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Antimafia Duemila – Ecomafia: giro di affari da 20 mld, 78 reati al giorno

Il giro d’affari dell’ecomafia è pari a 20,5 miliardi di euro, una cifra che lievita al ritmo di 78 reati al giorno, più di 3 ogni ora.

Un ‘fatturato’ in nero generato dall’impennata delle infrazioni nel settore dei rifiuti (da 3.911 a 5.217) e – anche se calano di poco i reati nel ciclo del cemento (da 7.499 a 7.463) – dal business del cemento ‘depotenziato’. Salgono i reati contro la fauna (più 58%) e quelli contro l’ambiente marino.

La regione al top dell’illegalità ambientale rimane la Campania con 4874 infrazioni, pari al 17% del totale, mentre al secondo posto si piazza il Lazio soprattutto con l’area del sud Pontino a causa delle infiltrazioni di clan (Latina è la terza provincia per il ciclo del cemento)…

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l’ecomafia non basta più | Pietro Orsatti

Fonte: l’ecomafia non basta più | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti su Terra

C’è una relazione stretta, nel nostro Paese, tra analisi e denuncia dei fenomeni criminali, lotta alla mafia e aggressione illecita al territorio e alle risorse naturali. Questo legame c’è da tempo. Già nel 1991 Giovanni Falcone spiegava che il boss mafioso si stava evolvendo, stava raffinando i propri interessi e le proprie aree di condizionamento. Spiegava, infatti, che dai terreni tradizionali dell’imprenditoria mafiosa (gli inerti e le cave e poi il cemento e l’edilizia), le mafie si accingevano a entrare nel business degli appalti pubblici con ancora più efficacia, e in settori, come i rifiuti, allora ancora non sfruttati dai clan. Quello che avvenne subito dopo, con l’affermarsi del potere dei Casalesi e la loro capacità imprenditoriale sia sugli appalti e i cantieri dell’alta velocità ferroviaria sia sul traffico illecito di rifiuti speciali e tossici e nocivi, confermarono l’intuizione del magistrato. Negli anni 90 la questione rifiuti, in particolare industriali, divenne il terreno di crescita di una nuova forma di imprenditoria che nel suo sviluppo illegale o para legale vide i clan di camorra e ’ndrangheta diventare soggetti fondamentali. Le vicende dei traffici internazionali e delle navi dei veleni sono una dimostrazione ulteriore di come l’imprenditoria inquinata dei colletti bianchi e le mafie si intersechino e agiscano in modo del tutto congiunto. Ma è negli ultimi anni che il sistema criminale e quello imprenditoriale inquinato e settori deviati della pubblica amministrazione diventano sistema. L’evidenza di quello che è successo negli ultimi anni in Campania e di quello che sta succedendo in questi giorni in Sicilia racconta una storia di inquinamento di pezzi anche ampi della politica e della pubblica amministrazione da parte di settori collegabili alle mafie o ad ambienti a esse contigui. Ormai il settore ambientale (la “monnezza” in particolare) è diventato una delle voci di bilancio più importanti (per alcune aree la più importante). Il termine “ecomafie” di fatto è riduttivo. Le mafie, nel loro insieme, hanno individuato nel settore ambientale un business a cui non sono disposte a rinunciare, ancora più interessante e lucroso degli appalti in opere pubbliche (anch’esse connesse al tema urbanistico, ambientale). Quindi non esiste “mafia” ed “ecomafia”. Il fenomeno è lo stesso, i personaggi sono gli stessi, il business è l’unico obiettivo. Il latitante Bernardo Provenzano, poco prima della sua cattura, parlava chiaramente di investire nel business ambientale. Matteo Messina Denaro, con il tentativo addirittura di entrare nel settore dell’eolico e quindi delle energie rinnovabili, ha dimostrato che un boss che si occupa principalmente di droga, estorsioni, traffico di armi, è perfettamente in grado di capire l’importanza di entrare nel grande giro di affari che rappresenta il settore ambientale nel suo insieme. Sporcando, con il suo interessamento, anche un settore strategico e fondamentale come la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Il partito di Sandokan | Pietro Orsatti

Fonte: Il partito di Sandokan | Pietro Orsatti.

