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Antimafia Duemila – La Cassazione: ”Mills fu teste reticente per favorire Berlusconi”

Fonte: Antimafia Duemila – La Cassazione: ”Mills fu teste reticente per favorire Berlusconi”.

«Il fulcro della reticenza di David Mills, in ciascuna delle sue deposizioni, si incentra nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società offshore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti». Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni, appena depositate, con le quali lo scorso 25 febbraio ha dichiarato prescritto il reato di corruzione in atti giudiziari nei confronti dell’avvocato inglese David Mills, negandogli, però, l’assoluzione.

ELUDERE IL FISCO – Inoltre le sezioni unite penali della Cassazione – nella sentenza 15208 – spiegano che Mills, con le sue deposizioni ai processi ‘Arces’ e ‘All Iberian’, aveva favorito Berlusconi tacendo la riconducibilità a lui delle società del cosiddetto comparto B del gruppo Fininvest. Questo in quanto «si era reso necessario distanziare la persona di Silvio Berlusconi da tali società, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all’estero e la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Piersilvio Berlusconi».

ANSA

Blog di Beppe Grillo – Napolitano viene da lontano

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Napolitano viene da lontano.

Napolitano viene da lontano. Era migliorista e berlusconiano. Gli articoli del suo settimanale “Il Moderno” (con pubblicità Finivest anni ’80) superano persino le poesie di Bondi al “caro leader”.
“Ad aprile del 1985 esce a Milano il primo numero de Il Moderno, mensile (poi settimanale) della corrente “migliorista” del Pci (la destra tecnocratica e filo-craxiana del partito, guidata da Giorgio Napolitano). Animato da Gianni Cervetti… all’insegna dello slogan “l’innovazione nella società, nell’economia, nella cultura” (p. 104).”
“Intanto a Milano il numero di febbraio 1986 de Il Moderno… scrive che “la rivoluzione Berlusconi [è] di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si ostina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente di modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti. Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e capacità pro­duttive” (p. 115)”.
«Il numero di aprile 1987 … esce con un’intera pagina pubblicitaria della Fininvest. È la prima di una lunga serie di inserzioni pubblicitarie dalla misteriosa utilità per l’inserzionista, dato che il giornale è semi-clandestino e vende meno di 500 copie… Intanto uno dei fondatori del Moderno, l’onorevole Gianni Cervetti, alla metà di aprile è di nuovo a Mosca… E il 18 aprile l’a­genzia Ansa da Mosca informa che in Urss, insieme al compagno Cervetti, c’è anche Canale 5… (pp 126 — 127)”.
“A giugno 1989 … pubblica un megaservizio su Giocare al calcio a Milano. Con un panegirico sul Berlusconi miracoloso presidente milanista che “ha cambiato tutto: adesso la sua squadra è una vera e propria azienda,” e così via. Il giornale della corrente di destra del Pci è ormai un bollettino della Fininvest, e le pagine di pubblicità comprate dal gruppo berlusconiano ormai non si contano (p. 148)”.(*)
(*) Testi tratti dal libro: “Il Baratto” dal blog www.dirittodicritica.com

Antimafia Duemila – Cassazione: fondi neri Publitalia, ”Dell’Utri non assolvibile”

Fonte: Antimafia Duemila – Cassazione: fondi neri Publitalia, ”Dell’Utri non assolvibile”.

Non ci sono prove ”evidenti” che possano portare all’ assoluzione – anziche’ alla dichiarazione di prescrizione del reato di appropriazione indebita – del senatore Marcello Dell’Utri nell’ambito della vicenda dei fondi neri di Publitalia risalente agli anni 1991-94 quando era amministratore delegato delle sponsorizzazioni. Lo spiega la Cassazione nella sentenza 8771, depositata oggi, con le motivazioni per le quali – lo scorso 11 dicembre – ha deciso di confermare il verdetto di prescrizione emesso dalla Corte di Appello di Milano il due dicembre 2005, rigettando il ricorso di Dell’Utri che chiedeva di essere dichiarato ”innocente”.
I motivi con i quali Dell’Utri ”tenta di dimostrare l’evidenza della sua innocenza – scrive la Cassazione – non possono avere ingresso per la semplice ragione che resterebbe pur sempre un quadro probatorio che, quanto meno, si dovrebbe ritenere contraddittorio o insufficiente e, quindi, tale da non giustificare una sentenza di assoluzione sia pure per insufficienza di prove”. Questa conclusione – si aggiunge – ”vale non solo per le appropriazioni indebite in denaro ma anche per quelle in natura, non essendo affatto ‘evidente’ che rientrassero, secondo la tesi difensiva, in elargizioni rientranti nell’ambito dei rapporti amicali intercorrenti tra i vari protagonisti della vicenda”.
Nel processo erano inizialmente coinvolti 37 imputati, con l’accusa di avere occultato quasi 35 miliardi di vecchie lire con fatture false rese da Publitalia per inserzioni pubblicitarie su reti Fininvest. Dell’Utri era imputato anche di falso in bilancio e bancarotta fraudolenta, accuse venute meno dopo la riforma dei reati societari.
Secondo i pm, Dell’Utri si era indebitamente appropriato di 300 milioni di lire girategli dal promoter Romano Comincioli, compagno di scuola di Silvio Berlusconi ed ex leader di Forza Italia in Sardegna, e di 60 milioni di vecchie lire provenienti dal promoter Romano Luzzi, maestro di tennis di Berlusconi. A Dell’Utri, inoltre, era contestato anche l’utilizzo di un motoscafo e un soggiorno a Madonna di Campiglio, sempre provento delle false fatture.

