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Egregio Presidente | gli italiani

SOTTOSCRIVI la lettera al Presidente Napolitano. “Migliaia di italiani saranno costretti a violare la legge per difendere la Costituzione”

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Antimafia Duemila – Lettera a Silvio Berlusconi

Fonte: Antimafia Duemila – Lettera a Silvio Berlusconi.

Pubblichiamo di seguito la lettera che Gaetano Alessi, giornalista di Articolo 21, ha inviato al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La lettera, decisamente accusatoria, è stata letta da Pino Maniaci durante l’ultimo incontro del Festival delle Radio Universitarie 2010 a Perugia.

All’incontro, dedicato ai media come strumento di lotta alla criminalità organizzata, ha visto una Sala dei Notari colma e interessata e ha visto la partecipazione anche di Danilo Sulis.

“Gentilissimo Presidente,
le scrivo in rappresentanza delle centinaia di testate locali che ogni giorno, nel nostro Paese, si battono per la libertà di espressione. Piccoli “nidi di ragno” innestati in territori spesso difficili o come, nel nostro caso, in terra di mafia, clientelismo e corruzione.
Gentilissimo Presidente, ogni giorno “giornalisti per amore” vengono pestati, minacciati, intimiditi per l’unica colpa di volere raccontare la verità, di tentare di rendere onore ai padri costituenti che ci regalarono l’articolo 21 della Costituzioni ed, insieme ad esso, la democrazia e la libertà col costo di migliaia di vite umane.
Siamo carne da macello, signor Presidente, alla mercè di mafiosi, politici corrotti e battaglie, nelle denunce da Trento a Trapani. Siamo anche quelli che conoscono meglio il territorio, perchè lo viviamo ogni giorno. Perchè col mafioso e col politico corrotto che denunciamo spesso ci tocca dividere il bancone dello stesso bar. Siamo anticorpi democratici di un Paese che, anche grazie al suo Governo, sta andando in cancrena. Abbiamo mille volti e mille mezzi. Siamo blogger, speaker, redattori, scriviamo via web, parliamo via etere, raccontiamo su carta. Non siamo giornalisti ma veniamo perseguitati come tali. Abbiamo i nostri eroi, alcuni scolpiti nella storia come Peppino Impastato, altri fortunatamente ancora liberi di esperimere il proprio pensiero come Carlo Ruta o Riccardo Orioles. Soprattutto gentilissimo Presidente abbiamo fatto la nostra scelta: la nostra libertà vale molto di più della nostra vita.
Dove non hanno potuto i bossoli, le lettere intimidatorie, le minacce, le denunce, le querele mirate, dove non ha potuto la più potente ed influente famiglia politico/mafiosa della Sicilia, non potrà una legge canaglia come quella sulle intercettazioni.
Lei e il suo fido Alfano v’illudete che una norma moralmente illegale possa diventare prassi solo perchè vergata su crismi di burocratica legalità.
Signor Presidente noi continueremo a fare il nostro lavoro, raccontando quello che avviene, anticipando la notizia, veicolando le news e se il caso, scrivendo quello che (secondo voi) non si deve raccontare.
“Disonorare i mascalzoni è cosa giusta, perchè, a ben vedere, è onorare gli onesti”. Sa perchè gentilissimo Presidente non potrà mai batterci? Perchè giochiamo su un terreno a lei sconosciuto. Quello della libertà individuale che diventa patrimonio collettivo. Non siamo in vendita e sappiamo “resistere” a tutto.
Siamo liberi e quello che facciamo lo facciamo di tasca nostra, rischiando di nostro. Perchè è facile dire per una grande testata “noi resisteremo” dall’alto d’avvocati ben pagati e gruppi editoriali forti ma è ben più difficile farlo quando quel poco che hai in soldi di carta e rabbia ti serve anche per mangiare ogni giorno.
Ma lo facciamo in tutta Italia, da classici signor Nessuno, senza enfasi o protagonisti. Perchè amiamo il bello del nostro Paese e ogni muro amico che ci ha visto piangere o sognare. Perchè diciamo ogni giorno di voler mollare ed ogni giorno troviamo la forza di andare avanti. Perchè amiamo le nostre donne e ci perdiamo negli occhi dei nostri figli a cui vorremmo consegnare qualcosa di più bello del Paese attuale.
Ed abbiamo riferimenti etici alti: Pietro Ingrao, Vittoria Giunti, Luigi Ciotti, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e quel Pietro Calamandrei che dei partigiani italiani diceva così: “Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la fede e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno di una società più giusta e più umana, di una solidarietà a tutti gli uomini alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono ai nostri morti. Non dobbiamo tradirli”.
Non li tradiremo signor Presidente.
“Se ci volete silenti dovrete spararci” dicemmo, ad uno scagnozzo mafioso che ci intimava di tacere.
Lo ripetiamo a lei che con l’aureola della legalità vuole imporci lo stesso mafioso silenzio.
Non taceremo e non molleremo neppure un centrimetro. Quindi signor Presidente non ha altra scelta: ritiri la legge o prepari tanti proiettili, perchè siamo in molti. Indietro non torniamo… neanche per prendere la rincorsa.

Tratto da: articolo21.org

Blog di Beppe Grillo – Comunicato politico numero trentatre

Blog di Beppe Grillo – Comunicato politico numero trentatre.

La Grecia sta bussando sempre più forte alle nostre porte. La settimana prossima le sue banche potrebbero chiudere. E’ più che un’ipotesi. Nel frattempo i suoi capitali stanno migrando altrove a miliardi di euro alla volta. Tutti i parametri economici dell’Italia sono negativi, in assoluto, da sempre, da quando sono misurati, da quando esistono le serie storiche. La risposta alla disoccupazione, alla chiusura delle fabbriche e forse del Paese sono le leggi miserabili e incostituzionali per risolvere i problemi giudiziari di un ultrasettantenne inceronato approvate dopo un teatrino da un ultraottantenne che quando non dorme firma. Le riforme sul presidenzialismo alla francese, con la correzione alla moldava e il doppio turno alla portoghese sono come l’orchestrina che suonava sul Titanic. La gente corre alle scialuppe e indossa i giubbetti di salvataggio mentre un gruppo di irresponsabili pensa a come dividersi quello che resta del bottino. I politici sono diventati i nostri padroni, noi i loro servi, più o meno inconsapevoli. La piramide va rovesciata, chi è eletto deve svolgere un solo compito, applicare il programma e informare i cittadini. I politici usano il mandato per accrescere il loro potere e la loro visibilità. I nostri dipendenti dovrebbero lavorare per noi, ma trascorrono il loro tempo in televisione a parlarsi addosso e a improvvisarsi leader con la complicità di giornalisti genuflessi. La televisione deve essere vietata ai politici, vadano a svolgere il compito per cui sono pagati in Parlamento, nelle Regioni o nei Comuni. Ognuno vale uno e il politico vale uno come gli altri perché deve rendere conto del suo operato alla comunità. I divi della politica sono per lo più dei cialtroni in cerca di visibilità e di privilegi. Si occupano di tutto tranne che del loro mandato. Questo deve finire. Il MoVimento 5 Stelle non ha ideologie, ma idee. Non è di destra o di sinistra. Non vuole leader (di che?) o politici di professione, ma cittadini eletti da altri cittadini per la gestione della cosa pubblica. Le idee del MoVimento 5 Stelle sono come semi nell’aria a disposizione di tutti. L’obiettivo del MoVimento 5 Stelle è l’applicazione del Programma. Punto per punto ci riusciremo, senza inciuci, senza rappresentanti auto eletti.
Dal “Non Statuto” del MoVimento 5 Stelle: “Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.
Loro non molleranno mai (ma gli conviene?. Noi neppure.

Il trionfo del crimine – Passaparola – Voglio Scendere

Questa nuova legge sembra scritta da Totò Riina in persona. Che sia lui l’ispiratore della linea del governo sulla giustizia?

Marco Travaglio la chiama “Il trionfo del crimine”, mi sembra che la scelta sia oggettivamente adeguata

Fonte: Il trionfo del crimine – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti,
lo so che a Pasquetta parlare di intercettazioni e giustizia è un po’ pesantuccio, ma è il caso di farlo perché stanno per perpetrare l’ennesimo colpo dei soliti noti, quindi credo che nel giro di un mese potremmo ritrovarci almeno in uno dei due rami del Parlamento approvata la controriforma delle intercettazioni telefoniche e ambientali, e quindi è il caso di prepararsi, sapere di che cosa si tratta. Perché naturalmente ce la venderanno come una norma che tutela la privacy dei cittadini, che li preserva dalle fughe di notizie, dalle diffamazioni, dalle violazioni del segreto e altre cazzate di questo genere. In realtà questa è una legge che, così com’è stata concepita, è fatta apposta per impedire che si facciano le intercettazioni telefoniche e si scoprano i colpevoli di alcuni reati; soltanto che per non scoprire i colpevoli, o alcuni colpevoli, di alcuni reati il rischio quello di non scoprire più i colpevoli di quasi tutti i reati, almeno quelli più complicati che oggi si scoprono grazie alle intercettazioni.

Da Mastella ad Alfano, passando per Napolitano
In questi giorni, il ministro Alfano si è detto disponibile a modificare la legge. Si è detto disponibile a modificare la legge ma, naturalmente, è una truffa, una presa per i fondelli, nel senso che questa legge potrà essere modificata in qualche virgola, in qualche aggettivo, purché rispetti gli ordini che ha impartito il Cavalier Silvio Berlusconi e cioè che non si devono più fare intercettazioni nei confronti di persone con le quali parla lui.