Camorra – Sei pentiti, centinaia di pagine di verbali e riscontri, uno scenario raggelante, un vortice di affari, voti, appalti. Anche la crisi rifiuti e la gestione dell’emergenza entrano nell’inchiesta. Era Schiavone a controllare tutto. Il pentito racconta che anche «, Coronella e facevano parte del “nostro tessuto camorristico”»

di Pietro Orsatti su Terra

Si gioca sul filo delle testimonianze dei collaboratori di la richiesta di custodia cautelare per il sottosegretario Nicola . Una richiesta che coinvolgerebbe, alla lettura del documento consegnato alla giunta per le Autorizzazioni della Camera, anche altri esponenti di spicco dello scenario politico campano e nazionale. Sono sei i collaboratori di che hanno parlato di : Domenico Frascogna, Michele Froncillo, Carmine Schiavone, Dario De Simone, Michele Orsi e Gaetano Vassallo. E proprio dalle dichiarazioni di Vassallo, considerato il “colletto bianco” del clan dei , emergono le accuse più circostanziate: «Ho agito per conto della famiglia Bidognetti quale loro referente nel controllo della società Eco4 spa gestita dai fratelli Orsi. Sono di fatto loro socio. All’epoca era Bidognetti Aniello la persona a gestire gli affari del clan… era stata fissata una tangente mensile pari a 50mila euro, con la previsione ulteriore dell’assunzione di cinquanta persone scelte dal clan. Posso dire che la società Eco4 era controllata dall’onorevole e anche l’onorevole aveva svariati interessi in quella società. Presenziai personalmente alla consegna di 50mila euro in contanti da parte di Orsi Sergio all’onorevole , incontro avvenuto a casa di quest’ultimo a Casal di Principe». E Vassallo continua, riportando altri particolari: «Bidognetti Raffaele, alla mia presenza e alla presenza di Di Tella Antonio, riferì che gli onorevoli Italo , Nicola , Gennaro Coronella e facevano parte del “nostro tessuto camorristico”». Quindi se trema, anche altri esponenti del centrodestra temono di essere trascinati nella polvere dal crollo dell’ormai probabilmente ex candidato alle prossime in . Non è un caso che Italo , nella prima mattinata di ieri, abbia smentito categoricamente di essere coinvolto nella vicenda e ha comunque ribadito la propria solidarietà a . Non sono accuse da sottovalutare anche per il modo in cui sono state formulate.
Comprensibile, questa alzata di scudi. è l’emergente del Pdl in , un pezzo del governo, non certo un oscuro parlamentare arrivato dalla provincia. Secondo i magistrati che lo stanno inquisendo, invece, il sottosegretario ha contribuito «con continuità e stabilità, sin dagli anni 90, a rafforzare vertici e attività del gruppo camorrista da cui riceveva puntuale sostegno elettorale in occasione delle ». Attraverso la Eco4. Racconta sempre Vassallo che « sapeva che ero socio della Eco4 e dei miei rapporti con la famiglia Bidognetti. Quando mi aggiudicai il servizio di raccolta dei rifiuti nel comune di San Cipriano con la Setia sud, Bidognetti mi disse che dovevo convocare le maestranze per sostenere alle provinciali». È proprio questo sostegno, cercato e ottenuto attraverso scambi di appalti e posti di e proseguito secondo l’accusa per anni, che avrebbe consolidato il peso politico (e soprattutto elettorale) di . E come era prevedibile si riapre anche lo scenario dello scandalo rifiuti a . E sempre in relazione alla Eco4, come ci racconta ancora il pentito: «I siti da utilizzare per l’ampliamento della discarica vennero scelti da Francesco Schiavone su indicazione dei fratelli Orsi. La stessa procedura è stata utilizzata per i depositi delle ecoballe. In poche parole, tutto il sistema della gestione dei rifiuti, sia di quelli solidi che di quelli speciali, nelle sue diverse fasi (trasporto, smaltimento, raccolta) era completamente gestito e controllato dalla criminalità organizzata e ciò sia nel periodo in cui la gestione fu affidata ai privati, sia nel periodo in cui la gestione è passata al pubblico». E assunzioni e commesse sarebbero sempre state determinate dalle esigenze politiche di .

SCARICA IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO DEL GIP Cosentino ordinanza

ComeDonChisciotte – E SE FOSSE L’OLANDESE VOLANTE ?

Le autorità dichiarano che il relitto trovato al largo di Cetraro in calabria non sia quello del Cunsky, la nave dei veleni fatta affondare per smaltire in fondo al mare il suo carico tossico, ma una nave molto più vecchia, affondata nel 1917.

Carlo Bertani spiega come la dichiarazione delle autorità sia l’ennesima e incosciente frottola disinformativa.

