Archivi tag: Filippo Graviano

Le ‘relazioni pericolose’ di Dell’Utri

Fonte: Le ‘relazioni pericolose’ di Dell’Utri.

Nel mirino gli incontri del senatore tra il ’92 e il ’93.

PALERMO. Ora che la Dia, su delega della Procura antimafia di Firenze, cerca riscontri a presunti incontri tra il senatore Marcello Dell’Utri e i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss stragisti del ’93, setacciando gli alberghi romani e analizzando centinaia di tabulati telefonici, i magistrati rileggono le “relazioni pericolose” del senatore – già condannato per mafia a 9 anni – durante il ’93, nel pieno della stagione delle bombe.

E in particolare in autunno, subito dopo l’estate trascorsa dai due boss tra feste e cene, in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, a poche centinaia di metri in linea d’aria, dalla villa del futuro presidente del Consiglio Berlusconi. Gli investigatori stanno rileggendo quel periodo cruciale per la storia recente del nostro Paese a partire dagli incontri con Vittorio Mangano, il fattore di Arcore, che andò a trovare Dell’Utri a Milano nel novembre ’93. Gli incontri, annotati nelle agende del leader di Publitalia e ammessi in un primo tempo da Dell’Utri “per ragioni personali” (spiegazioni bollate in sentenza come “giustificazioni impacciate”), sono stati recentemente smentiti dal suo difensore, Alessandro Sammarco, che li ha negati sostenendo come il senatore fosse stato indotto in errore dal non avere letto le annotazioni nell’agenda.

Ma i contatti siciliani di Dell’Utri, in quel periodo, sono numerosi, e da lui sempre diligentemente annotati, come nel caso di un block notes a lui sequestrato, nel quale tra il foglio datato 21/12/1993 e il foglio datato 3/2/1994, sono segnati numerosi contatti intrapresi dall’avvocato catanese Nino Papalia, indagato in passato dalla Dda di Catania per traffico d’armi. In una di queste (al foglio 3/2/1994) si legge: “Avv. Papalia per candidature su Catania”. Non solo contatti, ma dalle agende di Dell’Utri sono venuti fuori numeri telefonici di interesse investigativo: nella nota del 4/4/1996, la Dia ha segnalato che sull’elenco “agenda 12/5/1993”, sequestrata a Villa La Comacina, residenza del senatore, sono stati trovati due numeri telefonici di Perrin Patrick, un faccendiere in contatto con Licio Gelli, e implicato in una vicenda di esportazione clandestina di pesetas. Un uomo ben conosciuto dagli investigatori che nel 1982 avevano emesso un fonogramma di ricerche internazionali nei suoi confronti perché ritenuto coinvolto nella rapina di un portavalori assieme a Francesco Mangion e Giuseppe Strano, entrambi esponenti del clan Santapaola di Catania. I riflettori investigativi si riaccendono anche sul periodo precedente, sempre a cavallo delle stragi, e cioè sui brevi soggiorni che Dell’Utri ha fatto presso l’Hotel Villa Igea di Palermo nel novembre 1991, nel marzo 1992, nel giugno 1992 e nell’ottobre 1992. La Dia, infine, ha elaborato i traffici telefonici di Dell’Utri e di altri personaggi, considerati vicini a Cosa Nostra, tra i quali i misteriosi Salvatore Scardina e Rosario Cattafi (il primo titolare di una villa di Santa Flavia dove il 1° aprile del ’93 un summit mafioso diede il via libera alla campagna stragista nel “continente”, il secondo avvocato barcellonese già indagato per i suoi rapporti con i servizi segreti e la massoneria deviata) “individuando – come scrive il gip di Caltanissetta che ha archiviato l’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi – diversi punti di contatto anche nel periodo di interesse della presente indagine”.

Giuseppe Lo Bianco (il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2010)

Annunci

Intervista ad Alfio Caruso, autore del libro “Milano ordina uccidete Borsellino”

Fonte: Intervista ad Alfio Caruso, autore del libro “Milano ordina uccidete Borsellino”.

Lo scrittore catanese racconta i retroscena della strage di via D’Amelio e i rapporti tra Milano e mafia.

Sono passati 18 anni dall’assassinio di Paolo Borsellino e ancora non si sa nulla di chi azionò il telecomando della strage… Perché ancora tanti misteri avvolgono l’uccisione del magistrato della mafia?

“Perché nel 1992 le indagini furono fuorviate dall’invenzione del testimone oculare, Scarantino, il quale soltanto nei mesi addietro ha rivelato di essersi inventato tutto”.

Gli inquirenti sbagliarono per incapacità professionale o per conto terzi?
“Anche Spatuzza ammette di non sapere chi ha eseguito materialmente la strage… E questo la dice lunga sull’accuratezza della preparazione”.

Lei ha già realizzato molti altri volumi che parlano del possibile intreccio fra politica e mafia. Cosa l’ha spinta, in particolare, a occuparsi di Paolo Borsellino?
“La sensazione che fin qui ci avessero raccontato una verità ufficiale che faceva acqua da ogni parte. In realtà, i primi rapporti fra mafia e politica risalgono alla fine dell’Ottocento… E continuano tranquillamente…”

Dove si trovava Alfio Caruso il 19 luglio del ’92 e come reagì al nuovo attentato, di poco successivo a quello costato la vita a Giovanni Falcone?
“Ero alla mia scrivania di vicedirettore della ‘Gazzetta dello Sport’. Le reazioni le ho raccontate in ‘Da Cosa nasce Cosa’ “.

Nel suo libro si comincia a parlare di Milano-mafia introducendo l’argomento Graviano. I due Graviano sono infatti i più decisi a intraprendere l’assassinio di Borsellino e hanno anche dei rapporti stretti con l’imprenditoria nazionale che prende quota propria dal capoluogo lombardo.
Come andò la vicenda del gennaio ’94, quando i due vennero ammanettati da Gigi il Cacciatore?
“Nessuno degli altri ospiti del ristorante si accorse del fulmineo intervento delle forze dell’ordine.”

Secondo un suo personale parere che fine ha fatto la fantomatica ‘agenda rossa’ di Borsellino?
“È servita a ricattare un po’ d’insospettabili e a far compiere qualche carriera impensabile.”

Dopo Falcone fu la volta di Borsellino. Il terzo giudice antimafia per eccellenza era Ayala”. Non cominciò anche lui a sentirsi braccato?
“Braccato lo era già da tempo, ma da due anni per sua fortuna stava in Parlamento eletto deputato del Partito Repubblicano.”

