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Il generale Mori e Cosa Nostra: l’accusa è ‘concorso esterno’

Fonte: Il generale Mori e Cosa Nostra: l’accusa è ‘concorso esterno’.

Concorso esterno in associazione mafiosa. E’ questo il reato per il quale la Procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati il generale Mario Mori, già capo del Ros dei Carabinieri e del Sisde. È un nuovo capitolo dell’inchiesta sulla “trattativa” e sul “patto” stretto da uomini delle istituzioni con Bernardo Provenzano, il capo dell’ala “moderata” di Cosa Nostra. Secondo l’ipotesi accusatoria dei Pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, sarebbero stati parte di questa trattativa i colloqui che nel 1992, dopo la strage di Capaci, Mori e Giuseppe De Donno, il suo più fidato ufficiale, ebbero con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.

Nel marzo scorso si era saputo che, nell’ambito della stessa inchiesta, De Donno era indagato per “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”. E, con lui, per favoreggiamento, anche il capitano dei carabinieri Antonello Angeli. Assieme a questi uomini delle istituzioni, si seppe che erano pure indagati i capimafia Riina, Provenzano e Cinà e alcuni esponenti dei Servizi tra cui il misterioso “signor Franco”, l’agente di collegamento tra Vito Ciancimino e gli apparati dello Stato, la cui identificazione impegna spasmodicamente gli inquirenti. Del reato ipotizzato a carico di Mori si è invece saputo solo ieri.


Secondo l’ipotesi dei pm, la trattativa ebbe precisi passaggi. Dopo i colloqui con Ciancimino ci fu la cattura di Riina, agevolata da Provenzano. Alla quale, però, non seguì la perquisizione del covo. Altro passaggio, nell’ottobre del 1995, la mancata cattura di Provenzano. Per questo reato il generale Mori, con un altro ufficiale del Ros, Mauro Obinu, è oggi sotto processo a Palermo. Per la mancata perquisizione è stato già processato e assolto. Ma quell’omissione, oggi, viene letta nel nuovo contesto accusatorio: il covo di Riina non sarebbe stato perquisito per evitare il ritrovamento di documenti che avrebbero svelato la trattativa e compromesso il progetto di favorire la successione alla guida di Cosa Nostra del “moderato” Provenzano. Il quale, da latitante, avrebbe dovuto garantire una nuova ‘pax mafiosa’ e la fine delle stragi. Che, invece, nel 1993, continuarono. Ma senza il suo avallo. Provenzano, infatti, il 31 ottobre del 1995 non fu arrestato benché al Ros fosse giunta un’informazione estremamente precisa sul luogo in cui era nascosto, una casa tra Palermo e Corleone.

Ma per chi trattarono Mori e De Donno? Chi garantì, sempre che l’ipotesi accusatoria sia fondata, il patto? Di certo, secondo gli inquirenti, ci fu una controparte politica. Lo stesso Mori recentemente ha sostenuto che se vi fu trattativa essa non poteva poggiarsi solo su due ufficiali dei carabinieri. Il fronte politico dell’indagine è ancora coperto. Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, e Giovanni Brusca, hanno fatto i nomi di Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm e ministro dell’Interno nel 1992, e di Virginio Rognoni, ministro della Difesa fino al giugno dello stesso anno. Ma i due interessati hanno categoricamente smentito.
Secondo quanto hanno detto ai giudici di Palermo l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli e Liliana Ferraro, che prese il posto di Falcone all’ufficio Affari penali del ministero, dell’attività di Mori e De Donno sarebbe venuto a conoscenza il giudice Paolo Borsellino. Da qui il dubbio terribile che la strage in cui perse la vita assieme alla sua scorta, la strage di via D’Amelio, vada letta come strage di Stato.

