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Blog di Beppe Grillo – Il nucleare non è la risposta

Da vedere anche il video in cui il giornalista Gianni Lannes denuncia come la ndrangheta scaricha in mare le scorie nucleari. Il nucleare è una follia, anche economicamente.

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il nucleare non è la risposta.

Mettersi a discutere con i nuclearisti italiani non solo è inutile, ma controproducente. E’ la classica storia di chi si mette a discutere con un imbecille, chi osserva dall’esterno vede due imbecilli che discutono. Il nucleare è stato respinto da un referendum, punto. Non può essere reintrodotto da lobbisti e reggicoda politici. Il popolo italiano, che è abituato a sopportare quasi qualunque cosa, non lo vuole per istinto di sopravvivenza. Nel Paese con le più potenti mafie del mondo chi gestirebbe le scorie? Il nucleare costa più di qualunque altra energia: chi lo pagherà? L’uranio finirà entro qualche decennio e il suo prezzo aumenta di settimana in settimana, è l’energia MENO rinnovabile del mondo. Helen Caldicott, autrice di: “Il nucleare non è la risposta“, ci spiega la pericolosità del nucleare per i nostri figli e nipoti. Disoccupati, senza pensione e nuclearizzati.

Intervista a Helen Caldicott

H. Caldicott: Mi chiamo Helen Caldicott, sono australiana. Sono una pediatra e specialista in infanzia. Per quattro anni sono stata coinvolta nello studio delle implicazioni mediche del nucleare a scopo energetico e nucleare a scopo bellico. Ho fatto parte del corpo docente della Scuola di Medicina di Harvard e ho praticato la professione medica.

Blog: Perché ci sono ancora Paesi, come la Gran Bretagna, che ricorrono al nucleare nel mix energetico?

H. Caldicott: Molte persone ignorano quali sia il ciclo del combustibile nucleare e quali siano le conseguenze sul corpo dell’esposizione a radiazioni e di tutti gli altri aspetti della produzione di energia nucleare: l’estrazione e la lavorazione dell’uranio, l’arricchimento, la costruzione di un reattore, le radiazioni emesse dal reattore a regime, la concentrazione delle radiazioni nella catena alimentare e nel latte materno, nei polmoni. E poi i rifiuti radioattivi che durano mezzo milione di anni e contaminano la catena alimentare. Quindi la gente mangerà cibo radioattivo. I bambini sono dieci, venti volte più esposti degli adulti ai danni delle radiazioni. I feti, migliaia di volte.
Le persone non sembrano comprenderlo. È un problema medico. La maggior parte della gente non ha le informazioni biologiche per comprendere il problema. Così, l’industria nucleare ha spinto un’enorme campagna di propaganda dicendo che loro sono la risposta al surriscaldamento globale, perché non producono anidride carbonica.
In realtà producono grandi quantità di anidride carbonica, così come producono epidemie di cancro, leucemie e malattie genetiche nelle generazioni future.

Blog: Qual è quindi il reale costo dell’energia nucleare, considerando il costo sostenuto dalla società?

H. Caldicott: Costruire un reattore nucleare costa dai 12 ai 15 miliardi di dollari. Ma tutti i costi accessori di arricchimento dell’uranio, gli enormi costi di assicurazioni pagati dal governo – il governo sussidia l’intero bilancio dell’industria nucleare -, i costi per gli interventi medici conseguenti non sono compresi. I costi del trattamento di pazienti – soprattutto bambini – affetti da cancro o patologie genetiche o i costi per lo stoccaggio delle scorie nucleari per mezzo milione di anni non sono mai inclusi. Il trasporto delle scorie nucleari non è mai compreso.
È talmente più economico investire in energie da fonti rinnovabili, come l’eolico, il solare, il geotermico e la cogenerazione, alta efficienza nell’uso dell’elettricità.

Blog: Non esiste quindi un nucleare sicuro?

H. Caldicott: Non esiste assolutamente una strategia nucleare sicura. Nel mio libro spiego perché il nucleare non è la risposta al surriscaldamento globale. Lo capirete leggendo il libro. L’Italia non deve costruire centrali, ma sono sicura che Berlusconi non capisce quello di cui sto parlando.

Blog: Chi vuole dunque l’energia nucleare?

H. Caldicott: I politici sono stati i destinatari di una grande campagna di propaganda, e forse di denaro – non so. I politici sono analfabeti in materia scientifica e medica. In altre parole non capiscono la scienza. Come Berlusconi, che scienza è in grado di capire lui? Conosce forse la medicina e i tempi sufficienti per contrarre un cancro dopo essere stati irradiati per 5 o 6 anni? Non conosce forse i risultati di Hiroshima e Nagasaki?
Molti politici sono lo “scudo di bronzo” dell’industria nucleare, o dell’industria petrolifera o del carbone. Vanno dove va il denaro, non dove dovrebbe puntare il futuro e il benessere delle persone.

Blog: Che ci dice delle lobbies militari dietro l’industria nucleare?