Arriviamo quindi a Marcello Dell’Utri, (la cui carriera spicca il volo nell’83 alla corte di Berlusconi), condannato a nove anni per associazione mafiosa. Lui parla di un complotto ai propri danni”.
Perché non sono verosimili le sue dichiarazioni?
“Sul conto di Dell’Utri si sono accumulate tante e tali testimonianze di segno contrario da rendere verosimile la sua innocenza solo stabilendo che lui è la persona più sfortunata del geoide terrestre”.

Lei nel suo libro parla spesso di ‘Entità Esterna’. Come possiamo definirla in parole semplici?
Una congrega d’insospettabili altolocati.”

“Milano ordina uccidete Borsellino” è fin troppo esplicito. L’assassinio di Falcone è voluto da Cosa Nostra e appoggiato dall’Entità Esterna; quello di Borsellino è ordito, invece, dall’Entità Esterna e appoggiato dalla mafia”. Sono parole che mettono i brividi…
“Purtroppo l’Italia è questa.”

Chi è Gaetano Fidanzati?
“Uno dei più importanti boss mafiosi tra il 1960 e il 2000”.

I mafiosi approdano in Lombardia negli anni Sessanta e da lì non si sono più mossi. Oggi si può realmente parlare di ‘capitale economica della mafia’?
“Oggi prevalgono gli interessi della ‘ndrangheta…”

È vero che Berlusconi assunse Mangano per tenere a bada i mafiosi che lo volevano rapire?
“Se è falso, finora non sono riusciti a dimostrarlo”.

Là dove agisce il Grande Capitale, là dove ripuliscono tutti i solidi, là dove ogni patrimonio può essere investito e moltiplicato. In una parola, Milano. Una Milano che ancora alla fine del 2009 accoglieva e proteggeva boss del calibro di Fidanzati, di Martello, di Matranga.
Da Milano, quindi, viene emessa la condanna a morte di Borsellino… Qual è la molla che fa scattare l’operazione mafiosa?
“Si parla dell’intervista rilasciata dal magistrato siciliano a due giornalisti transalpini…”

Come spiega l’ignorata sentenza d’appello del “Borsellino bis” (2002)?
“Il magistrato palermitano era intenzionatissimo a estendere le indagini su Milano e sul grande capitale”.

Ci avviciniamo a Expo 2015 e molti temono le infiltrazioni mafiose. Come crede sia realmente possibile tenere a bada il fenomeno?
“Basterebbe volerlo”.

da Milanoweb

Antimafia Duemila – Processo Dell’Utri: Il senatore contribui’ alla trattativa

Fonte: Antimafia Duemila – Processo Dell’Utri: Il senatore contribui’ alla trattativa.

di Monica Centofante – 19 marzo 2010
Palermo.
“Marcello Dell’Utri contribuì alle trattative del ’93-’94 tra lo Stato e Cosa Nostra, come già risultava prima delle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza”.

E’ la ricostruzione presentata in aula questa mattina dal procuratore generale Antonino Gatto, che dopo l’interruzione sopraggiunta per consentire l’audizione dello stesso Spatuzza e dei boss Giuseppe e Filippo Graviano, ha ripreso la requisitoria al processo contro il senatore del Pdl. Accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e condannato in primo grado a nove anni di reclusione.
Nel corso dell’udienza, durata oltre quattro ore, il pg ha illustrato alla Corte, presieduta dal giudice Claudio Dell’Acqua, le “prove tangibili dei rapporti tra l’imputato e importanti elementi di spicco legati a Cosa Nostra”. Partendo dal boss Stefano Bontade e da contatti avvenuti a cavallo tra il 1974 e il 1975 per poi concentrarsi sui primi anni Novanta. Più precisamente tra il 1992 e il 1994, gli anni bui delle stragi, quando Marcello Dell’Utri “intratteneva saldi rapporti con i fratelli Graviano”. Che tra le altre cose “gli raccomandarono il calciatore Giuseppe D’Agostino, figlio di un loro uomo, perche’ venisse fatto giocare nel Milan” e “che trascorrevano la latitanza a Milano”.
Una cosa, quest’ultima, anomalissima, come aveva sottolineato il pentito Gaspare Spatuzza, che dei Graviano era un uomo di fiducia e che da loro avrebbe poi ereditato la guida del mandamento di Brancaccio.
In quegli anni, ha spiegato Gatto ripercorrendo le dichiarazioni del pentito e di altri prima di lui, “i Graviano erano interessati a Sicilia Libera”. Un movimento di tipo separatista, o almeno autonomista, che aveva l’obiettivo di costruire una nuova forza politica tutta siciliana e tutta mafiosa. E che avrebbe dovuto sopperire alla mancanza di referenti politici che in quel periodo caratterizzava Cosa Nostra, alla disperata ricerca di agganci affidabili dopo la fine dello storico legame con la Democrazia Cristiana e il fallimento dei rapporti con il Psi.
L’esperimento Sicilia Libera, come hanno dichiarato diversi collaboratori di giustizia, fu poi accantonato e lasciato alla deriva perché l’associazione mafiosa siciliana aveva spostato la sua attenzione verso un’altra formazione politica, e precisamente verso Forza Italia. Come spiega in particolare Antonino Giuffré, al tempo braccio destro di Bernardo Provenzano. Lo stesso Provenzano, ha proseguito Gatto ricordando le parole del Giuffré già riportate nella sentenza di primo grado, che “uscì allo scoperto” e per la prima volta si assunse la responsabilità in prima persona e disse: “Ci possiamo fidare”.
Una ricostruzione che si sposa perfettamente con il racconto di Spatuzza, che dalle parole del boss Giuseppe Graviano aveva dedotto l’esistenza in quegli anni di una trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato che avrebbe portato benefici per tutti, carcerati compresi. E che sarebbe poi andata a buon fine. Almeno secondo quanto gli avrebbe riferito lo stesso boss di Brancaccio nel corso di un incontro a due al Bar Doney di Via Veneto, a Roma. “In quell’occasione – ha detto il pg – col petto gonfio di gioia il capomafia disse di avere trovato ‘persone serie’ che gli avrebbero consentito di mettersi il Paese nelle mani”: ossia “Berlusconi e un nostro compaesano Dell’Utri”. Un soggetto, aveva dichiarato a verbale Spatuzza, “vicinissimo a Cosa Nostra”.
Sull’attendibilità del pentito, Gatto ha poi incentrato la parte centrale della sua requisitoria, che si protrarrà almeno per un’altra udienza prima di cedere il passo all’arringa dei difensori.
Anche se “nessun organo giudicante si è ancora pronunciato sulla sua attendibilita’” ha sottolineato, “l’origine della sua collaborazione costituisce un criterio ineludibile di verifica”: per la genesi del pentimento, che trae origine da un percorso spirituale, confermato da esponenti ecclesiastici che l’hanno seguito, nel “camminino di fede”; per il grado di certezza che accompagna le sue rivelazioni; per il parere positivo espresso dalle procure di Firenze, Palermo e Caltanissetta alla sua ammissione al programma di protezione.  “Dopo che le sue nuove dichiarazioni, come quelle relative alla strage di Via D’Amelio, hanno indotto la procura di Caltanissetta a riaprire le indagini”.
La nuova udienza del processo è aggiornata al 26 marzo prossimo con la prosecuzione della requisitoria che, salvo imprevisti, dovrebbe concludersi il 9 aprile.