Anzichè pensare a come bonificare le autorità insabbiano la verità e sperano che i morti per l’inquinamento non facciano notizia. Vergogna, fuori la mafia dallo stato!

Fonte: ComeDonChisciotte – E SE FOSSE L’OLANDESE VOLANTE ?.

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com/

Gentile Ministro Prestigiacomo,
quella che può osservare nella fotografia, sarebbe il relitto scovato dalla nave oceanografica “Mare Oceano” al largo di Cetraro, in Calabria. Molto probabilmente lo è, perché la nave “Città di Catania” (all’epoca si apponeva sempre, prima, la locuzione “Città di”) fu affondata nel Marzo 1917 da un sommergibile tedesco – all’Ufficio Storico della Marina lo confermeranno di certo – e siamo dunque felici che la “Città di Catania” (proveniente dall’India e diretta a Napoli) sia stata finalmente ritrovata.
Siamo un po’ più freddi, invece, al riguardo della “cessata emergenza” diramata ai quattro venti poiché – a nostro avviso – la conclusione ci sembra cozzare contro le più elementari regole della logica.
Soprattutto della logica delle costruzioni navali.
Partiamo dall’inizio.

La presunta “nave dei veleni”, individuata dalla ricerca finanziata dapprima dalla Regione Calabria, doveva essere la Kunsky (che risultava, invece, demolita in Oriente ma, sulle pratiche di demolizione in quelle aree, meglio non fare troppo affidamento) ed invece si scopre che è un relitto italiano risalente alla Prima Guerra Mondiale. Le vendite di pesce sono crollate dell’80%, ed è dunque un bel sollievo sapere che si tratta di un innocente piroscafo italiano.
Ci sono, però, alcune discrepanze fra le due descrizioni, che saltano agli occhi.
Nelle risultanze pubblicate sui primi rilevamenti – quelli ordinati dalla Regione Calabria – si dice che:

E’ lei. E’ la nave descritta dal pentito di mafia Francesco Fonti. E’ come e dove lui aveva indicato. Sotto cinquecento metri di acqua, lunga da 110 a 120 metri e larga una ventina, con un grosso squarcio a prua dal quale fuoriesce un fusto. Si trova venti miglia al largo di Cetraro (Cosenza). I fusti sarebbero 120, tutti pieni di rifiuti tossici [1].

Ci sono dei fusti. Fusti in metallo, ovviamente. Peccato, Ministro Prestigiacomo, che lo stivaggio di materiali in fusti metallici non fosse assolutamente in uso agli inizi del ‘900: all’epoca, tutto veniva stivato in barili di legno, tanto che le tabelle d’armamento, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, prevedevano che a bordo vi fosse almeno un mastro bottaio con alcuni aiutanti. Controlli, la prego.
Ci sono dei fusti nei pressi della “Città di Catania”? Approfondisca.

Altro capitolo che non ci convince riguarda le dichiarazioni della “Grande Silenziosa”, la Regia Mar…pardon, oggi Marina Militare Italiana:

Di certo i misteri che hanno sempre avvolto questa vicenda non lasciano sperare bene. Come aveva già confermato la Marina Militare, nella zona – siamo a venti miglia al largo di Cetraro (CS) – non ci sono relitti bellici né della prima né della seconda guerra mondiale. [2]

Ohibò, vuoi vedere che alla gloriosa Marina Italiana era sfuggita la povera “Città di Catania”? Oppure qualcuno se n’era scordato? Per di più: una nave che porta il nome della sua città natale…
Insomma: furono oppure no affondate navi, per eventi bellici, nel mare di Cetraro? Controlli, la prego: se desidera, posso inviarle i riferimenti dell’Ufficio Storico della Marina, ma sono certo che lei già li possiede.

Se il mistero dei fusti e dei barili, più le incertezze della Marina, ancora non la convincono, le sottoponiamo la relazione stesa durante i primi rilevamenti:

L’epoca della costruzione della nave affondata, secondo quanto emerso dai primi rilievi, risalirebbe agli anni `60-´70. Secondo quanto riferito dal procuratore Bruno Giordano, infatti, non sarebbe visibile la bullonatura, il che indurrebbe a pensare che sia stata costruita in quegli anni. Il relitto è coperto da numerose reti da pesca [3].