La prova delle menzogne | BananaBis

Fonte: La prova delle menzogne | BananaBis.

IL COMMENTO

di GIUSEPPE D’AVANZO

DAVID MILLS è stato corrotto. È quel che conta anche se la manipolazione delle norme sulla prescrizione, che Berlusconi si è affatturato a partita in corso, lo salva dalla condanna e lo obbliga soltanto a risarcire il danno per il pregiudizio arrecato all’immagine dello Stato. Questa è la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione. Per comprenderla bisogna sapere che la corruzione è un reato “a concorso necessario”: se Mills è corrotto, il presidente del Consiglio è il corruttore.

Per apprezzare la decisione, si deve ricordare che cosa ha detto, nel corso del tempo, Silvio Berlusconi di David Mills e di All Iberian, l’arcipelago di società off-shore creato dall’avvocato inglese. “Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l’esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario” (Ansa, 23 novembre 1999). “Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l’Italia” (Ansa, 20 giugno 2008). Bisogna cominciare dalle parole  –  e dagli impegni pubblici  –  del capo del governo per intendere il significato della sentenza della Cassazione.

Perché l’interesse pubblico della decisione non è soltanto nella forma giuridica che qualifica gli atti, ma nei fatti che convalida; nella responsabilità che svela; nell’obbligo che oggi incombe sul presidente del Consiglio, se fosse un uomo che tiene fede alle sue promesse.

Dunque, Berlusconi ha conosciuto Mills e, come il processo ha dimostrato e la Cassazione ha confermato (il fatto sussiste e il reato c’è stato), All Iberian è stata sempre nella sua disponibilità. Sono i due punti fermi e fattuali della sentenza (altro è l’aspetto formale, come si è detto). Da oggi, quindi, il capitolo più importante della storia del presidente del consiglio lo si può raccontare così. Con il coinvolgimento “diretto e personale” del Cavaliere, David Mills dà vita alle “64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest”. Le gestisce per conto e nell’interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle “fiamme gialle” corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l’avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio “somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali” che lo ricompensano della testimonianza truccata.

Questa conclusione rivela fatti decisivi: chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi; che cosa è stato nascosto dalla testimonianza alterata dell’avvocato inglese. Si comprende definitivamente come è nato, e con quali pratiche, l’impero del Biscione; con quali menzogne Berlusconi ha avvelenato il Paese.

Torniamo agli eventi che oggi la Cassazione autentica. Le società offshore che per brevità chiamiamo All Iberian sono state uno strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo e della sua avventura imprenditoriale. Anche qui bisogna rianimare qualche ricordo. Lungo i sentieri del “group B very discreet della Fininvest” transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l’approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi mentre, in parlamento, è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le “fiamme gialle”); il controllo illegale dell’86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l’acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente. Dunque, l’atto conclusivo del processo Mills documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c’è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la sua imprenditorialità, l’efficienza, la mitologia dell’homo faber, l’intero corpo mistico dell’ideologia berlusconiana ha il suo fondamento nel malaffare, nell’illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo.