Lui già non è intercettato, adesso vuole evitare che vengano intercettate anche le persone con cui lui parla. Quindi, per non farsi prendere in giro è bene sapere di che cosa stiamo parlando, anche per capire gli eventuali esiti di eventuali modifiche.
Questa legge, voi sapete, è figlia della legge Mastella; in alcune parti la peggiora, in altre la migliora, ed è stata approvata già in un ramo del Parlamento nel 2009 , dopodiché al momento di approvarla nell’altro, cioè alla Camera, è intervenuto il Capo dello Stato che con quella strana prassi che chiamano moral suasion ha fatto sapere che se fosse stata approvata nello stesso modo anche nell’altro ramo del Parlamento non l’avrebbe firmata, quindi ha chiesto modifiche, quindi è entrato ancora una volta con le sue mani dentro la fabbricazione di una legge, nel percorso di questa legge, anziché fare come, secondo me molto più correttamente ha fatto l’altro giorno, quando ha atteso che gli portassero la legge sul lavoro, il ddl sul lavoro che estende l’arbitrato ai contratti di lavoro, e poi se l’è tenuta, se l’è soppesata e il giorno dopo le elezioni l’ha rimandata indietro spiegando perché non gli piaceva. E tra le spiegazioni non c’è l’incostituzionalità manifesta della legge, il che dimostra che forse avevamo ragione quando abbiamo detto spesse volte che non è necessario che una legge sia manifestamente incostituzionale perché il Capo dello Stato la respinga: la Costituzione dice che può respingere le leggi che non gli piacciono per tutti i motivi che lui può illustrare nel suo messaggio alle Camere.
Questa legge, quindi, l’estate scorsa ha subito uno stop, non volevano andare allo scontro, in quel momento, col Capo dello Stato anche perché aspettavano a settimane la sentenza della Consulta sul Lodo Alfano, adesso naturalmente con il ritorno delle intercettazioni di Trani e comunque col passare degli anni, stavolta non vogliono perdere l’occasione di mettere definitivamente il bavaglio alla stampa libera e il guinzaglio alla magistratura. Questa è una legge bavaglio-guinzaglio.
Vediamo i punti principali: mi aiuto con il libro “Ad personam” dove li ho sintetizzati.
Il primo punto non riguarda le intercettazioni, è una norma che ci hanno infilato dentro tanto per dare un’altra bastonata ai magistrati: il magistrato deve astenersi dal suo processo se ha pubblicamente rilasciato dichiarazioni concernenti il procedimento affidatogli e il Procuratore Capo deve sostituire il Pubblico Ministero che risulti iscritto nel registro degli indagati per il reato di rivelazione di segreto di indagine sul suo procedimento. Quindi, il magistrato deve mollare il suo processo o la sua indagine non se è stato condannato per qualche cosa tipo per violazione del segreto: no, se viene indagato, quindi io, imputato in un processo, denuncio il mio PM perché dico che ha violato il segreto; magari non è vero ma il fatto stesso che lui venga indagato sulla base della mia denuncia fa sì che il procuratore debba togliergli l’inchiesta quindi l’indagato potrà liberarsi del PM sgradito e scegliersene uno più gradito. Se poi il magistrato ha detto qualcosa sul procedimento che ha affidato, non può più seguirlo. Non so, fanno una conferenza stampa per dire “abbiamo arrestato Provenzano”: bene, il magistrato non può più fare il PM nel processo a Provenzano perché ha rilasciato dichiarazioni riguardanti l’arresto di Provenzano. Siamo alla follia naturalmente, però diventerà legge e quindi stiamoci attenti.
Secondo punto: oggi le intercettazioni telefoniche ambientali e telematiche, cioè di telefonate, conversazioni in un ambiente, oppure di email, corrispondenza elettronica, e le videoriprese e l’acquisizione di tabulati telefonici sono consentite per indagare su tutti i reati puniti con pene superiori ai cinque anni, più quello contro la Pubblica Amministrazione puniti fino ai cinque anni, più altri reati come il contrabbando, le armi, la droga, l’usura, l’attività finanziaria abusiva, l’insider trading, l’aggiotaggio ecc. A due condizioni, non si può intercettare sempre per questi reati, ci sono già dei limiti precisi e cioè che ci siano gravi indizi di reato, cioè degli elementi per ritenere che un reato è stato commesso o è in corso, o sta per essere commesso; seconda condizione che l’intercettazione sia assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione dell’indagine. Se ci puoi arrivare, al colpevole, con altri mezzi e l’intercettazione non è assolutamente indispensabile non la puoi fare. Se è indispensabile la puoi fare, anzi la devi fare. I limiti sono già molto severi, quindi non c’è bisogno di mettere altri limiti, invece la nuova legge mette altri limiti. Soprattutto uno, che è quello che secondo me è di grande interesse psichiatrico, penso che gli psichiatri studieranno a lungo i percorsi mentali dell’autore di questo delirio: non si possono fare intercettazioni per nessun tipo di reato salvo quelli di mafia e terrorismo, se il giudice non ha già in mano evidenti indizi di colpevolezza. Cioè, non indizi di reato – il reato è stato commesso, sta per essere commesso, è in corso di commissione – ma bisogna già avere gravi indizi di colpevolezza su qualcuno, cioè forti elementi che tizio è colpevole: allora puoi cominciare a intercettarlo, quando l’hai scoperto, il colpevole. Ma dato che le intercettazioni, di solito, servono per scoprire il colpevole, servono molto soprattutto quando si brancola nel buio e non si ha la più pallida idea di chi abbia ammazzato tizio, di chi abbia rapinato quella banca, di chi abbia pagato quella tangente, o cose di questo genere, questa clausola farà si che non si potrà più intercettare per scoprire i colpevoli. Prima scopri i colpevoli col tavolino a tre gambe, sedute spiritiche, palla di cristallo, interroghi la maga o la fattucchiera; se non ti viene fuori il colpevole l’intercettazione non la farai, se ti viene fuori oggi lo arresti, in futuro cominci a intercettarlo. La domanda che sorge spontanea è: ma se hai già scoperto il colpevole che cazzo lo intercetti a fare? E’ ovvio che lo metti dentro visto che per mettere dentro uno sono richiesti i gravi indizi di colpevolezza, cioè la stessa cosa – li chiamano evidenti ma è la stessa cosa – che qui invece diventa il requisito non per arrestare uno ma per intercettarlo. Cioè, con lo stesso requisito puoi intercettare uno oppure arrestarlo: è ovvio che lo arresti. Non si faranno più le intercettazioni e non si scopriranno più i colpevoli dei reati.
E’ una follia totale, naturalmente, ma diventerà legge. Su “evidenti”, sull’aggettivo, Alfano ha detto “possiamo discutere, cambiare evidenti”. Ma il problema è il sostantivo, non l’aggettivo: il prblema è “indizi di colpevolezza”. Come fai a subordinare le intercettazioni alla scoperta del colpevole, visto che ti servono proprio per scoprirlo? Qui invece prima lo scopri poi lo intercetti. Il problema non è “evidenti”: prima avevano messo “gravi” poi “evidenti”; potrebbero mettere anche “forti” o “potenti”, “lampanti” ma il problema è il concetto, non ha nessun senso a meno che tu non voglia impedire di fare le intercettazioni perché hai paura di essere fra i colpevoli. In quel caso, si capisce il sostantivo, ma voi comprendete che il dialogo su questo aggettivo perché non c’è nessun dialogo sull’aggettivo: bisognerebbe prendere questi signori e fargli cambiare, anzi cancellare, non solo il sostantivo ma tutta la legge, perché se viene meno questa roba viene meno la legge, non possono dialogare sulla sostanza.
Numero tre: per le intercettazioni ambientali è ancora peggio. L’ambientale è quando ti mettono la cimice nel televisore, sotto il tavolo, nell’abitacolo della macchina, o in luoghi dove si sa che vai, al tavolino dove pranzi, dove vai al bar tutte le mattine, cose del genere. Per tutti i reati, quindi compresi anche mafia e terrorismo, le intercettazioni ambientali non possono essere disposte in presenza di gravi indizi di colpevolezza, non bastano, ci vuole addirittura di più: ci vuole anche il fondato motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta l’intercettazione ambientale, si stia svolgendo l’attività criminosa. Non basta sapere che c’è stato un reato o sta per esserci un reato, e che hai già il colpevole: per mettere la cimice o un microfonino in un certo posto devi anche dimostrare preventivamente che in quel posto si sta commettendo il reato. Quando? Mentre tu chiedi di poter mettere la cimice, e dimostrare che dal momento in cui lo chiedi al momento in cui la metti, il reato continua. Praticamente, due mafiosi si mettono d’accordo per vedersi al bar, tu sai che stanno complottando per fare qualche delitto, ovviamente gli vai a ficcare la cimice o il microfonino o la telecamera al bar, se puoi. Invece no: qua bisogna dimostrare che il delitto lo fanno al bar, cioè devono scannare il barista perché tu possa mettere la cimice e sentire quello che dicono. Voi capite che siamo a livelli psichiatrici, e questo vale anche per i reati di mafia e terrorismo.
Quarto: procedimenti contro ignoti, quelli che dicevamo prima. Scopri il cadavere crivellato di colpi e non sai chi l’ha ucciso. Scopri un cadavere a pezzi e non sai chi l’ha ammazzato; oppure scopri la tua casa svaligiata, scopri una banca col caveau incenerito, cose di questo genere. Scopri un delitto e non sai chi è stato: delitto contro ignoti. L’indagine parte contro ignoti e non hai la più pallida idea. Pensate al cadavere della ragazza a Perugia, a casi in cui all’inizio si brancola nel buio.
Fine delle indagini
Indagini contro ignoti: oggi si fa l’intercettazione di tutte le persone che frequentano, parenti, amici, amanti, fidanzati, ex fidanzati, cose del genere, nella speranza che tra tabulati e intercettazioni si scopra qualche legame nell’ora in cui è stimato il delitto.
Adesso no: adesso, l’abbiamo già detto, non puoi controllare i sospetti, devi poi intercettare e acquisire i tabulati soltanto delle persone sulle quali hai fondati, evidenti indizi di colpevolezza, quindi già lì non puoi partire su nessuno perché su nessuno hai indizi di colpevolezza… sei in partenza. Ma non solo: dice la legge che i sospetti non li puoi intercettare, perché non hai indizi di colpevolezza a loro carico, sono eventualmente sospetti ma un conto è un sospetto un conto è un grave o evidente indizio di colpevolezza; in compenso puoi intercettare le vittime del reato. Stiamo parlando evidentemente di reati che escludono l’omicidio, perché intercettare la vittima dell’omicidio è totalmente inutile: come si fa a intercettare un morto? Uno può anche provarci ma tanto non parla, il morto, quindi intercettarlo è superfluo. Stiamo parlando che lasciano viva la vittima tipo le molestie, sequestri di persona. Vittime o parenti di vittime possono essere intercettate ma solo su richiesta delle vittime medesime, delle persone offese. Quindi, se un imprenditore è minacciato di morte, perché magari è vittima del racket o cose del genere, e quindi gli telefono dicendo “t’ammazzo se non mi dai il pizzo” o è lui a chiedere di mettere sotto controllo il suo telefono oppure non glielo si può mettere contro la sua volontà, sotto controllo. E dato che dato che di solito le vittime, pensate anche alle vittime di violenze sessuali, figlie molestate dai padri, donne massacrate di botte dai mariti ecc. di solito hanno una paura tremenda a denunciare e hanno ancora più paura ad autorizzare il magistrato a metterle sotto controllo se possono decidere loro si o no, alla messa sotto controllo, perché se la legge procede a prescindere tu potrai dire “io non ho fatto niente, ha fatto tutto la polizia, il magistrato”; ma se sei tu che devi chiedere di essere messo sotto controllo, allora devi avere un coraggio supplementare, perché poi chi ti picchia o chi ti violenta o chi ti molesta ti potrà dire “sei stato tu a volermi fregare”. Quindi, è evidente che spessissimo la vittima non darà mai il consenso a essere messa sotto controllo: oggi può essere messa sotto controllo controvoglia, in futuro non più; voi capite che stiamo parlando di norme che danneggeranno orrendamente le indagini anche su delitti lontanissimi da quelli dei colletti bianchi, almeno che si sappia! E lo stesso vale naturalmente per un sequestro di persona: se sparisce un bambino è ovvio che si mettono sotto controllo i telefoni di tutti i parenti. Se i parenti non vogliono, perché vorrebbero mettersi d’accordo privatamente coi sequestratori, il magistrato se ne frega, il poliziotto se ne frega e mette tutti sotto controllo. Lo scopo è quello di sgominarle, le bande dei sequestratori, non di finanziarle con i riscatti, infatti abbiamo una legge che vieta il pagamento dei riscatti, che consente il blocco dei beni. Avremo il blocco dei beni e poi avremo, invece, la possibilità che il telefono venga usato liberamente dai parenti della vittima per contrattare un riscatto magari appoggiato presso terzi, perché quel telefono, se i parenti della vittima non vogliono che sia intercettato, non può venire intercettato.
Quinto: per tutti i reati per i quali si possono fare le intercettazioni, compresi anche mafia, terrorismo, omicidi e sequestri, la nuova legge prevede un altro limite. Non solo tutti quelli che abbiamo detto finora ma ci vogliono anche specifiche e inderogabili esigenze relative ai fatti per i quali si procede, fondate su elementi espressamente e analiticamente indicati nel provvedimento, non limitati ai soli contenuti di conversazioni telefoniche intercettate nel medesimo provvedimento e frutto di un’autonoma valutazione da parte del giudice. Allora: voi sapete che le intercettazioni possono durare 15-20 giorni al massimo, poi se il magistrato deve proseguire gli ascolti perché proseguono i delinquenti a parlare dei loro delitti, chiede una proroga, poi ne chiede un’altra e oggi praticamente le proroghe possono durare per tutta la durata delle indagini preliminari. Qui ti dice: la proroga la puoi avere, oppure un’altra intercettazione che nasce da una che stai facendo – parlo con tizio e gli dico “adesso chiamo Caio per dargli delle indicazioni sul delitto” – immediatamente il magistrato chiede di poter intercettare Caio per essere sicuro che la telefonata viene beccata e quindi a ogni telefonata può seguire, ovviamente, un’altra intercettazione. Bene, qui in questa norma – non so se si è capito – si dice che non basta più un’intercettazione per dimostrare che è necessario prorogarla o disporne un’altra: ci vogliono anche degli elementi esterni diversi da quelli ottenuti dalla prima intercettazione. Se io dico: “adesso Tizio chiama Caio e gli dice chi deve andare ad ammazzare” il magistrato immediatamente, oggi, prende il telefono di Tizio, di Caio e li intercetta tutti e due, per sapere chi vanno ad ammazzare e salvare possibilmente la vittima; in futuro non si potrà più usare la prima telefonata per disporre quella intercettazione su Tizio e Caio, bisognerà avere altri elementi diversi da quelli contenuti in quella telefonata, quindi Tizio e Caio non possono essere intercettati sulla base di quello che hanno detto il sottoscritto e l’altro quando hanno parlato della prossima telefonata imminente, fra Tizio e Caio, per andare a commettere il delitto.
Se qualche magistrato fa ugualmente l’intercettazione su Tizio o Caio l’intercettazione è inutilizzabile in base a questa nuova legge, quindi non la potranno usare nel processo contro Tizio e Caio che sono andati liberamente ad ammazzare Sempronio.
Sesto: per intercettare un telefono, un’email o un ambiente, un locare, non basta più la richiesta del Pubblico Ministero e il decreto del GIP che l’autorizza. Il PM dovrà chiedere prima l’assenso scritto del Procuratore Capo, il Procuratore della Repubblica, oppure di un delegato dal Procuratore della Repubblica. Il PM singolo all’interno del suo processo non potrà chiedere intercettazioni al GIP: deve andare dal Capo, ottenere la firma e poi andare dal GIP. Questo cosa vuol dire? Che il governo spera che i Procuratori Capi che sono pochi, hanno una certa età e ormai hanno capito come va il mondo frenino gli entusiasmi di certi Pubblici Ministeri che vogliono indagare troppo, e quindi facciano da tappo. In fondo, controllare pochi Procuratori Capi è più facile che controllare una miriade di 2000 pubblici ministeri, e quindi gerarchizzano addirittura la richiesta di intercettazione che oggi è quasi un atto di routine anche perché richiede immediatezza, tempi rapidi.
Non solo: ma il GIP non decide più l’autorizzazione alle intercettazioni. Oggi lo decide il GIP, cioè un giudice per le indagini preliminari monocratico, cioè solitario, in futuro ci vorrà un tribunale in composizione collegiale. il Tribunale del Capoluogo, intanto; per tutto il Piemonte dovranno venire a Torino, per la Lombardia dovranno andare a Milano anche dalle procure periferiche, perché ci vuole un collegio di tre giudici che dovranno fare quello che oggi fa uno. Questo cosa comporta? Che in ogni procedimento, in ogni inchiesta dove ci sono intercettazione o perquisizioni, ci vorrà un PM, un GIP, un GUP per il rinvio a giudizio e l’udienza preliminare, tre giudici per intercettare e siamo a sei, tre giudici per fare il Tribunale del Riesame, e siamo a nove, e poi ce ne vogliono tre per fare il dibattimento.
Voi vedere che abbiamo impegnati una dozzina di giudici per una sola inchiesta; in procure piccole, in tribunali piccoli non ce n’è a sufficienza per fare tutto, uno dovrà fare due cose all’interno dello stesso procedimento, quindi diventerà incompatibile, quindi andremo alla paralisi totale dei procedimenti, soprattutto perché gran parte del lavoro in Italia lo fanno proprio le procure periferiche che hanno tra l’altro degli enormi scoperti di organico che sfiorano o superano il 10% fino ad arrivare a quasi il 100% come abbiamo visto recentemente a Enna.
Settimo: ci sono modifiche molto restrittive per la durata delle intercettazioni; questa è un’altra norma devastante. Ve l’ho detto: le intercettazioni possono durare quanto durano le indagini preliminari, e del resto è ovvio, se pedini una persona per un anno e mezzo, che è il massimo di un’indagine preliminare, per mafia si può arrivare addirittura a due anni – un anno e mezzo per i reati ordinari diciamo due anni per i reati di mafia e terrorismo – è ovvio che se indaghi su una persona e la pedini magari per un anno e mezzo la devi poter intercettare per un anno e mezzo o due nel caso del mafioso. Invece no: in futuro le intercettazioni devono durare 60 giorni, due mesi e non di più. Il pedinamento lo fai magari per due anni, le intercettazioni solo per due mesi così per il resto pedini senza sapere cosa dice il tizio. Furbissima come norma, no?
Non ci sono possibilità di proroghe oltre i 60 giorni tranne le indagini di mafia, terrorismo e di omicidio, traffici di droga di grande quantità, sequestri di persona ma solo a scopo di estorsione. Questo è interessante: come fai a sapere se un sequestro è a scopo di estorsione? Se c’è la richiesta di riscatto è a scopo di estorsione. Ma per scoprire la richiesta di riscatto devi intercettare il telefono dei familiari, se no arriva la richiesta e tu non lo sai e quindi continui a pensare che il sequestro non sia a scopo di estorsione ma sia a scopo, che ne so, di vendetta, molestie, libidine, sevizie, chi lo sa?
Ma se la richiesta di riscatto arriva al 61° giorno e tu al 60° hai dovuto staccare perché il sequestro non era ancora a scopo di estorsione, quando lo diventa non lo vieni a sapere perché hanno telefonato giustamente al 61° giorno, quando sanno che l’ascolto viene staccato. Così non si saprà mai che è a scopo di estorsione e naturalmente o verrà pagato il riscatto oppure verrà ammazzato l’ostaggio senza poter risalire al telefono di chi sta facendo il sequestro, senza nessuna speranza di acchiappare i sequestratori. 60 giorni e non di più, una follia assoluta. Immaginate quanto tempo ci vuole a volte per preparare una rapina, una corruzione, una truffa, un reato contro la pubblica amministrazione. Pensate soltanto allo scandalo della Protezione Civile, agli scandali di calciopoli: mesi e mesi di delitti continui; 60 giorni e poi basta.
Capite perché fanno questa legge, no?
Cancellare le prove, non lasciare tracce
Otto: non si possono usare le intercettazioni in procedimenti diversi da quelli per i quali l’intercettazione è stata disposta, mentre oggi si. Oggi se sono indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza, cioè di reati gravi, se scopri un altro reato diverso da quello per cui sono disposte le intercettazioni, è ovvio che puoi usarlo anche nell’altro procedimento.

