli indagati. Un atto segretissimo, che però una fuga di notizie ben  pilotata divulga al quotidiano La Repubblica proprio il giorno prima della prima udienza del processo Dell’Utri, il 5 novembre 1997. Notizia vera, ma concentrata tutta sul nome di Lo Forte,  mentre insieme con lui sono indagati anche altri  colleghi, dall’ex procuratore Pietro Giammanco  al suo fedelissimo Giuseppe Pignatone. Così  quel mattino, mentre si apre il processo al braccio destro di Berlusconi, tutti parlano dell’inchiesta sul braccio destro di Caselli. I fatti si commentano da sé. Il 10 ottobre 1997 Siino, da poco  pentito, dichiara alla Procura di Palermo che nel  febbraio ’95, quand’era ancora un confidente  del Ros, De Donno gli aveva chiesto notizie su Lo  Forte; poi il colonnello Mori l’aveva interpellato  su alcune brutte voci che circolavano sul conto  di colleghi carabinieri. Lui gli raccontò che nel  ’91 il maresciallo Antonino Lombardo (comandante dei carabinieri di Terrasini, all’epoca aggregato al Ros) aveva tentato di vendergli in anteprima il dossier “Mafia e appalti”, ovviamente top secret, in  cambio di denaro.  Lombardo si suicidò  poco dopo quelle rivelazioni, il 4 marzo  1995. Appena raccolte le dichiarazioni di  Siino, la Procura di Palermo – che ha pure  un’indagine aperta sul  suicidio Lombardo –  interroga De Donno e Mori. È il 13 ottobre  1997. I due ufficiali confermano gran parte delle  confidenze che Siino dice di aver fatto al Ros. Ma,  quanto all’offerta del dossier “Mafia e appalti”,  sostengono che Siino non la attribuì a Lombardo, bensì al tenente Carmelo Canale, suo cognato. Anche se li invitò a diffidare anche di Lombardo (la Procura, nella richiesta di archiviazione dell’indagine sul caso Lombardo, crederà a  Siino e definirà “quanto meno reticenti” e “contraddittorie” le dichiarazioni di Mori e De Donno). A questo punto, colpo di scena: pochissimi  giorni dopo la sua deposizione a Palermo, De  Donno si reca inopinatamente a Caltanissetta  per raccontare tutt’altra versione: e, cioè, che secondo Siino la fuga di notizie su “Mafia e appalti”  era opera di magistrati: Giammanco, Pignatone,  Lo Forte o altri. E poco dopo la sua deposizione,  ovviamente segretissima, la notizia arriva a Repubblica. E’ una dichiarazione di guerra del Ros  alla Procura di Palermo, che creerà contraccolpi  mediatici e politici anche sul processo Andreotti  e trasformerà Lo Forte in un’“anatra zoppa” proprio nel momento più delicato dei processi di  mafia e politica, per mesi e mesi, fino al completo proscioglimento di Lo Forte da ogni accusa.  Oggi, dopo quel che sta emergendo sulla trattativa fra Mori e De Donno da una parte e Ciancimino e i capimafia dall’altra, Sabella si interroga:  “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe  domande?”.

ATTO III  PARLA BRUSCA

Oggi la trattativa Stato-mafia e il “papello” sono  sulla bocca di tutti. Ma quando Brusca ne parlò  diffusamente davanti a Sabella, era la prima volta  in assoluto. Il boss pentito vi aveva già accennato  il 10 settembre 1996 dinanzi ai pm di Palermo,  Caltanissetta e Firenze. Vi aveva fatto di nuovo  cenno il 21 gennaio 1998 davanti alla Corte d’Assise di Firenze che stava processando mandanti  diretti ed esecutori materiali delle stragi del 1993.  Subito dopo fu preso a verbale da Sabella, il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Gli parlò diffusamente  del papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio. Gli fece intuire il nome dell’al l o ra  (estate 1992) ministro dell’Interno Nicola Mancino a proposito della “linea morbida” dello Stato  fra le due stragi. Gli raccontò che il covo di Riina  non era stato perquisito dal Ros nel timore di trovarvi le carte che provavano la trattativa e che il  boss dei boss teneva con sé in cassaforte; e che la  cattura di Riina era stata il frutto del tradimento  degli uomini di Provenzano, che l’avevano di fatto consegnato ai carabinieri.  Brusca rivelò pure che, da “indagini interne”, era  giunto alla conclusione che, verso settembre del  1992, un certo Francesco Brugnano aveva, per  conto di Provenzano, riferito notizie su Riina al  maresciallo Lombardo affinché le girasse al Ros.  Lo stesso Lombardo, infatti, nella lettera lasciata  prima di suicidarsi il 4 marzo 1995, aveva citato  un proprio contributo alla cattura di Riina, di cui  non c’era alcuna traccia ufficiale. Il 26 febbraio  ‘95, proprio pochi giorni prima del suicidio, il cadavere di Brugnano era stato fatto trovare nel bagagliaio di un’auto sotto la caserma di Terrasini  (dove Lombardo prestava servizio). Infine Brusca  aveva spiegato a Sabella che nel 1993 si era verificata una biforcazione fra l’ala Provenzano legata ai partiti della prima Repubblica e l’ala Riina  (capeggiata, dopo la cattura di Totò u’ curtu, dal  cognato Leoluca Bagarella) legata alla nascente  Forza Italia ideata da Dell’Utri. I tre esplosivi verbali furono secretati da Sabella, in attesa di essere  approfonditi .  Qualche mese dopo, nel rush finale del processo Andreotti in primo grado, Caselli lascia Palermo dopo quasi sette anni e si trasferisce al Dap, nella Capitale. Sabella, prima di trasferirsi anche lui a Roma, lascia gli esplosivi verbali di Brusca al nuovo procuratore Piero Grasso. Ma, nei cinque anni della sua gestione, non verranno mai approfonditi. Oggi che la tesi di Brusca trova conferme da varie fonti, anche esterne alla mafia e dunque insospettabili, Sabella si interroga: “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO IV LA “DISSOCIAZIONE”

Nel maggio del 2000 Sabella è capo dell’Ispettorato del Dap. “Un giorno mi chiama il direttore Caselli e mi mostra una lettera firmata dal ministro della Giustizia Piero Fassino. E’ una richiesta di parere sui colloqui investigativi intrattenuti dal procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna con i boss detenuti: Pietro Aglieri, Piddu Madonia, Salvatore Buscemi e Giuseppe Farinella, che si sono detti disponibili a dissociarsi pubblicamente da Cosa Nostra a costo zero: ammetterebbero le loro responsabilità, per le quali peraltro sono già stati condannati a numerosi ergastoli, e non accuserebbero nessuno. Prima però Aglieri, a nome degli altri tre, chiede di poter incontrare Nitto Santapaola, Salvo Madonia, Carlo Greco e Pippo Calò, anch’essi disposti a dissociarsi. Mi torna alla mente un’intercettazione di Carlo Greco che il 18 luglio 1996 parlava col fratello Giuseppe e il cognato Salvatore Adelfio”. Adelfio domandava: “Scusami, ma è meglio pentito o dissociato?”. E Carlo Greco: “Meglio questo che quello… Ti sei dissociato? Allora gli puoi dire: mi avvalgo della facoltà di non rispondere, ma mi dissocio. Sì, è vero, facevo parte di questi membri, di queste cose, però non lo voglio fare più. Ho le mie responsabilità. E intanto mi guadagno uno sconto di pena e mi levano il 41 bis… Perlomeno dieci anni in meno, per queste cose. Minchia, stupido ti pare? Comunque ancora non l’hanno messa questa legge della dissociazione, ma appena entrerà in atto… Saranno pochi quelli che fra pentito e dissociato faranno il pentito. E se metteranno la dissociazione è buono, perché verranno 80 per cento di pentiti in meno e, invece, se non la mettono ci saranno un altro 80 per cento di pentiti. Perciò c’è da scegliere: quale vuole lei?”. “Faccio poi notare a Caselli che gli aspiranti dissociati sono tutti dell’area Provenzano. Il quale aveva tutto da guadagnare dalla dissociazione, sia per i suoi uomini, sia per quelli di Riina, che marcivano tutti quanti all’ergastolo e per giunta ristretti al 41 bis senz’alcuna speranza di uscirne se non da morti. Questi, gli stragisti, davano segni di crescente insofferenza e, se avessero ordinato qualche delitto politico rompendo la Pax Mafiosa che durava dal ’93, sarebbe fallita la strategia della trattativa, della convivenza e della sommersione, costringendo lo Stato a varare qualche legge antimafia. Con la dissociazione, chiunque avesse aderito avrebbe ottenuto la revoca del 41-bis, sconti di pena con la possibilità addirittura di vedersi trasformare l’ergastolo in una pena di 30 anni (che poi diventano 20 grazie alla ‘liberazione anticipata’), permessi premio, e così via. Una pacchia, in cambio di nulla. Decidemmo così di opporci alla dissociazione. Fassino sposò la nostra linea e la comunicò a Vigna”. Appena la notizia trapelò sui giornali, la Procura di Palermo entrò in subbuglio: il procuratore Grasso sapeva, ma non aveva detto niente ai suoi sostituti. Così fu costretto a dichiararsi pubblicamente contrario alla dissociazione dei boss. Ma si scoprì pure che, nel centrodestra, l’idea aveva i suoi bravi supporter: dall’onorevole avvocato Carlo Taormina (Forza Italia), che parlò addirittura di “soluzione politica” per i mafiosi, ad altri peones mandati avanti in avanscoperta con un apposito disegno di legge presentato in Parlamento per sondare il terreno. Lette con gli occhi di oggi, quelle avances sulla dissociazione modello terrorismo, splendidamente illustrate nella chiacchierata del boss Carlo Greco (“come per i terroristi”), assumono un significato agghiacciante: nel papello consegnato da Ciancimino jr. alla Procura di Palermo, si parla esplicitamente del “riconoscimento benefici dissociati Brigate Rosse per condannati di mafia”. Caselli e Sabella pensano di avere stoppato l’operazione, invece il 6 febbraio 2001 La Repubblica racconta che tutte le mafie d’Italia – Cosa Nostra, ‘ndrangheta, camorra e Sacra corona unita – chiedono a gran voce la dissociazione e hanno nominato come portavoce unico – per trattare con lo Stato – Salvatore Biondino, il capo del mandamento di San Lorenzo arrestato il 15 gennaio 1993 sull’auto insieme a Riina. Stavolta la proposta raccoglie un coro di aperture politiche, in parte trasversali. Ma le elezioni politiche sono alle porte e non se ne fa nulla. Almeno per qualche mese.

ATTO V, “DISSOCIAZIONE” BIS.

