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Carlo Vizzini: “Incontrai Borsellino tre giorni prima di via D’Amelio”

Fonte: Carlo Vizzini: “Incontrai Borsellino tre giorni prima di via D’Amelio”.

Scritto da Fabrizio Dell’Orefice

1 giugno 1992: ci siamo visti in Procura. Era lucido, molto tosto e interessato alle nostre proposte. Fu un colloquio franco e leale.
16 luglio 1992: Ci vedemmo al ristorante Moccoletto a Roma. Non era lo stesso, come se avesse coscienza che la sua vita era a rischio.

Va bene, procediamo con calma. Vizzini riprende fiato e ricorda: «Durante la trasmissione, Martelli ha sostenuto che Borsellino era a conoscenza della trattativa tra Stato e mafia. Non ho motivo di dubitare, anzi. Piuttosto, personalmente, ebbi un’impressione complessa». E si ferma.

La domanda è automatica. Lo incontrò? «Ci siamo rivisti il primo giugno del ’92. Proprio in mezzo alle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Andai in Procura con il mio capo di gabinetto, il dottor Pietro Sirena. Stamattina, rimettendo a posto le carte, ho trovato il ritaglio di un quotidiano del giorno dopo. E mi ha fatto ricordare che durante quell’incontro arrivò anche una chiamata al 113, che ci allertava su una bomba messa nel Palazzo di giustizia».

Vizzini sorride, poi si rifà serio. «C’era il procuratore capo e il suo aggiunto, Paolo Borsellino appunto. Noi eravamo andati a incontrarli perché avevamo deciso di dare il nostro appoggio al governo Amato solo se vi fosse stata una netta presa di posizione a favore della lotta alla mafia. Andammo a spiegare il nostro pacchetto di proposte. Tra le altre, ricordo, c’era anche la riapertura del carcere dell’isola di Pianosa». L’allora segretario socialdemocratico ha un’immagine nitida di Borsellino, quel giorno: «Era iperattivo, lucido, molto tosto e interessato alle nostre proposte e mi colpì per il fatto che chiese l’intera documentazione e se la fotocopiò. Fu un colloquio franco e leale». Fu quello il primo incontro con il magistrato che sarebbe stato ucciso di lì a poco. Il secondo e ultimo avvenne il 16 luglio, tre giorni prima dell’eccidio di via D’Amelio. «Andò così – ricorda Vizzini -. Mi chiamarono lui, Lo Forte e Natoli. Erano a Roma e nel tardo pomeriggio avevano finito di lavorare, perché quel giorno avevano sentito il pentito Mutolo. Volevano vedermi, diedi loro appuntamento a un ristorante di piazza di Spagna. Il Moccoletto, si chiamava. Al tavolo eravamo solo noi quattro».

Il presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato rallenta. Parla più piano, scandisce le parole affinché il racconto sia il più preciso possibile: «Borsellino non era lo stesso che avevo incontrato prima. Era un altro uomo. Come se avesse piena coscienza del fatto che in quei giorni la sua vita era veramente a rischio». Quella sera si parlò a lungo. Spiega Vizzini: «L’attenzione di Borsellino fu tutta sul rapporto tra mafia e appalti. In altri parole: mafia, politica ed economia. Aveva perfettamente compreso quello che sarebbe stato raccontato dai pentiti tre o quattro anni dopo. E cioè che il rapporto tra i clan e le imprese era profondamente cambiato. Mentre prima gli imprenditori venivano in Sicilia e i mafiosi procedevano con le estorsioni, in quel periodo, nei primi anni Novanta, le industrie, soprattutto quelle grandi, si erano sedute al tavolo della spartizione assieme alla mafia».

Vizzini ricorda che quella sera raccontò di una denuncia che aveva fatto quattro anni prima, nel dicembre del 1988. «Ho ancora un ritaglio dell’Ora di Palermo. Il titolo era “Vizzini: imprenditori ricattati dalla pistola sul tavolino”. Borsellino fu molto colpito. Ci salutammo, a fine serata, con la promessa che ci saremmo rivisti anche la settimana successiva e avremmo approfondito questo tema». Ma allora perché venne ammazzato il famoso magistrato? Perché aveva scoperto qualcosa sulla trattativa mafia-politica o perché aveva compreso l’accordo mafia-imprese? Vizzini ci pensa un attimo. Poi spiega: «Penso che andrebbe fatta luce su tutti i punti oscuri. Ma credo che le due cose possono essere concorrenti. E comunque una non esclude l’altra. Parliamoci chiaro, andrebbe fatta luce sulla strategia della tensione, sulla stagione delle stragi. Parliamoci chiaro, io non credo che un mafioso da solo si faccia venire in mente di mettere una bomba al Velabro, a via dei Georgofili o a via Palestro. Per il semplice motivo che io, che sono un docente universitario, a stento so dove si trovano quelle strade».

Ma cosa poteva essere scoperto del rapporto mafia-imprese? Vizzini diventa più cauto: «Questo non lo posso sapere. Posso solo dire che nel ’96, Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici della mafia, parlò del sistema, raccontò come per esempio in alcune gare fosse stata favorita la Ferruzzi e addirittura ipotizzò che Gardini si fosse ammazzato per questo, per una cosa attinente alla mafia e non a Tangentopoli. In quel periodo c’erano grandi appalti. Sul fronte delle dighe. Sulle autostrade. Basta rivedere che cosa succedeva. E comunque ciò che è sicuro è che quella sera a Borsellino era tutto chiaro. Aveva capito che il rapporto tra boss e imprenditori non era occasionale, era stabile. Quasi organico. Il che dimostra che l’intreccio era mafia-politica-economia e forse occorre scoprire ancora il quarto livello: pezzi dello Stato deviato? Ma, attenzione, la nuova mafia sta ricostruendo i comitati d’affari senza sangue ma con tanti soldi».