H. Caldicott: Naturalmente la tecnologia nucleare trae origine dal progetto Manhattan che produsse plutonio per armare bombe. L’energia nucleare è una conseguenza di questa tecnologia nata per il senso di colpa degli scienziati responsabili della morte di circa 200.000 persone uccise letteralmente in un lampo. Ritenevano che se avessero estratto energia dall’atomo per usi civili, il loro senso di colpa sarebbe diminuito. Ho conosciuto e lavorato con alcuni di quegli scienziati e posso dirvi che hanno sempre odiato le armi nucleari e che sono morti ancora attanagliati dal senso di colpa. Sapevano, sapevano quanto fosse e quanto sia pericoloso il nucleare. Oggi sono tutti nelle loro tombe.
Dovete anche sapere che ogni centrale nucleare produce circa 250 kg di plutonio l’anno. Il plutonio dura mezzo milione di anni e puoi costruirne una testata nucleare con 5 kg. Ogni nazione che possiede un reattore nucleare può costruire facilmente centinaia di bombe atomiche, se lo desidera. Questo è il motivo per cui si è così preoccupati dell’Iran. È così che Israele ha costruito le sue testate, così la Gran Bretagna, la Francia, il Pakistan e l’India, la Cina. Le armi e l’energia nucleare sono parti della stessa industria. Quando disponi della tecnologia nucleare, puoi produrre armi atomiche. Berlusconi vuole forse delle armi nucleari?

Blog: Speriamo di no! C’è almeno un esempio al mondo di corretta gestione delle scorie nucleari?

H. Caldicott: No, non ce ne sono e non ce ne sarà mai uno. Quale che sia il materiale all’interno del quale venga stoccato, si deteriorerà. Il cemento presenterà infiltrazioni, il metallo arrugginirà e il materiale fuoriuscirà contaminando l’ambiente, l’acqua, il cibo, il latte, la carne. La gente mangerà cibo radioattivo. I bambini nasceranno deformi. Nascono bambini deformi a Falluja e Bassora, in Iraq dove sono state usate armi atomiche. Infatti a Falluja i dottori consigliano alle donne di non avere affatto figli. La quasi totalità dei bambini nasce con serie deformità: mancano del cervello o di un occhio, delle braccia. È davvero … è ciò che ci riserva questo futuro.

Blog: Cosa dovrebbero fare i cittadini per abbandonare l’opzione nucleare?

H. Caldicott: Per prima cosa devono essere bene informati. È imperativo che comprendano le informazioni. So che il mio libro è stato tradotto in italiano. Tutti quelli che ci ascoltano dovrebbero leggere “Il nucleare non è la risposta” e una volta letto devono trascorrere qualche giorno con le loro emozioni e decidere quello che intendono fare.
Abbiamo davvero bisogno di una rivoluzione contro questa industria nucleare spaventosa. È molto, molto peggiore dell’industria del tabacco. Molto peggio del fumo.
Le persone devono utilizzare le loro democrazie. Devono andare a incontrare i loro politici e informarli. Andate a trovare Berlusconi. Occupate il suo ufficio.
Gli italiani sono bravi. Sono appassionati. Sono sicura che troveranno il modo per assicurarsi che il loro Paese chiuda tutte le centrali nucleari!

Antimafia Duemila – Greenpeace svela come l’uranio di Areva sta uccidendo il Niger

Fonte: Antimafia Duemila – Greenpeace svela come l’uranio di Areva sta uccidendo il Niger.

Greenpeace diffonde oggi un’inchiesta in cui rivela come l’estrazione di uranio dalle miniere di Areva, il gigante dell’energia nucleare (società che possiede la tecnologia dell’EPR le centrali che il governo vuole costruire in Italia) sta mettendo in serio pericolo la popolazione del Niger, uno dei paesi più poveri dell’Africa.

Greenpeace – in collaborazione con il laboratorio francese indipendente CRIIRAD e la rete di ONG ROTAB – ha realizzato un monitoraggio della radioattività di acqua, aria e terra intorno alle cittadine di Arlit and Akokan, a pochi chilometri dalle miniere di Areva, accertando che i livelli di contaminazione sono altissimi.

«La radioattività crea più povertà perché causa molte vittime. Ogni giorno che passa siamo esposti alle radiazioni e continuiamo a essere circondati da aria avvelenata, terra e acqua inquinate, mentre Areva fattura centinaia di milioni di dollari grazie alle nostre risorse naturali» testimonia Almoustapha Alhacen, Presidente della Ong locale Aghir in’Man.

Le analisi di Greenpeace mostrano che in quattro casi su cinque la radioattività nell’acqua supera i limiti ammessi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nonostante questo, l’acqua viene distribuita alla popolazione. L’esposizione alla
radioattività causa anche problemi delle vie respiratorie e non a caso nella regione delle miniere di Areva i tassi di mortalità legati a problemi respiratori sono il doppio che del resto del Paese.

Inoltre, le ONG locali accusano gli ospedali, controllati da Areva, di aver nascosto molti casi di cancro. «Sono paesi come il Niger a scontare la follia nucleare dell’occidente. – Spiega Andrea Lepore, responsabile della campagna nucleare di Greenpeace – Anche l’Italia si appresta a costruire le sue centrali con Areva e questo è l’ennesimo drammatico risvolto dell’atomo».

La metà dell’uranio di Areva proviene da due miniere del Niger, paese che rimane poverissimo nonostante da oltre quarant’anni sia il terzo produttore di uranio al mondo. Areva ha firmato un accordo per iniziare a scavare una terza miniera tra il 2013 e il 2014.

Areva si presenta come una società attenta all’ambiente, ma il Niger ci rivela una verità ben diversa. Greenpeace chiede che venga svolto uno studio indipendente in Niger, sulle miniere e le città circostanti, seguito da una completa bonifica e decontaminazione.

Devono essere attivati i  controlli necessari per garantire che Areva rispetti le normative internazionali di sicurezza nelle sue operazioni, tenendo conto del benessere dei lavoratori, dell’ambiente e delle popolazioni.

SCARICA IL RAPPORTO: Clicca qui!

