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Antimafia Duemila – L’Addaura. ”Tra” le ombre… luci.

Fonte: Antimafia Duemila – L’Addaura. ”Tra” le ombre… luci..

di Carlo Palermo – 11 maggio 2010
I recentii articoli di Attilio Bolzoni su Repubblica e di Alfio Caruso sul Corriere della Sera relativi all’attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone del giugno del 1989 offrono spunti di riflessione sullo stato delle indagini attualmente svolte in particolare da taluni magistrati in Sicilia, che tentano oggi di decifrare e comprendere alcuni episodi che solo apparentemente riguardano “affari” di Sicilia, ma che forse costituiscono chiavi di lettura di attività più complesse, trovanti origine e motivazione in centri di potere più complessi.
Esponendosi gli esiti delle nuove attività investigative, si evidenzia oggi che l’episodio dell’Addaura può essere considerato come punto di inizio e chiave di lettura delle stragi del ’92, rilevandosi così che siamo in ritardo di 20 anni con le indagini in conseguenza degli occultamenti e dei depistaggi intenzionali che avrebbero oscurato così a lungo la ricostruzione della verità.
In merito non posso che concordare con tale attuale impostazione dei magistrati, anche se ritengo che il connubio tra poteri occulti, mafia e terrorismo risalga a molto tempo prima, e come tale vada esaminato nella sua globalità storica per essere poi individuato e decifrato in ogni singolo episodio che ne ha costituito espressione.
Per comprendere a fondo la genesi e le più complesse responsabilità delle stragi del ’92 è forse opportuno ricordare che poco dopo i due attentati di Capaci e di via d’Amelio, a Milano, vennero sequestrati armi e plastico per attentati: dietro l’organizzazione sembra esservi stato il clan mafioso della famiglia Fidanzati, operante da un ventennio sull’asse Palermo – Milano, in connessione con le organizzazioni della mafia turca e con i terroristi libanesi.
In questo ricorrente asse – forse poco approfondito nel comune convincimento che la mafia operi solo in Sicilia – possono rinvenirsi indizi che riconducono a fatti vecchi e nuovi (al caso Calvi, alla P2, al sistema delle corruzioni politiche, ecc.), tutti ruotanti attorno a rilevanti operazioni bancarie e finanziarie, che – come noto – costituisce il necessario sistematico legante di tutte le attività illecite.
La riflessione ci riporta (come ho da tanti anni ricordato in miei scritti) a vicende in qualche modo collegate a due conti bancari “famosi” per Giovanni Falcone, come anche per i magistrati di Milano: il “Conto Protezione, rif. Martelli per conto Craxi”, sulla banca Ubs di Lugano (che risaliva ai lontani anni 1979-80), e il meno noto Conto “rif. Roberto”, sul Banco di Roma, sede di Lugano.
Su questi nomi e su questi conti si incentrarono e poi si bloccarono le ricerche di Giovanni Falcone quando era giudice istruttore a Palermo.
Sul Conto Protezione per tanto tempo (e sino al ’93) si bloccarono a Milano le indagini della magistratura sul Banco Ambrosiano.
Sul Conto rif. Roberto si fermarono Falcone e Borsellino nelle loro inchieste di mafia.
Su entrambi i conti, in Svizzera iniziò a indagare, su richiesta di Falcone, il magistrato elvetico Carla Del Ponte, che si trovava a Palermo all’Addaura insieme a Falcone nel giorno dell’attentato del 1989 all’Addaura.
Io incontrai Carla Del Ponte il giorno prima che costei partisse per la Sicilia, per vedersi con Falcone a Palermo.
Sui conti elvetici poi, dopo l’eliminazione di Falcone e Borsellino, si sono nuovamente imbattuti, dal ’92 i magistrati di Milano e inquirenti siciliani (di Palermo, Caltanisetta e Catania) in varie inchieste sulla corruzione e sui fondi occulti all’estero.
Per Falcone e Borsellino, quei conti rimasero però un mistero.
Per dipanare la matassa, andiamo ancora più indietro e spostiamo l’attenzione su personaggi a lungo trascurati, Florio Fiorini e Giancarlo Parretti, recentemente al centro di scandali finanziari internazionali; in passato, legati alle vecchie storie del Banco Ambrosiano, della P2, delle forniture di petrolio Eni-Petromin: si potranno notare le strette connessioni di questi fatti (tipicamente “economici” e bancari) con altri piú propriamente “mafiosi”.
Agli inizi degli anni Settanta, Parretti arrivò a Siracusa e il suo cammino si incrociò con quello di un uomo politico che contava nella Sicilia dell’epoca, il senatore democristiano Graziano Verzotto.
Nativo del nord, Verzotto, ancora nel 1953, aveva svolto in Sicilia il doppio ruolo di funzionario dell’Agip (antenata dell’Eni) e di commissario provinciale della Dc. Divenne rapidamente padrone incontestato di Siracusa, poi di tutta l’isola, anche se i suoi rapporti con il leggendario presidente dell’Agip-Eni, Enrico Mattei, presto si raffreddarono.
Verzotto fu l’ultimo a salutare Mattei quando, la sera del 27 ottobre 1962, questi prese a Catania l’aereo privato che si sarebbe schiantato poco dopo a Bescape, a qualche decina di chilometri dall’aeroporto di Milano-Linate: fu forse il primo episodio terroristico in cui si mescolarono insieme gli emergenti interessi di Stato, legati ai commerci internazionali di petrolio, e la mafia.
Lo stesso Verzotto nel 1967 divenne segretario generale della Dc siciliana e poi presidente dell’Ente minerario siciliano (Ems), organismo che raggruppava diciotto società, con disponibilità sugli enormi fondi del Mezzogiorno.
I suoi intrecci con la mafia furono molteplici: fu amico di Frank Coppola e di Giuseppe de Cristina, uno dei principali protagonisti della seconda guerra di mafia. La posta principale, in quel momento, era il controllo del mercato immobiliare dell’isola attraverso il triunvirato Stefano Bontade, Gaetano Badalamenti, Salvatore Riina, uomo di fiducia di Luciano Liggio, allora capo dei corleonesi.
De Cristina venne assassinato a Palermo il 30 maggio 1978.
L’omicidio scatenò quella che poi venne chiamata la «mattanza»: una strage totale che raggiunse il culmine negli anni 1981-82.
Frattanto, Fiorini – alleato di Parretti – come direttore finanziario dell’Eni (diresse l’ente dal 1975 al 1982, data della sua forzata separazione dall’Eni, conseguente agli scandali dell’epoca), guidava allora le finanze della compagnia petrolifera in collegamento con i socialisti di Craxi, piduisti e il leader libico Gheddafi.
In quel periodo si infittirono gli investimenti e le partecipazioni internazionali: Parretti (socio di Verzotto) e Fiorini, attraverso il gruppo finanziario spagnolo Melia International, acquisirono il controllo sulla società belga Bebel, che possedeva a sua volta oltre il 7% della Banque Bruxelles Lambert. Questa banca – negli ultimi anni Settanta – comparve nelle trattative tra Fiorini e Antony Gabriel Tannoury, graccio destro di Gheddafy, nella cessione delle azioni delle Assicurazioni Generali in relazione ai tentativi del leader libico di acquisire tecnologie nucleari. E, sempre alla stessa banca, si ricollegarono altri commerci di armi (come ad esempio quelli relativi alle forniture al Belgio degli elicotteri Agusta) in connessione con altri personaggi operanti nel settore finanziario internazionale al massimo livello.
Nel 1978 venne anche aperto, a Lugano, presso l’Union Banques Suisses, il Conto Protezione intestato a Silvano Larini: “I dirigenti dell’Ubs erano degli amici”, disse Fiorini, con riferimento ai rapporti tra la banca svizzera e l’Ambrosiano. Sui conti dell’istituto elvetico – che custodí i segreti di Craxi una quindicina di anni – a piú riprese si svolsero operazioni finanziarie del piú vario genere: versamenti di tangenti connesse a transazioni petrolifere (Eni-Petromin), pagamenti di partite di droga (in particolare per il clan mafioso dei Cuntrera-Caruana), finanziamenti illeciti dei partiti, creazioni di fondi occulti, operazioni di riciclaggio.
L’Ubs, inoltre, tramite banche controllate – in particolare la Banque de Commerce et de Placements (la Bcp) – fu in stretti rapporti con il pachistano Abedi e la Bcci.
Sempre nel 1978, il 17 aprile, iniziò un’importante ispezione della Banca d’Italia sul Banco Ambrosiano in conseguenza della gravissima situazione debitoria in cui questa versava per le spericolate operazioni del suo presidente Roberto Calvi.
Nel novembre, il dossier passò al giudice di Milano, Emilio Alessandrini, che conduceva le indagini su Calvi. Dopo circa tre anni, il 29 gennaio 1979, egli fu ucciso da un commando di Prima linea.
Dopo il sequestro Moro e lo scandalo Lockheed, gli anni 1979-80 trascorsero tra i tentativi trasversali di occupazione di potere incentrati nelle operazioni Rizzoli-Corriere della Sera, commesse petrolifere Eni-Petromin, finanziamenti al Psi di Craxi, nonché tra i misteri legati alla strage di Bologna e a quella di Ustica: tutti questi episodi evidenziarono depistaggi, connessioni occulte con il terrorismo, collegamenti tra i servizi segreti italiani e quelli americani, in una situazione politica condizionata dalla guerra fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, e tra gli Stati Uniti e l’Iran rivoluzionario di Khomeyni con un equivoco ruolo svolto dal leader libico Gheddafi.
Alla fine di quell’anno (1980), mentre a Trento iniziava l’inchiesta sulle connessioni tra mafia siciliana e mafia turca, e sui rapporti tra Trento e Trapani, il turco Ali Agka ebbe, verso il 20 dicembre, misteriosi contatti attorno a Palermo, forse proprio a Trapani.
All’inizio del 1981 (il 17 marzo) venne scoperto dagli inquirenti l’elenco degli appartenenti alla loggia P2. Il successivo 8 maggio, a Trapani, venne creata la loggia coperta C.
Qualche giorno dopo (il 13 maggio), Ali Agka tentò, in piazza San Pietro, di uccidere il Papa: sulla base di connessioni bancarie, il killer turco apparve in qualche modo collegato con il massone di rito scozzese Thurn und Taxis e con sette integraliste ispirate al culto di Fatima.
Esattamente un anno dopo (il 13 maggio 1982) e sempre con connessioni massoniche, un secondo attentato al Papa veniva consumato a Fatima, in Portogallo, mentre infuriava la guerra tra l’Argentina e l’Inghilterra per le isole Falkland.
Un mese dopo, a Londra, Calvi si “suicidava”.
Nella lista degli iscritti alla P2 stranamente non comparvero i nomi dei partner di Gelli presenti nel governo di Washington.
Numerosissimi, invece – quasi seguendo un piano prestabilito –, furono quelli di generali e militari argentini compresi nell’elenco.
In Argentina, a Buenos Aires, in via Cerrito 1136, il capo della P2 – si ricorderà – disponeva di un appartamento, al nono piano: vi si trovavano gli uffici di una ditta, Las Acacias. In quello stesso edificio aveva avuto sede il Banco Ambrosiano.
La società Acacias (panamense e con sede a Lugano) risultò al centro di operazioni di riciclaggio di denaro proveniente da traffici di stupefacenti, tra il Brasile, gli Usa, l’Italia e la Svizzera. Fondata da Vito Palazzolo, venne utilizzata per il trasferimento di milioni di dollari manovrati dal clan Bonanno tra gli Usa e la Svizzera.
Questi fatti riguardavano le connessioni “argentine” del clan Fidanzati, sulle quali indagò, negli anni Ottanta, Giovanni Falcone.
Per una strana ricorrenza, solo un anno prima di essere ucciso a Capaci, lo stesso Falcone si recò a Buenos Aires per una rogatoria: in un burrascoso incontro con il boss Gaetano Fidanzati – arrestato in quel paese –, questo ultimo minacciò di farlo saltare in aria.
Ritornando al 1982, nella settimana di Pasqua – e cioè poco prima della uccisione di Calvi, avvenuta il 17 giugno – davanti agli uffici di una società collegata alla Acacias (la Traex), avvennero incontri tra importanti operatori finanziari internazionali, il fornitore turco di droga Yasar Musullulu e, con ogni probabilità, Pippo Calò.
Yasar Musullulu, capo della mafia turca, era probabilmente il fornitore della morfina base della raffineria di Alcamo, scoperta nell’aprile del 1985, trenta giorni dopo l’attentato di Pizzolungo, non molto lontano dai luoghi ove era stato ucciso, due anni prima, il sostituto procuratore Giacomo Ciaccio Montalto.
Negli stessi giorni erano state eseguite indagini sui rapporti di mafia esistenti tra Trapani e Trento.
In America, il principale destinatario delle forniture di droga dalla Sicilia era allora il clan mafioso agrigentino dei Cuntrera e Caruana.
Uno dei loro soci piú importanti, Francesco di Carlo, venne in seguito indicato come uno dei killer di Roberto Calvi. Probabilmente la somma per pagare i killer venne ricavata dal tesoro segreto della P2, occultato in una banca sconosciuta e forse transitato sull’istituto Rothschild.
Mentre magistrati e investigatori siciliani indagavano sui Cuntrera, sul Musullulu e sulle operazioni bancarie che li collegavano in Svizzera, alla fine del mese di luglio del 1985, venne ucciso il commissario Giuseppe Montana, della squadra della Questura di Palermo, preposta alla cattura dei latitanti.
Frattanto Francesco di Carlo veniva arrestato in Inghilterra, dove lo raggiungeva immediatamente il vice questore Cassarà. Pochi giorni dopo, il 6 di agosto, al suo ritorno a Palermo, Cassarà venne ucciso.
Minacce di morte costringevano Falcone e Borsellino a nascondersi in un’isoletta per scrivere l’ordinanza di rinvio a giudizio del primo maxiprocesso di mafia.
Nell’aprile del 1986, veniva intanto scoperto a Trapani il Centro studi Scontrino, le sue logge massoniche, i legami filoarabi con Gheddafi.
Nel 1987, nel corso di indagini svolte a Palermo da Giovanni Falcone, a seguito di accertamenti in Svizzera sui rapporti presso istituti elvetici, emersero tracce di versamenti di centinaia di migliaia di dollari su un conto chiamato “Rif. Roberto” del Banco di Roma, sede di Lugano, i cui beneficiari non vennero mai individuati con certezza.
Quel denaro – come risultò in seguito – costituiva un diretto provento di forniture di stupefacenti effettuate al clan Cuntrera-Caruana. Il Banco di Roma di Lugano, ovvero la Svirobank, era di proprietà al 51% dello Ior, la banca del Vaticano, di cui era presidente Marcinkus, che era stato in stretto rapporto con Roberto Calvi .
A Trapani, nel settembre dello stesso anno 1987, in apparente controtendenza rispetto alla chiusura delle strutture Gladio, veniva creato il Centro Scorpione, dalla VII divisione del Sismi: avrebbe dovuto essere una propaggine di Stay Behind. Doveva probabilmente servire per ingrandire e potenziare alcune unità clandestine operanti sul territorio: le Rac e le Udg (Rete agenti coperti e Unità di guerriglia). Questo centro era dotato di un aereo di piccole dimensioni.
La mafia, in quella zona (Castellammare del Golfo), si serví proprio di un velivolo di quelle caratteristiche, per un enorme trasferimento di droga (565 kg di eroina) eseguito con una nave, la Big John.
Sempre in quell’anno, a fronte di aiuti a paesi sottosviluppati, il Perú ricevette dall’Italia mezzi sofisticatissimi: ponti radio, sensori a raggi infrarossi, giubbotti antiproiettile e una quantità imprecisata di pistole Beretta imbarcati su un aereo partito da Roma, coperto dal segreto militare. Si trattò dell’operazione “Lima”, un piano di aiuti, deciso nel 1987, a sostegno del governo peruviano del presidente García, allora impegnatissimo nella caccia al professor Guzmán, il leader di Sendero luminoso, già condannato all’ergastolo.
L’ammiraglio Fulvio Martini, direttore dei nostri servizi segreti, raccontò ai magistrati che l’operazione era stata organizzata dall’allora presidente del Consiglio Craxi. Era previsto l’addestramento della guardia peruviana con personale della VII divisione del Sismi, la stessa che aveva creato a Trapani, sempre nel 1987, il Centro Scorpione.
L’anno seguente, il 1988, dopo aver forse assistito nelle campagne di Trapani a un trasbordo di armi dirette alla Somalia su un aereo militare operante per conto dei nostri servizi segreti, veniva ucciso, in prossimità della comunità di Saman, Mauro Rostagno, sulle tracce delle piste massoniche della Loggia “C”, delle sacerdotesse sufi “Arcobaleno” e forse di alcuni traffici… anche più vicini a lui.
Era sui fatti finanziari sopraindicati che indagava il giudice Falcone nel giugno del 1989, mentre inutilmente cercava di capire cosa fosse il Centro Scorpione di Trapani. In quei giorni, sugli scogli vicini alla sua abitazione vennero rinvenuti due sacchi di esplosivo: un segno minaccioso cui subito non parvero estranee presenze di cellule deviate dei servizi segreti. Lo stesso Giovanni Falcone, parlando di questi fatti, non esternò sospetti sulla mafia, ma su “menti raffinatissime”.
Vennero trovati i candelotti sugli scogli della sua villa all’Addaura, mentre si occupava delle connessioni bancarie svizzere dei narcotrafficanti siculo-americani.
Lo stesso magistrato, nel 1991, prima di lasciare Palermo per i suoi incarichi ministeriali a Roma, svolse indagini su un ultimo processo riguardante rapporti tra mafiosi, società svizzere (in particolare di Chiasso) e istituti bancari elvetici, nodi di smistamento di narcodollari. Il processo, noto come Big John, prendeva il nome della nave sulla quale era stato sequestrato l’enorme carico di eroina vicino Trapani nel 1987.
Nel giugno 1992, anche l’ultimo fascicolo passato per le mani di Giovanni Falcone al ministero, per una rogatoria all’estero, era siglato “Big John”.
Dopo la morte di Falcone, un imputato di quel processo, legato al ruolo centrale del riciclaggio del denaro sporco, fu in contatto dalla Svizzera con il giudice Borsellino, poco prima che questi saltasse in aria a Palermo: forse intendeva “parlare”… Poi non parlò piú!
Dopo il 1992 apparirono cessate le stragi mafiose, forse per le reazioni investigative della magistratura che, per la prima volta, riuscì a identificare esecutori e mandanti mafiosi, forse per le concomitanti indagini di Mani pulite che, scavando nelle corruzioni degli appalti e dei finanziamenti illeciti ai partiti, travolgevano personaggi politici di primo piano, ma non “toccavano” gli aspetti occulti.
Poi vi furono gli attentati del ’93-‘94 (accomunati ai precedenti dalla identica tipica tipologia – di provenienza militare – degli esplosivi utilizzati), i quali, tramite “utili” indicazioni di collaboratori di giustizia mafiosi, vennero definite e qualificate anch’esse, pur se avvenute fuori dalla Sicilia, “di matrice mafiosa”.
Ecco, è in questo contesto storico, che ritengo vadano ricomposte … le giuste luci.
Dal passato al presente.
Passando per l’Addaura: “tra” le ombre… LUCI.

