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Manifestazione “Agenda rossa” – Roma – 26 settembre 2009

Manifestazione “Agenda rossa” – Roma – 26 settembre 2009.

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Palermo, 18 luglio 2009: la “Marcia delle agende rosse”
Fonte immagine: album di Francesco Cappello


Questa manifestazione è la continuazione ideale di quella che abbiamo fatto il 20 luglio davanti al palazzo di Giustizia di Palermo in sostegno di quei magistrati che, a rischio della propria vita, stanno combattendo per arrivare alla Verità sulle stragi del ’92 e del ’93. Non dobbiamo dare tregua agli assassini ed ai loro complici. Dovremo esserci tutti, quelli che abbiamo scalato sotto il sole le rampe che portano al Castello Utveggio portando un pezzo di Paolo dentro il nostro cuore, tutti quelli che eravamo in via D’Amelio quando all’ora della strage per un interminabile minuto si sono sentiti solo i battiti dei nostri cuori, tutti quelli che abbiamo percorso le vie di Palermo che ci portavano alla Magione levando in alto le nostre agende rosse e tutti quelli che abbiamo gridato la nostra rabbia e la nostra voglia di Verità davanti al palazzo di Giustizia.

E ci saranno tanti altri ancora, tutti quelli che in tante piazze d’Italia hanno urlato insieme a noi la nostra sete di Verità e di Giustizia, e avremo ancora in mano la nostra agenda rossa, un’agenda rossa che ora fa paura a tutti. Mobilitiamoci tutti, ognuno di noi si impegni a far venire quante altre persone può, in una catena che non deve avere fine. Adesso hanno paura e si stanno muovendo, cominciano a muovere le loro pedine, Rutelli, Violante, il PG di Caltanissetta Barcellona, noi dobbiamo agire più rapidamente di loro, impedire che fermino Sergio Lari, Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, non lasciamoli soli, impediamo che chiudano la bocca a Massimo Ciancimino, che si muova il CSM, facciamogli capire che dovranno passare sui nostri corpi, che dopo 17 anni non ci lasceremo strappare ancora una volta la verità. Il nostro grido di RRRESISTENZAAAAA deve essere un urlo nelle loro orecchie, un urlo gridato da vicino, sotto le finestre di quei palazzi in cui sono in tanti a sapere ed ad avere occultato la verità. Il 19 luglio in via D’Amelio abbiamo fatto scoccare la scintilla, ora è necessario l’incendio.

Salvatore Borsellino

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Da sinistra in alto in senso orario: il Procuratore Capo di Caltanissetta Sergio Lari, il Procuratore Aggiunto di Palermo Antonio Ingroia,
il Sostituto Procuratore di Palermo Antonino Di Matteo e il Procuratore Aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato


Programma preliminare della manifestazione

La manifestazione si svolgerà a partire dalle ore 14.30 a piazza della Repubblica (piazza Esedra) dove sarà allestito un palco sul quale chi sarà iscritto a parlare potrà farlo. Ci recheremo poi in corteo a piazza Barberini dove ufficialmente il corteo verrà sciolto. Una delegazione si recherà successivamente per un presidio davanti al Consiglio Superiore della Magistratura (piazza Indipendenza). Gli altri potranno venire in ordine sparso nella stessa piazza e poi potremo recarci, sempre in ordine sparso, davanti al Quirinale. La manifestazione terminerà alle ore 20.00.

Il programma non è ancora definitivo , oltre alle iniziali adesioni a questa manifestazione di Sonia Alfano, Gioacchino Genchi, Benny Calasanzio, nelle ultime ore si sono aggiunte quelle di Luigi De Magistris, Marco Travaglio e di Antonio Di Pietro che si è offerto di aiutarci a sostenere gli oneri economici di questa manifestazione senza per questo pretendere di toglierle il suo carattere di manifestazione spontanea e popolare anzi ribadendomi che questo ne deve essere il carattere. Spero, tramite l’aiuto di queste persone di riuscire ad ottenere dalla questura un percorso diverso e più simile a quello che era nelle nostra intenzioni originarie che prevedevano di far passare le nostra Agende Rosse nella vicinanze del Quirinale e davanti al CSM. Questo porebbe portare a invertire l’ordine della manifestazione che vedrebbe così il corteo partire da un concentramento in una piazza non lontana dal Quirinale e concludersi imn Piazza Esedra dove si terrebbero gli interventi previsti con la partecipazione di tutte le persone prima indicate.
Il giorno 25, cioè il giorno prima di questa manifestazione, si svolgerà a Latina, con partenza alle ore 21 da Piazza del Popolo ed arrivo alla Prefettura una fiaccolata a sostegno del coraggioso Prefetto di Latina Bruno Frattasi. Chi abitasse a Roma e dintorni o si trovasse  già a Roma il 25 per la manifestazione del 26 è invitato a partecipare alla fiaccolata. Io lo farò sicuramente e avrò in una mano la fiaccola per il prefetto di Latina e nell’altra la mia Agenda Rossa per i magistrati delle procure di Palermo e Caltanissetta.

Per avere informazioni su pullman in partenza da altre città italiane con destinazione Roma è possibile iscriversi al gruppo facebook della manifestazione oppure inoltrare un mail all’indirizzo 19luglio2009 [at] gmail . com


Approfondimenti: le sentenze definitive riguardanti mandanti ed esecutori delle stragi degli anni 1992-93


a) Le stragi del biennio ‘92-93: le conclusioni delle sentenze definitive della Magistratura riguardo al piano eversivo di Cosa Nostra e all’esistenza di mandanti ed esecutori della strage di via D’Amelio esterni all’associazione criminale

Negli anni 1992-93 l’organizzazione criminale denominata Cosa Nostra sferrò in Italia un attacco senza precedenti alle Istituzioni democratiche del paese ed ai suoi cittadini. In quel terribile biennio l’associazione criminale mafiosa pianificò e realizzò una serie di stragi efferate nelle quali furono uccise ventuno persone ed i feriti si contarono a decine: magistrati, agenti di Polizia, vigili del fuoco, semplici cittadini. Furono sventrate autostrade, devastati interi quartieri e messo a ferro e fuoco il patrimonio artistico del paese. Per la prima volta nella sua storia Cosa Nostra attaccò frontalmente lo Stato con il tritolo al di fuori della Sicilia. La strategia delle bombe si fermò improvvisamente nell’ottobre del 1993 quando l’organizzazione mafiosa era sul punto di far scoppiare un’autobomba al passaggio di un pullman carico di decine di Carabinieri all’esterno dello stadio Olimpico di Roma.

Nel corso degli ultimi diciassette anni un gruppo di magistrati e membri delle forze dell’ordine ha individuato e perseguito penalmente i mandanti e gli esecutori materiali di questi eccidi interni a Cosa Nostra, ma permangono spesse zone d’ombra sull’identità dei soggetti esterni all’organizzazione criminale che con questa hanno interagito nella dinamica del piano stragista. Per quanto riguarda la strage di via D’Amelio (19 luglio 1992), la sentenza definitiva BORSELLINO BIS (3 luglio 2003) ha accertato l’esistenza di soggetti esterni all’associazione Cosa Nostra “in qualche modo interessati a condizionare i moventi e i ragionamenti dei malavitosi eo in certe circostanze a svolgere una vera e propria opera di induzione al delitto”. Nel caso della strage di via dei Georgofili (27 maggio 1993) la magistratura ha riconosciuto con sentenza definitiva (6 maggio 2002) per i mandanti ed esecutori della strage interni a Cosa Nostra l’aggravante dell’aver agito per finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine costituzionale, mettendo nero su bianco che le stragi compiute nel 1993 dall’associazione mafiosa nel continente puntarono a destabilizzare l’ordine democratico del paese.


b) Le conclusioni delle sentenze definitive riguardo alla trattativa avviata dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992) da alcuni membri delle forze dell’ordine con i vertici di Cosa Nostra

Tanto nella sentenza BORSELLINO BIS sulla strage di via D’Amelio quanto nella sentenza sulle stragi di via dei Georgofili ed in continente nel 1993 è stata ritenuta provata l’esistenza di una trattativa con i vertici di Cosa Nostra avviata da alcuni appartenenti alle forze dell’ordine subito dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992) e proseguita nei mesi successivi per il tramite di Vito Ciancimino. Da un lato i capi di Cosa Nostra puntarono alla revisione della sentenza definitiva del maxiprocesso (30 gennaio 1992) e ad un forte indebolimento dell’azione repressiva dello Stato nei confronti dell’organizzazione criminale. Dall’altro lato alcuni membri del reparto speciale operativo (ROS) dei Carabinieri avrebbero mirato ad aprire un canale di comunicazione con i capi di Cosa Nostra inizialmente “finalizzato all’immediata cessazione della strategia stragista (motivazioni sentenza di appello, pag. 765, 18 marzo 2002). Al di là degli scopi reali o dichiarati degli autori di questo “dialogo”, la sentenza BORSELLINO BIS ha stabilito che tale trattativa è stata una della cause che ha determinato l’accelerazione della fase esecutiva della strage di via D’Amelio e la sentenza relativa a mandanti ed esecutori della strage di via dei Georgofili ha concluso che “l’iniziativa del ROS (perché di questo organismo si parla, posto che vide coinvolto un capitano, il vicecomandante e lo stesso comandante del Reparto) aveva tutte le caratteristiche per apparire come una “trattativa”; l’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione” (motivazioni sentenza di primo grado, pag. 1590, 6 giugno 1998).

c) I recenti sviluppi delle inchieste sulle stragi del biennio ‘92-93

In questi diciassette anni un gruppo di Uomini della magistratura e delle forze dell’ordine ha fatto tutto il possibile per cercare di individuare tutti i colpevoli delle stragi del ‘92-93 e di mettere a fuoco le modalità concrete e i nomi di tutti i protagonisti della trattativa tra Cosa Nostra e pezzi delle Istituzioni, trattativa che verosimilmente è proseguita anche dopo il termine della campagna stragista. Tuttavia questi investigatori hanno dovuto fare i conti con forti resistenze che sono pervenute dall’interno delle stesse Istituzioni e del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), resistenze che hanno pesantemente condizionato il proseguimento delle indagini.
Una cosa è certa: la magistratura da sola con i suoi strumenti non può arrivare alla conquista della verità. E’ necessario che ciascuno di noi faccia la propria parte e contribuisca al raggiungimento di questo obiettivo, il pieno disvelamento dei nomi di tutti i responsabili delle stragi del 1992-93 e di coloro che dall’interno delle Istituzioni e del mondo politico-imprenditoriale hanno scelto di interagire e trattare con Cosa Nostra in quel progetto eversivo caratterizzato da un dialogo a colpi di bombe.
Nella primavera-estate del 2009 nelle inchieste ancora aperte su quelle stragi sono emerse importanti novità grazie alle indagini svolte sulla base delle dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza e del dichiarante Massimo Ciancimino. Alcuni magistrati delle Procure della Repubblica di Caltanissetta, Palermo e Firenze stanno dando il meglio delle loro capacità umane e professionali per fare fino il proprio dovere al fine di ricostruire pienamente i fatti accaduti in quegli anni terribili ed individuare volti e responsabilità dei coautori delle stragi ancora rimasti nell’ombra.


d) Gli scopi della manifestazione del 26 settembre a Roma

Con la manifestazione che stiamo organizzando a Roma per sabato 26 settembre vogliamo dare un segnale forte e chiaro a quei Magistrati che in questa battaglia per la ricerca della verità non sono soli e che noi siamo al loro fianco. Come a Palermo ci siamo presentati lunedì 20 luglio davanti a palazzo di giustizia per sostenere i magistrati palermitani impegnati in delicatissime indagini sul nodo mafia-politica e sulla complicità di pezzi delle Istituzioni con Cosa Nostra, così il 26 settembre percorreremo in corteo le strade di Roma per chiedere che a questi magistrati, a quelli di Caltanissetta e a quelli di Firenze titolari delle inchieste sulle stragi del 1992-93 siano dati tutti i mezzi e l’appoggio necessari per portare a termine il proprio lavoro. Tutte le Istituzioni devono aver chiaro che in questa lotta le forze migliori dello Stato non sono isolate e che anche la società civile pretende piena Giustizia. Il simbolo della nostra richiesta di verità e della nostra rabbia sarà un agenda rossa, la stessa che abbiamo portato in mano il 19 luglio 2009 per le strade di Palermo e di tante altre città italiane, la stessa agenda che il 19 luglio 1992 è stata trafugata dalla borsa di Paolo Borsellino pochi minuti dopo lo scoppio della bomba in via D’Amelio a Palermo.
La conoscenza dello scenario in cui maturarono le stragi di quella stagione e dei moventi che spinsero gli autori a compiere quei delitti efferati non è necessaria solamente per la definizione delle responsabilità penali degli assassini, ma anche per capire il presente. Quelle stragi contribuirono infatti ad accelerare bruscamente un’involuzione del quadro politico nazionale e non potremo mai comprendere fino in fondo le ragioni dell’attuale gravissimo degrado del panorama morale ed istituzionale del paese senza aver fatto piena luce sulle trattative che a partire da quel contesto ebbero luogo tra Cosa Nostra e pezzi della classe dirigente italiana. “La seconda Repubblica affonda i suoi pilastri nel sangue”, ha detto il Procuratore Aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, ma “è giunta l’ora della verità”, come ha scritto il giornalista Giorgio Bongiovanni. Nelle Istituzioni ci sono certamente numerosi individui che sanno molto di quelle trattative ed è venuto il momento che comunichino all’autorità giudiziaria quanto a loro conoscenza. Noi cittadini faremo fino in fondo la nostra parte per stare vicino a chi dall’interno delle Istituzioni sta combattendo questa difficile battaglia per la ricerca della verità.

Marco Bertelli



LINK

1) Il

sito curato dall’Associazione tra i familiari della strage di via dei Georgofili

2)

Sentenza d´appello BORSELLINO BIS emessa dalla Corte di Assise di Appello di Caltanissetta presieduta dal dott. Francesco Caruso il 18 marzo 2002

3)

Sentenza di primo grado sulla strage di via dei Georgofili emessa dalla Corte di Assise presieduta da Gaetano Tommaselli il 6 giugno 1998

Il sinedrio del Csm e il sorteggio della Serenissima « Il Blog di Carlo Vulpio

Uno dei problemi più grossi che abbiamo oggi in Italia è il (mal)funzionamento della giustizia.

Questo problema – dovuto non soltanto alla arcinota penuria di carta per le fotocopie, alla carenza di magistrati in organico, eccetera – è oggi più di ieri chiaramente causato, soprattutto ai livelli direttivi, da un numero sempre maggiore di magistrati corrotti, collusi, conniventi, “distratti” o “a due velocità” (lenti con gli amici, celeri con i nemici: a prescindere dal colore politico).

Il Csm è il cuore malato della giustizia. E’ un sinedrio che ha assorbito tutti i vizi della politica peggiore e che rispetto a questa affoga in una logica ancora più lottizzata, più correntizia, più spartitoria e più da “clan”.

E’ inutile girarci intorno. Così com’è, il Csm non va. Fa solo male alla giustizia e alla democrazia. E tuttavia, nonostante tutti (o quasi) se ne lamentino, nessuno – a destra, al centro e a sinistra – vuole davvero riformarlo.

In alcuni casi, persino quelli che ne avversavano più ferocemente la degenerazione sono scesi a più miti consigli, a volte per timore, a volte per calcolo personale.

In altri casi, si preferisce menare il can per l’aia e dire che non c’è bisogno di riformare il Csm, poiché ciò che occorre sono più quattrini per la giustizia e magistrati più liberi “dentro”. (Eh già, come se Clementina Forleo o Luigi de Magistris il Csm li avesse puniti e trasferiti per carenza di fondi…).

La verità è un’altra, più semplice e più greve. Se si facesse sul serio e si riformasse davvero il Csm nessuno potrebbe più fare il proprio gioco (di potere).

Leggi il resto dell’articolo sul blog di Carlo Vulpio: Il sinedrio del Csm e il sorteggio della Serenissima

Assalto allo Stato di diritto

Assalto allo Stato di diritto.

Scritto da Luigi de Magistris

Nel prossimo autunno – che si preannuncia caldissimo, soprattutto per i temi dell’economia e del lavoro ed il riemergere del conflitto sociale – il Governo tenterà – con il sostegno della sua maggioranza servile – di portare a compimento il disegno – di chiara ispirazione piduista – per il definitivo annientamento dell’autonomia della magistratura e dell’indipendenza e del pluralismo dell’informazione. Fino a qualche anno fa il timore dei poteri forti era rappresentato, soprattutto, dai procedimenti penali della magistratura e dalla possibilità che venissero emesse sentenze di condanna nei confronti di corrotti e corruttori.