Nell’ottobre 2001 Sabella è ancora al Dap, anche se il nuovo ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ha sostituito Caselli con l’ex procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra. Un magistrato che non può certo vedere di buon occhio Sabella: fu proprio quest’ultimo il primo pm a mettere in dubbio la versione del pentito Vincenzo Scarantino, che si era autoaccusato della strage di via d’Amelio ed era stato preso per buono dalla procura nissena retta da Tinebra (gli stessi dubbi avevano manifestato Ilda Boccassini, all’epoca “applicata” a Caltanissetta, e i pm di Palermo che avevano interrogato il pentito su Dell’Utri, Berlusconi e Contrada). Recentemente Scarantino è stato sbugiardato dal nuovo pentito Gaspare Spatuzza, che ha indotto i pm nisseni a chiedere la revisione delle condanne definitive emesse dalla Cassazione per via D’Amelio. Sabella, a Palermo, non aveva mai “utilizzato” Scarantino , ritenendolo inattendibile persino sugli omicidi che gli aveva confessato. Lo stesso Tinebra aveva poi accolto e coltivato la denuncia, poi rivelatasi infondata, del capitano De Donno contro Lo Forte proprio alla vigilia del processo Dell’Utri. Ed ecco, come per incanto, riaffacciarsi di fronte a Sabella il fantasma della “dissociazione”. Cioè dell’eterna trattativa Stato-mafia. “Nell’ottobre del 2001, mi telefona mia sorella Marzia, pm antimafia a Palermo. Mi dice che le è giunta da Rebibbia una richiesta di nullaosta per Salvatore Biondino, che vuole lavorare come ‘scopino’ in carcere, così la direzione del penitenziario chiede l’autorizzazione a tutte le procure che si occupano di lui. Chiedo un po’ in giro, e scopro che, facendo lo scopino, Biondino avrebbe libero accesso alle celle di Aglieri, Farinella, Madonia e Buscemi, i quattro ideologi della dissociazione. Avverto mia sorella che nega l’autorizzazione a Biondino e blocca tutto. Subito dopo stilo una relazione al mio nuovo capo, Tinebra, e suggerisco di allertare la polizia penitenziaria perché impedisca contatti anche casuali tra i boss coinvolti nel progetto dissociazione. La relazione è del 29 novembre 2001, giovedì. L’indomani, venerdì, è sul tavolo di Tinebra, ma lui è già partito per Caltanissetta per il weekend. La legge lunedì 3 dicembre e convoca il capo dell’ufficio detenuti, Francesco Gianfrotta, per chiedere spiegazioni. Gianfrotta si dice d’accordo con me e l’indomani, 4 novembre, lo mette per iscritto. Il 5 dicembre Tinebra, senza nemmeno parlarmi, sopprime il mio ufficio e mi revoca ogni incarico”. Due mesi prima Tinebra aveva definito all’Ansa la proposta di dissociazione di Calò “veramente interessante ”. E l’8 giugno 2000, nel pieno delle polemiche sulla prima proposta di dissociazione dei boss, aveva rilasciato un’intervista al Corriere della Sera dal titolo eloquente: “Dissociazione? Ero contrario, ora non più”. E aveva sostenuto di nutrire “seri dubbi” sul fatto che dietro la dissociazione ci fosse Provenzano, come aveva invece ipotizzato Sabella in un’intervista a Peter Gomez sull’Espresso. Dopodiché, appena Berlusconi aveva vinto le elezioni, aveva nominato proprio Tinebra, un raro esemplare di magistrato antimafia favorevole alla dissociazione a costo zero dei boss, a nuovo capo del Dap al posto di Caselli, che vi si era fieramente opposto. Lo stesso Tinebra aveva appena chiesto, in tandem col suo fedelissimo sostituto Salvatore Leopardi, l’archiviazione dell’inchiesta a carico di Berlusconi e Dell’Utri come possibili mandanti esterni delle stragi del 1992, con motivazioni talmente liberatorie da indurre il titolare del fascicolo, il pm Luca Tescaroli, a dissociarsi e ad andarsene polemicamente da Caltanissetta. E chi arriva all’Ispettorato del Dap, subito ricostituito da Tinebra dopo la cacciata di Sabella? Proprio il dottor Leopardi. Il quale sarà poi oggetto di un’indagine della procura di Roma a proposito di strane manovre al Dap per “orientare” e depotenziare, nel novembre del 2002, le rivelazioni del nuovo pentito Nino Giuffrè, guarda caso vicinissimo a Provenzano, a proposito di Dell’Utri. Manovre che non erano sfuggite all’occhiuto “analista” del Sismi Pio Pompa, uomo ombra del generale Niccolò Pollari, il quale aveva annotato in una delle sue informative che era “in atto il tentativo di ‘orientare’ le dichiarazioni” di Giuffrè, a cui i pm impegnati nell’inchiesta sulla morte di Roberto Calvi avevano rivolto domande su Dell’Utri e sulle attività del gruppo Fininvest in Sardegna. L’inchiesta sul Dap riguardava una sorta di “servizio segreto parallelo” messo in piedi nelle carceri italiane, per “monitorare” i mafiosi detenuti al 41 bis, dal Sisde allora diretto dal generale Mori. E infatti anche Mori fu sentito come testimone su quella vicenda, spiegando che la sua collaborazione con Leopardi e Tinebra era avvenuta attraverso canali del tutto istituzionali. Il tutto, ovviamente, “Siccome la soppressione del mio ufficio era, secondo me,  illegittima perché poteva deciderla soltanto il ministro,  scrissi a Castelli, ma questi mi mise alla porta. E lo stesso  fece di lì a poco il Csm. Capii quanto era debole un magistrato come me, mai iscritto ad alcuna corrente organizzata della magistratura. Avevo chiesto di essere trasferito alla procura di Roma, dove mi ero stabilito da meno  di tre anni. Ma il Csm mi rispose che a Roma non c’era n o  posti e mi trasferì a Firenze. Poi, proprio il giorno dopo, lo  stesso Csm applicò alla procura di Roma ben due magistrati più giovani di me: la prova che a Roma non c’era  posto, ma solo per me. Oggi, ripensando a quei mesi incredibili alla luce del papello, ho scoperto ciò che mai avrei  immaginato: e cioè che già nel 1992 Cosa Nostra aveva  chiesto una legge per la dissociazione dei boss. Così ho  maturato una serie di riflessioni pressoché obbligate: con i  miei ‘no’ alla dissociazione, avevo ostacolato per ben due  volte un disegno molto più grande di me, che passava sulla  mia testa e rimontava alla trattativa del 1992. Una trattativa mai interrotta (o forse una trattativa con Riina interrotta dalla strage di via D’Amelio ma subito proseguita,  stavolta positivamente, con Provenzano). Infatti, fra i vari punti del papello, molti dei quali francamente inaccettabili persino per uno Stato arrendevole come il nostro, il meno irrealizzabile (dopo la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara, poi  disposta dal governo di centrosinistra nel 1997)  era proprio la dissociazione. Che, da sola, avrebbe  consentito allo Stato di esaudire indirettamente  quasi tutti gli altri: la fine dell’ergastolo, la fine del  pentitismo, la fine del 41 bis, la revisione delle condanne.  Oggi, rievocando la propria cacciata dal Dap, Sabella s’interroga: “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO VI  IL G8 E LE ACCUSE  INFONDATE

Torniamo al 2001. Metà luglio, per la precisione.  Mentre è ancora in servizio al Dap, Sabella viene  inviato al G8 di Genova per coordinare l’attività  dell’Amministrazione penitenziaria in vista delle  annunciate violenze dei black bloc e dei prevedibili arresti. Infatti vengono arrestati centinaia di  manifestanti: pochi violenti e molti ragazzi innocenti. Alcune decine di questi vengono selvaggiamente pestati nella caserma di Bolzaneto, anche  da alcuni elementi del Gom, il corpo speciale della  polizia penitenziaria. Sabella verrà indagato dalla  procura di Genova per non essere riuscito a impedire quelle violenze (i reati contestati erano  abuso d’ufficio e d’autorità contro arrestati o detenuti) e poi archiviato. Ma, sul piano umano, Sabella ha l’amaro in bocca:  “Dico la verità, quel giorno maledetto commisi un errore  di valutazione. Non mi accorsi che il piano per gli arresti  preventivi, a scopo di sicurezza, fu modificato in corso  d’opera forse proprio allo scopo di aizzare gli animi, soffiare sul fuoco e far esplodere gli scontri. Altro però non  posso rimproverarmi, perché non sapevo quel che stava succedendo nella caserma. Per un motivo molto semplice: non ero lì nel momento in cui si verificarono i pestaggi, ma da tutt’altra parte, nella caserma di Forte San Giuliano, dove non è successo niente. Lo dimostrano i tabulati dei quattro telefoni cellulari che usavo quel giorno. Chiesi, anzi pretesi dai magistrati di Genova che controllassero i miei spostamenti, perché nei miei confronti ogni sospetto fosse dissipato. Invece la procura non controllò nulla e chiese l’archiviazione. Le parti civili, in rappresentanza dei ragazzi pestati, si opposero. E io mi associai all’opposizione (contro una richiesta di archiviazione!): volevo che fossero condotte tutte le indagini più approfondite, pretendevo di uscire senza ombre. I carabinieri acquisirono finalmente i miei tabulati telefonici, ma rilevarono che il traffico relativo alla ‘cella’ territoriale che io occupavo durante le violenze era stato cancellato (su quattro cellulari!) e dunque era impossibile affermare se io mi trovassi a Bolzaneto o altrove. Non so chi avesse manomesso quei dati, ma in ogni caso era facilissimo localizzarmi: dove mi trovavo nelle ore delle violenze risultava dai tabulati delle chiamate in entrata, cioè delle telefonate che ricevevo in quel mentre. Visto che non lo faceva l’Arma, ricostruii tutti i miei movimenti e dimostrai che, quando ero a Bolzaneto, non c’era stata alcuna violenza contro detenuti. Ma, nonostante le mie carte parlassero chiaro, il giudice se n’è infischiato e ha emesso un provvedimento di archiviazione infamante: sostenendo, cioè, che ero responsabile delle violenze, ma per colpa e non per dolo. Una tesi giuridicamente aberrante, fra l’altro, visto che le lesioni sono punibili anche quando sono colpose. E allora perché non mi ha rinviato a giudizio per quel reato? Così almeno avrei potuto dimostrare la mia estraneità nel dibattimento. Invece, a quell’archiviazione di fango, non ho potuto nemmeno oppormi: è inappellabile”. L’indagine di Genova ha serie ripercussioni sulla carriera di Sabella: il Csm blocca il suo avanzamento in attesa che si definisca il procedimento di Genova. “Feci presente al Csm che i pm non avevano indagato a fondo e chiesi al procuratore generale della Cassazione e all’Ispettorato del ministero di aprire un procedimento disciplinare contro il gip che mi aveva archiviato in quel modo scandaloso. Produssi anche alla IV Commissione del Csm una memoria dettagliata dove dimostravo tutto per tabulas, con vari atti allegati, perché fossero valutati nel decidere del mio avanzamento in carriera. Ma non ci fu nulla da fare. Un muro di gomma dopo l’altro. La mia carriera in magistratura è stata definitivamente compromessa con una delibera del Csm che ignorava totalmente i miei meriti di magistrato antimafia, ma anche la mia memoria sui fatti di Genova, sulle stranezze presenti nei miei tabulati telefonici e sulle omissioni dei colleghi. Il 27 febbraio 2008, vado a riprendermi le carte che avevo prodotto sui fatti di Genova. Le cerco nel mio fascicolo personale al Csm. Sparite. Lo stesso giorno presento un’istanza per sapere dove sono finite e se sono state valutate nella pratica sulla mia promozione: scoprirò che sono state archiviate ed espunte dal mio fascicolo con una decisione adottata dall’Ufficio di presidenza del Csm, con a capo il vicepresidente Nicola Mancino. Che combinazione: ritrovo Mancino dieci anni dopo che Brusca mi aveva parlato di lui in quel verbale secretato”. Ma non è tutto. “La stessa sera di quel 27 febbraio, guarda caso, proprio dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia, radicalmente falsa, che mi sarei candidato alle elezioni politiche nel Pdl, in quota Alleanza nazionale. Immaginare l’entusiasmo nei centri sociali alla notizia che ‘il boia di Bolzaneto’  era stato adeguatamente ricompensato con una candidatura nella destra! Mettere in circolo quella bufala significa non solo delegittimarmi, ma anche compromettere la mia sicurezza: ora un possibile attentato nei miei  confronti può essere comodamente attribuito a qualche  gruppo eversivo di estrema sinistra (Cosa Nostra aveva  fatto lo stesso con Carlo Alberto Dalla Chiesa tentando di  far rivendicare alle Br l’agguato all’allora prefetto di Palermo). Tant’è che, essendo senza scorta, ricomincio a  girare armato. E chiedo al Csm di rivedere la valutazione  sul mio conto in base agli atti che avevo prodotto: mi rispondono picche. Intanto scopro da un articolo di Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera che il mio nome  compare nei dossier di Pio Pompa, l’analista del Sismi ai  tempi in cui il servizio segreto militare era legato mani e  piedi alla security della Telecom. E, si badi bene, il mio  nome compariva accanto a quello di altri magistrati antimafia di Palermo. Ma accanto al mio non c’è la sigla  “Pa”, bensì la sigla “Ge”. E io a Genova ci sono stato solo  a Fir  mai più ripristinata  nei giorni del G8. E guarda caso usavo schede Telecom. E,  guarda un po’ la combinazione, qualcuno ha cancellato i  tabulati che mi scagionavano dai fatti di Bolzaneto. E tutto  questo il Csm lo sapeva (o perlomeno doveva saperlo),  avendo ricevuto subito le informative sui magistrati spiati  dal Sismi. Ma nessuno mi aveva detto nulla, tant’è che l’ho  appreso dai giornali. Oggi mi domando: qualcuno voleva  levarsi dai piedi il sottoscritto al Dap per spianare la strada  alla dissociazione, ultima versione della trattativa (o meglio dell’accordo) del 1992? Sono paranoico, oppure sono  autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO VII  L’ATTENTATO  DEI MISTERI

