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IL MONDO SEDUTO SU UNA BOMBA NUCLEARE A OROLOGERIA | Tutto Gambatesa .net

IL MONDO SEDUTO SU UNA BOMBA NUCLEARE A OROLOGERIA | Tutto Gambatesa .net.

di Monica Centofante

A Celjabinsk, provincia russa degli Urali meridionali, dove alcune città sono dimenticate perfino dalle mappe geografiche, l’aria è carica di morte. Una morte silenziosa e invisibile che ha già trascinato con sé centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini.
Di queste zone, fino al 1991 inaccessibili agli stranieri, quasi nessuno conosce l’esistenza. Eppure è qui che sorge, ed è ancora abitato, il luogo più contaminato della Terra da rifiuti radioattivi.
Si chiama Celyabinsk-40, più noto come Mayak, e insieme a Celyabinsk-65 e Celyabinsk-70 è uno dei centri segreti russi che dopo la seconda guerra mondiale ospitarono i maggiori complessi nucleari dell’Unione Sovietica.
Dal 1949 al 1967 Mayak è stata una pattumiera di rifiuti radioattivi. Sversati in particolare nel fiume Techa e nel lago Karachy, che ora non presentano più forme di vita. Mentre tumori e malformazioni congenite – spiega Franco Valentini di rinnovabili.it – colpiscono da anni la popolazione locale formata per la maggior parte da contadini che vivono in condizioni di estrema povertà e ignoranza e che sono stati esposti ad una quantità di radiazioni pari a quella ricevuta dai superstiti di Hiroshima e Nagasaki.
Quante Mayak ci siano nel mondo nessuno può dirlo con certezza. Ma le informazioni che si raccolgono delineano un quadro tutt’altro che rassicurante.
In tutta la Russia, in quarant’anni di guerra fredda, decine di milioni di metri cubi tra rifiuti solidi e liquidi sono stati disseminati nell’ambiente e molto simile è la situazione degli altri Paesi che hanno sviluppato attività e programmi nucleari. A partire dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Gran Bretagna o dalla nostra Italia, dove di recente si è tornato a discutere della concreta possibilità di un ritorno all’atomo, nonostante non sia ancora stato risolto il problema delle scorie accumulate in passato.
Secondo l’INSC (International Nuclear Societes Council), l’industria nucleare mondiale produce all’anno qualcosa come 270.000 metri cubi di scorie, tra media, bassa e alta radioattività. Una quantità che paragonata ai rifiuti di centrali a fonti fossili tradizionali non è eccessiva, ma che rappresenta un problema ancora insormontabile per la comunità scientifica mondiale nel lungo termine. Il combustibile spento e scaricato di reattori ad uranio mantiene infatti una pericolosità elevata per un milione di anni. Mentre le terre e le acque che ne vengono in contatto diventano esse stesse radioattive mantenendosi in questo stato per centinaia di migliaia di anni. E provocando effetti devastanti su qualsiasi forma di vita circostante.
Uno studio del Dipartimento della Salute degli Stati Uniti – per citare un solo esempio – ha provato che i due terzi delle morti causate da tumore al seno tra il 1985 e il 1989, in America, si sono verificate in un raggio di circa 160 chilometri dai reattori nucleari. E considerato che negli Usa le centrali sono più di cento e le scorie prodotte circa 37 milioni di metri cubi stipate in depositi di fortuna sparsi per il Paese, si può solo intuire quale sia l’entità del rischio in termini di vite umane solo in territorio americano.
Nel resto del mondo la situazione, seppur ridimensionata, non è differente.
In Europa – dove i rifiuti radioattivi provengono perlopiù dal settore civile – si parla di circa 40.000 metri cubi di scorie l’anno. Dei quali Francia e Gran Bretagna detengono il primato sia a causa del numero di reattori attivi presenti sui loro territori sia per gli importanti programmi militari svolti. E per avere un’idea più precisa basti pensare che solo la Francia ne produce annualmente una quantità pari a quelle presenti nel nostro Paese dal 1987, anno in cui con un referendum seguito all’incidente di Chernobyl abbiamo scelto di rinunciare al nucleare. Da allora il problema dei rifiuti speciali non è mai stato risolto e, sebbene non se ne parli, rappresenta una delle principali cause di morte in alcune zone del nostro Paese.
A distanza di oltre 20 anni da quella decisione, infatti, le scorie – circa 30mila metri cubi destinati a crescere – sono custoditi in condizioni di sicurezza precaria e gli impianti non ancora completamente smantellati.
Il caso Italia
Nella centrale nucleare più grande d’Italia – quella di Caorso, vicino a Piacenza – vi sono ancora 700 barre di combustibile con 1.300 Kg di plutonio: materiale recuperabile per il 97%, perché ancora utile per produrre energia elettrica, ma che per questo sarà consegnato ai francesi. Mentre a noi torneranno le scorie.