Il caso della clinica Santa Rita: indagano su una truffa alla Regione, scoprono che ci sono dei medici senza scrupoli che scannano la gente per asportare organi sani e lucrare tra l’altro rimborsi enormi dalla Regione, beh quello è un processo che configura lesioni gravissime, configura addirittura ipotesi di omicidio colposo; puoi dire che non puoi usare le intercettazioni disposte per la truffa nel processo che nasce per gli omicidi o per le lesioni, cioè per la gente che non ha più un rene perché gliel’hanno portato via sano per farsi dare il rimborso dalla Regione? Una follia. Se io scopro un reato più grave mentre sto indagando su un reato meno grave processerò quello lì per il reato più grave e le userò le intercettazioni. Con la nuova legge non si può più fare.
E se fosse retroattiva, potrebbe anche valere per neutralizzare le intercettazioni del processo di Trani, visto che a Trani stavano indagando su una truffa di carte di credito false, poi a un certo punto si sono imbattuti nelle telefonate di Berlusconi all’agenzia delle comunicazioni per far chiudere Annozero. Minacce a corpo politico e amministrativo dello Stato, concussione, questi sono i reati ipotizzati, partendo da un’indagine per truffa. Oggi si può usare, in futuro non si potrà più.
Nono: i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati qualora nell’udienza preliminare o nel dibattimento il fatto risulti diversamente qualificato e in relazione ad esso non sussistano i limiti di ammissibilità previsti. Ecco questo è il corollario di quello che vi dicevo prima: mentre prima la norma dice che l’intercettazione non può essere usata in altri processi… vi devo fare un altro esempio più pertinente ancora, sul punto 8. Se io sto facendo un processo a dei tizi mafiosi e mi spunta fuori il nome di Dell’Utri io ovviamente prendo queste intercettazioni che riguardano Dell’Utri e le mando ai magistrati di Palermo che stanno processando Dell’Utri per mafia, visto che stiamo parlando degli stessi contesti. Questo non si potrà più fare, mentre il punto nove è proprio quello che vi avevo anticipato prima, cioè che se intercetti per un reato l’intercettazione non può essere usata per dimostrarne un altro anche se tu hai scoperto che nel frattempo ne è stato commesso un altro, magari più grave.
Credo che questa si una delle parti più incostituzionali delle legge perché nella Costituzione vige l’obbligo dell’azione penale: è obbligatoria l’azione penale quando il magistrato ha notizie di reato. Se hai una notizia di reato non puoi non procedere, qui invece ti dice che non devi procedere se hai una notizia di reato acquisita con un’intercettazione disposta per un altro reato. Stiamo scherzando? Magari succedesse sempre che mentre intercetti uno per furto scopri che fa anche il pedofilo. Meno male, uno dovrebbe felicitarsene, altro che buttare via tutto per salvare il pedofilo.
Decimo: qui c’è un punto diciamo meno… chi ha “Ad personam” se lo può andare a leggere… una complicatissima normativa per dire come devono essere conservate le intercettazioni, in un archivio delle procure, come devono essere accessibili agli avvocati. E’ molto più importante un’altra scemata: è sempre vietata – punto undici – la trascrizioni di parti di conversazioni riguardanti fatti, circostanze e persone estranee alle indagini. Come si fa a sapere se certe conversazioni riguardano fatti, circostanze e persone estranee alle indagini? Lo saprai alla fine, ovviamente, ma nel momento in cui fai le trascrizioni non lo sai poi dove ti porteranno. Stiamo parlando di una sciocchezza, oltretutto se tu hai un indagato che ne sta combinando di tutti i colori, come fai a separare le vicende sue rispetto a quelle di persone estranee nelle quali c’è lui? Certo, se ci sono persone estranee che fanno cose che non c’entrano niente con il codice penale, già oggi non vengono citate negli atti ufficiali, quindi non si capisce cosa voglia dire questa norma se non appunto star dietro a una vecchio ritornello per cui si dice che gli estranei finiscono sempre nel tritacarne delle intercettazioni.
Di solito gli estranei, se sono estranei intanto non se li fila nessuno, e poi soprattutto se si comportano bene non hanno nulla da temere.
Zitti tutti
Dodici: c’è un combinato disposto di norme accroccate fra di loro che praticamente aboliscono la cronaca giudiziaria e il diritto di informazione attivo da parte dei giornalisti e passivo da parte dei cittadini. Oggi gli atti di indagine, sapete, sono coperti da segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza.
Nel momento in cui l’imputato e l’indagato vengono a conoscenza di un avviso di garanzia, un mandato di cattura, di perquisizione, di sequestro, un verbale di interrogatorio – lo firmano, d’altra parte, quindi lo conoscono – in quel preciso istante quell’atto non è più segreto e può essere raccontato anche se non può essere pubblicato integralmente perché vige ancora un residuato bellico del segreto istruttorio che vieta la pubblicazione integrale dell’atto per evitare che il giudice lo venga a conoscere prima che inizia il processo. Una cosa ipocrita punita con una multa però, insomma, quello è. In teoria non si potrebbero riportare integralmente gli atti, ma si possono raccontare, parafrasare, citare, eccetera.
Con la nuova legge, non solo sono coperti gli atti di indagini, ma anche le attività di indagine. Oggi il magistrato, quando gli è necessario, può consentire con un decreto la desecretazione, la pubblicazione degli atti: ho un tizio che mi denuncia un gruppo di truffatori che va in giro a fregare i soldi alle vecchiette, introducendosi in casa loro, spacciandosi per missionari, che ne so.
Immediatamente bisogna desecretare quell’atto e ordinarne la pubblicazione mettendo le foto di queste persone affinché chiunque le abbia viste vada a denunciarle e chiunque le veda le tenga fuori dalla porta. Questo, per esempio è un caso, e questo in futuro non potrà più essere fatto. Oggi è vietata la pubblicazione anche parziale o per riassunto degli atti coperti dal segreto o anche solo del loro contenuto, cioè non si possono pubblicare gli atti coperti da segreto e questo è ovvio, se sono segreti. In futuro, non si potrà più scrivere nulla nemmeno degli atti non segreti che oggi invece, come vi ho detto, salvo che non si possano pubblicare integrali però si possono raccontare, in futuro nemmeno quello. Perché non si potrà più pubblicare nemmeno il contenuto, ma soltanto un riassuntino. Che differenza c’è tra contenuto e riassunto non si capisce ma se l’hanno scritto vuol dire che è restrittiva rispetto a prima. Per le intercettazioni, poi, non si possono pubblicare mai nemmeno raccontarle, nemmeno riassumerle e nemmeno fare riferimenti al contenuto. Cioè, come se non esistessero, non si può fare riferimento. Le conosciamo perché sono pubbliche ma non ne possiamo parlare proprio. Questo è quello che dice la legge: è vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto della documentazione degli atti relativi a conversazioni anche telefoniche o a flussi di comunicazioni informatiche o telematiche ovvero ai dati riguardanti il traffico telefonico e telematico anche se non più coperti da segreto, anche se riportati in un’ordinanza cautelare, cioè in un atto pubblico, fino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare. Quindi campa cavallo: per anni le abbiamo ma non le possiamo pubblicare, anche se sono di interesse pubblico come quelle di Berlusconi che cerca di far chiudere Annozero: un attentato alla libertà di informazione, l’informazione non la può raccontare in tempo reale.
Per evitare che il giornalista le possa leggere, si stabilisce che le intercettazioni devono essere messe in un fascicolo allegato, segretato e inaccessibile fino all’apertura del processo, e poi naturalmente si aumentano a dismisura le pene per i giornalisti e gli editori che pubblicano notizie vere. Vere e pubbliche; non segrete e vere. Multa per chi pubblica notizie vere e non segrete. Reclusione fino a un anno per la rivelazione di notizie segrete, oggi, in futuro fino a cinque anni di galera per la pubblicazione di notizie segrete. Per chi riceve notizie segrete da un pubblico ufficiale che ne è depositario, la pena è da uno a tre anni, solo perché l’hai ricevuta, poi se la pubblichi va fino a cinque. Poi c’è l’aumento di pena anche per chi pubblica gli atti non segreti, come vi ho detto: oggi è punito con una multa, se fa la pubblicazione integrale; in futuro rischierà fino a sei mesi di reclusione e – oggi è arresto fino a trenta giorni o ammenda fino a 258 euro, quindi o ti danno l’ammenda o l’arresto e di solito ti danno l’ammenda e comunque se ti danno l’arresto non vai in galera perché sono trenta giorni di pena massima quindi è ridicolo – in futuro c’è massimo di pena fino a sei mesi e in aggiunta obbligatoria ammenda fino a 750 euro. Quindi, se ti danno per cinque o sei volte, per aver pubblicato cinque o sei notizie pubbliche, tu vai in galera perché superi i tre anni di pena e in più devi anche pagare ogni volta 750 euro. Pensate a un precario di una redazione di un giornale che guadagna 5, 10, 15 euro ad articolo come farà a fare degli articoli rischiando di pagarne 750 di euro per ogni articolo che fa. Cioè lavora tutto l’anno per Angelino Alfano.
Se hai pubblicato o raccontato o parafrasato o riassunto o fatto riferimento a intercettazioni l’arresto va addirittura fino a tre anni, con in aggiunta obbligatoria e l’ammenda fino a 1032 euro. E in più, abbiamo le pene per gli editori che rischieranno intanto l’incriminazione della società, in base alla legge 231, quindi non soltanto la persona del giornalista e del direttore responsabile, ma anche la società editrice risponde penalmente di ogni illecito di questo genere, dopodiché l’editore deve comunicare immediatamente che il suo giornalista è stato indagato per uno di questi reati all’ordine dei giornalisti, affinché questo possa sospendere dal servizio il giornalista per aver scritto una notizia pubblica e vera, non per aver scritto il falso, l’ordine dovrà sospendere il giornalista perché ha fatto il suo dovere. Pensate a che cosa arriva questa legge. La sospensione può arrivare fino a tre mesi, in questi casi, quindi ogni volta che scrivi una cosa vera, oltre a beccarti una pena detentiva, beccarti una multa vieni sospeso per tre mesi e non puoi lavorare per tre mesi.
Non per aver raccontato balle, com’è successo a Feltri che è stato sospeso per sei mesi: qui per aver raccontato la verità, capiterà. E’ il mondo alla rovescia.
Il giornalista commette reato addirittura se fa il nome o mette la foto del magistrato che segue l’indagine o fa un processo: questa era un’idea di Gelli nel Piano di Rinascita della P2, non nominare i magistrati in modo che siano tutti uguali, in modo che quelli collusi, ladri, che insabbiano siano trattati allo stesso modo di quelli che invece rischiano la pelle pur di fare delle buone indagini. Così i collusi e gli inciucioni si possono nascondere nel grigiore generale: mai fare nomi perché altrimenti quelli bravi vengono rispettati e stimati dalla gente, quindi hanno il sostegno dell’opinione pubblica e questo va evitato perché il giudice deve sempre avere paura di essere bastonato e non deve mai avere del sostegno popolare.
Ah: chi pubblica il nome del magistrato… “sono vietati la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali a loro affidati”. Metteremo i nomi con gli omissis. Poi ci sono altre norme minori, che troverete nel libro “Ad personam” comprese alcune norme salvapreti, cioè i preti avranno un trattamento particolare in materia di intercettazioni, il che è molto attuale con quello che si sta scoprendo in questo periodo, e soprattutto c’è l’ultima ciliegina sulla torta che praticamente ogni anno ogni procura avrà un budget massimo a disposizione per le intercettazioni. Se quell’anno lì ci sono troppi reati in quel posto e quindi il budget finisce perché si son dovuti intercettare molti criminali, le procure resteranno senza fondi per le intercettazioni negli ultimi mesi dell’anno e quindi potranno chiedere ai delinquenti di aspettare a delinquere fino all’inizio dell’anno successivo quando ricominceranno ad avere un budget.
Sono tutte norme, naturalmente, che come potete bene immaginare vanno a difesa della sicurezza dei cittadini per la gioia degli elettori del centrodestra e della Lega che li hanno ancora recentemente votati in massa. Avranno quello che si meritano. Passate parola, buona settimana.