L’ipotesi che la trattativa nel 1993 sia andata avanti a colpi di colpi di bombe (a Firenze, Milano e Roma) era del pm fiorentino Gabriele Chelazzi. Nell’aprile del 2003, pochi giorni prima di morire stroncato da un infarto, interrogò Mori. Voleva sapere perché tra il 4 e il 6 novembre 1993 era stato revocato il 41 bis a 140 mafiosi detenuti nel carcere dell’Ucciardone. Secondo Alfonso Sabella, ex pm palermitano, Chelazzi aveva iscritto Mori nel registro degli indagati.

Redazione de L’Unità.it (5 giugno 2010)

Il Csm non concede la proroga. E il Gip Tona lascia Caltanissetta

Ogni volta che apprendo notizie del genere dal CSM mi viene da pensare che in questa sigla la M stia li per mafia…

Fonte: Il Csm non concede la proroga. E il Gip Tona lascia Caltanissetta.

Il Gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona lascerà definitivamente il suo incarico. Lo ha deciso oggi il Csm, che ha risposto con un secco “no” alla richiesta del giudice di rimanere applicato al suo ufficio dove era chiamato a decidere, proprio in questi giorni, su importanti atti relativi all’inchiesta appena riaperta sul fallito attentato all’Addaura. Per la quale in questi anni aveva ormai acquisito una notevole competenza.
Il gip, particolarmente apprezzato per il suo rigore e la sua precisione, doti riconosciute in diversi procedimenti sia dalle accuse che dalle difese, ha terminato il periodo di 10 anni in cui, secondo la legge Mastella, un magistrato può ricoprire lo stesso incarico. Motivo per cui aveva chiesto l’applicazione ad alcune indagini di notevole complessità, da lui seguite da lungo tempo.
Dopo il no Tona passerà alla magistatura civile e per chi erediterà il suo incarico occorreranno mesi per studiare le carte, cosa che potrebbe determinare una nuova stagnazione di importanti inchieste appena riaperte.

Redazione ANTIMAFIADuemila,
20 maggio 2010

Presidente Napolitano, perche’ attacca i magistrati onesti?

Fonte: Presidente Napolitano, perche’ attacca i magistrati onesti?.

Il Presidente Giorgio Napolitano ha chiamato la magistratura ad una “riflessione seria e critica” su se stessa.
Lo ha fatto questo pomeriggio in occasione della visita ai magistrati tirocinanti incontrati al Quirinale. E nella doppia veste di Presidente della Repubblica e Presidente del Csm ha evidenziato problemi che “in materia di giustizia continuano a creare apprensione”. Come la “crisi di fiducia insorta nel Paese sia per il funzionamento insoddisfacente dell’amministrazione della giustizia sia per l’incrinarsi dell’immagine e del prestigio della magistratura”.
Soluzioni proposte: rifuggere “da visioni autoreferenziali”, percorso “non facile al quale può darsi positivo inizio se si stemperano le esasperazioni e le contrapposizioni polemiche che da anni caratterizzano il nodo ‘delicato e critico’ dei rapporti tra politica e giustizia”;
“Non cedere alle esposizioni dei media” e quindi ad “atteggiamenti impropriamente protagonistici e personalistici che possono offuscare e mettere in discussione l’imparzialita’ dei singoli magistrati, dell’ufficio giudiziario cui appartengono, della magistratura in generale”;
Non rinunciare alla “fierezza di appartenere ad un mondo di servitori dello Stato, – ‘soggetti solo alla legge’, fedeli alla Costituzione – che in decenni di vita democratica ha espresso personalità e straordinaria tempra morale, sapienza giuridica e dato contributi inestimabili alla tutela della legalità”.