Non vorremmo tediarla con inutili dissertazioni sulle costruzioni navali, ma vorremmo ricordarle – questa è Storia, non invenzioni – che le prime navi a non avere bulloni per collegare le lamiere alle ordinate furono le corazzate “tascabili” tedesche della classe Admiral Graf von Spee (più precisamente, Admiral Graf von Spee, Admiral Scheer e Deutschland, poi Lützow), le quali – dovendo sottostare ai limiti imposti dalle Conferenze Navali di Londra e Washington – non potevano dislocare più di 10.000 tonnellate.
I tedeschi, per risparmiare il peso dei bulloni, “inventarono” la saldatura della lamiere alle ordinate, il che consentì di costruire navi con cannoni di maggior calibro (280 mm) al posto dei 203 mm dei “classici” incrociatori pesanti da 10.000 tonnellate.
Tutto questo, per dirle che – come afferma il Procuratore di Paola – se la nave in questione non ha bulloni nello scafo, non può essere la “Città di Catania” (varata nel 1906, quando si “bullonava” sempre, da non confondere con l’omonima nave affondata in Adriatico durante il secondo conflitto mondiale), ma un’altra. Che la Kunsky sia solo un poco più in là? Perché chiudere così frettolosamente le indagini? “Caso chiuso”: così in fretta?

Rimane il mistero del Cesio 137 ritrovato nei molluschi [4], proprio in quel mare: siccome il Cesio 137 non si trova in natura, chi ce lo avrà messo? Lei ha un’idea? Che siano stati gli iraniani?

Le ricordo, infine, che le precedenti rilevazioni stabilirono che – nel mare di Cetraro – il SONAR aveva individuato ben sette “macchie scure”, che non indicano necessariamente una nave, ma che forniscono alte probabilità che lo siano.
Ciò che insospettisce, è che la notizia fu pubblicata da AdnKronos e – proprio mentre scrivevo questo articolo – è sparita! Sì, ritirata dal circuito!
Credo che, anche per lei, la cosa risulterà assai strana.
Non vorremmo che, per correre dietro all’urgenza economica di garantire la pesca, per ovviare alle proteste dei pescatori e per tacitare chi fa “allarmismo”, aveste semplicemente scambiato una nave per un’altra. Capita. In fin dei conti, quel che conta è la verità mediatica: il resto…

Provi a rifletterci un poco; se mai, chieda lumi a Bertolaso ed alla Marina: vedrà che – con un poco di calma e di riflessione – tutto si chiarirà. Come sempre, in Italia.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/10/e-se-fosse-lolandese-volante.html
30.10.2009

Articolo liberamente riproducibile nella sua integrità, ovvia la citazione della fonte.

[1] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/nave-veleni/trovata/trovata.html
[2] Ibidem.
[3] Fonte: Il Secolo XIX – 12 Settembre 2009.
[4] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/nave-veleni/risultato-indagini/risultato-indagini.html

Piero Ricca » Una montagna di balle

Piero Ricca » Una montagna di balle.

Dal 2003 al 2009, un gruppo di videomakers ha documentato la cosiddetta emergenza rifiuti campana per svelarne gli ingranaggi, individuare responsabilità e attori di quindici anni di gestione straordinaria. Uno spettacolo costato miliardi di euro e decine di processi in corso. Ma dove finiscono i rifiuti campani? Quali sono le ferite di una terra bruciata e i danni alla salute di milioni di persone? Il più grande disastro ecologico dell’Europa occidentale raccontato dalle voci delle comunità in lotta per difendere il proprio futuro: l’assalto ai fondi pubblici, le zone d’ombra della democrazia, il boicottaggio della differenziata, le collusioni con le ecomafie e le proposte di chi si interroga seriamente sulle alternative. E se vivere in emergenza fosse solo una strategia per accumulare profitti?


Abruzzo, prospera l’ecomafia

Abruzzo, prospera l’ecomafia.

È la regione dei parchi, una delle aree più verdi d’Europa. Eppure l’Abruzzo è crocevia dei traffici di scorie, di rifiuti, è territorio per gli sversamenti abusivi, cave dismesse e riempite di veleni. Fiumi altamente inquinati, depuratori (tantissimi) che non depurano, con la costa turistica devastata e troppo spesso off limits ai bagnanti. Una regione verde, di mari e di monti, una regione dall’alta vocazione turistica, una regione petrolifera.

Sembra un paradosso, ma non è così: sono diverse le concessioni per l’estrazione dell’oro nero presente nel sottosuolo, anche in zone dall’alto valore paesaggistico e ambientale. Una vicenda che non sfocia nel terreno delle mafie, ma va considerata come esempio dell’abuso e dello scempio legalizzato.