Tratto da: greenpeace.org

Perché l’Italia non deve tornare al nucleare | gli italiani

Fonte: Perché l’Italia non deve tornare al nucleare | gli italiani.

di Raffaele Langone

Come è noto, il Governo centrale spinge per il ritorno dell’Italia al nucleare e l’ENEL ha stipulato un accordo preliminare con la ditta francese AREVA per l’acquisto di quattro centrali di tipo EPR da 1650 MW. Per dar ragione di questa scelta si fa ricorso ad argomentazioni che a prima vista possono apparire fondate, ma che in realtà sono facilmente confutabili sulla base di dati ampiamente disponibili nella letteratura scientifica ed economica internazionale.

Si sostiene che l’energia nucleare è in forte espansione in tutto il mondo, ma si tratta di un’informazione smentita dai fatti. Da vent’anni il numero di centrali nel mondo è di circa 440 unità e nei prossimi anni le centrali nucleari che saranno spente per ragioni tecniche od economiche sono in numero maggiore di quelle che entreranno in funzione. In Europa il contributo del nucleare alla potenza elettrica installata è sceso dal 24% del 1995 al 16% del 2008. L’energia elettrica prodotta col nucleare nel mondo è diminuita di 60 TWh dal 2006 al 2008. In realtà, quindi, il nucleare è in declino, semplicemente perché non è economicamente conveniente in un regime di libero mercato.

Se lo Stato non si fa carico dei costi nascosti (sistemazione delle scorie, dismissione degli impianti, assicurazioni), oppure non garantisce ai produttori di energia nucleare consumi e prezzi alti, il tutto ovviamente a svantaggio dei cittadini, nessuna impresa privata è disposta ad investire in progetti che presentano alti rischi finanziari di vario tipo, a cominciare dalla incertezza sui tempi di realizzazione. Negli Stati Uniti, dove non si costruiscono centrali nucleari dal 1978, il Presidente Obama, nel suo discorso di insediamento ha detto: “utilizzeremo l’energia del sole, del vento e della terra per alimentare le nostre automobili e per far funzionare le nostre industrie”. La recente decisione del Governo americano di concedere 8,3 miliardi di dollari come prestito garantito ad un’impresa che intenderebbe costruire due reattori nucleari non modifica sostanzialmente la situazione. Obama è evidentemente condizionato dalla fortissima lobby nucleare americana, capeggiata dalla Westinghouse che, volendo vendere all’estero i suoi reattori, deve costruirne almeno qualcuno in patria. La notizia, peraltro, conferma la necessità per il nucleare di ricevere aiuti statali ed è accompagnata (si veda Chem. Eng. News 2010, 88(8), p. 8, February 22, on line February 18) da due interessanti informazioni: la Commissione di sicurezza ha riscontrato difetti nei progetti della Westinghouse e non ha dato il suo benestare alla costruzione dei reattori in oggetto, e l’Ufficio del Bilancio del Congresso ha manifestato preoccupazione perché c’è un’alta probabilità che il progetto fallisca e vadano così perduti gli 8,3 miliardi di dollari dei contribuenti.
Si sostiene che lo sviluppo dell’energia nucleare è un passo verso l’indipendenza energetica del nostro Paese, ma anche questa è una notizia falsa, semplicemente perché l’Italia non ha uranio. Quindi, nella misura in cui il settore elettrico si volesse liberare dalla dipendenza dei combustibili fossili utilizzando energia nucleare, finirebbe per entrare in un’altra dipendenza, quella dall’uranio, anch’esso da importare e anch’esso in via di esaurimento.

Si sostiene che con l’uso dell’energia nucleare si salva il clima perché non si producono gas serra. In realtà le centrali nucleari, per essere costruite, alimentate con uranio, liberate dalle scorie che producono e, infine, smantellate, richiedono un forte investimento energetico basato sui combustibili fossili. In ogni caso, le centrali nucleari che si intenderebbe installare in Italia non entreranno in funzione prima del 2020 e quindi non potranno contribuire a farci rispettare i parametri dettati dall’Unione Europea (riduzione della produzione di CO2 del 17% per il 2020).

Si afferma anche che la Francia, grazie al nucleare, è energeticamente indipendente e dispone di energia elettrica a basso prezzo. In realtà la Francia, nonostante le sue 58 centrali nucleari, importa addirittura più petrolio dell’Italia. E’ vero che importa il 40% in meno di gas rispetto all’Italia, ma è anche vero che è costretta ad importare uranio. Che poi l’energia nucleare non sia il toccasana per risolvere i problemi energetici, lo dimostra una notizia pubblicata su Le Monde del 17 novembre scorso e passata sotto silenzio in Italia: pur avendo 58 reattori nucleari, la Francia attualmente importa energia elettrica.
Secondo voci ufficiali, la costruzione (si noti, solo la costruzione) delle quattro centrali EPR AREVA che si vorrebbero installare in Italia, costerebbe complessivamente 12-15 miliardi di €, ma la costruzione in Finlandia di un reattore dello stesso tipo si è rivelata un’impresa disastrosa. Il contratto prevedeva la consegna del reattore nel settembre 2009, al costo di 3 miliardi di €: a tale data, i lavori erano in ritardo di 3,5 anni ed il costo era aumentato di 1,7 miliardi di €; ma non è finita, perché in novembre le autorità per la sicurezza nucleare di Finlandia e Francia hanno chiesto drastiche modifiche nei sistemi di controllo del reattore, cosa che da una parte causerà ulteriori spese e ritardi e dall’altra conferma che il problema della sicurezza non è facile da risolvere.
L’Italia non solo non ha uranio, ma non ha neppure la filiera che porta, con operazioni di una certa complessità, dall’uranio grezzo estratto dalle miniere all’uranio arricchito utilizzato nei reattori. Per il combustibile dipenderemo quindi totalmente da paesi stranieri, seppure amici come la Francia. Non bisogna però dimenticare che la Francia a sua volta non ha uranio e che per far funzionare i suoi reattori ne importa il 30% da una nazione politicamente instabile come il Niger.