La stagione delle modifiche legislative e del ridimensionamento – ad opera anche di frange di magistrati sempre più pervasi dalla correntocrazia – del ruolo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura, ridotto sempre più ad organo non di autogoverno della magistratura ma di condizionamento di quei magistrati ancora liberi ed indipendenti che operano nei vari uffici giudiziari, ha reso sempre più difficile la possibilità di raggiungere la verità processuale (anche attraverso le nuove tecniche di mobilità dei magistrati scomodi). Il forte annichilimento, attraverso legislazione ordinaria, del ruolo della magistratura come previsto in Costituzione, non è sufficiente al sistema della casta per mettersi al riparo da quello che è il pericolo più serio: la conoscenza dei fatti da parte dell’opinione pubblica che può produrre dissenso, massa critica e, quindi,opposizione al regime e condurre, magari, anche ad un cambiamento della classe dirigente. Ecco l’escalation legislativa che punta alla scomparsa dei fatti, attraverso il controllo totale dei mezzi di comunicazione. Taccio della televisione (di Stato – sic! – e di proprietà dell’utilizzatore finale) ormai ridotta,salvo alcune lodevoli eccezioni (che non si sa fino a quando dureranno prima di essere smantellate), a pura propaganda di regime ed a strumento teso a consolidare la sub-cultura di governo. Bisogna zittire quei giornalisti – che ancora non praticano l’auto-censura, tanto di moda in Italia – i quali ancora si ostinano a raccontare i fatti ed a spiegare al Paese quello che accade. Ecco, quindi, i provvedimenti che i berluscones cercheranno di approvare da settembre in violazione della Costituzione (vedremo che farà il Presidente della Repubblica): la legge che elimina le intercettazioni telefoniche – questo soprattutto per rendere un servigio a Papi e metterlo al riparo da quelle che appaiono corruzioni sorte attorno all’utilizzo finale dei corpi – che produrrà un aumento della criminalità con Maroni che getterà addosso ad immigrati e clochard le ronde per raffreddare le ansie da tolleranza zero; la legge che impedisce al Pubblico Ministero di prendere notizie di reato di propria iniziativa ma solo su input della polizia giudiziaria (quindi del potere esecutivo), per esemplificare non avremo più inchieste del tipo trattativa tra mafia e Stato, tangentopoli, scandalo Parmalat e furbetti del quartierino; l’eliminazione del diritto di cronaca vietando ai giornalisti – attraverso anche le salate multe agli editori – di raccontare fatti fino a quando non si celebrano i processi (che non si fanno più per le varie leggi-ostacolo create dalla casta). Un disegno organico che mette il silenziatore alla storia.
Dal momento che la magistratura viene neutralizzata definitivamente e l’informazione ridotta a megafono del regime che consolida la navigazione del manovratore di turno, è chiaro che il popolo verrà narcotizzato attraverso un’iniezione letale di bromuro, tutto diventerà sempre più normale (rectius,normalizzato): la vicenda delle escort (rectius,prostitute) sarà vita privata mondana del Premier per eliminare lo stress accumulato nell’interesse del Paese, le corruzioni saranno scambi commerciali per il progresso dell’Italia, la mafia un aiuto di volontari per mantenere la quiete in territori turbolenti, il riciclaggio del denaro sporco investimenti che aiutano l’economia e creano lavoro.
Non possono essere più solo i magistrati ed i giornalisti ad opporsi a questa deriva autoritaria di tipo peronista, non sono interessi corporativi, anche perché molti magistrati applicano il conformismo giudiziario o sono ammalati di quel morbo che Piero Calamandrei chiamava agorafobia (per essere graditi al potere prevengono le raccomandazioni prima ancora di riceverle), tanti giornalisti non sono altro che la voce del padrone. Sta alla parte più sensibile della politica e della società civile mobilitarsi per difendere questi due baluardi dello Stato di Diritto – pilastri della democrazia – per evitare che il regime si consolidi e che, poi, divenga impossibile conoscere i fatti perché non ci saranno più fatti da raccontare.

Borsellino: ”Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello”

Borsellino: ”Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello”.

Salvatore Borsellino racconta al Corriere Canadese tutte le nuove scoperte sulla strage di via D’Amelio
Dopo tanti anni, un po’ di verità sta venendo a galla sulla strage di via D’Amelio. Una strage che già allora era apparsa molto più complessa da capire rispetto a quella di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone assieme alla sua scorta. Ora, per spiegare la morte di Paolo Borsellino si parla di servizi segreti deviati, dello Stato italiano che non solo cerca di scendere a patti con Cosa Nostra comandata da Totò Riina ma lascia anche da solo il magistrato che con Falcone più aveva contribuito alla lotta contro la mafia, emettendo così la sua definitiva condanna a morte. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, dopo anni di silenzio ha deciso di parlare e ora ci racconta la sua verità.

Dottor Borsellino dopo strage di Capaci, suo fratello Paolo capì di avere le ore contate. Che cosa stava accadendo intorno a lui?
«In quel periodo non era soltanto Paolo ad aver capito di avere le ore contate. Uccidere Falcone senza uccidere Paolo equivaleva a fare un lavoro a metà. Paolo, infatti, se lasciato vivo, avrebbe continuato a fare quello che aveva fatto insieme con Falcone: ovvero combattere in tutte le maniere la criminalità organizzata. Lo avrebbe fatto da solo o contando sull’aiuto di pochi perché in fondo lo Stato ha sempre delegato ai magistrati certi compiti e certe responsabilità che, invece, avrebbe dovuto assumersi in prima persona».

La strage, però, arrivò a neanche sessanta giorni da quella di Capaci. Come mai una così brusca accelerata per liberarsi di un uomo che sarebbe dovuto morire comunque?
«Quello che nessuno si aspettava, e forse nemmeno Paolo se non negli ultimi giorni, era che la strage di via D’Amelio avrebbe seguito a così breve distanza di tempo quella di Capaci. Del resto, numerosi mafiosi avevano giudicato troppo prematuro questo passo e lo avevano fatto presente direttamente a Riina. Ma Riina rispose che la strage si doveva fare subito perché era stata promessa a qualcuno».

Il capo dell’ufficio istruzione di Palermo, Antonino Caponnetto, disse che Falcone morì nel gennaio del 1988 quando nominarono Antonino Meli come suo sostituto. Mi dica quando cominciò a morire Paolo Borsellino?
«Mio fratello iniziò a morire il primo luglio del 1992 dopo l’incontro che ebbe con il ministro della Giustizia di allora Nicola Mancino. Nonostante quest’ultimo continui a negare pervicacemente, lì deve essere stata proposta quella trattativa tra lo Stato e la mafia alla quale Paolo si deve essere opposto nella maniera più assoluta. E a questo punto non restava che quella soluzione e cioè uccidere Paolo ed eliminarlo in fretta».

Che cosa avrebbe potuto fare un magistrato sia pur influente come lui, per fermare una trattativa tra Stato e mafia?
«Poco. Ma di sicuro avrebbe portato quella trattativa agli occhi dell’opinione pubblica come aveva fatto dopo che si era trasferito a Marsala e aveva denunciato il colpo di spugna dello Stato nei confronti della mafia. In quell’occasione affermò che si stava distruggendo il pool antimafia. A seguito dell’intervista a L’Unità e a La Repubblica venne deferito al Csm che però non ebbe il coraggio di prendere dei provvedimenti disciplinari».

Suo fratello capiva molto bene i giochi sotterranei della mafia e della politica. Come spiega allora i tentativi di nominarlo capo della Superprocura antimafia e la candidatura a presidente della Repubblica? Non crede che esporre la sua figura servisse soltanto ad indebolirlo fino a renderlo un bersaglio da eliminare?
«L’idea è che certi coinvolgimenti non servissero altro che ad aumentare il rischio intorno alla sua persona. Non tanto per la candidatura alla presidenza della Repubblica che poteva lusingarlo. Ma per la nomina a capo della Superprocura antimafia. Era chiaro, infatti, che questo portava la mafia a vendicarsi. Mio fratello rimproverò all’allora ministro Scotti di non avergli preannunciato nulla di quello che stava accadendo. Ricordo anche che gli telefonai e che mi rispose confermandomi la sua disponibilità ad accettare quella carica a patto però che le misure di sicurezza intorno alla sua persona cambiassero radicalmente».

A distanza di anni ci può spiegare perché alcuni magistrati di allora hanno denigrato due eroi come Falcone e Borsellino?
«Ricordo che Paolo chiamò giuda un esponente del Csm. Questo giudice era Vincenzo Geraci, che aveva fatto credere a Caponnetto e Falcone che fossero stati raggiunti i voti necessari per poter nominare Falcone come successore di Caponnetto. In seguito le cose andarono diversamente e lo stesso Geraci votò contro Falcone, favorendo l’elezione di Meli che ostacolò l’attività di Giovanni e portò allo smembramento del pool. Falcone decise allora di andare a lavorare al ministero di Giustizia. Cosa che si rivelò positiva perché riuscì a sfruttare anche questo campo di battaglia e fece applicare il meccanismo di rotazione anche all’interno della Cassazione. Ciò significò l’esclusione dell'”l’ammazzasentenze” Corrado Carnevale dal maxiprocesso, che venne affidato a un’altra sezione. E le condanne emesse in primo grado vennero confermate. Questo provocò la reazione selvaggia della mafia con l’uccisione di Salvo Lima, di uno dei cugini Salvo».

La congiura di certi giudici in quale misura spaventava suo fratello? Di cosa aveva paura?
«Quello che Paolo poteva temere sta venendo fuori adesso in maniera lampante con la deposizione fatta da due magistrati che facevano parte del suo staff a Marsala. Questi colleghi nel ’92 lo andarono a trovare e lo trovarono distrutto. Mio fratello piangendo gli disse di essere stato tradito da un amico. Questi erano i reali pericoli all’interno della magistratura. Probabilmente un amico, forse un magistrato, ha causato direttamente l’accelerazione della strage di via D’Amelio».

Su questo ci sono anche delle deposizioni di alcuni pentiti. Giusto?
«Un collaboratore di giustizia, che si chiama Pulci, ha anche raccontato che all’interno delle cosche tutti sapevano che mio fratello si era confidato con un uomo delle istituzioni. Era l’uomo sbagliato perché avvertì le cosche mafiose e, come disse testualmente Pulci, la mafia “fu avvisata di fare la strage”».

Le stragi di mafia sono sempre state piene di misteri. Quando fu ucciso il generale Dalla Chiesa fu aperta la cassaforte nel suo appartamento. A Falcone fu manomesso e cancellato il suo diario sul computer. E a suo fratello sparì l’agenda rossa. Quale legame accomuna tutti questi fatti?
«Mio fratello aveva segnato sull’agenda rossa tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e tutte le valutazioni e le indagini sulla strage di Capaci della quale sosteneva a ragione di essere un testimone. Per questo motivo si aspettava di essere sentito dai magistrati. Ma non fu mai sentito da nessuno e venne ucciso prima che potesse farlo».

Anche qui tante prove, tante indizi, addirittura un uomo che viene visto allontanarsi con la borsa. Ma alla fine non è rimasto nulla, soltanto misteri e domande alle quali non è stata ancora data una risposta. Perché?
«La cosa terribile di tutta questa storia è che nonostante esistano le prove fotografiche della persona che ha sottratto la borsa dalla macchina, non si è mai riusciti ad arrivare alla fase dibattimentale di un processo. Questi processi, evidentemente, non dovevano andare avanti».

Paolo Borsellino a un certo punto disse anche alle persone più care «di aver capito tutto». Che cosa aveva capito?
«Quello che aveva capito lo ha lasciato detto nell’intervista a Fabrizio Calvi e a Jean Pierre Moscardo, un video mai trasmesso in Italia e che ora è possibile trovare su Internet. Mio fratello disse che erano in atto dei contatti tra la mafia e la politica e tra Cosa Nostra e alcuni imprenditori del Nord per portare avanti certe strategie per entrare nel mondo finanziario e in quello della politica. Lui lo lasciò detto in una frase che disse anche mia madre. “Sto vedendo la mafia in diretta”. È chiaro che non parlava della mafia che aveva sempre combattuto, ma di qualche altra cosa: cioè la commistione tra mafia, politica, istituzioni e servizi segreti. Stava vedendo qualcosa di nuovo e lo aveva capito dopo le dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che gli stava parlando di Signorino e di Contrada. Deve essere stato terribile per lui incontrare Contrada e Parisi proprio pochi minuti dopo che Mutolo gli aveva raccontato tutto questo».

Ora si parla di Castel Utveggio come del luogo dove materialmente è partito il comando per far esplodere l’auto parcheggiata in via D’Amelio. Lì c’era un ente che fungeva da copertura per i servizi segreti e da dove sono partite delle telefonate durante i giorni precedenti alla strage e forse anche subito dopo. Dopo tanti anni è questa la pista giusta?
«Sono tre anni che continuo a parlare del Castel Utveggio. Ora finalmente ci sono dei giudici seri a Caltanisetta e a Palermo e poi ci sono le rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di Vito. Il fatto che parli solo ora non deve sorprendere perché più volte ha sostenuto che certe domande prima nessuno gliele aveva mai fatte. E oggi tutto questo è finito anche sui giornali e finalmente si comincia a parlare di quello che avvenne a Castell Utveggio in quei giorni».

Lei però non ha mai avuto dubbi e ha sempre confidato su quella pista seguendo le intuizioni di Gioacchino Genchi, che per primo indicò quel posto come il punto cardine di tutta la strage di via D’Amelio.
«Oggi tutti parlano e ricordano, come ha fatto Ayala su Mancino. E i giudici ex colleghi di Paolo dopo tanti anni di silenzi vanno a deporre a Caltanisetta. Da mesi si parla di trattativa tra lo Stato e la mafia e si dà per scontato che ci sia stata. Si parla di Castel Utveggio in cui c’era un centro del Sisde. Da lì, come ha dimostrato Gioacchino Genchi    , ci fu una telefonata che raggiunse una barca nel golfo di Palermo dove c’era Bruno Contrada con altri funzionari del Sisde. Poi lo stesso Contrada fece una telefonata, forse al Castello Utveggio o forse al centro dei servizi di via Roma, per chiedere che cosa era successo. Lì gli venne comunicato che era morto Paolo Borsellino. Tutto questo accadde 140 secondi dopo la strage. Ed è davvero strano perché io, che ero suo fratello, ebbi la certezza della sua morte soltanto cinque ore dopo».

Teme che la morte di suo fratello possa essere strumentalizzata per portare a compimento progetti di tutt’altro genere anziché per ristabilire la verità storica e fare veramente giustizia sul ruolo dei colpevoli e dei mandanti?
«Spesso mi chiedo da cosa nasca tutto questo interesse. Prima c’era gente che non ricordava e che ora ricorda e altri che prima non parlavano che adesso parlano. Sicuramente è in atto la fine di un ciclo di equilibri nati dopo la fine del ’92. Questo forse porterà a un equilibrio nuovo. Che stia cambiando qualcosa lo dimostra anche quello che sta accadendo al presidente del Consiglio. Improvvisamente spuntano registrazioni, foto e sembra quasi che qualcuno abbia deciso che si deve cambiare qualcosa. Genchi dice sempre “chi di servizi ferisce, di servizi perisce”. E mi trova pienamente d’accordo. Qualcuno sta mettendo sul tappeto degli elementi per destabilizzare questo equilibrio e crearne uno nuovo. Purtroppo non mi aspetto che le cose migliorino. Dopo Andreotti alla guida dell’Italia è arrivato Berlusconi e dopo Berlusconi non può arrivare che qualcosa di peggio».

Paolo Borselino in un discorso definì la lotta alla mafia come un movimento culturale e morale che deve abituare tutti «a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Che cosa manca all’Italia per sentire il fresco profumo di libertà?

«La gente, in Italia, si trova meglio a stare nel puzzo del compromesso e della indifferenza piuttosto che sentire il fresco profumo di libertà. Forse siamo una Paese fatto di gente abituata a tenere la testa per terra con qualcuno sopra che ce la schiaccia. Siamo un Paese schiavo di un potere che facendo strage della nostra Costituzione, che sta distruggendo l’indipendenza dei poteri e che sta togliendo ai magistrati e alle forze dell’ordine i mezzi per poter esercitare le loro funzioni. Siamo uno Stato che con lo scudo fiscale sta facendo del puro e semplice riciclaggio di Stato con la garanzia dell’anonimità. Che cos’altro le devo dire?».