Ma come, Presidente Napolitano, non dovrebbe lei, con tutto il rispetto, essere il primo a fare autocritica?
Non è forse il Csm, da lei presieduto, ad avere attaccato e ammonito magistrati come Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, Luigi Apicella, Luigi de Magistris che non avevano fatto altro che svolgere il proprio lavoro applicando l’art. 3 della Costituzione?
Magistrati che in molti casi hanno accettato di subire la scomunica in silenzio mentre le indagini finora svolte da diverse autorità competenti hanno dimostrato che non avevano commesso alcuno degli illeciti che il Csm ha loro addebitato. Semplicemente, come dovrebbe fare qualunque rappresentante della Giustizia, si erano rifiutati, nonostante le velate intimidazioni, di chiudere gli occhi di fronte ad un sistema di potere che si arricchiva con i soldi pubblici rubati alla collettività.
Un sistema fatto di politici, imprenditori e anche magistrati. Molti dei quali, a dispetto delle gravi accuse per cui risultano indagati, sono rimasti al loro posto mentre i colleghi onesti venivano cacciati e subivano l’onta del linciaggio mediatico. Perché?
E cosa dovrebbero fare quei magistrati ingiustamente puniti Presidente? Non cedere all’esposizione dei media? Continuare a tacere mentre di fronte all’opinione pubblica il Consiglio Superiore della Magistratura e talvolta l’Associazione Nazionale Magistrati continua a delegittimarli facendo il gioco di chi è si macchiato di gravi reati e a causa dei tanti, sospetti trasferimenti e delle altrettanto sospette avocazioni rischia pure di farla franca?
Lei ammonisce chi, suo malgrado, è uscito dal riserbo e ha preso la parola per legittima difesa, elemento secondo lei pregiudizievole per la magistratura, ma non attacca chi è indagato per appartenenza a caste mafiose.
E’ questa la fierezza di appartenere ad un mondo di servitori dello Stato? Ed è questa la legge Presidente?

Redazione ANTIMAFIADuemila (antimafiaduemila.com, 27 aprile 2010)


LINK:
1) Imputati e contenti (Marco Travaglio, Passaparola, BLOG Voglioscendere, 26 aprile 2010)
2) L’avviso di conclusioni indagini della Procura di Salerno sulla presunta corruzione di alcuni magistrati in servizio presso gli uffici giudiziari di Catanzaro

Qualcuno lo deve pur dire

Fonte: Qualcuno lo deve pur dire.

Come spesso accade, nell’Italietta degli ultimi 10-15 anni spessissimo, emergono fatti di tale gravità da documentare l’annichilimento dello Stato di Diritto. Ci era stato dato di assistere, nei primi di dicembre dell’A.D. 2008, all’operato di alcuni magistrati deviati che si erano sottratti al sequestro probatorio in un procedimento penale che li vedeva indagati semplicemente sequestrando a loro volta. Cioè abusando dei poteri loro conferiti perché difendessero e applicassero la Legge, li avevano usati per difendere il loro privato interesse. Qualsiasi altro cittadino, pubblico ufficiale, avvocato, parlamentare o vattelapesca, sottraendo cose e documenti sequestrati dall’Autorità Giudiziaria, se individuato, sarebbe stato arrestato. Loro no, per loro la Legge è più uguale, per loro la Legge coincide con un’opinione: la propria. Sono in molti a condividere siffatto convincimento anticostituzionale, tutti coloro che avendone la responsabilità ed i poteri nulla hanno fatto per interrompere le condotte criminose di LOMBARDI Mariano, MURONE Salvatore, FAVI Dolcino, IANNELLI Enzo, GARBATI Alfredo, DE LORENZO Domenico, CURCIO Salvatore Maria (Magistrati).