Il 15 febbraio 2002 Sabella si insedia alla procura di  Firenze. L’indomani, giorno 16, è un sabato. Eppure il prefetto della città Achille Serra (ex deputato di Forza
Italia e futuro deputato del Pd) convoca d’urgenza il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, che revoca la scorta a Sabella e la  sostituisce con una semplice “tutela” (un solo uomo). Ma solo nel territorio fiorentino: niente scorta né tutela nei suoi spostamenti a Roma, dove vivono la moglie e la figlia, né in Sicilia, dove abitano  i genitori. La decisione del Cosp è stata sollecitata  dal direttore del Dap, Tinebra, che ha comunicato  l’indisponibilità a prestare ancora per la sua scorta  gli uomini della polizia penitenziaria. E dire che  soltanto 15 giorni prima il Comitato per l’ordine e  la sicurezza di Roma, applicando le nuove direttive del Viminale sulla riduzione delle scorte, aveva tagliato i servizi di protezione a decine e decine  di personalità, ma a Sabella aveva confermato la  scorta con due auto e quattro uomini, ritenendolo  evidentemente un obiettivo ad alto rischio. Lui, il  magistrato che ha catturato più boss mafiosi facendone condannare alcune decine a migliaia di  anni di carcere, è allibito: “Mi turba l’incredibile confusione che caratterizza la gestione delle misure di protezione di noi magistrati. Quando ho chiesto alla prefettura i motivi di una decisione così radicale, il capo di gabinetto non sapeva nemmeno chi ero e che ero stato pm  a Palermo. Evidentemente non avevano neanche il mio  fascicolo. Tanto che il lunedì successivo dalla prefettura mi  avevano chiesto di fornire loro la mia data di nascita, che  evidentemente non avevano!”.  Il gruppo Ds rivolge al  governo un’interrogazione parlamentare firmata anche da Luciano  Violante e Beppe Lumia. Il prefetto Serra liquida la faccenda con  parole sprezzanti: “Ribadisco che non intendo fare alcun commento sul merito della decisione, già valutata in  ben quattro riunioni  del Cosp alla presenza  e col parere di alti magistrati (strano, visto che Sabella è giunto a Firenze da un giorno soltanto, ndr).  Ma voglio stigmatizzare le critiche di sottovalutazione rivolte dal magistrato al capo di gabinetto  della prefettura perché ingiuste e grossolane. Peraltro basta leggere le dichiarazioni del pm Sabella: si commentano da sole” (Ansa, 21 maggio  2002). Il procuratore capo Ubaldo Nannucci si  schiera col suo sostituto: “Sono intervenuto sia sul  prefetto di Firenze sia sul ministero per segnalare  l’estrema delicatezza della posizione del collega  Sabella. Il problema, evidentemente, è nell’interpretazione del concetto di ‘attualità del pericolo’  che corre un magistrato. Certo, se il rischio è attuale durante un processo di rilievo, non è che il  giorno dopo la sentenza, quando il processo è finito, quel rischio cessa” (Ansa, 22 maggio 2002).  Passa poco più di un anno e il 28 ottobre Lirio Abbate rivela sull’Ansa che la procura di Palermo ha  appena scoperto un progetto di attentato mafioso  ai danni di un magistrato. Da una conversazione  intercettata durante un summit di mafiosi vicini a  Provenzano in un casolare fra le province di Agrigento e Palermo, si sentono i boss parlare di un  ordine partito dalle carceri e firmato da Leoluca  Bagarella di “far saltare la macchina del giudice”,  con l’assenso di Provenzano. “Il procuratore Piero  Grasso – scrive l’Ansa – ha informato subito della  vicenda il capo della polizia, Gianni De Gennaro,  e il prefetto di Palermo per rafforzare le misure di  sicurezza ai magistrati impegnati nella lotta alle  cosche. Nella trascrizione – effettuata l’11 ottobre  scorso, ma il dialogo sarebbe di alcuni mesi prima – non compare il nome del magistrato nel mirino  di Cosa Nostra. I pm della Dda, che al momento  fanno solo ipotesi, hanno avviato uno screening  per cercare di individuare l’obiettivo delle cosche  mafiose. Nessuno dei presenti (al summit, ndr) è stato identificato perché in quel momento non  era operativo un servizio di osservazione. Il progetto di attentato potrebbe essere collegato al  ‘proclama ’ di Bagarella pronunciato il 12 luglio  2002 durante un processo a Trapani. In quell’occasione il boss, parlando a nome di tutti i detenuti  dal carcere de L’Aquila sottoposti al carcere duro  previsto dal 41 bis, fece riferimento a ‘promesse  non mantenute’ e a strumentalizzazioni ‘politiche ’. Dall’intercettazione emerge che la vittima  designata da Cosa Nostra sarebbe un magistrato  che abita in una piazza in cui arrivano furgoni. Secondo quanto emerge dall’intercettazione, infatti, il ‘gruppo di fuoco’ si sarebbe dovuto nascondere all’interno del furgone per compiere l’attentato contro l’auto del magistrato” (Ansa, 28 ottobre 2003). L’indomani, altri particolari: “Il progetto di attentato nei confronti di un magistrato che  sarebbe stato messo a punto dalle cosche, scoperto in seguito ad alcune intercettazioni ambientali  in un casolare della provincia di Agrigento, secondo i pm della Dda di Palermo ‘non sarebbe stato  accantonato’” (29 ottobre 2003). Ma il nome del  candidato all’obitorio la procura di Palermo non  lo fa.  “Soltanto un cieco poteva ignorare gli elementi che, in  quell’intercettazione, portavano tutti nella mia direzione.  Con chi ce l’aveva sommamente Bagarella, se non con  colui che l’aveva arrestato, si era occupato del ‘suo’ 41 bis  e aveva fatto parlare quasi tutti i suoi fedelissimi? E poi  l’intercettazione ambientale era avvenuta in contrada Acque Bianche, nel comune di Bivona dove sono nato, a  qualche centinaio di metri in linea d’aria da casa mia.  Nell’intercettazione, peraltro molto confusa per la scarsa  qualità della registrazione e i continui fruscii e rumori di  fondo, uno dei mafiosi dice che volevano attaccare qualcosa alla macchina del giudice, che conosce il posto e che  sa “che c’è scritto La Barbera”. Secondo la procura, si  riferiva al pentito Gioacchino La Barbera. Ma La Barbera  è il cognome di mia madre e davanti casa mia, tuttora, c’è  la targa dello studio legale dei miei: ‘Studio legale Sabella-La Barbera’. Seppi poi che, quando la cosa era finita sui  giornali, il presunto capomafia locale, nel bar del paese,  aveva stretto platealmente la mano a mio padre (storico  esponente del Pci della zona: i due non si erano mai guardati in faccia prima di allora). Come a dire che l’attentato  non aveva il suo consenso. In qualche modo, mi aveva  salvato la vita. Ma in quei giorni la procura diretta da Piero  Grasso, impegnato in un duro braccio di ferro con i cosiddetti ‘caselliani’, ritenne di non far uscire il mio nome. Tant ’è che fu il mio capo di Firenze a dire ciò che era chiaro  a tutti quelli che avevano letto quei brani di conversazione”.  Infatti il 30 ottobre il procuratore Nannucci dichiara all’Ansa:“C’è una buona probabilità che fosse il pm Alfonso Sabella l’obiettivo del progetto di  attentato della mafia contro un magistrato”.L’Ansa  aggiunge che Nannucci “ha già informato il procuratore generale per avviare la procedura per assegnare la scorta a Sabella, che ora ha la tutela, con  un solo agente che lo protegge”, e “a brevissimo  termine dovrebbe essere convocata una riunione  del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica  in prefettura per decidere in merito. Sabella ha  spiegato di non sapere ‘quanto sia fondato o meno’ il progetto di attentato nei suoi confronti: ‘Ho  letto gli articoli di giornale e ho avuto informazioni molto generiche dai miei colleghi di Palermo.  Tutto ciò rientra comunque nel normale rischio di  chi si occupa di mafia: lo abbiamo messo in conto…’”. Oggi, per completezza, aggiunge: “La scorta non mi fu riassegnata nemmeno dopo quel progetto di  attentato. Anzi, un paio di anni dopo mi levarono pure la  semplice tutela”.  Oggi, Sabella non riesce proprio a non collegare la  revoca della scorta e quel progetto di attentato al  suo “peccato originale”: aver ostacolato la trattativa, prima come magistrato a Palermo, poi come  funzionario del Dap: “Sono stato il primo a raccogliere,  già dieci anni fa, le rivelazioni di Brusca sulle stragi, la trattativa e la mancata perquisizione del covo di Riina. Il primo (con Ilda Boccassini) a dubitare dell’attendibilità di  Scarantino. Ho tagliato fuori il Ros dalla cattura dei grandi latitanti, ho addirittura chiesto di esonerarlo dalle indagini  per la cattura di Provenzano. Ho fatto saltare il complotto  provenzaniano del ritorno a delinquere dei pentiti. Ho  mandato all’aria due volte l’ultima versione della trattativa (o meglio dell’accordo), quella chiamata ‘dissociazione’. E, da cacciatore di mafiosi che ero, sono stato cacciato  dal Dap e quasi cacciato dal Csm. Da predatore a predato. Intanto tutti quelli che in questi 17 anni hanno favorito la trattativa hanno fatto carriere strepitose. Sono  paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

Autorizzato, dottor Sabella. Autorizzato.


Marco Travaglio (Da
Il Fatto Quotidiano dei gioni 10 e 12 Novembre)

Speranze di un cattivo magistrato

Fonte: Speranze di un cattivo magistrato.

Scritto da Gabriella Nuzzi

La scena finalmente si chiude, cala il sipario nero.
Regista ed attori tirano un respiro di sollievo: ancora un’ottima interpretazione, il pubblico può ritenersi soddisfatto. Giustizia è fatta.
Ma la platea è muta, nessuno plaude.
L’epilogo è paradossale, grottesco.

Due magistrati della Procura della Repubblica di Salerno sono stati severamente puniti dalla Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura. Esautorati delle loro funzioni inquirenti, allontanati dalla sede in cui le esercitano. Cassato un pezzo di vita professionale. Ore, giorni, mesi dedicati, in silenzio, con scrupolo, a studiare carte, leggi, sentenze; a scrivere, indagare, nel tentativo di amministrare giustizia. Una Giustizia eguale per tutti.

Tempo sprecato.

I giudici disciplinari, che non avevano mai fatto mistero del proprio convincimento e chiaramente interessati al celere seppellimento della vicenda, possono finalmente veder consacrato il proprio verdetto.
Dunque, ora, non mi resta che prenderne atto: sono ufficialmente inserita nella lista nera dei cattivi magistrati.

Perché, nel legittimo esercizio delle mie funzioni istituzionali, ho osato indagare su altri magistrati – quelli del distretto di Catanzaro – per gravi delitti di corruzione in atti giudiziari, abuso d’ufficio, falso ideologico, omissione in atti d’ufficio, favoreggiamento, calunnia, diffamazione e quant’altro, connessi all’illegale sottrazione al Pubblico Ministero titolare, dott. de Magistris, delle inchieste POSEIDONE e WHY NOT e alla loro successiva disintegrazione.

Ho osato, come era mio obbligo, sequestrare atti e documenti processuali integranti il “corpo” di quei reati. Ho osato perquisire abitazioni e uffici dei magistrati indagati, per ricercare tracce e cose pertinenti ai reati, necessarie al loro accertamento.

Ho osato raccogliere e riscontrare minuziosamente decine e decine di denunce del Pubblico Ministero a cui le inchieste erano state sottratte, reo, anche lui, di aver scoperto il sistema di illecite cointeressenze che domina la gestione del denaro pubblico nel nostro Paese.

Ho osato fare i nomi e i cognomi dei presunti appartenenti a quel sistema e di coloro che, direttamente o indirettamente, ne avrebbero permesso il funzionamento.

Ho osato voler a tutti i costi applicare la legge, senza capire, assai imprudentemente, che nel mio “mestiere” il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge non vige così rigorosamente, sempre e per tutti.

Esiste un superiore principio non scritto, di ordine “deontologico”, che è quello dell’Opportunità.
Avrei, cioè, dovuto chiedermi e non l’ho fatto: è proprio opportuno che indaghi il magistrato Tizio, il politico Caio, l’imprenditore Sempronio, il faccendiere Mevio? è proprio necessario perquisirne abitazioni e uffici, sequestrare carte e documenti ?

La risposta è variabile, dipende dalle circostanze. A volte è opportuno e necessario, altre, invece, non lo è.

Perché, mi dicono, la diligenza di un bravo magistrato si misura sulla sua prontezza di riflessi, sulla velocità nell’intuire quando è il caso di poter agire e quando non lo è affatto; sulla sua capacità di interpretare i segnali; di ricorrere a diplomazia e compromessi; di interloquire e persuadere; di attendere che i tempi di indagini lentamente scadano; di saper selezionare e, infine, archiviare.
E la sua correttezza sta nell’evitare di fare i nomi e i cognomi di illustri colleghi, politici, imprenditori, perché, anche quando sembra indispensabile riscontrarne il coinvolgimento, in fondo è una questione di privacy. E chi denuncia potrebbe essere sempre, dietro mentite spoglie, un folle congiuratore, anche se si riscontra che, purtroppo, è sincero.