Disobbedienza civile contro la congiura del silenzio – Peter Gomez – Voglio Scendere

Fonte: Disobbedienza civile contro la congiura del silenzio – Peter Gomez – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2010

Dunque ci siamo. Il grande bavaglio alla stampa è pronto. Tra due settimane, dopo le formalità di rito, il Senato licenzierà il disegno di legge Alfano sulle intercettazioni telefoniche. Da un giorno all’altro sui giornali, sulle tv e sul web, non sarà più possibile raccontare le malefatte delle classi dirigenti di un Paese in cui la corruzione, secondo la Banca Mondiale e la Corte dei Conti, costa ai contribuenti più di 50 miliardi di euro l’anno. Nel giugno scorso, forse per evitare che anche in Italia venisse creata la categoria dei desaparecidos, la maggioranza ha modificato il testo originale e ha consentito che almeno il riassunto delle ordinanze di custodia cautelare e degli atti non più coperti da segreto possa essere dato alle stampe. In questo modo, per lo meno, si potrà scrivere che chi non c’è più non è vittima di un sequestro o di una lupara bianca, ma che è finito in galera perché accusato di qualche reato.
Ma se il cronista dovesse citare qualche frase tratta testualmente da quei documenti, o peggio ancora, le trascrizioni delle intercettazioni, sarà punito. E la punizione, durissima, scatterà persino se in pagina dovessero finire i semplici riassunti dei colloqui telefonici. Infatti di quello che gli indagati si dicono tra loro, Silvio Berlusconi e i suoi (ma una norma analoga era stata votata già dal centrosinistra nel 2007) non vogliono che si sappia nulla. La legge sul punto è categorica. Anche se le intercettazioni fossero riportate, come accade nel 90%, in ordinanze di custodia o di sequestro, il giornalista deve far finta che non esistano.

Senza scomodare casi celebri come quello dei Furbetti del Quartierino – in cui gli italiani scoprirono che l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio non era un arbitro imparziale proprio leggendo le intercettazioni – basta pensare che cosa accadrà nelle indagini per droga. Una microspia capta due mafiosi mentre trattano una partita di 100 chili di eroina. I due sono molto abili. La polizia non riesce a documentare lo scambio, ma li sente parlare delle consegne già effettuate e dei soldi da pagare. Scatta l’arresto. I giornali scrivono che sono finiti in prigione, che rispondono di traffico di stupefacenti, ma non possono dire quali prove l’accusa ritiene di avere.
Riflettete allora su un caso concreto di corruzione del Terzo millennio. La storia dell’ex braccio destro di Guido Bertolaso, Angelo Balducci. Tutta l’inchiesta si basa su intercettazioni che, per i pm, dimostrano come l’alto funzionario favorisse alcune imprese legate a doppio filo alla politica. Non c’è un solo testimone. Non c’è una sola gola profonda. Quindi non c’è niente che possa essere riassunto e raccontato. Quando Balducci viene arrestato i suoi sponsor e quelli del suo ex capo Bertolaso (il premier Berlusconi) si mettono così a urlare. Dicono che siamo di fronte a un complotto delle toghe. Nessuno, carte alla mano, avrà modo di sostenere il contrario. Se poi l’indagine dovesse riguardare uno stretto collaboratore del presidente del Consiglio (per esempio Marcello Dell’Utri che si accorda per telefono per incontrare due presunti ndranghetisti) allora il fuoco di fila, amplificato dalle tv, sarà davvero impressionante. Col risultato che tutti, a partire dagli investigatori, di fronte a episodi del genere faranno semplicemente finta che non esistono.

Certo, chi scrive, a suo tempo si è già impegnato con molti altri colleghi a disobbedire a queste norme. La notizia, se è tale, viene prima di tutto. La prospettiva di pagare forti sanzioni pecuniarie per raccontare che, subito dopo il terremoto de L’Aquila, due imprenditori già ridevano pensando agli affari futuri, non ci spaventa. Faremo una colletta. E non ci spaventa nemmeno il rischio di finire in carcere. Chi infatti pubblica intercettazioni non trascritte perché considerate non penalmente rilevanti (ma importanti politicamente o moralmente) verrà punito con la reclusione fino a tre anni. Insomma bastano tre articoli per finire in carcere.

Il problema è che i nostri parlamentari – tra i quali, è bene ricordarlo, siedono una novantina tra indagati, condannati o salvati da prescrizione e amnistia – questa volta l’hanno pensata bene. Da una parte l’autore dello scoop dovrà finire davanti all’ordine dei giornalisti. Dall’altra a pagare (fino a circa mezzo milione di euro) sarà il suo editore. Conseguenza: se “Il Giornale” si ritrova in mano, come è accaduto nel 2006, l’intercettazione non trascritta in cui Piero Fassino dice a Giovanni Consorte “allora siamo padroni di una banca” la pubblicherà (giustamente) sempre. Anche perché Fassino è un avversario della ricchissima famiglia Berlusconi, disposta a pagare qualsiasi cifra, visto che le elezioni sono alle porte. E lo stesso potrebbe fare “Libero” di proprietà dei facoltosi Angelucci o, a parti invertite, “Repubblica” . Insomma chi se lo può permettere farà scrivere, quando conviene, articoli solo contro i “nemici” politici o economici e considererà la multa come un investimento. Il giornalismo si trasformerà così definitivamente in una guerra per bande in cui il contenuti dei giornali non vengono decisi dai direttori, ma dagli editori.

Cosa farà allora “Il Fatto Quotidiano”? Semplice: quando avremo una notizia importante sarà disubbidienza civile. Di fronte alla censura violeremo la legge e lo diremo. Per poi ricorrere alla Corte Costituzionale e alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Nel 2007 Strasburgo ha infatti condannato la Francia per violazione della libertà di espressione. A Parigi due giornalisti erano stati puniti per aver scritto un libro in cui si raccontava il sistema di intercettazioni illegali messo in piedi dall’ex presidente Mitterand. Per la corte avevano sì violato il segreto istruttorio, ma vista la portata della notizia l’interesse dei cittadini a sapere era da considerare preminente. E qualcosa di analogo accade nel 1971 negli Usa. Due giornali pubblicarono documenti coperti da segreto di Stato che dimostravano come il celebre incidente del Tonchino in seguito al quale, di fatto, comiciò la guerra del Vietnam fosse un falso. Allora la Corte Suprema disse che avevano tutto il diritto di farlo. Perché, spiegò l’ottuagenario giudice Hugo Black, “la stampa (dal punto di vista dei Padri fondatori) deve servire ai governati non ai governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il governo”. Così oggi, in Italia, attendiamo anche noi un Hugo Black che spieghi a tutti come stanno le cose.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Il Pompierino dei Piccoli – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Il Pompierino dei Piccoli – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2010

Alla lunga, si sa, i regimi peggiorano anche le persone migliori. Aldo Cazzullo è un ottimo giornalista del Corriere. Due anni fa, quando Uòlter si vantava di non attaccare mai Berlusconi, anzi manco lo nominava, scrisse che era vergognoso sdoganare il conflitto d’interessi. Ma ora che quel conflitto diventa, grazie alle intercettazioni di Trani, il più devastante attentato alla libertà d’informazione nell’Europa del dopoguerra, lui minimizza e fa lo spiritoso. Arriva a sostenere che “la vera notizia da Trani” è che “Berlusconi non se lo fila nessuno” e “la sua struttura di comando è inefficiente”. Forse il Pompierino dei Piccoli non ha mai visto il Tg1 scodinzolino, il Tg5, il Tg2, i tristi cabaret di Studio Aperto, Tg4, Mattino 5 e via strisciando. Forse non ha letto le intercettazioni di Trani. O forse non le ha capite.

Infatti scrive che “Innocenzi non combina nulla” e così Masi, Calabrò, la Vigilanza, l’Authority, la Rai, tant’è che Annozero “è ancora lì”. Strano: a noi risulta chiuso assieme agli altri per l’ultimo mese di campagna elettorale in barba alla legge sulla par condicio. Il Pompierino se n’è accorto, ma crede che la serrata non l’abbia voluta Berlusconi, bensì “un parlamentare dell’opposizione, Beltrami (si chiama Beltrandi, ma fa niente, ndr), appoggiato dalla maggioranza”: tesi curiosa, visto che Beltrandi conta uno, tutte le opposizioni han votato contro e tutta la maggioranza pro.
Lo stesso 10 febbraio 2010, presentando il libro di Vespa, Berlusconi rivendicò l’attentato: “Giusto chiudere quei pollai, mi spiace solo per Porta a Porta”. La prima gallina che canta è quella che ha fatto l’uovo. Del resto aveva già cantato tre mesi prima, il 4 novembre 2009, quando commissionò la strategia all’apposito Innocenzi: “Io farei così, io ho parlato col direttore Masi e con tutti i nostri uomini, perché ho fatto uno studio, non c’è nessuna tv europea in cui ci sono questi pollai. Perché dobbiamo avere queste fabbriche di fango e di odio? Ecco, quel che adesso bisogna concertare è che l’azione vostra sia da stimolo alla Rai per dire ‘chiudiamo tutto’. Non solo Santoro: tutte le trasmissioni di questo tipo”.

Già allora Innocenzi sapeva che a febbraio sarebbe scattato il black out dei programmi giornalistici con la scusa del voto: “Vado in Procura e denuncio Calabrò per scarsa volontà di procedere (contro Annozero, ndr), se no la tira in lungo per due mesi e poi non si fa un cazzo… Questo tra due mesi sospende le trasmissioni, ché ci sono le elezioni”. Temeva di “restare col cerino in mano”, ricordava i suoi ”30 anni di rapporto con una persona (il Banana, ndr)” e il suo “piccolo futuro da preservare” alla corte di Arcore. Così si proponeva di ricattare il presidente dell’Agcom, minacciando di raccontare alla stampa o ai giudici come si era “fatto i cazzi suoi” su alcuni affari trattati dall’Agcom pur di strappargli la firma che autorizzasse Masi a chiudere Annozero.

Se poi né Calabrò né Masi hanno firmato, non è perché il Banana non riesca a farsi obbedire, ma perché le istruttorie aperte dall’Agcom si sono protratte fino alla serrata di febbraio; e soprattutto perché Annozero va in onda per decisione dei giudici, non della Rai, e nessuno dei due voleva firmare una censura illegale che l’avrebbe trascinato in tribunale. Ciò vuol dire che Berlusconi non se lo fila nessuno? Che non è successo niente? Cazzullo faccia uno sforzo e provi a immaginare di essere la firma più letta del Corriere. Chissà come si sentirebbe a lavorare sapendo che l’editore gli tifa contro, non vede l’ora che “faccia la pipì fuori dal vaso” per cacciarlo, sollecita esposti contro di lui, tresca alle sue spalle con politici, amministratori, vigilantes e presunti arbitri. Chissà come reagirebbe se, ogni volta che scrive un pezzo, l’editore gl’inviasse una minaccia di multa fino al 3% del fatturato. Chissà che direbbe se un collega che confonde la penna con l’estintore gli ridesse pure in faccia: “Ma di che ti lamenti? Mica ti hanno cacciato. Su con la vita!”. E chissà quale uso alternativo gli consiglierebbe, per l’estintore.
(Vignetta di Fifo)

Il re è nudo. Il conflitto di interesse sui media travolge Berlusconi | Pietro Orsatti

Il re è nudo. Il conflitto di interesse sui media travolge Berlusconi | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

Vada come vada l’inchiesta di Trani, ormai il re è nudo. Non che non lo fosse prima, ma ora è davvero evidente e una volta per tutte quanto sia profondo il conflitto di interessi incarnato da Silvio Berlusconi. E quale sia il centro di questo colossale conflitto di interessi: il sistema mediatico e radiotelevisivo. Già l’ipotesi per cui è indagato a Trani (per concussione e violenza o minaccia a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario (articoli 317 e 338 del Codice penale), reati che sarebbero stati compiuti ai danni, guarda caso, del Garante per le Comunicazioni, ci mostrano in quali condizioni sia ridotto il nostro sistema informativo.

Altro che editto bulgaro, altro che controllo sovietico dell’informazione. Qui saremmo perfino davanti a vere e proprie intimidazioni nei confronti di un’istituzione, un garante. Per quale ragione? Per bloccare trasmissioni, notizie, giornalisti, conduttori. Ovviamente del servizio pubblico. Tanto il resto è strettamente in mano alla società di famiglia e nessuna commissione di vigilanza (anche se supina) potrà mai sindacare.

Quando il presidente del Consiglio è proprietario di tre canali televisivi, concessionario di numerosi canali digitali, proprietario di una delle più grandi case editrici italiane, proprietario della maggiore concessionaria di pubblicità nazionale, ha il controllo diretto e indiretto (attraverso parenti e società associate) di quotidiani e settimanali, ha una figlia che siede nel cosniglio di amministrazione di Mediobanca che ha quote del Corriere della Sera e inoltre controlla, sempre attraverso Mondadori, gran parte della distribuzione dei giornali in Italia, è stupefacente che si preoccupi di fare pressioni (la procura le definirebbe addirittura “violente”) nei confronti del garante per azzittire quel poco di non allineato che rimane in Rai.