Fabrizio Dell’Orefice (Fonte: Il Tempo, 10 ottobre 2009)

Quei misteri d’Italia sotto gli occhi di tutti – l’Unità.it

Quei misteri d’Italia sotto gli occhi di tutti – l’Unità.it.

di Simone Collini

La cosa va avanti ormai da settimane. Enrico Deaglio legge sui giornali estivi che Cosa nostra chiese una delle reti di Berlusconi, legge che l’arresto di Riina avvenne dopo una trattativa tra Stato e mafia, poi che la latitanza di Provenzano fu permessa dal comportamento dei vertici dei carabinieri. Legge e sorride, perché di queste «inchieste dimenticate» ne ha parlato nel libro che ha pubblicato a giugno, «Patria 1978-2008». Poi legge di Berlusconi che attacca la procura di Palermo per la «follia» di occuparsi di fatti del ‘92 e ‘93, del fido alleato Bossi che dice che lo scandalo delle escort «è stato messo in piedi dalla mafia, che ha in mano le prostitute», e dell’irrequieto Fini che invece dice: «Se ci sono fatti nuovi le indagini vanno riaperte, anche dopo 15anni, soprattutto se non c’è nulla da nascondere, come sono sicuro, su Fi e Berlusconi». E allora il sorriso si trasforma in qualcosa di più.

I FILONI DI FALCONE E BORSELLINO
Perché, spiega Deaglio, «gli anni ‘92, ‘93 e ‘94 sono quelli che mi hanno impegnato di più nelle ricerche, ma anche quelli che hanno determinato la storia d’Italia»: «C’è il crollo del sistema politico, ufficialmente dovuto a Tangentopoli, avvengono i più grandi attentati, Falcone, Borsellino, poi Firenze, Milano, Roma, dopodiché ci sono delle elezioni che ci consegnano un’Italia solo qualche mese prima incredibile, con un partito inesistente, aziendale che conquista la maggioranza. Una situazione mai vista in Europa, sia per il livello di violenza che per i risvolti politici». I singoli fatti sono più o meno noti. Ma a metterli uno accanto all’altro viene fuori quello che Deaglio definisce «l’orribile segreto». Questo. «Sicuramente sia Falcone che Borsellino si stavano occupando di due filoni d’indagine. Un canale di riciclaggio di denaro tra la Sicilia e Milano, tramite il gruppo Ferruzzi, cioè Raul Gardini, che era entrato in Borsa a metà degli anni ‘80 con la Calcestruzzi Spa, al 50% di proprietà di Cosa nostra attraverso i fratelli Buscemi di Palermo, alleati con Riina. E, secondo filone di cui parla apertamente Borsellino nella famosa intervista del maggio ‘92, del rapporto tra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano». Nel libro Deaglio scrive dell’incontro a Milano, nel ‘79, tra il capo della mafia di Palermo Stefano Bontate, il palazzinaro Mimmo Teresi e «questo Silvio Berlusconi di cui gli aveva parlato così bene il loro contatto milanese, Marcello Dell’Utri». Il quale convenne insieme agli altri due che «Vittorio Mangano era stata la persona giusta per proteggere Silvio Berlusconi ».Unsalto in avanti, fino al febbraio 83 e alla maxi retata nella notte di San Valentino.«Uno sconosciuto Vittorio Mangano è in mezzo alla lista» degli arrestati per traffico di droga e riciclaggio. «Il forziere sta in alcune banche milanesi (la Banca Rasini è la più esposta), dove hanno depositato i loro risparmi i prestanome dei bossi di Palermo Salvatore Riina e Bernardo Provenzano». Nota oggi Deaglio che «nessuno lo ricorda più ma quella era la banca in cui era impiegato il padre di Berlusconi ». Nessuno si ricorda più di molte altre cose, aggiunge.

LA NASCITA DI FI
Come le motivazioni, formali e non, che hanno portato le procure di Firenze e Caltanissetta all’archiviazione dell’accusa a Berlusconi e Dell’Utri di essere i mandanti delle stragi del ‘93, quella «friabilità del quadro indiziario» a cui danno vita le deposizioni dei pentiti ma anche il fatto, scrive Deaglio, che ambedue le procure, tra il ‘98 e il 2000, erano «intimorite dal nome degli indagati ». Un ex premier e ora leader dell’opposizione e «l’artefice della nascita di un nuovo partito in Italia, in soli tre mesi». «Marcello il mediatore », è infatti il titolo del paragrafo in cui Deaglio racconta di come l’allora dirigente di Publitalia abbia mandato «messaggi rassicuranti anche per la cerchia che ruota intorno a Bernardo Provenzano e a Leoluca Bagarella: sta nascendo un nuovo partito in Italia, anche avrà a cuore le giuste richieste siciliane». Dell’Utri è stato condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. «Se ora dovesse essere condannato in appello – ragiona a voce Deaglio – a Dell’Utri non dovrà fare molto piacere pensare che il suo business e political partner può invece contare sulla protezione del Lodo Alfano».