Merito, dunque, una lezione. Mai eccedere nel perseguire fini di giustizia!
Si spera, per me, che io abbia inteso, una sola volta e per sempre.

Lo ammetto, ignoravo l’esistenza di tali singolari regole “deontologiche”, regole non scritte, sulle quali, pare, debba misurarsi la professionalità del magistrato.
Ma, ad essere seri, qui mi sembra che la vera deontologia non c’entri proprio un bel niente e sarebbe assai dignitoso per la nostra categoria non tirarla neppure in ballo.

Qui, invece, si tratta di capire le ragioni vere per cui tre magistrati della Procura della Repubblica di Salerno, legittimamente e doverosamente impegnati a far luce su un devastante sistema di corruzioni e collusioni giudiziarie, siano stati “fatti fuori” con gli strumenti della nuova legge disciplinare, pagando un prezzo altissimo per la loro autentica indipendenza, politica e associativa.

Si tratta di capire perché, al di là della vergognosa farsa della “guerra tra Procure” (una favoletta che amano raccontare ormai solo a se stessi, dai sicuri effetti tranquillizzanti e catartici) gli organi disciplinari stiano consentendo ad altri magistrati, indagati per gravi fatti di corruzione in atti giudiziari, falso ideologico, abuso d’ufficio, favoreggiamento e quant’altro, e autori anche di illecite attività ai danni dei loro indagatori, di continuare impunemente ad amministrare giustizia nei contesti criminosi oggetto delle indagini della Procura di Salerno.

C’è dunque da chiedersi: quali superiori principi di “deontologia professionale” vigono per costoro? quale eccezionale criterio di ragionevolezza ha indotto i supremi organi disciplinari a non intervenire anche in questo caso con gli strumenti cautelari e a perseverare in tale insensata omissione?

Esistono forse equilibri di poteri – politici, giudiziari, criminali – da dover preservare e che non conosciamo e non possiamo conoscere?

E chi ne sarebbero gli inamovibili garanti? Chi gli “eversori” da punire e cacciare?

Esiste forse un modus operandi, diverso da quello del contrasto aperto e diretto al crimine organizzato di ogni livello, che tende, invece, sottobanco, all’accordo e al compromesso e che serve a salvaguardare occulti sistemi di interessi?

C’è uno sfondo, in questa nostra vicenda, che si finge di non vedere; o forse, semplicemente, fa troppo paura guardare.

Credo, però, che i cittadini della Repubblica Italiana abbiano oggi il diritto di sapere a che gioco stanno giocando gli apparati istituzionali, soprattutto, perché quel gioco baro danneggia la vita di uomini integri, il cui solo scopo è servire lo Stato.

La ricerca della verità sul nostro passato di sangue è un passo fondamentale per comprendere quale sia l’attuale stato delle istituzioni democratiche, come si sia giunti ad esso, quali i meccanismi di reale funzionamento.

Ma occorre anche il coraggio del rinnovamento.
Un rinnovamento al quale la magistratura, che di questo nostro Stato Repubblicano è un pilastro fondamentale, non può restare estranea.
Sono necessarie e urgenti riforme serie che servano non a renderla inerme, ma a conferirle forza di autentica indipendenza dagli inevitabili condizionamenti del potere politico o criminale.

Occorrono soluzioni e strumenti in grado di preservarla anche dal suo interno, liberandola dagli effetti di dipendenza psicologica che, sull’esercizio delle funzioni giudiziarie, può di fatto produrre un’impropria strumentalizzazione dei meccanismi di nomina, promozione, assegnazione di incarichi extra-giudiziari, o per converso, di disciplina, che incidono direttamente sulla vita personale e professionale dei magistrati.

La nostra amara vicenda, che segue quelle di tanti altri colleghi, molti dei quali dimenticati o ignorati, dimostra quanto basso sia il punto in cui versa l’attuale “autogoverno” e quanto distante sia dai nobili intendimenti dei Padri Costituenti.

Un “autogoverno” ormai completamente prigioniero delle logiche di appartenenza e spartizione politica; in cui ruoli amministrativi e giurisdizionali si sovrappongono e si confondono in un tutt’uno; ove la regola dell’imparzialità vale solo per gli altri e il rispetto delle prerogative difensive ha il senso di un optional; ove non esistono più spazi di affermazione e tutela per magistrati davvero liberi e indipendenti, costretti all’isolamento dalla prepotenza degli schieramenti correntizi.

E ancor più forte è divenuto il bisogno, diffusamente avvertito eppur timidamente sussurrato, di un organo “sindacale” nuovo, in grado di assicurare tutela effettiva ai diritti del magistrato in quanto pubblico impiegato, capace di aprirsi ed interloquire con la società civile, per saperne cogliere le problematiche e le reali esigenze; un organo che non necessiti di tesseramenti, autenticamente autonomo e libero da condizionamenti politici, da ambizioni carrieristiche o di potere.

Mi piacerebbe avvertire questo sussulto di rinnovamento, davvero “democratico”, per la nostra categoria.

Mi auguro, da buon cattivo magistrato, che l’assordante e granitico silenzio, in cui si è chiuso l’ordine giudiziario riguardo alla vicenda salernitana, serva almeno alla riflessione.

Gabriella Nuzzi (Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2009)

Salvatore Borsellino: “Dovevano parlare subito dopo la strage”

Fonte: Salvatore Borsellino: “Dovevano parlare subito dopo la strage”.

Scritto da Pierangelo Maurizio

Il fratello del magistrato ucciso dalla mafia commenta le ultime rivelazioni sulla strage. “Credo in questi magistrati che vogliono andare fino in fondo”.

Ha visto che cosa l’ex ministro Vizzini ha dichiarato al Tempo?
«Sì, ho letto».

Dice che nel loro ultimo incontro, tre giorni prima della strage, Paolo si soffermò in particolare sui rapporti tra mafia e appalti…

«In quel tempo gli interessi di mio fratello erano concentrati sul nesso mafia-appalti. E su quella trattativa con lo Stato, io ripeto. Comunque nelle carte, nell’agenda grigia di Paolo. Ho anche trovato tracce di questi loro incontri. E vorrei chiedere a Vizzini se Paolo gli parlò del dossier che aveva appena ricevuto dal sindacalista Gioacchino Basile riguardo alle infiltrazioni del clan Galatolo nel porto di Palermo. Così…»

E che cosa pensa delle rivelazioni di Claudio Martelli che l’ex sindaco Ciancimino nel giugno del ’92 si sarebbe offerto di collaborare in cambio di protezioni politiche?
«Penso quello che penso per Violante. Tante persone cominciano a ricordare cose che se avessero detto 16, 15 anni fa non ci troveremmo al punto in cui ci troviamo… Non vorrei che questi improvvisi sussulti di memoria avvengano ora, magari prima di essere sentiti da questi magistrati che stanno portando avanti le indagini adesso».

Salvatore Borsellino è il fratello del magistrato ucciso con la sua scorta a via d’Amelio il 19 luglio ’92. Ingegnere in pensione, vive a Milano da 40 anni. E io mi scuso con questo uomo mite, ma dalla volontà ferrea di fare chiarezza, se non tutto di quanto mi ha raccontato mi sembra condivisibile. Perché a volte il dolore può far aggrappare a certezze che tali non sono. Ma ci sono due o tre cose che ripete e che vanno ascoltate. Da tempo insiste che vuole vedere nelle vesti di imputato Nicola Mancino, divenuto ministro dell’Interno poco dopo la strage di Capaci in cui furono uccisi Falcone, la moglie e tre agenti della scorta e poco prima che fosse ucciso Borsellino, attuale vicepresidente del Csm. Perché?
«Perché è reticente. Perché sull’incontro con mio fratello, il primo luglio del ’92 a Roma, ha dato versioni inverosimili. Prima ha detto di non ricordarlo, l’incontro. Poi ha detto di averlo visto al ministero dell’Interno sì, ma di avergli solo stretto la mano. Cose diverse. Ogni tanto dice qualcosa in più. Se Paolo sull’agenda grigia al primo luglio scrive la parola “Mancino” è perché aveva un appuntamento preciso con lui. Un’agenda che compilava la sera, ora per ora con gli impegni della giornata, fino alla partenza da Fiumicino per tornare a Palermo».


L’agenda grigia è quella che non è sparita, il magistrato vi annotava gli appuntamenti. Ad essere scomparsa dopo l’attentato è invece l’agenda rossa, secondo l’opinione più diffusa – e Salvatore Borsellino l’ha fatta sua – perchè conteneva «i segreti sulla strage di Capaci» in cui fu ucciso Giovanni Falcone.
Ma Lino Jannuzzi su questo giornale ha acutamente osservato che è un’offesa per un servitore dello Stato come Paolo Borsellino pensare che potesse confinare «segreti» di quella portata in un diario senza tradurli in atti e provvedimenti giudiziari. E invece?

«Mancino ha sostenuto di non ricordare l’incontro perché non conosceva la fisionomia, fisicamente mio fratello, e Paolo non era uomo da andare ad omaggiare nessuno. È una menzogna. Dopo Falcone tutti si aspettavano che ammazzassero anche lui. Mancino, ministro dell’Interno, come fa a dire che non lo conosceva? Il suo predecessore al Viminale, Enzo Scotti, lo conosceva bene. Semmai sarebbe da chiedersi perché Scotti fu sostituito in fretta e furia…»


Cosa vuol dire?

«Che se Mancino sostiene ciò che non è credibile, sono portato a pensare che stia nascondendo qualcosa».

Da 3-4 anni Salvatore Borsellino – «ma è un’opinione personale» – si è convinto che quel giorno il fratello Paolo andò da Mancino a parlargli «della trattativa che i Ros avevano avviato con la criminalità organizzata per mettere fine all’offensiva stragista della mafia».
«In cambio lo Stato avrebbe dovuto ammorbidire i provvedimenti presi dopo la morte di Falcone. Con Paolo vivo quella trattativa non sarebbe andata avanti».


Ma ha l’onestà intellettuale di sottolineare che è «un’opinione personale». Al contrario di tanti mafiologi. Perché a distanza di anni e di molti processi la «trattativa» scellerata tra Stato e Antistato resta un teorema. Alla base del quale c’è il «papello» – ovvero l’elenco di richieste che sarebbe stato presentato dal boss Totò Riina – ma in origine lo ha visto e ne ha parlato solo Attilio Bolzoni di Repubblica, spalleggiato da Saverio Lodato dell’Unità, salvo poi non fare un’ottima figura nelle aule di giustizia una volta chiamati a darne conto. Aria fritta.
Ma torniamo ad ascoltare Salvatore Borsellino. Suo fratello lasciò trapelare qualcosa con i familiari?

«È quasi offensivo quello che mi sta chiedendo. Paolo era una persona seria, non parlava in casa del suo lavoro anche per la tutela dei familiari. Però aveva ripetuto più volte che avrebbe detto ciò che sapeva della strage di Capaci ai magistrati di Caltanisetta».

Ma non ne ha avuto il tempo?
«No, non ne ha avuto il tempo».


E bisogna seguire il ragionamento di quest’uomo che a distanza di 17 anni non ha visto diminuire, anzi, dolore e rabbia. Una rabbia, vissuta in modo molto borghese, molto composto, ma anche molto determinato.

«Vede, l’assassinio di Paolo era stato progettato dalla mafia ma non per quel momento. Come ha rivelato Giovanni Brusca (collaboratore di giustizia ndr) quando Riina disse che si doveva fare l’attentato di Capaci molti si opposero. Falcone era inviso all’interno della magistratura. Ma era molto sostenuto dall’opinione pubblica. La sua uccisione avrebbe provocato la reazione più forte dello Stato, come effettivamente fu».

Dopo il massacro di Capaci il Parlamento convertì in legge il cosiddetto decreto Falcone sui collaboratori di giustizia, furono trasferiti nelle carceri speciali 400 boss mafiosi.
«Nel luglio ’92 non era alla mafia che interessava l’eliminazione di mio fratello. La mafia doveva fare un favore a qualcuno. Quello che è accaduto non possiamo stabilirlo né io né lei. Io ho fiducia nella magistratura, in questi magistrati che ora stanno dimostrando di voler andare in fondo. E allora si capirà perché altri giudici, altri magistrati non hanno voluto vedere, non hanno voluto accertare, non hanno voluto capire».


Pierangelo Maurizio (
Il Tempo, 11 ottobre 2009)

Antimafia Duemila – Genchi: Mi ha fermato perche’ non si raggiungesse verita’ su stragi ’92

Antimafia Duemila – Genchi: Mi ha fermato perche’ non si raggiungesse verita’ su stragi ’92.