Mi dica come vede il futuro…
«Dobbiamo aspettarci che gli avvenimenti precipitino. Spero che almeno all’interno di questi avvenimenti si riuscirà ad avere un barlume di verità. Perché solo così si guadagnerà qualcosa. E magari verrà fatta giustizia di tutti questi morti, compreso mio fratello sul quale da troppi anni è calato un silenzio davvero insopportabile».

17 agosto 2009
Fonte:
corriere.com

Cosa Nostra nello Stato

Cosa Nostra nello Stato.

Cento passi alla verità sulla stagione politico-criminale delle stragi di mafia degli anni 1992-1993. La trattativa tra pezzi di Stato e la mafia, la strage di Capaci e di via D’Amelio, la strategia della tensione degli attentati di Roma, Firenze e Milano. Si intravede lo spiraglio di luce,grazie ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Questo spiraglio è rincorso dalla società civile impegnata in prima linea nell’antimafia. Per la verità e la giustizia lottiamo in tanti, uno dei protagonisti di questa resistenza che ha come pilastro la sconfitta delle mafie è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.


La forza di quest’uomo protesa in direzione di questo spiraglio è il termometro della sete di giustizia che la parte migliore del Paese pretende dallo Stato. Non consentiremo che non si persegua l’obiettivo fino in fondo, che ancora una volta rimanga la rabbia di chi procede in direzione ostinata e contraria verso la ricerca della verità che farà bene all’Italia. Potrà consentire un nuovo patto sociale tra le forze sane.

Si tratta di ricostruire un periodo criminale, mafioso, intriso di politica, con il coinvolgimento di pezzi delle Istituzioni. Cosa Nostra negli anni che hanno preceduto la stagione stragista ha fondato la sua politica criminale in una duplice direzione: avvicinare persone all’interno delle istituzioni ed attuare la strategia militare contro i servitori dello Stato incorruttibili.

In questo periodo – che è quello a cavallo della sentenza del maxiprocesso che ha confermato l’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino – si innestano anche gli omicidi dei cugini Salvo e di Lima, da un lato, e, dall’altro lato, quello del magistrato Scopelliti che doveva rappresentare l’accusa in Cassazione. La mafia che aveva garanzie dalla politica, con gli omicidi politici colpisce la corrente andreottiana della DC in Sicilia. Manda un segnale chiaro a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso sino al 1980 da una sentenza definitiva).

Pensare che gli omicidi Falcone e Borsellino siano vendetta di Cosa Nostra per l’esito del maxiprocesso è offrire una lettura che ridimensiona il ruolo politico della mafia. La strage di Capaci – di tipo libanese – interrompe la probabile ascesa al Quirinale di Giulio Andreotti. Il segnale è chiaro: la stagione dei pacta sunt servanda che ha caratterizzato per decenni il rapporto mafia-politica è saltato. Capaci è stata una strage politica, soprattutto per gli effetti politici che doveva determinare.

Credo che la strage di mafia di via D’Amelio abbia,in parte,una matrice diversa. Vi sia un maggiore coinvolgimento di pezzi deviati delle Istituzioni. Borsellino forse aveva scoperto che accadeva e doveva essere ucciso subito in quanto avrebbe ostacolato la nuova strategia criminale, penso avesse individuato i percorsi iniziali della nuova politica di Cosa Nostra: trattare con lo Stato per poi penetrarlo nelle sue articolazioni tanto da divenire un cancro istituzionale; mafiosi direttamente nello Stato.

E’ questa la politica di Cosa Nostra che passa anche attraverso il progetto di golpe con la nascita di liste autonomiste-separatiste per giungere, poi, al sorgere del partito di Forza Italia di cui una delle colonne, il sen. Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per mafia. Servizi segreti deviati (Bruno Contrada docet) colludevano con Cosa Nostra; pezzi del ROS dei Carabinieri avrebbero iniziato una trattativa con la mafia; la politica pare sia stata coinvolta ad altissimi livelli istituzionali. La mafia con la stagione stragista ha dimostrato che poteva mettere in ginocchio il Paese manu militari. Dal 1993 ha dismesso la strategia militare ed ha iniziato a governare il Paese dall’interno delle Istituzioni.

Che cosa è avvenuto tra il “92 ed il “93? Come è possibile che il Generale Mori (ai vertici del ROS e del SISDE) – già imputato in vicende processuali per fatti di mafia attinenti l’omessa perquisizione del covo di Riina e la mancata cattura di Provenzano – possa oggi essere nominato consulente dal Presidente Formigoni quale esperto per le infiltrazioni della criminalità per l’Expo? Che cosa aveva scoperto Borsellino? Perché è stata sottratta l’agenda rossa? Perché Mancino (all’epoca Ministro dell’interno, poi Presidente del Senato e poi vicepresidente del CSM) non ricorda di aver incontrato Borsellino? Perché Violante (già Presidente della Commissione Antimafia e Presidente della Camera) solo oggi dice di aver saputo della trattativa, di Mori e di Ciancimino?

Con la trattativa con lo Stato, Cosa Nostra è penetrata nelle Istituzioni, ha consolidato il suo ruolo nell’economia, ha corroso le fondamenta della democrazia. Con gli anni si è istituzionalizzata. Non è più necessario ricorrere all’uso delle armi per eliminare i servitori dello Stato. La parte sana del Paese pretende che lo spiraglio diventi sole. La magistratura sia libera di lavorare in assoluta indipendenza. Il Paese è pronto per la verità e per un futuro migliore che si deve alle vittime delle mafie.

Luigi de Magistris (L’Unità, 15 agosto 2009)

Via D’Amelio. le verità supposte

Via D’Amelio. le verità supposte.

A 17 anni dalla strage di via D’Amelio, si riaprono per la terza volta i fascicoli del processo contro gli assassini del giudice Paolo Borsellino. I nuovi elementi arrivano dalle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, picciotto corleonese, fedelissimo del boss Leoluca Bagarella e assassino di padre Puglisi, il celeberrimo parroco anti-mafia. Spatuzza si sarebbe autoaccusato di aver procurato la Fiat 126 imbottita di tritolo parcheggiata davanti alla casa della madre del magistrato, smentendo uno dei testimoni chiave dei processi precedenti, quel Vincenzo Scarantino il cui verbale d’interrogatorio datato 2 giugno 1994 fu modificato con note a margine prima smentite, poi ritratte, poi di nuovo smentite.
Questo è solo un piccolo tassello nello sconfinato mosaico di personaggi, luoghi e istituzioni che fanno dell’omicidio Borsellino uno dei nodi chiave della storia della seconda Repubblica. Dentro il calderone giudiziario c’è praticamente di tutto: mafiosi, agenti di Sismi e Sisde, politici, magistrati. Ci sono sparizioni misteriose di elementi fondamentali per le indagini – come l’importantissima agenda rossa del magistrato, ribattezzata “la scatola nera della seconda Repubblica” – o la più recente scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo di una carta sim contente il numero dell’agente del Sismi che trattò con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, prima e dopo l’estate di sangue del 1992.

Ci sono attori come Mario Mori, direttore del Sisde dal 2001 al 2006, che coordinò l’arresto di Totò Riina nel 1993 ma che, per aver fallito la cattura di Provenzano solo due anni dopo, è attualmente indagato dalla procura di Palermo per favoreggiamento mafioso. Ci sono poi personaggi secondari, come l’attuale vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, che negano l’evidenza di documenti autografi di Borsellino: uno in particolare annotava un appuntamento per il 1° luglio 1992 proprio con l’allora ministro dell’Interno, ma il diretto interessato pare non ricordare.

Il problema di questa vicenda è che a mano a mano che si scava, si scoprono continuamente nuovi personaggi, nuove collusioni, nuovi reati. Venire fuori da questa infinita matrioska con una verità incontrovertibile, per giunta dopo ben 17 anni, pare praticamente impossibile, per cui è bene limitarsi ai fatti, o meglio alla loro successione. Tutti sappiamo cosa accadde quel terribile 19 luglio a Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta; sappiamo anche che ci sono stati due processi e che gli esecutori della strage sono stati individuati e puniti con svariati ergastoli. Tralasciando l’immensa mole di dati relativi a nomi come Contrada, Ayala, Arcangioli – e sono solo una minima parte – sarebbe bello poter fare un piccolo esercizio di fantapolitica, o fantamafia che dir si voglia, provando a leggere gli avvenimenti dell’ultimo periodo in chiave un po’ più maliziosa.

Partiamo da febbraio e da Gioacchino Genchi, il superconsulente giudiziario che per primo riscontrò in Castel Utveggio, il luogo da cui partì il comando d’innesco dell’autobomba di via D’Amelio. Lo scorso febbraio Genchi è stato sottoposto a procedimento penale dopo che la stampa e lo stesso Berlusconi avevano indicato il suo archivio come prova palese di violazione della privacy di ben 350.000 persone. Nonostante il perito assicurasse che quei tabulati erano atti pubblici consegnati direttamente dagli inquirenti, il 13 marzo i carabinieri del Ros su mandato della procura di Roma, sequestrano tutti i suoi computer. Sebbene sia stato ufficialmente scagionato il 26 giugno, i giudici di Roma non hanno ancora restituito a Genchi il suo “archivio segreto”.

A marzo il figlio dell’ex sindaco di Palermo don Vito Ciancimino, dopo essere stato arrestato per riciclaggio, decide di collaborare con la giustizia promettendo di rivelare documenti segreti del padre, tra cui un importante “papello” che confermerebbe il patto tra mafia e Stato imposto da Riina per fermare la campagna stragista, sia nell’isola che in continente. E’ notizia di ieri che lo stesso Massimo Ciancimino ha rinunciato a collaborare con la magistratura a seguito delle dichiarazioni poco carine, oltre che poco intelligenti, del procuratore capo di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, sul Giornale di Sicilia. Definendo Ciancimino jr “equivoco e di modesto spessore culturale, probabilmente strumentalizzato da qualcuno”, il procuratore Barcellona si è giocato uno dei superteste della maxi-indagine aperta all’interno della sua procura dal pm Sergio Lari, ed ora rischia di mandare in fumo l’operato di chi pare finalmente deciso a fare chiarezza sulla morte del giudice Borsellino e del collega Falcone.

Proprio il 19 luglio, dopo ben 16 anni di silenzio, torna a parlare il “capo dei capi”, quel Totò Riina individuato come mandante mafioso delle stragi del 92-93. “L’ammazzarono loro. Non guardate sempre e solo a me, guardatevi dentro anche voi”, questo il messaggio che Riina ha voluto affidare dal carcere al suo avvocato Luca Cianferoni: singolare che questo sia solo il primo avvertimento dal gennaio del ’93, ancor più strano che Riina parli proprio ora.

A questo punto bisogna necessariamente oltrepassare il confine giudiziario per entrare in quello politico. Il 28 luglio viene condannato a 10 anni e 8 mesi l’ex forzista, ora Pdl, Giovanni Mercandante, reo di associazione mafiosa secondo la seconda sezione del tribunale di Palermo. Lo stesso Ciancimino millanta di avere le prove di una comunicazione scritta da Provenzano direttamente a Berlusconi. Negli stessi giorni Raffele Lombardo e Gianfranco Miccichè, entrambi militanti nel Pdl, minacciano di fondare una specie di Lega Sud, in quanto la regione è stata economicamente ed istituzionalmente abbandonata a sé stessa.

Berlusconi convoca immediatamente un vertice a Palazzo Grazioli in cui colloquia con tutti i senatori siciliani, ribadendo che al Sud basta il Pdl e promettendo interventi per 4 miliardi di euro. Come mai per trovare i fondi da stanziare all’Abruzzo si è faticato così tanto, se è bastata una chiacchierata a reperire cotanta cifra per il Sud? O meglio, alle amministrazioni del Sud, che ne faranno l’uso che preferiscono.

Il quadro, parziale e sicuramente azzardato, che traspare da questa serie di avvenimenti apparentemente lontani tra loro, sembra indicare in tre istituzioni la chiave di volta della stagione stragista del ’92: mafia, politica e magistratura hanno lavorato assieme per dare un nuovo assetto istituzionale alla seconda Repubblica, un nuovo imprinting basato su collusioni, corruzione, peculato e sostanziale impunità. Ancora una volta, una semplice sequenza di fatti, fa affiorare un grande interrogativo: chi comanda in Italia? Chi decide? Siamo proprio sicuri che il governo Berlusconi abbia potere e volontà propri?

Mariavittoria Orsolato
da www.altrenotizie.org

Verrà un giorno: Il senso delle parole

Sempre ben argomentate le analisi del blog “Verrà un giorno”.

Verrà un giorno: Il senso delle parole.

Questa storia sta assumendo contorni sempre più grotteschi. Parlo dell’affaire Mancino e di tutta quella ridda di dichiarazioni, smentite, aperture, indietreggiamenti, rivelazioni, ritrattazioni, ricordi, dimenticanze, verità (poche), bugie (tante), quei non so, non sapevo, non potevo sapere e anche se avessi saputo non ricordo. Qualcosa che puzza tremendamente di marcio e che vorrei provare a ricostruire dati alla mano. Sono due le questioni che agitano i sonni del vicepresidente del Csm. La presunta trattativa tra stato e mafia e quell’ormai famigerato incontro fantasma con Paolo Borsellino il 1 luglio 1992.

Partiamo dalla trattativa. Tutto nasce dalle dichiarazioni che il figlio di Vito Ciancimino sta rilasciando da mesi ai magistrati inquirenti. Massimo Ciancimino ha rivelato che il padre fu avvicinato da esponenti di Cosa Nostra per conto di Totò Riina che voleva far pervenire ai piani più alti delle Istituzioni le sue richieste indecenti, vergate di proprio pugno sul famoso “papello”. Vito Ciancimino a quel tempo aveva intrapreso delle relazioni delicate con le forze dell’ordine, che volevano a tutti i costi arrivare, grazie alle sue conoscenze, alla cattura di qualche pezzo grosso di Cosa Nostra. In particolare, erano stati il colonnello Mario Mori e il tenente Giuseppe De Donno ad avviare i primi contatti col sindaco mafioso di Palermo. Questo è stato ormai accertato. Il punto è che Massimo Ciancimino rivela per la prima volta che Riina non si accontentava di questi contatti. Voleva avere l’assicurazione che i piani alti delle istituzioni fossero a conoscenza della trattativa e in qualche modo la legittimassero. Massimo Ciancimino fa il nome di Nicola Mancino, allora ministro dell’Interno, che avrebbe dato l’ok per trattare con Cosa Nostra.

Come si difende Mancino da queste accuse?

La sua prima dichiarazione è di rifiuto assoluto: ”

Escludo in maniera netta e categorica che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia: nessuno dei vertici delle forze di polizia me ne parlò, né chiese il mio parere, che sarebbe stato decisamente negativo sull’apertura di una trattativa con la malavita organizzata. Ignoro le assunte trattative che comunque avrei fermamente osteggiato, tra gli uomini del Ros e il signor Ciancimino rese a far accantonare da parte della mafia l’offensiva contro lo Stato“.

A ben vedere, sono dichiarazioni ambigue, contraddittorie. Come può escludere che ci sia stata una trattativa tra Ros e Cosa Nostra (verità processualmente accertata) se mai nessuno degli interessati gliene parlò? Se “esclude”, significa che è sicuro che nessun apparato dello Stato trattò con i mafiosi. Come fa a esserne certo? Soprattutto alla luce di quanto è emerso nei vari processi celebratisi sulle stragi. In proposito, voglio riportare due brani inquietanti, tratti dalle deposizioni di due pentiti, Giovanni Brusca e Calogero Pulci.

Brusca: “Io capisco che quella trattativa…cioe’, quella strage del dottor Borsellino e’ per me per due motivi: una e’ per accelerare, due, che il dottor Borsellino poteva essere l’ostacolo, quello che poteva non garantire quelle trattative che erano state richieste e, quindi, un elemento di ostacolo…un elemento di ostacolo da togliere di mezzo a tutti i costi, visto che non era abbordabile con la corruzione o con qualche altro sistema. Perchè allora si parlava del dottor Borsellino che doveva andare qua, doveva andare la’, doveva fare questo, pero’ era la persona che poi, piu’ di tutti, togliendo gli incarichi istituzionali che avrebbe potuto avere, ma era la persona che denunciava pubblicamente fatti e misfatti, quindi, era un ostacolo a tutti i livelli. Quindi per me i motivi sono due: uno, che Cosa nostra lo doveva eliminare necessariamente, l’accelerazione per spingere a questa trattativa, e due, che poteva essere un ostacolo per continuare questa trattativa.