E’ la connessione con il peggiore passato della nostra storia recente che, durante gli interminabili dibattimenti del processo Mills, il capo del governo deve recidere. La radice del suo magnificato talento non può allungarsi in quel fondo fangoso perché, nell’ideologia del premier, è il suo trionfo personale che gli assegna il diritto di governare il Paese. Le sue ricchezze sono la garanzia del patto con gli elettori e dell’infallibilità della sua politica; il canone ineliminabile della “società dell’incanto” che lo beatifica. Per scavare un solco tra sé e il suo passato e farsi alfiere credibile e antipolitico del nuovo, deve allontanare da sé l’ombra di quell’avvocato inglese, il peso di All Iberian. È la scommessa che Berlusconi decide di giocare in pubblico. Così intreccia in un unico nodo il suo futuro di leader politico, responsabile di fronte agli elettori, e il suo passato di imprenditore di successo. Se quel passato risulta opaco perché legato a All Iberian, di cui non conosce l’esistenza, o di David Mills, che non ha mai incontrato, egli è disposto a lasciare la politica e addirittura il Paese. Oggi dovrebbe farlo davvero perché la decisione della Cassazione conferma che ha corrotto Mills (lo conosceva) per nascondere il dominio diretto su quella macchina d’illegalità e abusi che è stata All Iberian (la governava). Il capo del governo non lo farà, naturalmente, aggrappandosi come un naufrago al legno della prescrizione che egli stesso si è approvato. Non lascerà l’Italia, ma l’affliggerà con nuove leggi ad personam (processo breve, legittimo impedimento), utili forse a metterlo al sicuro da una sentenza, ma non dal giudizio degli italiani che da oggi potranno giudicarlo corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della “testa dei suoi figli”.

http://www.repubblica.it/politica/2010/02/26/news/prova_menzogne-2433189/

MEDIATRADE, I MOVIMENTI DEL DENARO: COSI’ SI GONFIAVANO I DIRITTI TV | BananaBis

Fonte: MEDIATRADE, I MOVIMENTI DEL DENARO: COSI’ SI GONFIAVANO I DIRITTI TV | BananaBis.

di Walter Galbiati, La Repubblica del 26/01/2010

MILANO – Non sarà facile per i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro dimostrare che il premier Silvio Berlusconi “sapeva”. Ma una rogatoria di ottobre 2005 inviata dalla Procura alle Autorità elvetiche ricostruisce nei dettagli come anche il numero uno del gruppo Fininvest potesse essere a conoscenza di quel meccanismo che avrebbe permesso di creare fondi neri attraverso la compravendita di diritti tv gonfiati.
Quanto meno, perché è un meccanismo (la vendita dei diritti dalle major a un intermediario che poi li rivende a Mediaset) non nato dall’oggi al domani quando il premier era già impegnato in politica e ben lontano dal gruppo. Ma perché sarebbe stato in atto, secondo la ricostruzione dell’accusa, sin dagli anni Ottanta, quando Berlusconi era molto più attivo in azienda. Staccatosi lui, del resto, gli uomini delle triangolazioni rimangono sempre gli stessi, con in testa il produttore Frank Agrama che tra la fine degli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta si sarebbe appropriato indebitamente ai danni di Mediaset di 170 milioni di dollari. Soldi riversati su conti rimasti liquidi, oppure retrocessi in parte ai protagonisti della vicenda.

E per De Pasquale, Agrama non sarebbe altro che “il socio occulto” di Berlusconi”. Un indizio che il premier potesse sapere è nel fatto che i versamenti in passato partivano anche da conti di società che rimandavano nell’intestazione allo stesso Berlusconi. “I trasferimenti di denaro – si legge nella rogatoria – sono stati effettuati dai conti correnti della Silvio Berlusconi Finanziaria Sa (dal 1995 Sfi – Societé Fiancière d’Investissement) e dai conti correnti della società International Media Services Ltd (posseduta da Mediaset al 99%) a favore di: 1) conti bancari gestiti da fiduciari di Berlusconi (Del Bue di Arner e altri); 2) dei conti delle società di Frank Agrama; 3) di conti bancari di società di Lorenzano; 4) di conti intestati a società di comodo”.

Paolo Del Bue è tra i fondatori di Banca Arner, l’istituto di credito elvetico considerato vicino a Berlusconi e finito nel mirino di un’altra inchiesta milanese per alcune attività sulle quali grava l’ipotesi di riciclaggio. Daniele Lorenzano, invece, è l’ex capo acquisti diritti di trasmissione per il gruppo Fininvest e per Mediaset. Il flusso di soldi è cospicuo. “Per quanto riguarda le distrazioni di fondi a favore delle società di Agrama – scrive il pm – è stato contestato di essersi appropriati di un ammontare corrispondente a circa 170 milioni di dollari, costituenti la differenza tra quanto versato ad Agrama dal gruppo Fininvest e da Mediaset spa per l’acquisto di prodotti Paramount e quanto effettivamente corrisposto da Agrama a Paramount. Ciò è accaduto nel periodo 1988-1999”.