“Ho avuto da poco la notizia che un nuovo ignobile provvedimento disciplinare è arrivato al capolinea.
Dopo il mio intervento a Vasto, in occasione del congresso dell’Italia dei Valori, il governo mi ha somministrato un’ulteriore sospensione dal servizio di Polizia di sei mesi, il massimo previsto dalla legge per qualunque tipo di violazione”. Lo ha dichiarato Gioacchino Genchi, dal palco della manifestazione “La marcia delle agende rosse” in corso a Roma, a cui stanno partecipando circa millecinquecento persone. Genchi ha parlato degli attacchi ricevuti dall’interno delle istituzioni e della magistratura, che gli hanno impedito di continuare a svolgere il proprio lavoro al fianco di Luigi de Magistris e di altri magistrati e soprattutto per la paura che si potesse giungere alla verità sulle stragi del ’92 che non erano solo stragi di mafia. “Con il provvedimento di sospensione – ha detto testualmente – mi si è voluto impedire di aiutare Luigi de Magistris e i magistrati di Salerno a fare verità su una delle più grandi vergogne della giustizia italiana. E con la complicità della Corte di Cassazione, della procura generale di Cassazione, del Csm e poi del Ministero dell’Interno e della Presidenza del Consiglio si è cercato di impedire che quel funzionario di polizia potesse dare ai magistrati di Caltanissetta e Palermo quell’aiuto necessario ad arrivare al capolinea delle indagini che rappresentano lo snodo sulle verità negate. Su chi ha voluto dimostrare che nelle stragi del ’92 non c’è solo la responsabilità della mafia, su chi ha voluto dimostrare che in fondo Vittorio Mangano non era solo uno stalliere. Mangano era un mafioso pluri-assassino, che con Dell’Utri era stato accolto alla corte di Arcore di Silvio Berlusconi”.
“Con il mio lavoro – ha poi continuato – ho ricostruito come si stava cercando di insabbiare la verità”, prima di ringraziare gli “italiani delle agende rosse”, i “partigiani della nuova resistenza” per aver sfilato davanti “ai palazzi del potere della politica, quei palazzi dove ancora si annidano coloro che hanno conquistato il potere col sangue, col sacrificio dei martiri di questa Repubblica, di coloro che dopo avere tradito i valori della resistenza, della democrazia e della giustizia, hanno infangato la verità e nel nome di quanto c’era scritto in quella famosa agenda rossa di Paolo Borsellino e di quanto è stato occultato alla verità dei giudici hanno conquistato il potere”.

Antimafia Duemila – Corteo Agenda Rossa: ”Via Dell’Utri e Mancino da Stato”

Antimafia Duemila – Corteo Agenda Rossa: ”Via Dell’Utri e Mancino da Stato”.

“Fuori la mafia dallo Stato”, “fuori Dell’Utri dallo Stato”, “fuori Mancino dal Csm”.
Questo il coro che si leva dal corteo ‘Agenda rossa’ a cui stanno partecipando circa un migliaio di persone e che sta attraversando via del teatro di Marcello in direzione Piazza Navona. “Stare in piazza è il minimo che possiamo fare per ricordare che la questione fondante dell’anomalia-Italia non sono gli orientamenti sessuali del premier ma le infiltrazioni della mafia nelle istituzioni che ancora oggi non riescono a venire completamente a galla”, dice un ragazzo catanese che sta partecipando al corteo. “Il popolo dell’antimafia non si arrende ma sfila compatto per sostenere quei magistrati che si battono per la verità, con Antonio Ingroia e Sergio Lari, con Salvatore Borsellino e Gioacchino Genchi”, aggiunge Laura, 48 anni di Roma. L’imprenditore Pino Masciari, noto per aver denunciato le collusioni della Ndrangheta con le istituzioni, è in prima fila e spiega: “ci sono tanti morti in attesa di giustizia, e tante persone vive, ma che sono praticamente morte, in attesa di giustizia. Io dopo essermi opposto alla Ndrangheta non faccio più l’imprenditore, non vivo più nel mio paese e nonostante abbia subito 2 attentati in 50 giorni non sono sotto scorta.

Verso la manifestazione “Agenda Rossa” del 26 settembre – I video sull’evento

Verso la manifestazione “Agenda Rossa” del 26 settembre – I video sull’evento.

Manifestazione “Agenda Rossa” – 26 settembre 2009 (Roma)

Le inchieste sulla strage di via D’Amelio

De Magistris, Apicella, Nuzzi e Verasani agirono per fini di giustizia

De Magistris, Apicella, Nuzzi e Verasani agirono per fini di giustizia.

Guerra tra procure: nessun complotto, Gip archivia

PERUGIA- Con le sue deposizioni, circa 60, fatte ai pm salernitani che avevano messo sotto inchiesta i colleghi di Catanzaro accusandoli di reati gravi, tra cui corruzione in atti giudiziari, avrebbe ispirato ‘‘la falsa tesi del complotto ai suoi danni” e anche il decreto di sequestro fatto nello scorso dicembre nella procura generale del capoluogo calabrese, degli atti delle inchieste Why Not e Poseidone. Sequestro a cui segui’ il clamoroso controsequestro di Catanzaro. Ma secondo il gip di Perugia, Massimo Ricciarelli, che ha accolto la richiesta della procura umbra, non vi fu alcun falso complotto da parte dell’ex pm Luigi De Magistris.

Il gip, con un provvedimento di sette pagine, scagiona dalle accuse di abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio oltre all’attuale parlamentare europeo dell’IdV, anche i pm di Salerno, oggetto di un provvedimento disciplinare dal Csm, e in particolare l’ex procuratore Luigi Apicella sospeso dallo stesso organo di autogoverno della magistratura dalle funzioni e dallo stipendio e a luglio dimessosi dall’ordine giudiziario con una lettera molto polemica indirizzata al ministro Alfano e al capo dello Stato come presidente del Csm.

Insomma l’atto scatenante, il sequestro motivato con 1.400 pagine di accuse nei confronti dei magistrati della procura generale di Catanzaro, di quella che fu soprannominata la ”guerra tra le procure” che sollecito’ persino l’intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, era solo ”un atto di giustizia”. ”E’ possibile affermare – scrive il gip di Perugia – che i magistrati inquirenti salernitani abbiano agito non per arrecare intenzionalmente un danno ingiusto ma per realizzare un fine di giustizia correlato all’andamento del procedimento in corso”. Secondo il gip ‘‘non sembra possibile sostenere che tutto (le numerose audizioni di De Magistris a Salerno) fosse stato fatto per favorire De Magistris (difeso dagli avvocati Stefano Montone e Elena Lepre). Deve ritenersi mancante l’intenzionale volonta’ di arrecare un danno ingiusto che costituisce requisito indispensabile per la configurabilita’ di detto reato”.

L’iscrizione di De Magistris era stata fatta nei mesi scorsi dalla procura di Catanzaro che aveva ricevuto gli atti dalla procura generale del capoluogo calabrese. Il fascicolo giunse per competenza all’attenzione della procura di Roma il 19 febbraio, in quanto nel distretto giudiziario di Napoli, competente per le indagini su Salerno, e’ giudice al Riesame proprio De Magistris. Ma il travagliato iter della competenza per le indagini che hanno coinvolto l’ex pm ha fatto approdare il fascicolo a Perugia. Due pm salernitani indagati, e ora prosciolti, Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, sono stati trasferiti nei mesi scorsi proprio dal Csm rispettivamente a Cassino e Latina, ossia nel distretto giudiziario della Corte di Appello di Roma. Circostanza che ha radicato la competenza alla procura umbra.

ANSA – 21 settembre 2009

LINK

Sotto il tiro delle armi bianche (intervista di Monica Centofante a Gabriella Nuzzi, Antimafiaduemila.com, 9 febbraio 2009)

Le dimissione dalla magistratura del Dott. Luigi Apicella (Gabriella Nuzzi e redazione Antimafiaduemila.com, 28 luglio 2009)

Gioacchino Genchi: “L’Italia nelle mani di un puparo indegno della P2”

Antimafia Duemila – IDV: festa si infiamma per fratello Borsellino contro Premier

Antimafia Duemila – IDV: festa si infiamma per fratello Borsellino contro Premier.

“Noi resisteremo, noi vinceremo perché la società civile non può arrendersi a questo stato mafioso”.
Sono queste le parole pronunciate da Antonio Di Pietro a conclusione dell’intervento di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato. Borsellino aveva concluso poco prima il suo discorso alzando in aria l’agenda rossa del fratello, simbolo della lotta alla mafia e urlando “noi resisteremo, noi resisteremo”. Le parole di Di Pietro sono state accolte con un’ovazione alla festa dell’Idv, dove questo pomeriggio c’é stato il “piatto forte” dei dibattiti, naturalmente sul tema caro a Di Pietro: “giustizia e sicurezza tra costituzione e poteri deviati”. A scaldare il confronto sono stati invitati, oltre a Borsellino, Luigi De Magistris, parlamentare europeo e Gioacchino Genchi, consulente dell’autorità giudiziaria e noto alle cronache giudiziarie. Borsellino ha rivolto un pesantissimo attacco a Silvio Berlusconi. “Piuttosto che vivere – è stato uno dei passi più soft del suo intervento – in questo paese guidato da Berlusconi preferisco andare a trovare mio fratello nella tomba”. Secondo De Magistris esiste un “disegno autoritario complessivo che passa per lo svuotamento del parlamento ridotto a mero organo di esecuzione delle volontà del governo, per l’aumento della componente politica del Csm, per il conferimento di massimi poteri al capo di stato, per la riduzione della stampa a mera propaganda di regime”. Secondo l’ex pm “Berlusconi vuole diventare capo dello stato, della polizia e del Csm. Per farlo deve chiudere il cerchio con la propaganda di regime deformando le coscienze dei più giovani”. Secondo Genchi “la persecuzione nei confronti dei magistrati si inserisce perfettamente nel piano di rinascita democratica e va anche oltre il sogno di Gelli”. Il consulente ha poi ricordato: “l’unico politico che mi ha difeso, quando ero solo, é stato Di Pietro che, essendo un magistrato e poliziotto non ha bisogno di leggere le carte per capire la mia onestà ” più in generale per Genchi “la mafia non è solo frutto di persone come Provenzano che scrivono i pizzini a macchina, ma è soprattutto il prodotto di menti raffinate che, utilizzando mafiosi di bassa lega, li hanno processati per dare un contentino all’Italia e rimanere ai loro posti. Ora l’Italia vuole la verità “.

L’ intervento del Dr. Gioacchino Genchi in via D’ Amelio, il 19 luglio 2009.

L’ intervento del Dr. Gioacchino Genchi in via D’ Amelio, il 19 luglio 2009..