Pulci: “Le due stragi furono decise contemporaneamente, ma si dovevano fare in date separate. Solo che quella del dottor Borsellino fu accelerata per una imprudenza del dottor Borsellino, in quanto dopo la strage di Capaci si confidò con un uomo delle Istituzioni a Roma, con l’uomo direi io sbagliato, che quello ci avverti’ e accelerammo la…Io non lo so il contenuto, ma questo si confido’ al punto tale da fare spaventare quella persona delle Istituzioni da farci accelerare la strage. Fummo avvisati per fare la strage, perche’ la strage e’ diventata dopo, si doveva ammazzare il dottore Borsellino, come si doveva ammazzare il dottore Falcone, perche’ collegati sono”.

Queste parole di Calogero Pulci suonano ancora più sinistre se si pensa che proprio oggi è trapelata la notizia per cui due magistrati, ex giovani colleghi di Borsellino, hanno dichiarato qualche giorno fa alla procura di Caltanissetta: “Un giorno di quell’estate siamo andati a trovare Paolo nel suo ufficio a Palermo, era stravolto. Si è alzato dalla sedia, si è disteso sul divano, si è coperto il volto con le mani ed è scoppiato a piangere. Era distrutto e ripeteva: “Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito“. Questo amico di cui parlano questi due (ancora anonimi) magistrati ha qualche cosa a che fare con l’uomo delle Istituzioni che secondo Pulci avrebbe tradito Borsellino? Mancino ha qualche sospetto in proposito? O, alla luce di tutto ciò, ha ancora il coraggio di dichiarare di non aver saputo nulla della trattativa e dei ricatti incrociati che avvenivano sotto il suo naso?

E infatti Mancino un piccolo passo avanti lo fa e adombra l’ipotesi che la trattativa ci sia effettivamente stata: “Noi la trattativa l’abbiamo sempre respinta. L’abbiamo respinta anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato portato avanti dalla mafia.” E’ chiaro che se la trattativa è stata respinta, significa che qualcuno l’ha proposta e intavolata. E poi quel plurale, “noi”. A chi si riferisce Mancino? Sta parlando anche per i vertici del Ros, che come sappiamo erano tutt’altro che allergici ad una trattativa, o è un semplice plurale maiestatis?

Passa qualche giorno e il piccolo passo avanti, evidentemente troppo azzardato, è subito rimangiato. In un’intervista al Corriere Mancino dichiara: “Per quanto mi riguarda non ci fu, né ci furono trattative. Parlo naturalmente di dopo il mio arrivo al Viminale: nessuno ha mai proposto, a me e allo Stato nei suoi vertici istituzionali, impossibili trattative con la mafia“. L’arguto giornalista gli fa notare: “Ma allora cosa avete respinto?“. Mancino si arrotola su se stesso: “Mi riferivo al fatto che, a partire dal capo della polizia fino ai direttori dei Servizi, quando qualcuno avanzò l’ipotesi che la mafia aveva alzato il tiro contro le istituzioni per ottenere un’attenuazione dei provvedimenti di contrasto già assunti dal governo o ancora all’esame del Parlamento, questa eventualità fu immediatamente scartata”.

Dunque quando Mancino parla di “trattativa respinta” intende l’ipotesi di un fantomatico “qualcuno”, secondo cui le bombe di Cosa Nostra dovevano servire a far venire a patti lo Stato. Questo “qualcuno” deve essere stato davvero un genio dall’intelligenza spiccata e fuori dalla norma per aver intuito un così sottile piano diabolico. Evidentemente nessuno al Ministero dell’Interno ci era ancora arrivato. Però una cosa è certa. Quando questo “qualcuno” glielo spiegò per filo e per segno, magari con un bel disegnino, loro (chiunque fossero questi “loro”) si opposero fermamente.

Veniamo ora alla questione dell’incontro con Paolo Borsellino. Mancino fu interrogato come teste dai magistrati di Caltanissetta nel lontano 1998 e a loro riferì di non potersi ricordare dell’accaduto. Oggi, a undici anni di distanza, conferma quelle parole: “Confermo di non averne memoria: non conoscevo fisicamente quel magistrato, ma non ho escluso che fra le tante strette di mano per congratularsi con me ci potesse essere anche quella del giudice Borsellino. Nessuno me lo presentò, neppure il capo della Polizia Parisi, che pure, nel pomeriggio di quel giorno, mi aveva chiesto se avessi avuto nulla in contrario a che il dott. Borsellino mi venisse a salutare. Ma perchè poi incontrare il Giudice Borsellino in una giornata in cui si festeggiava la mia nomina a Ministro dell’interno?“.

E’ credibile che un senatore della Repubblica Italiana, quale era Mancino a quei tempi, designato a succedere al Ministro Scotti al Viminale, scelto dunque per la sua esperienza in termini di conoscenza del fenomeno mafioso, non sapesse che faccia avesse Paolo Borsellino? Il giudice che riempiva le prime pagine di tutti i giornali dopo la morte di Falcone. Il giudice che rilasciava interviste, parlava alle televisioni, interveniva ad incontri pubblici. Il giudice considerato da tutta l’opinione pubblica come l’ultimo baluardo della lotta alla mafia. Il giudice che prese addirittura sei voti durante l’elezione del Capo dello Stato. Il giudice che portava a spalle la bara del suo amico e collega davanti a tutte le televisioni del mondo. E’ credibile tutto ciò? E’ credibile che un uomo navigato come Mancino e così esperto delle faccende italiane e che, come lui ama rimarcare, aveva firmato la legge Violante-Mancino per impedire la scarcerazione degli imputati del maxiprocesso, non avesse mai visto, nemmeno di sfuggita, in tutti quegli anni di lotta alla mafia colui che, insieme a Falcone, il maxiprocesso l’aveva istruito?

E’ credibile che Paolo Borsellino fosse stato invitato al Viminale da Parisi senza che nessuno lo presentasse al ministro? E’ credibile che Mancino possa aver stretto la mano a Paolo Borsellino senza che questi si presentasse? E soprattutto senza che il volto di Paolo gli rimanesse impresso nella mente? Non sarebbe dovuto essere lui, Mancino, il primo a chiedere della possibile presenza di Borsellino al Viminale e fare di tutto per farselo presentare? Non era Mancino ansioso di conoscere il magistrato che più di tutti poteva aiutare lo Stato a sconfiggere Cosa Nostra in quel periodo assolutamente tragico della storia della Repubblica? Non era ansioso di conoscere il magistrato che Cosa Nostra aveva già condannato a morte e che aveva dichiarato di aver capito perchè e da chi Falcone fosse stato ucciso? Oppure era troppo impegnato, a quanto pare, ad autocelebrarsi e a festeggiare il proprio insediamento al Viminale? E cosa c’era, di grazia, da festeggiare in quei terribili giorni in cui lo Stato pareva sull’orlo di crollare sotto gli attacchi eversivi della mafia?

Mancino dichiara: “Nella mia agenda, anno 1992, primo luglio, non è annotato nessun incontro e non potevano esserci incontri prestabiliti: salivo la prima volta al Viminale e una folla tra prefetti, funzionari, impiegati, amici riempì il corridoio dal quale si accede all’ufficio del ministro“. Ma chi ha detto che quello fosse un incontro prestabilito? Anzi. Quell’incontro sappiamo bene che fu qualcosa di assolutamente non pianificato. Dunque, se nelle agende il ministro è solito segnare solamente gli incontri prestabiliti e non quelli effettivamente avvenuti (anche improvvisi o casuali), è chiaro che il fatto che al primo luglio non ci sia scritto niente non dimostra nulla. Mancino infatti, in un’intervista per La7, ha mostrato un calendarietto, tirato fuori da un cassetto chiuso a chiave del suo studio, mostrato per qualche secondo alle telecamere e poi subito rimesso al proprio posto.

In proposito Mancino pronuncia la dichiarazione più sconcertante: “Ma non potevo dare un appuntamento a uno che non conoscevo! A meno che quello che non conoscevo non mi avesse detto ci ho un segreto di Stato…ci ho una mia valutazione urgentissima…allora io a quel punto .. perchè non riceverlo … ricevo tutti!“. Ma come? Allora Mancino sta dicendo che non solo non conosceva fisicamente Borsellino, ma ignorava addirittura chi fosse. Forse che aveva bisogno di conoscerlo fisicamente per convocare al Viminale il giudice antimafia più famoso d’Italia? Tutto ciò è ridicolo. Ridicolo e offensivo per la memoria del giudice. Offensive sono quelle parole (“ricevo tutti!“), come se Paolo fosse un funzionario qualunque giunto al Viminale solo per omaggiare sua maestà il neoministro.

Continua Mancino: “Ma si può parlare con un ministro neo nominato di trattative tra lo Stato e la criminalità organizzata? … a parte ragioni di stile … in quei giorni …a meno che non ci fosse stata una richiesta esplicita per notizie di carattere urgente … io non ho ricevuto nessuno e non avrei voluto ricevere nessuno … come in effetti mi pare che sia avvenuto“. Notate la spudoratezza di certe dichiarazioni. Ma che faccia tosta avrebbe avuto Paolo Borsellino a venire a rovinare la festa del ministro? Era il caso di parlargli di trattative tra stato e mafia proprio mentre lui stappava spumante e mangiava cannoli per l’importante poltrona ottenuta? Sarebbe stato davvero sfacciato questo Borsellino. E che diamine. Nemmeno un briciolo di stile!

E per difendersi, Mancino cita addirittura la deposizione del pentito Gaspare Mutolo che dimostrerebbe come l’incontro non sia avvenuto. Anzi accusa Salvatore Borsellino di raccontare sempre “una versione monca” della vicenda. Per dovere di verità riporto dunque qui di seguito lo stralcio delle dichiarazioni di Mutolo che dovrebbero “scagionare” Mancino.

Mutolo: “Quando il Giudice ando’ via mi aveva detto che gli aveva telefonato il ministro. Quindi, quando il Giudice ritorno’, che era passata un’ora, un’ora e mezza, ci siamo entrati di nuovo nella stanza, pero’ l’umore del dottor Borsellino era completamente cambiato, perche’ diciamo, quando incomincio’ l’interrogazione era molto soddisfatto e si vedeva che era contento che io ero iniziato la mia collaborazione; invece quando ritorno’ era molto agitato, tanto che io, ad un certo punto, notai questo, perche’ lui si era tolto la giacca, sudato. Ad un certo punto io mi accorgo che il dottor Borsellino c’ha una sigaretta accesa e se ne accende un’altra, quindi da quel momento io ho capito che era molto distratto. Anche se era con me, ma il pensiero era ad un’altra persona. Dopo c’ho detto – a tipo una battuta – che deve essere contento che e’ andato dal ministro. Dice: “Ma quale ministro e ministro…sono andato dal dottor Parisi e dal dottor Contrada”, quindi ho capito,che con quello che avevo detto io qualche ora prima, qualche due ore prima, insomma, il discorso era molto preoccupante. Comunque, ma me l’ha detto molto seccato, molto dispiaciuto, con fare stanco. Ma si vedeva chiaramente che la cosa non era gradita, diciamo; era stata una sorpresa che lui magari o non si aspettava o… Io non lo so, io non e’ che posso essere nella mente del Giudice, quello che pensava lui in quel momento. Cioe’, pero’ era completamente diverso di come era andato, di come quando ritornò”.

Se, come dice Mancino, questo resoconto è da prendere come buono si evince che:

1) il ministro Mancino ha chiamato personalmente Borsellino sul cellulare per convocarlo d’urgenza al Viminale.

2) quando Borsellino giunge al Viminale, invece che dal ministro, viene accolto dall’allora capo della Polizia Parisi (deceduto qualche anno fa) e dall’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada, oggi condannato in via definitiva a dieci anni per mafia.


3) Borsellino ne rimane sconvolto, perchè Contrada era proprio colui che Mutolo gli aveva indicato come “a disposizione” di Cosa Nostra. Non solo: durante quel colloquio, rivela ancora Mutolo in un altro passaggio, Contrada mostra di essere già a conoscenza del fatto che Mutolo vuole collaborare e anzi si “mette a disposizione” di Paolo Borsellino. Questa è la cosa che inquieta di più il giudice, che non si fida assolutamente di Contrada.

Ora io chiedo a Mancino: in che modo questa ricostruzione potrebbe scagionarlo? Non si accorge che questa versione invece lo sbugiarda completamente? Come faceva ad avere il numero di cellulare di una persona che non conosceva? L’ha forse chiamato per sbaglio credendo che fosse qualcun altro? E cosa ci faceva Contrada (un uomo che, secondo Paolo Borsellino, al solo pronunciarne il nome si poteva morire) negli uffici del Viminale? E Mancino, che tanto ama far parlare (o tacere, a seconda dei casi) i morti, si ricorda almeno che nei suoi uffici si aggirava il numero tre del Sisde? O nemmeno lui sapeva che faccia avesse?

Ma la cosa più grottesca sono gli ultimi sviluppi della vicenda. Improvvisamente, dopo tanti anni, c’è gente che inizia a ricordare e a dare la propria versione dei fatti. Nel post precedente ho citato Giuseppe Ayala che, con una intervista dirompente, affermava con assoluta certezza: “Io ho parlato personalmente con Nicola Mancino e Mancino mi ha detto che ha avuto l’incontro con Borsellino, del tutto casuale, il giorno in cui Mancino andò per la prima volta al Viminale a prendere possesso della sua carica di ministro. No, no! Lui ha detto che lo ha avuto questo incontro! Come no? L’ha detto anche a me! Mi ha fatto vedere addirittura…forse svelo una cosa privata, ma insomma…mi ha fatto vedere l’agenda con l’annotazione…perchè lui è di quelli che ha le agende conservate con tutte le annotazioni.

In un colpo solo Ayala distrugge il castello di carta eretto da Mancino in propria difesa. Ayala svela che, in un colloquio privato di qualche mese fa, Mancino ha ricordato perfettamente di aver incontrato Borsellino e per di più gli ha mostrato un’agenda con una annotazione a conferma dell’avvenuto incontro. Evidentemente deve essere un’agenda diversa da quella che Mancino ha mostrato alle telecamere. Non passa nemmeno un giorno che spunta un altro partecipante al medesimo colloquio privato. Si tratta di Mario Fresa, consigliere del Csm, e quindi in stretti rapporti con Mancino, che sbugiarda Ayala: “Non è vero che Mancino raccontò di aver avuto un incontro con Borsellino il giorno del suo insediamento al Viminale. Piuttosto disse di non poter escludere di aver stretto anche le mani del procuratore di Marsala, che per altro non conosceva, tra le migliaia di quel giorno. Mancino ci disse di non aver avuto nessun appuntamento quel giorno con Borsellino e ci mostrò anche la pagina bianca della sua agenda alla data del primo luglio 1992“.

Sconcertante. Come è possibile che due persone che hanno partecipato al medesimo colloquio riportino fatti completamente opposti? Cosa ha detto veramente Mancino? Cosa c’era scritto veramente su quella agenda?

Non passa nemmeno un giorno che Ayala, con una lettera ufficiale, ritratta la propria versione: “Confermo di aver avuto modo di visionare la pagina relativa alla data del 1 luglio 1992 dell’agenda del presidente Mancino nel corso di un colloquio svoltosi qualche tempo fa nel suo ufficio a Palazzo dei Marescialli. Per chiarire un probabile equivoco, desidero chiarire che nella pagina dell’agenda di cui sopra non risulta annotato il nome di Paolo Borsellino. E’, cioè, proprio l’assenza di tale annotazione che, a dire del Presidente Mancino, conferma che tra i due non vi fu alcun incontro“.

Ma come? Possibile che tutti abbiano frainteso? Eppure, a riascoltare l’intervista rilasciata da Ayala, non sembra ci sia spazio per interpretazioni. E’ possibile che una persona un giorno ricordi una cosa e il giorno dopo l’esatto contrario? E’ possibile che una frase un giorno voglia dire una cosa e il giorno dopo l’esatto contrario? Ma Ayala è cosciente di quanto delicate siano certe dichiarazioni? Ha il senso dell’importanza di calibrare le parole? Ma Ayala ci è o ci fa? Perchè ha ritrattato in fretta e furia? E’ stato folgorato sulla via di Damasco? Ha subito dalle pressioni da qualcuno?