Sabella: “Sapevo del patto tra lo Stato e Provenzano fin dal 1996”

Questa ricostruzione del patto stato mafia rischiara molti angoli bui e pare molto credibile:

Fonte: Sabella: “Sapevo del patto tra lo Stato e Provenzano fin dal 1996”.

Parla Alfonso Sabella, il magistrato “stritolato dalla trattativa”, come lo definì Marco Travaglio in un’intervista di qualche tempo fa su Il Fatto Quotidiano. Parla alla presentazione a Roma del libro “Il Patto” di Nicola Biondo e Sigrifdo Ranucci (1 febbraio 2010). Il libro che per la prima volta si addentra nelle carte del processo Mori-Obinu e racconta la storia incredibile di Luigi Ilardo, mafioso della famiglia di Piddu Madonia, confidente segreto del colonnello Michele Riccio, infiltrato in Cosa Nostra con il preciso obiettivo di condurre i Carabinieri alla cattura di Bernardo Provenzano, il capo indiscusso di Cosa Nostra dopo la cattura di Salvatore Riina. Quando Ilardo però, il 30 ottobre 1995, li porterà proprio all’uscio della masseria di Provenzano, dai vertici del Ros arriverà l’ordine di fermarsi e non intervenire. Oggi, i verbali di Massimo Ciancimino rimettono insieme i pezzi mancanti del puzzle e spiegano il perché di questa come di un’altra serie impressionante di coincidenze inquietanti. Parla Sabella e dice cose pesantissime e inedite, ma con la calma e la pacatezza che lo cottraddistinguono. Dice che in realtà anche prima delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino si poteva sapere come erano andate davvero le cose. Lui e i suoi colleghi di Palermo, all’epoca delle indagini successive alle stragi, già avevano capito tutto. Ma non c’erano nè le condizioni giudiziarie, nè quelle politiche per poter giungere alla verità. Eppure era tutto troppo chiaro. Ora, dice Sabella, dopo 17 anni, sembrano esserci finalmente le condizioni giudiziarie. Quelle politiche, purtroppo, ancora no. E per quelle, si spera di non dover attendere altri 17 anni.
Di seguito i passi salienti del suo intervento.

Io sapevo


Quello che adesso sta emergendo, io come altri colleghi della procura di Palermo lo sapevamo già almeno dieci anni fa. Facciamo dodici. (…) Il patto non è stato uno, i patti sono stati tanti. Il primo aveva avuto dei tentativi di accordo, dei tentativi di trattativa, dei patti conclusi, dei patti che non hanno avuto buon esito e così si è andati avanti, almeno per quel che mi riguarda, a cavallo tra le stragi di Capaci e Via D’Amelio, probabilmente già prima della strage di Capaci, fino ai giorni nostri. (…) Queste cose erano già uscite nel lontano 1996, dopo la cattura di Giovanni Brusca. Brusca io l’ho interrogato tantissime volte, più di un centinaio, sono quello che l’ha catturato, quello che l’ha convinto a collaborare, quello che ha raccolto le sue dichiarazioni, ero in qualche modo il suo magistrato di riferimento. (…) Parlando con me mi ha raccontato del papello. Quello che adesso viene fuori dal papello, per esempio, il primo punto del papello, la revisione del maxiprocesso, non avevo bisogno di saperlo dal papello, perché lo sapevo già dal ’97 quando Brusca mi aveva detto che l’unica cosa che interessava a Salvatore Riina era la revisione del maxiprocesso. Del resto, i mafiosi non hanno un’etica, (…) gli interessa soltanto due cose: potere e denaro.  Denaro e potere. Non hanno nessun altro interesse. (…) E chi decide di trattare con questa gente si deve assumere le proprie responsabilità. Probabilmente adesso ci sono le condizioni giudiziarie perché si faccia luce su queste cose. Ma non ci sono certamente le condizioni politiche. A questo punto dicono: “Tu sei un magistrato, sei soggetto solo alla legge”. Secondo una certa equazione che ho visto all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il magistrato è soggetto alla legge, le leggi le fa il parlamento, il magistrato è soggetto al parlamento. Del sillogismo mi sfugge qualche pezzo, probabilmente c’è qualcosa della logica che non riesco a comprendere bene, però questo è il sillogismo del nostro ministro. Fin quando un magistrato viene messo nelle condizioni di svolgere il suo lavoro e di essere giudice solo soggetto alla legge, le cose stanno in un certo modo, quando questo non si verifica, probabilmente le cose vanno in un modo un pochino diverso…