Tratto da: facebook.com

Blog di Beppe Grillo – Piazza Fontana, noi sapevamo

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Piazza Fontana, noi sapevamo.

Gli Stati Uniti hanno vinto la seconda guerra mondiale e questo nessuno lo contesta. Successe nel 1945. Sono passati 65 anni. Si sono trovati così bene in Italia che da allora non se sono più andati, ma anche l’ospite più gradito dopo un periodo così lungo comincia a puzzare. Da Portella della Ginestra in poi, la Cia ha sempre fatto la parte del maggiordomo che, anche se non è colpevole, è sempre il primo a essere sospettato. Tre ragazzi sono andati in Sudafrica a intervistare il generale Maletti ex capo del reparto controspionaggio del SID. Maletti ha affermato che dietro Piazza Fontana c’era l’ombra della CIA, i servizi segreti americani che volevano destabilizzare il Paese per imporre una svolta autoritaria a destra come avvenne per la Grecia dei colonnelli e il Cile di Pinochet. Oggi in Italia ci sono decine di basi americane, bombe nucleari americane ed è in costruzione a Dal Molin la più grande struttura militare americana in Europa. E solo ieri un pentito di mafia, Antonio Di Perna, ha dichiarato che “Enrico Mattei (ex presidente dell’ENI, ndr) fu ucciso forse perché dava fastidio agli americani“. Le Forze Armate italiane sono diventate gli ascari degli Stati Uniti, in conflitti insensati, dall’Iraq all’Afghanistan. Cari americani, la guerra è finita ed è caduto anche il Muro di Berlino. Andate in pace.
Intervista a Andrea Sceresini e Maria Elena Scandaliato autori del libro: “Piazza Fontana – Noi sapevamo”.

Andrea Sceresini: “Sono Andrea Sceresini e sono coautore insieme a Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato del libro “Piazza Fontana – Noi sapevamo”, uscito poche settimane fa. Secondo me parlare di Piazza Fontana oggi a distanza di 41 anni ha ancora un senso comunque, ha senso perché si tratta di una vicenda che non è stata mai chiarita e che è sintomatica di un’epoca, quella della Strategia della tensione, del terrorismo, della sovranità limitata che c’è stata in Italia durante gli anni Settanta e anche in seguito; una situazione che ancora oggi in qualche modo si trascina. E che non a caso non è stata mai chiarita completamente, non si è mai capito veramente la verità su questi fatti, su Piazza Fontana, sui vari tentativi di colpi di stato che ci sono stati in Italia dal Settanta (cioè dal Golpe Borghese) fino alla metà anni Settanta e sulle altre bombe, sulle altre stragi che hanno ucciso decine e decine di persone durante tutti gli anni Settanta.