Nel tempo, le somme sono state versate dai conti ufficiali del gruppo Fininvest (prevalentemente il conto presso la Banca Commerciale Italiana di Londra della Silvio Berlusconi Finanziaia/Sfi) dai conti della società Principal Network Ltd presso Banca della Svizzera Italiana di Lugano e Finter Bank & Trust Bahamas, dai conti della società Ims Ltd (prevalentemente il conto intestato a Ims presso la Banca Commerciale Italiana di Londra).
Agrama, tramite il suo difensore, l’avvocato Roberto Pisano, confida in una piena assoluzione, e ha fatto sapere, ricordando anche alcune testimonianze raccolte dai pm, “come fosse normale prassi commerciale per le major americane utilizzare intermediari per la cessione dei diritti televisivi nei più importanti Paesi del mondo e, per ciò che concerne l’Italia, anche per la cessione dei diritti tv alla Rai”. L’avvocato di Belrsuconi, Piero Longo, ha invece dichiarato che il premier non si avvarrà della facoltà di essere interrogato come consente il codice dopo la chiusura dell’indagine e la messa a disposizione degli atti.

La trattativa con Cosa nostra secondo Ciancimino | Pietro Orsatti

Ecco la seconda parte dell’articolo di Pietro Orsatti sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. [qui trovate la prima parte]

La trattativa con Cosa nostra secondo Ciancimino | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