Grazie, grazie ragazzi. Devo confessare, non mi è mai capitato manco da Mentana a Matrix di essere così emozionato come sono in questo momento. Non solo per essere a via D’amelio ma perchè guardando l’orologio vedo che si approssima l’orario fatidico delle 16:58:20 secondi. Un orario che, da quando acquisimmo i tracciati dell’osservatorio meteorologico di Erice che rilevò il minuto e secondo esatto in cui fu fatto deflagrare l’ordigno, è rimasto impresso nella mia mente come quelle tragiche immagini di quei brandelli dei miei colleghi, del corpo fumante di Paolo Borsellino e dei brandelli di Emanuela Loi che cadevano ancora dal prospetto fra il primo, il secondo ed il terzo piano di questo palazzo. Potrà sembrare retorica dopo 17 anni,ma credetemi nella mente di un uomo anche dell’uomo più cinico e più insensibile quelle immagini non sono un ricordo che può cancellarsi con gli inciuci, con le logiche, gli opportunismi e gli arrivismi di chi su quei morti ha costruito carriere nella Polizia di Stato, nella Magistratura, nella politica, nelle Istituzioni fino a raggiungere i posti più alti della Repubblica e di chi invece continua a pagare, come me, l’emarginazione e l’ostracismo solo per avere tentato di fare il proprio dovere. Oggi ho ricevuto un ulteriore affondo aprendo il giornale di Repubblica nel leggere che il capo di Cosa Nostra, Salvatore Riina ha affidato al suo avvocato, l’ avvocato Cianferoni di Firenze, messaggi subliminali che sembrerebbero confermare le ipotesi investigative nelle quali io ero stato chiamato a lavorare con i magistrati di Caltanissetta. Dice salvatore Riina al suo avvocato: ” l’ ammazzarono loro”. E dà una spiegazione specifica sul tradimento che ha portato alla sua cattura che coincide perfettamente con la dinamica di quei giorni che ho vissuto io e la mia famiglia e i miei primi due figli che ancora pagano il prezzo di una famiglia distrutta sotto lo sconquasso di quelle vicende che hanno accompagnato le stragi del ’92. Dice Riina che se trattativa c’è stata, è stata ai miei danni perchè la trattativa è stata per farmi catturare, come in effetti sono stato catturato e questa trattativa l’hanno portata avanti Ciancimino e i carabinieri che con Ciancimino inciuciavano. Esattamente come le indagini che per tanti anni la procura di Palermo e la Procura di Caltanissetta hanno fatto e si accingono a dimostrare. Io sono sicuro che i tempi che verranno saranno ancora più difficili di quelli passati perchè si è imboccati una china, anche giudiziaria, che rischia di portare all’annullamento di sentenze di condanna all’ergastolo senza contributi nuovi sull’individuazione degli ulteriori responsabili e, cosa ancor più grave, sui mandanti effettivi che hanno organizzato e voluto la strage del 19 luglio del 1992, come quella del 23 maggio del 1992 per cambiare i destini dell’Italia.
Non è questo il momento per parlare del contributo che è stato dato, che ho dato e che continuerò a dare ai magistrati di Caltanissetta che mi hanno sentito e che mi sentiranno e con grande impegno e grande professionalità stanno cercando di evitare possibili strumentalizzazioni e derive ai processi che con tanti di sacrifici sono stati fatti.
Ragazzi,la vostra forza, il vostro aiuto, l’amicizia di Salvatore Borsellino, l’aiuto dei ragazzi di Antimafiaduemila, di Sonia Alfano quando ancora non era nemmeno deputato europeo, dell’ associazione familiari vittime della mafia, dei ragazzi di Ammazzatecitutti, di quanti sono stati vicino a quanti hanno combattuto per la legalità e la giustizia e nessun altro fine, forse con qualche limite, forse se vogliamo con qualche errore e l’inviterei però a dimostrarlo, oggi sono importanti più che mai perchè ne vale del vostro destino, ne vale del destino di questa Italia,ne vale del destino di questa città. Poco importa che oggi qui ci sono pochi palermitani, come tutti i giornali hanno precisato come notizia principale senza però precisare i palermitani che c’erano nel loro piccolo, per quel poco che potevano valere.
Noi siamo abituati a una città che ha lasciato solo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i magistrati antimafia e gli investigatori antimafia che li ha visti morire, da Beppe Montana al commissario Cassarà, al giudice Costa, al capitano D’aleo, al capitano Basile, a Giovanni Falcone e gli uomini di scorta, a Paolo Borsellino e gli uomini di scorta. Questa è una città che ha somatizzato l’immondizia di Cammarata, per cui non c’è da meravigliarsi se oggi la città di Palermo non è presente in modo massivo in questo luogo. Io confido più nella diretta streaming, confido più nella forza e nella potenza della rete, confido in quella rete che diffonderà in tutto il mondo quello che oggi voi qui avete detto, che non nell’opportunismo di chi ancora si lascia comprare con due soldi di assistenzialismo dei lavori socialmente utili, degli aiuti agli operai disoccupati o pseudo-disoccupati, di chi specula sul bisogno cercando affermare una libertà che libertà non potrà mai essere fino a quando il popolo siciliano, il popolo italiano non sarà effettivamente liberato e riscattato dal bisogno.
L’invito che io mi permetto di farvi però ragazzi è quello di guardare lontano e nello stesso tempo di aumentare la vostra capacità di tolleranza, di disponibilità e di controllo nei confronti di quanti vi si possono avvicinare, non tutti con intenti onesti. Molti in Italia hanno speculato sull’antimafia, abbiamo visto costruire carriere,tanto in politica quanto nelle Istituzioni, nel nome di una pseudo antimafia e alla fine del percorso costoro sono stati sventati miseramente.
Diamo forza, indipendentemente dalle appartenenze politiche, a chi effettivamente rappresenta un contributo alla ricerca e all’affermazione della verità e della legalità ma siamo vigili. Siamo vigili perchè il pericolo che la vostra spontanea iniziativa venga strumentalizzata a vantaggio di chi poi intende fare il contrario di quello che voi volete, è l’aspetto peggiore rispetto a quello di chi non ha voluto e ha impedito che si accertassero effettive responsabilità, di chi ha pensato di costruire i processi e le indagini nel nome di un pentito che si chiama Scarantino nel quale nessuno, persino il più sprovveduto tra gli investigatori e magistrati avrebbe creduto. Scarantino ha reso dichiarazioni che coinvolgevano persone di Palermo e mafiosi di Palermo e la Procura della Repubblica di Palermo non ha preso in considerazione nessuna dichiarazione di Scarantino, mentre un altra procura contemporaneamente ha valorizzato le dichiarazioni di Scarantino e ha costruito processi per affermare una pseudo-giustizia su quella strage che doveva servire a ricondannare all’ergastolo persone che già di ergastoli ne avevano a decine, che non hanno nemmeno fatto caso all’ ulteriore condanna e che non si sono nemmeno difesi perchè così queste persone hanno fatto carriera e vediamo e abbiamo visto in che posti abbiamo trovato queste stesse persone e anche qualche magistrato.
Quel magistrato che fu anche tanto applaudito dalla sinistra giudiziaria, dalla sinistra di questo paese quando inopportunamente devo dire, dal punto di vista strategico, pronunciò a Caltanissetta i nomi di alfa e beta, bruciando el indagini su alfa e beta, oggi è al gabinetto del Presidente del senato Schifani. Mi riferisco alla dottoressa Anna Maria Palma. Dottoressa Anna Maria Palma che mi ha pesantemente attaccato, il cui marito è stato nominato responsabile, direttore del Cerisdi. Perchè adesso Il Cerisdi se lo sono presi e se lo sono conquistati. Questa è Palermo, questa è la storia e la verità di questa città che è bene che il mondo intero sappia. Ognuno si assuma le sue responsabilità e ognuno si presenti per quello che è. Io non ho nulla, nè contro Schifani, nè contro Forza Italia, nè contro Alleanza Nazionale, né contro la Lega. Io faccio il mio lavoro, non mi interessa. Però ammiro le persone che sono coerenti nelle loro posizioni. Ammiro se vogliamo Marcello dell’Utri e Berlusconi che dicono che Vittorio Mangano è un eroe perchè come eroe se lo sono portati a casa, se lo sono tenuto a casa e se lo sono allevato e lo difendono fino a dopo morto. Non ammiro di certo il popolo dei pecoroni italiani che continuano a votare per gente che si onora e si inorgoglisce nel definire chi è Vittorio Mangano. Ma stiamo attenti, ma stiamo attenti a chi si infiltra nelle Istituzioni dandovi l’impressione di fare antimafia, di fare giustizia e di fare processi e poi finisce per goderne i profitti, i risultati e i vantaggi, e in termini economici, e in termini politici, e in termini istituzionali e in termini di carriera.
Io ho molto poco da perdere e molto da guadagnare perchè ho la ricchezza di avere tanti, tantissimi amici e perchè ho la pulizia della mia coscienza che fino ad ora mi ha aiutato e mi consentirà di andare avanti. Io non ho paura dei giudici di Roma inciuciati, che mi inquisiscono per avere fatto le indagini su Mastella e sui politici, con quei politici con cui loro parlavano al telefono per avere gli incarichi al Ministero della Giustizia, incarichi di capogabinetto.
Il magistrato che ha scritto la relazione della sentenza in Cassazione, il capogabinetto del Ministro Ferrero usciva dalle mie intercettazioni e ha avuto il coraggio di non astenersi e di pronunciare il giudizio in Cassazione, in quella sesta sezione che è la stessa sesta sezione che ha confermato l’archiviazione del procedimento nei confronti di Arcangioli su ricorso pronunciato dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta. E’ bene che queste cose si comincino a sapere, è bene che si cominci a togliere il tappo a una delle latrine principali della storia di questa Repubblica che è la Corte di Cassazione con tutti gli inciuci con cui i potenti e gli avvocati dei potenti sono riusciti a comprare giudici, cancellieri e sentenze a danno di poliziotti, di magistrati e di carabinieri che sono morti perchè si tentasse di affermare giustizia in questa maledetta Italia.
Io, scusate, non so quello che ne sarà di me, io continuo nel mio lavoro, continuo ad andare avanti. So che molta gente per bene nelle Istituzioni e anche nella politica, su fronti diversi guarda con attenzione a quello che è accaduto e a quello che sta accadendo. Io non posso, per quello che è il riserbo del mio lavoro e il segreto a cui sono vincolato dirvi tutte le porcherie che ho visto in 25 anni del mio lavoro. Le ingiustizie negate su gente semplice, su poliziotti inermi, su mogli di poliziotti inermi che sono morti ammazzati che portavano in grembo anche il bimbo che avevano concepito dalla loro unione, nel nome di una giustizia che è stata sempre negata, su verità sull’ omicidio Agostino, su verità sull’attentato all’Addaura, sulla scomparsa di Emanuele Piazza. Affido però alla vostra riflessione un solo dato: dal 1993 quando abbiamo iniziato le indagini sui servizi segreti e sulle collusioni delle Istituzioni, quando abbiamo cercato di alzare questo velo e questo sipario su questi fatti facendo riaprire tutte le indagini archiviate, dall’omicidio Agostino all’attentato all’ Addaura in contemporanea con le stragi di capaci e via D’amelio, non vi sono state più stragi. Noi ci siamo garantiti l’immunità e abbiamo garantito l’immunità solo perchè grazie alla parola, grazie alla comunicazione abbiamo iniziato a diffondere il pericolo che non fosse solo la mafia quell’entità violenta e criminale che aveva infangato e aveva insanguinato la terra di Sicilia e altre parti d’Italia. Fateci caso, da quando quelle indagini e quelle iniziative sono state intraprese sono stati costretti a cambiare regime, sono stati costretti a cambiare metodo di azione. Non hanno più ucciso carabinieri, poliziotti e magistrati e hanno cercato l’erosione del mondo dell’informazione, conquistando l’informazione e conquistando i palazzi del potere e della politica. E’ lì che adesso vanno fatte le indagini, a partire dal Consiglio Superiore della Magistratura, alla Corte di Cassazione, ad altri palazzi di Giustizia per arrivare al palazzo del parlamento,per arrivare alla nostra assemblea regionale siciliana dove si nobilita la logica dell’inciucio con qualcosa di assurdo che oltraggia l’immaginario. Io penso quell’uomo che da bambino mi teneva fra le braccia e che mi spingeva in aria facendomi volare, che si chiamava Pio La Torre, io inviterei Pio La Torre a riflettere su quello che sta succedendo con i seguaci del suo partito all’assemblea regionale siciliana e al comune di Termini Imerese dove una giunta che si definisce di centro-sinistra porta Micciché, con tutto rispetto parlando, a vicesindaco. Signori miei la prima cosa che è richiesta non è nè la capacità né l’intelligenza, e se vogliamo nemmeno l’onestà, è la coerenza umana. Pretendiamo dai nostri politici e da chi ci rappresenta che siano delle persone coerenti, che accettino i meriti e i vantaggi dell’impegno sociale, della coerenza politica ma che paghino il prezzo dell’emarginazione e dell’isolamento allorquando il loro modo d’agire oltre ad essere inopportuno e sbagliato, infrange le regole più elementari della coerenza umana che qualunque essere onesto deve avere e deve mantenere. Con questo voglio chiudere nel quadro di una serie di confusioni che vedo all’orizzonte di questo grande movimento, di questo grande fronte che grazie alla forza di salvatore Borsellino, che ha avuto al capacità di unirci e di darci entusiasmo e carica vitale a tutti, anche a quelli che siamo molto meno giovani lui, anche ai ragazzi e alle ragazze che hanno un terzo della sua età se non un quarto, che adesso sono curiosi di verità e sono curiosi di giustizia, che iniziano a studiare, a leggere le sentenze, a leggere gli atti processuali perchè vogliono trovare in queste carte quelle verità che per tanti anni gli sono state negate. E’a questo popolo, è a questo mondo della verità e della giustizia che noi dobbiamo rivolgerci creando un confine affinché si possano assolutamente evitare confusioni di ruoli e di appartenenze e si possano evitare domani gli errori che purtroppo sono stati fatti nel passato.
Grazie a tutti, un forte abbraccio.

Antimafia Duemila – Sabella: ”Patto mafia-Stato? Potevamo scoprire tutto 10 anni fa”

Antimafia Duemila – Sabella: ”Patto mafia-Stato? Potevamo scoprire tutto 10 anni fa”.

di Nicola Biondo – 25 luglio 2009
Il patto tra stato e mafia? Chi ha lavorato come me da magistrato in Sicilia lo ha visto nel corso degli anni. Si è estrinsecato in mille modi… Io ne sono stato una delle vittime».