Paolo Borsellino era l’ostacolo principale alla trattativa

Ci sono stati punti oscuri. Io continuo a battere sulla mancata perquisizione del covo di Salvatore Riina. (…) Io con le cose che ho trovato in tasca a Bagarella ci ho arrestato 200 persone. Mi chiedo: che cosa si poteva fare con quello che avremmo trovato a casa di Salvatore Riina? Stiamo parlando del capo dei capi di Cosa Nostra. Questa è una cosa che nessuno sa, una chicca. La certezza che quella casa fosse la casa di Riina si è avuta soltanto per caso, perché non c’era alcuna prova, avevano imbiancato tutto, con i Carabinieri del Ros che avevano assicurato che avrebbero controllato quel covo con le telecamere. La certezza si è avuta soltanto perché in un battiscopa era finito un frammento di una lettera che Concetta Riina, la figlia di Riina, aveva scritto a una compagna di scuola. Soltanto per caso. E’ l’unica cosa che si è trovata. (…) Non è una cosa da sottovalutare. Perché secondo me è la chiave di lettura del patto che è raccontato in questo libro. Ovvero un patto che viene stipulato, concluso, sottoscritto. Mi assumo le mie responsabilità di quello che dico: patto da cui verosimilmente si determina la morte di Paolo Borsellino, perché Paolo Borsellino molto probabilmente viene ucciso a seguito di questo patto.
Ricapitoliamo. Viene ammazzato Giovanni Falcone, c’è un movente mafioso fortissimo per la strage di Capaci. Falcone è l’uomo che ha messo in ginocchio Cosa Nostra, che l’ha processata, che l’ha portata sul banco degli imputati, l’ha fatta finalmente condannare (sentenza del dicembre dell’86). Il 30 gennaio 1992 (perché le date sono importantissime) viene confermata dalla Cassazione la sentenza di condanna all’ergastolo per la cupola di Cosa Nostra. (…) Al 30 gennaio c’è la sentenza. Falcone in quel momento è al Ministero e viene accusato da Cosa Nostra di aver brigato, di aver fatto in modo che quel processo non finisse al collegio della prima sezione della Cassazione presieduta da Corrado Carnevale. Il 12 di marzo viene ammazzato Salvo Lima. Salvo Lima è l’uomo, secondo tutti i collaboratori di giustizia, ancorché non sia mai stato processato e condannato per questo, che era il referente politico di una determinata corrente della DC in Sicilia per conto di Cosa Nostra. Ovvero era il canale tra la politica e Cosa Nostra. A questo punto è normale che i nostri Servizi si diano da fare. Quindi io credo che i movimenti siano iniziati già prima della strage di Capaci. E’ soltanto un’ipotesi e null’altro. Sta di fatto che il 23 di maggio viene ammazzato Giovanni Falcone. Riina deve dire a Cosa Nostra che “questo cornuto” è morto, Cosa Nostra si è vendicata. Si prendono i classici due piccioni con una fava secondo i collaboratori di giustizia, perché Falcone viene ammazzato alla vigilia delle elezioni del presidente delle repubblica. In quel momento sapete benissimo chi era il candidato alla presidenza della repubblica (Giulio Andreotti, n.d.r.), persona che così, a seguito della strage di Capaci, non viene proposta e viene eletto poi un altro presidente della repubblica (Oscar Luigi Scalfaro, n.d.r.).


Tinebra ha creduto sempre a Scarantino, io mai

A questo punto ci sono quegli incontri di cui sta parlando Massimo Ciancimino. C’è un pezzo dello stato che va da Massimo Ciancimino e chiede: “Che cosa volete per evitare queste stragi?” Il messaggio a questo punto è arrivato chiaro allo stato. Noi stiamo eliminando tutti i nemici e gli ex-amici, quelli che ci hanno garantito delle cose che poi non ci hanno più dato. A questo punto arriva il papello. Il primo punto del papello è la revisione del maxiprocesso. (…) Ora abbiamo una vicenda inquietante. Il primo luglio del 1992 Paolo Borsellino viene convocato d’urgenza al Viminale dovi si incontra con il ministro dell’Interno di quel momento (Nicola Mancino, n.d.r.).  Il ministro dell’Interno di quel momento negherà sempre di avere avuto quell’incontro, incontro confermato dall’altro procuratore aggiunto di Palermo, il dottor Aliquò, di cui si trova traccia nell’agenda di Paolo Borsellino. Quella trovata, perché una poi è stata fatta sparire e non s’è mai trovata, l’agenda rossa. Su quella grigia annotava dettagliatamente “Ore 18:00, Viminale, Mancino”. Che cosa succede in quell’incontro? Non lo sappiamo. Possiamo fare un’ipotesi. Allora, se al primo punto del papello c’è la revisione del maxiprocesso, chi è l’ostacolo principale alla revisione del maxiprocesso? Il giudice che insieme a Giovanni Falcone ha firmato l’ordinanza-sentenza di quel maxiprocesso. Ha un nome e un cognome e si chiama Paolo Borsellino. Ipotizziamo che a Borsellino venga proposto di non protestare tanto in caso di una revisione del maxiprocesso e Paolo si rifiuti, che cosa succede? Paolo muore. (…)
Non ho mai creduto che Pietro Aglieri fosse il responsabile dell strage di Via D’Amelio. Pietro Aglieri è stato condannato sulla base delle dichiarazioni di Scarantino. Scarantino era il pentito di cui mi occupavo io a Palermo. E’ stato sempre dichiarato inattendibile, non l’ho mai utlizzato nemmeno per gli omicidi che confessava. Il dottor Tinebra l’ha utilizzato fino in fondo fino ad ottenere delle sentenze passate in giudicato. Io lo dicevo su una base logica. La strage di Via D’Amelio è talmente delicata che se l’ha fatta Riina, la doveva commissionare per forza ai suoi uomini più fidati, ovvero ai fratelli Graviano. Non poteva commissionarla a un uomo di Provenzano che è Pietro Aglieri.  (…)


La mancata perquisizione del covo di Riina è la chiave di tutto

Paolo muore: due piccioni con una fava. Da un lato si alza il prezzo della trattativa dalla parte di Salvatore Riina, dall’altra parte si elimina l’ostacolo alla revisione del maxiprocesso. Perchè a Riina interessavo solo quello. Questa è solo un’ipotesi però vi assicuro che ci sono tanti elementi che vanno in quella direzione. E la prova poi ne è in quello che è raccontato esattamente in questo libro. Il Patto. Il patto (e questo lo dico invece senza il minimo problema) che invece è stato stipulato a quel punto tra lo stato e un’altra parte di Cosa Nostra, che non era più Salvatore Riina, ma la parte “moderata” che si chiama Bernardo Provenzano. Perché quello da cui bisogna partire è che Cosa Nostra non è un monolite. Cosa Nostra non era unitaria, Cosa Nostra già in quel momento aveva delle spaccature. (…) Il patto prevede questo. Da un lato Provenzano garantisce la cattura di Salvatore Riina (ho più di un elemento per dire che Salvatore Riina è stato venduto da Provenzano e non me lo deve venire a dire Ciancimno adesso: lo sapevo già). (…) Provenzano garantisce che non ci sarebbero state più stragi e infatti non ce ne sono state più, vengono fatte nel ’93 dagli uomini di Bagarella, ovvero di Riina, fuori dalla Sicilia. Dall’altro lato ha avuto garantita l’impunità. Aveva avuta garantita la sua latitanza, come dimostra la vicenda Ilardo in maniera inequivocabile: una parte dell’Arma dei Carabinieri ha più che verosimilmente protetto e tutelato la latitanza di Bernardo Provenzano. Ma perché Provenzano fosse in grado di mantenere questo patto, questa è la novità di quello che sto dicendo, probabilmente una delle richieste era che venisse consegnato Riina, ma non l’associazione. Anzi. Che l’intera associazione mafiosa dovesse passare nelle mani di Bernardo Provenzano. E’ questa la ragione per cui a mio avviso non si perquisisce la casa di Riina. Perché nell’accordo Provenzano vende Riina, ma non vende l’associazione mafiosa. Tutto questo con il sigillo del nostro stato. L’impresa mafia. (…) Balduccio Di Maggio sarebbe quello che ha portato i Carabinieri a casa di Riina. Sappiamo benissimo (adesso Ciancimino lo dice) ma lo sapevamo già che non era così, perché i Carabinieri erano sul covo di Riina già prima che Di Maggio venisse arrestato, quindi figuriamoci… Se la magistratura di Palermo fosse entrata nel covo di Riina avrebbe non dico distrutto, ma avrebbe dato un colpo, se non mortale, quasi, all’associazione mafiosa.