Lo fa perché il re è nudo. Perché sente il fiato sul collo di una crisi politica latente che sta a un passo dall’esplodere ed è tutta interna al centro destra. Lo fa perché non può permettersi che vengano mostrate al pubblico le prove dei suoi innumerevoli fallimenti: dal miracolo di aver resistito alla crisi finanziaria (ci sono milioni di testimoni disoccupati ma invisibili a raccontarlo), il miracolo dell’emergenza rifiuti in Campania, il miracolo del terremoto in Abruzzo, il miracolo dell’immagine internazionale dell’Italia. Tutte fandonie, scenari da fiction, propaganda da minculpop. E per far credere gli italiani a questi miracoli era necessario controllare totalmente, militarmente, l’informazione. Ed è quello che è stato fatto. In ogni modo. Vada come vada l’indagine in corso a Trani.

E la notizia che Berlusconi è indagato a Trani (in buona compagnia, fra cui un membro del Csm) rischia di rimanere invisibile soprattutto sulle testate di quel servizio pubblico che sarebbero state oggetto delle “particolari attenzioni” del premier. Nonostante la sentenza del Tar che ha di fatto (per le televisioni private) ripristinato l’approfondimento politico sulle emittenti televisive il cda Rai ha riconfermato la cancellazione di Anno Zero, Ballarò, Porta a Porta e Ultima Parola.

E forse è questa la prova più evidente del terrore che Berlusconi ha di ogni voce che non sia suddita.

ComeDonChisciotte – DEI REATI E DELLA PUBBLICITA’ DEGLI STESSI

Fonte: ComeDonChisciotte – DEI REATI E DELLA PUBBLICITA’ DEGLI STESSI.

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com

“Il sentimento di giustizia è così universalmente connaturato all’umanità da sembrare indipendente da ogni legge, partito o religione.”
François-Marie Arouet detto Voltaire

Tutta la vicenda che si sta svolgendo a Trani, gira attorno ad un semplice problema: si possono rendere pubblici i reati prima ancora che vengano formalizzati? Questo è il senso degli ispettori inviati dal Guardasigilli Alfano in Puglia, null’altro.
Difatti, è papale che gli ispettori inviati dal Ministero non potranno interferire con l’inchiesta, nemmeno prendere visione degli incartamenti, per quanto hanno dichiarato i magistrati della Procura di Trani.
Dal punto di vista strettamente procedurale, è ovvio che in un Paese normale i primi a venir avvisati delle indagini dovrebbero essere gli interessati: in un Paese normale.

Sbattere il mostro in prima pagina è sempre stata la prassi del giornalismo “di pancia”, quando non sono i giornalisti stessi a crearlo il mostro: vedi la “fattiva collaborazione” del sedicente giornalista Farina nel caso di Abu Omar e quella del “copista” di Genova, che scrisse a se stesso la lettera minatoria delle BR. Guarda a caso, uno scribacchino di “Libero” e l’altro de “Il Giornale”.

C’è da chiedersi perché, da anni, la Magistratura si lasci “scappare” anzitempo i brogliacci delle intercettazioni: è avvenuto in tanti casi, che coinvolgevano sia la destra e sia la sinistra. Berlusconi la fa da padrone in quelle trascrizioni, ma ricordiamo che “sfuggirono” anche le intercettazioni di Fiorani che chiamavano in causa esponenti del PD.
Si può chiudere la faccenda chiamando in causa i giornalisti che “ronzano” intorno alle Procure – il che ipotizzerebbe, al minimo, che qualcuno non abbia rispettato il codice deontologico – ma ci possono essere anche altre ipotesi, poiché le fughe di notizie sono oramai la normalità e non l’eccezione.

Avevamo premesso, sopra, che tutto ciò è anomalo: già, ma in un “Paese normale”.
Proviamo ad ipotizzare l’opposto, ovvero che l’inchiesta di Trani fosse rimasta sepolta negli archivi della Procura, poi fossero stati inviati gli avvisi di garanzia e, solo successivamente, la notizia fosse divenuta di dominio pubblico.

I legali di Silvio Berlusconi sono già scesi in Puglia, per chiedere l’avocazione del procedimento al Tribunale dei Ministri, a Roma.
Si sono mossi ancor prima degli ispettori, mentre il CSM (che ha almeno una sospetta “mela marcia” al suo interno, il giudice Ferri) ha cercato di mettere sotto la sua “protezione” gli inquirenti pugliesi, ed il Presidente Napolitano ha finito, come sempre, d’interpretare la vicenda nella tradizione del miglior cerchiobottismo italiota.

Proviamo ad ipotizzare cosa sarebbe successo in un Paese normale: non sarebbe stata resa pubblica nessuna intercettazione ma, vista la gravità della vicenda – le ingerenze indebite, la concussione o la corruzione di uomini che dovrebbero garantire la pluralità dell’informazione, ecc – nessun Tribunale dei Ministri, o chi per esso, avrebbe negato l’autorizzazione a procedere.
Sicché, dopo l’autorizzazione a procedere, la formalizzazione dell’inchiesta e tutti adempimenti necessari, ci sarebbe stata la pubblicità degli eventi: almeno, la precisazione delle accuse.
Infine, in fase di dibattimento, tutti gli atti sarebbero diventati di pubblico dominio, fino alla sentenza. Da scontare.

In questo modo, nessun “mostro” sarebbe stato sbattuto in prima pagina, non ci sarebbe stata nessuna fuga di notizie e tutti avrebbero compiuto il loro dovere come la legge prescrive.
Piccola parentesi: in un Paese normale, un uomo di governo che si fa beccare con le mani nella marmellata in questo modo, la prima cosa che fa è dimettersi, il giorno stesso.
Fa quasi pena il povero Marrazzo il quale, stante agli atti, l’unico reato che avrebbe commesso sarebbe stato quello d’aver utilizzato l’auto di servizio per i suoi incontri “trasgressivi”. Credendo di vivere in un Paese normale, Marrazzo si dimise.

In un Paese normale di categoria C-29 (per usare un parametro tanto caro agli economisti), in presenza di una simile richiesta d’autorizzazione a procedere, tutto viene inviato al Tribunale dei Ministri: il quale, archivia subito tutto.
Se, invece, è “disponibile” una Procura per archiviare tutto, non si scomoda nemmeno l’Alto Consesso Ministeriale: è il caso delle clamorose rivelazioni svelate dall’intercettazione fra Berlusconi e Saccà, la telefonata nella quale l’allora capo dell’opposizione chiedeva di far lavorare alcune attrici nelle fiction televisive, donne in qualche modo “vicine” – per svariati motivi – a senatori del centro-sinistra, “per riuscire a comprare qualche senatore e far cadere il governo Prodi”. La Procura di Napoli non riscontrò nessuna rilevanza penale in quel fatto: veniamo così a sapere che si possono usare nani e ballerine per “comprare” dei senatori, utilizzando il servizio pubblico (RAI, pagato col canone) ad uso squisitamente privato. Cioè, politico, no…privato…boh!

Qualora la disgrazia delle disgrazie finisca per colpire l’amato premier – ossia che non sia possibile arrestare l’inchiesta e tutto il resto – lo stesso premier va in Parlamento e presenta raffiche di leggi, tutte con “corsie preferenziali” per esser subito approvate, con le quali – utilizzando con sagacia detersivo ed ammorbidente – accorcia le prescrizioni ed allunga i processi.
L’avvocato che scende a Trani, per chiedere l’avocazione a Roma dell’inchiesta, è la stessa persona che va in Parlamento a perorare la legge: sempre lui, Ghedini l’omnicomprensivo, l’uomo che sta in tutte le taglie, dalla small alla extra large, sotto tutti i cieli e smazza leggi e richieste d’avocazione con la precisione di un distributore di merendine.
Ghedini non è un uomo, è un transformer multifunzione: dopo aver soddisfatto la richiesta – “insert coin” – si premono i rispettivi codici, panino e bevanda…pardon, legge da approvare in Parlamento e richiesta d’avocazione in Tribunale. La macchina è perfetta e non sbaglia un colpo: l’unico modo di fermarla è staccare la spina. Oggi una prescrizione, domani un legittimo impedimento, dopodomani uno dei tanti “lodi” incostituzionali (tanto per prender tempo), fin quando la coperta della prescrizione – lavata e ri-lavata, così ristretta da diventare uno scendiletto – non manderà tutto al macero.
Cosa fa, allora, la Magistratura?

Secondo i sodali del premier, si tratta di “giustizia ad orologeria”: beh, con tutto quel che ha detto, negli anni, al telefono Berlusconi, in un Paese normale quel congegno ad orologeria avrebbe per lo meno fatto saltar per aria un’atomica.
E quel che ha fatto? Saranno stati contenti i pugliesi i quali – quando pagavano il ticket – finivano per concedere anche la “sovrattassa P”, ossia quella che consentiva a Tarantini di pagare le puttane di Berlusconi?
E, questo, manda all’aria un vecchio assioma – ossia che il politico debba essere ben pagato per non cedere alla corruzione – poiché, se uno come Berlusconi deve ricorrere ad un corruttore per una puttana…non può pagarsela da solo?!?
Ma, anche in questo caso, non c’è reato: Tarantini sarà un corruttore, ma…chi corrompeva?
Ad osservare questo bel panorama, ci sono i magistrati: promuovono delle intercettazioni per scoprire un giro d’usura e finiscono nella rete, per altri motivi, il direttore del TG1, un membro dell’Agenzia che dovrebbe tutelare l’imparzialità dell’informazione, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Letta, altri personaggi mica tanto “minori” e sempre lui, il capataz del sultanato Chigi/Grazioli.
Allora: quale può essere l’intento della Magistratura in questo bel quadretto?

Sono, ovviamente, tutti comunisti; osservateli bene quando escono dai Tribunali, ma non fatevi fuorviare: sotto pastrani e gonnelle, celano libretti di Mao, Kalaschnikov e bombe a mano.
Questa pletora di comunisti mangiatori di bambini, ringhiosi nemici del premier perché invidiosi della sua ricchezza, veri e propri Torquemada del nostro tempo, stanno semplicemente interpretando non la giustizia (quella, è sparita da tempo), bensì il senso di Giustizia che ancora rimane, negletto, nello Stivale.
Già sapendo che gli artifizi legali del premier riusciranno, alla lunga, ad avere la meglio sul loro paziente lavoro di ricostruzione degli eventi – e che non ci sarà mai un tribunale imparziale in grado di giudicarlo, oppure se lo farà sarà solo per vedere sprofondare tutte le carte nella prescrizione – ci mostrano non quello che è, bensì quello che potrebbe essere. Se vogliamo, la pura “virtualità” delle Giustizia: fra un po’, saranno ridotti a celebrare i processi su Second Life.

Perciò, non scorgiamo nessun “tradimento” se le carte affiorano prima del processo: anche perché quel processo non giungerà mai oppure, nel migliore dei casi, con mille mezzucci gli incartamenti saranno tutti passati nella scolorina.
Non sarà un Paese normale l’Italia ma, fra il sapere ed il non sapere, è almeno meglio sapere.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/03/dei-reati-e-della-pubblicita-degli.html
17.03.2010

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

Antimafia Duemila – L’ossessione televisiva

Fonte: Antimafia Duemila – L’ossessione televisiva.

di Curzio Maltese – 15 marzo 2010
La televisione conta poco o nulla nel consenso a Berlusconi? A parlare dei processi e degli scandali che riguardano il premier gli si fa soltanto un favore?

Invece di rompere le tasche da anni a noi «antiberlusconiani», i professorini di liberalismo dovrebbero spiegare questi concetti al diretto interessato. Dalle intercettazioni pubblicate da Il Fatto e riprese da tutti, pare infatti che il Cavaliere non si occupi d´altro che di controllare la televisione e i suoi controllori.
Le intercettazioni rivelano la totale sottomissione di funzionari e dipendenti pubblici a un capo politico.
Mentre il Pil crolla e i conti peggiorano il premier trascorre le serate a trovare il modo di chiudere le trasmissioni non gradite.
Mentre il Pil crolla e i premi Nobel per l´economia pronosticano la bancarotta dello Stato italiano, il presidente del Consiglio trascorre le serate a «concertare» con il commissario dell´Agcom Giancarlo Innocenzi e con altri sottoposti il modo di chiudere Annozero, si sbatte per impedire in futuro l´accesso agli studi Rai a Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro, ordina l´oscuramento perpetuo di Antonio Di Pietro, perde perfino tempo a spiegare a Minzolini che cosa deve dire nell´editoriale del giorno dopo. Tutto purché non passi nel servizio pubblico una mezza informazione sui processi e gli scandali che lo riguardano. Al resto, ci pensano i fidi direttori dei tiggì.
È un concentrato nauseabondo di regime quello che emerge dai dialoghi al telefono. Un padrone ossessivo e dittatoriale che impartisce ordini pazzeschi a un branco di servi contenti. Nel novembre scorso, alla vigilia di una puntata di Santoro dove figura fra gli invitati, Maurizio Belpietro, classico giornalista da riporto, telefona al padrone per informarlo che si parlerà del caso Mills. Berlusconi diventa una furia, chiama il suo uomo all´Autorità delle Comunicazioni, Innocenzi, e gli affida la missione di impedire la messa in onda del programma. Innocenzi chiama il direttore generale della Rai che un po´ si lamenta («nemmeno in Zimbabwe») ma poi illustra allo sprovveduto censore il sistema per bloccare Santoro. In futuro però, perché per impedire la messa in onda la sera stessa bisognerebbe fare un golpe. Ipotesi ancora prematura. Nel frattempo il premier del fare ha già sparso minacce e pressioni per mezza Italia e inviato in missione Letta da Calabrò, presidente dell´Autorità. Un copione simile si rivede ogni volta che Annozero affronta le questioni giudiziarie del premier, per esempio nei giorni della deposizione del pentito Spatuzza. In questo caso scatta anche la rappresaglia sotto forma di editoriale di Minzolini. Quello che teme chi vuole dimezzarne la professionalità. Ponendo un affascinante quesito matematico: si può dimezzare lo zero assoluto?
Ma qui nello Zimba, nemmeno Zimbabwe, si può tutto. Nessuno si scandalizza. Il direttore del Tg1 sostiene che sia normale per un giornalista prendere ordini dal presidente del Consiglio. «Altrimenti che giornalista sarei?». Quando si dice una domanda retorica. I professori di liberalismo invitano, come sempre quando si tratta di persone di rispetto, a non criticare (ovvero: «linciare») nessuno prima che siano provati i reati in maniera definitiva. Quindi, mai. In Italia infatti i processi a potenti da decenni non giungono a sentenza definitiva. In compenso la libera informazione italiana può sempre sfogarsi mettendo alla gogna mediatica qualsiasi anonimo poveraccio incappato in un´indagine su un delitto di periferia, senza suscitare le ire dei garantisti nostrani. Così com´è un costume diffuso in Europa, nel Nord America e finanche in molte democrazie africane e asiatiche, esprimere giudizi etici e politici sui comportamenti delle figure pubbliche addirittura – sebbene alcuni opinionisti indigeni non lo crederanno mai – in assenza di veri e propri reati.
Se dalle intercettazioni e dai comportamenti concreti del commissario Innocenzi e del direttore Minzolini, funzionario e dipendente pubblico, emerge una totale sottomissione a un capo politico, non c´è alcun bisogno di aspettare l´esito dell´inchiesta di Trani per dare un giudizio del loro operato. Almeno se si vuole continuare a fingere di essere un paese normale.
Peraltro, a volte queste cose accadono anche in paesi meno normali. Tanto per rimanere in tema, tre anni fa a Bulawayo l´arcivescovo Pius Ncube, anche in seguito alla protesta dei fedeli, rassegnò le dimissioni per potersi difendere «più liberamente e senza coinvolgere la Chiesa» in un processo per reati sessuali. Bulawayo è nello Zimbabwe.