Dove le metteremo è la grande incognita. Soprattutto perché quello della centrale di Caorso non è di certo un caso isolato.
Il problema dello smaltimento delle scorie nucleari, in Italia, è tanto sconosciuto quanto attuale e non raramente si intreccia con i lucrosi interessi gestiti dalla criminalità organizzata, che in questo campo non agisce solo per proprio conto. L’ultima delle tante prove è nelle recenti cronache sul ritrovamento di una nave contenente rifiuti speciali, scoperta sui fondali del Mediterraneo al largo della costa di Cetraro, nel Tirreno Cosentino. Ad indicarne la presenza, un pentito della ‘Ndrangheta, che avrebbe parlato di una serie di imbarcazioni, forse una trentina, contenenti grandi quantità di scorie radioattive e fatte affondare negli anni Ottanta e Novanta in diversi tratti di mare nel quadro di un accordo siglato tra le cosche e oscuri faccendieri.
Qualcosa di simile, ma sulla terraferma, sarebbe avvenuto a Pasquasia, una cittadina in provincia di Enna, un tempo conosciuta per la sua miniera di Sali alcalini misti ed in particolare Kainite per la produzione di solfato di potassio. Un sito che dagli anni Sessanta fino al 1992 ha dato lavoro a migliaia di persone e che da allora, a quanto pare, semina morte.
Le prove ufficiali non ci sono, ma voci di popolo e una serie di indagini sempre ostacolate hanno sollevato il dubbio che all’interno della miniera siano stoccati rifiuti nucleari: scorie di medio livello radioattivo delle quali la popolazione non deve sapere nulla.
Nel 1996 aveva provato a rompere il silenzio l’allora onorevole Giuseppe Scozzari, seguito dall’onorevole Ugo Maria Grimaldi, all’epoca assessore al Territorio e Ambiente alla Regione Sicilia. Entrambi furono isolati e non riuscirono ad approdare ad alcun risultato concreto, ma le loro personali inchieste avevano portato alla luce una realtà inquietante: i casi di tumore e leucemia erano aumentati nel solo biennio 1995/96, nella zona di Enna, del 20% mentre Pasquasia e “l’intera Sicilia rischiava di essere trasformata in una pattumiera dell’Europa”. Grimaldi aveva denunciato la presenza di amianto in tutto il territorio provinciale, nelle cave abbandonate ed in altri siti. Scozzari aveva chiesto un’interrogazione parlamentare e tentato l’ingresso nella miniera, convinto che fosse gestita da organizzazioni criminali senza nessun consenso formale da parte dello Stato.
E invece, se è vero che parte di quei terreni appartenevano (e apparterrebbero) a persone in odore di mafia vero è anche che erano state proprio le istituzioni italiane – e internazionali – a negargli l’accesso. Allo stesso modo in cui, ancora oggi, negano la presenza delle scorie mentre le analisi effettuate dall’Usl già nel 1997 rivelavano l’esistenza in quella zona di Cesio 137 in concentrazione ben superiore alla norma. Il che poteva significare che non solo i rifiuti nucleari c’erano – e quindi ci sono – ma che si era addirittura verificato un inaspettato incidente nucleare, con relativa fuga di radioattività, probabilmente durante una sperimentazione atta ad appurare la consistenza del sottosuolo della miniera su eventuali dispersioni di radiazioni.
Una tragedia, per la popolazione circostante, tenuta sotto totale silenzio.
Anche il pentito di mafia Leonardo Messina, già membro della cupola di Cosa Nostra, aveva parlato di Pasquasia e della presenza di rifiuti radioattivi nella miniera all’interno della quale aveva lavorato come caposquadra. Secondo il suo racconto – sul punto considerato attendibile dal Procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna – le attività illegali, in quella zona, proseguivano dal 1984: quando l’Enea (all’epoca Ente nazionale per l’energia atomica) aveva avviato uno studio geologico, geochimico e microbiologico sulla formazione argillosa e sulla sua resistenza alle scorie nucleari. E quando funzionari del Sisde avrebbero contattato l’amministrazione comunale per richiedere il nulla osta a seppellire in loco materiale militare di non meglio specificata natura. Cosa che proverebbe l’utilizzo della miniera come deposito di scorie ancora prima della sua dismissione e che spiegherebbe il motivo per cui dopo il 1992 il Corpo regionale delle miniere ha interrotto l’attività di vigilanza e di manutenzione degli impianti e la Regione ha affidato il controllo degli accessi alle miniere a quattro società di sicurezza privata, attualmente rimosse dall’incarico.
Nel 1997 la procura di Caltanissetta aveva disposto un’ispezione su una galleria profonda 50 metri costruita all’interno della miniera proprio dall’Enea e aveva rilevato la presenza di alcune centraline di rilevamento rilasciate dall’Ente, ma che non si riuscì a chiarire che cosa esattamente dovessero misurare. Forse la radioattività?