Nemmeno quei magistrati di Salerno che oggi hanno stigmatizzato condotte criminose di tale gravità da postulare immediate esigenze cautelari. Quelle che la Legge impone quando vi è il rischio dell’inquinamento probatorio e della reiterazione del reato. Dicono, i dottori Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella, Sost.ti Procuratore della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Salerno, che i nominati “magistrati” si sono associati per delinquere e precisamente per addomesticare le indagini penali a carico di loro stessi e di sodali da cui ricevevano ora denari ora altre utilità. Dicono che lo hanno fatto arrampicandosi sugli specchi, eludendo scientemente il sistema normativo dettato a presidio della competenza per reati nei quali un Magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini ovvero di persona offesa o danneggiata, evocando a più riprese istituti processuali diversi ed incoerenti rispetto alla situazione venutasi a determinare e reiteratamente prospettata dall’A.G. funzionalmente competente. Non dicono i salernitani che tutte le massime autorità dello Stato poste a presidio delle garanzie costituzionali hanno taciuto (a volte) oppure hanno parlato difendendo siffatti magistrati e favorendone l’operato criminoso e criminogeno (più spesso). Non dicono, i salernitani, che ancora oggi, per il procedimento penale “Toghe Lucane” è stata intrapresa da subito un’opera di parcellizzazione dell’unitario contesto investigativo senza una piena cognizione degli atti del procedimento. Non dicono che molti degli indagati citati sono attualmente all’opera dove erano allora, con i metodi di allora che sono quelli di oggi. Non dicono i dottori Rocco Alfano eccetera, che hanno archiviato l’indagine a carico di Vincenzo Capomolla, erede di De Magistris in Toghe Lucane, e complice di Curcio, Iannelli, Murone, Favi e chissà quanti altri. Non dicono che l’hanno fatto mentendo su dati documentali presenti in atti e per i quali dovranno rispondere alla Procura di Napoli. Non dicono che i loro colleghi Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani e Luigi Apicella hanno pagato un prezzo professionale altissimo ed oggi si scopre che i “cattivi magistrati” (ma anche cattivi Presidenti della Repubblica, cattivi membri del CSM, cattivi ministri della Giustizia, cattivi Ispettori Ministeriali, cattivi e infedeli avvocati) che li hanno condannati hanno errato, sapendo di sbagliare, volendo sbagliare.

Sono imminenti le elezioni dei membri togati del CSM. Saranno eletti dei magistrati votati da altri magistrati. Mettiamo che un Procuratore titolare di indagini a carico di colleghi si voglia candidare. Peseranno di più i voti degli indagati o quelli dei coraggiosi che hanno subito pur di rispettare la Costituzione? Siamo ad una svolta delicatissima nella storia repubblicana, occorre un grande senso dello Stato ed una enorme stima della propria dignità personale per venirne fuori. Doti di cui riconosciamo alcuni “portatori sani” e che, auspichiamo, risveglino in tanti il fascino umano della libertà, della verità, della bellezza e della giustizia. Qualcuno lo deve pur dire, visto che i più guardano lontano quanto la punta delle proprie scarpe, rimandando sempre al raggiungimento del “gradino successivo” il momento di smettere con i compromessi e le neghittosità.

E ora, per favore, chiedete scusa – Voglio Scendere

Fonte: E ora, per favore, chiedete scusa – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2010

Due anni fa il Csm puniva Luigi De Magistris, vietandogli di fare mai più il pm, e lo trasferiva da Catanzaro a Napoli, dopo che aveva denunciato un complotto politico-giudiziario per sottrargli e insabbiare le inchieste “Poseidone” e “Why Not”. Un anno fa lo stesso Csm destituiva il procuratore di Salerno Luigi Apicella e puniva i suoi sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, trasferendoli nel Lazio e vietando pure a loro di fare mai più i pm, dopo che avevano accertato il complotto ai danni di De Magistris e dunque indagato e perquisito i vertici della magistratura catanzarese che da mesi rifiutavano di trasmettere copie del fascicolo “Why Not”.