Tutti gli uomini del presidente | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

Fonte: Tutti gli uomini del presidente | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

Nome per nome ecco la squadra che imbavaglia l’informazione . Contro Santoro, Berlusconi diceva a Innocenzi (Agcom): “Elabora una strategia e aprite il fuoco”. E il vicepresidente della vigilanza Lainati ricordava: “Sono un soldato”. Ferri (Csm) indicato come il consulente che dava una veste giuridica ai documenti usati nella “strategia” contro Annozero.

Non c’è solo l’Agcom nella squadretta di manganellatori messa in piedi sotto il comando di Silvio Berlusconi per azzittire gli show politici sulla Rai. A Il Fatto Quotidiano risulta che numerose intercettazioni trascritte dalla Guardia di Finanza riguardano la Commissione di vigilanza sui servizi radiotelevisivi. In particolare un ruolo chiave nella “strategia” messa in piedi da Silvio Berlusconi per arrivare allo stop di Michele Santoro (una vera ossessione per il Cavaliere) lo riveste Giorgio Lainati, deputato del Pdl e vicepresidente della Commissione. Questo ex giornalista Mediaset promosso dal padrone deputato nel 2001 è sempre stato un bulldog degli interessi del Cavaliere nel Parlamento. Quando il commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi (il coach della squadretta del presidente) deve riunire tutti i fedelissimi insediati nei gangli dell’informazione, è proprio Lainati il primo della lista. Innocenzi entra in fibrillazione alla fine di novembre quando si scopre che Santoro, dopo la puntata con Patrizia D’Addario, dopo la trasmissione incentrata sul sottosegretario Nicola Cosentino e la camorra, ora sta preparando un focus sul caso Berlusconi-Mills. Più che il commissario dell’Autorità Garante delle Comunicazioni, sembra il commissario tecnico della squadretta del suo padrone e dirama le convocazioni per un incontro urgente.

Il presidente del Consiglio gli ha dato un incarico preciso: “Elaborare la strategia per arrivare alla chiusura di Annozero ma anche di Ballarò’e magari di Parla con me”. Innocenzi chiama subito la sua sporca mezza dozzina per organizzare un incontro. Da vero pasdaran della causa che arriva a dire: “Per me conta solo una persona”, cioè l’amato Berlusconi (da lui definito indifferentemente “Capo” o “Padrone”) si lancia ventre a terra a caricare “gli uomini del presidente”.

All’appello dei fedelissimi registrato dagli investigatori i convocati sono il direttore generale della Rai, Mauro Masi; il consigliere di amministrazione dell’azienda pubblica , Alessio Gorla e – difficile anche solo a immaginarsi – un magistrato importante: Cosimo Ferri. Proprio lui il potente presidente della settima commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, quella che stabilisce gli incarichi direttivi. Innocenzi lo convoca ogni volta che c’è da prendere una decisione importante. Per esempio, prima di preparare le due lettere che dovevano essere inviate dall’Agcom e dal direttore generale della Rai Mauro Masi per soffocare in una tenaglia Annozero, Innocenzi chiede al consigliere della Rai Alessio Gorla (che subito le fornisce in via riservata) le carte che servono a Cosimo Ferri. Nei fedeli resoconti al premier delle sue attività, Innocenzi cita sempre Cosimo Ferri come uno degli uomini che stavano dando una mano per supportare con adeguate motivazioni legali la strategia per colpire i nemici mediatici del Cavaliere. Innocenzi riferisce a Lainati tutte le sue mosse. Gli racconta di avere chiamato il direttore generale della Rai Mauro Masi, il consigliere di amministrazione della concessionaria pubblica, Alessio Gorla e di avere comunicato a tutti l’obiettivo: “Bisogna trovare una soluzione per evitare che Santoro faccia il processo Mills”. Nelle telefonate è citato spesso ma non appare mai il presidente dell’Agcom. Mentre il suo braccio destro, Roberto Viola, è in contatto continuo con Innocenzi e funge da pontiere tra i due. Comunque a giudicare dai risultati, tra tutti proprio Giorgio Lainati, si rivelerà il giocatore decisivo della partita. Alla fine, dopo mille fallimenti e mille lavate di capo del capo ai suoi “killer” pasticcioni e incapaci è stata proprio la commissione di vigilanza a regalare l’assist vincente che ha permesso all’Agcom di segnare il goal. Il provvedimento firmato dall’Autorità (e annullato dal Tar due giorni fa) che è riuscito a ottenere l’oscuramento di Annozero, Ballarò e delle altre trasmissioni politiche durante la campagna elettorale delle regionali, infatti, è stata l’attuazione di un regolamento approvato dalla Commissione di Vigilanza il 10 febbraio scorso. Quel regolamento, è stato censurato implicitamente dai giudici amministrativi che non potevano certo annullarlo senza scatenare un conflitto tra potere giudiziario e legislativo.

Ma nella motivazione dell’annullamento dell’atto dell’Agcom è evidente la censura per un regolamento parlamentare che impone di applicare a tutte le trasmissioni preelettorali le severe regole delle tribune. Non c’è dubbio che il protagonista di quella partita, l’uomo che ha promosso e difeso contro ogni critica il regolamento che imbavaglia gli show politici pubblici lasciando campo libero a quelli privati del suo ex datore di lavoro, è proprio Lainati. Quando Innocenzi lo chiama dopo l’ennesima trasmissione di Michele Santoro indigesta al Capo, il vicepresidente della commissione parlamentare che dovrebbe garantire l’informazione corretta a tutti i cittadini risponde: “Io faccio il soldato, voi ditemi quello che devo fare e io lo faccio”.

Lainati è il pasdaran della squadretta e morde il freno quando lo chiamano per la battaglia. È infuriato anche con il Cavaliere che continua a scegliere uomini troppo mosci, come Fabrizio Del Noce o Mauro Masi, che lui chiama Alice nel paese delle meraviglie. È colpa del presidente del Consiglio che li ha messi in quei posti se la meta non arriva. E Santoro riesce ad andare in onda. Dopo la puntata di Annozero sul caso Mills è lui stesso a proporre a Innocenzi: “Facciamo un esposto e vediamo cosa riuscite a farci poi voi dell’Agcom”. I due organizzano subito un incontro con i parlamentari del centrodestra più vicini. L’ex sottosegretario alla Giustizia Iole Santelli, oggi membro della commissione di Vigilanza anche lei, risponde alle convocazioni e alle telefonate prontamente. Ma anche il presidente della commissione parlamentare, Alessio Butti, e il leghista Davide Caparini, a sentire Innocenzi e Lainati, sono d’accordo. Chissà se è tutto vero quello che dicono al telefono, una cosa è certa, alla fine la commissione di Vigilanza riuscirà nel suo obiettivo.

da Il Fatto Quotidiano del 14 marzo 2010

Quelli del “curriculum made in Silvio”

Masi, Innocenzi & Co, guarda che coincidenze

Non bisogna stupirsi se il capo della Rai, (concorrente delle reti di Berlusconi), il numero due della commissione di vigilanza sulle tv, il commissario che dovrebbe controllore Mediaset e il consigliere della Rai che dovrebbe combatterla si muovono all’unisono per chiudere Santoro, danneggiare l’azienda pubblica e avvantaggiare il leader del Pdl in un colpo solo. Tutti quanti sono ex dipendenti del Cavaliere. L’elenco inizia con Giancarlo Innocenzi, 65 anni, già direttore dei servizi giornalistici di Canale 5, Rete 4 e Italia1, poi parlamentare e infine sottosegretario alle comunicazioni di Forza Italia, promosso per la sua indipendenza al ruolo di membro dell’autorità garante delle comunicazioni nel 2005. Nelle intercettazioni definisce Berlusconi “Il grande capo”.

Non solo, nel 2007, quando Romano Prodi traballa sulla sua poltrona di presidente del consiglio, cerca in tutti i modi di dare una spallata al suo Governo. Insieme a un produttore cinematografico, che la sua autorità dovrebbe controllare, cerca di “comprare” in qualche modo il voto del senatore di centrosinistra Willer Bordon. Per blandirlo (senza successo) il produttore, su input di Innocenzi, propone alla moglie di Bordon, una brava attrice, una parte nella fiction prodotta da De Angelis, Incantesimo. A coordinare la manovra, stando a quanto racconta Innocenzi stesso al telefono mentre è intercettato insieme all’ex capo di Rai fiction Agostino Saccà, è lo stesso Silvio Berlusconi che oggi rimette in pista il vecchio “Inox” per chiudere Annozero. Alle riunioni per elaborare “la strategia per chiudere Santoro” nella sua casa vicino a San Pietro, Innocenzi convoca anche un altro ex manager della Fininvest: Alessio Gorla. È Gorla a svolgere il ruolo di ponte tra Innocenzi e la Rai. È lui a fornire al commissario dell’Agcom le carte utili per far scrivere al presidente dell’Autorità una lettera pepata contro Michele Santoro. Gorla, a 73 anni è stato premiato con la poltrona di consigliere della Rai dopo avere rivestito cariche manageriali nel gruppo Fininvest.

Nel 1994 è entrato in Forza Italia e ha coordinato la campagna elettorale del partito. Passato in Rai come direttore delle risorse è stato pensionato nel 2006 e richiamato in consiglio lo scorso anno. Anche il direttore generale della Rai, Mauro Masi, prima di cercare in ogni modo di eliminare dal video i suoi rivali mediatici, è stato dipendente di Berlusconi come segretario generale di Palazzo Chigi. Infine Giorgio Lainati, l’uomo che si definisce un soldato nelle intercettazioni della Procura di Trani e che si lamenta contro Mauro Masi e contro i precedenti direttori generali che non sono riusciti a chiudere Annozero nonostante sette esposti presentati (non solo da lui) dalla Commissione di Vigilanza, quel Giorgio Lainati che oggi è vicepresidente della Commissione di vigilanza sulla Rai, per anni è stato un dipendente proprio di Mediaset. Prima di essere eletto nelle file di Forza Italia in Parlamento è stato giornalista di Studio Aperto e Canale5.
da Il Fatto Quotidiano del 14 marzo 2010

IL REATO SI FA STATO | BananaBis

Fonte: IL REATO SI FA STATO | BananaBis.

di Antonio Padellaro

Dopo aver letto il Fatto molti dicono: sapevamo tutto ma non c’erano le prove. Adesso le prove ci sono. L’inchiesta della Procura di Trani ricostruita da Antonio Massari è un documento nitido e conseguente in ogni suo passaggio sul potere assoluto dell’illegalità in Italia. Il reato che si fa Stato. Davvero esemplare quanto dichiarato dall’onorevole avvocato Longo, luminare dei codici e delle pandette al servizio di Berlusconi che, interpellato sulle pressioni esercitate dal premier per bloccare Annozero, ha così sorriso: se lo avesse fatto davvero sarebbe stato encomiabile visto che è una trasmissione noiosa. È il tono canzonatorio di chi sa che tutto è concesso al suo onnipotente cliente e alla vasta e addomesticata corte di ben retribuiti corifei, legulei e burocrati un tanto al chilo. Sembrava dirci, Longo: nessuno può fermarci e tantomeno un piccolo pm pugliese. Del resto, costoro ti ridono in faccia se provi a denunciare lo scandalo di un’Autorità creata indipendente e a garanzia dei cittadini ma non più tale dopo che un suo membro, per giunta recidivo, viene colto mentre trama con i suoi simili Rai per stroncare trasmissioni e conduttori su mandato del suo vero padrone. E che dire del direttore del Tg1 che rivendica il suo diritto a dire e a fare ciò che più gli aggrada con il piglio del gerarchetto: “Io tirerò diritto”. Lo strapotere arrogante che vanta devianza e impunità non nasce per caso. Ad alcuni leader che oggi a Roma si rivolgono a una piazza come sempre generosa di speranze bisognerebbe chiedere dove diavolo erano quando il piccolo autocrate si sistemava al meglio affari e conflitti d’interesse senza che alcuno nel centrosinistra facesse qualcosa per fermarlo.