Dal racconto che fa Massimo Ciancimino della vita di suo padre, dell’ex sindaco di Palermo, emerge un dato di grande importanza per interpretare la storia siciliana e italiana. Sarebbero esistiti fin dagli anni ’70 rapporti continui fra pezzi importanti della politica nazionale, uomini dei servizi e i capi di Cosa nostra. E al centro di questo intreccio vi erano alcuni uomini, fra cui lo stesso Vito Ciancimino. Nella puntata precedente (pubblicata su Terra) di questa ricostruzione delle versioni fornite da Massimo Ciancimino ai magistrati in più di un anno e mezzo di interrogatori, si vede il potente Vito entrare direttamente come intermediario, anche se laterale, in vicende centrali per la storia del nostro Paese: il caso Moro, la strage di Ustica, l’omicidio di Piersanti Mattarrella. E si nota anche come, con l’andar del tempo e con il progressivo deteriorarsi dell’immagine dell’ex sindaco (il primo arresto, le inchieste, le voci di stampa), Vito Ciancimino venisse messo a lato, continuando ad avere un ruolo ma non più di comando.
La forza di Ciancimino è e rimane comunque quella di avere, da sempre, un rapporto continuo ed univoco con Bernardo Provenzano. L’insistere da parte di Massimo Ciancimino su questo dettaglio è fondamentale per capire un dato che diventerà di importanza assoluta per capire sia la dinamica delle stagioni delle stragi del 1992/93, sia per districarsi nell’affaire della trattativa fra Stato e mafia. Bernardo Provenzano e Totò Riina hanno due linee e due approcci differenti, come due linee e due referenti diversi hanno Vito Ciancimino e l’andreottiano Salvo Lima. Lima che, secondo Ciancimino, è il canale diretto per Toto Riina.
Immediatamente dopo la strage di Capaci, anche se ormai marginalizzato, Vito Ciancimino ritorna ad essere fondamentale per riaprire un dialogo con Cosa nostra e interrompere la fase stragista che rischia di mettere a repentaglio decenni di equilibri di potere. Lima è stato ucciso pochi mesi primi, l’unico canale è l’ex sindaco. E qui i ricordi di Massimo Ciancimino si fanno chiari perché è lui protagonista del primo contatto. Secondo il racconto fatto ai magistrati, Massimo viene avvicinato, infatti, su un volo Palermo Roma dal capitano Di Donno dei Ros dei carabinieri e convinto a farsi tramite verso il padre per avviare una sorta di trattativa. Una sorta di pax in cambio della consegna di super latitanti del calibro di Totò Riina, apprenderemo poi. Contemporaneamente Antonino Cinà, medico ma organico a Cosa nostra e coimputato nel processo Dell’Utri, sta facendo invece da tramite sempre per una presunta trattativa (il famoso «si sono fatti sotto» attribuita al capo della cupola) con Totò Riina. I due momenti coincidono, e Ciancimino è chiamato a quella che i pm nell’interrogatorio al figlio definiscono una sorta di «consulenza».
Andiamo al racconto dell’intreccio politico mafioso descritto da Ciancimino. De Donno è uomo dell’allora colonnello dei Ros Mario Mori (attualmente i due sono sotto preocesso per aver favorito la mancata cattura di Provenzano nel 1995). Il primo contatto, ricordiamolo, avviene nel periodo che intercorre fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. E avviene dopo che, da anni, Ciancimino ha allacciato una relazione di collaborazione con i servizi e in particolare con un fantomatico “signor Franco” (che a volte viene anche chiamato “signor Bruno”). «Ho sempre detto che mio padre da queste cose, sì, anche per un senso di schifo che aveva provato per tutto ma ne voleva trarre qualche minimo vantaggio, non pensava mai minimamente che questo potesse avvenire solo attraverso il Capitano De Donno e il Colonnello Mori – racconta ai pm Massimo Ciancimino -. Come ho già detto nei precedenti interrogatori ancor prima di iniziare la così detta trattativa mio padre aveva chiesto al signor Franco (l’uomo dei servizi, ndr) se era il caso e al signor Lo Verde (sotto questo nome si nascondeva Bernardo Brovenzano, ndr) se era il caso di ricevere il Colonnello e il Capitano». Avuta rassicurazione sia dall’uomo dei servizi che, a quanto si capisce, anche da Provenzano, Ciancimino si appresta a «mandare avanti questa trattativa». Da uomo accorto Ciancimino chiede al “signor Franco” se altri personaggi fossero a conoscenza della possibile trattativa. «Alla domanda di mio padre, (…) gli era stato riferito che di tutta la situazione erano a conoscenza sia l’Onorevole Mancino (Nicola Mancino, appena nominato ministro dell’Interno e attuale vicepresidente del Csm, ndr) che l’Onorevole Rognoni (Virginio Rognoni, all’epoca ministro della Difesa, ndr). Mi ricordo bene questa situazione perché mio padre di questo rimase un po’ deluso in quanto lui riteneva l’uomo chiave che potesse in quel momento storico dare un contributo, contributo positivo all’esito delle sue situazioni processuali, (sarebbe stato) l’Onorevole Violante (all’epoca presidente della commissione parlamentare Antimafia), difatti più volte chiese se era.. se non si riusciva a coinvolgere l’Onorevole Violante. (…) Non gli fu mai detto di un coinvolgimento dell’Onorevole Violante, ma (il signor Franco, ndr) disse soltanto di fidarsi (e di avere) come referenti l’Onorevole Rognoni e l’Onorevole Mancino». Questo dato, questo insistere in particolare su Nicola Mancino come referente informato, fa nascere innumerevoli dubbi. In particolare su quali furono le motivazioni reali, dopo la strage di Capaci, di una seconda strage così ravvicinata per uccidere anche Paolo Borsellino.
Emerge dal racconto di Massimo Ciancimino un altro elemento che ci consente di dare un’altra chiave di lettura alla storia degli ultimi vent’anni della Repubblica. Della possibile trattativa viene informato anche Totò Riina, attraverso Cinà, e questi presenta il cosiddetto “papello”, il foglio con richieste del gotha di Cosa nostra allo Stato. Richieste che Vito Ciancimino reputa, fina da subito, non recepibili se non una provocazione di un capo mafia che ormai si sente intoccabile, vincente, onnipotente. A questo punto, attraverso Bernardo Provenzano, si innescherebbe la vera trattativa, il cui prezzo sarebbe stata la cattura di vari boss fra cui l’arresto di Totò Riina. E Massimo Ciancimino spiega come sarebbe stato proprio suo padre, in collaborazione e probabilmente su indicazioni precise di Provenzano, a indicare come catturare il cosiddetto “capo dei capi”. Indicazioni fornite ai Ros di Mori che, infatti, il 15 gennaio del 1993 arrestarono Riina.
È a questo punto che Vito Ciancimino, dopo essersi esposto sia sul versante di Cosa nostra che su quello dei servizi e dei Ros, si trova ad essere scavalcato e rimosso. E secondo Massimo Ciancimino a subentrare all’ex sindaco, ormai “bruciato” e da lì a poco arrestato, sopraggiunge l’attuale senatore del Pdl Marcello dell’Utri, all’epoca capo di Publitalia e impegnato nella costruzione di Forza Italia: è il ’93. Il particolare emerge dall’interrogatorio del 9 luglio del 2008, quando Massimo Ciancimino racconta proprio della cattura del boss Totò Riina e di come suo padre cavalcando il malcontento di Provenzano verso la politica stragista del boss corleonese, fosse stato convinto a «consegnare» il latitante. Un’informazione che l’ex sindaco riferì ai carabinieri. E proprio nell’ultima fase della trattativa, nonostante il contributo fornito da don Vito, che l’ex sindaco Dc sarebbe stato sostituito da un altro soggetto. «Da qualcuno che l’aveva scavalcato?» chiede il pm al teste. Massimo Ciancimino annuisce e a domanda del magistrato risponde: «Mio padre disse che Marcello Dell’Utri poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile secondo lui, dice poi per quanto ne sono a conoscenza io, di altri cavalli vincenti che possono garantire rapporti». Una convinzione che sarebbe stata più di un’ipotesi per il teste: «tant’è – prosegue – che lui (Ciancimino n.d.r.) una volta pure tentò di agganciare Dell’Utri perché voleva parlargli, poi non se ne fece più niente perché Dell’Utri aveva paura di incontrare mio padre». E mentre si aspettano gli altri verbali degli interrogatori di Ciancimino ancora non depositati, va in scena a Palermo proprio la fase conclusiva del processo d’appello al senatore Pdl.