Un ampio e trasversale fronte politico-giudiziario-affaristico-mediatico, con l’avallo del capo dello Stato, spacciò le indagini sulla fogna di Catanzaro per una “guerra fra procure” e i provvedimenti del Csm per una saggia azione pacificatrice. In realtà le indagini di De Magistris erano corrette e doverose, così come quelle dei pm salernitani, e chi ha trasferito gli uni e gli altri non ha fatto altro che coronare la congiura ordita dalla cupola calabrese. L’avevano già stabilito i provvedimenti emessi dal Riesame di Salerno (respingendo i ricorsi dei perquisiti a Catanzaro) e dal Tribunale di Perugia (che aveva archiviato le denunce dei pm catanzaresi contro Nuzzi, Verasani, Apicella e De Magistris). Ma ora lo conferma anche l’avviso di conclusione delle indagini appena depositato dalla “nuova” Procura di Salerno, che Il Fatto oggi rivela: un atto che prelude alle richieste di rinvio a giudizio per i magistrati catanzaresi che scipparono le indagini a De Magistris e/o presero il suo posto (Lombardi con la convivente e il figliastro, Favi, Murone, Iannelli, Garbati, De Lorenzo, Curcio) e per gli indagati eccellenti che avrebbero corrotto alcuni di loro per farla franca (Saladino, Pittelli e Galati).

Le accuse vanno dalla corruzione giudiziaria all’abuso, dal falso al rifiuto di atti d’ufficio al favoreggiamento. La nuova Procura di Salerno che conferma la bontà delle indagini di Nuzzi, Verasani e Apicella è quella guidata da un anno da Franco Roberti, il valoroso pm campano protagonista delle più recenti indagini su Gomorra, che ha il merito di avere decapitato il clan dei Casalesi. Che sia diventato improvvisamente anche lui un incapace, come i colleghi puniti, esiliati e degradati sul campo? Che meriti pure lui un’intemerata dal Quirinale e un’immediata punizione dal Csm? Fino a quando le istituzioni fingeranno di non vedere quel che è accaduto e ancora accade nella fogna di Catanzaro, eliminando e imbavagliando chiunque osi metterci il naso (oltre ai pm già citati, quella cloaca ha risucchiato Clementina Forleo, Carlo Vulpio, Gioacchino Genchi e altri galantuomini)? Nessuno confonde un avviso di chiusura indagini con una sentenza di condanna. Ma se, sotto la guida di Roberti, la Procura di Salerno giunge alle stesse conclusioni di quella guidata da Apicella, vuol dire che le indagini che costarono la carriera ai quattro pm erano tutt’altro che sballate.

E ora chi li ha linciati dovrebbe cospargersi il capo di cenere, ammettere la clamorosa cantonata e correggere l’errore. In due modi: ripulendo finalmente gli uffici giudiziari di Catanzaro dai magistrati inquisiti (e fra breve imputati) per corruzione giudiziaria e altri gravissimi reati, finora incredibilmente lasciati quasi tutti al loro posto; e annullando le sanzioni contro Nuzzi e Verasani (De Magistris ormai è eurodeputato e Apicella pensionato), restituendo loro l’onore, le funzioni e l’ufficio. Il 1° ottobre 2009 De Magistris si dimise dalla magistratura con una lunga lettera al presidente della Repubblica (e del Csm) Giorgio Napolitano, pubblicata integralmente dal Fatto. Conteneva una serie di drammatici interrogativi sulle sconcertanti interferenze del capo dello Stato nel caso Catanzaro-Salerno. Nessuna risposta. Alla luce delle ultime notizie in arrivo da Salerno, il capo dello Stato non ha nulla da dichiarare?

Salerno un anno dopo: contro de Magistris fu complotto

Fonte: Salerno un anno dopo: contro de Magistris fu complotto.

Dodici indagati in tutto. Tra cui sette magistrati, un senatore, un sottosegretario al Ministero delle Attività Produttive. Tutti insieme appassionatamente per fermare le indagini dell’allora pm a Catanzaro Luigi de Magistris e salvaguardare i propri interessi.

A poco più di un anno di distanza dal trasferimento disciplinare dei pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani e del procuratore capo Apicella (sospeso anche dallo stipendio) a Salerno il tempo sembra essersi fermato. E nell’avviso di conclusione indagini emesso qualche giorno fa dai pm Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella, guidati dal procuratore capo Franco Roberti, quel sistema affaristico-criminale che lega a foppio filo politica, imprenditoria e magistratura riemerge così come i primi giudici lo avevano evidenziato. Guadagnandosi gli attacchi di buona parte dei vertici della classe politica e le sanzioni del Csm con la  benedizione dell’Associazione Nazionale Magistrati.