Il senso di Piazza Fontana oggi
E quindi sì ha senso, ha senso anche perché oggi teniamo conto che un sondaggio recente fatto per giovani di Milano ha dimostrato che la maggior parte dei ragazzi delle scuole superiori è convinto che la bomba in Piazza Fontana l’hanno messa le Brigate Rosse, quindi ha senso perché fanno parte di quella che deve essere anche la cultura civica di questo paese. ”
Maria Elena Scandaliato: “Le ragioni che stanno dietro alla strage sono le ragioni che stanno dietro alla creazione di tutta la strategia della tensione, creare in Italia una situazione di tensione sociale che giustificasse in qualche modo un controllo della popolazione di tipo autoritario, una cosa simile a quella che era avvenuta in Grecia però in forme diverse, non c’è stato bisogno poi del colpo di stato militare come era avvenuto con il regime dei colonnelli qualche anno prima in Grecia.
Quindi le motivazioni sono queste, da legare fondamentalmente alla Guerra Fredda che c’era in Europa, che soprattutto in Europa poi si è vissuta in maniera particolarmente forte perché ricordiamo per esempio che in Italia c’era il più forte Partito Comunista europeo, quindi dopo l’autunno caldo nel ‘ 69 e dopo tutta una serie di conquiste e lotte sociali, il pericolo comunista andava arginato e la strategia della tensione rispondeva a questa esigenza che era non solo italiana. ma soprattutto internazionale e americana, noi facevamo parte della Nato, eravamo tra l’altro la portaerei della Nato nel Mediterraneo e quindi dovevamo essere un punto saldo, fermo, indiscutibile. Per questo si è iniziata la strategia della tensione e in qualche modo ha vinto.
Andrea Sceresini: “Gli Stati Uniti hanno fornito, secondo quello che dice Maletti e secondo quello che dice anche la magistratura o che almeno ipotizza la magistratura perché una sentenza definitiva in questo senso non c’è mai stata, il materiale esplosivo agli stragisti, gli stragisti erano i neofascisti di Ordine Nuovo della cellula padovana veneta e gli americani hanno fornito esplosivo e supporto logistico. Tutte le basi americane del nordest erano in qualche modo attive nel supportare anche a livello di addestramento, di armi, le munizioni, di uomini i gruppi neofascisti. Queste cose sono emerse anche negli anni seguenti a Piazza Fontana, per esempio c’è l’inchiesta sulla Rosa dei Venti fatta dal giudice Tamburino nel ’74 che dimostra questo, l’inchiesta Salvini dimostra questo.
Quindi supporto logistico, supporto in fatto di esplosivo e poi fondamentalmente una carta bianca agli stagisti che hanno agito autonomamente. Non c’era l’agente della Cia che metteva la bomba in Piazza Fontana, c’erano dei neofascisti italiani che con l’esplosivo americano andavano a fare la strage.
Maria Elena Scandaliato: “Senz’altro dagli anni Settanta ad oggi l’ingerenza americana si è saldata, non c’è più neanche la controparte che la metta in discussione, negli anni Settanta c’era una controparte che metteva in discussione realmente la presenza delle basi americane e delle basi Nato in Italia perché c’era il rischio concreto di una guerra nucleare in cui l’Italia sarebbe stato uno dei primi obiettivi, essendo uno dei punti di lancio dei missili privilegiato. Quindi c’era un’altra parte che rispondeva alla sinistra che metteva in discussione l’appartenenza stessa dell’Italia alla Nato.
Oggi tutto questo non c’è più, quindi la forza americana in Italia è radicata senza più neanche essere discussa, ancora più di prima secondo me, quindi ancora più forte e soprattutto nessuno la mette in discussione, né a destra, a destra va beh va da sé che nessuno la metta in discussione, ma neanche a sinistra. Tutti i partiti che fanno parte della rosa parlamentare sono ben lontani dal discutere la presenza americana, soprattutto le regole, le norme in base alle quali gli americani continuano a mantenere le loro basi e le basi Nato in Italia.
E il rischio comunque che l’Italia sia sempre in mezzo a un possibile scontro nucleare c’è, è reale, anche se nessuno ne parla, anche se nessuno denuncia questo concreto rischio.
Andrea Sceresini: “Restano da chiarire ancora molte cose, dopo avere parlato anche con Maletti e con vari personaggi dei servizi segreti, piuttosto che legati a ambienti dell’estrema destra terrorista etc., abbiamo visto questa cosa, che tutti quanti hanno paura di dire qualcosa, c’è una verità che molti ammettono di conoscere, ma non hanno mai detto, non hanno mai dichiarato. Ci sono dei verbali di alcuni interrogatori di alcuni dei personaggi legati per esempio alla Rosa dei Venti che tutt’oggi, a 40 anni di distanza, sono ancora sottoposti a segreto di Stato e nessuno sa cosa hanno detto in questi interrogatori. C’è paura di dire qualcosa, una verità, anche Maletti.. per esempio noi siamo stati a trovare Licio Gelli e quest’ultimo ci ha detto che Maletti quando è venuto in Italia nel 2001 a testimoniare su Piazza Fontana aveva un salvacondotto di un tot di giorni, poniamo di dieci giorni. Ha testimoniato e dopodiché è andato a trovare Gelli a Villa Wanda, i due si sono incontrati e Gelli gli ha detto “Te che ci fai qua in Italia? Tornatene subito in Sudafrica, domani prendi il treno te ne vai a Marsiglia, prendi l’aereo e te torni in Sudafrica perché se stai qua per te è pericoloso”.
E questo è un atteggiamento che un po’ tutti questi personaggi hanno, cos’è l’inconfessabile che non si può dire? Il coinvolgimento di Andreotti? Non penso, alla fine Andreotti comunque è stato sputtanato in tutte le salse, dal caso Pecorelli alle frequentazioni mafiose, evidentemente c’è qualcosa di più grosso che probabilmente continua ancora oggi. Maletti ci dice che tra coloro che stavano in Piazza Fontana c’era un uomo che era stato ministro nel penultimo governo Berlusconi, questo c’è anche nel libro. Quindi vuole dire che i personaggi più o meno sono rimasti a galla, sono sempre gli stessi, le strutture non sono cambiate, le situazioni neanche e quindi il confessare la verità, il dire la verità fino in fondo porterebbe a dei problemi politici di stabilità politica anche oggi. E questa è una dimostrazione che chi sa le cose è meglio che non parli.

Che senso ha ricordare
Maria Elena Scandaliato: “La gente vorrebbe sapere una verità rispetto a una vicenda che ricordo che fa parte della mia memoria civile. Per esempio noi stiamo parlando di Ordine Nuovo come di un movimento di estrema destra, di un’organizzazione di estrema destra neofascista che ha fatto decine di vittime innocenti, portando avanti quello che veramente possiamo definire terrorismo, cioè seminare il terrore e il panico tra la gente colpendo nel mucchio indiscriminatamente. E parliamo di stragi enormi, gravissime che hanno veramente ucciso decine di innocenti.
Quello che diceva Andrea all’inizio, che chiedendo a uno studente, anche universitario medio milanese chi ha messo la bomba a Piazza Fontana nel ’69 ti rispondono le Brigate Rosse, fa capire che proprio è stato rimosso tutto, Ordine Nuovo se si va da un ragazzo di 20 anni con una cultura generale media non sa neanche cosa sia, eppure se volessimo mettere sul piatto della bilancia anche banalmente i morti dovrebbe saperlo, dovrebbe conoscerlo almeno tanto quanto le Brigate Rosse, eppure non lo conosce nessuno!
Questa è una cosa grave che ci fa capire quanto in realtà la memoria sia stata assolutamente insabbiata, messa in una scatola e buttata in fondo al mare, la memoria civile e politica italiana, la memoria condivisa di cui ci parlano oggi non è niente, è acqua fresca, non ha nessun senso, è vuota, è priva di contenuti, non esiste una memoria condivisa, almeno secondo noi.
Andrea Sceresini: “Poi ci sono un sacco di operazioni fatte dalla Cia in Italia delle quali non sa niente nessuno, per esempio c’è l’operazione Blue Moon della quale nessuno sa niente che però emerge nelle carte processuali sia ai tempi della Rosa dei Venti, ma anche nel processo di Piazza Fontana quello recente, che è una operazione che i servizi americani fatto in Italia per portare l’eroina dentro il movimento studentesco, per distribuire la droga ai giovani e fiaccare la combattività degli operai, degli studenti etc. etc.. Ed è una operazione che, a quanto risulta dalle carte, è stata fatta ma nessuno ne sa niente, nel senso che nessuno la conosce, neanche noi prima di leggere i verbali del processo ne sapevamo nulla, eppure l’eroina in Italia negli anni Settanta ha fatto qualcosa come 6 – 7 mila morti. Evidentemente c’è una volontà di non sapere, di non scavare, di non scoprire queste cose, non ricordarle, non tramandarle.
Maria Elena Scandaliato: “Queste, le bombe, le stragi, sono le basi su cui è stata costruita la Repubblica Italiana e non va dimenticato questo, che poi se proprio vogliamo andare a cercare anche quelle precedenti Portella della Ginestra era questo, è stata questo già molto tempo prima. La Sicilia di oggi è stata costruita su quelle basi, l’Italia di oggi, l’Italia dei Berluscones e l’Italia dove non c’è opposizione politica in Parlamento, dove c’è praticamente un partito unico perché è così secondo me, è l’Italia che è poggia su queste basi, sulle stragi, sulla strategia della tensione, sulla sovranità limitata imposta dagli Stati Uniti. Questa è l’Italia. Attraverso queste basi possiamo capire e interpretare bene quella che è l’Italia di oggi.

Antimafia Duemila – La strage di Pizzolungo voluta dai forti intrecci criminali internazionali

Antimafia Duemila – La strage di Pizzolungo voluta dai forti intrecci criminali internazionali.