(2/2 fine)

Dell’Utri, “uomo di zio Bino”

Fonte: Dell’Utri, “uomo di zio Bino”.

Ciancimino Jr rivela ai PM di Palermo

Che Bernardo Provenzano lo considerasse affidabile lo aveva già raccontato un suo ex braccio destro, il boss di Caccamo, Nino Giuffè. Tra il 1993 e il 1994, aveva ricordato il super pentito, Zio Bino al termine di una mezza dozzina di riunioni tra capimafia, aveva detto: “Siamo in buone mani, ci possiamo fidare”. Ma l’eventualità che tra il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, e l’anziano uomo d’onore corleonese, per dieci anni alla guida di Cosa Nostra, vi fossero stati degli incontri a tu per tu era finora rimasta solo nel campo delle ipotesi. Chi adesso invece spariglia le carte e dà per sicuri quei summit, in cui si discuteva su come risolvere politicamente i molti problemi della mafia, è Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, l’ex sindaco di Palermo protagonista di un pezzo importante della presunta trattativa tra Stato e i clan siciliani dei primi anni Novanta. Dice Ciancimino Junior: “Tra di loro c’erano rapporti stretti, molto stretti. Io so che si conoscevano che c’era un rapporto diretto. Tant’è che per mio padre, quando aveva bisogno di avere favori da quel partito (Forza Italia ndr) o notizie, bozze di legge, il punto di riferimento per era sempre il Lo Verde (uno degli alias di Provenzano ndr). Spesso anche tramite il Lo Verde mi sono arrivati a casa disegni di legge a casa, manovre su cose (il sequestro ndr) dei beni…”.

È questa, forse, la rivelazione più importante contenuta nei 22 verbali del giovane Ciancimino, depositati due giorni fa (con parecchi omissis) al processo per la mancata cattura di Provenzano contro l’ex capo del Ros dei carabinieri, generale Mario Mori. Per mesi davanti ai magistrati di Caltanissetta e Palermo, Ciancimino Junior ha provato a riscrivere un pezzo di storia d’Italia, consegnando i documenti conservati da suo padre, i pizzini ricevuti da Provenzano, e soprattutto le spiegazioni su quanto era accaduto in Sicilia affidate da don Vito a un libro che l’ex sindaco democristiano stava scrivendo prima di morire. Così Massimo Ciacimino parla dei misteri della storia italiana recente: da Ustica al caso Moro, dagli omicidi di Michele Reina e Pietro Scaglione a quello di Piersanti Mattarella. E ricostruisce pure il versamento di presunte tangenti date “da Romano Tronci all’onorevole Enrico La Loggia” (ex Dc, poi ministro di Forza Italia), e racconta di “una somma di denaro (duecentocinquantamila euro)” consegnata nel 2005 un commercialista perché fosse girata al presidente della Commissione Affari Costituzionali del senato, Carlo Vizzini.