Scorie immortali
Negli annuali rapporti di Legambiente sulle cosiddette Ecomafie il riferimento al traffico di rifiuti radioattivi è una costante. Ammassati in improbabili cave, si legge, gettati in mare o seppelliti senza particolari misure di sicurezza possono penetrare il suolo e contaminare terre e falde acquifere, oltre a causare danni irreparabili alla flora e alla fauna marina di cui ci cibiamo.
In gioco, insomma, c’è la salute e la vita di tanti cittadini mentre la dimensione del problema appare decisamente fuori controllo.
Le mafie che si occupano di questi traffici, infatti, sono molteplici e non sono solo italiane. Mentre scandali come quelli di Pasquasia si registrano in ogni parte del mondo e hanno spesso coperture di alto livello.
A febbraio di quest’anno, per citare uno degli esempi più recenti, è venuto alla luce uno dei segreti più pericolosi sullo smaltimento dei rifiuti radioattivi che le guerre balcaniche e lo stesso Trattato di Dayton hanno occultato negli anni. Ne parla Fulvia Novellino su Rinascita Balcanica, ricostruendo un vero e proprio traffico di scorie e materiali radioattivi verso la Bosnia organizzato, secondo indiscrezioni provenienti dall’interno dei servizi segreti locali, “dalla stessa missione di pace Nato in Bosnia-Erzegovina, attraverso la quale la Francia ‘esportava’ grandi quantità di rifiuti radioattivi, che venivano poi gettati nei laghi della Erzegovina”. Una “comoda soluzione”, per lo stato francese, per risolvere l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti tossici che accomuna tutti i governi che si servono dell’energia nucleare.
Il problema dello stoccaggio e della messa in sicurezza delle scorie appare infatti insormontabile e distante anni luce da una possibile soluzione. Mentre anno dopo anno i rifiuti si accumulano in maniera vertiginosa.
Fino ad oggi si è tentato di neutralizzare soltanto le scorie meno pericolose, quelle che mantengono la radioattività per circa 300 anni e lo si è fatto utilizzando perlopiù depositi di superficie e quasi mai cavità sotterranee o depositi geologici profondi. Per i rifiuti ad alta radioattività non si è riusciti a fare assolutamente nulla, spiega invece Marco Cedolin su Terranauta, perché “tutto il gotha della tecnologia mondiale ha dimostrato di non avere assolutamente né i mezzi né tanto meno le conoscenze tecnico/scientifiche per affrontare un problema che travalica di gran lunga le capacità operative degli esseri umani”.
Per il momento, solamente gli Stati Uniti hanno tentato l’impresa, che si sta rivelando ardua e scarsamente risolutiva.
Il Dipartimento dell’Energia statunitense ha infatti pensato alla creazione di un grande sito di stoccaggio definitivo nel quale trasportare il materiale radioattivo raccolto nelle aree maggiormente inquinate del Paese: sito che potrà essere costruito nel giro di 70 – 100 anni, con una spesa complessiva che varierà dai 200 ai 1000 miliardi di dollari. In poche parole: il progetto più costoso e complesso che la storia ricordi.
La meta prescelta per l’ardita operazione è il Monte Yucca, situato nel Nevada meridionale a circa 160 Km a nord ovest di Las Vegas , in una zona collocata all’interno della cosiddetta Area 51. Il luogo migliore, secondo i progettisti, per scavare una serie di tunnel sotterranei della lunghezza di 80 Km che correranno e a una profondità di 300 metri, saranno rivestiti di acciaio inossidabile e titanio e una volta terminati potranno contenere 77.000 tonnellate di scorie radioattive attualmente in giacenza in 131 depositi dislocati all’interno di 39 differenti stati.
Un’opera titanica quanto quella del trasporto, che prevede l’utilizzo di 4600 fra treni e autocarri che per giungere a destinazione dovranno attraversare, con il loro pericolosissimo materiale, ben 44 stati con tutti i rischi del caso.
Secondo gli esperti che stanno lavorando al progetto – e che hanno già speso circa 8 miliardi di dollari soltanto per gli studi preliminari del terreno – una volta terminati i lavori di scavo e di preparazione del sito (previsti inizialmente per il 2010, ma già slittati al 2017) il deposito rimarrebbe in attività per qualche decina di anni prima di essere riempito completamente. E una volta chiuso dovrebbe impedire la fuoriuscita delle scorie dell’ambiente per i successivi 10.000 anni.
Il che in parole povere significa che la gigantesca opera non servirà a nulla.
La National Academy of Sciences e il National Research Council hanno infatti ricordato che il materiale radioattivo rimarrà tale per centinaia di migliaia di anni e che il lasso di tempo previsto dal progetto non può quindi essere definito una “messa in sicurezza”. Tanto più che sussistono innumerevoli dubbi sulla reale capacità del sito di preservare il materiale radioattivo anche nel corso di quei 10.000 anni visto che l’umidità presente nell’area, seppur modesta, avrebbe tutto il tempo di corrodere i contenitori delle scorie riversando il materiale nelle falde acquifere e nei pozzi circostanti causando seri problemi alle popolazioni circostanti (1.400.000 persone); mentre il calore connaturato nei rifiuti nucleari rinchiusi all’interno di una montagna priva di sistemi di raffreddamento potrebbe avere gravi conseguenze.
A questa e a numerose altre perplessità che hanno aperto un ampio dibattito nel mondo scientifico e politico americano si aggiunge infine un particolare di non poco conto: il Dipartimento dell’Energia ha denunciato presunte omissioni e irregolarità dei tecnici del servizio geologico, che avrebbero costruito in maniera fraudolenta “elementi che confermassero la sicurezza del sito di Yucca Mountain”.