di Rino Giacalone – 2 aprile 2010
Non sono elementi che restano sullo sfondo dell’attentato, non sono delle ombre, dietro il botto del 2 aprile 1985 si vede benissimo che c’è la mafia potente, quella che sopravvive con gli intrecci storici e le alleanze con pezzi dello Stato, i servizi e la massoneria deviati, le banche e i banchieri spregiudicati, i traffici di droga e di armi, le rotte internazionali del crimine.
E’ la mafia che lega le organizzazioni criminali italiane con quelle turche per esempio, o ancora la mafia che gestisce le «casseforti» del riciclaggio, dei denari di Cosa Nostra e una serie di investimenti illeciti. Le sentenze di condanna sono vaghe sulle motivazioni ma ugualmente i giudici sono riusciti ad infliggere l’ergastolo a Totò Riina, al capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, ai loro gregari Balduccio Di Maggio e Nino Madonia, una condanna per ricettazione per il castellamarese Gino Calabrò, dalla sua officina passò una delle auto usate per la strage, lui poi si è dimostrato esperto di esplosivi e di strategie terroristiche, è a scontare l’ergastolo anche per gli attentati del 1993. Ma dentro i fascicoli giudiziari ci sono nomi che tornano in altre inchieste, quelle sul crimine internazionale, sulle alleanze tra mafia e borghesia.
Le indagini di Carlo Palermo insomma per le quali venne rimosso da  pm di Trento e nel 1985 arrivò a Trapani. «Nell’85 scelsi di venire a Trapani per proseguire un’attività avviata 5 anni prima a Trento. L’attentato ritengo sia da inquadrare in un progetto preventivo». Palermo ha poi ricordato: «Nonostante la chiedessi in continuazione, non vi era alcuna vigilanza sulla mia abitazione (una villetta al Villaggio Solare, in territorio di Valderice), nè fu mai eseguita un’attività di bonifica lungo il percorso che facevo ogni mattina». Per l’ex magistrato, «l’assenza di un controllo preventivo ha concorso nell’attentato».Venticinque anni dopo riaffiorano nella memoria di Palermo «l’isolamento, sia da parte delle istituzioni che della popolazione che mi pesò veramente molto. Oggi la situazione è cambiata, margherita asta ne ha molti meriti».Parlando delle indagini, Carlo Palermo, ha rimarcato la «contraddizione» legata al fatto che il processo a carico dei presunti esecutori materiali, «svoltosi a poca distanza dai fatti, sfociò nelle assoluzioni» e che «la condanna dei presunti mandanti avvenne molti anni dopo e solo per le dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia, questi ultimi neppure ascoltati organicamente».
«Pensare – dice Palermo – che la mafia si sconfigga con l’arresto di qualche referente locale di Cosa nostra significa avere una visione parziale del fenomeno. Ancor’oggi combattiamo contro le ombre del passato: chi ha fornito l’esplosivo per gli attentati a Chinnici, Falcone e Borsellino? Chi ha fornito e l’esplosivo utilizzato a Pizzolungo? L’ex magistrato ricorda che «in tutti i delitti eccellenti c’è sempre l’agenda che scompare, come in via D’Amelio, o la cassetta che non si trova più, come nel delitto Rostagno, avvenuto a Trapani».
«Pizzolungo fa parte della strategia mafiosa e terroristica condotta da Cosa Nostra e dall’ala cosiddetta corleonese di Totò Riina». Ma non solo. Lo scenario ricostruito dalla sentenze di condanna, per i mandanti, Totò Riina, Vincenzo Virga, e i loro «gregari» Balduccio Di Maggio, Nino Madonia, è quello che vede coinvolti gli uomini della mafia, come il castellammarese Gino Calabrò, condannato solo per la ricettazione dell’ auto rubata usata per la strage, o l’alcamese Vincenzo Milazzo, morto ammazzato nell’ estate del ’92, che più di altri hanno avuto stretti contatti con la massoneria e quei soggetti facenti parte dell’area «oscura» dello Stato, servizi deviati e quant’ altro la storia d’ Italia ci ha nel tempo rassegnato. Riina e Calabrò sono oggi nelle patrie galere, riconosciuti uomini e assassini della cupola, mai hanno fatto un passo indietro, sono rimasti pure dietro le sbarre rispettati «mammasantissima». Milazzo fu ucciso nel luglio del 1992, qualche settimana prima della strage Borsellino: Milazzo fu ucciso assieme alla sua convivente, Antonella Bonomo, forse perchè testimoni scomodi della strategia stragista di Cosa Nostra, i pentiti parlarono dei contatti «sotto banco» che la donna in particolare avrebbe avuto con agenti dei servizi segreti.
«Pizzolungo – continuano a dire i giudici che si sono occupati di Pizzolungo mandando all’ergastolo per la strage del 2 aprile Totò Riina, Vincenzo Virga, Balduccio Di Maggio e Nino Madonia – fa parte di un elenco di fatti e attentati eclatanti che furono deliberati dalla “cupola” guidata da Totò Riina». È però una strage della quale non si ha contezza del movente.Ed è attorno a Gino Calabrò, lattoniere e capo mafia di Castellammare, l’uomo che affiancò Messina Denaro nelle stragi del ’93, e per questo sconta l’ ergastolo, che si ha la forte sensazione che si celi il «movente» sull’ attentato di Pizzolungo. Il l lattoniere di Castellammare è uno che risulta avere stretto mani importanti, massoni come quelli della Iside 2 di Trapani, non tutti andati «ancora in sonno», alcuni ancora «in sella»; e di massoni e servizi deviati nell’attentato di Pizzolungo si ha percezione della presenza.
Cosa Nostra certamente c’ entra e lo raccontano i pentiti. L’1 aprile del 1985 il capo del mandamento Vincenzo Virga incontrò Francesco Milazzo (che lo ha riferito dopo il pentimento) e Vito Parisi, uomini d’ onore di Paceco: li avvertì che per l’ indomani era meglio che a Trapani non si facessero vedere, «ci sarà un attentato» disse loro; quel giorno stesso Virga fu fermato ad un posto di blocco, la relazione di servizio è saltata fuori anni dopo, era assieme ad un imprenditore Francesco Genna, tutti e due erano all’epoca degli insospettati e degli insospettabili, nella relazione venne annotato che tra le mani avevano uno stradario della frazione di Pizzolungo.
Per Francesco Di Carlo, altro pentito, palermitano, «la mafia doveva dimostrare di essere più forte dello Stato, si era fatto un gran parlare di questo magistrato che arrivava da Trento a Trapani, divenne obiettivo per questa ragione». Giovan Battista Ferrante, altro ex «picciotto» di Palermo, ha ricordato quando qualche giorno dopo la strage fu testimone di un incontro tra il capo mandamento di San Lorenzo, Pippo Gambino, con il mazarese Calcedonio Bruno, l’ architetto affiliato alla potente cosca di Mazara: «Gambino lo accolse facendogli un gesto, del genere per chiedergli “che cosa avete fatto”, Calcedonio aprì le braccia per dire “è successo”, per quella donna e quei bimbi morti. Nino Cascio, pentito alcamese, ha detto di avere appreso dal capo cosca Vincenzo Milazzo della strage, «mi disse che se l’avesse avuto lui in mano il telecomando non lo avrebbe premuto». A premere il timer per Cascio fu Nino Melodia, altro boss di Alcamo, in carcere, condannato per altri reati.
Esecutori non più processabili, Milazzo è morto, gli altri sono stati assolti in forma definitiva dalla Cassazione quando ancora non c’erano state le confessioni dei pentiti e a conclusione di un primo troncone di processo «offuscato», quando divenne immodificabile, da una rivelazione di Giovanni Brusca che disse (durante il Borsellino ter) di sapere che il nisseno «Piddu» Madonia doveva «avvicinare» chi si occupava negli anni ’80 del processo ai killer stragisti di Pizzolungo.
Sono un centinaio le pagine della sentenza che ricostruiscono quello che è stato possibile ricostruire su quanto accadde quel giorno a Pizzolungo, si fa cenno ai «segnali» premonitori dei giorni antecedenti, le telefonate minacciose, quelle giunte anche alla base di Birgi, quando il pm Palermo vi alloggiava, con la quale gli si preannunziava la consegna di un «regalo». Quel giorno, il 2 aprile, col giudice Palermo c’ era la scorta composta da Raffaele Di Mercurio, Salvatore “Totò” La Porta e Antonino Ruggirello; Ruggirello e Di Mercurio seguivano su di una normalissima Ritmo l’ auto, una Fiat 132 blindata sulla quale sitrovava il magistrato, l’autista Rosario Maggio, l’altro agente, La Porta:per un caso fortuito Palermo sedeva nel sedile posteriore alle spalle dell’autista, dunque sul lato sinistro, la deflagrazione devastò il lato destro della vettura e spinse Palermo fuori dall’auto. Tra i detriti e i resti delle vittime.
Quegli attimi della mattina del 2 aprile 1985 furono raccontati in Tribunale dal magistrato, Carlo Palermo, e dalla sua scorta, Raffaele Di Mercurio (morto da qualche anno per una malattia cardiaca), Totò La Porta, Antonino Ruggirello. Carlo Palermo: «Giunti in località Pizzolungo nell’affiancare altra autovettura in fase di sorpasso, è avvenuta la deflagrazione. Ebbi l’impressione che provenisse dal motore. Fui sbalzato al di fuori dell’auto dal lato sinistro in quanto lo sportello si aprì perché non avevo inserito la sicura. Immediatamente mi sono reso conto che vi erano tracce di un’ altra autovettura che doveva essersi disintegrata. Quindi insieme all’autista abbiamo estratto il corpo dell’agente di tutela che si presentava quasi esanime».
Rosario Maggio: «Avvenuta l’esplosione la Fiat 132 si bloccò quasi impuntandosi, infatti il motore è finito a terra ed i copertoni si sono dilaniati. Io ho sentito una botta violenta ma non ho visto la fiamma che invece hanno visto gli uomini che erano di scorta». Raffaele Di Mercurio: «Ad un tratto proveniente dalla destra vidi un bagliore con una fiammata di colore arancione e sentii un violento boato, mi sentii come una morsa tutta intorno. Vidi alzarsi anche una massa oscura, era l’ asfalto. La Ritmo si bloccò quasi su se stessa. Trovai Ruggirello a terra davanti la Ritmo. Aveva il braccio sinistro all’altezza delle spalle, spezzato, aveva un buco alla guancia destra e sinistra, al collo destro e gli occhi ricoperti di sangue. Aveva addosso molto ferro frantumato».
«Ci guardavamo attorno – ricorda Palermo – e cercavo quell’ altra auto che avevo visto mentre la sorpassavamo. Era sparita, in alto su di una casa una macchia rossa, appena sotto per terra la scarpa di un bambino».

Antimafia Duemila – In ricordo di una strage ignorata

Fonte: Antimafia Duemila – In ricordo di una strage ignorata.

di Antonella Randazzo – 30 marzo 2010
Barbara Rizzo Asta e i suoi due bimbi gemellini di sei anni Salvatore e Giuseppe morivano il 2 aprile 1985. Non erano loro il bersaglio dell’ordigno di potenza micidiale attivato da mani mafiose. La persona che si voleva colpire si salvò miracolosamente.

Si tratta di un giovane giudice, Carlo Palermo, che quel giorno transitava con la sua vettura tra Pizzolungo e Trapani e avvicinandosi ad una curva vede esplodere l’ordigno che avrebbe dovuto ucciderlo.
La solita regia simile a quella di Capaci e di altri terribili attentati. Ma questa strage ha qualcosa di particolare: è stata pressoché ignorata o “dimenticata” dai politici, dai media e persino negli ambienti giudiziari. Un’altra particolarità è che il magistrato condannato a morte non stava affatto conducendo indagini nel Sud Italia e si trovava a Trapani soltanto da poche settimane.
Chi è Carlo Palermo? E’ un magistrato che dopo l’attentato ha perso il senso dell’olfatto e ha avuto due infarti. Già negli anni Settanta si occupava di indagini molto scottanti, che toccavano tasti che di solito si cerca di tralasciare: i legami fra mafia e massoneria nei traffici di droga, armi, e nel riciclaggio del denaro sporco.
Palermo lavorò come giudice istruttore a Trento nel periodo che va dal 1975 al 1984, e all’inizio degli anni Ottanta si occupò di un’inchiesta sui traffici di droga, sulla mafia e sulla corruzione politica. A quel punto si attivarono diverse autorità nell’intento di bloccare l’indagine, e il giudice fu trasferito a Trapani. Quaranta giorni dopo subirà l’attentato e dopo qualche mese si trasferirà a Roma. Nel 1989 lascia la magistratura e diventa deputato.
Ma Palermo porterà sempre con sé la consapevolezza della realtà che aveva scoperto e che tutti dovrebbero capire perché sta alla base del sistema attuale, creando problemi e sofferenze nel nostro paese e non soltanto.
Per capire qual è questa realtà leggiamo le parole del giudice, dette in un’intervista a Rai Educational:
“Purtroppo certe situazioni si possono spiegare solo rendendosi conto del fatto che in Italia esistono dei segreti. Nella storia di quasi tutti gli episodi criminali più micidiali della nostra storia – quelli che hanno visto la soppressione di investigatori, di magistrati e anche di politici – vi è sempre un aspetto ‘preventivo’ che non è mai stato sufficientemente approfondito, proprio perché viene eliminato colui che è il custode dei segreti. Colui che viene ucciso è portatore e custode di carte, di documenti, di conoscenze, e solo attraverso la ricostruzione di tutto quello che si nasconde dietro l’individuo è possibile risalire agli avversari che lo hanno eliminato.
Certo si può solo constatare il dato di fatto che, ad esempio, quando venne ucciso il generale Dalla Chiesa sparirono dei documenti dalla sua cassaforte. Anche nel caso della strage di Capaci sono avvenute alterazioni, successive alla morte, di agende che erano in possesso del magistrato. Lo stesso è stato per l’agenda rossa di Borsellino, sparita dal luogo dell’attentato. Vi è sempre questo strano effetto concomitante, accanto alla eliminazione di bersagli scomodi: l’occultamento e la sparizione di carte, documenti. A distanza di trent’anni continuiamo a parlare dei documenti Moro. Dopo tanto tempo la verità su questi fatti , le verità racchiuse in qualche cassaforte, non sono ancora conosciute… La mia convinzione è che vi sia una ricorrenza periodica di fatti legati alla massoneria, dalla Seconda guerra mondiale in poi, fino alla P2 ma anche oltre. Questo dimostra che la massoneria ha costituito un punto di raccordo e di incontro di soggetti eterogenei, legati prevalentemente alla destra, i quali hanno operato per acquisire il controllo della società italiana… La massoneria è tutt’altro che una cosa nazionale, bensì una rete di rapporti internazionali. La italiana ha una sua peculiarità – legata alla presenza storica della mafia – ma la massoneria è qualcosa di molto più ampio. Aspetti come il traffico di armi e di droga, il petrolio e le guerre trovano nella massoneria un canale di comunicazione ‘naturale’… Delle operazioni in cui si mescolano insieme forniture di armi, traffici di droga, fondi occulti, finanziamenti illeciti, tangenti o ‘lecite’ intermediazioni, una traccia rimane spesso in quei sacri santuari, le banche, ove tutto per necessità transita. Al di là degli specifici episodi e delle responsabilità penali, esistono alcune possibili chiavi di lettura, utili per decifrare il significato che legami presenti in quel torbido intreccio di interessi che più volte ha visto uniti mafia, terrorismo, massoneria, integralismo, poteri trasversali nazionali e internazionali.”13

Chi cerca di far ricordare la strage di Pizzolungo è la signora Margherita Asta, figlia della donna uccisa e sorella dei gemellini. Questa giovane donna chiede che si faccia luce sui mandanti della strage. Spiega il suo avvocato Giuseppe Gandolfo: “i processi hanno chiarito il ruolo avuto dalla mafia, ma non la commistione tra massoneria e politica”. Aggiunge la signora Asta: “Per la nostra drammatica vicenda sono state emesse dopo molti anni delle condanne. Ma queste non ricostruiscono appieno la verità. Non sono ‘tutta’ la verità purtroppo… Secondo me è così: massoneria, politica collusa, servizi segreti deviati… Nella strage di Pizzolungo c’è una miscela di tutto questo. Carlo Palermo, se si osserva su un piano storico la vicenda delle sue indagini su complesse vicende di criminalità, è stato sicuramente oggetto di una strategia omicida che andava oltre il puro fatto mafioso. Gran parte delle sue indagini il giudice Palermo le ha condotte nel Nord Italia, da Trento, toccando la vasta area grigia che si colloca tra la politica, la finanza e la mafia. Queste sono le ragioni che decretano la sua morte. Il giudice Palermo rimase a Trapani solo quaranta giorni. E in quei quaranta giorni tutto questo gran fastidio alla mafia non lo poteva dare, oggettivamente… La fase storica in cui avviene la strage di Pizzolungo è il momento in cui Carlo Palermo chiede di procedere contro il presidente del consiglio (all’epoca Bettino Craxi N.d.A.) e in cui contemporaneamente riceve violente intimidazioni. Forse è troppo scomodo parlare di questa strage; parlare di quello che Carlo Palermo stava facendo. Secondo me è questa la ragione della rimozione. Perché se si parlasse di quello che stava facendo Carlo Palermo secondo me si capirebbe la vera storia del nostro Paese. E si capirebbe anche quello che sta succedendo attualmente… Dietro la strage dei miei familiari, c’è un intreccio terribile di mafia, massoneria e politica che purtroppo è stato e resta esplosivo. Vogliamo parlare del Centro Scontrino di Trapani dove le logge coperte si mischiavano alla malavita? Del suo presidente, il gran maestro Giovanni Grimaudo, sotto posto a numerosi procedimenti penali? In Italia si processano solo i criminali di basso livello, delle connivenze di alto livello i giornali non parlano. Recentemente ho rivisto Carlo Palermo, e alla mia domanda se non fosse possibile fare qualcosa, riaprire le indagini, mi ha detto: ‘Sono ancora troppo potenti le persone che volevano la mia morte. Sono lì, in posizioni di enorme forza’”.14

Nel suo libro dal titolo Il Quarto livello, Palermo spiega che non si permette di indagare sul “quarto livello” ovvero sui rapporti fra politica, massoneria e mafia, che potrebbero svelare la vera natura su cui si basa il sistema attuale, e che personaggi di primo piano della vita politica, economica e finanziaria sono strettamente legati agli affari criminali della mafia e della massoneria.
Dietro la strage di Pizzolungo c’è questa realtà, ma si è voluto che essa fosse collegata soltanto alla mafia, per questo un magistrato che conduceva le sue indagini al Nord Italia è stato trasferito in Sicilia: la sua condanna a morte era stata decisa ma soltanto i mafiosi dovevano risultare responsabili.
Come in altre stragi, i mandanti coincidono con alcune autorità che ufficialmente alzano la propria voce per condannare i colpevoli.