Alfonso Sabella, 46 anni, ex pm della Procura di Palermo negli anni ’90, ha arrestato decine di boss latitanti di Cosa nostra: da Giovanni Brusca a Leoluca Bagarella da Pietro Aglieri a Vito Vitale.
Il cacciatore di mafiosi, il giudice-sbirro, come si autodefinisce, dal suo ufficio al tribunale di Roma segue con enorme interesse le indagini dei suoi colleghi siciliani. Con un rimpianto: «Tutto quello che sta avvenendo oggi potevamo scoprirlo 10 anni fa. Abbiamo perso un occasione ma sono fiducioso».

Dottor Sabella perché questo rimpianto?
«Perché che ci fu una trattativa a cavallo delle stragi di Capaci e via D’Amelio lo avevano capito anche i sassi. Ma precise volontà che hanno creato un tappo alle indagini».

Si riferisce al papello a quella lista che Riina secondo alcuni testimoni avrebbe inviato allo Stato?
«Anche. Questa vicenda che adesso sembra una spy-story è fatta di sangue e trattative, di cui qualcuno dovrebbe sentire il peso morale».

Si riferisce al generale Mori o all’ex ministro Mancino che solo oggi ammette che la mafia provò a trattare?
«Posso solo dire che avviare una trattativa embrionale dopo la strage di Capaci con i corleonesi significava mandare automaticamente un messaggio: che il metodo stragista è pagante. Anche se mi rimane un dubbio. Mi sono sempre chiesto se uomini dello stato non abbiano avvicinato emissari della mafia subito dopo il delitto Lima, due mesi prima della strage di Capaci. Quella morte è davvero uno spartiacque. Quel delitto presuppone la fine di un patto e l’avvio di una trattativa».

E arriviamo a Capaci.
«A via D’Amelio. Perché vede Capaci ha di eclatante solo la modalità. Tutti i mafiosi dicono che nelle riunioni preparatorie si parlava di Falcone e di uccidere i politici che avevano tradito. Ma non parlano di Borsellino come di un obiettivo preciso. È la strage del 19 luglio ad essere completamente anomala. Apparentemente il peggior affare di Cosa nostra. Riina dai colloqui che Ciancimino intratteneva aveva capito che il sangue era il mezzo con il quale arrivare ad un patto. E per favore non si dica più che fu una vendetta perché il governo aveva emanato il 41bis. Quel decreto non aveva i numeri per poter essere convertito in legge. E invece con la strage cambia tutto e si apre il carcere duro per i mafiosi».

Qual è la sua idea allora?
«Brusca e altri ci dicono che la fissazione di Riina era ottenere la revisione del maxiprocesso che aveva condannato all’ergastolo proprio Riina. Dal carcere davanti ai giornalisti nel 1994 il boss dice: “Perchè quando esco che ho la moglie ancora giovane”. Borsellino non avrebbe mai accettato nulla del genere. Ma vorrei aggiungere una cosa».

Prego.
«Con le norme attuali oggi quel processo voluto fortissimamente da Falcone e Borsellino e pochi altri si risolverebbe in una pioggia di assoluzioni. Se si fosse arrivati alla revisione con le norme attuali Riina sarebbe stato assolto».

Cosa pensa dell’uscita di Riina su fatto che la strage di via D’Amelio non è cosa sua?
«Forse ha capito, o qualcuno gli ha suggerito, che questo è il momento di intorbidare le acque. Non ho mai avuto dubbi che la strage sia stata messa in piedi dagli uomini più fidati di Riina. Tutto si basa sul racconto di Scarantino ma chi lo ha indotto a mettersi in mezzo? L’ho interrogato a lungo. Non gli ho dato credito nemmeno quando si accusava di omicidi. Quella strage è ideata e attuata da uomini di Riina: i Graviano e i Madonia. E serviva ad alzare il prezzo della trattativa».

Poi però Riina finisce nella rete.

«Certo è il sacrificio umano che Provenzano compie. È lui che dopo via D’Amelio si intesta la trattativa ma su altre basi. Basta con il sangue – dice al popolo di cosa nostra – e non impedisce al Ros, che ha ricevuto la soffiata giusta da persone legate a lui, l’arresto del suo compare Riina».
È anche strano che Di Maggio, quello che ha fisicamente indicato Riina al Ros dica che Provenzano è morto e quindi è inutile cercarlo.
«Mi limito a rivelare che il RoS di Mori e Subranni dall’arresto di Riina in poi non fa più un’operazione degna di questo nome».

Il nuovo patto si consolida con l’arresto di Riina?
«È un passaggio fondamentale ma non è l’unico. Il primo aprile 1993 c’è una riunione di tutti i capi per decidere le stragi. Provenzano ha già fatto sapere che non le vuole in Sicilia e non partecipa. La risposta di Bagarella è chiara: perché il mio paesano non se ne va in giro con un cartello al collo e ci scrive pure che lui con le stragi non c’entra”….»

Si dissocia insomma.
«Ecco, la parola dissociazione va di pari passo con la trattativa. E intanto Provenzano conquista la leadership e macina ricchezza. Poi nel 1997 c’è un altro indizio di questo accordo».

Quale?
«Il fatto che il pentito Di Maggio, gestito dal Ros, scatena una guerra contro i suoi nemici utilizzando come manovalanza mafiosi che risultano essere confidenti dello stesso Ros. E parte la polemica contro la nostra procura e i pentiti perché Di Maggio è proprio quello che ha raccontato il famoso bacio di Riina ad Andreotti. E mentre noi indaghiamo su queste vicende la Procura di Caltanissetta affida in esclusiva allo stesso Ros di Mori le indagini sui mandanti esterni delle stragi».

E anche qui c’è un filo che lega molte cose. E si arriva all’altro obiettivo della trattativa. Quale?
«La dissociazione di cui il capo della procura di Caltanissetta Giovanni Tinebra, tra i tanti, è convinto assertore».

Di cosa si tratta?

«È una vecchia idea che viene suggerita a Provenzano. I mafiosi devono fare una dichiarazione in cui si arrendono ma non sono costretti a fare i nomi dei loro complici. In compenso escono dal 41 bis ed evitano qualche ergastolo».

Chi e quando la propone?

«Ne aveva parlato Ilardo per primo nel 1994. Poi nel 2000 otto boss fanno sapere che vogliono dissociarsi e chiedono un legge ad hoc. Io sono al Dap. Mi oppongo a questa soluzione e con me ci sono Caselli e il ministro di allora Fassino».

E finisce li?
«No, perché la cosa si ripropone di nuovo nel 2001 quando scopro che questa volta sono coinvolte tutte le mafie italiane a chiedere la dissociazione e che l’ambasciatore è salvatore Biondino legatissimo a Riina. Solo che stavolta pago la mia opposizione e il mio ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia».

In che modo ha pagato?
«Sono passato alla storia non come quello che ha arrestato Brusca e gli altri ma come il torturatore di Bolzaneto…. Questa macchia mi è rimasta e il Csm, guarda caso diretto da Mancino, occulta i documenti che provavano la mia estraneità ai fatti di Genova ed emette nei miei confronti un provvedimento infamante. E fa di più: quando mi lamento di tutto questo dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia che mi sarei candidato nelle liste di AN. Una falsità.

Quando inizia a capire di stare pagando quel no alla trattativa?

«Quando vengo a sapere che i servizi, con Pio Pompa legato alla Telecom, aprono un fascicolo su di me. Era parte di un operazione che coinvolgeva anche politici e altri colleghi. Ho chiesto di essere tutelato dal Csm. Ma sono stato lasciato solo».

Lei dice di essere una vittima di questo patto che Provenzano avrebbe sottoscritto con uomini dello stato in cambio di una nuova pace e molto silenzio. Secondo lei si riusciranno a trovare delle prove?

«Non credo che Provenzano abbia lasciato prove. Credo che ci siano responsabilità morali in questa storia e una serie di vicende ancora da chiarire. Ma una cosa la so: con la mafia non si tratta perché nel migliore dei casi, come il messaggio di Riina dimostra, ci si pone sotto ricatto».

Intervista ad Alfonso Sabella – 22 luglio 2009

Quest’intervista è un documento straordinario

Intervista ad Alfonso Sabella – 22 luglio 2009.

Proponiamo agli utenti del sito la trascrizione integrale dell’intervista rilasciata il 22 luglio 2009 dal dott. Alfonso Sabella ai curatori del BLOG Lapillolarossa. Il dott. Sabella, già membro del pool antimafia guidato dal dott. Giancarlo Caselli negli anni novanta a Palermo, rilascia delle dichiarazioni molto significative sulla trattativa intercorsa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato a partire dalla stagione delle stragi del 1992 ed evidenzia quali possano essere i limiti della sola azione penale nell’individuazione dei mandanti ed esecutori di quelle stragi.


Fonte: meetup625

Fonte: meetup625

Giornalista: Buonasera Dr. Sabella e grazie per la disponibilità che ci sta dando.
Dr. Sabella: Buonasera.


Giornalista
:
Allora, parliamo di quello che sta accadendo in questo momento nei processi contro la mafia. Riina dopo anni di silenzio si mette a parlare. Lei di quello che sta dicendo Riina cosa pensa?
Dr. Sabella: Guardi io di quello che dicono i mafiosi mi interessa poco o nulla perchè normalmente quando dicono qualcosa hanno un secondo fine e non bisogna mai fermarsi alle parole che dicono ma bisognerebbe cercare di capire dove vogliono arrivare. E’ chiaro che Riina che si tira fuori dalla strage di via D’Amelio e accusa altri di averla eseguita è una vera e propria boutade perchè decisamente non possono esserci dubbi sul fatto che gli esecutori materiali di quella strage siano stati mafiosi e che quella strage avesse comunque una forte componente mafiosa. Poi se in quella strage si sono sommati altri interessi è un discorso che probabilmente la magistratura avrebbe dovuto accertare, ma sappiamo perfettamente come nel nostro paese le indagini su questo tipo di delitti raramente riescono ad andare al di là di quelli che sono gli esecutori materiali. Per quanto riguarda invece quello che sta emergendo negli ultimi giorni direi che non c’è assolutamente nulla di nuovo, sono cose che almeno sul piano personale io sapevo già almeno dall’agosto 1997. Sono cose insomma sostanzialmente, assolutamente non nuove. Non c’è nessuna novità, se non che ci sono le dichiarazioni di Spatuzza che vanno a confermare quelle che erano nostre, almeno mie intuizioni investigative. Posso solo far presente che nel libro che ho pubblicato, “Cacciatore di mafiosi”, avevo subito segnalato in epoca, tra virgolette “non sospetta” che gli esecutori materiali della strage di via D’Amelio che la Magistratura, che la Suprema Corte di Cassazione aveva indicato nel gruppo di fuoco della Guadagna o di Santa Maria di Gesù diretto da Pietro Aglieri, invece a mio giudizio erano estranei a quella strage perchè era una strage che andava ricondotta a persone molto più legate a Salvatore Riina, quale erano i Graviano di Brancaccio, gruppo di cui faceva parte appunto Spatuzza.


Giornalista
:
Poi c’è questa famosa lettera ritrovata dopo anni in un cassetto dove c’è scritto che la mafia chiedeva all’Onorevole Berlusconi una televisione in cambio di tranquillità, di questa cosa…
Dr. Sabella: Guardi io qua sopra so poco o nulla perchè sono delle cose nuove, devo dire però delle cose nuove, delle acquisizioni probatorie nuove. Devo dire che già negli anni in cui ero a Palermo c’era un filone di indagini che andava in questa direzione nel senso che, di una possibilità, di una richiesta di Cosa Nostra di avere un contatto con l’Onorevole Berlusconi, con Forza Italia nel momento famoso della discesa in campo, parlarono diversi collaboratori di giustizia. Devo dire che le nostre indagini, ed è corretto dirlo, si sono arrestate alla richiesta, non abbiamo all’epoca almeno, non abbiamo avuto nessun tipo di riscontri, non abbiamo una risposta che sia arrivata. Sapevamo però che da parte di Cosa Nostra era scattato questo contatto ma era assolutamente naturale perchè se andiamo a vedere qual’era il cima politico in quel momento, clima di disfacimento dei vecchi partiti politici, Cosa Nostra aveva bisogno di creare nuovi referenti politici. Tant’è vero che, e lo abbiamo accertato, in un momento di vuoto cerca addirittura di fondar se stessa un partito, che è Sicilia Libera, ed inserire uomini direttamente suoi in Parlamento voltando quello che era stato il rapporto tradizionale tra mafia e politica. Evidentemente questa cosa di Sicilia libera non andò in porto. Quindi è ampiamente verosimile, anzi sarebbe impensabile che non fosse avvenuto che Cosa Nostra in quel momento abbia cercato altre sponde politiche ed è possibile che una di queste sia stata, l’abbia ricercato nel nuovo partito che si affacciava all’orizzonte politico italiano che era Forza Italia.