C’è poi il problema dello smaltimento delle scorie, radioattive per decine o centinaia di migliaia di anni, che neppure negli USA ha finora trovato una soluzione. E c’è il problema dello smantellamento delle centrali nucleari a fine ciclo, operazione complessa, pericolosa e molto costosa, che in genere viene rimandata (di 100 anni in Gran Bretagna), in attesa che la radioattività diminuisca e nella speranza che gli sviluppi della tecnologia rendano più facili le operazioni. Si tratta di due fardelli che passano sulle spalle delle ignare ed incolpevoli future generazioni!
Il rientro nel nucleare, quindi, è un’avventura piena di incognite. A causa dei lunghi tempi per il rilascio dei permessi e l’individuazione dei siti (3-5 anni), la costruzione delle centrali (5-10 anni), il periodo di funzionamento per ammortizzare gli impianti (40-60 anni), i tempi per lo smantellamento alla fine della operatività (100 anni), la radioattività del combustibile esausto (decine o centinaia di migliaia di anni), il nucleare è una scommessa che si protende nel lontano futuro, con un rischio difficilmente valutabile in termini economici e sociali.

Di fronte ad una domanda di energia sempre crescente,fino ad oggi la politica adottata in Italia e negli altri Paesi sviluppati è stata quella di aumentarne le importazioni. Continuare in questo modo significa correre verso un collasso economico, ambientale e sociale. Oggi la prima cosa da fare è mettere in atto provvedimenti mirati a consumare di meno, cioè a risparmiare energia e ad usarla in modo più efficiente. Autorevoli studi mostrano che nei paesi sviluppati circa il 50% dell’energia primaria viene sprecata e che l’aumento dei consumi energetici non porta ad un aumento del benessere, ma semmai causa nuovi problemi: in Europa nel 2008 gli incidenti stradali causati dall’eccessivo uso dell’automobile hanno provocato 39 mila morti e 1.700.000 feriti. E’ possibile diminuire i consumi energetici in modo sostanziale con opportuni interventi quali l’isolamento degli edifici, il potenziamento del trasporto pubblico, lo spostamento del traffico merci su rotaia e via mare, l’uso di apparecchiature elettriche più efficienti, l’ottimizzazione degli usi energetici finali. Anche in sede Europea, la strategia principale adottata per limitare la produzione di gas serra consiste nel ridurre il consumo di energia (20% in meno entro il 2020).

Quanto alle fonti di energia, l’Italia non ha petrolio, non ha metano, non ha carbone e non ha neppure uranio. La sua unica, grande risorsa è il Sole, una fonte di energia che durerà per 4 miliardi di anni, una stazione di servizio sempre aperta che invia su tutti i luoghi della Terra un’immensa quantità di energia, 10.000 volte quella che l’umanità intera consuma. Una corretta politica energetica deve basarsi sulla riduzione degli sprechi e dei consumi e sullo sviluppo dell’energia solare e delle altre energie rinnovabili. Come è già accaduto in altri paesi europei, una diffusa applicazione delle energie rinnovabili creerebbe in tempi brevi nuove imprese industriali ed artigianali e nuovi posti di lavoro.
Bisogna anche sottolineare che l’eventuale rientro nel nucleare, proprio a causa dei gravi problemi che pone e dei tempi che ipotecano largamente il futuro, non può avvenire senza il consenso politico della grande maggioranza del Parlamento e delle Regioni, alle quali spetta la competenza dell’uso del territorio.

L’espansione del nucleare non è una strada auspicabile neppure a livello mondiale in quanto si tratta di una tecnologia per vari aspetti pericolosa. C’è infatti una stretta connessione dal punto di vista tecnico, oltre che una forte sinergia sul piano economico, fra nucleare civile e nucleare militare, come è dimostrato dalle continue discussioni per lo sviluppo del nucleare in Iran. Una generalizzata diffusione del nucleare civile porterebbe inevitabilmente alla proliferazione di armi nucleari e quindi a forti tensioni fra gli Stati, aumentando anche la probabilità di furti di materiale radioattivo che potrebbe essere utilizzato per devastanti attacchi terroristici.
Infine, è evidente che, a causa del suo altissimo contenuto tecnologico, l’energia nucleare aumenta la disuguaglianza fra le nazioni. Risolvere il problema energetico su scala globale mediante l’espansione del nucleare porterebbe inevitabilmente ad una nuova forma di colonizzazione: quella dei paesi tecnologicamente più avanzati su quelli meno sviluppati.

Il Comitato energia per il futuro.it

Vincenzo Balzani (Presidente), Università di Bologna
Vincenzo Aquilanti, Università di Perugia
Nicola Armaroli, Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna
Ugo Bardi, Università di Firenze
Salvatore Califano, Università di Firenze
Sebastiano Campagna, Università di Messina
Marco Cervino, Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna
Luigi Fabbrizzi, Università di Pavia
Michele Floriano, Università di Palermo
Giovanni Giacometti, Università di Padova
Elio Giamello, Università di Torino
Nazareno Gottardi, già ricercatore dell’EURATOM (Commissione Europea)
Giuseppe Grazzini, Università di Firenze
Francesco Lelj Garolla, Università della Basilicata
Luigi Mandolini, Università “La Sapienza”, Roma
Giovanni Natile, Università di Bari
Giorgio Nebbia, Università di Bari
Gianfranco Pacchioni, Università Milano-Bicocca
Giorgio Parisi, Università “La Sapienza”, Roma
Paolo Rognini, Università di Pisa
Renzo Rosei, Università di Trieste
Leonardo Setti, Università di Bologna
Franco Scandola, Università di Ferrara
Rocco Ungaro, Università di Parma

Antimafia Duemila – Quanto uranio c’e’ sul nostro pianeta?