13 Il grillo, Rai Educational, “Un giudice in prima linea”, 16 dicembre 1997.

14 Pinotti Ferruccio, Fratelli d’Italia, Bur, Milano 2007, pp. 595- 598.

Tratto da: NUOVA ENERGIA NUMERO 14 – 30 MARZO 2010

VISITA: lanuovaenergia.blogspot.com

ComeDonChisciotte – GLI AMERICANI SONO PROFONDAMENTE COINVOLTI NEL COMMERCIO DI DROGA AFGHANO

ComeDonChisciotte – GLI AMERICANI SONO PROFONDAMENTE COINVOLTI NEL COMMERCIO DI DROGA AFGHANO.

DI GLEN FORD
Black Agenda Report

Gli Stati Uniti hanno preparato il terreno per la guerra afghana (e pakistana) otto anni fa, quando permisero il traffico di droga ai signori della guerra sul libro paga di Washington. Ora gli americani, agendo come il Capo dei Capi, hanno compilato liste nere dei rivali, i signori della guerra “talebani”. “È un’occupazione di bande, nella quale i trafficanti di droga alleati degli Stati Uniti sono incaricati di svolgere le attività di polizia e controllo dei confini”.

“I trafficanti di droga alleati degli Stati Uniti sono incaricati di svolgere attività di polizia e di controllo dei confini, mentre i loro rivali sono stati inseriti in liste nere americane”.

Se state cercando il capo del traffico di eroina in Afghanistan, esso è rappresentato dagli Stati Uniti. La missione americana si è evoluta in un’organizzazione di tipo mafioso che avvelena ogni alleanza militare e politica introdotta dagli USA e dal proprio governo fantoccio di Kabul.

È un’occupazione di bande, in cui i trafficanti di droga alleati degli Stati Uniti sono incaricati di svolgere attività di polizia e di controllo dei confini, mentre i loro rivali sono stati inseriti in liste nere americane, destinati alla morte o alla cattura. Come risultato di ciò, l’Afghanistan è stato trasformato in una piantagione di oppio che fornisce il 90 percento dell’eroina mondiale.

Un articolo nel numero attuale di Harper’s magazine esplora i meccanismi profondi dell’occupazione statunitense infestata dalla droga, si tratta di una dipendenza quasi totale sulle alleanze costruite con gli attori del traffico di eroina. L’articolo si focalizza sulla città di Spin Boldak, al confine sudorientale con il Pakistan, porta d’accesso ai campi di oppio delle province di Kandahar ed Helmand. Il signore della guerra afghano è inoltre a capo dei controlli ai confini e della milizia locale. L’autore è un giornalista infiltrato residente negli USA, che è stato assistito dai più importanti collaboratori del signore della droga ed ha incontrato i funzionari statunitensi e canadesi che collaborano quotidianamente con il trafficante di droga.

L’alleanza è stata costruita dalle forze americane durante l’invasione statunitense dell’Afghanistan nel 2001, ed è perdurata e cresciuta sin da allora. Il signore della droga, ed altri come lui in tutto il paese, non è solo immune da serie interferenze americane, ma è stato rafforzato attraverso denaro ed armi di origine statunitense per consolidare i propri affari nel settore della droga a spese degli altri trafficanti rivali delle altre tribù, costringendo alcuni di loro ad allearsi con i Talebani. Nell’Afghanistan di lingua Pashtun, la guerra è in gran parte tra eserciti guidati da trafficanti di eroina, alcuni schierati con gli americani, altri con i Talebani. Sembra che i Talebani stiano avendo il sopravvento in questa guerra tra bande mafiose, le cui origini trovano le proprie radici direttamente nelle politiche degli Stati Uniti.

“È una guerra il cui ordine di battaglia è ampiamente definito dal commercio di droga”.

C’è da sorprendersi, quindi, se gli Stati Uniti compiono così spesso attacchi aerei contro le feste di nozze dei civili, cancellando gran parte delle numerose famiglie dello sposo e della sposa? I trafficanti di droga alleati dell’America hanno spiato i clan e le tribù rivali utilizzando gli americani come supporto tecnologico nei loro feudi mortali. Ora gli americani ed i loro alleati occupanti europei hanno istituzionalizzato le regole della guerra tra bande con liste nere di trafficanti di droga da uccidere o catturare a vista, liste compilate da altri signori della droga affiliati con le forze di occupazione.

Questa è la “guerra di necessità” che il Presidente Barack Obama ha abbracciato come propria. È una guerra il cui ordine di battaglia è largamente definito dal commercio di droga. I generali di Obama fanno richiesta di decine di migliaia di nuove truppe nella speranza di diminuire la loro dipendenza dalle milizie e dalle forze di polizia attualmente controllate dai trafficanti di droga alleati degli americani. Ma, naturalmente, questo spingerà gli alleati afghani dell’America tra le braccia dei Talebani, che otterranno un accordo più vantaggioso. Allora i generali sosterranno di aver bisogno di ulteriori truppe statunitensi.

Gli americani hanno creato questo inferno saturo di droga, e la loro occupazione è ora dominata da quest’ultimo. Sfortunatamente, nel frattempo hanno anche dominato milioni di afghani

Per Black Agenda Radio, sono Glen Ford. In rete, visitate www.BlackAgendaReport.com

Titolo originale: “Americans Are Deeply Involved In Afghan Drug Trade “

Fonte: http://www.blackagendareport.com
Link
24.11.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ANDREA B.

Paolo Borsellino – L’intervista nascosta

Fonte: Paolo Borsellino – L’intervista nascosta.

30 dicembre 2009 – La redazione de Il Fatto Quotidiano è lieta di presentare il dvd Paolo Borsellino – L’intervista nascosta, la versione integrale del lungo colloquio fra il giudice antimafia e i giornalisti francesi di Canal Plus, Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, nella sua casa di Palermo, il 21 maggio 1992. Il dvd contiene anche una presentazione dell’intervista curata da Marco Travaglio ed è già stato venduto in edicola in 25.000 copie in allegato a il Fatto Quotidiano. Attualmente è esaurito in varie città. E’ in corso la prima ristampa e invitiamo chi ancora non avesse questo documento eccezionale a prenotare una copia del dvd direttamente presso l’edicolante.

Indice:




Borsellino e le verità nascoste


L’intervista scomparsa di Paolo Borsellino, che Il Fatto distribuisce in edicola da venerdì, è un documento eccezionale e assolutamente inedito. E’ la versione integrale, filmata, del lungo colloquio fra il giudice antimafia, all’epoca procuratore aggiunto a Palermo, e i giornalisti francesi di Canal Plus, Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, nella sua casa di Palermo, il 21 maggio 1992: due giorni prima della strage di Capaci e 59 giorni prima di via D’Amelio.

I due reporter stanno girando un film sulla mafia in Europa. I due intervistano agenti segreti, mafiosi pentiti e non, magistrati, avvocati. Ottengono il permesso di seguire l’eurodeputato andreottiano Salvo Lima nei suoi viaggi dalla Sicilia al Parlamento europeo. Almeno finché, nel marzo ’92, Lima viene assassinato. Intanto Calvi e Moscardo si sono imbattuti nella figura di Vittorio Mangano, il mafioso che aveva prestato servizio come fattore nella villa di Berlusconi ad Arcore fra il 1974 e il 1976, assunto da  Marcello Dell’Utri. Così abbandonano il reportage che doveva ruotare attorno a Lima e si concentrano sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra. Intervistando, fra gli altri, Borsellino.

Il tema interessa molto la pay-tv francese, anche perché il Cavaliere imperversa in Francia con La Cinq e si affaccia sul mercato della tv criptata, in concorrenza con Canal Plus. Poi però il suo sponsor Mitterrand perde le elezioni e il nuovo presidente Chirac mette i bastoni fra le ruote a La Cinq, che di lì a poco fallisce. Canal Plus perde ogni interesse sulla figura di Berlusconi: il reportage non andrà in onda. Ma i tre quarti d’ora di chiacchierata con Borsellino tornano d’attualità quando, nel gennaio ’94, Berlusconi entra in politica.

Calvi contatta Leo Sisti dell’Espresso, che pubblica la trascrizione integrale nella primavera ’94. All’Espresso viene inviato un pre-montaggio ufficioso e un po’ sbrigativo di una decina di minuti, con sottotitoli in francese, per attestare la genuinità dell’intervista. La vedova Borsellino, Agnese, chiede una copia della cassetta come ricordo personale. E la consegna ai pm di Caltanissetta che indagano su Berlusconi e Dell’Utri come possibili “mandanti esterni” di via D’Amelio. Una copia finisce nelle mani di Sigfrido Ranucci e Arcangelo Ferri, che nel 2000 preparano uno “Speciale Borsellino” per RaiNews24. Lo speciale va in onda nottetempo il 19 settembre 2000, dopo che tutti i direttori dei tg e dei programmi di approfondimento Rai hanno rifiutato di mandare in onda il video. Ma viene visto da pochissimi telespettatori. Per questo, con Elio Veltri, decidiamo di inserirla nel libro “L’odore dei soldi”, uscito nel 2001. Nel libro  ovviamente c’è solo la trascrizione del montaggio breve e ufficioso, non l’integrale rimasto in mano a Calvi e Moscardo. Ora Il Fatto Quotidiano ha acquistato il filmato integrale e lo mette a disposizione dei lettori. Senza tagliare nulla, nemmeno i momenti preparatori che riprendono Borsellino  nell’intimità della sua casa, fra telefonate di lavoro e confidenze riservate. Abbiamo aggiunto due intercettazioni telefoniche di fine novembre 1986, in cui Berlusconi, Dell’Utri e Confalonieri commentano l’attentato mafioso appena verificatosi nella villa del Cavaliere in via Rovani a Milano. E dimostrano di aver sempre conosciuto la caratura criminale di Mangano.

Perché l’intervista è importante? Intanto perché Borsellino parla, pur con estrema prudenza, di Berlusconi e di Dell’Utri in un reportage dedicato alla mafia. Poi perché lascia chiaramente intendere di non potersi addentrare nei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano perché c’è ancora un’inchiesta in corso e non è lui ad occuparsene, ma un collega del vecchio pool Antimafia, rimasto solo nell’Ufficio istruzione (ormai soppresso dal nuovo Codice di procedura penale del 1990) a seguire gli ultimi processi avviati fino al 1989 col vecchio rito processuale.