Il ciclo dei rifiuti
Già dal secondo rapporto annuale sulle ecomafie, nel 1997, Legambiente avvisa i naviganti: i traffici illegali passano da qui, i camion di rifiuti tossici si fermano nelle tantissime cave e nei tanti luogo desolati della regione. E così l’Abruzzo diventa la pattumiera delle scorie del Nord del Paese. Una delle pattumiere, considerato che il business diventa presto ingentissimo e a occuparsene saranno più di cento cosche di mafia. Un affare enorme, che coinvolge parecchie zone del Belpaese. La commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti rileva una pratica soft: tonnellate di rifiuti urbani, provenienti dalle regioni in emergenza come la Lombardia, inviati nel Centro Italia per essere trattati e recuperati. Un trattamento che avverrà spesso solo sulla carta, anche in Abruzzo. Da segnalare due prese di posizione in stile nimby, quelle dell’allora presidente dell’Antimafia Ottaviano Del Turco e, pochi mesi dopo, quella dell’allora ministro dell’Ambiente Edo Ronchi: l’Abruzzo è un’ isola verde e felice.

La tendenza
Si continuano ad accendere i riflettori sul pericolo ecomafie. Preoccupa il fiume di fango tossico, quei 270mila quintali di residui di lavorazione industriale scaricati a due passi da Pescara (Legambiente 2000). Preoccupa la presenza sempre più massiccia delle mafie nelle regioni centrali (commissione sul ciclo dei rifiuti, 2001). Quasi dei ponti tra il Sud ad occupazione mafiosa e il Nord da colonizzare. E c’è anche un allarme dal mare: la rotta adriatica per lo smaltimento illegale dei rifiuti (Dossier Codici, 2007).

Il riciclo creativo
Nel marzo del 2007 si scopre un pericolosissimo traffico di rifiuti industriali. Prima l’esportazione in Cina via mare, quindi la trasformazione e poi la vendita in Italia come materiali plastici semilavorati. Così le scorie tornavano ripulite e riciclate in Italia, tra il Lazio, la Campania, la Sicilia e la Lombardia, oltre che l’Abruzzo.

La discarica più grande d’Europa
Cave dismesse e cunicoli, aree deserte e canali di scolo, sono decine i siti utilizzati per ammassare rifiuti di ogni tipo, anche altamente tossici. Ma il caso più eclatante resta quello della discarica illegale di Bussi Sul Tirino (Pescara). Un’area gigantesca lungo il fiume Pescara scoperta nel 2007, 38mila metri quadri, 240 tonnellate di scorie. I dubbi sull’inquinamento della falda acquifera sono a zero: impossibile altrimenti.

Si inquina per legge
L’Abruzzo dovrebbe essere tra le regioni più depurate d’Italia: ha 1300 impianti, una media altissima per i suoi 1,3 milioni di abitanti. Eppure il mare è inquinato e le stagioni balneari sono intossicate dai liquami. In definitiva, quegli impianti non funzionano per mancanza dei fondi necessari. Assurdi da record: la Regione ha condonato i comuni per i continui abusi, e ha innalzato per decreto la soglia dell’inquinamento dei fiumi (+280%).

Il ciclo del cemento
L’Abruzzo è all’undicesimo posto della classifica di Legambiente: sono tantissime le cave illegali, in un territorio che ha il 30% di aree protette. C’è anche l’abuso edilizio selvaggio. Un esempio eclatante: una villetta a Vasto costruita in un’area non edificabile con tanto di autorizzazione comunale.

L’oro sporco
Sono nove le concessioni petrolifere rilasciate dal ministero dell’Ambiente nell’area tra Pineto e Termoli. C’è il progetto di un enorme petrolchimico sulla costa teatina, il Centro Oli (nome ingannevole) dell’Eni a Ortona. Un cento enorme contro il quale da anni si batte, con successo, il Coordinamento per la tutela della Costa Teatina, guidato dalla battagliera Fabrizia Arduini. Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: un’area dall’alto valore ambientale (riconosciuto per legge tanto da avviare le procedure per l’istituzione di un parco naturale), la stessa area destinata all’industria pesante. Petrolchimico che arriva in tempo di dismissioni, in un’area che è anche tra le principali aree vinicole del Paese (Montepulciano). Un corto circuito provocato dai cambi al governo nazionale e regionale e comunale. Discorsi politici a parte, uno studio tecnico ha rivelato l’enorme imbroglio che si celerebbe dietro il progetto, che dovrebbe creare occupazione a costi ambientali contenuti: le stime d’inquinamento dell’Eni sarebbero inferiori ad oltre venti volte quelle normalmente calcolabili. Con danni incalcolabili all’economia turistica e vitivinicola.