Intervento del giudice Alfonso Sabella alla presentazione del libro “Il Patto” di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci
(1 febbraio 2010)
(trascrizione ed introduzione di Federico Elmetti)

LINK: Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa (Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano, 10 e 12 novembre 2009)

Stragi, nuove accuse

Fonte: Stragi, nuove accuse.

Scritto da Marco Lillo

Nessuna orologeria: i verbali inediti di due altri pentiti che già nel ‘96 coinvolgevano il Cavaliere e Dell’Utri

Minchiate a orologeria. Secondo lo stato maggiore del Pdl le parole di Gaspare Spatuzza su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi non sono credibili perché arrivate fuori tempo massimo: “I magistrati hanno chiesto per Spatuzza il programma di protezione solo dopo che il pentito ha fatto i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri”, ha detto il sottosegretario Alfredo Mantovano davanti a 5 milioni di spettatori ad Anno zero. Mentre per il capogruppo dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, Spatuzza non è credibile quando parla di una trattativa tra la mafia e il duo Berlusconi-Dell’Utri perché le sue accuse arrivano 11 anni dopo il suo arresto e ben 15 anni dopo i fatti.

I due esponenti del Pdl dovranno trovare altri argomenti per smontare le parole di Spatuzza. Il programma di protezione per Spatuzza, infatti, è stato chiesto dalla Procura di Firenze il 28 aprile 2009 e quella di Caltanissetta ha dato il suo ok solo una settimana dopo. Mentre il primo verbale nel quale il pentito accusa Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri arriva due mesi dopo: il 18 giugno. Il baratto scellerato ipotizzato da Mantovano quindi, per dirla alla siciliana, è una minchiata. Non solo, è una minchiata in mala fede. Il programma di protezione è stato approvato il 23 luglio, un mese dopo le dichiarazioni di Spatuzza su Berlusconi, perché la Commissione ministeriale ha perso tempo per dare il via libera. E, purtroppo per lui, a presiedere quella commissione è proprio il sottosegretario Mantovano. Anche la storia delle dichiarazioni a orologeria che arrivano all’improvviso dopo 11 anni si rivela una seconda “minchiata” in mala fede per chi conosce gli atti.

Quando l’attenzione delle televisioni sarà scemata, due pentiti meno famosi di Spatuzza saranno chiamati a confermare le sue parole. Sono Pietro Romeo e Giovanni Ciaramitaro e i verbali delle loro dichiarazioni rese negli anni passati smentiscono la favoletta dell’improvvisa illuminazione di Spatuzza. Purtroppo il direttore del tg1 Augusto Minzolini quel giorno sarà distratto e non dedicherà un editoriale alle loro parole, come ha fatto quando i boss non pentiti Filippo e Giuseppe Graviano hanno fatto semplicemente il loro mestiere smentendo Spatuzza. Eppure le loro parole sono molto più interessanti perché arrivate in tempi non sospetti. Proprio per questa ragione, il pm Antonino Gatto ha chiesto di ascoltarli nel processo di appello a Marcello Dell’Utri.

Giovanni Ciaramitaro è un semplice manovale della cosca di Brancaccio guidata dai fratelli Graviano. Nonostante il suo basso livello gerarchico, però la testimonianza di questo killer condannato per le stragi è ritenuta interessante perché risale al lontano 1996. Ciaramitaro ha raccontato che un mafioso di livello più alto, Francesco Giuliano, gli riferì le confidenze ricevute dai boss: “Berlusconi è amico nostro è quello che ci serve per aggiustare le leggi sulle carceri. Quando diventerà presidente del consiglio ci farà le leggi”.

Ciaramitaro spiega poi che, in quell’occasione con Giuliano parlarono anche della strategia della mafia nel 1993-94. Giuliano gli avrebbe spiegato “noi dobbiamo fare le stragi e poi Berlusconi proporrà di togliere il 41 bis (il regime carcerario di isolamento per i mafiosi ndr). Io gli chiesi: “Ma allora il politico che avevate in mano è Berlusconi?”. E lui mi rispose: ‘sì è Berlusconi’”. L’altro pentito che il procuratore generale Nino Gatto ha chiamato a deporre nel processo Dell’Utri è Pietro Romeo. Anche lui è un picciotto di basso livello che aveva il ruolo di artificiere e ladro di auto nel commando che si occupò delle stragi. Ma anche nel suo caso è la data a rendere interessante il suo verbale, depositato al processo Dell’Utri. Il 14 dicembre del 1995, quando Spatuzza non era stato ancora arrestato, Romeo ha raccontato ai magistrati di Firenze che il boss Giuseppe Graviano già nel 1993-1994 aveva raccontato il vero movente delle stragi ai suoi uomini più fidati, come Francesco Giuliano. Quelle parole poi erano state riportate ai livelli più bassi ed erano così giunte alle orecchie di Romeo.