In ogni caso, Borsellino ricorda di aver conosciuto Mangano negli anni Settanta in vari processi: quello per certe estorsioni a cliniche private e il famoso maxiprocesso alla Cupola di Cosa Nostra, avviato a metà degli anni Ottanta grazie alle dichiarazioni dei primi pentiti Buscetta, Contorno e Calderone. Aggiunge che Falcone l’aveva pure processato e fatto condannare per associazione a delinquere al  processo Spatola, mentre nel “maxi” Mangano fu condannato per traffico di droga: 13 anni di galera in tutto, che Mangano scontò fra il 1980 e il ‘90. Borsellino sa che Mangano era già un mafioso a metà anni Settanta, uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, implicato addirittura in un omicidio con Saro Riccobono mentre stava ad Arcore. L’avevano pure intercettato al telefono con un mafioso, Inzerillo, mentre trattava partite di cavalli e magliette che nel suo gergo volevano dire “eroina”. Non era uno stalliere o un fattore: era la “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa al nord”. Borsellino, prima dell’arrivo dei giornalisti, s’è fatto stampare tutte le schede con le posizioni processuali di Mangano e Dell’Utri, le consulta spesso durante l’intervista e alla fine le passa ai due giornalisti, pregandoli di non dire in giro che gliele ha date lui, perché non sa quali siano ostensibili e quali ancora coperte dal segreto istruttorio. E’ la prova che Borsellino ritiene utile che nel documentario si parli di Mangano e Dell’Utri.

Ma l’intervista è importante anche per un altro motivo: nel 2002 la Corte d’assise di appello di Caltanissetta, nel processo per la strage di via D’Amelio, infligge 13 ergastoli ad altrettanti boss e include l’intervista tra le cause che spinsero Totò Riina a uccidere Borsellino poco dopo Falcone. Ricordano che, dopo lo choc per Capaci, il Parlamento aveva già  accantonato il decreto antimafia Scotti-Martelli. Un’altra azione eclatante rischiava di costringere la classe politica al giro di vite e di rivelarsi un boomerang per Cosa Nostra. Eppure Riina si mostrava tranquillo e diceva agli altri boss, come ha raccontato il pentito Cancemi, di aver avuto garanzie per il futuro direttamente da Berlusconi e Dell’Utri. Per questo, secondo i giudici, l’intervista è fondamentale: Borsellino, “pur mantenendosi cauto e prudente per non rivelare notizie coperte da segreto o riservate, consultando alcuni appunti, forniva indicazioni sulla conoscenza di Mangano con il Dell’Utri e sulla possibilità che il Mangano avesse operato come testa di ponte della mafia in quel medesimo ambiente”. Non si può escludere “che i contenuti dell’intervista siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno ne abbia informato Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che questa Corte ritiene… che il Riina possa aver tenuto presente, per decidere la strage, gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro”. Cioè Berlusconi e Dell’Utri. L’intervista è “il primo argomento che spiega la fretta, l’urgenza e l’apparente intempestività della strage. (Bisognava) agire prima che in base agli enunciati e ai propositi impliciti di quell’intervista potesse prodursi un qualche irreversibile intervento di tipo giudiziario”.

MARCO TRAVAGLIO – in Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2009


La trascrizione dell’intervista in versione integrale (a cura di Valentina Culcasi)


Fabrizio Calvì (FC): “Dunque incominciamo.  Lei si è occupato di questo maxiprocesso di Palermo, cos’ha fatto signor Giudice in questo maxiprocesso di Palermo?”
Paolo Borsellino (PB): “Mah, io ero uno dei giudici istruttori. Inizialmente eravamo quattro che abbiamo raccolto le dichiarazioni di tutti i collaboratori che sono stati utilizzati in questo processo. Buscetta principalmente, ma anche tanti altri collaboratori minori che hanno dato un apporto dal punto di vista giudiziario, strettamente giudiziario, non meno consistente di quello di Buscetta. E poi ho redatto nell’estate dell’85, ho redatto il provvedimento conclusivo del processo che va come ordinanza, maxi ordinanza, sulla base della quale si è svolto poi il giudizio di primo grado”.

FC: “Conosce bene gli imputati?”
PB: “Beh, pressoché tutti gli imputati”.

FC: “Quanti sono?”
PB: “Beh, gli imputati del maxiprocesso erano circa 800. Ne furono rinviati a giudizio 475”.

FC: “Tra questi 475 ce n’è uno che ci interessa, è un tale Vittorio Mangano. Lei lo conosce? Ha avuto a che fare con lui?”

PB “Si, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, precisamente negli anni tra il ’75 e l’80, ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava una delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane”.

{PB al telefono: “Ah pronto, pronto, pronto… se possiamo sospendere un istante. Pronto Nino, senti volevo sapere com’è andata stamattina… si… si…”}

FC: “Tra queste centinaia d’imputati ce n’è uno che ci interessa, è un tale Vittorio Mangano. Lei l’ha conosciuto?”
PB: “Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto in epoca addirittura antecedente al maxiprocesso perché fra il ’74 e il ’75 Vittorio Mangano restò coinvolto in un’altra indagine che riguardava talune estorsioni fatte in danno di talune cliniche private che presentavano una caratteristica particolare: ai titolari di queste erano inviati dei cartoni con all’interno una testa di cane mozzata. L’indagine fu particolarmente fortunata perché attraverso la marca dei cartoni e attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice, si poté rapidamente individuare chi li aveva acquistati e attraverso un’ispezione fatta in un giardino di una salumeria, un negozio di vendita di salumi, che risultava avere acquistato questi cartoni si scoprirono all’interno sepolti in questo giardino i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere… Ora i miei ricordi sono un po’ affievoliti, di questa famiglia, credo che si chiamasse Guddo che era stata l’autrice materiale delle estorsioni. Fu processato, non ricordo quale sia stato l’esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano, che poi ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente a Cosa Nostra”.

FC: “Uomo d’onore di che famiglia?”

PB: “Uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano (ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento, cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso), che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane”.

FC: “E questo Mangano Vittorio faceva il traffico di droga a Milano?”
PB: “Il Mangano… Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane preannuncia, o tratta, l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli. Mangano è stato poi sottoposto al processo dibattimentale ed è stato condannato proprio per questo traffico di droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa, bensì per associazione semplice. Riportò in primo grado una pena di tredici anni e quattro mesi di reclusione”.

FC: “In che anno era?”
PB: “In che anno riportò questa condanna? Riportò questa condanna in primo grado nel millenovecento… all’inizio del 1988. Ne aveva già scontato un buon numero di questa condanna e in appello, per le notizie che io ho, la pena è stata sensibilmente ridotta”.

FC: “Dunque quando Mangano al telefono parlava di droga diceva cavalli?”

PB: “Diceva cavalli e diceva magliette talvolta”.

FC: “Perché se ricordo bene nell’inchiesta della San Valentino un’intercettazione tra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli…”
PB: “Si, e comunque non è la prima volta che viene utilizzata. Probabilmente non so se si tratti della stessa intercettazione, se mi consente di consultare… No, questa intercettazione in cui si parla di cavalli è un’intercettazione che avviene tra lui e uno della famiglia degli Inzerillo”.

FC: “Ma ce n’è un’altra nella San Valentino con lui e Dell’Utri”.
PB: “Si, il processo di San Valentino, sebbene io l’abbia gestito per qualche mese poiché mi fu assegnato a Palermo allorché i giudici romani si dichiararono incompetenti e lo trasmisero a Palermo. Io mi limitai a sollevare a mia volta un conflitto di competenza davanti alla Cassazione. Conflitto di competenza che fu accolto, quindi il processo ritornò a Roma o a Milano, in questo momento non ricordo. Conseguentemente non è un processo che io conosca bene in tutti i suoi dettagli perché appunto non l’ho istruito, mi sono dichiarato incompetente”.

FC: “Comunque lei, in quanto esperto, lei può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono vuol dire droga?”

PB: “Si, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta a dibattimento. Tant’è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxiprocesso per traffico di droga… Fu condannato esattamente a 13 anni e 4 mesi di reclusione più 70 mila lire… 70 milioni di multa. E la sentenza di corte d’appello confermò questa decisione del primo grado sebbene, da quanto io rilevo dalle carte, vi sia stata una sensibile riduzione della pena”.

FC: “E Dell’Utri non c’entra in queste schede?”

PB: “Dell’Utri non è stato imputato del maxiprocesso per quanto io ne ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano”.

FC: “A Palermo?”

PB: “Si, credo che ci sia un’ indagine che attualmente è a Palermo, con il vecchio rito processuale, nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari”.

FC: “Dell’Utri, Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?”
PB: “Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto… cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi”.

FC: “Quelli della Publitalia insomma?”
PB: “Si”.

FC: “E tornando a Mangano… la connessione tra Mangano e Dell’Utri?”
PB: “Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei riferire nulla con cognizione di causa. Posso ulteriormente riferire che successivamente al maxiprocesso, o almeno all’istruzione del maxiprocesso, di questo Vittorio Mangano parlò pure Calderone che ribadì la sua posizione di uomo d’onore e parlò pure di un incontro con Mangano avuto da Calderone, credo nella villa di… nella tenuta agricola di Michele Greco. Insieme dove lo conobbe mentre si era ivi recato dopo aver compiuto un omicidio, almeno questo lo dice Calderone, assieme a Rosario Riccobono. Dello stesso Mangano ha parlato anche a lungo un pentito minore che è recentemente deceduto, un certo Calzetta, il quale ha parlato dei rapporti fra quel suddetto Mangano e una famiglia del Corso dei Mille, la famiglia Zancla i cui esponenti furono sottoposti a processo… erano tutti imputati nel maxiprocesso”.

FC: “La prima volta che l’ha visto quando era?”

PB: “La prima volta che l’ho visto…l’ho visto, anche se fisicamente non lo ricordo, l’ho visto fra il ’70 ed il ’75”.

FC: “Per l’interrogatorio?”
PB: “Per l’interrogatorio, si”.

FC: “E dopo è stato arrestato?”

PB: “Fu arrestato fra il ’70 ed il ’75. Fisicamente non ricordo il momento in cui lo vidi nel corso del maxiprocesso perché non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente io. Comunque si tratta di ricordi che cominciano ad essere un po’ sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati abbondantemente dieci anni, quasi dieci anni”.

FC: “A Palermo?”
PB: “Si. Si, a Palermo. La prima volta sicuramente a Palermo”.

FC: “Quando?”

PB: “Fra il ’70 ed il ’75 e dopo… cioè fra il ’75 e l’80. Probabilmente sarà stato a metà strada fra il ’75 e l’80”.

FC: “Ma lui viveva già a Milano?”
PB: “Beh, lui sicuramente era dimorante a Milano anche se risultò… lui stesso affermava di avere…di spostarsi frequentemente fra Milano e Palermo”.

FC: “E si sa cosa faceva… lei sa cosa faceva a Milano?”

PB: “A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. E comunque che avesse questa passione di cavalli risulta effettivamente la verità perché anche nel processo questo delle estorsioni di cui ho parlato, non ricordo a che proposito, venivano fuori dei cavalli effettivamente cavalli, non cavalli come parola che mascherava il traffico di stupefacenti”.

FC: “Si, ma quella conversazione con Dell’Utri poteva anche trattarsi di cavalli?”
PB: “Beh, nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errore, si parla di cavalli che devono essere mandati in un albergo… Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo”.

FC: “In un albergo dove?”

PB: “Ho vaghi ricordi, ma probabilmente si tratta del Plaza o di qualcosa del genere, si”.

FC: “Di che città?”
PB: “Di Milano”.

FC: “Ah, per di più!”
PB: “Si”.

FC: “E a Milano non ha altre precisioni sulla sua vita, su che cosa faceva?”
PB: “Guardi se avessi possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero, ma ripeto si tratta di ricordi ormai un po’ sbiaditi dal tempo”.

FC: “Si è detto che ha lavorato per Berlusconi…”
PB: “Non le saprei dire in proposito anche se dico… debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura… so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti ed ostensibili e quali debbono rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda, che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla”.

FC: “Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?”
PB: “So che c’è un’inchiesta ancora aperta”.

FC: “Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?”
PB: “Su Mangano credo proprio di si, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia concernenti anche il Mangano. Questa parte dovrebbe essere richiesta a Guarnotta che ne ha la disponibilità, quindi non so io se sono cose che possono dirsi in questo momento”.

FC: “Ma lui comunque era uomo d’onore negli anni 70, no?”
PB: “Beh, secondo le dichiarazioni di Buscetta, Buscetta lo conobbe già come uomo d’onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo, periodo antecedente agli anni ’80. Ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa di quelle estorsioni del processo dei cani con le teste mozzate di cui ho parlato prima”.