No, perchè in questo periodo stiamo assistendo a cose inaudite. E’ di oggi la notizia ufficiale che il processo Borsellino è da rifare. Il pentito Vincenzo Scarantino, mezzo analfabeta, sulle cui contraddittorie dichiarazioni (ritrattò e poi ritrattò la ritrattazione) erano stati basati tre processi penali ed erano stati inflitti decine di ergastoli, ora si scopre che fu “indirizzato” nelle sue confessioni. Da chi? Da alcuni membri del comando Falcone-Borsellino, che a quel tempo indagavano sulle stragi. E che a quanto pare verranno inquisiti per depistaggio. La mano lunga dei servizi segreti che depista e imbocca falsi pentiti per creare una falsa verità. A che pro? E per conto di chi? Da brivido. Persino la madre di Scarantino oggi conferma: “Su mio figlio sono state fatte pressioni“. A Scarantino non credette fin dal primo minuto Ilda Boccassini che per questo lasciò la procura di Catania. A Scarantino non credette fin dal primo minuto Gioacchino Genchi che capì immediatamente come un personaggio del genere non avrebbe potuto essere per nulla credibile. A Scarantino invece credette incondizionatamente l’allora procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, detto Tenebra. Lo stesso che impose al giudice Luca Tescaroli (contro il suo parere) l’archiviazione delle indagini sui mandanti esterni a carico di alpha e beta (Dell’Utri e Berlusconi), salvo poi diventare l’anno successivo il presidente del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria su chiamata proprio di Berlusconi.

Volete sapere l’ultima? Con tutta probabilità il nuovo processo Borsellino si svolgerà a Catania. E sapete chi è oggi procuratore capo a Catania? Giovanni Tinebra.

Chi sarà il prossimo a ritrattare?

Benny Calasanzio Borsellino: Addio Tenebra, ripartono le indagini!

Benny Calasanzio Borsellino: Addio Tenebra, ripartono le indagini!.

Ci sono voluti 17 anni, la testa di un sostituto procuratore come Luca Tescaroli e l’arrivo di un nuovo procuratore capo a Caltanissetta per far riaprire le vecchie indagini e farne decollare di nuove sulle stragi del 1992 ed in particolare su quella che coinvolse il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina, Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli. Il Consiglio Superiore della Magistratura, caduto in un evidente errore di valutazione, forse tradito dal viso angelico e rassicurante di Sergio Lari, lo aveva nominato procuratore capo di Caltanissetta nel dicembre del 2007. Salvatore Borsellino, il giorno dopo la nomina, aveva commentato, sottovoce, con pochi intimi: «questa volta è quella buona. Lari è una persone in gamba, per bene e determinato ad andare fino in fondo». Previsione mai fu più azzeccata. In meno di due anni, assieme agli aggiunti Domenico Gozzo e Amadeo Burtone, e ai sostituti Nicolò Marino e Stefano Lucanici, Lari è riuscito a riaprire le vecchie indagini e ad avviarne di nuove che si candidano seriamente a fornire risposte sconvolgenti sulla morte dei due giudici, che pare essere stata, quantomeno, favorita dagli apparati deviati dello Stato, ammesso che in quel periodo ce ne fossero di retti. La notizia che, nell’indagine sui presunti depistaggi orditi durante le investigazioni sulla strage di Via d’Amelio, sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati uomini dei servizi segreti e addirittura poliziotti del gruppo investigativo «Falcone Borsellino», dimostra di che pasta è fatto il pool peraltro già preso di mira da alcuni corvi: buon segno. Dopo le nuove dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, ora anche Salvatore Candura sta tornando indietro, dicendo di essere stato convinto a mentire e ad accusarsi della paternità del furto dell’auto poi bomba proprio dal gruppo di poliziotti, che avrebbero agito per chiudere in fretta le indagini e il dibattimento. Dichiarazioni così pesanti da mettere in discussione tre gradi di giudizio bollati anche dalla Cassazione. Molti lo pensano, pochi lo dicono, ma il leit-motiv che gira è: bisognava aspettare che Giovanni Tinebra, ex Procuratore a Caltanissetta, fosse mandato, durante il governo Berlusconi 2001, a dirigere il Dipartimento amministrazione penitenziaria, che tra le altre cose si occupa dello svolgimento dei compiti inerenti all’esecuzione della misura cautelare della custodia in carcere (compresa l’attuazione del 41 bis), delle pene e delle misure di sicurezza detentive, delle misure alternative alla detenzione, per far ripartire le indagini a Caltanissetta? La risposta stai nei fatti che non necessitano di commenti. Lo stesso Tinebra che scrisse e chiese di firmare al giudice Tescaroli un provvedimento di archiviazione, nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, nell’indagine sui mandanti occulti, completamente assolutorio. Provvedimento che naturalmente Tescaroli, giunto con le sue indagini a tutt’altra convinzione, non firmò, preferendo mantenere la «sua» durissima archiviazione che gli costò una probabile croce sulla carriera. A tirare in ballo Tinebra nell’ultimo periodo è anche il magistrato Alfonso Sabella, affidabile cacciatore di mafiosi. In un intervista all’Unità, Sabella solleva inquietanti interrogativi su Tinebra, per sbaglio o per dolo chiamato dai più Tenebra, in particolare riguardo la pratica adottata dai mafiosi di «dissociarsi» da cosa nostra, cioè di pentirsi singolarmente per usufruire di una minima parte di benefici ma di non fare nomi. Tinebra a Caltanissetta ne era un agguerrito difensore, un atteggiamento che certo non si addice a chi vorrebbe sfruttare i collaboratori di giustizia per scardinare i clan e per penetrare nei rapporti mafia politica. Quando Sabella si oppone alla dissociazione di Biondino, legatissimo a Riina, il suo ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. «Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia» ha spiegato Sabella. Un quadro fin troppo chiaro che a distanza di anni fa rimpiangere il lavoro di Luca Tescaroli: se non ci fosse stato Tenebra forse oggi qualcosa sarebbe diverso, anche in politica, probabilmente. Ora che Tenebra non c’è più, e che con lui anche le nebbie sulle responsabilità esterne a cosa nostra si stanno diradando, vedremo cosa accadrà. Intanto a Palermo i sostituti Ingroia e Di Matteo stanno facendo un lavoro magistrale sul figlio di don Vito Ciancimino; inchiesta che va di pari passo con le indagini di Caltanissetta. Quello che tutti ci chiediamo è: cacceranno prima Ingroia e Di Matteo o Lari e il suo pool? Le scommesse serviranno a pagare il vitalizio dei primi eliminati.

Memento Mori

Memento Mori.

L’ultima Ora d’aria sulle trattative Stato-mafia del 1992-‘93 si chiudeva con un invito ai signori delle istituzioni: «Per favore, ci raccontate qualcosa?». In sette giorni Mancino, Violante, Ayala e Martelli han raccontato qualcosa, lasciando intendere che in certi palazzi si sa molto più di quanto non sappiano i magistrati e i cittadini. Ogni tanto se ne distilla una goccia. Quando non se ne può fare a meno. Ciancimino jr. racconta che nell’autunno ’92 il padre Vito, per trattare col colonnello Mori, pretendeva una «copertura politica» dal ministro dell’Interno Mancino e dal presidente dell’Antimafia Violante. A 17 anni di distanza, Violante ricorda improvvisamente che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma lui rifiutò. Peccato che non l’abbia rammentato 10 anni fa, quando Mori fu indagato a Palermo (favoreggiamento mafioso) per la mancata perquisizione del covo di Riina (assoluzione) e la mancata cattura di Provenzano (processo in corso).

Mancino nega da anni di aver incontrato Borsellino il 1° luglio ’92, esibendo come prova la propria agenda e smentendo così quella del giudice assassinato. Ma ora viene sbugiardato da Ayala: «Mancino mi ha detto che ebbe un incontro con Borsellino il giorno in cui si insediò al Viminale (1° luglio ’92, come segnò il giudice, ndr): glielo portò in ufficio il capo della polizia Parisi. Mi ha fatto vedere l’agenda con l’annotazione». Intanto Mancino svela a Repubblica che nel ’92 disse no a trattative con la mafia, ma senza rivelare chi gliele propose. Poi, sul Corriere, fa retromarcia: «Nessuna richiesta di copertura governativa». E l’incontro con Borsellino? Prima lo nega recisamente: «Non c’è stato. Ricordo la chiamata di Parisi dal telefono interno: “Qualcosa in contrario se Borsellino viene a salutarla?”. Risposi che poteva farmi solo piacere, ma poi non è venuto». Poi si fa possibilista: «Non posso escludere di avergli stretto la mano nei corridoi e nell’ufficio… non ho un preciso ricordo». Cioè: ricorda un dettaglio marginale (la chiamata di Parisi), ma non quello decisivo (l’erede di Falcone appena assassinato si perse nei meandri del Viminale o trovò la strada del suo ufficio?). Poi torna a negare: «È così,ho buona memoria. Del resto c’è la testimonianza del pentito Mutolo: Borsellino interruppe l’interrogatorio con lui per andare al Viminale e tornò stizzito perché anziché Mancino aveva visto Parisi e Contrada». Scarsa memoria: Mutolo afferma che Borsellino tornò sconvolto perché gli avevano fatto incontrare Contrada, non perché non avesse visto Mancino (anzi, scrisse nel diario di averlo visto). Resta poi da capire perché, fra Capaci e via d’Amelio, mentre partiva la trattativa Ros-Ciancimino, ci fu il cambio della guardia al governo. «Io e Scotti – ricorda l’allora Guardasigilli Claudio Martelli – eravamo impegnati in uno scontro frontale con la mafia. Ma altre parti di Stato pensavano che le cose si potevano aggiustare se la mafia rinunciava al terrorismo e lo Stato evitava di darle il colpo decisivo. In quel clima qualcuno sposta Scotti dall’Interno alla Farnesina e pensa pure di levare dalla Giustizia Martelli, che però dice no». Signori delle istituzioni, siamo sulla buona strada, ma si può fare di più. A quando la prossima puntata?

MARCO TRAVAGLIO

ORA D’ARIA – L’UNITA’ , 27 LUGLIO 2009

Antimafia Duemila – De Magistris: ”Inquietante ambiguita’ Mancino, Csm cambi”

Antimafia Duemila – De Magistris: ”Inquietante ambiguita’ Mancino, Csm cambi”.

“Trovo che l’atteggiamento di Mancino in merito a una delle pagine più buie della storia della Repubblica sia stato inquietante.

Il suo atteggiamento è molto ambiguo”. Lo dichiara Luigi De Magistris, eurodeputato dell’Idv, intervistato a Klauscondicio su You Tube. “Leggo che persone delle istituzioni ritrovano la memoria su certi fatti dopo 17 anni, mi sembra un fatto inaccettabile se sono vere le indiscrezioni apparse sulla stampa. Là c’é qualcosa di molto torbido – aggiunge – non sono omicidi di mafia, ma politici nel vero senso del termine, cioé dovevano avere un effetto politico”. Secondo l’ex magistrato, infatti: “E’ impensabile che si possa attribuire questi omicidi solo a Riina e Provenzano”. “Ma c’é molto altro – aggiunge De Magistris – ed è qualcosa che sta segnando ancora oggi il nostro Paese, cioé la penetrazione della mafia nelle istituzioni. In questo ambito si inserisce il discorso della cosiddetta trattativa”. “Un vicepresidente del Csm – continua – deve chiarire in modo più efficace quello che è accaduto in quelle ore, un vice presidente che ha contribuito a fermare inchieste molto importanti proprio nella direzione dei rapporti tra mafia e politica e che lascia interdetto per il suo ricordare a giorni alterni”. “A Mancino – conclude l’eurodeputato – dobbiamo la scrittura di alcune tra le pagine più buie della storia del Csm. Mi auguro che quanto prima il CSM venga rinnovato. Francamente ho poca fiducia.. Parlo da cittadino e ribadisco: non ho alcuna fiducia”.

La mafia parla, lo Stato tace – Marco Travaglio – Voglio Scendere

La mafia parla, lo Stato tace – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Ora d’aria
in uscita su l’Unità del 20 luglio 2009

Ora che ne parla persino Totò Riina (a Bolzoni e Viviano, su la Repubblica di ieri), forse è il caso che anche i rappresentanti dello Stato dicano qualcosa sulle stragi del 1992-’93 e sulle trattative retrostanti.
Dal 1996 sappiamo da Giovanni Brusca, poi confermato dagli interessati e da Massimo Ciancimino, che due ufficiali del Ros dei Carabinieri, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, dopo la strage di Capaci andarono a “trattare” con Vito Ciancimino e, tramite lui, con i capi di Cosa Nostra: lo stesso Riina e Bernardo Provenzano.

Sappiamo che Borsellino, dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone, ingaggiò una forsennata lotta contro il tempo per individuare i mandanti di Capaci, e mentre interrogava uno dei primi pentiti, Gasparre Mutolo, fu convocato d’urgenza al Viminale dove si era appena insediato il ministro Nicola Mancino, poi tornò da Mutolo letteralmente sconvolto. Pochi giorno dopo, saltò in aria anche lui in via D’Amelio. Dopodichè la trattativa del Ros con Ciancimino e i corleonesi proseguì, tant’è che i secondi fecero pervenire ai due ufficiali un “papello” con le richieste della mafia per interrompere le stragi.

Ora, dal racconto di Ciancimino jr., apprendiamo che suo padre ricevette tre lettere di Provenzano indirizzate a Silvio Berlusconi: una all’inizio del 1992, prima delle stragi; una nel dicembre ‘92, dopo Capaci e via d’Amelio e prima delle bombe di Roma (via Fauro, contro Costanzo), Firenze,  Milano e Roma (basiliche); una nel 1994, dopo la discesa in campo del Cavaliere, non a caso chiamato “onorevole”.Nell’ultima lo Zu’ Binnu prometteva all’attuale presidente del Consiglio, che aveva appena fondato Forza Italia e vinto le elezioni, un sostanzioso “appoggio politico” in cambio della disponibilità di una delle sue reti tv, guardacaso protagoniste nei mesi successivi di feroci campagne contro i magistrati antimafia e in difesa di imputati eccellenti nei processi su mafia e politica.

Sappiamo infine che nei momenti topici delle stragi si agitavano misteriosi soggetti dei servizi segreti, tra i quali uno col volto mostruosamente sfregiato. Ci stanno lavorando le Procure di Palermo e Caltanissetta, accerchiate dal silenzio tombale della politica e delle istituzioni. Eppure i protagonisti e comprimari di quella stagione dalla parte dello Stato sono vivi e vegeti, anzi han fatto carriera. Mancino, indicato da Brusca e Massimo Ciancimino come al corrente della trattativa, nega di aver mai visto o riconosciuto Borsellino nel fatidico incontro al Viminale, ed è vicepresidente del Csm. Mori – imputato di favoreggiamento mafioso per la mancata cattura di Provenzano nel 1996 dopo essere stato assolto con motivazioni severe dall’accusa di aver favorito la mafia non perquisendo il covo di Riina dopo la sua cattura – è stato a lungo comandante del Sisde e ora è consulente per la sicurezza del sindaco Alemanno. Gli ex procuratori di Palermo, Grasso e Pignatone, che nel 2005 trovarono a casa Ciancimino l’ultima lettera di Provenzano a Berlusconi e non ne fecero un bel nulla, sono rispettivamente procuratore nazionale antimafia e procuratore di Reggio Calabria.
Ci raccontano qualcosa, per favore?

Silvio, Bernardo e le voci nel cassetto

http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2298806.html

Signornò
da L’Espresso

Appena si scopre un magistrato fannullone o ritardatario, che non deposita sentenze o
dimentica qualche carta nei cassetti, si scatena la polemica politica e s’invocano sanzioni esemplari dal Csm contro scarcerazioni e assoluzioni ‘facili’. Purché, beninteso, gli imputati siano delinquenti comuni.

Quando invece si tratta di indagati eccellenti, negligenze e sbadataggini diventano titoli di merito. E fanno curriculum per la carriera. Prendiamo l’inchiesta sul tesoro di Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, e di suo figlio Massimo, condannato in primo grado per riciclaggio e ora imputato in appello in base a intercettazioni del 2003-2004 e a carte sequestrate in casa sua nel febbraio 2005.