La vicenda in questione, si ricorderà, è quella che parte dalle ormai note inchieste Why Not e Poseidone, strappate dalle mani di Luigi de Magistris mentre l’allora magistrato additava le responsabilità di politici e imprenditori impegnati nella distrazione di fondi pubblici, destinati allo sviluppo di quella terra martoriata che è la Calabria, a tutto vantaggio di interessi privati. E alle successive e complesse indagini dei magistrati Nuzzi e Verasani, che dalla procura di Salerno, competente su quella di Catanzaro, avevano scoperto un vero e proprio complotto ordito ai danni dello stesso de Magistris con il preciso intento di fermare il suo lavoro.
Principali artefici della cospirazione: alcuni indagati e i vertici della stessa procura di Catanzaro, sulla quale i magistrati di Salerno stavano svolgendo accertamenti quando, con un pretesto, furono cacciati dal Consiglio Superiore della Magistratura. Costretti a lasciare l’inchiesta nelle mani di altri giudici, che oggi però, a un anno di distanza, sono giunti alle loro stesse conclusioni.

E così, nelle maglie della giustizia, sono finiti nuovamente l’ex procuratore capo a Catanzaro Mariano Lombardi, l’aggiunto Salvatore Murone, l’ex procuratore generale Enzo Iannelli, il procuratore facente funzioni Dolcino Favi, i sostituti pg Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, il pm Salvatore Curcio. E ancora la moglie di Lombardi, Maria Grazia Muzzi, il figlio Pierpaolo Greco e tre indagati di de Magistris: Antonio Saladino, Giancarlo Pittelli, Giuseppe Galati.
Tutti accusati, a vario titolo, di corruzione in atti giudiziari, falso ideologico e omissione d’atti d’ufficio. Tutti parte del complesso ingranaggio messo a punto per fermare le inchieste del magistrato: ognuno con un proprio ruolo, tutti uniti dalla logica del do ut des.

Mariano Lombardi e Salvatore Murone, recita infatti la prima parte dell’avviso di conclusione indagini, “creavano i presupposti quantomeno per una prevedibile e inevitabile stagnazione delle attività istruttorie in corso”, “così da favorire … le persone implicate nelle indagini preliminari”. Tra queste, in particolare, Antonio Saladino, vero deus ex machina del sistema corruttivo emerso in Why Not, nonché “l’avvocato senatore Giancarlo Pittelli e l’on. Sottosegretario Giuseppe Galati”. Che in cambio, si legge, si erano adoperati per far ricevere “denaro o altre utilità” sia al dott. Lombardi che all’avvocato civilista Pierpaolo Greco, figlio della seconda moglie del procuratore.
Il Greco avrebbe difatti trovato lavoro presso il rinomato studio penale Pittelli; sarebbe diventato socio,  insieme al Pittelli stesso, della Roma 9 srl, con notevoli agevolazioni economiche; avrebbe ricevuto dal sottosegretario alle Attività Produttive Galati diverse nomine di Commissario Liquidatore di società e consorzi.
Mentre Murone avrebbe sistemato “parenti e conoscenti” con le assunzioni ottenute grazie al “rapporto sinallagmatico” e al “patto corruttivo” stretto con Antonio Saladino.