Senza via d’uscita
Il problema, ancora una volta, sembra quindi rimanere irrisolto. E se a quanto sin qui detto si aggiunge l’inquinamento provocato dall’utilizzo dell’uranio impoverito, sia per scopi bellici che civili, o i vari incidenti nucleari che si sono verificati nel corso degli ultimi decenni si può solo intuire l’entità del dramma.
Nel 1957 a Windscale, oggi Sellafield, nel West Cumberland, in Gran Bretagna un piccolo reattore adibito alla produzione di uranio e di plutonio per usi militari prese fuoco provocando la parziale fusione del nocciolo e la fuoriuscita di gas e materiali radioattivi che contaminarono una vastissima area intorno all’impianto. La popolazione non fu avvertita fino a che l’incendio non fu quasi completamente domato.
Il 1986 è l’anno della sciagura di Chernobyl;
Dal 1987, nella centrale di Ignalina, in Lituania, sono stati registrati due incidenti;
nel 2006 un sottomarino nucleare della marina russa, nel mar di Barents, ha fatto i conti con un incendio scoppiato nei locali tecnici del reattore nella prua rischiando di ripetere la tragedia del Kursk di sei anni prima e, più recentemente, la centrale francese di Tricastin ha disperso una soluzione di uranio nei fiumi circostanti;
mentre la centrale di Kashiwazaki-Kariwa, in Giappone, la più grande del mondo, ha subito gravi danni a causa di un terremoto con conseguente serie di fughe radioattive dall’impianto.
La lista potrebbe continuare, perché gli incidenti finora conosciuti sono almeno una settantina.
E mentre la situazione peggiora di ora in ora e la follia umana non si placa il mondo è seduto su una bomba nucleare a orologeria.