Oggi leggeremo sui giornali padronali le solite veline sulla giustizia a orologeria. Si tenterà in tutti i modi di ridicolizzare l’inchiesta e chi l’ha condotta, magari denunciando il colore dei suoi calzini. Lo sanno bene che l’unico vero pericolo può venirgli addosso dai tanti piccoli giudici che fortunatamente non si fanno intimidire. Quelli che scavano nella corruzione delle grandi opere. Quelli che portano alla luce i rapporti tra membri del Parlamento e crimine organizzato. Quelli che non si fanno complici di pasticci sulle liste elettorali. Quelli, infine, che svelano ciò che tanti sapevano ma facevano finta di non vedere.

da Il Fatto Quotidiano del 13 marzo 2010

Blog di Beppe Grillo – Colpo di Stato

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Colpo di Stato.

Da questa notte l’Italia non è più, ufficialmente, una democrazia. Napolitano ha firmato il decreto della legge interpretativa del Governo che rende alcuni italiani più uguali degli altri. Le leggi d’ora in poi saranno interpretate, ogni volta che converrà a loro, da questi golpisti da barzelletta e, alla bisogna, interverrà un presidente della Repubblica che dovrebbe essere messo sotto impeachment per alto tradimento.
Napolitano ha firmato di notte, di fretta, mentre gli italiani dormivano (forse per una volta si vergognava anche lui). Le liste elettorali senza firme, con firme non autenticate, liste neppure presentate, le liste porcata sono state interpretate, riverginate. Formigoni e Polverini sono stati riammessi. Una qualunque lista dell’opposizione con il più piccolo vizio di forma sarebbe stata respinta. Siamo in dittatura. Sembra strana questa parola detta all’inizio di una nuova primavera: “dittatura“.
La magistratura è fuori gioco. Il Parlamento è fuori gioco. Le leggi, anzi i decreti legge del Governo, sottratti alla discussione parlamentare, sono la norma. La firma di Morfeo Napolitano è sempre scontata. E ora, persino l’interpretazione delle leggi è soggetta a Berlusconi, è compito del Governo. Io Berlusconi, io La Russa, io Cicchitto, io Maroni, io Gasparri, io Napolitano… io sono io e voi, cari italiani, miei sudditi, non siete un cazzo. Io emano le leggi, le interpreto e regno.
I ragazzi del MoVimento 5 Stelle hanno raccolto firme per la strada, valide, autenticate per mesi durante questo gelido inverno. Senza un soldo di finanziamento, tutto di tasca loro. E sono stati ammessi in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Campania. Formigoni e la Polverini se venissero eletti, non avrebbero nessuna legittimità e i primi a saperlo sono proprio loro. Nessuna legge regionale in Lombardia e nel Lazio potrebbe essere ritenuta valida dai cittadini. Il lombardo e il laziale a questo punto avranno il diritto sacrosanto di interpretare le leggi come cazzo gli pare.
Da oggi inizia una nuova Resistenza, l’Italia non è proprietà privata di questi scalzacani. Questa legge porcata in un certo senso è un bene. Ora è chiaro che il Paese si divide in golpisti e democratici. Noi e loro. La Grecia è vicina e forse ci darà una mano. Tloc, tloc, tloc. Girano le pale. Tloc, tloc, tloc. Si scaldano gli elicotteri.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Se sarà “golpe” è anche colpa nostra | Pietro Orsatti

Fonte: Se sarà “golpe” è anche colpa nostra | Pietro Orsatti.

“Esterefatto”. Questo il termine utilizzato da uno dei tanti italiani che vivono all’estero e con i quali sono in contatto via mail da anni. “Lo scandalo del riciclaggio. Quello dei grandi eventi. le notizie false in tv sul processo Mills. Il processo sulla trattativa. Le trasmissioni di approfondimento della Rai chiuse. E ora questa farsa dei candidati Pdl alle regionali. Sono esterefatto. Ma come potete tollerare tutto questo? Qui, per una frazione di quello che sta accadendo in Italia sarebbero tutti a casa a nascondersi per la vergogna”. Il “qui” da dove scrive il mio amico non è la Svezia, o la Germania e tantomeno gli Stati Uniti. Chi mi scrive vive in Brasile, per l’esattezza nella più grande città italiana del mondo, Sao Paulo. “Esterefatto”. Non dagli scandali, dalla corruzione, dal malaffare, dall’arroganza di quella maggioranza politica che ci governa. È esterefatto da noi, che tolleriamo, che non ci ribelliamo. Di noi assuefatti a qualsiasi nefandezza. Di noi che brontoliamo, casomai scriviamo una nota incendiaria su Facebook ma poi subiamo, non diamo seguito alle nostre parole. Uno sfogo qua e là e poi tutti a casa.
Proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se il Tar non accogliesse i ricorsi del Pdl nel Lazio e in Lombardia. Il governo ha già fatto trapelare la possibilità di due soluzioni che tecnicamente consentirebbero il reintegro di due liste presentate irregolarmente. La prima ipotesi è un decreto che modificherebbe le regole a partita in corso (regole oltretutto scritte dall’attuale maggioranza che poi per prima non ha rispettato). La seconda ipotesi invece sposterebbe il voto a aprile o maggio prorogando governatori già decaduti e spostando le elezioni a campagna elettorale già aperta. In entrambe i casi si tratterebbe di forzature di tale portata (anche perché imposte senza un accordo di tutte le forze politiche) da avere una connotazione eversiva.
Nel caso si allungasse a dismisura la campagna elettorale, poi, ci troveremmo davanti al prolungamento all’infinito dell’attuale interpretazione autoritaria e censoria delle regole della par condicio. Mesi di assoluto silenzio. Tramissioni televisve chiuse all’infinito. Bavaglio a tutta l’informazione radio televisiva. Libertà di informazione e espressione? Un optional.
Il vuoto di informazione televisiva, l’unica che davvero conta, prorogata per mesi. A elezioni in corso, a inchieste su affari, corruzione, criminalità e politica in corso.
E noi qui, assuefatti.
È uno dei momenti più oscuri della nostra storia repubblicana. E la colpa non è solo di Berlsuconi, del Pdl, della maggioranza. È anche colpa nostra che lo abbiamo consentito.

Antonio Ingroia: “Giustizia e diritti: in Italia c’è un’emergenza democratica”

Fonte: Antonio Ingroia: “Giustizia e diritti: in Italia c’è un’emergenza democratica”.

Viterbo – Lo ha detto il magistrato Antonio Ingroia a “Il Sal8 delle 6”

“L’Italia si trova in una vera e propria emergenza democratica che, con il passare del tempo, anziché attenuarsi continua ad aggravarsi”.
E’ quanto sostenuto ieri sera a Viterbo dal procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, Antonio Ingroia a margine della manifestazione “Il Sal8 delle 6” organizzato dall’amministrazione provinciale per la presentazione del libro “C’era una volta l’intercettazione”, scritto dallo stesso Ingroia.

“C’è un’emergenza democratica in Italia – ha spiegato – perché sono sotto attacco e sotto assedio alcuni punti cardine della nostra Carta Costituzionale: il principio dell’autonomia della magistratura, che una parte della classe dirigente vorrebbe sottoporre al controllo del potere politico; il diritto di cronaca, con continue minacce di sanzioni ai giornalisti e alle testate, soprattutto a quelle ritenute non amiche; il principio dell’uguaglianza tra i cittadini, come sta avvenendo con l’introduzione del processo breve, che sottrae all’autorità giudiziaria chi può permettersi di trascinare per anni i processi fino alla loro estinzione”.
“Quello che s’intende introdurre, perché serve a qualcuno e non alla società, non è il processo breve ma la morte veloce del processo. Anzi è l’eutanasia del processo”. “Siamo davanti a una vera e propria truffa delle etichette – ha aggiunto Ingroia – che con un nome tranquillizzante qual è la brevità del processo, finirà per negare ai cittadini il diritto di vedere concludere i procedimenti con una sentenza di merito, che sarà sostituita da una dichiarazione di morte del processo”.

Ingroia ha aggiunto: “Siamo tutti d’accordo sulla necessità di stabilire un tempo massimo entro il quale si debba concludere un processo, ma prima dobbiamo mettere le procure e i tribunali in condizioni di svolgere la loro funzione al meglio. Gli uffici giudiziari – ha sottolineato – sono mediamente il 30 per cento al di sotto dell’organico, in alcuni casi, come quelli di Gela ed Enna, la carenza arriva al 100 per cento. E’ chiaro che in tali situazioni, riscontrabili un po’ in tutta Italia, il processo non si vuole abbreviare ma estinguere”.
Secondo Ingroia, per uscire dall’emergenza democratica “è necessaria una mobilitazione dal basso dell’opinione pubblica, come quella che portò alla cosiddetta Primavera di Palermo, che svegliò le coscienze della gente sul dilagare del potere mafioso”.
“I propositi contenuti nel cosiddetto ‘decalogo di Reggio Calabria’, il piano in dieci punti deciso dal governo per contrastare le organizzazioni criminali, è apprezzabile. Speriamo che dai buoni propositi si passi al più presto ai fatti concreti”.
“Sono dieci anni – ha aggiunto il magistrato – che chiediamo l’adozione di un codice antimafia. Ora sembra che anche il governo voglia introdurlo attraverso un testo unico delle leggi contro la criminalità organizzata. Il mio giudizio è positivo anche per la creazione di una mappa nazionale delle organizzazioni criminali e di un’agenzia che si occupi dei beni confiscati alla mafia, alla ‘ndrangheta e alle altre organizzazioni criminali”. Secondo il magistrato è però necessario che quanto previsto “sia tramutato al più presto in norme di legge”.

Ciancimino junior è attendibile quando parla di un accordo tra la mafia e alcuni pezzi dello Stato. Non posso essere più esplicito – ha continuato Ingroia – perché lo stesso Ciancimino, all’inizio della prossima settimana deve essere interrogato come testimone nel processo contro il generale Mori e altri in corso a Palermo”.
“Ciancimino – ha aggiunto il magistrato – non è né un pentito né un collaborante ma solo un semplice dichiarante. E le indagini condotte sulle sue affermazioni hanno confermato la sua attendibilità”.

Fonte: ViterboOggi, 30 gennaio 2010

Articolo 21 – Giù le mani dalla rete. Firma l’appello

Firmate, firmate, firmate…

Fonte: Articolo 21 – Giù le mani dalla rete. Firma l’appello.

GIU’ LE MANI DALLA RETE

Il Decreto legislativo del governo, che contiene nuove regole sulla Televisione e sui media, si è abbattuto con violenza sulla scena della comunicazione italiana, già segnata dalla concentrazione e dai conflitti di interessi.

E’ di una gravità inaudita. Mette in discussione la libertà di informare e di essere informati. Blocca qualsiasi possibilità di sviluppo moderno del paese.

Da una parte, contiene la secca riduzione dell’obbligo per le emittenti nazionali di produrre film ed audiovisivi italiani ed europei; dall’altra, estende a dismisura gli spazi per la pubblicità, fino a determinare i contenuti stessi dei programmi e delle opere audiovisive. Infine, viene subdolamente aggredita la libertà di operare in Rete.

In pratica, viene evocato un incisivo intervento dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, per estendere la normativa sul “copyright” anche ai fruitori dei servizi indipendentemente dalla piattaforma di trasmissione utilizzata (abolendo così la “neutralità della rete” tutelata a livello internazionale!).

Quindi, viene esteso l’obbligo di rettifica anche ai telegiornali trasmessi sul WEB e fruiti a richiesta.

Infine, il Decreto concede al Ministero competente il potere di autorizzare la fornitura di immagini attraverso Internet.

Dobbiamo battere questa tendenza! E’ autoritaria e, per di più, impraticabile. Serve, invece, una vera e propria Carta dei Diritti e dei Doveri per la “Cittadinanza digitale”. La Rete è un bene comune e un fondamentale diritto costituzionale.

Chiediamo al governo di cancellare dal testo del Decreto le norme censorie sul WEB.

Per queste ragioni, chiediamo a tutte le cittadine e a tutti i cittadini di sottoscrivere questo documento

FIRMA L’APPELLO E GUARDA I NOMI DEI FIRMATARI

Borsellino, l’intervista nascosta: Palermo ritrova la voce antimafia

Borsellino, l’intervista nascosta: Palermo ritrova la voce antimafia.

Tutto esaurito per la presentazione del Dvd del “Fatto”

“Mi auguro che chiunque vuol fare chiarezza su una delle pagine più buie della nostra Repubblica non sia criminalizzato, questa iniziativa e altre analoghe pertanto sono per me e i miei figli un atto di amore”. Agnese Borsellino ha definito un atto d’amore l’iniziativa del Fatto Quotidiano che mercoledì sera ha presentato a Palermo in anteprima il dvd Paolo Borsellino, l’Intervista Nascosta. Il filmato integrale mai trasmesso in tv, della famosa intervista che il magistrato rilasciò ai colleghi francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo due giorni prima della strage di Capaci e 61 giorni prima di essere ucciso, acquistabile da oggi con il Fatto. Un incontro vigilato da uno spiegamento massiccio delle forze dell’ordine e partecipato da un fiume di persone. Anche quando ogni posto era esaurito, tanti giovani sono rimasti immobili sulla piazza antistante, nonostante la pioggia, con la speranza di poter entrare. Una speranza che non poteva restare disattesa. Così, appena la sala si è svuotata, l’incontro è stato in parte ripetuto. Una testimonianza di condivisione di un giornale che si limita a raccontare i fatti senza chiedere il permesso a questo o a quel partito, a questo o a quel potentato, a raccontare un bisogno profondo di verità di passione civica, ma anche la necessità di manifestare solidarietà a Marco Travaglio, a tutta la redazione del Fatto Quotidiano e al suo direttore Antonio Padellaro, indicati come “mandanti morali” del lancio al premier della statuetta del Duomo da parte di una persona affetta da gravi disturbi psichici . “Quello che vorremmo è un paese normale in cui fosse normale scrivere e manifestare le proprie opinioni, in cui a farla da padrone fosse il confronto civile e non certe dimostrazioni di barbarie politica”, ha detto Padellaro nel suo intervento preceduto dalla introduzione dell’autrice di questo articolo a cui Agnese Borsellino, donna discreta e restia ad ogni forma di protagonismo, impossibilitata a partecipare a causa di seri motivi di salute, aveva voluto consegnare una lettera densa di emotività ma anche di denuncia politica.