E’ in questo quadro che rientrano la revoca dell’indagine Poseidone, avvenuta in seguito all’iscrizione del Pittelli nel registro degli indagati, e la rocambolesca avocazione dell’indagine Why Not. Per la quale erano entrati in gioco il Procuratore generale facente funzioni Dolcino Favi e l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella.
All’epoca riprendono i giudici di Salerno, il dott. Favi – “in concorso psicologico con agli altri indagati”, aveva parlato di “conflitto di interessi” tra il Mastella, appena iscritto nel registro degli indagati di Why Not e il magistrato titolare di quell’inchiesta. Inquisito disciplinarmente dallo stesso Ministro della Giustizia, che nel suo ufficio aveva più volte inviato gli ispettori ministeriali. Nell’ambito però, e questo dal Procuratore generale non veniva specificato, di altre vicende processuali estranee a Why Not.
“Una falsa rappresentazione di una situazione di conflitto di interessi”, sottolinea quindi il documento, che avrebbe avuto come effetto quello di frenare l’attività investigativa prima di procedere ad una “parcellizzazione dei vari filoni d’inchiesta” assegnati a magistrati già impegnati su altri fronti e “del tutto estranei alle logiche d’indagine fino a quel momento seguite”.
A questo sarebbe seguito l’allontamento dalle inchieste del Capitano dei Carabinieri Pasquale Zacheo e dal consulente della Procura Gioacchino Genchi. Mentre “si andava a concretizzare, di fatto, una illecita attività di interferenza sull’iter del procedimento penale in questione e comunque si determinava almeno un suo rallentamento tale da favorire, di per sé ed almeno per un iniziale periodo di tempo, le persone implicate nelle indagini preliminari”.

Già nel 2008 i pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani avevano scoperto il “piano”. Ma erano stati cacciati dal Consiglio Superiore della Magistratura nell’ambito della fantomatica “guerra tra procure”. Un assurdo giuridico con il quale si era giustificata l’ennesima azione illecita commessa dalla procura di Catanzaro che aveva operato un inedito controsequestro degli atti appena sequestrati dalla stessa procura di Salerno che per competenza stava indagando su di lei.
E a nulla era servito il provvedimento emesso dal Tribunale del Riesame, che aveva giudicato corretto l’operato di quei magistrati, così come più tardi avrebbe fatto il Tribunale di Perugia archiviando le denunce sporte contro di loro dai pm catanzaresi.

Quell’azione, è evidente, era necessaria per chiudere per sempre una vicenda troppo scomoda.
Ma come tramanda la saggezza popolare: il tempo è galantuomo e i nodi, prima o poi, vengono sempre al pettine. A Salerno ci sono arrivati. E a quei magistrati che hanno perso il lavoro e subito l’onta delle sanzioni disciplinari e del linciaggio mediatico chi chiederà scusa?

Monica Centofante (
ANTIMAFIADuemila, 19 aprile 2010)

Antimafia Duemila – La verita’ sulla Pax Mafiosa

Antimafia Duemila – La verita’ sulla Pax Mafiosa.

di Marco Travaglio – 30 gennaio 2010
Proponiamo un estratto dalla prefazione di Marco Travaglio a “Il patto” di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci (Chiarelettere, pp. 342, euro 16).
A un certo punto del loro racconto, Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci buttano lì una frase che è la chiave del libro: «Sarà un caso, ma dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage». Poco più avanti, ricordano quando Salvatore Riina, dalla gabbia del processo Scopelliti, il 25 maggio 1994 diede la linea al primo governo Berlusconi appena insediato: «C’è tutta questa combriccola, il signor Caselli, il signor Violante, questo Arlacchi che scrive libri… Ecco, secondo me il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi di questi comunista (sic)». Cinque mesi dopo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dichiarò da Mosca: «Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Dalla Piovra in giù.
Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro paese un’immagine veramente negativa. Quanti sono gli italiani mafiosi? Noi non vogliamo che un centinaio di persone diano un’immagine negativa nel mondo». Sei giorni dopo, dalla solita gabbia, Riina gli rispose a tono: «È vero, ha ragione il presidente Berlusconi. Queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale piovra! Sono romanzi…
Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. Questi pentiti accusano perché sono pagati, prendono soldi».
Quattordici anni dopo, alla vigilia delle elezioni del 12 aprile 2008 che l’avrebbero consacrato premier per la terza volta, il Cavaliere poté essere ancora più esplicito di un tempo, avendo assuefatto gli italiani a digerire tutto, anche i sassi, anche la beatificazione di un mafioso sanguinario morto con una condanna per mafia, una per droga e una in primo grado all’ergastolo per duplice omicidio: «Mangano era un eroe».