Antimafia Duemila – Traffico di rifiuti nel Lazio, riecco Flavio Carboni

Antimafia Duemila – Traffico di rifiuti nel Lazio, riecco Flavio Carboni.

di Andrea Palladino – 17 agosto 2009
E nelle intercettazioni spunta un politico di nome «Altero»

C’è un filo invisibile che lega i trafficanti di rifiuti in Italia. È un canale di comunicazione privilegiato, d’oro, che mette in collegamento aziende che hanno bisogno di smaltire a basso costo i veleni con chi ha i contatti giusti per farli sparire. È un club riservato, estremamente silenzioso, ma che in Italia ha un peso sempre più invadente. Ed è parte del motore economico di quella bella fetta del prodotto interno lordo illegale che sfugge alle statistiche.

Un traffico del terribile amianto friabile, partito dall’ex fabbrica Nuova Sacelit di San Filippo del Mela, a 30 km da Messina, e sepolto a pochi chilometri da Roma, in una strada di campagna vicino Pomezia, riesce oggi a svelare una piccolissima parte del mondo sommerso dei monnezzari. Un tassello piccolo ma importante. Protagonisti della storia imprenditori, ingegneri dell’Enea, funzionari pubblici. E il ritorno inaspettato di Flavio Carboni, legato al mondo della P2 attraverso Calvi e protagonista di qualche dozzina di misteri italiani ancora insoluti. Un vero olio che ha fatto girare tanti ingranaggi nella storia d’Italia, dall’informazione, fino al mondo della finanza. E attorno a lui un sottobosco politico, con qualche nome eccellente sussurrato.

L’inchiesta che sta svelando il mondo sotterraneo del monnezza-business è condotta dalla Procura di Velletri, il secondo tribunale del Lazio. Venerdì i carabinieri dei Noe – comandati dal capitano Rajola Pescarini, lo stesso dell’inchiesta sugli inceneritori di Colleferro – hanno arrestato sei persone e imposto l’obbligo di domicilio ad altre tre. Le indagini durano da due anni, con l’uso di intercettazioni, di analisi di migliaia di file trovati nei computer degli indagati (che sarebbero poco più di cinquanta), di documenti contabili e di carte della camera di commercio. Un vero lavoro di intelligence, che sta cercando di ricostruire la fitta rete di rapporti tra almeno un centinaio di aziende che si occupano di rifiuti con i mediatori, gli stakeholder, i politici, i tecnici.

C’è una figura prevalente nell’indagine. Si tratta di un ingegnere dell’Enea, l’ente nazionale che oltre all’energia nucleare tratta materie ambientali delicatissime, quali la gestione dei rifiuti tossici e pericolosi. Si chiama Vittorio Rizzo e da almeno dieci anni si occupa di rifiuti. È l’unico del gruppo a non aver usufruito degli arresti domiciliari, proprio a causa del suo profilo e dei suoi contatti. Seguendo le sue tracce negli atti parlamentari, è citato nella gestione di discariche in Abruzzo, all’epoca del sindaco di L’Aquila Tempesta. È considerato un superesperto, e come tale sedeva nella commissione tecnica scientifica della struttura commissariale per la gestione dei rifiuti della Regione Lazio. Qui dava il suo parere “autorevole” rispetto alle autorizzazioni per l’apertura delle discariche. Per i magistrati della Procura di Velletri avrebbe così aiutato l’azienda che a Pomezia accoglieva l’amianto siciliano, che porta il nome paradossale di Ecologia srl, ad ottenere autorizzazioni non regolari. In cambio avrebbe ricevuto consulenze per migliaia di euro.