Presenti alcuni magistrati della Procura di Palermo, Nino Di Matteo e Roberto Scarpinato, Andrea Tarondo pm di Trapani e Franca Imbergamo giudice a Caltanissetta, che non hanno voluto rinunciare ad esserci nonostante il clima da coprifuoco psicologico che si respira nel paese. Marco Travaglio si è chiesto cosa sarebbe accaduto a Paolo Borsellino se quell’intervista l’avesse rilasciata oggi, se oggi, avesse consegnato quei documenti a dei giornalisti. Di certo, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stato inserito nella lunga lista delle toghe rosse, dei magistrati sovvertitori della volontà popolare, lui che semmai era una toga nera a riprova che l’imparzialità di un magistrato è al di sopra delle opinioni politiche personali. La presenza di così tanti giovani sinceramente, evidentemente impegnati nella costruzione del proprio futuro, impregnato di rispetto per le persone e per le regole, è stata
la rappresentazione di un paese soffocato dalla propaganda martellante che ogni giorno senza sosta arriva nelle case, nei bar, nei ristoranti dalla reti televisive di proprietà di Berlusconi e da quelle controllate da Berlusconi, presidente del Consiglio. E di fronte alle loro facce pulite, ai loro sguardi attoniti, spesso bagnati dalla commozione, il testamento di Borsellino: “Bisogna continuare a fare il proprio dovere nonostante i rischi e i pericoli che questo comporta perché la ricerca della verità porta con sé il livello di dignità di cui ognuno di noi dispone” si è trasformato in impegno urgente.



Sandra Amurri (il Fatto Quotidiano, 18 dicembre 2009)

Blog di Beppe Grillo – Nessuno tocchi il soldato Travaglio!

Nessuno tocchi il soldato Marco Travaglio su Facebook

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Nessuno tocchi il soldato Travaglio!.

Marco Travaglio è un giornalista, sembra poco, invece, in Italia, è molto, moltissimo. Un giornalista libero che non vive dei contributi dello Stato, delle tasse di operai e impiegati. Come ad esempio fanno i mantenuti Ferrara del Foglio, Polito del Riformista e Belpietro di Libero. Travaglio è esile, non ha la scorta, scrive di fatti documentati. Se un centesimo degli scritti dei suoi libri fosse falso sarebbe in carcere da un decennio. Per poter continuare a scrivere ha dovuto fare un suo giornale, Il Fatto Quotidiano, che non è, come tutto il resto della stampa, a carico dei cittadini. Le grandi testate non lo hanno voluto. Fa il suo mestiere, informa. E questo in Italia non è tollerato.
Nel 2006 Anna Politkovskaja fu assassinata a Mosca. In Russia ai giornalisti liberi si spara. La Politkovskaja disse: “Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano“. Lei era diventata un bersaglio e pagò. Travaglio è oggi, a sua volta, un bersaglio di regime. Bruno Vespa ha intitolato Porta a Porta: “Di chi è la colpa?” puntando il dito su Travaglio di cui ha fatto vedere spezzoni inquietanti dell’ ultimo Passaparola tratto da questo blog. E’ Travaglio che ha armato moralmente lo psicolabile con il modellino del duomo di Milano? (… esaurito da giorni in tutta Milano, ci sono forse migliaia di psicolabili in giro che vogliono ripetere l’insano gesto?). Paolo Liguori, memore dei bei tempi di Lotta Continua, ha esternato sul Tgcom: “Nelle parole di Travaglio non c’è un barlume di pietà né di amore. Queste parole possono istigare alla violenza“. Nel programma “Pomeriggio 5” in onda su Canale 5, lo psichiatra Alessandro Meluzzi ha un lapsus: “Ci sono lanciatori di pietre. Come si chiama questo personaggio? Tartaglia, Travaglio. Sì, Tartaglia.”
Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Partito dell’Amore ha detto alla Camera: “A condurre questa campagna (di odio nei confronti di Berlusconi, ndr) è un network composto da un gruppo editoriale Repubblica-espresso, quel mattinale delle procure che è Il Fatto, da una trasmissione condotta da Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio“. La tessera P2 2232 Cicchitto ha poi invitato i deputati del Partito dell’Amore a non assistere all’intervento di Di Pietro. La scena dei deputati del Pdl. “nominati” (e non eletti dai cittadini) dal piduista Berlusconi, in fila indiana dietro al piduista Cicchitto per uscire dal Parlamento, come scolaretti dietro al Gran Maestro, rimarrà nella Storia della Repubblica. Mai così in basso.
La P2 regna e informa. Ha scelto un bersaglio: Travaglio, che non può distruggere con la diffamazione o comprare, ma solo abbattere. Dietro Travaglio c’è però la Rete, ci sono milioni di italiani. Se dovesse succedergli qualcosa, anche se dovesse colpirlo un fulmine dal cielo, qualcuno dovrà renderne conto. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Le parole vili e sciagurate dell’on.Cicchitto

Fonte: Le parole vili e sciagurate dell’on.Cicchitto.

Facendosi vilmente scudo dell’immunità di casta, l’on. Cicchitto ha accusato Marco Travaglio, uno dei rari giornalisti-giornalisti ancora in piedi in questo paese, di essere un “terrorista mediatico”, e uno dei mandanti morali, insieme a “Il Fatto Quotidiano” e l’intero gruppo Repubblica-Espresso, dell’aggressione di uno psicolabile a Berlusconi.

Con queste ignobili accuse il disonorevole Cicchitto ha fatto compiere alla maggioranza del malgoverno un ulteriore passo nell’imbarbarimento della lotta politica e nella campagna di odio contro la Costituzione repubblicana, le sue istituzioni, i cittadini che la difendono.

Se ci abbassassimo alla mostruosa illogica del disonorevole Cicchitto, dovremmo accusarlo di “terrorismo parlamentare”. Cosa che non faremo. Il suo è solo piduismo, dispiegato e di regime.

Siamo certi che chi nella maggioranza ha ancora un residuo di rispetto per i valori della democrazia liberale stigmatizzerà “senza se e senza ma” l’inqualificabile gesto che ha disonorato il parlamento italiano. Il resto è complicità.

Aderisci al testo di Flores d’Arcais in solidarietà con Travaglio,
il Fatto Quotidiano e il gruppo Repubblica-Espresso

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Paolo Flores D’Arcais (15 dicembre 2009)  www.micromega.net

Blog di Beppe Grillo – Più Rete, meno Lega

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Più Rete, meno Lega.

Zanna Bianca Maroni vuole imbavagliare la Rete. Mettere filtri per impedire agli italiani di accedere a dei siti inseriti in una lista nera, una black list mentre è allo studio anche un divieto delle dirette streaming da parte di Paolo Romani. La Cina non ha osato tanto. Da un suonatore (discreto) di sax e da chi azzannò (forse per rabbia) il polpaccio di un poliziotto non me lo aspettavo. Da un difensore dei popoli oppressi.
In un altro Paese un ministro degli Interni incapace di difendere il suo primo ministro si sarebbe dimesso. Lui rilancia alla ricerca di nemici esterni. Il manganello della Polizia è ormai il simbolo della Padania. Colpisce e colpisce. Studenti, operai dell’ALCOA, manifestanti di Piazza Fontana solo l’altro giorno. La Lega delle pallottole a 300 lire, della bandiera italiana con cui ci si può pulire il culo, del “Ho un sogno nel cuore: bruciare il tricolore” cantato a Lugano da quattro ministri leghisti, dei giochi educativi on line come “Rimbalza il clandestino” è contro la violenza della Rete. Se milioni di italiani mandano a fanculo on line un corruttore, puttaniere, piduista, amico dei mafiosi è colpa della Rete che li informa o del corruttore, puttaniere, piduista, amico dei mafiosi?
Il giorno 8 luglio 1998 il quotidiano La Padania fece dieci domande sull’origine (mafiosa?) dei patrimoni di Berlusconi. Forse istigava all’odio anche la Padania? Doveva essere chiusa allora da piduisti alla Cicchitto? Il “mafioso di Arcore“, parole di Bossi, è oggi il padrone della Lega che tiene al guinzaglio corto. Maroni sa che in politica nulla è peggio dei rinnegati. Di coloro che hanno lottato, io credo in buona fede all’inizio, contro la P2 e la mafia per ritrovarsi servi di un piduista che definisce un pluriomicida come Mangano “un eroe“. Perchè votarli? Per uno del centro destra a questo punto è meglio l’originale. La Rete è la cattiva coscienza della Lega. Chiunque può ascoltare cosa dicevano pochi anni fa i capi leghisti e vedere cosa sono diventati ora: gli stuoini della P2.
Più Rete, meno Lega, è matematico, l’ha capito anche Maroni. Tra un po’ lo capiranno tutti gli italiani, anche sopra il Po. Per aiutarli scaricate il pdf con le 10 domande della Padania a Berlusconi, leggetelo ai leghisti, stampatelo e diffondetelo ovunque. Per quelle domande gli italiani aspettano ancora delle risposte. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene decomporsi?). Noi neppure.

Io confesso | BananaBis

Insuperabile Travaglio…

Fonte: Io confesso | BananaBis.

di Marco Travaglio

Ebbene sì, han ragione Cicchitto, Capezzone e Sallusti, con rispetto parlando. Inutile negare l’evidenza, non ci resta che confessare: i mandanti morali del nuovo caso Moro siamo noi di Annozero e del Fatto, in combutta con la Repubblica e le procure rosse. Come dice Pigi Battista sul Corriere, abbiamo creato “un clima avvelenato”, di “odio politico”, roba da “guerra civile”.

Le turbe psichiche che da dieci anni affliggono l’attentatore non devono ingannare: erano dieci anni che il nostro uomo, da noi selezionato con la massima cura (da notare le iniziali M.T.), si fingeva pazzo per preparare il colpo. E la poderosa scorta del premier che si è prodigiosamente spalancata per favorire il lancio del souvenir (come già con il cavalletto in piazza Navona) non è che un plotone di attivisti delle Brigate Il Fatto, colonna milanese Annozero. Siamo stati noi.

Abbiamo spacciato per cronaca giudiziaria il racconto dei processi Mills, Mondadori e Dell’Utri, nonché la lettura delle relative sentenze, mentre non era altro che “antiberlusconismo” per aprire la strada ai terroristi annidati nei centri di igiene mentale. Ecco perché non ci siamo dedicati anche noi ai processi di Cogne, Garlasco, Erba e Perugia: per “ridurre l’avversario a bersaglio da annichilire” (sempre Battista, chiedendo scusa alle signore).

Ci siamo pure travestiti da leader del centrodestra e abbiamo preso a delirare all’impazzata. Ricordate Berlusconi che dà dei “coglioni” alla metà degli italiani che non votano per lui, dei “matti antropologicamente diversi dal resto della razza umana” ai magistrati, dei “golpisti” agli ultimi tre presidenti della Repubblica, dei fomentatori di “guerra civile” ai giudici costituzionali e ai pm di Milano e Palermo, dei “criminosi” a Biagi, Santoro e Luttazzi, che minaccia Casini e Follini di “farvi attaccare dalle mie tv” perché “mi avete rotto il cazzo” e invoca “il regicidio” per rovesciare Prodi? Ero io che camminavo in ginocchio sotto mentite spoglie e tre chili di cerone.

Poi, già che ero allenato, mi sono ridotto a Brunetta per dire che questa “sinistra di merda” deve “morire ammazzata”. Ricordate Bossi che annuncia “300 uomini armati dalle valli della Bergamasca”, minaccia di “oliare i kalashnikov” e “drizzare la schiena” a un pm poliomielitico, sventola “fucili e mitra”, organizza bande paramilitari di camicie verdi e ronde padane perché “siamo veloci di mano e di pallottole che da noi costano 300 lire”? Era Santoro che riusciva a stento a coprire il suo accento salernitano con quello varesotto imparato alla scuola di dizione. Ricordate Ignazio La Russa che diceva “dovete morire” ai giudici europei anti-crocifisso? Era Scalfari opportunamente truccato in costume da Mefistofele. E Sgarbi che su Canale5 chiamava “assassini” i pm di Milano e Palermo e Caselli “mafioso” e “mandante morale dell’omicidio di don Pino Puglisi”? Era Furio Colombo con la parrucca della Carrà.

E chi pedinava il giudice Mesiano dopo la sentenza Mondadori per immortalargli i calzini turchesi? Sandro Ruotolo, naturalmente, camuffato sotto le insegne di Canale5. Chi si è introdotto nel sistema informatico di Libero e poi del Giornale di Feltri e Sallusti per accusare falsamente Dino Boffo di essere gay, Veronica Lario di farsela con la guardia del corpo, Fini di essere un traditore al soldo dei comunisti? Quel diavolo di Peter Gomez. Chi ha seviziato Gianfranco Mascia, animatore dei comitati Boicotta il Biscione? Chi ha polverizzato la villa della vicedirettrice dell’Espresso Chiara Beria dopo una copertina sulla Boccassini? Chi ha spedito a Stefania Ariosto una testa di coniglio mozzata per Natale? Noi, sempre noi. Ora però ci hanno beccati e non ci resta che confessare.

Se ci lasciano a piede libero, ci impegniamo a non dire mai più che Berlusconi è un corruttore amico di mafiosi. Lui è come Jessica Rabbit: non è cattivo, è che lo disegnano così.

da il fattoquotidiano di oggi