Ora si scopre che tra quei nastri c’erano pure alcune telefonate che coinvolgono gli onorevoli Cuffaro, Romano e Cintola (Udc) e il senatore Vizzini (Pdl). E, tra quelle carte, la lettera (peraltro strappata) che nel 1993-94 Bernardo Provenzano fece avere a Ciancimino padre tramite il figlio, perché la recapitasse all”on. Berlusconi’ tramite Marcello Dell’Utri.

Nastri e carte che sembrano contenere indizi decisivi a carico di Ciancimino jr. e di Dell’Utri (quest’ultimo condannato in primo grado a nove anni per mafia e in attesa della sentenza d’appello): eppure vengono ‘dimenticati’ per quattro anni nei cassetti della Procura di Palermo.

I nastri, mai trascritti né inoltrati al Parlamento per l’autorizzazione all’utilizzo, sono stati ritrovati pochi mesi fa dai pm antimafia che, dopo averli ascoltati, hanno indagato i quattro parlamentari. La lettera, sepolta in uno scatolone di quella che in Procura ormai chiamano ‘la stanza dei misteri’, è saltata fuori per puro caso un mese fa ed è stata inoltrata appena in tempo ai giudici d’appello che stanno processando Dell’Utri e Ciancimino. Ancora qualche mese e i giudici avrebbero sentenziato sui due imputati eccellenti senza conoscere quegli importantissimi elementi d’accusa.

Con il rischio di commettere irreparabili errori giudiziari. Nel verbale della perquisizione del 2005, i carabinieri avevano puntualmente annotato: “Pezzo di foglio manoscritto contenente richiesta a Berlusconi perché metta a disposizione una rete televisiva“.
Ma l’allora procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, che per conto del capo Piero Grasso coordinava le indagini, aveva interrogato Ciancimino jr. per 150 pagine su ogni carta sequestrata in casa sua, fuorché sulla lettera di Binnu a Silvio.

Una cosina da niente. Solo ora la Procura, retta da due anni da Francesco Messineo, ha disposto perizie calligrafiche sul documento e interrogato il figlio dell’ex sindaco sul suo iter, scoprendo che il boss scrisse altre due volte al Cavaliere fra il 1991 e il ’92, a cavallo delle stragi. Ce n’è abbastanza per chiedere spiegazioni al dottor Grasso, ora procuratore nazionale Antimafia, e al dottor Pignatone, ora procuratore capo di Reggio Calabria. Ma sicuramente il Csm sta provvedendo. O no?

IL CONSIGLIO SARA’ SUPERIORE? | BananaBis

IL CONSIGLIO SARA’ SUPERIORE? | BananaBis.

Ora d’aria di Marco Travaglio, l’Unità del 11/05/2009

Nuove nubi si addensano sul Csm. Oggetto del contendere: l’imminente promozione, con ampia e trasversale maggioranza, alla Direzione nazionale antimafia di un pm già coinvolto nel «caso Catania» e poi prosciolto a Messina. Protesta il sindaco antimafia di Gela, Rosario Crocetta (ora eurocandidato del Pd): «Mentre nelle istituzioni c’è bisogno di persone determinate ed esperte nella lotta a Cosa nostra – dichiara Crocetta all’Ansa – il Csm ritiene di mandare alla Dna chi, in indagini sul controllo da parte della mafia sulla grande distribuzione alimentare e sui legami dell’imprenditore catanese Scuto con boss palermitani, fu bacchettato dalla Procura generale di Catania che avocò il procedimento per “mala gestio”». «Questo pm catanese -aggiunge Crocetta citando atti dell’Antimafia – omise di procedere nei confronti di importanti esponenti del clan Laudani, braccio armato dei Santapaola, poi condannati a pene severissime nel processo nato dall’avocazione. Eppure quel pm era stato oggetto di interrogazione parlamentare per sue condotte in altre indagini sulle collusioni politico-mafiose nell’appalto per l’ospedale Garibaldi, in cui aveva tentato di impedire che si indagasse il cognato Ignazio Sciortino, oggi Udc, ostacolando l’attività di intercettazione nei suoi confronti. Il Csm, prima di mandare in posti così delicati come la Dna, valuti in maniera completa il percorso professionale di questo pm». Nella descrizione s’è riconosciuto il pm Carlo Caponcello, candidato da Unicost alla Dna. Che ha minacciato di querelare Crocetta. Il caso, ripetiamo, non riguarda il piano penale, già archiviato. È una questione di opportunità. Il nome di Caponcello compariva, insieme a quelli di alcuni colleghi, in un’interrogazione parlamentare della deputata di An Angela Napoli, che nel 2003 chiese (invano) al guardasigilli Castelli un’ispezione a Catania dopo le denunce dell’ex presidente del Tribunale di minori Giovanbattista Scidà e del pm Niccolò Marino all’Antimafia su presunte indagini insabbiate a carico di Sciortino, cognato di Caponcello. Ora Angela Napoli (Pdl) torna sul caso: «Il Csm non può chiudere gli occhi su quanto emerse a suo tempo a proposito del pm Caponcello nel caso Catania, che troppi hanno ignorato e occultato. Per la Dna occorre la massima attenzione: ci sono altri pm più idonei. Mentre la mafia si riorganizza, il Csm deve schierare gli uomini giusti nei posti giusti». Sulla questione interviene anche Antonio Di Pietro: «Da un po’ di tempo non mi riconosco più nell’operato di questo Csm: la sbrigativa liquidazione di De Magistris e dei salernitani Apicella, Nuzzi e Verasani; il defenestramento illegittimo della Forleo; ora la promozione alla Dna di pm che han dimostrato di non saper combattere la mafia, danno l’impressione di una pericolosa smobilitazione, che rischia di ringalluzzire il crimine organizzato». Riuscirà il Csm a ritrovare il prestigio perduto?

UGUALE PER TUTTI: Il berlusconismo dell’Associazione Nazionale Magistrati

UGUALE PER TUTTI: Il berlusconismo dell’Associazione Nazionale Magistrati.

di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)


Ci sono cose che sai, ma che sono talmente gravi e clamorose che a volte, sotto sotto, è come se non ci volessi credere nonostante la loro evidenza.

Ho scritto tante volte che il potere interno alla magistratura, gestito dalle correnti, disgraziatamente è diventato identico al potere esterno, gestito dai politici, e ho illustrato in molti modi questa convinzione.

Ho scritto anche in diverse occasioni come i gestori del potere interno della magistratura difendano ormai solo il loro personale potere usando la asserita difesa dell’indipendenza della magistratura (e, si badi, NON dei magistrati) solo come alibi di facciata.

Ho scritto queste cose, che appaiono del tutto evidenti, ma probabilmente, da qualche parte dentro di me, speravo in una qualche smentita, in un cambio di atteggiamento, in una presa di coscienza.

Per questo le reazioni del “potere interno” alla sentenza con la quale il T.A.R. del Lazio ha dichiarato illegittimo e annullato il trasferimento di Clementina Forleo disposto dal C.S.M. sono riuscite a stupire anche me.

Di quella sentenza, della sua fondatezza in diritto e della irragionevolezza della reazione dei consiglieri del C.S.M. iscritti al Movimento per la Giustizia (una delle correnti dell’A.N.M.) ho scritto in due articoli ai quali rinvio: “Il C.S.M. e Clementina Forleo: ovvero dei pessimi rapporti fra il potere e la legge” e “Il Movimento per la Giustizia il potere e la legge”.

Ieri l’Associazione Nazionale Magistrati ha emesso un comunicato su quella sentenza che offre la prova evidente che i capi dell’A.N.M. pensano esattamente come il Silvio Berlusconi al quale dicono di volersi contrapporre.

Nel citare qui Silvio Berlusconi non intendo riferirmi solo alla persona del Presidente del Consiglio, ma alla cultura politica che egli esprime e che – bisogna prenderne atto – risulta nei fatti condivisa da ampia parte del panorama politico italiano di qualunque colore politico. La vicenda Forleo riguarda proprio un caso – la vicenda delle c.d. scalate bancarie – che coinvolge esponenti di primo piano della sinistra, le cui linee di condotta sono state del tutto identiche a quelle che in altre occasioni hanno criticato alla destra.

Il comunicato dell’A.N.M. sulla sentenza del T.A.R. può essere letto a questo link.

Esso si connota per le seguenti caratteristiche, che, dopo avere elencato, illustrerò analiticamente, punto per punto:

1. Si finge che quella del T.A.R. sia una interpretazione della legge, mentre, invece, è pacifico – ed emerge dallo stesso comunicato dell’A.N.M. – che ciò che ha affermato il T.A.R. è puramente e semplicemente ciò che dice la legge.

2. Non si contesta al T.A.R. di avere violato la legge, ma si adducono argomentazioni secondo le quali ciò che dice la legge non starebbe bene e si dà ad intendere che il T.A.R. avrebbe dovuto violare la legge – come già aveva fatto il C.S.M. – perché questo starebbe meglio.

3. Manca qualsiasi riferimento, foss’anche minimo, al fatto che risulta ormai giuridicamente certo che il C.S.M. ha agito illegalmente e che Clementina Forleo è stata vittima di una grave ingiustizia commessa dall’organo che avrebbe dovuto tutelarne l’indipendenza.

4. Si dà l’ennesima prova del fatto che il potere interno alla magistratura è un blocco unico e che vi è una intollerabile commistione di ruoli fra A.N.M. (e dietro l’apparenza di essa, le correnti) e il C.S.M..

5. Ci si lamenta del «sistema disciplinare» tacendo del tutto sul fatto che esso è nelle mani della magistratura e non di imprecisati enti esterni.

6. Si reclama per il C.S.M. un tipo di potere che è ESATTAMENTE quello che vogliono Berlusconi e i politici di potere (di destra e di sinistra).


Antimafia Duemila – Complotto Superiore della Magistratura

Antimafia Duemila – Complotto Superiore della Magistratura.

di Marco Travaglio – 15 maggio 2009

La sentenza del Tar Lazio che annulla il trasferimento di Clementina Forleo da Milano a Cremona disposto un anno fa dal Csm per ‘incompatibilità ambientale’ è l’ultima (per ora) casella di un tragico gioco dell’oca iniziato a Catanzaro nell’ottobre 2007. Allora l’avvocato generale Dolcino Favi, facente funzioni di procuratore generale, avocò l’indagine ‘Why Not’  al pm Luigi De Magistris, all’indomani dell’iscrizione nel registro degl’indagati del ministro della Giustizia Clemente Mastella. In difesa di De Magistris parlò la Forleo ad ‘Annozero’. Il Csm trasferì su due piedi sia De Magistris sia la Forleo. Intanto i superiori e alcuni indagati di De Magistris lo denunciarono a Salerno, e De Magistris li controdenunciò. Salerno scoprì che aveva ragione lui e indagò i suoi capi e indagati per corruzione giudiziaria, ipotizzando che si fossero comprati e venduti le sue inchieste, grazie anche alle testimonianze del consulente Gioacchino Genchi e del pm crotonese Pierpaolo Bruni, applicato a Catanzaro. Siccome Catanzaro negava a Salerno le carte di ‘Why Not’, Salerno andò a prendersele con la perquisizione del 2 dicembre scorso. Apriti cielo: putiferio di polemiche, dal capo dello Stato al Csm, dai partiti di destra e di sinistra all’Anm, con la stampa al seguito (‘guerra fra procure’). Risultato: con un processo sommario di pochi giorni, il Csm cacciò pure i tre pm di Salerno che si erano macchiati di cotanta perquisizione, oltre al Pg di Catanzaro, Vincenzo Iannelli. Il quale aveva appena fatto in tempo a revocare l’incarico a Genchi, ultima memoria storica del lavoro di De Magistris, attaccato da Mastella, da Berlusconi e dal presidente del Copasir, Francesco Rutelli. Il resto lo fece la Procura di Roma, incriminando Genchi per una caterva di reati e facendogli sequestrare dal Ros tutti i computer. Negli ultimi due mesi, una raffica di provvedimenti giudiziari hanno stabilito che: De Magistris non ha commesso reati (archiviazione a Salerno delle indagini a suo carico) e l’indagine Why Not era tutt’altro che infondata (è pronta la richiesta di rinvio a giudizio per 98 indagati); la perquisizione di Salerno a Catanzaro era legittima (il Riesame ha rigettato i ricorsi dei perquisiti), mentre quella di Roma a Genchi era illegittima e i reati contestati sono inesistenti (accolto il suo ricorso contro il blitz del Ros); la Forleo non doveva essere trasferita (sentenza del Tar). Ma ormai il danno è fatto. Anzi, col trasferimento di Iannelli, Favi è tornato Pg ad interim. È indagato a Salerno per corruzione giudiziaria, ma il Csm s’è ‘dimenticato’ di trasferirlo. E lui ne ha subito combinata un’altra delle sue: ha negato il rinnovo dell’applicazione a Catanzaro del pm Bruni, minacciato dalle cosche per le sue delicate indagini su ‘ndrangheta e politica. Ora, il Csm è quello che è. Ma il capo dello Stato che lo presiede non ha nulla da dichiarare?

SIGNORNÒ

Tratto da:
l’Espresso

Intervento di Luigi de Magistris – Information day 26 aprile 2009

Intervento di Luigi de Magistris – Information day 26 aprile 2009.

Luigi De Magistris (parti da 1 a 3)
http://www.youtube.com/watch?v=TTCAgJRcVHo&feature=channel
http://www.youtube.com/watch?v=4GzzMz59yKY&feature=channel
http://www.youtube.com/watch?v=wxNn_zlc41c&feature=channel

Pino Maniaci: “Che cos’è successo con il “Why not”?


Luigi de Magistris: “In napoletano significa guaio di notte, ed effettivamente un guaio di notte… oppure “ha da passa´ nuttata”, che non passa e non so quando passerà. Ma non è un rifugio, il problema… Innanzitutto vi saluto tutti, siete tanti e questo ci dà grande forza morale, che in questi anni è servita molto la forza morale delle persone, la passione e questa forte carica che si avverte nel paese, devo dire la verità dalla Val D’Aosta alla Sicilia.

Lo stato di salute democratico di questo paese, rispondo alla domanda di Pino, si pesa anche dal fatto che un magistrato che ha sognato e che ha fatto questo lavoro per quindici anni in terre difficili, Campania e Calabria, in particolare Calabria che tra l’altro non è la mia terra, tutto sommato dedicando la parte migliore della sua vita, dai 25 ai 40 anni e che deve prendere atto di non poterlo più fare, ma non perché è una sua valutazione soggettiva ma perché non te lo fanno fare. Nel senso che a me, come parte di voi conoscono, mi hanno trasferito di sedi e di funzioni. Perché mi hanno trasferito di funzioni? Perché non hai avvisato il tuo capo che stavi facendo degli atti su un politico, a proposito dei rapporti tra politica e malaffare, col quale lui non solo era amico, ma col cui figliastro aveva rapporti di interesse economico. Il Consiglio superiore della Magistratura ha detto: “ No, lo dovevi avvisare, glielo dovevi dire”. Questo è il motivo per cui io sostanzialmente vado via e non posso più fare il Pubblico Ministero. Stessa sanzione che è stata applicata a un magistrato che in Lombardia si vendeva i processi in cambio di mobili, quadri e suppellettili. Questo vi fa comprendere che il cuore del problema, in questo momento, nel paese è il tasso di inquinamento che il malaffare si trova all’ interno delle Istituzioni. Però voglio dire una cosa visto che stiamo a Marsala, vi invito a riflettere sul cambiamento di strategia politica della mafia dal ’92 ad oggi. La mafia nel ’92 dismette la strategia della tensione militare, e quindi dell’aggressione, a quello che voi avete visto nel video, alle stragi di Capaci e di via d’ Amelio, non perché sia stata sconfitta dallo Stato, non perché sia meno forte, ma perché ha deciso di penetrare nel cuore pulsante del paese, nell’economia e nelle istituzioni. Nell’economia riciclando, non solo al sud ma anzi soprattutto al centro e al nord di questo paese. Infatti l’Italia è unita nel malaffare e noi la dobbiamo unire invece nella giustizia, riciclando denaro e quindi entrando nel pil, nel bilancio economico di questo paese. Il paese, l’Italia si regge anche, in gran parte, su denaro mafioso. Qua la procura di Caltanissetta , come voi sapete, ha sequestrato le vicende del cemento, lo stesso cemento magari con il quale si costruiscono le case che crollano con un terremoto di medie dimensioni e nello stesso tempo, cosa ancora più inquietante, attraverso al gestione illegale del denaro pubblico che è arrivato per miliardi di euro al sud e in Sicilia, che poteva creare sviluppo,dare lavoro, fare crescere l’Italia meridionale e risolvere la questione meridionale, è servita ad arricchire e consolidare la borghesia mafiosa e ha consentito alla mafia di penetrare fino ai più alti livelli istituzionali. Di fronte a questo cancro, che poi è quel cancro che ha portato alla mia, fra virgolette, espulsione dall’ordine giudiziario noi abbiamo un’unica strada, quella di curare prima che il cancro diventa metastasi. Questo deve avvenire non delegando a singole persone queste attività, indubbiamente ci saranno alcuni che saranno prima linea, saranno testa di ponte, si metteranno davanti alla rivolta degli onesti, ma solo se siamo in tanti, sole se una gran parte di questo paese di schiera, come diceva Giovanni Falcone prima, in quella bellissima frase, solo se ci schieriamo intanto facendo non solo il nostro dovere ogni giorno, ma anche dando un contributo alla crescita civile e democratica di questo paese, noi potremmo curare la democrazia perché è malata. Non c’è più uno Stato e l’anti-Stato, ma purtroppo all’interno dello Stato la mafia è penetrata a livelli altissimi, tanto da dover far fare a Pino la battuta quale sia la differenza oggi tra politica, ma io direi qualcosa in più, tra una parte importante della classe dirigente di questo paese e la mafia”.