Giornalista: Ma guardi su quella lettera c’è scritto Onorevole Berlusconi quindi due son le possibilità: o la lettera è stata scritta quando Berlusconi era già stato eletto oppure era un elezione presunta quella, no?
Dr. Sabella: Beh insomma, realisticamente nel momento in cui Silvio Berlusconi si candidava era assolutamente fattibile che sarebbe stato eletto come Onorevole in Parlamento. Quindi la cosa non sconvolge più di tanto. Sicuramente quella lettera va datata in un periodo immediatamente successivo alla discesa in campo di Berlusconi o immediatamente successiva alle elezioni, insomma questo mi pare abbastanza intuibile. Però è possibile anche che lo abbiano chiamato Onorevole, le faccio un esempio: io da quando sono al liceo, essendo figlio di avvocati vengo chiamato avvocato. Poi alla fine l’avvocato l’ho fatto un paio d’anni, ma ancora oggi al paese mi chiamano avvocato, insomma.

Giornalista: Certo, capisco cosa vuole dire. Sicuramente la cosa più brutta è che è rimasta nel cassetto per anni questa cosa. Pare che addirittura all’epoca dei rilievi i carabinieri abbiano annotato l’esistenza di questa lettera ma che poi nessuno abbia approfondito la cosa…
Dr. Sabella: Guardi non mi faccia far polemiche nei confronti dei miei colleghi, anche perchè non le meritano perchè per quello che li conosco io sono dei colleghi abbastanza seri e soprattutto molto, molto preparati. Io non so che cosa sia successo, certamente una riflessione va fatta. La riflessione è che purtroppo la magistratura ha dei limiti e il nostro paese potrebbe avere un interesse a sapere delle notizie che però non sono strettamente connesse con fatti di reato. Quello che è mancato nel nostro paese non è stata l’azione, mi scusi lei fa sostanzialmente il giornalista, non è stata l’azione dei magistrati ma è stata l’azione dei giornalisti e degli storici. Nel senso che tante cose, come le ultime notizie che sono emerse nei giornali, ma che noi magistrati conoscevamo, glielo ripeto, già 12 anni fa, almeno a partire dall’agosto del 1997. Tutta questa vicenda era per noi assolutamente chiara. Questa vicenda qua potrebbe non avere per noi nessun rilievo di carattere penale bensì avere dei rilievi di carattere, tra virgolette “morale, politico e storico”. Quello che è mancato è stato qualcuno che abbia, si sia passato il tempo di andare a fare una ricostruzione storica di quegli anni. Perchè non ci sono solo responsabilità penali nel nostro paese, ci sono anche altri tipi di responsabilità. Il nostro purtroppo, da questo punto di vista non è un paese particolarmente maturo, insomma. A differenza degli Stati Uniti d’America, che non è che ami particolarmente, ma che da questo punto di vista sono decisamente molto più avanti di noi.

Giornalista: Certo. Da noi le responsabilità non penali a volte vengono concepite come nulla talvolta, come se non fossero responsabilità. Mentre molto spesso sono pesantissime responsabilità politiche.
Dr. Sabella: Potrebbero essere addirittura molto più gravi di quelle penali, tra virgolette. Vede, in tutta questa vicenda la magistratura, secondo me, se si ferma a questo, a questi discorsi che sono stati pubblicati sui giornali, devo dire che a mio giudizio c’è ben molto, molto di più. Io adesso non faccio più quel lavoro  (magistrato inquirente, ndr) e non per mia scelta ma diciamo perchè per un momento mi sono infilato in mezzo alla trattativa che ho bloccato e quindi ho pagato sul piano personale questa vicenda, ma l’ho pagata molto caramente. Ma devo dire la verità, mi posso guardare in faccia tranquillamente allo specchio la mattina e non devo niente a nessuno, non sono iscritto alle correnti della magistratura, sono assolutamente autonomo e sono felice di esserlo.



Giornalista
:
Di che trattativa parla?
Dr. Sabella: La trattativa che c’è stata tra lo Stato e Cosa Nostra.
Giornalista: Ah, okay, okay.
Dr. Sabella: E che questa trattativa sia andata avanti per anni è una cosa assolutamente pacifica. Quali poi che siano gli sviluppi, quali siano state le risposte, ma che comunque da parte di qualche organo dello stato non ci sia mai stata un’interruzione forte della trattativa e che Cosa Nostra abbia posto in essere qualche attentato al fine di agevolare o comunque al fine di alzare il prezzo di questa trattativa io lo do assolutamente per scontato e sono pronto anche a dimostrarlo laddove dovesse essere necessario. Io dico che questa trattativa ha avuto vari sviluppi, ha avuto varie evoluzioni storiche, l’ultimo pezzo di questa trattativa di cui io sono a conoscenza riguarda verosimilmente un tentativo di trattativa di Cosa Nostra con pezzi dello Stato al fine di ottenere la dissociazione. Io mi sono imbattuto in questo pezzo di trattativa, ritengo d’averla bloccata, ritengo di essere stato io ad averla bloccata, sia quando ero al dipartimento amministrazione penitenziaria in due distinte occasioni. Nella seconda occasione, il giorno dopo che ho bloccato e che ho rilevato questa trattativa, il mio ufficio è stato soppresso e io sono stato mandato a disposizione del Consiglio Superiore della Magistratura e devo dire la verità: il Consiglio Superiore della Magistratura non m’ha nemmeno trovato un posto a Roma perchè per me non ci potevano essere posti a Roma e mi hanno spedito a Firenze anche se all’indomani poi che mi mandano a Firenze, a Roma spuntano stranamente due posti, giusto giusto l’indomani a quelli che io scelgo. Fino a quel momento quando sceglievo io non c’erano posti. Ma lasciamo perdere questa vicenda perchè non voglio, glielo ripeto, non voglio far polemiche. Quello su cui invece bisogna interrogarsi è un discorso molto più complesso e riguarda il fatto che questo che è emerso potrebbe al massimo portare al rilievo di alcune fattispecie di reato di minima entità, qualche falso in atto pubblico, qualche abuso d’ufficio, reati tra l’altro, ampiamente prescritti visto che siamo nel 2009 e questi fatti risalgono a 17 anni fa. Il problema è, bisognerebbe vedere, bisognerebbe che gli storici, i politici ed i giornalisti andassero a ricostruire, se ne hanno voglia, quelle realtà. Però le dico anche una cosa, sono realtà che per quello che so io possono essere scomode per varie parti politiche del nostro paese, quindi le posso dire che nessuno ha interesse a tirarle fuori e il fatto che verità conosciute dalla procura di Palermo, da magistrati della procura di Palermo almeno, già 12 anni fa, vengono rivelate solo adesso, a distanza di 12 anni, dà la misura di quello che è l’interesse del nostro paese a conoscere quella verità. Credo che sia una verità, glielo assicuro, che nessuno vuole conoscere e forse è meglio che rimanga sconosciuta. Probabilmente è anche giusto così, non è compito della Magistratura.

Giornalista: Su questo sono d’accordo con lei, la Magistratura deve solo stabilire la verità giuridica poi…
Dr. Sabella: Ma laddove ci sono, come dite voi giornalisti, reati penali cioè fattispecie – i reati sono tutti penali – dove ci sono fattispecie di illecito penale. In questa vicenda è verosimile che ci possano essere responsabilità morali, non penalmente rilevanti nella strage di via D’Amelio, ma non responsabilità penali. Questa è la cosa, almeno credo che sia l’idea di fondo perchè probabilmente è difficile andare a ipotizzare che certe persone, il cui nome è apparso sui giornali in questi giorni, siano stati i mandanti della strage di via D’amelio. Probabilmente con il loro comportamento potrebbero aver determinato la mafia a commettere quella strage. E quindi capirà che la cosa è molto diversa. Sul piano della responsabilità penale significa zero, sul piano della responsabilità morale, politica e amministrativa a seconda dei casi, invece ha dei rilievi enormi e anche sul piano di ristabilire la verità storica. E le ripeto, quello che c’è sui giornali in questi giorni, e le posso dire una cosa, anche le stesse dichiarazioni di Riina non sono assolutamente nuove a quello che, almeno parlo per me, io già sapevo 12 anni fa. Anche le dichiarazioni di Riina, perchè le dichiarazioni di Riina non sono per niente, a mio giudizio, diverse da quelle che fece Giovanni Brusca deponendo al processo per le stragi nel ’93 nell’aula bunker di Firenze quando disse, gli scappò una frase che poi spiegò: “Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri”. Brusca non voleva dire che sono stati i carabinieri a far fare le stragi ma è un messaggio assolutamente analogo a quello che Riina manda adesso. Secondo me con la mafia non c’è spazio per andare a nessun tipo di trattative e a nessun tipo di rapporto. La mafia si combatte e si affronta e questo paese ha dimostrato che quando l’ha voluto combattere e affrontare, anche quando metteva le bombe nella Galleria degli Uffizi, anche quando aveva fatto saltare Falcone e Borsellino, anche quando metteva le bombe alla Galleria d’arte moderna a Milano, alla chiesa di San Giorgio al Velabro, di San Giovanni in Laterano a Roma e abbiamo voluta sconfiggerla ci siamo riusciti, poi chiaramente ci siamo fermati. Ci siamo fermati perchè, ecco lo posso dire, abbiamo fatto l’errore di voler accertare altri tipi di responsabilità diverse da quelle strettamente militari di Cosa Nostra. E a quel punto probabilmente quella verità nessuno voleva sapere e forse era scomodo. Adesso lo dirò con amarezza, però le posso assicurare che negli anni in cui io lavoravo a Palermo e pigliavo un latitante dietro l’altro, e trovavo un arsenale dietro l’altro e scoprivo gli omicidi in tempo reale e non abbiamo lasciato un solo omicidio di mafia, uno che sia uno, impunito, in quegli anni c’era un supporto da parte dello Stato su questo problema che era incredibile. E quando lo Stato fa sul serio vince la mafia, come ha vinto il terrorismo, come ha vinto il brigantaggio, come ha vinto tutti i fenomeni di criminalità organizzata nel nostro paese quando l’ha voluto. Con la mafia purtroppo questo non è stato possibile perchè, glielo ripeto, noi magistrati probabilmente abbiamo fatto un errore, abbiamo pensato che quel supporto che dalla società civile e lo Stato dava era una specie di delega in bianco che ci consentiva di accertare anche altri tipi di responsabilità penali meno dirette di quelle militari ma a mio giudizio altrettanto gravi.

Giornalista: Si ho capito cosa intende. Ora le faccio un’ultima domanda: lei crede che il figlio di Ciancimino il papello ce lo farà avere?
Dr. Sabella: Il figlio di Ciancimino secondo me ha una prima versione del papello.
Giornalista: Quindi la prima versione quella… una bozza…
Dr. Sabella: Diciamo una prima versione del papello, io non so se ci sia stato un secondo papello. Diciamo che il figlio di Ciancimino potrebbe avere il papello, me lo faccia definire “di Riina.” Una copia del papello “di Riina”, non di altri papelli che probabilmente sono arrivati dopo, non del successivo accordo che poi è pervenuto tra pezzi dello Stato e pezzi della mafia.
Giornalista: Certo quelli si ha solamente l’idea che esistano ma non si ha… si conosce quello di Riina insomma…
Dr. Sabella: Il punto forte del papello di Riina – e qui però chiudiamo perchè ho detto fin troppo – il punto forte del papello di Riina era la revisione del maxiprocesso perchè lasciate stare gli aspetti etici quando si tratta di mafiosi,i mafiosi sono uomini come tutti gli altri e però sono dei criminali e sono assolutamente egoisti ed interessati esclusivamente al potere, al denaro e alla loro libertà personale. L’unica cosa che realmente interessava a Riina in quegli anni era la revisione del maxiprocesso perchè al maxiprocesso aveva preso l’ergastolo, non aveva preso cinque o sei anni di branda come soleva dire lui. Il punto forte del appello era la revisione del maxiprocesso e questo lo sapevamo benissimo. Era la richiesta principale che Cosa Nostra faceva allo Stato per far cessare le stragi e lo Stato che si muove per cercare di capire cosa sta succedendo dopo l’omicidio Lima e ancor di più dopo Falcone non è che sbaglia. Il problema è che probabilmente si è fatto qualche errore successivo che può aver anche determinato un’accelerazione in altre determinazioni di Cosa Nostra, può aver determinato qualche altro fatto grave commesso da Cosa Nostra.


Giornalista: Va bene. Guardi la ringrazio, è sempre gentilissimo…
Dr. Sabella: Si figuri.
Giornalista: Arrivederci.
Dr. Sabella: Arrivederla.

Trascrizione a cura di Valentina Culcasi

Leggi anche Sabella: ”Patto mafia-Stato? Potevamo scoprire tutto 10 anni fa” (Intervista ad Alfonso Sabella realizzata da Nicola Biondo, L’UNITÀ, 25 luglio 2009)