FC: “Ma Buscetta come fa a dire che Mangano era un uomo d’onore?”
PB: “Evidentemente Buscetta precisa ogni qualvolta indica una persona come uomo d’onore, precisa quali siano state le modalità di presentazione di cui lui ha parlato in generale nelle sue dichiarazioni e poi specificamente ne parla con riferimento a ogni singola persona accusata. Cioè la presenza di un terzo uomo d’onore che garantendo della qualità di entrambe le persone che si presentano, presenta l’uno all’altro e l’altro all’uno”.

FC: “E’ un rito?”

PB: “Secondo il rituale, si tratta proprio di un rituale, descritto non soltanto da Buscetta, ma descritto anche da Contorno e descritto da tutti i pentiti, descritto da Calderone e descritto da altri pentiti minori. Gli uomini d’onore non possono scambievolmente presentarsi se non vi è la presenza di un terzo uomo d’onore che già è stato presentato ad entrambi e quindi sia in grado di rivelare all’uno la qualità di uomo d’onore dell’altro. E’ un rito di Cosa Nostra del quale abbiamo trovato decine e decine di conferme”.

FC: “Lei nelle sue carte non ha la data esatta dell’arresto di Mangano negli anni ’70?”
PB: “Guardi le posso dire che non ho la data esatta dell’arresto di Mangano perché mi manca il documento. Però Buscetta parla di un incontro avvenuto nel carcere… con Mangano nel carcere di Palermo, un incontro avvenuto nel 1977. Mangano negò in un primo momento che vi fosse stata questa possibilità di incontro tra lui e Buscetta. Gli accertamenti espletati permisero di accettare che sia il Mangano che il Buscetta erano stati detenuti assieme all’Ucciardone proprio nel 1977 e probabilmente forse in qualche anno prima o dopo il ‘77”.

FC: “‘77… vuol dire che era dopo che Mangano aveva cominciato a lavorare per Berlusconi?”
(Paolo Borsellino fa cenno di non sapere o non potere rispondere)

FC: “Da quanto sappiamo lui ha cominciato a lavorare nel ’75”.
PB: “Le posso dire che sia Mangano che Buscetta… ehm sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore”.

FC: “Lei sa come Mangano e dell’Utri si sono conosciuti?”

PB: “No. Non lo so perché questa parte dei rapporti di Mangano, ripeto, non fa parte delle indagini che ho svolto io personalmente, conseguentemente quello che ne so io è quello che può risultare dai giornali o da qualsiasi altra fonte di conoscenza. Non è comunque mai una conoscenza professionale mia e sul punto peraltro non ho ricordi”.

FC: “Sono di Palermo tutti e due?”
PB: “Non è una considerazione che induce ad alcuna conclusione perché Palermo è una città, diversamente come ad esempio Catania dove le famiglie mafiose erano composte di non più di una trentina di persone, almeno originariamente, in cui gli uomini d’onore sfioravano, ufficiali, sfioravano duemila persone secondo quanto ci racconta ad esempio Calderone. Quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due non è detto che si conoscessero”.

FC: “Un socio di Dell’Utri, un tale Filippo Rapisarda che dice che ha conosciuto Dell’Utri tramite qualcuno della famiglia di Stefano Bontade”.
PB: “Guardi Mangano era della famiglia di Porta Nuova, cioè la famiglia di Calò. Comunque considerando che Cosa nostra è…” – (interruzione della Signora Borsellino per un’auto da spostare)-

FC: “Rifaccio la domanda: c’è un socio di Marcello Dell’Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade”.
PB: “Beh considerato che Mangano ricordo appartenesse alla famiglia di Pippo Calò, evidentemente non sarà stato Mangano…non sarà stato qualcuno del… cioè non saprei individuare chi potesse averglielo presentato. Comunque tenga presente che nonostante Palermo sia la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose… si è parlato addirittura in certi periodi  almeno di duemila uomini d’onore con famiglie numerosissime. La famiglia di Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno duecento e si trattava comunque di famiglie appartenenti ad un’unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, e quindi i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera”.

FC: “Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?”
PB: “Rapisarda, so dell’esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato personalmente”.

FC: “A Palermo c’è un giudice che se n’è occupato?”
PB: “Credo che attualmente se ne occupi, se vi è una inchiesta aperta anche nei suoi confronti, se ne occupi il giudice istruttore. Cioè l’ultimo degli appartenenti, cioè il collega Guarnotta, cioè l’ultimo degli appartenenti al pool antimafia che è rimasto in quell’ufficio a trattare i processi che ancora si svolgono col rito… col vecchio codice di procedura penale”.

FC: “Perché a quanto pare Rapisarda e Dell’Utri erano in affari con Ciancimino tramite un tale Alamia”.

PB: “Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto, sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente”.

FC: “Ma questo Ciancimino, ex sindaco di Palermo, è un mafioso?”

PB: “Ciancimino è stato colpito da mandato di cattura, nel periodo in cui io lavoravo ancora a Palermo presso l’ufficio istruzione, proprio per la sua supposta appartenenza a Cosa Nostra. Procedimento che si è svolto a dibattimento in epoca estremamente recente e nel corso del quale è stato condannato, conseguentemente è stato accertato giudizialmente almeno in primo grado la sua appartenenza a Cosa Nostra”.

FC: “A cosa è stato condannato?”
PB: “Non ricordo esattamente. Si tratta di una sentenza di qualche mese fa della quale comunque non ricordo… Ricordo la condanna ma non ricordo gli anni relativi alla condanna. E’ chiaro che quando si fa riferimento a Cosa Nostra dal punto di vista dell’organo giudiziario penale italiano, non viene considerato sempre necessario che la persona sia uomo d’onore all’interno di Cosa Nostra perché queste sono regole dell’ordinamento giuridico mafioso. In Italia, secondo l’ordinamento giuridico statuale si può essere condannati per 416 bis, cioè per associazione mafiosa, anche se (ndr) non appartenenti ritualmente, a seguito di una regolare e rituale iniziazione, a Cosa Nostra. Faccio l’esempio, peraltro molto diffuso nelle indagini che sono state fatte, di una famiglia che si avvale di Cosa Nostra, che si avvale per la consumazione, abitualmente, per la consumazione di taluni delitti di sangue di giovani non ancora inseriti in Cosa Nostra.. diciamo in periodi di tirocinio. Questo secondo l’ordinamento giuridico statuale, questi giovani killer che vengono reclutati da Cosa Nostra, ma non ancora ritualmente inseriti secondo la rituale cerimonia nell’organizzazione, fanno comunque parte dell’organizzazione criminosa secondo l’ordinamento giuridico statuale”.

FC: “Lei in quanto uomo, non più in quanto giudice, come giudica la fusione che si opera, che abbiamo visto operarsi, tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconi o Dell’Utri e uomini di onore di Cosa Nostra. Cioè Cosa Nostra si interessa all’industria?”
PB: “Beh, a prescindere da ogni riferimento personale perché ripeto con riferimento a questi nominativi che lei ha fatto, io non ho personali elementi tali da poter esprimere opinioni. Ma considerando la faccenda nel suo atteggiarsi generale allorché l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli anni ’70, sino all’inizio degli anni ’70 aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili, all’inizio degli anni ’70 in poi Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa.. un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole che a un certo punto diventò addirittura monopolistico nel traffico di sostanze stupefacenti… Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali naturalmente cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero. E allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nosta cominciò a porsi il problema e ad effettuare degli investimenti leciti o para leciti, come noi li chiamiamo, di capitali. Naturalmente per questa ragione cominciò a seguire vie parallele e talvolta tangenziali alla industria operante anche nel nord, della quale in un certo qual modo… alla quale in un certo qual modo si avvicinò per potere utilizzare le capacità… quelle capacità imprenditoriali al fine di far fruttare questi capitali dei quali si era trovata in possesso”.

FC: “Dunque lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessa a Berlusconi?”

PB: “E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente queste esigenze, queste necessità per le quali l’organizzazione criminosa a un certo punto della sua vita storica si è trovata di fronte, hanno portato ad una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per dover far trovare uno sbocco a questi capitali. E quindi non mi meraviglia affatto che a un certo punto della sua storia Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali”.

FC: “E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi due mondi?”
PB: “Beh guardi Mangano è una persona che già in epoca, oramai diciamo databile abbondantemente di due decenni almeno, era una persona che già operava a Milano. Era inserita in un qualche modo in una attività commerciale. E’ chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone, di Cosa Nostra che erano in grado di gestire questi rapporti”.

FC: “Però lui si occupava anche di traffico di droga, l’abbiamo visto, ma anche di sequestro di persona”.

PB: “Mah, tutti quei mafiosi che in quegli anni (siamo probabilmente alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70), che approdarono a Milano e fra questi non dimentichiamo che c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali che poi investirono nel traffico delle sostanze stupefacenti, anche con i sequestri di persona. Lo stesso Luciano Liggio fu coinvolto in alcuni clamorosi processi che riguardavano sequestri di persona. Ora non ricordo se si trattasse ad esempio di quelli di Rossi di Montelera, ma probabilmente fu proprio uno di questi e diversi personaggi che ancora troviamo come protagonisti di vicende mafiose, a Milano si dedicarono a questo tipo di attività che invece, salvo alcuni fatti clamorosi che costituiscono comunque l’eccezione, sequestri di persona che invece ad un certo punto Cosa Nostra si diede come regola di non gestire mai in Sicilia”.

FC: “Un investigatore ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava per Berlusconi, c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però, di un invitato che usciva dalla casa di Berlusconi”.
PB: “Non sono a conoscenza di questo episodio”.

FC: “E questo sequestro fu opera insomma, fu implicato dentro un tale Pietro Vernengo”.
PB: “Ritengo possa trattarsi, anche perché non ne conosco altri con questo nome, del mafioso che è stato protagonista di alcune vicende che hanno avuto estremo risalto in stampa in questi ultimi tempi… cioè Pietro Vernengo, appartenente alla famiglia mafiosa credo di Santa Maria di Gesù che fu condannato all’ergastolo nel maxiprocesso con sentenza confermata in appello per aver…era imputato addirittura di 99 omicidi e per qualcuno di essi è stato condannato. Pietro Vernengo, personaggio che fu sicuramente uno dei più importanti del maxiprocesso fra quelli coinvolti, sia nel traffico dei tabacchi lavorati esteri all’inizio che nel traffico delle sostanze stupefacenti poi. Anzi credo che un congiunto di Pietro Vernengo sia quel Di Salvo che risultò titolare di una delle raffinerie di droga scoperte a Palermo, proprio nella città di Palermo e precisamente nella zona di Romagnolo acqua dei corsari, una raffineria che fu scoperta mentre era ancora in funzione”.

FC: “Avete detto maxiprocesso… Vernengo è stato giudicato con Mangano?”
PB: “Vernengo è stato giudicato nel maxiprocesso con Mangano”.

FC: “Loro due si conoscevano?”
PB: “Non lo ricordo se sono state fatte domande del genere o accertamenti del genere”.

FC: “Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un’avanguardia”.
PB: “Si, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno fra quelli individuati. Altro personaggio che risiedeva stabilmente a Milano era uno dei Bono. Credo che Alfredo Bono, che nonostante fosse capo della famiglia di Bolognetta, che è un paese vicino Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso, in realtà debbo dire Mangano non appare come uno degli imputati principali. Non c’è dubbio comunque che, almeno con riferimento al maxiprocesso, è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente specificatamente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all’interno dell’organizzazione mafiosa. Se mal non ricordo, Calderone parla di un incontro con Mangano avvenuto in un fondo di Stefano Bontade, dove il Mangano e Rosario Riccobono sopravvenuti nel frangente, si dicevano reduci da un’operazione di sangue, o qualcosa del genere. Debbo dire che l’esito processuale però delle dichiarazioni di Calderone è stato un esito deludente poiché dal punto di vista strettamente giudiziario, cioè delle condanne con riferimento agli accusati, delle dichiarazioni di Calderone è rimasto ben poco. E’ rimasto ben poco probabilmente perchè in concomitanza con le dichiarazioni di Calderone è sopravvenuta quella dirompente sentenza, o decisione, della Suprema Corte di Cassazione, la quale ha disconosciuto l’unitarietà della organizzazione criminosa Cosa Nostra, sostenendo che trattavasi invece di tante famiglie, o tante organizzazioni, aventi ognuna una propria collocazione territoriale cosicché il procedimento derivante dalla dichiarazione di Calderone è stato spezzettato, credo in dieci o dodici tronconi, pochi dei quali restano ancora in piede e nessuno dei quali credo abbia avuto sino ad ora un esito dibattimentale definitivo e soddisfacente dal punto di vista dell’accusa”.