Al’intervento di Gioacchino Genchi su un intervento del pubblico di un ascoltatore che “ricorda di non aver incontrato Paolo Borsellino” de Magistris aggiunge: “Scusami ma voglio aggiungere due cose, una forse implicita ma Gioacchino non lo ha detto perché stava in questo momento… era assalito dalla commozione, ma voi sapete ovviamente chi era il Ministro dell’interno nel 1992, era Nicola Mancino che ha presieduto quella specie di processo politico-giudiziario che è stato fatto nei miei confronti per cacciarmi da Catanzaro. Ed un’altra cosa sola voglio dire, lui ha parlato di autocensura dei giornalisti ed io a proposito dei magistrati vi dico una cosa perché noi stiamo qua a difendere due baluardi della democrazia che sono il pluralismo dell’informazione e l’indipendenza e autonomia della Magistratura, due pilastri dello stato di diritto che erano ai primi posti del piano di rinascita democratica di Licio Gelli, P2. Voleva eliminare informazione libera e magistratura indipendente. Ma detto questo dobbiamo stare anche attenti che l’ indipendenza ed il pluralismo bisogna conquistarseli. Perché cosi come ci sono i giornalisti che fanno autocensura per essere graditi al potere, così ci sono i magistrati, che non io ma Piero Calamandrei nella metà del secolo scorso, definiva in questo modo in un libro bellissimo che è L’elogio dei giudici scritto da un avvocato. Diceva Piero Calamendrei, “io di magistrati corrotti non ne ho conosciuti molti, ma ho conosciuto tanti magistrati ammalati da quel morbo che si chiama conformismo giudiziario”, lui lo chiamava agorafobia, prevenire la raccomandazione prima ancora da riceverla, cioè fare il proprio lavoro in modo che sia gradito al potere, in modo che si abbiano prebende, si faccia carriera. Purtroppo oggi così come è in pericolo il pluralismo dell’informazione e l’indipendenza della magistratura, ci sono purtroppo troppi magistrati che sono malati di agorafobia. Però vi dico che ce ne sono tanti altri, e questo è il nostro grande motivo di speranza che ogni giorno lottano contro il crimine organizzato, e qui in Sicilia in particolare nelle procure di Palermo e di Caltanissetta, io così come ho detto il primo giorno a Fano, quando ho dato al notizia che avrei lasciato la magistratura, io voglio che loro devo sapere, perché ho detto pubblicamente che io rappresenterò per loro, come dovere morale e istituzionale nella mia battaglia politica, punto di riferimento 24 ore su 24 per la lotta al crimine organizzato e per fare luce sulle stragi di Capaci e di via d’ Amelio, è qualcosa che sento dentro perché nel 1992, quando feci gli scritti in magistratura nella mia commissione c’era la moglie di Giovanni Falcone, io vidi Giovanni Falcone e la moglie il venerdì pomeriggio del 22 maggio del 1992 e il sabato mattina, davanti al televisione, vidi la strage di Capaci, ho poi conosciuto Salvatore Borsellino del quale mi onoro di essere diventato amico, allora per me prima ancora che un dovere politico-istituzionale è un dovere morale che fin quando vivrò io tutti i momenti della mia vita li impegnerò affinché sia fatta luce sulle stragi del 1992, dalle quali è nata la seconda Repubblica.

A proposito di Di Pisa e di Mancino, giusto per parlare di magistrati, una categoria che io continuo ad amare profondamente, vorrei ricordare, qualcuno di voi se lo ricorderà, l intervento che Paolo Borsellino fece a Palermo, nel giugno 1992, un mese dopo la strage di Capaci e un mese prima di quella di via d’Amelio. Un dibattito bellissimo, sala affollatissima e disse pressappoco questo: probabilmente i principali responsabili della morte di Giovanni Falcone vanno individuati all’interno della magistratura. Questo secondo me, è un altro filo conduttore, Salvatore, se permetti tra le vicende del 1992 ed oggi. Dopo quello che ha detto Salvatore Borsellino, che sta dicendo in questi mesi, in un paese normale Nicola Mancino sarebbe andato a casa senza che qualcuno glielo dovesse chiedere, ma non per quello che ha fatto a me, per quello che ha fatto nella vicenda di Paolo Borsellino, per quello che ha detto Salvatore Nicola Mancino dovrebbe prendere la borsa e andarsene a casa invece sta ancora là ed ha contribuito a cacciare i magistrati di Salerno che stavano ricostruendo la nuova P2. Questo è lo scenario sul quale noi cui stiamo parlando e dobbiamo attivare una vigilanza democratica nella consapevolezza che c’è un rischio veramente grave dello stato di salute di questo paese”.


Pino Maniaci: “A questo punto chi sono i criminali?”

De Magistris: “Non hanno ovviamente Salvatore, nei tuoi confronti non hanno il coraggio di farlo e ti difenderemo noi. Quindi stai tranquillo da questo punto di vista. Il problema è molto serio, lo abbiamo detto nell’intervento di prima. Io credo che all’interno delle Istituzioni ci sono ancora dei punti di riferimento altrimenti non staremmo nemmeno qua a parlare, io personalmente non avrei fatto questa scelta, Salvatore non esporrebbe la rabbia, Gioacchino non testimonierebbe quello che ha testimoniato oggi. Quindi questo vuol dire che di fronte a una patologia, l’abbiamo chiamata prima un cancro, però ci stanno ancora nelle Istituzioni delle forze sane e soprattutto ci sono ancora nel paese. E lo dimostra l’incontro di oggi, io sto girando parecchio, lo facevo anche prima. Tu (rivolgendosi a Pino Maniaci) parlavi di democrazia partecipativa, io ne sono pienamente convinto, noi dobbiamo creare un rapporto stretto, un rapporto sinergico tra la parte migliore della società civile e la parte migliore che rappresenta le Istituzioni. Dobbiamo evitare che ci siano ulteriori, il caso de Magistris, il caso Forleo, il caso Genchi perché significa personalizzare i casi, le situazioni. Già questo è una sconfitta, noi dobbiamo far si che si metta in moto, quindi stare vicino come dire alle Istituzioni che ancora adesso, come abbiamo detto prima, la procura di Caltanissetta , la procura di Palermo e anche alcuni uffici stanno indagando. E dobbiamo denunciare quello che accade, questo dobbiamo fare, ognuno può fare il proprio dovere, andare avanti e cercare all’interno delle Istituzioni punti di riferimento. Secondo me ci sono ancora i punti di riferimento, non è un caso che qua stiamo parlando, ce ne sono altri, siamo in pochi, probabilmente saremo una minoranza ma non è escluso che una minoranza un giorno diventi maggioranza perché comunque i corsi e ricorsi della storia ci sono, fin quando ci sono coscienze di questo tipo, fin quando una giornata come questa che ti dà una carica e un emozione fortissima, io sono convinto che noi abbiamo dei punti di riferimento. Io vi voglio dire solo questa cosa, ricordo, lo voglio ricordare perché c’è Salvatore perché io ogni volta questa cosa la ricordo perché a mia volta mi autoalimento nella carica perché poi ho bisogno di essere caricato perché dopo bombardamenti continui…. C’è la differenza certe volte che c’è alle volte tra la sconfitta Istituzionale e la vittoria morale. Io ho subito una sconfitta istituzionale, non c’è dubbio perché io volevo fare il magistrato questo lo ripeterò fino alla noia, era quello che volevo fare, lo ha ripetuto Salvatore ecc.. Ma quando per esempio vengo qua, o quando sono venuto il 19 luglio 2008 a Palermo all’ anniversario, ma soprattutto quando ho letto, io questo non lo dimenticherò mai, lo ricordo sempre con mia moglie, il giorno in cui mi fu avocata l’inchiesta Why Not o pochi giorni prima, quando ci fu la richiesta di trasferimento del ministro Mastella, come voi ricordate, io arrivai a casa, ero veramente sconfortato come potete intuire e mi misi davanti al computer perché anch’io seguo più internet che i giornali per la verità, si trova più informazione. A un certo punto mi trovai sul sito di Salvatore, una lettera scritta da Salvatore Borsellino, mia moglie mi vide pietrificato al computer, pensava che io avessi avuto un colpo, un qualcosa perché mi bloccai completamente davanti al computer e in realtà stavo sostanzialmente, ero pietrificato dalla commozione perché lessi questa lettera di Salvatore dove lui disse sostanzialmente questo: che non provava, no Salvatore, un’emozione così forte seguendo le indagini che io stavo facendo e quello che mi stava accadendo, vedendo io, vedendo lui, come lo vede Gioacchino e come lo vedono tante persone, un filo conduttore dal ’92 a oggi, disse non provavo un emozione così forte dal 1992. Questo, io là ebbi la netta sensazione che per me la partita era chiusa, nel senso che da un punto di vista morale io potevo anche essere radiato dalla magistratura, ma avendo io, essendo io entrato in magistratura avendo come esempi Paolo Borsellino e Giovanni Falcone avere un’attestazione di quel tipo morale da Salvatore Borsellino mi fece capire che per me la partita era chiusa”.


Ad una domanda sui problemi giuridici riguardanti l’agricoltura de Magistris risponde: “Anche perché io ho dichiarato pubblicamente che se non dovessi essere eletto mi metterò a fare l’imprenditore agricolo,quindi voglio dire… Questa è una domanda come dire, è ovvio che la risposta è quella, io l’ho detto già più volte uno dei temi principali sui quali si debba invertire il rapporto che c’è stato sino adesso tra la politica che è andata in Europa e le cose concrete che sono state fatte si lega attorno al discorso dei finanziamenti europei, che significa anche il settore che ha indicato lei nella domanda che ha fatto. Fino adesso i finanziamenti europei che sono stati destinati all’Italia meridionale e alla Sicilia in particolare non sono serviti assolutamente allo sviluppo economico, parliamo dell’agricoltura sotto il profilo delle sovvenzioni, ma io mi riferisco anche a tutti gli altri settori dove le infrastrutture non sono state realizzate, dove l’ambiente, i depuratori non sono stati fatti, gli edifici pubblici non sono stati fatti, le occasioni di sviluppo, i piani telematici che sono stati finanziati non sono stati approvati, tutto il denaro pubblico non è servito a migliorare l’economia e lo sviluppo di regioni represse tra cui la Sicilia ed anche sotto il profilo di un economia compatibile con l’ambiente e sicuramente l’agricoltura è uno dei settori privilegiati dove a mio avviso si deve puntare unitamente al turismo nell’italia meridionale perché certo noi non possiamo utilizzare i finanziamenti pubblici per i termovalorizzatori o per le centrali nucleari. E’ ovvio che le sovvenzioni pubbliche al sud devono essere destinate soprattutto alle grandi risorse che noi abbiamo che sono il turismo, l’ambiente, l’agricoltura, quelle che sono le piccole medie imprese che fanno ricca anche la realtà meridionale, la fantasia ecc però è ovvio e chiudo, che il finanziamento pubblico non deve essere visto come assistenzialismo ma deve essere proprio un occasione di sviluppo, cioè che metta in moto l’economia, che vada a beneficio di tutti, che crei un occupazione effettivamente fondata sui meriti. E’ questa la grande scommessa che secondo me a Strasburgo e a Bruxelles si può realizzare perché soprattutto, non tanto e non solo con le leggi perché le leggi tutto sommato ci sono, ma attraverso un’attività di vigilanza e d’informazione, e su questo internet può essere importantissimo per verificare il flusso di denaro, i finanziamenti e le sovvenzioni, dal momento in cui sono deliberate a Bruxelles e a Strasburgo che percorso hanno, quindi monitorarlo, dove si fermano, a Roma, poi nelle regioni, poi negli assessorati, poi negli uffici periferici, verificare i passaggi e poi andare anche con le webcam a verificare i lavori che sono stati finanziati se sono stati effettivamente realizzati. Non ci vuole un arco di scienza per fare questo, non è un operazione rivoluzionaria, è rivoluzionaria sul piano culturale ma sul piano fattuale è semplice, basta mettere persone che hanno una competenza personale e soprattutto una precondizione politica: che siano persone per bene, che siano oneste e che non vogliano rubare.
Io l’ho sempre pensato che il passaggio centrale sia quello di rimettere la cultura in questo percorso di cambiamento del paese. Il problema è culturale e io penso che il peggioramento, sarò molto sintetico, io penso che l’inizio del peggioramento di questo paese è stato negli anni ’80 con la televisione commerciale, la pubblicità, la teoria del consumatore universale, cioè il profitto che governa l’apparente progresso di questo paese, del fatto che i bambini devono avere il telefonino anzi ne devono avere due, nella camorra ad esempio i piccoli spacciatori già a 13/14 anni perché pigliano i soldi e con quei soldi possono prendersi il telefonino, possono andare in discoteca ecc.. Quindi il messaggio è assolutamente culturale, noi dobbiamo invertire questa cosa che lo sviluppo non è dato dal consumismo, dal consumismo fine a se stesso e qua farei anche una riflessione di tipo politico. Approfittiamo di una crisi economica che è arrivata, e sta arrivando, che è un fatto grave per farne un occasione di sviluppo. Cioè stiamo nella fase del capitalismo senile, come è fallito il comunismo così sta fallendo il capitalismo nella sua forma peggiore, quella del consumismo universale, cioè facciamo in modo, come dicevamo prima, che le occasioni di sviluppo siano diverse, un’economia diversa fondata sulle cose che abbiamo detto e mettendo la cultura. Se noi invertiamo questa cosa vedrai tu che il prossimo progetto che si farà (in riferimento al domanda che gli è stata posta, ndr) questa cosa si invertirà, è un problema di modelli, di modelli culturali che devono passare. Certo che con questa televisione, come viene fatta con le rare eccezioni è quello il modello che passa, però c’è anche nel paese e per fortuna, tu hai fatto prima un sondaggio, c’era una parte ma c’era anche un’ altra parte che la pensa diversamente. Lavoriamo bene affinché si invertano questi passaggi, sicuramente è il modello di società che va cambiato assolutamente, certo lo vedete che le differenze ci sono ancora adesso, perché mentre da una parte si cerca di cambiare il paese dall’altra vengono proposti come modelli di rappresentanti al parlamento europeo quelli che vengono dal grande fratello. Quindi c’è ancora una parte che quello è il modello. Quindi su quello noi dobbiamo lavorare, cioè che viene visto come modello da portare in Europa, cioè che dovrebbe rappresentare il nostro paese uno che proviene dall’esperienza
del grande fratello”.



Il Tar del Lazio annulla trasferimento Forleo

Il Tar del Lazio annulla trasferimento Forleo.

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Il Tar del Lazio ha accettato il ricorso presentato dai legali del Gip di Milano, Clementina Forleo avverso il provvedimento del Csm con il quale fu deciso il trasferimento d’ufficio da Milano a Cremona. “Sono contenta – ha detto alla Gazzetta il Gip, commentando la decisione del Tribunale amministrativo del Lazio – la mia battaglia però contunuerà”.