I magistrati per definire il calibro del personaggio hanno raccontato nei dettagli la sua rete di rapporti più o meno professionali. Nella sua abitazione i carabinieri hanno rinvenuto almeno 25 contratti con aziende di servizi ambientali: oltre alla Ecologia srl di Pomezia, l’elenco spazia dal gruppo Gaia di Colleferro (anche se oggi dal consorzio spiegano che non hanno più rapporti con lui), fino ai broker che facevano affluire l’amianto nella discarica vicino a Roma.

Sono i suoi contatti telefonici, però, a raccontare con maggiori dettagli il mondo degli intermediari d’affari legati ai rifiuti. Alla fine del 2007 i carabinieri scoprono che Rizzo aveva frequenti rapporti con Flavio Carboni. Chiedono ed ottengono di intercettare l’utenza telefonica del potente uomo d’affari sardo. Carboni si sta occupando da anni della gestione di un altro sito altamente inquinato, a Calancoi, in provincia di Sassari, la sua città natale. Emerge dalle conversazioni intercettate l’esistenza di quella che i magistrati definiscono una sorta di Enea parallela, una struttura cioè pronta ad appoggiare i progetti degli imprenditori amici. Nel febbraio del 2008, ad esempio, è lo stesso Flavio Carboni che detta il contenuto di una lettera che Rizzo avrebbe poi firmato su carta intestata dell’Enea. Ma si occupano anche di altri affari. Sono interessati – non si sa a che titolo – anche a “Sviluppo Italia” ed è Flavio Carboni che quando Rizzo gli chiedeva notizie rispondeva, «sono pronti… e non hai idea del potere che abbiamo». Nessuno lo mette in dubbio.

I contatti possono arrivare molto in alto se serve. Nel febbraio del 2008 Rizzo dice a Carboni di aver parlato con tale Altero, «il quale ritornerà al suo posto». Parlano poi di una persona che Carboni conosce e che andrà a fare il capo di gabinetto. Era epoca di elezioni ed in tanti facevano previsioni, scommettendo sui cavalli giusti.

L’indagine su questa parte più delicata è ovviamente tenuta nel massimo riserbo dai magistrati. Gli arresti di venerdì hanno per ora chiuso una delle tante partite, forse quella più pericolosa dal punto di vista ambientale. La fabbrica della ex Nuova Sacelit ha già provocato decine di morti tra gli operai che vi lavoravano, uccisi dalle fibre dell’amianto. La discarica di Pomezia, dove sono finite migliaia di tonnellate della fibra killer, è stata data alle fiamme pochi giorni prima degli arresti e un anno dopo il sequestro cautelativo. «Non hai idea della potenza che abbiamo», spiegava Carboni, per far capire il peso del suo nome.

Antimafia Duemila – Nucleare: ”Il si definitivo entro Giugno”

Antimafia Duemila – Nucleare: ”Il si definitivo entro Giugno”.

Il dado è tratto: in Italia torna il nucleare, dopo che un referendum dell’87 l’aveva bandito.