Fonte: Antimafia Duemila – Quanto uranio c’e’ sul nostro pianeta?.

di Raffaele Langone – 8 maggio 2010
Le centrali nucleari per produrre energia hanno bisogno di combustibile, l’URANIO. Ma quanto Uranio c’è sulla Terra? In natura si trova pressoché ovunque, compreso nell’acqua. Nonostante ciò dal 2001 il prezzo dell’uranio è decuplicato, da 7 dollari la libbra a più di 75 nel 2007. Questo massiccio aumento di prezzo riflette l’incertezza che circonda la sua produzione.

L’altro picco storico risale alla fine degli anni ’70 quando la richiesta di questo metallo è aumentata per scopi militari, raggiungendo i 43 dollari per una libbra.”
Sappiamo, però, che il mercato è estremamente volatile e bisogna passare ai fatti per capire davvero quanto uranio sia ancora disponibile.
“Attualmente, non solo non vengono più scoperti grossi giacimenti di uranio, ma i giacimenti già scoperti non vengono pienamente sfruttati perché non conviene economicamente. I costi sarebbero troppo elevati. Di conseguenza, la progressiva mancanza di uranio comincerà a farsi sentire tra il 2015 ed il 2025, quando le centrali nucleari produrranno meno energia fino a fermarsi del tutto.” Attualmente molte centrali vengono alimentate dal combustibile ricavato dallo smantellamento delle armi nucleari…ed è quanto dire.
Non ci sono quindi molte speranze di trovare nuovi giacimenti, ma essendo un minerale presente ovunque, l’uranio è virtualmente estraibile anche da altre fonti, compresa l’acqua. Nel mare, per esempio, sono disciolti ben 4 miliardi di tonnellate di uranio naturale, quanto basterebbe per rifornire le centrali nucleari attuali per 60.000 anni, ma non è minerale estraibile. Un esempio? “La centrale nucleare di Leibstadt in Svizzera utilizza ogni anno 155 tonnellate di uranio, il volume d’acqua di mare che servirebbe per estrarlo corrisponde a 52 miliardi di metri cubi, ovvero due terzi del lago di Ginevra. Solo per pompare una tale quantità di acqua occorrerebbe tutta l’energia prodotta da quella centrale”. Si comprende bene quindi che aprire nuove centrali è un errore sia politico che economico. Uno recentissimo studio ha dimostrato che investendo nelle energie rinnovabili e in politiche di risparmio energetico lo stesso importo necessario per la costruzione di una nuova centrale nucleare, circa 3 miliardi di euro, si arriverebbe a produrre il doppio di energia elettrica. Alcune di queste ultime considerazioni sono di Ecologie Libérale, partito svizzero di centrodestra…e non dei soliti detrattori di “sinistra”.

Tratto da: gliitaliani.it

Antimafia Duemila – La fine dell’opzione nucleare francese

Fonte: Antimafia Duemila – La fine dell’opzione nucleare francese.

da “Sortir du nucléaire” – 4 maggio 2010
– L’opzione francese “nucleare + riscaldamento elettrico” prova la sua assurdità
– Se la temperatura abbassa ancora, sarà decisamente la penuria di elettricità
– Da 5 inverni, è l’elettricità tedesca che salva la Francia nucleare

Come è sempre più spesso il caso, la Francia è oggi obbligata ad importare massicciamente dell’elettricità, un colmo per il “regno del nucleare.

” È il fallimento totale dell’opzione francesi “centrali nucleari + riscaldamenti elettrici” che era sensata assicurare l’indipendenza energetica. Alla fine, questo sistema è responsabile della produzione di scarti radioattivi e delle forti emissioni di co2, e mette la Francia in situazione di dipendenza e di vulnerabilità :se i loro bisogni aumentano anche, i paesi vicini non potranno continuare a salvare la Francia vendedole delle grandi quantità di elettricità. La Rete “Sortir du nucléaire” chiama dunque l’opinione pubblica francese a prendere atto del fallimento dell’opzione nucleare imposta in Francia che porterà inevitabilmente alle penurie di corrente in Francia.
Difatti, che sia fin da questo inverno, se le temperature continuano ad abbassare, o per i seguenti anni, la situazione andrà del resto ad aggravarsi inesorabilmente a causa di tre fenomeni, di cui le conseguenze si cumulano :

1, l’aumento continuo del numero di riscaldamenti elettrici
Mentre i reattori nucleari francesi saranno più spesso chiusi, la consumazione di elettricità non smette di aumentare, in particolare in inverno a causa della politica insensata di sviluppo del riscaldamento elettrico, imposta per lo stato ed EDF per “giustificare” il nucleare: attualmente e da anni, il 80% dei nuovi edifici sono scaldati all’elettricità (1). Ne risulta che, ogni inverno, le consumazioni di elettricità battono dei record e superano molto largamente le capacità nazionali di produzione. A che cosa serve avere 58 reattori nucleari se è per dovere importare massicciamente dell’elettricità? Notiamo anche, se necessario, che la costruzione di reattori nucleari supplementari non risponde in niente al problema: utilizzare solamente dei reattori l’inverno, e lasciarli fermi il resto dell’anno, rovinerebbe EDF in poco tempo.