La notizia è stata data da uno dei legali del giudice di Francavilla Fontana, avv. Giovanni Pesce (nativo di Oria) il quale spiega che la sentenza del Tribunale amministrativo del Lazio ha annullato il trasferimento motivando questa decisione presa l’estate scorsa “ritenendo insussitenti i presupposti di quella decisione“.

“Il giudice – ha aggiunto l’avvocato Pesce – mi ha riferito di essere felice della notizia, ma non intende, per il momento, lasciare il tribunale di Cremona. Ci fa piacere però che finalmente un giudice terzo imparziale ha riconosciuto l’ingiusta atteggiamento persecutorio assunto dal Csm nei suoi confronti”.

Il plenum del Consiglio della magistratura decise a maggioranza di disporre il trasferimento del giudice per incompatibilità ambientale.

La decisione fu adotatta dopo le dichiarazioni della Forleo sul comportamento dei magistrati milanesi che seguivano l’inchiesta sulle scalate bancarie.

«Lotterò fino alla fine dei miei giorni – dichiarò il gip di Milano; andrò a testa alta in tutti i tribunali, affermando il principio per cui la legge è uguale per tutti e auspicando una seria riforma della giustizia».

A chi a suo tempo chiese al gip se avrebbe fatto ricorso al Tar contro la delibera di Palazzo dei Marescialli rispose: «Certamente».

Oggi attraverso il suo legale, avv. Pesce Clementina Forleo manda a dire “di avere vinto una battaglia di principio, non credo che tornerò a Milano. Almeno per ora”.

Poi raggiunta al telefono dalla Gazzetta, il gip ha detto: “Sono commossa e ovviamente molto contenta della decisione del Tar. Questo dimostra che la verità prima o poi viene a galla. E comunque continuerò a battermi per l’indipendenza e l’autonomia del giudice e contro le logiche clientelari e le correnti all’interno all’interno dell’organo di autogoverno della magistratura conitnuerà”.

Alla domanda se adesso tornerà a Milano essendo la sentenza del tar immediatamente eseucutiva, il Gip ha preferito non rispondere, riservandosi di decidere e di affidarsi per ulteriori commenti ad un comunicato ufficiale dei suoi legali. “Aggiungo solo – ha concluso – che mi batterò ancora affinchè il giudice resti una figura indipendente e autonoma, al di fuori delle logiche clientelari”.


Franco Giuliano (la Gazzetta del Mezzogiorno.it)

Paolo Franceschetti: VIA D’AMELIO, UNA VERITA’ CHE FA PAURA?

Da Paolo Franceschetti: VIA D’AMELIO, UNA VERITA’ CHE FA PAURA?.

Di Solange Manfredi

Negli ultimi tempi sono stati portati attacchi pesantissimi verso alcuni soggetti coinvolti in indagini penali (magistrati, consulenti, procuratori, ecc…) Detti attacchi sono tutti andati a buon fine.
Ricordiamo quali:
De Magistris nel 2006, a seguito di una denuncia, inizia ad indagare sul fenomeno della illecita gestione pubblica, locale e nazionale, di finanziamenti, convenzioni, commesse e appalti, ecc…

All’interno della Procura, alcuni magistrati pongo in essere alcune attività allo scopo di sottrarre le suddette inchieste a De Magistris e vi riescono.

Il dott. De Magistris, ritenendo illegale quanto successo, inoltra regolare denuncia alla Procura della Repubblica di Salerno, ovvero la Procura competente (ex art. 11 c.p.p.), ad indagare sulle ipotesi di reato commesse dai magistrati di Catanzaro.

A questo punto succede la prima cosa di gravità assoluta. Il Ministro di Grazia e Giustizia, Clemente Mastella, coinvolto nelle indagini, chiede al CSM il trasferimento cautelare urgente di De Magistris; ovverosia chiede il trasferimento del magistrato che sta indagando su di lui, e De Magistris viene trasferito.
La Procura della Repubblica di Salerno, intanto, investita delle indagini dalla denuncia presentata da De Magistris (e quindi obbligata ad indagare), a febbraio chiede alla Procura di Catanzaro di trasmettergli gli atti relativi alle indagini di De Magistris, ma questa rifiuta di inoltrare i fascicoli.
La Procura di Salerno rinnova la richiesta di trasmissione degli atti relativi alle indagini di De Magistris per ben sette volte, e per ben 7 volte la Procura di Catanzaro si rifiuta di consegnare gli atti.La Procura di Salerno, quindi, dopo aver atteso nove mesi ed inviato ben sette richieste, decide il sequestro degli atti.
Il Tribunale del riesame conferma la legittimità del sequestro operato dai magistrati di Salerno e il CSM che fa? Trasferisce i magistrati di Salerno e sospende il Procuratore di Salerno Apicella. Ovvero il CSM commina una sanzione disciplinare durissima a fronte di un provvedimento dichiarato legittimo.
I magistrati di Catanzaro, nel frattempo, delegano il ROS di Roma ad indagare su De Magistris e, conseguentemente, sul lavoro del suo consulente, dott. Gioacchino Genchi. Peccato che il Ros di Roma sia assolutamente incompetente a svolgere dette indagini. Per il codice di procedura penale le indagini avrebbe dovuto condurle la Procura di Salerno per il dott. De Magistris e, ove fossero emersi elementi di reato in ordine al lavoro svolto da Genchi, la Procura di Palermo.
Questo prevede il codice di procedura penale.
Il ROS non rileva questo “leggerissimo” problema di incompetenza e procede nelle sue indagini.
Pazienza, in certi casi la procedura penale sembra un ricordo per vecchi nostalgici.
La cosa più assurda, però, è che, come ci dice Genchi: “se nessuna indagine poteva dunque essere delegata al Ros di Roma, ancora meno poteva essere delegata a quelle particolari persone del Ros. Se i tabulati acquisiti avevano un senso, non si potevano affidare ai soggetti che emergevano proprio dagli stessi tabulati”.

Comunque il Ros indaga e scoppia il c.d. “caso Genchi”. Viene detto a gran voce al popolo italiano che la democrazia è in pericolo perchè Genchi avrebbe esaminato, e conservato, illegalmente, i tabulati telefonici di 13 milioni di italiani.
Si scoprirà, poi, che i Ros avevano basato questa loro affermazione sul sequestro, a Giachino Genchi, degli elenchi del telefono.
Genchi, vice questore in aspettativa, viene sospeso dall’incarico e gli viene ritirato distintivo e pistola.
Ed ecco l’ultimo atto. Il Tribunale del riesame dichiara illegittimo il sequestro operato sul materiale del dott. Genchi ed annulla i relativi decreti. Il materiale deve essere restituito al dott. Genchi. La procura di Roma che fa? Non restituisce il materiale al dott. Genchi.
Ora da questo breve riassunto si evince come i protagonisti di questa vicenda siano stati privati di tutte le garanzie costituzionali, ovvero chi ha operato nei loro confronti lo ha fatto in barba non alla legge, ma alla Costituzione (artt. 3- 107,108, ecc..).

PERCHE’

La storia del nostro paese è costellata di c.d. “misteri” che rimangono tali per l’agire illegittimo di più persone. Tale agire, però in passato, cercava di mantenere un’apparenza di legittimità. In altri termini, si sono sempre commessi atti illeciti per proteggere da conseguenze penali alcuni soggetti, ma si facevano meno palesemente per il timore di venire scoperti. Oggi pare non essere più così. Si fa palesemente in spregio ai codici e alla costituzione. Perchè?
Una prima risposta potrebbe essere quella che tali poteri sono divenuti così forti e sicuri da essere diventati arroganti e sfacciati. Potrebbe essere un’interpretazione.
Una seconda interpretazione potrebbe essere che abbiano agito così non per arroganza ma per paura. E’ noto, infatti, che più il pericolo è improvviso, vicino ed effettivo, meno le nostre reazioni sono ponderate ed attente. Dobbiamo agire, o meglio reagire, velocemente, con gli strumenti e le risorse che abbiamo a disposizione.
Se questa interpretazione dovesse essere giusta ci si dovrebbe chiedere di cosa hanno paura, ovvero cosa hanno scoperto Genchi e De Magistris per far reagire così il “potere”?
La risposta, allora, potrebbe trovarsi nelle parole dello stesso Genchi:
L´attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del diciannove luglio del 1992 dopo la strage di via D’Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D’Amelio numero diciannove dov’è scoppiata la bomba, le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!” ….. E questa è l’occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalle stragi di via D’Amelio e dalla strage di Capaci. Perché queste collusioni fra apparati dello Stato, servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata“.
(Gioacchino Genchi, 27 febbraio 2009)
Ma in realtà oltre a queste due, c’è una terza possibilità. Una possibilità che ancora ci sfugge.
Ci potrebbe essere cioè un disegno più grande, che noi ancora non possiamo vedere, e che avrà il suo compimento fra diverso tempo; e in questo disegno potrebbe inserirsi la vicenda Genchi.
Una possibilità che, per la sua individuazione, richiede l’aiuto dei lettori. e un’analisi attenta dei fatti così come si sono svolti, si svolgono e si svolgeranno nei prossimi mesi o addirittura anni.
Invitiamo, quindi, tutti i lettori a dirci la propria opinione, per cercare di capire a cosa è finalizzata questa vicenda.

Genchi si appella a Napolitano affinchè la Legge sia rispettata

Genchi si appella a Napolitano affinchè la Legge sia rispettata.

21 aprile 2009 – Roma (ADNKRONOS) Il consulente informatico dell’ex pm De Magistris chiede l’intervento del capo dello Stato: ”La Procura di Roma sta deliberatamente rifiutando la restituzione dei reperti e dei dati sequestrati presso il mio studio. Siamo in presenza di un atto eversivo di inaudita gravità”. L’intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e’ stato chiesto da Gioacchino Genchi, il consulente informatico dell’ex pm Luigi De Magistris per ottenere la restituzione degli atti e dei dati sequestrati di recente nel suo ufficio dal Ros dei carabinieri su disposizione della Procura di Roma. La scorsa settimana il Tribunale del riesame aveva accolto la richiesta di Genchi e del suo legale, Fabio Repici di restituire i documenti sequestrati. Ma oggi la Procura della capitale, secondo quanto dice Genchi si sarebbe rifiutata di farlo. ”La Procura di Roma, nonostante la lapalissiana evidenza dei provvedimenti di annullamento delle perquisizioni e dei sequestri illegittimamente eseguiti e disposti dal Tribunale del riesame, sta deliberatamente rifiutando la restituzione dei reperti e dei dati sequestrati presso il mio studio – dice Genchi all’ADNKRONOS – contenenti risultanze di indagini riservatissime di numerosi uffici giudiziari anche nei confronti di magistrati della stessa Procura di Roma”.  Secondo Genchi ”siamo in presenza di un atto eversivo di inaudita gravita’. Chiediamo l’immediato intervento del capo dello Stato e, per gli atti urgenti concernenti l’esecuzione del provvedimento del riesame, del procuratore generale di Roma e del procuratore della Repubblica di Perugia”. Genchi e Repici sono ancora in Procura di Roma.

Fonte:
http://www.adnkronos.com/

Palermo – 21 Apr – ore 13:52 Il superconsulente informatico nell’inchiesta Why Not, Gioacchino Genchi, denuncia presunti abusi da parte della Procura di Roma, per la mancata restituzione dei dispositivi elettronici e dei dati sequestrati allo stesso Genchi il 13 marzo e di cui il Tribunale del Riesame della capitale aveva ordinato la restituzione. “La Procura di Roma – dice Genchi in una nota – rifiuta illegittimamente la restituzione di quanto, altrettanto illegittimamente, era stato sequestrato dai carabinieri del Ros. Siamo in presenza di un atto eversivo di proporzioni inaudite e per questo chiediamo l’immediato intervento del Capo dello Stato, del procuratore generale di Roma e del procuratore di Perugia”. Quest’ultimo intervento, secondo Genchi, e’ necessario perche’ i sequestri hanno riguardato “indagini riservatissime di varie autorita’ giudiziarie e contengono precise acquisizioni e intercettazioni telefoniche – prosegue la nota – riguardanti gli stessi magistrati che hanno proceduto al sequestro e un altro magistrato gia’ in servizio alla Procura di Roma e di recente nominato a incarichi ministeriali”. Genchi conclude sostenendo che “le acquisizioni delle indagini Why not, riguardanti quel magistrato, sono state legittimamente eseguite dal Pm Luigi De Magistris, quando il magistrato in questione ricopriva l’incarico di Pm di Roma. Il sinedrio della magistratura romana intende stravolgere le regole e i principi dell’ordinamento giuridico”.

Fonte:
La Repubblica – Palermo

Caso Genchi: la Procura di Roma rifiuta di eseguire la sentenza di restituzione


di Antonio Rispoli


Sembra incredibile, ma è così: la Procura di Roma si è rifiutata di eseguire la sentenza del Tribunale del Riesame, che ha giudicato illeggittimo il decreto di perquisizione firmato dai Pubblici Ministeri Toro e Rossi e ha disposto la restituzione a Genchi di tutto quello che i Carabinieri hanno sequestrato. Appresa la notizia, Gioacchino Genchi ha commentato: “Siamo in presenza di un atto di eversione giudiziaria di una gravità inaudita. Negli atti del sequestro vi sono infatti acquisizioni importantissime riguardanti gli stessi magistrati della procura di Roma che hanno eseguito il sequestro”.
Ed è il minimo, definirla eversiva, la decisione della Procura. Genchi si è appellato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nella sua qualità di Presidente del CSM. Infatti c’è un obbligo: il livello inferiore della magistratura non può rifiutarsi di obbedire al livello superiore, se non in presenza di un ricorso legale. Invece, a quanto pare, nei dintorni di Gioacchino Genchi (e di De Magistris), la magistratura si sente in dovere di comportarsi illegalmente: la Procura di Catanzaro prima blocca le indagini di De Magistris a cui aveva collaborato Genchi, poi si rifiuta di rispondere alle richieste del Tribunale di Salerno ed infine arriva ad emettere un illeggittimo e illegale decreto di sequestro su un sequestro effettuato dal Tribunale di Salerno; il Presidente della Repubblica che attacca il Tribunale di Salerno; il CSM che ha cacciato dalla Magistratura il Procuratore Capo di Salerno e ha trasferito altri magistrati di quella Procura solo perchè avevano fatto il loro lavoro.
Io mi auguro che questa volta il CSM agisca di conseguenza, cioè dovrebbe cacciare dalla magistratura i due procuratori di Roma; ma sarà un miracolo se non adotterà sanzioni contro i membri del Tribunale del Riesame


Fonte: JulieNews.it

Antimafia Duemila – L’avvocato di Genchi: ”Nell’archivio del consulente le indagini sulla procura di Roma”

Antimafia Duemila – L’avvocato di Genchi: ”Nell’archivio del consulente le indagini sulla procura di Roma”.

“Siamo oltre il porto delle nebbie”.
Lo ha dichiarato Fabio Repici, avvocato di Gioacchino Genchi, in seguito alla decisione della procura di Roma di non restituire l’archivio del consulente nonostante l’ordinanza del Tribunale del Riesame. “Oggi – ha spiegato il legale, la procura capitolina – ha fatto ammutinamento rispetto ai provvedimenti dei giudici che hanno decretato l’illegittimità totale dell’operato della stessa Procura. I reperti che la Procura di Roma sta mantenendo abusivamente in sequestro sono tutti di proprietà del dr. Gioacchino Genchi”. Per tale motivi oggi i pm romani “si sono resi responsabili, tra l’altro, dei reati di rifiuto di atti d’ufficio e di appropriazione indebita”. Tanto più che “nei supporti informatici trattenuti ci sono atti relativi a delicate indagini per le quali il dr. Genchi aveva ricevuto incarichi dall’Autorità giudiziaria. E ci sono perfino atti e intercettazioni che riguardano il procuratore aggiunto Toro: tra l’altro sue conversazioni nelle quali nel maggio 2006 concordava con altra persona, con insospettabili capacità profetiche, gli incarichi al ministero della giustizia presso l’appena nominato ministro Mastella e presso altri ministeri, riferendo anche gli incarichi graditi da altri magistrati romani, ivi compreso il dr. Nello Rossi. I magistrati della Procura di Salerno sono stati cacciati su due piedi dal Csm per aver emesso un provvedimento dichiarato legittimo dal competente Tribunale del riesame. Mi chiedo: cosa assicura ai magistrati romani l’impunità davanti al Csm ed al ministro della giustizia? Mi auguro – ha concluso – che la risposta non sia da rintracciare nel contenuto di quelle conversazioni”.