L’ultimo dei quattro articoli del ddl «sviluppo ed energia» che riapre la corsa all’atomo, quello che istituisce l’Agenzia per la sicurezza nucleare, ha ottenuto ieri l’ok del Senato. Ora mancano solamente il voto finale sull’intero ddl, slittato a stamattina per mancanza del numero legale, ed il sigillo della Camera. Dove, ha spiegato ieri il viceministro per lo Sviluppo Adolfo Urso, si tornerà per «una breve terza lettura. Ma entro giugno tutto dovrebbe passare in maniera definitiva». «Con l’approvazione del Senato il discorso è chiuso: il ddl sviluppo non subirà altre modifiche» ha commentato, lapidario, il ministro Scajola. Che in aula ha aggiunto: «Il nucleare non è costoso, non è sbagliato e non è contro le Regioni».
A questo punto, mentre il governo sarà impegnato nei prossimi sei mesi ad esercitare le deleghe, che gli consentiranno di tradurre in decreti applicativi le decisioni della legge, nel paese si aprirà un tormentato dibattito su dove allocare le centrali venture. C’è da attendersi non solo l’opposizione di alcuni enti locali, ma anche la proliferazione di comitati «denuclearizzati».
Adolfo Urso, che è stato delegato dal governo a seguire tutto il «dossier nucleare», ieri ha passato al giornata a rispondere ai senatori e ai cronisti che chiedevano lumi. Intanto – ha chiarito – entro giugno la legge sarà pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Dopo di che si apre uno scadenzario molto pressante: entro sei mesi il governo deve esercitare le deleghe per individuare i siti degli impianti di produzione, quelli per lo smaltimento delle scorie, e – infine – le modalità di «compensazione» economica per le popolazioni interessate da queste nuove strutture.
La prima di queste istanze è quella che più preoccupa perché ha generato da subito polemiche. Esiste un documento del Cnen (poi diventato Enea) che risale agli anni Settanta e che individua alcuni siti idonei in Sardegna (tre posti), in Puglia, e nella valle del Po dal Vercellese fino a Mantova. Roberto della Seta, senatore del pd, ha fatto anche balenare l’ipotesi che il sito di Saluggia (Vercelli) possa diventare una sorta di grande discarica delle scorie. Considerando che i siti idonei ad ospitare gli impianti devono offrire garanzie di accesso all’acqua per raffreddare i reattori e condizioni sismiche rassicuranti, Greenpeace ritiene che quelli adatti siano pochissimi: le province di Vercelli e Pavia, l’isola di Pianosa in Toscana, le provincie di Ogliastra, Nuoro e Cagliari, ma anche Montalto di Castro.
La Regione Piemonte si è detta preoccupata e ha subito alzato barriere, così come altre regioni potenzialmente toccate dal piano nucleare (Puglia, Lazio, Toscana). Urso, quindi, è subito corso ai ripari, bollando tutte queste ipotesi come boutade generate da ragioni elettorali. «Nulla sarà deciso contro la volontà degli enti locali – ha chiarito – e comunque le indicazioni contenute nel documento del Cnen degli anni Settanta sono del tutto superate. Non sarà il governo a stabilire dove fare le centrali, ma saranno i tecnici a indicare tutti i siti potenzialmente idonei. In base a questi criteri, all’interesse degli enti locali e delle imprese che dovranno gestire gli impianti, si deciderà. Ma tutto questo è di la da venire». Ma c’è anche chi si è candidato ad accogliere le nuove centrali, come la Sicilia e il Friuli. Il governo, per intanto, inizierà una «grande campagna informativa» sui vantaggi del nucleare e anche sulle ricadute economiche che l’allestimento delle centrali comporterà per le popolazioni che vorranno ospitarle. Si parla di infrastrutture e occupazione ma anche di sconti sulle tariffe energetiche per imprese e cittadini. Che questo poi possa convincere gli scettici o i titubanti è altra questione.

Tratto da: la Stampa

Il Piemonte non vuole nuovi impianti

L’EX SINDACO DI TRINO “Abbiamo le scorie Ci bastano quelle”