FC: “Dunque Mangano era uno capace di partecipare ad azioni militari?”
PB: “Secondo le dichiarazioni di Calderone si”.

FC: “Quali azioni militari non si sa?”
PB: “Mah, ripeto… Calderone parla di un incontro con questo Mangano avvenuto nel fondo di Bontade, nel quale Mangano e Rosario Riccobono si dicevano reduci di un’azione di sangue”.

FC: “Quando?”
PB: “Il periodo credo che sia un periodo di poco precedente all’omicidio di Di Cristina, quindi dovremmo essere prima del 1978”.

FC: “Subito dopo la sua scarcerazione?”
PB: “Non saprei essere più preciso perché dovrei consultare gli atti. E’ citato in questo libro di Arlacchi questo episodio. Ne parla una sola volta in questo libro….  Ah, dice nel 1976. Un giorno del ’76 quindi, io ricordavo nel ’77. [PB legge:  Mi trovavo nella tenuta favarella insieme a Pippo, eravamo seduti a discutere con Michele Greco]. Ecco non è Bontade, è Michele Greco, ora che…. Io ricordavo la tenuta di Bontade, mentre si tratta della tenuta di Michele Greco. […a discutere con Michele Greco quando arrivarono Rosario Riccobono e Vittorio Mangano, uomo d’onore di Pippo Calò, che avevo già incontrato a Milano. Erano venuti per informare Greco dell’avvenuta esecuzione di un ordine, avevano appena eliminato il responsabile di un sequestro di una donna e avevano pure liberato l’ostaggio]. Penso di ricordare anche a quale delitto si riferisce il Calderone. Perché in quell’epoca credo che venne sequestrata a Monreale una certa Gabriella o Graziella Mandalà, la quale qualche giorno dopo, appena otto giorni dopo ricomparve, fu liberata. E subito dopo si verificarono tutta una serie di delitti estremamente raccapriccianti, un tizio che probabilmente era sospettato di aver partecipato al sequestro fu ritrovato addirittura nella circonvallazione dentro un sacco di [interruzione] …con riferimento al suo incontro con Mangano”.

FC: “Fatto da Mangano?”

PB: “Calderone lascia capire in questo modo. Almeno da queste dichiarazioni che vedo riportate nel libro di Arlacchi. Anzi credo che Calderone cita proprio questo fatto che mi ha fatto ricordare…(interruzione)…
Dell’uccisione fatta da Liggio di due donne della quale una viene stuprata e uccisa, una ragazza di 14 anni o 15 anni, che viene stuprata e uccisa subito dopo. Si tratterebbe di un delitto analogo a quello per cui un tizio stamattina è…(interruzione).”

PB: “Ci sono tutta una serie di appunti, di schede e di computer attraverso le quali occorre però risalire alla documentazione, delle quali alcuni sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso e ormai il maxiprocesso è conosciuto, è pubblico. Alcuni non lo sono perché riguardano indagini in corso, li dovrei fare esaminare da Guarnotta per…”

FC: “No dicevo solo quei fogli di computer”.

PB: “Eh si però qualcuno di questi fogli di computer riguarda, per esempio, sta faccenda di Dell’Utri, Berlusconi, e non so sino a che punto sono ostensibili… Io glieli do, l’importante che lei non dica che glieli ho dati io… Sono soltanto…ecco questo computer è organizzato in questo modo, questo è un indice sostanzialmente perché attraverso queste indicazioni noi cerchiamo “Vittorio Mangano” ed il computer ci tira fuori tutti gli indici degli atti dove sappiamo che c’è il nome Vittorio Mangano. Però non sono gli atti, è l’indicazione di come si possono andare a trovare perché poi il processo è microfilmato, c’è lì una cosa, si cerca il microfilm e si tirano fuori. Cosa non sempre facile perché ormai ‘ste bobine microfilm sono diventate numerosissime”.

Il video della presentazione del dvd avvenuta a Palermo il 16 dicembre 2009
(a cura di Francesca Scaglione e Carmelo Di Gesaro,
Fonte: www.fascioemartello.it)


La lettera di Agnese Borsellino per la presentazione del dvd a Palermo

Far conoscere il contenuto di questa intervista non vuole essere un atto di accusa nei riguardi dei personaggi politici ivi citati, ma da moglie di Paolo Borsellino mi chiedo da tempo senza riuscire a darmi alcuna risposta: perché due giorni prima della strage di Capaci i due giornalisti francesi hanno intervistato mio marito chiedendogli di Berlusconi, Dell’Utri e Mangano? E’ stata solo una coincidenza?

Mi auguro che chiunque vuol fare chiarezza su una delle pagine più buie della nostra Repubblica non sia criminalizzato, questa iniziativa ed altre analoghe pertanto sono per me ed i miei figli un atto di amore.

Solo quando la verità sull’assassinio di mio marito e dei suoi ragazzi verrà alla luce  e si interromperà una volta per tutte la contiguità tra criminalità e pezzi deviati dello Stato, scompariranno definitivamente le mafie.

Con questo auspicio rivolgo a vuoi tutti gli auguri di un Sereno e Santo Natale.

Agnese Borsellino

Borsellino, l’intervista nascosta: Palermo ritrova la voce antimafia


Tutto esaurito per la presentazione del Dvd del “Fatto”

“Mi auguro che chiunque vuol fare chiarezza su una delle pagine più buie della nostra Repubblica non sia criminalizzato, questa iniziativa e altre analoghe pertanto sono per me e i miei figli un atto di amore”. Agnese Borsellino ha definito un atto d’amore l’iniziativa del Fatto Quotidiano che mercoledì sera ha presentato a Palermo in anteprima il dvd Paolo Borsellino, l’Intervista Nascosta. Il filmato integrale mai trasmesso in tv, della famosa intervista che il magistrato rilasciò ai colleghi francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo due giorni prima della strage di Capaci e 61 giorni prima di essere ucciso, acquistabile da oggi con il Fatto. Un incontro vigilato da uno spiegamento massiccio delle forze dell’ordine e partecipato da un fiume di persone. Anche quando ogni posto era esaurito, tanti giovani sono rimasti immobili sulla piazza antistante, nonostante la pioggia, con la speranza di poter entrare. Una speranza che non poteva restare disattesa. Così, appena la sala si è svuotata, l’incontro è stato in parte ripetuto. Una testimonianza di condivisione di un giornale che si limita a raccontare i fatti senza chiedere il permesso a questo o a quel partito, a questo o a quel potentato, a raccontare un bisogno profondo di verità di passione civica, ma anche la necessità di manifestare solidarietà a Marco Travaglio, a tutta la redazione del Fatto Quotidiano e al suo direttore Antonio Padellaro, indicati come “mandanti morali” del lancio al premier della statuetta del Duomo da parte di una persona affetta da gravi disturbi psichici . “Quello che vorremmo è un paese normale in cui fosse normale scrivere e manifestare le proprie opinioni, in cui a farla da padrone fosse il confronto civile e non certe dimostrazioni di barbarie politica”, ha detto Padellaro nel suo intervento preceduto dalla introduzione dell’autrice di questo articolo a cui Agnese Borsellino, donna discreta e restia ad ogni forma di protagonismo, impossibilitata a partecipare a causa di seri motivi di salute, aveva voluto consegnare una lettera densa di emotività ma anche di denuncia politica.


Presenti alcuni magistrati della Procura di Palermo, Nino Di Matteo e Roberto Scarpinato, Andrea Tarondo pm di Trapani e Franca Imbergamo giudice a Caltanissetta, che non hanno voluto rinunciare ad esserci nonostante il clima da coprifuoco psicologico che si respira nel paese. Marco Travaglio si è chiesto cosa sarebbe accaduto a Paolo Borsellino se quell’intervista l’avesse rilasciata oggi, se oggi, avesse consegnato quei documenti a dei giornalisti. Di certo, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stato inserito nella lunga lista delle toghe rosse, dei magistrati sovvertitori della volontà popolare, lui che semmai era una toga nera a riprova che l’imparzialità di un magistrato è al di sopra delle opinioni politiche personali. La presenza di così tanti giovani sinceramente, evidentemente impegnati nella costruzione del proprio futuro, impregnato di rispetto per le persone e per le regole, è stata
la rappresentazione di un paese soffocato dalla propaganda martellante che ogni giorno senza sosta arriva nelle case, nei bar, nei ristoranti dalla reti televisive di proprietà di Berlusconi e da quelle controllate da Berlusconi, presidente del Consiglio. E di fronte alle loro facce pulite, ai loro sguardi attoniti, spesso bagnati dalla commozione, il testamento di Borsellino: “Bisogna continuare a fare il proprio dovere nonostante i rischi e i pericoli che questo comporta perché la ricerca della verità porta con sé il livello di dignità di cui ognuno di noi dispone” si è trasformato in impegno urgente.


Sandra Amurri (il Fatto Quotidiano, 18 dicembre 2009)

Pecunia non olet: banche salvate dai proventi della droga

Fonte: Pecunia non olet: banche salvate dai proventi della droga.

Sapevamo che gli Istituti centrali sarebbero intervenuti a tamponare la falla ed in effetti, come sappiamo benissimo, hanno fatto uno sforzo enorme, il più grande della storia, evitando cosi lo schianto in mare dell’aereo senza carburante chiamato finanza globale. Uno sforzo, aggiungo, irripetibile, visto che alcuni paesi, gli USA, primi tra tutti, hanno aumentato in modo vertiginoso e probabilmente irrecuperabile il proprio debito pubblico. Mentre il deficit dell’anno fiscale 2009, finito un mesetto fa, è il TRIPLO di quello del certo non roseo 2008, 1.42 trilioni di dollari. Il 10% del loro PIL.

A sentire il giornale inglese Guardian un aiuto assolutamente vitale, gigantesco e, cosa ancora più importante, in contanti è arrivato alle banche dai trafficanti e… malavitosi globali; solo nel 2008, l’anno peggiore dal punto di vista della liquiditá, hanno “fatturato” qualcosa come 352 miliardi di dollari, in qualche modo, direttamente o indirettamente, finiti nei principali istituti finanziari mondiali.

Risorse vitali che probabilmente hanno evitato, insieme agli aiuti statali il collasso del sistema. Peccato che fossero tutti capitali di provenienza illecita.

Il “bello” è che il Guardian non si è inventato nulla ma si è limitato a riportare le affermazioni fatte dal Capo dell’ Ufficio ONU contro i traffici di Droga e la delinquenza internazionale, Antonio Maria Costa.

A quanto pare la laboriosa delinquenza internazionale ha risentito meno della crisi ed ha continuato a versare, diligentemente i propri sudati risparmi nei traballanti conti correnti dei primari Istituti mondiali presso i tanti “paradisi fiscali”. Se fai un lavoro pericoloso e soggetto ad improvvise emergenze è meglio stare liquidi, mi pare evidente.

Dire che si sia trattato di un fenomeno, diciamo cosi, di folcklore, secondario è in ogni caso sbagliato.

Nelle parole di Costa “In many instances, the money from drugs was the only liquid investment capital. In the second half of 2008, liquidity was the banking system’s main problem and hence liquid capital became an important factor

“In molti casi, il denaro derivante dalla droga era l’unico capitale di investimento liquido. Nella seconda metá del 2008 la liquiditá era il principale problema del sistema bancario e quindi il capitale liquido era un importante fattore.”

Ed ancora: “Inter-bank loans were funded by money that originated from the drugs trade and other illegal activities… There were signs that some banks were rescued that way.”

“I Prestiti interbancari erano finanziati dal denaro che originava dal commmercio di droga ed altre attivitá illegali, ci sono indizi che alcune banche siano state salvate in questo modo“.

Badate che il tipo in questione è ben noto ed ha fama di essere un poliziotto di ferro dai modi spicci e decisi, non certo un lunatico paranoico che crede nei vampiri.

C’e’ bisogno che ve lo dica? La notizia ha fatto il giro del mondo, la riportano decine di media, ma ovviamente si è fermata alle porte di casa nostra, come potete verificare da soli.

C’erano cose ben più importanti su cui discutere, ovviamente.

Noi, d’altronde, abbiamo varato lo scudo fiscale. Che certe porcherie si facciano, ma fuori dalla nostra porta.

Il denaro, invece, è benaccetto.

Pecunia non Olet…

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