Quando Romeo chiese a Giuliano “‘scusa ma perché dobbiamo fare tutti questi attentati al nord?”. Il mafioso che era più vicino di lui ai boss rispose “che prima di essere arrestato Giuseppe Graviano aveva raccontato a Giuliano e ad altri che bisognava fare gli attentati di Roma Firenze e Milano e che un politico a Milano gli diceva che così andava bene e che dovevano mettere altre bombe. Questo colloquio ci fu mentre eravamo io e Giuliano da soli in auto, dopo il fallito attentato a Contorno del 14 aprile 1994”. Dalla lettura di questo primo verbale è evidente la ritrosia del pentito a entrare nei dettagli su un tema così delicato. Però il 29 giugno del 1996 (un anno prima dell’arresto di Spatuzza e 12 anni prima del suo pentimento) Romeo cita l’uomo che allora era il numero due della cosca. Quando il pubblico ministero Alfonso Sabella gli chiede “lei nel precedente verbale il nome del politico non ce l’ha fatto. Ora ci vuole dire qualcosa di più?”. Romeo risponde: “Io quel nome l’ho sentito da Spatuzza. Un giorno eravamo io, Francesco Giuliano e Gaspare Spatuzza in un campo di mandarini a Ciaculli. Quel giorno Giuliano disse: ‘ma sarà Andreotti il politico che ha fatto mettere tutti questi esplosivi?’ E Spatuzza rispose: ‘no’. Così è nato questo discorso. Allora Giuliano fece il nome di Berlusconi e Spatuzza disse che quel politico era Berlusconi. Il colloquio avvenne intorno a ottobre del 1995”. Poi Romeo ricorda un altro particolare: “Spatuzza alle elezioni mi diede un bigliettino per un candidato di Forza Italia, ma non ricordo chi fosse”. Dopo il pentimento di Spatuzza e il suo primo verbale nel quale il pentito accusa Berlusconi (a giugno 2009) Romeo e Ciaramitaro sono stati risentiti. E hanno confermato le loro accuse. Romeo e Ciaramitaro in quei verbali lontani dicono più di Spatuzza. Mentre l’ex reggente del mandamento di Brancaccio (che dispone di informazioni di prima mano provenienti dal boss Graviano) non arriva mai a definire Dell’Utri e Berlusconi mandanti delle stragi, i due picciotti sostengono addirittura che “il politico di Milano” aveva deciso persino gli obiettivi da colpire nel 1993.

Le loro informazioni però erano di terza mano e questa imprecisione, secondo i pm, non è una smentita della loro credibilità. Ma una conferma.

In Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2009

Genchi: “Due o tre cose che so di Spatuzza”

Fonte: Genchi: “Due o tre cose che so di Spatuzza”.

Parla il superesperto di intercettazioni telefoniche: “Il mafioso che accusa Berlusconi fece importanti chiamate nei giorni delle stragi”. Ma conversava anche col misterioso La Lia, sul cui numero chiamavano boss e politici

Palermo, dicembre. Tutto era cominciato con un’intervista, poco più di un anno fa, sulle colonne di questo giornale. Spiegò cosa fosse la sua banca dati informatica, il cosiddetto «archivio Genchi».
Mi disse: «Raccontiamo la verità in un libro. Dal perché allontanarono me e De Magistris in Why Not?, alle indagini sulle stragi del ’92 e ‘93 che fui costretto ad abbandonare». Rispetto ad allora, Gioacchino Genchi, 49 anni, consulente telematico di magistrati di mezza Italia, pesa una quarantina di chili di meno. Da luglio sta testimoniando alla Procura di Caltanissetta su come le inchieste sui mandanti delle stragi del ’92 furono fermate. E pare deciso a non fermarsi più.


Scontro in udienza

E infatti il libro è appena stato pubblicato, ma dalle mille pagine che ne sono uscite, è rimasto fuori un episodio, che spiega qui, su Oggi. È la storia di un telefono cellulare, appartenuto ad un signore di cui probabilmente non avete mai sentito parlare, certo Giovanni La Lia, siciliano di Misilmeri, provincia di Palermo. Una storia davvero inquietante e ora assai importante che ha deciso di narrare in seguito al deposito delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, killer del quartiere Brancaccio dei Graviano, condannato per le stragi del ’93, il mafioso che ha tenuto banco nelle ultime settimane. Spatuzza ha raccontato infatti, tra le altre cose, che il suo boss, Giuseppe Graviano, nel gennaio ’94 in un bar di via Veneto a Roma, gli avrebbe ordinato di non spargere più sangue perché Berlusconi e Dell’Utri «avevano messo l’Italia nelle loro mani». Dichiarazioni pesanti.
Al processo d’appello al senatore Dell’Utri, precisamente nell’udienza eccezionalmente tenutasi a Torino per ragioni di sicurezza, Giuseppe Graviano si è avvalso della facoltà di non rispondere. Suo fratello Filippo, invece, ha smentito Spatuzza.
Alla fine del 1992 Genchi era il vice del gruppo che indagava sulle stragi, gruppo non a caso denominato «Falcone-Borsellino». Cosa risulta nel suo «archivio» su Spatuzza, sui Graviano e sul telefono cellulare del signor La Lia? «Cominciamo dall’inizio» racconta Genchi. «Perché nell’inchiesta sulle stragi fu svolto un lavoro immenso. Recuperammo addirittura tutte le telefonate fatte in Sicilia il 23 maggio e il 19 luglio 1992, i giorni di Capaci e via D’Amelio. E quando acquisimmo i traffici telefonici nel giorno delle due stragi, trovai anche importanti chiamate del cellulare di Spatuzza, intestato a suo nome e acceso il 7 agosto 1991».
Spatuzza sembra essere un filo conduttore che porta dalla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta, a quelle di Milano, Roma e Firenze.
Vediamo le coincidenze.
Il 27 gennaio 1994 Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati in un ristorante di Milano insieme ad altri (questi ultimi accusati del reato di favoreggiamento). Una settimana più tardi, il 5 febbraio, viene organizzata la prima riunione dei club di Forza Italia dell’isola all’Hotel San Paolo di Palermo. Tra i partecipanti, c’è pure un club di Misilmeri, nato da appena tre giorni, uno tra i primissimi in Sicilia. Ed è questo il club intorno al quale si annida un crocevia di misteri senza precedenti.

Numero che scotta

In mano, Genchi sventola due vecchi verbali, del 13 e del 18 di aprile del 1994. Siamo a due mesi da quegli episodi. I carabinieri, proprio nel corso dell’inchiesta su chi abbia favorito la latitanza dei Graviano a Milano, hanno trovato un numero di telefono che scotta maledettamente. E hanno così convocato per sommarie informazioni il suo proprietario, Giovanni La Lia, 30 anni.
Chi è La Lia? È un disoccupato, ma è un tizio intraprendente, visto che due mesi prima, il 2 febbraio, si è buttato in politica: è lui infatti ad aver fondato il club di Misilmeri che ha partecipato al meeting dell’Hotel San Paolo. L’uomo si presenta e spiega della nascita del club, dei soci fondatori. Gli chiedono fra l’altro se abbia mai sentito parlare di Dell’Utri. No. Gli pare solo sia un tizio della Fininvest. Al Nord, dice, conosce solo due persone, di Forza Italia: Angelo Codignoni, segretario nazionale dei club, e Gianfranco Miccichè, perché neodeputato siciliano.
E i carabinieri arrivano al dunque. Gli domandano se abbia mai prestato il cellulare a qualcuno. No, risponde. E Graviano lo conosce? Mai sentito nominare. E dice pure che non sa di chi sia un numero di telefono che gli mostrano. Pochi giorni più tardi torna in caserma: non lo sa proprio.
E allora qualcosa non torna.