“Ecomafie”, 20.5 miliardi di utili | ItaliaDall’Estero

“Ecomafie”, 20.5 miliardi di utili | ItaliaDall’Estero.

[El Pais]

Un dossier ambientalista presentato con l’appoggio della Presidenza della Repubblica fa luce sui fiorenti affari delle organizzazioni criminali con il traffico di rifiuti

A Napoli si dice “la monnezza è ricchezza” (in italiano nel testo, N.d.T.). Crollasse il mondo, questa frase, ripresa dal libro Gomorra, sarebbe sempre valida. Nel 2008 le ecomafie hanno fatturato con lo smaltimento illegale di rifiuti 20.5 miliardi di euro.

Lo afferma il dossier annuale dell’associazione ecologista Legambiente, presentato ieri a Roma con la partecipazione del Presidente della Repubblica. Si tratta del fatturato più alto mai registrato. Con tutti questi rifiuti si potrebbe innalzare una montagna alta quanto l’Etna, con una base di tre ettari e un’altezza di 3100 metri.

In Italia, nel 2008, sono stati commessi 25.776 crimini ambientali, ovvero 71 al giorno, 3 ogni ora. La buona notizia è che nel 2007 ne erano stati registrati di più: 30.124. Legambiente ha calcolato che sono state interrate nel sottosuolo italiano 31 milioni di tonnellate di rifiuti, l’equivalente di mezzo milione di camion. Lo studio afferma che i rifiuti “si sa dove vengono prodotti, non sempre si sa dove si smaltiscono”. Quasi la metà dei reati vengono commessi nelle quattro regioni nelle quali la presenza mafiosa è tradizionalmente più alta (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia); il resto si distribuisce su tutto il territorio. Ed emerge con forza il ricco Nord, Piemonte in testa. “Le mafie hanno esteso i tentacoli su una vasta parte del Nord”, segnala il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati.

Un chiaro sintomo è costituito dall’arresto di Mario Chiesa, in passato protagonista di casi di corruzione, “che adesso si dedicava al traffico illegale dei rifiuti con tutta una rete di colletti bianchi: imprenditori, intermediari ed amministratori corrotti”.

Con una nota ufficiale, il Presidente Giorgio Napolitano si è congratulato perché l’inchiesta dimostra che è migliorata la lotta delle istituzioni. Dal 2002, anno in cui venne istituito il reato di smaltimento illecito di rifiuti, i giudici hanno aperto 123 processi contro i “capi del veleno”. L’anno scorso sono state effettuate 25 indagini, 2.328 denunce contro persone e 564 contro aziende: gestivano 7 miliardi di euro. Un record assoluto.

Gli ambientalisti sostengono che centinaia di clan mafiosi vivrebbero dei proventi dell’immondizia. Secondo il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso “mancano i mezzi ed un osservatorio nazionale. Dietro alle ecomafie c’è un sistema criminale complesso, con tecnici di laboratorio, trasportatori e altri, abbiamo bisogno di più armi giudiziarie”. Grasso ha chiesto al Governo di garantire l’uso delle intercettazioni telefoniche.

Le scorie industriali avvelenano il terreno, uccidono animali, boschi e cittadini. I soldi vengono riciclati nella costruzione di case abusive, attività che la crisi non ha assolutamente frenato. L’anno scorso sono spuntate in Italia 28.000 nuove case abusive. Primo posto per la Campania, secondo per la Calabria. Due regioni in recessione economica. Nella prima i clan hanno edificato 300.000 metri quadrati in un’area (fertile ed ex-agricola) di 158 Km quadrati.

La Direzione Investigativa Antimafia ricorda che in Calabria la ‘Ndrangheta “continua ad espandersi sul terreno delle opere pubbliche”, come per esempio le autostrade Salerno-Reggio Calabria e Jonica. Il loro sogno è il ponte sullo stretto di Messina. Ancor peggio, il tribunale di Palermo ha appena aperto un’inchiesta: Cosa Nostra si è infiltrata nei contratti pubblici per la costruzione di parchi per la produzione di energia eolica.