2, l’invecchiamento ed il consumo prematura dei reattori nucleari francesi
I reattori nucleari francesi raggiungono uno dopo l’altri 30 anni di funzionamento, questo vale a dire la loro durata di vita prevista all’origine (2). Certo, EDF pensa di continuare a fare funzionare questi reattori, ma saranno più spesso in panne, senza parlare del rischio di un incidente grave. Di più, i reattori nucleari francesi sono molto più consumati dei reattori della stessa età in altri paesi perché la predominanza del nucleare nella produzione elettrica francese (il 80%), obbliga EDF ad utilizzare i reattori “in seguito di rete”, questo vale a dire seguendo le variazioni di consumazione nella giornata e sull’anno, ciò che li consuma prematuramente. (3)

3, la riduzione dei periodi che permettono la manutenzione dei reattori
Tradizionalment era in estate che EDF programmava in priorità le operazioni di manutenzione nelle centrali nucleari, del fatto della consumazione moderata di elettricità in questo periodo. Ma le canicole 2003 e 2006 hanno rimesso totalmente in causa questa pratica: non solo la consumazione di elettricità è stata importante a causa dello sviluppo dei climatizzatori, ma è stato necessario fare funzionare anche a basso regime o anche fermare i reattori disponibili, a causa della difficoltà addirittura l’impossibilità di raffreddarli correttamente.
Del colpo, è oramai, solamente nella primavera ed in autunno che EDF può programmare la maggioranza delle operazioni di manutenzione (4), ciò che implica una grande vulnerabilità: se succedono imprevisti (incidenti, scioperi, eccetera),essi perturberanno le previsioni e sposteranno le operazioni di manutenzione, EDF si ritrova velocemente con troppi reattori fermati in inverno o in estate.

Conseguenze
L’opzione imposta in Francia, “centrali nucleari + riscaldamenti elettrici”, si manifesta con delle importazioni di elettricità sempre più forte, con la produzione di scarti radioattivi E delle forti emissioni di co2, e per una dipendenza energetica più elevata che mai.

– Da 5 anni, è la Germania che è esportatrice di elettricità verso la Francia
si sente dire spesso “La Germania esce del nucleare… ma acquistando l’elettricità nucleare francese.” E’ totalmente falso. Dal 2004, è proprio la Germania che è esportatrice netta di elettricità verso la Francia: 8,7 TWh nel 2004, poi 9,7 TWh nel 2005, poi 5,6 TWh nel 2006, e 8,2 TWh nel 2007, e decisamente 12,6 TWh nel 2008 (5), questo sarebbea dire circa la produzione annua di due reattori nucleari. È accertato fin da ora che, per 2009, le importazioni dalla Germania saranno ancora più elevate.
Dunque è bene il paese che esce del nucleare che, tutti gli inverni, salva il paese del nucleare. Ma l’aumento insensato della consumazione elettrica francese fa che, a breve scadenza, la Germania non potrà più salvare la Francia nucleare che sarà dunque colpita dalle penurie , e questo forse già da questo inverno con le temperature cosi basse.

– La Francia produce degli scarti radioattivi ed emette molto co2
E’ di buono tono criticare le centrali tedesche al carbone, “per le forte emissioni di co2″, ma il fatto è che sono esse che, tutti gli inverni, alimentano una buona parte dei riscaldamenti elettrici francesi. Sarebbe del resto perfettamente logico attribuire alla Francia le emissioni tedesche di co2 corrispondente all’alimentazione dei riscaldamenti elettrici francesi .
Bisogna prendere atto del fatto che l’opzione imposta in Francia, “centrali nucleari + riscaldamenti elettrici”, si manifesta con la produzione di scarti radioattivi e con forti emissioni di co2. Questi dati sono riconosciuti da un documento recente della Rete di trasporto dell’elettricità (RTE) e dell’ADEME (6). È un insuccesso totale.

– La Francia è sempre più dipendente sul piano energetico
Nel 2008, la Francia ha certo guadagnato 2 miliardi di euro esportando dell’elettricità, ma ha speso soprattutto 61 miliardi per importare del petrolio e del gas (7). È la prova che, stesso spinto al suo massimo, il nucleare non impedisce la dipendenza alle energie fossili. È dunque falso pretendere , come lo si sente dire troppo spesso, che “il nucleare dà alla Francia la sua indipendenza energetica.”
Chi più è, la Francia esporta dell’elettricità quando i prezzi sono bassi e ne importa, massicciamente, quando i prezzi sono molto alti, in particolare in inverno. Visto l’aumento delle importazioni francesi in inverno, è chiaro che, tra poco, la Francia spenderà più denaro acquistando dell’elettricità che non ne guadagnerà vendendone.

Conclusione
E’ tempo che i cittadini francesi prendano conoscenza della realtà dei dati che è esattamentel’ inverso delle idee promosse nell’opinione con le pubblicità di EDF e di Areva e con i discorsi dei dirigenti politici.

No, la Francia non ha nessuna indipendenza energetica.
No, non è la Germania che è dipendente dell’elettricità francese, è l’inverso.
, la Francia è minacciata da una vera penuria di elettricità.
Si, la Francia è , allo tempo stesso produttrice di scarti radioattivi e emette fortemente co2.