La donna del boss

Dice Genchi: «Dai tabulati, risultava che La Lia si era sentito più volte con quel numero. Lo usava Francesca Buttitta, la  donna che era nel ristorante con i Graviano la sera dell’arresto. Ossia la fidanzata di Giuseppe Graviano, il Graviano di cui oggi parla Spatuzza, e che assai probabilmente era l’uomo che con quel numero chiamava La Lia. Perciò La Lia era stato convocato dai carabinieri».
I tabulati del disoccupato di Misilmeri, correndo a ritroso nel tempo, raccontano una storia sempre più oscura: «Il  suo telefono fu attivato il 4 marzo 1992, due mesi prima delle stragi siciliane, ma io fui in grado di acquisire soltanto le sue chiamate successive al gennaio 1993».
Genchi continua nella sua ricostruzione: «La prima cosa assolutamente singolare è che da allora il cellulare di La Lia chiamò per mesi quasi esclusivamente una sola persona, che poi risultò essere un suo cugino. Un macellaio di nome Giovanni Tubato. È, più precisamente, l’uomo accusato di essere  il custode dell’esplosivo della strage di Capaci e di quelle del ’93. Ma da Tubato non possiamo sapere più nulla. È stato ammazzato il 20 agosto del 2000».
Mentre si avvicina la nuova stagione delle stragi, primavera ’93, sul telefono di La Lia arrivano intanto nuove chiamate. Ad aprile arrivano quelle del cellulare di certo Giusto Bocchiaro, amico d’infanzia e vecchio datore di lavoro. Ma il suo telefono non lo usa sempre lui: più spesso è nelle mani di un cugino di secondo grado, Pietro Lo Bianco.

Lupara Bianca

«Un altro boss di Misilmeri», spiega Genchi, «uomo di Bagarella e Riina, ucciso dalla lupara bianca. Bocchiaro aveva una casa in aperta campagna con un magazzino, utilizzato da Lo Bianco (che all’epoca era latitante). All’interno fu ricavato un bunker con un enorme arsenale di armi. Ed è il magazzino di cui parla oggi Spatuzza, in cui sarebbe stato custodito pure il lanciamissili che, nelle intenzioni dei boss, doveva servire per ammazzare il giudice Giancarlo Caselli.

Gruppo di fuoco

«Il fatto singolare è che queste cose non sono affatto emerse ora che tutti si stupiscono, ma dodici anni fa, quando Bocchiaro lo confessò ai carabinieri e io accertai le telefonate».
E dunque c’è questo misterioso cellulare del disoccupato La Lia, presidente del futuro «club pioniere» di Forza Italia di Misilmeri, che contatta l’armiere delle stragi Tubato, il boss Lo Bianco fatto ammazzare dagli sgherri di Provenzano dopo la cattura di Riina, e Giuseppe Graviano, il capo assoluto di Brancaccio. Ma non è finita.
«Già», osserva Genchi, «gli aspetti più inquietanti arrivano ora. Il 18 maggio 1993 sul telefono di La Lia si fa viva un’altra persona che ha attivato il suo cellulare appena dieci giorni prima. E dal 12 giugno 1993 fino al 22 luglio 1993 sarà, tranne in due casi, il suo unico interlocutore. È un giovane medico. Si chiama Salvatore Benigno, detto u picciriddu. Benigno è tra le persone che hanno commesso, il 27 maggio 1993, la strage di via dei Georgofili a Firenze. Oggi è tra i pochissimi stragisti non più, da tempo, al 41 bis». A fine luglio ci sarà la strage di via Palestro, a Milano. Ed è un elemento da tener presente anche perché ci furono altre due persone a chiamare l’utenza intestata a La Lia…
«Ed è qui l’elemento d’interesse. Perché uno è Giorgio Pizzo, anch’egli condannato per le stragi di Roma, Firenze e Milano. Ma della famiglia dei Graviano. E l’altro, pure lui ormai riconosciuto colpevole degli stessi delitti, e pure lui dei Graviano, è proprio Gaspare Spatuzza, che si sentì con La Lia il 9 luglio del 1993».
Pare un gigantesco reticolo, quello che unisce Brancaccio e Misilmeri: Tubato, l’armiere delle stragi; Lo Bianco, il custode di un arsenale di Cosa Nostra; il boss Giuseppe Graviano, condannato per le stragi per essere al vertice della Cupola; gli esecutori materiali delle stragi Salvatore Benigno, Giorgio Pizzo e Gaspare Spatuzza, che oggi vuole collaborare. E tutti loro che passano dallo stesso cellulare. Il cellulare di un disoccupato che presto si butterà in politica con il nuovo partito.
Commenta Genchi: «Non dimentichiamoci che all’inizio del ’94 un attentato fallì allo stadio Olimpico e altri ne erano in programma, ma improvvisamente la strategia stragista si interruppe. Tutti gli attentati furono messi a punto da questo medesimo gruppo di fuoco, che, come ora si sa, disponeva di tale arsenale. Ma ciò che mi sorprende è che su queste consulenze assai datate nessuno che si sia occupato delle stragi del ’92 e del ‘93 mi abbia mai chiamato a testimoniare. Tanto che a Firenze, pur avendo acquisito la mia consulenza sul telefono in uso a a La Lia, non si sono per nulla soffermati ad approfondire cosa successe dopo, con lo stesso cellulare usato con tutti questi stragisti».
Ma con chi ebbe contatti il famoso cellulare di La Lia una volta terminata la stagione delle stragi? Dice Genchi: «Fino a qualche giorno prima dell’arresto dei Graviano, il bacino d’utenza è quello che ho descritto, col gruppo di fuoco della mafia. Poi, a febbraio cambia. È stato ipotizzato, anche in sede giudiziaria, che quella utenza intestata a La Lia sia stata sfruttata, in alcuni periodi, da altri. E che probabilmente poi il cellulare sia tornato a essere usato unicamente da La Lia. Tant’è che vi compaiono chiamate ad altri club di Forza Italia, come quello di Bagheria, e a politici dell’isola. Ad esempio si sentì con il deputato del Pdl Gaspare Giudice e con il senatore di Forza Italia Michele Fierotti, entrambi scomparsi. C’è poi una serie di chiamate, da marzo a maggio del 1994, con un numero di Rino La Placa, già consigliere comunale Dc a Palermo, poi responsabile regionale del Ppi e attualmente tesoriere siciliano del Pd. La prima di queste telefonate era del 27 marzo 1994. Dai tabulati risulta che lo stesso La Placa due giorni dopo telefonò a un’utenza dell’abitazione romana di Silvio Berlusconi, in via Santa Maria dell’Anima».
In realtà nessuno può dire con certezza chi veramente chiamava chi e per quali ragioni. Cioè quali fossero realmente autori, destinatari e contenuti di questo aggrovigliato traffico telefonico. Né si può sostenere che la telefonata di La Placa in via dell’Anima vada al di là di una pura coincidenza.
Interpellato da Oggi, Rino La Placa, cade dalle nuvole. Il numero di cellulare intestato a lui che Genchi trovò in contatto con La Lia, e due giorni dopo con l’abitazione di Silvio Berlusconi, ma anche con il coordinatore regionale dell’epoca di Forza Italia Salvatore La Porta, e con altri politici di spicco in Forza Italia, dice di non ricordarlo. Ma esclude categoricamente di averlo usato lui. «Non ho mai conosciuto queste persone. Tantomeno ho mai chiamato Berlusconi. Ma proprio perché mi dice che tale numero era intestato a me, avendone avuti io tanti, andrò a fondo e cercherò di capire se qualche mio collaboratore lo usasse».
Conclude Genchi: «Forse è sulla natura di queste chiamate che si sarebbe dovuto e si dovrebbe ancora approfondire per capire se le accuse di Spatuzza abbiano o meno qualche rilevanza».