Ora che, dall’estate del 2009, tutti (o quasi) parlano delle trattative fra Stato e mafia che diedero il via libera alla Seconda Repubblica – mentre Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, i ragazzi delle scorte e i cittadini inermi di Milano, Firenze e Roma saltavano in aria e gli uomini del cosiddetto Stato facevano la faccia feroce in Parlamento e la faccia commossa ai funerali – è tutto un fiorire di «misteri», «veleni», «ombre», «interrogativi». Ma io non vedo alcun mistero. Alcun veleno. Alcun’ombra. Alcun interrogativo.
A me pare tutto così chiaro. Basta mettere in fila i fatti.
Incollarli l’uno all’altro in ordine cronologico. Poi riavvolgere il nastro e vedere il film tutto intero. Il film che questo libro prezioso ci restituisce in tutti i suoi fotogrammi. Almeno in quelli fin qui noti, che comunque bastano e avanzano per capire tutto.

Perché si parla di quei fatti solo 17 anni dopo, anche se i nove decimi delle cose che vengono spacciate da giornali e tv come nuove, sono vecchie come il cucco? Massimo Ciancimino, ad Annozero, ha dato una risposta efficace: «Io non sono mica come gli ospiti di Gigi Marzullo, che si fanno una domanda e si danno una risposta. Se certe cose non me le ha chieste nessuno, perché avrei dovuto raccontarle io?». A quel punto c’era da attendersi che sciami di giornalisti si precipitassero da colui che quelle domande non fece, o non fece fare: il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che era procuratore capo di Palermo quando partì l’indagine su Ciancimino jr. Perché né lui, né il suo fedelissimo aggiunto Giuseppe Pignatone né i solerti sostituti che seguivano l’inchiesta rivolsero mai una sola domanda al figlio di don Vito sulla trattativa intrecciata da suo padre con i carabinieri del Ros durante e dopo le stragi del 1992? Così, tanto per sapere se lui non ne sapesse qualcosa. Eppure fior di pentiti avevano parlato di quella trattativa. E perché, per fare quelle fatidiche domande, la Procura di Palermo dovette attendere di cambiare capo, nella persona del dottor Francesco Messineo, che riportò nel pool antimafia i magistrati che il dottor Grasso e il Csm avevano a suo tempo allontanato?
L’unica spiegazione, volendo escludere la malafede (per carità), è che il dottor Grasso e i suoi fedelissimi credessero nelle coincidenze.
Perché di coincidenze il nostro film è costellato dalla prima all’ultima scena. È proprio un monumento a Santa Coincidenza.

[…] Ora si spera che, dopo 18 anni trascorsi a obbedir tacendo, ritrovino un po’ di memoria e un po’ di coraggio anche quei carabinieri che la ragion di Stato e qualche politico ancora nell’ombra ha costretto per troppo tempo a combinarne e a dirne di tutti i colori.
Forse bisogna attendere la fine della Seconda Repubblica per poterne aprire finalmente la scatola nera, come fu per la Prima con Tangentopoli.
Forse il patto d’acciaio che lega i trattativisti della prima fase, legati all’Ancien Regime e traghettati nel «nuovo», e quelli della seconda fase che portò all’accordo e alla Pax Mafiosa è ancora troppo saldo per consentire spiragli di verità. Ma in quel monolite bipartisan cominciano ad aprirsi le prime crepe. E spetta alla libera informazione – di cui Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci sono un ottimo esempio – e alla società civile il compito di vigilare e possibilmente di spalancarle sempre di più. Alla fine la verità, come dimostra anche questo libro, è più forte di tutte le coincidenze, di tutte le censure, di tutte le ragion di Stato, di tutti i coperchi.

Tratto da: Micromega