La soluzione passa da una rimessa in causa urgente della consumazione smisurata di elettricità in Francia, in particolare per una rimessa in causa dell’opzione del riscaldamento elettrico, e per una politica ambiziosa di economie di energia e di sviluppo delle energie rinnovabili.

Riferimenti
(1) EDF ha firmato il 28 maggio 2001 con Misa, primo costruttore di case individuali con 10 marche di cui Case Phenix, Case Familiari, Case Mamet, un accordo per imporre il riscaldamento elettrico nel 80% delle nuove abitazioni.

(1bis) “quasi il 30% degli alloggi erano attrezzati di riscaldamento elettrico nel 2006, contro circa 2% trent’ anni prima. E la tendenza si accentua, la maggioranza delle nuove abitazioni essendo scaldata con l’aiuto di convettori.” (AFP, 31 ottobre,2009)

(2) il quotidiano Le Monde del 15 maggio 2003 ha ricordato che “i decreti di autorizzazione non precisavano la durata di vita delle centrali” ma che “i dossier di autorizzazione presentata da EDF avanzavano una durata di sfruttamento di trent’ anni.”

(3) in una posta inviata ad EDF il 17 febbraio 2003, l’autorità di sicurezza nucleare scriveva “EDF ha voluto fare funzionare certi reattori in base, altri trovandosi dunque sottomessi al seguito di rete,; certi problemi tecnici, particolarmente i problemi di degradazione del combustibile su dei reattori di 1300 MW, o dei problemi di ordine neutronico, hanno portato altri reattori a non potere funzionare in seguito di rete, il che ha potuto concentrare ancora di più questo modo di funzionamento su certi reattori. Vi chiedo di indicarmi l’analisi che fate dell’impatto di questo funzionamento del parco sulla sicurezza delle centrali, ed in particolare sui reattori che assicurano l’adeguamento della produzione alla domanda.”

(4) “il cambiamento più notevole dal 2003 riguarda probabilmente gli arresti delle differenti fascie nucleare. EDF si sforza oramai difatti di programmarne il meno possibile durante i mesi di estate”, Les Echos, 5 luglio,2006)

(5) http://www.rte-france.com/htm/fr/mediatheque/telecharge/s

(6) http://www.sortirdunucleaire.org/dossiers/CO2-Chauffage-e

(7) http://www.developpement-durable.gouv.fr/energie/statisti


Fonte:
ecolopresse.20minutes-blogs.fr

Tratto da: gliitaliani.it

Antonio Di Pietro: Nucleare: per il bene della cricca

Fonte: Antonio Di Pietro: Nucleare: per il bene della cricca.

Oggi il Pontefice ha rivolto un accorato appello ai politici affinche’ siano mossi esclusivamente dalla ricerca del bene comune.
Un appello rivolto a tutti indistintamente ma in particolar modo, ritengo, a chi ha la responsabilita’ di compiere scelte ad alto impatto sociale, ossia a chi governa. Scelte che nella XVI Legislatura il Presidente del Consiglio ha accentrato con arroganza su di sé, svuotando e delegittimando il Parlamento.
E allora Berlusconi cominci ad utilizzare l’enorme potere per il bene comune, come chiede il Pontefice. Scolleghi l’azione di governo dai suoi affari e da quelli della sua cricca.

Cominci a rinunciare al nucleare, che serve a riempire il portafogli di pochi affaristi e non contribuisce al bene delle future generazioni.
Italia dei Valori, come sapete, ha avviato la campagna di raccolta firme il 1 maggio in tutta Italia per tre referendum, tra cui quello contro il nucleare.

Ed è su questo argomento che Lucia mi scrive da Alessandria, giustamente convinta del fatto che a pagare la decisione di tornare al nucleare, siano ancora una volta gli italiani che nel prossimo anno subiranno un lavaggio del cervello mediatico (spot televisivi) con cui Berlusconi vuole spianare la strada alle centrali nel nostro Paese.
Quel che posso assicurare a Lucia, e ai cittadini che la pensano come lei, è che il nucleare non rimetterà piede in Italia. Non con una semplice stretta di mano tra Sarkozy e Berlusconi.

E se non sarà questo comitato d’affari a rinsavire da solo, allora sarà il referendum per cui stiamo raccogliendo le firme a rigettare in mare le loro scelte balorde come fu nel lontano ’87.
Italia dei Valori vuole rappresentare l’indignazione di un Paese libero. Di un Paese che deve guardare al futuro inteso come progresso. Un progresso che non abbraccia di certo il pericolo nucleare.

La lettera di Lucia

Caro Di Pietro,

sono venuta a conoscenza di un probabile spot televisivo per la promozione dell’energia nucleare in Italia. Diciamo tranquillamente che Berlusconi voglia usare il suo mezzo preferito, la televisione, per convincere gli italiani che il nucleare è la via giusta da seguire.

La cosa che mi fa più senso è che sarà la Rai, la nostra televisione pubblica pagata da noi cittadini italiani, a trasmetterlo. Mi sento presa in giro, ancora prima che questo spot venga trasmesso. Al solo pensarlo mi verrebbe da smettere di pagare il canone. Chi produrrà lo spot? La Rai o qualche azienda del Premier? Dopo le dichiarazioni di Bocchino in merito ai rapporti Rai-Mediaset non mi stupirei che a guadagnarci due volte sia lo stesso Berlusconi.