di Marco Neirotti – 14 maggio 2009
Vercelli.
Guardinghi. Non mostrano muscoli, non mescolano politica, però la storia del nucleare che torna o non torna, in questa terra piemontese di risaie e imprese, contadini e fiumi, lascia un allarme, una difesa: «Abbiamo già dato», è la battuta più veloce, «sistemiamo ieri e poi pensiamo a domani» è la risposta riflessiva. La sintesi viene da Giovanni Ravasenga, già sindaco a Trino Vercellese, ora ricandidato in una delle due liste di un centrodestra alle urne in disaccordo. Non «contrario per natura» al nucleare e anzi «favorevole a qualunque risorsa in un mix di fonti energetiche», contesta qualunque «rigidità di schemi» e dice: «Dopo cinquant’anni stiamo dismettendo impianti e non sappiamo ancora dove portare le scorie. L’errore è fare prima le centrali e poi affrontare quel che ne deriva. Si guardi bene tutto prima e allora si può discutere. La Enrico Fermi non è un capannone industriale che ha fatto il suo tempo, è altro e altro lascia sul territorio».
D’accordo, però è vero che a Roma pensano: loro sono già abituati a convivere con il futuro. Ravasenga: «Certo. Però si è anche abituati a leggere e capire: indicazioni geofisiche, geotecniche, idrogeologiche, superficialità delle falde e delle acque sorgive. Quest’area non è idonea non perché lo dico io, ma perché lo dcono le regole scientifiche. Individuare qui un sito sarebbe una grande follia».
La follia non è là dove la vede chi da queste parti – città, paesoni, campagne – non vive, non è paura di un botto, un’esplosione accanto a casa, come nei «Missili in giardino» di Max Shulman (1954), divenuto film con Joan Collins e Paul Newman. È secondo Gianni Esposito, segretario generale della Cgil, nei danni che possono scorrere silenziosi tra i giardini appunto, le case, la quotidianità. Siamo di nuovo alle scorie: «Questa è, per i tumori, una zona rossa, ad alta densità di malattia. Ci sono anche diserbanti, un inceneritore, la discarica, va detto. Ma abbiamo già dato». Non nomina Eternit, l’amianto, ma scorre tra la gente, nei caffé o tra i banchi di una libreria, il suono ritmato delle udienze torinesi per il processo sulle morti passate, presenti e future di Casale. Ancora Esposito: «La mia paura? Che si arrivi a un baratto: non volete la centrale? Siete già attrezzati, vi terrete il sito delle scorie. Non è fattibile, non è giusto». Si parla di incentivi: «Certo. Dove sono stati i vantaggi della gente? Dovevano installare la produzione di pannelli fotovoltaici, quella sì che portava lavoro. L’hanno destinata a Catania».
Il Vercellese non sta facendo le prove di resistenza come fu l’inizio di No-Tav («Sarà dura», slogan coniato in dialetto dal Bové della Val Susa) quando cominciarono le cariche della forza pubblica. Ma fa educatamente sapere di essere pronto e compatto. Giampiero Godio, Legambiente: «Il nucleare in Piemonte c’è già. E non si può aprire alcuna nuova stagione senza chiudere con decenza quella passata. Non è pensabile imporre dall’alto qualcosa con leggi vessatorie. Confidiamo nella Regione, in un piano energetico firmato da una giunta di centrodestra presieduta da Enzo Ghigo che dice “si sceglie di non fare uso di fonte nucleare a scopo energetico”. L’imposizione senza consultare, decisa a livello centrale è un’esibizione di forza che fa i conti con la gente».
Godio elenca i rifiuti radioattivi italiani: «L’85% sta in Piemonte, quasi tutti a Saluggia, sulla sponda della Dora Baltea. Il Nobel Carlo Rubbia, quand’era presidente dell’Enea, disse che era un caso di pericolosità unico al mondo». Lo stesso Godio, durante un collegamento con «Striscia la notizia», definì il sito come luogo ideale per Bin Laden. Cita Trino, Saluggia, Bosco Marengo. Cita le concentrazioni di materiale pericoloso per ogni kilowattore prodotto: «Non Cernobyl che esplode: che dissemina».
E Cernobyl a casa sua non la vede nemmeno il sindaco leghista di Novara, Massimo Giordano. Alle voci poi più o meno smentite di un sito nel suo territorio, risponde con ironica flemma: «Sapere una decisione così importante, se vera, da voi non sarebbe bello». E se vera è? «Non si passa sulla popolazione, sappiamo che sa erigere muri. Si chiede una disponibilità? si danno garanzie? si mettono sul piatto incentivi seri? Diventa interessante andare a vedere. A vedere».

Tratto da:
la Stampa