Edoardo Montolli (settimanale “Oggi” n°53, 30 dicembre 2009)

LINK
1) Mister Misteri. “Non sono uno spione”. Guerra tra procure. Parla Gioacchino Genchi (Edoardo Montolli, “Oggi”, 16 dicembre 2008)
2)
Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato“, pagina facebook dedicata al libro di Gioacchino Genchi
3) Il
BLOG di Gioacchino Genchi
4)Genchi, la mafia e Forza Italia” (Paolo Dimalio, Antefatto blog, 18 dicembre 2009):

Il titolo del libro del giornalista Edoardo Montolli dice tutto: “Il caso Genchi, un uomo in balia dello stato”. Esperto di informatica, siciliano doc, all’inizio degli anni ’90 Genchi è il primo a portare i computer nelle procure. Collabora con Falcone e Borsellino, indaga sulle stragi di Capaci e via d’Amelio. Poi lavora con De Magistris su why Not, e il pozzo nero dei fondi europei destinati al meridione.




Fonte: antefattoblog


Sa molto, “troppo”, dice lui. E da servitore dello Stato, diventa un mostro da sbattere in prima pagina. Il 24 gennaio 2009, il premier annuncia il più grave scandalo della Repubblica. Destra e sinistra, a braccetto, accusano Genchi di tenere in scacco i telefoni di mezza Italia. “350 mila utenze”, urla il premier. “Il caso Genchi è un caso rilevante per il libertà e la democrazia”, gli fa eco il presidente del Copasir Francesco Rutelli. “Un caso da Corte Marziale” rincara Maurizio Gasparri. La Repubblica italiana al guinzaglio di uno sconosciuto tecnico informatico, che stringe tra le mani chissà quali dossier. Peccato che Genchi non abbia mai intercettato nessuno. Il suo compito è verificare l’attendibilità delle intercettazioni disposte dalla magistratura. Perciò controlla i tabulati telefonici, da dove partono le telefonate, incrocia i dati e archivia tutto. Se le informazioni di Genchi fossero arrivate a Milano nel ’92 mentre scoppiava Tangentopoli, spiega Di Pietro, “oggi avremmo un altro paese, un’altra politica, un’altra imprenditoria”. Ma ora il tecnico siciliano inizia a vuotare il sacco. Per lungo tempo ha incassato in silenzio. “Ho concesso qualche metro di vantaggio ai miei accusatori”, dice lui. “Ora sono qua, trenta chili in meno, tanta voglia di combattere e andare avanti”. E passa al contrattacco. Iniziando da Spatuzza e la nascita di Forza Italia.

Paolo Dimalio

Genchi, la mafia e Forza Italia.

Interessante il video

Fonte: Genchi, la mafia e Forza Italia.

Il titolo del libro del giornalista Edoardo Montolli dice tutto: “Il caso Genchi, un uomo in balia dello stato”.
Esperto di informatica, siciliano doc, all’inizio degli anni ’90 Genchi è il primo a portare i computer nelle procure. Collabora con Falcone e Borsellino, indaga sulle stragi di Capaci e via d’Amelio. Poi lavora con De Magistris su why Not, e il pozzo nero dei fondi europei destinati al meridione.

Sa molto, “troppo”, dice lui. E da servitore dello Stato, diventa un mostro da sbattere in prima pagina. Il 24 gennaio 2009, il premier annuncia il più grave scandalo della Repubblica. Destra e sinistra, a braccetto, accusano Genchi di tenere in scacco i telefoni di mezza Italia. “350 mila utenze”, urla il premier. “Il caso Genchi è un caso rilevante per il libertà e la democrazia”, gli fa eco il presidente del Copasir Francesco Rutelli. “Un caso da Corte Marziale” rincara Maurizio Gasparri.

La Repubblica italiana al guinzaglio di uno sconosciuto tecnico informatico, che stringe tra le mani chissà quali dossier. Peccato che Genchi non abbia mai intercettato nessuno. Il suo compito è verificare l’attendibilità delle intercettazioni disposte dalla magistratura. Perciò controlla i tabulati telefonici, da dove partono le telefonate, incrocia i dati e archivia tutto. Se le informazioni di Genchi fossero arrivate a Milano nel ’92 mentre scoppiava Tangentopoli, spiega Di Pietro, “oggi avremmo un altro paese, un’altra politica, un’altra imprenditoria”. Ma ora il tecnico siciliano inizia a vuotare il sacco. Per lungo tempo ha incassato in silenzio. “Ho concesso qualche metro di vantaggio ai miei accusatori”, dice lui. “Ora sono qua, trenta chili in meno, tanta voglia di combattere e andare avanti”. E passa al contrattacco. Iniziando da Spatuzza e la nascita di Forza Italia.