L’idea è quella di intervistare cittadini francesi che vivono nelle vicinanze delle centrali nucleari. Mi sembra ovvio che faranno interviste a favore, mica sono scemi. Ma il problema non sarà tanto la centrale in se, ma le sue scorie. In Italia paghiamo ancora suon di euro per lo smaltimento delle nostre vecchie centrali nucleari, vogliamo addossarci altri sprechi inutili? I francesi, dato che voglio prenderli da esempio, hanno sparso nel loro stesso territorio materiale radioattivo, come lo dimostra il documentario trasmesso da France3, una televisione pubblica francese, molto simile al nostro Report.

Mi spiace dirlo, ma io degli italiani non mi fido. Parlo in merito ai disastri avvenuti negli ultimi anni, fino allo sciacallaggio del terremoto abruzzese. C’è chi ha solo interessi personali e che non si fa alcuno scrupolo risparmiare sui materiali.

Guardi questo video: http://www.youtube.com/watch?v=qD86-xH6pfs

E’ del 2009, fatto da Report. Personalmente ho paura, basta vedere come mantengono il materiale radioattivo in depositi altro che sicuri. Ma si immagina quanto è possibile per un terrorista, in Italia, andare li e prelevare qualche fusto di combustibile nucleare? In un deposito nel video mancava pure la luce…

Queste sono le informazioni che gli italiani devono venire a conoscenza, non delle interviste ai francesi che saranno palesemente pilotate. Non faranno mai uno spot a loro sfavore, e a pagare saremo sempre noi!

Lucia M.
da Alessandria

Antimafia Duemila – Atomo d’Arabia

Fonte: Antimafia Duemila – Atomo d’Arabia.

di Annalena Di Giovanni – 29 aprile 2010
Riyadh ha lanciato l’allarme: il petrolio ci non basta più. Nell’era del panico dei mercati energetici, fra minacce di picchi e bolle petrolifere, ci si è messa anche l’Arabia Saudita a piangere miseria. Proprio così, il primo paese al mondo per le esportazioni petrolifere ha ufficialmente annunciato di non poter più reggere il ritmo: o la Saudi ARAMCO, la compagnia della corona, riduce le esportazioni, o il paese si ritroverà presto al buio.
Colpa delle città costruite nel deserto, degli impianti di desalinizzazione delle acque, delle migliaia di apparecchi d’aria condizionata che i contractors venuti da fuori per estrarre il petrolio azionano ogni giorno in un paese che, recentemente, ha dovuto alzare le estrazioni a 12 milioni di barili al giorno per mantenere inalterate le cifre d’esportazione – ma anche sopperire a una domanda interna che per ora è ferma a 3 milioni di barili giornalieri, ma che gli esperti prevedono presto sfiorare i sette milioni. Ed ecco allora l’asso nella manica del re saudita: il nucleare. Lo scorso 17 aprila pè stata annunciata la costruzione di un nuova zona urbana, la King Abdullah City per l’energia Atomica e Rinnovabile, subito ridotta all’acronimo K.A.K.A.R.E. Il Re ha fatto capire che questo ennesimo scintillante progetto ra le sabbie è di fatto il primo passo verso l’Arabia nucleare. Si tratterebbe, insomma, di far entrare l’industria dell’atomo e dei reattori all’interno della GCC, la zona di libero scambio dei paesi del Golfo. Un passo azzardato, visto che Qatar, Emirati Arabi, Kuwait e Omar potrebbero presto rivendicare lo stesso diritto. Per la verità gli Emirati avevano già esplorato soluzioni alternative agli idrocarburi, fondando vicino ad Abu Dhabi la cittadella di Masdhar, il primo centro abitato a emissioni zero e a fonti esclusivamente rinnovabili, destinata ad ospitare i centri di ricerca più all’avanguardia per la produzione di energie rinnovabili, la sanitazione delle acque grige, e lo smaltimento dei rifiuti. Niente di tutto questo per l’Arabia Saudita: Riyadh sogna in grande, rivendica il bisogno immediato di sopperire alla domanda interna col nucleare civile per poter continuare a mantenere i ritmi di esportazione. In pratica si tratta della stessa identica retorica adoperata da Tehran per spiegare ai propri cittadini la corsa al nucleare civile: il petrolio va conservato per le esportazioni, se vogliamo l’università pr mandare avanti i nostri elettrodomestici e le nostre fabbriche dobbiamo darci alla ricerca atomica. Con la differenza che, mentre il petrolio iraniano è nazionalizzato, quello che l’Arabia Saudita vende all’occidente è di esclusiva proprietà di sua maestà Abdallah. Se per Tehran il passo dal nucleare civile a quello militare è considerato breve, allora anche l’Arabia Saudita – terra instabile, contesa fra un regime teocratico altamente repressivo ed una fronda interna di fanatici religiosi – dovrebbe fare paura. E invece no. Non fa paura il fondamentalismo religioso saudita, non inquieta l’idea che i numerosi attentati da parte dei jihadisti sauditi contro gli impianti petroliferi si potrebbero un giorno estendere ad una eventuale centrale atomica, non preoccupa il pessimo record sui diritti umani di un paese in cui le donne non possono guidare, una ragazza stuprata può venire condannata a morte, un ladro rischia la mano e un bicchiere di vino vale la decapitazione. Dettagli. Il patto è già sul tavolo dal 2008, firmato da George Bush Junior e dal Re, e offre il pieno supporto Usa ai progetti nucleari di Riyadh. E  così dalle testate statunitensi K.A.K.A.R.E. è già celebrata come il salto di un paese islamico nella modernità e nel rispetto dell’ambiente, che si prende la responsabilità di progredire nel nucleare pur di conservare inalterate le esportazioni del petrolio verso gli alleati a ovest. Congratulazioni.

Fonte: annalenadigiovanni.wordpress.com

Tratto da: gliitaliani.it