Dalla moviola della sua memoria esce insomma il dipinto verosimile, ma ancora tutto da verificare, dell’area grigia. Di quella zona di confine tra la mafia e una borghesia siciliana da sempre abituata a convivere e a fare affari con i boss. Un filo sottile che parte da Palermo per arrivare a Roma e che poi, secondo Massimo Ciancimimo, si riannoda ad Arcore dove Dell’Utri, già trentacinque anni fa, “sicuramente aveva gestito soldi che appartenevano sia a Stefano Bontade (il capo della mafia palermitana ucciso nel 1981 ndr) che a persone a lui legate”. Ai pm Ciancimino junior ha offerto molte piste per i possibili riscontri: nomi di società tra le famiglie mafiose dei Bonura e dei Buscemi (questi ultimi già risultati soci del gruppo Ferruzzi di Ravenna), l’identità di commercianti di diamanti testimoni dei presunti passaggi di capitali, appunti di suo padre. Ma per il momento tutto è ancora coperto dal segreto investigativo. Agli atti finisce invece il racconto del dopo. Di quello che accadde quando nel 1992 Cosa Nostra uccide l’eurodeputato Salvo Lima, l’andreottiano che fino a quel momento aveva fatto da tramite tra la grande politica e le cosche. A quel punto don Vito, già arrestato e condannato, ma ancora libero, accarezza l’idea di prendere il suo posto. Con Provenzano vanta un’amicizia antica. I carabinieri del Ros, che vogliono catturare Totò Riina, bussano spesso alla sua porta. Don Vito pensa così di poter diventare il nuovo punto d’equilibrio tra Stato e mafia. Ma la situazione presto precipita. Lui va in carcere e viene sostituito. “Da chi? Da qualcuno che l’aveva scavalcato?” domandano i pm. Ciancimino junior risponde sicuro: “Mio padre disse che Marcello Dell’Utri, una persona che non stimava, perché la riteneva troppo impulsiva, poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile”. E le sue, secondo il figlio dell’ex sindaco, non erano ipotesi. Perché, nel corso degli anni, del rapporto diretto tra Provenzano e l’ideatore di Forza Italia, lui avrebbe avuto più volte riscontri diretti. Per esempio un biglietto ricevuto dalle mani del boss nel settembre 2001. Nel dattiloscritto si legge: “Carissimo Ingegnere (don Vito Ndr) ho letto quello che mi ha dato M (Massimo ndr)… Mi è stato detto dal nostro Sen e dal nuovo Pres che spigeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. è benintenzionato. Il nostro amico Z ha chiesto di incontrare il Sen. Ho letto che a lei non ha piacere e bisogna prendere tempo si tratta di nomine nel gas, mi ha detto che vi trovate in Ospedale che la salute vi ritorni presto e che il buon Dio ci assista”.

Massimo Ciancimino, che ha già potuto apprezzare le capacità d’intervento del padre sul mondo Fininvest quando era riuscito a far assumere, nel giro di 20 giorni, un’amica a Publitalia, traduce. Il “nostro sen” è Dell’Utri, il “nuovo pres” è invece il governatore Siciliano Totò Cuffaro, mentre “l’av” è l’avvocato Nino Mormino, difensore di tutto il ghota di Cosa Nostra, legale di fiducia di Dell’Utri e, in quel momento vice-presidente della commissione giustizia della Camera. Tre politici già finiti sotto inchiesta per fatti di mafia (i primi due condannati in primo grado, il terzo archiviato) che, secondo Ciancimino junior, cercavano di darsi da fare perché l’ultima parte di pena che ancora costringeva l’ex sindaco agli arresti domiciliari, fosse cancellata da un provvedimento di clemenza. Anche per questo nelle mani di Ciancimino, altre volte anche tramite Provenzano, a partire dal ’96 arrivano spesso gli articolati pro-mafia, poi presentati in parlamento. O almeno così dice Ciancimino Junior che spiega anche come “il nostro amico Z”, fosse suo cugino, Enzo Zanghi. Un uomo già finito nel mirino degli investigatori nel 1998, quando due mafiosi legati a Provenzano, in alcune intercettazioni avevano parlato di lui come della persona che chiedeva di votare per Dell’Utri alle elezioni europee.

Certo, non tutte le parole di Ciancimino Junior vanno prese come oro colato. Gli investigatori stanno cercando di capire come mai già in bigliettini del 2000, quando Dell’Utri era solo deputato, comparisse un “amico senatore” che, secondo il testimone, sarebbe sempre il braccio destro di Berlusconi. Ma il dato è che per ora le sue parole sembrano preoccupare molte persone. Tanto che nei giorni scorsi, il giovane Ciancimino ha detto a Il Fatto Quotidiano di essere stato avvicinato da un emissario di Dell’Utri, forse proprio in vista di una possibile convocazione al processo d’appello contro il senatore azzurro. A Palermo e non solo, si trattiene il respiro.

Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2010)

Benny Calasanzio Borsellino: “Gianni Letta. Biografia non autorizzata” di Arena e Barone

Fonte: Benny Calasanzio Borsellino: “Gianni Letta. Biografia non autorizzata” di Arena e Barone.

Se la chiamassi autopsia, giù con le polemiche. Ma questo lavoro dei giornalisti e amici di Anno Zero, Giusy Arena e Filippo Barone, è chirurgica, maniacale, attenta ai dettagli. Ambientazioni a volte degne del miglior Buzzati. Facciamo allora che la biografia non autorizzata di Gianni Letta è una risonanza magnetica con mezzo di contrasto. Episodi dimenticati, cancellati, qui vengono tirati fuori dall’olbio, spolverati e forniti ai lettori con un linguaggio per cui non si può non capire. E’ un libro, questo, che difficilmente altri avrebbero scritto, per una semplice ragione: di Letta in Italia non si parla e non si deve parlare, nè in bene nè soprattutto in male. E’ un pò come cosa nostra in Sicilia: tutti sanno che c’è e hanno idea del suo potere, ma lo sussurrano sottovoce, perchè magari qualcuno è in ascolto. Letta oggi è un tabù. Giusy Arena e Filippo Barone, che di spunti ne avrebbero per altri cento personaggi, decidono però di dedicarsi all’uomo ombra, e lo fanno partendo dall’Abruzzo, da Avezzano, dove il giovane Gianni da piccolo corrispondente di provincia del Tempo diviene prima sostituto in redazione e poi caposervizio 23 enne. Più che dotato superdotato. Quando poi di anni ne ha 37, del Tempo diviene amministratore e direttore. Più che superdotato direi Topolanek. Ma è con la sua prima bustarella che la strada di Letta incrocia quella del potere, della politica fatta come piace ai diversamente onesti: nel 1983 accetta una tangente in Cct da 1,5 miliardi di lire da Ettore Bernabei, dal 61 al 74 direttore Rai ma soprattutto direttore della società finanziaria a partecipazione statale Italstat. La giustificazione davanti ai magistrati è in puro stile “british”: “tutto regolare”. C’è chi regala un orologio, chi un miliardo e mezzo. Sono gli anni dei fondi neri dell’Iri e i miliardi passano da un borsellino all’altro come fossero monetine. Fondi neri che, come diceva l’allora radicale ex cuor di leone Francesco Rutelli, servivano per “addomesticare i media”. Un regalo al direttore de Il Tempo da 1,5 miliardi, cosa c’è di male? Si chiamano “presenti”, non mazzette. Ma Gianni non aveva bisogno di ordini di scuderia; ha sempre avuto una tendenza innata alla trattativa, più o meno lecita. La vita del San Paolo di Avezzano cambia con il fulmine sulla via di Arcore: nel 1987 incontra sulla sua strada colui che sarà suo datore di lavoro per il resto della vita: Silvio Berlusconi. E qui la domanda degli autori: dietro Letta c’è Berlusconi o dietro Berlusconi c’è Letta? L’una e l’altra, pare di capire. Silvio lo piazza subito come vicepresidente Fininvest, nel Cda di Mondandori/Repubblica e lo impone ai soci come capo del gruppo Standa, tra le ire e le proteste degli azionisti che si chiedevano cosa c’azzeccasse un giornalista a capo di un grande gruppo imprenditoriale? Cosa c’azzeccava? Nulla, quindi era perfetto. Il ruolo di mediatore e diplomatico alla matriciana Letta lo sfodera durante l’approvazione della legge Polaroid, detta anche Mammì, quando tra una pausa e l’altra si presta a fare da confessore agli amici socialisti, e ottiene risultati straordinari. Quando infatti la legge viene approvata, spianando la strada verso il monopolio all’amico di D’Alema, Silvio per ringraziarlo, gli mette nel taschino della giacca 3 miliardi di azioni: questa legge gliene frutterà mille volte tanto. Letta è lo stesso Letta che riesce a convincere Remo Toigo, titolare della Ftm, a pagare oltre 600 milioni di tangente per accaparrarsi l’appalto per stendere il piano frequenze, cucendolo poi addosso a Fininvest; lo fa con l’aiuto del compare bello, Adriano Galliani. Il 2 novembre 1993 Gianni mette il bacheca il primo dei suoi avvisi di garanzia: la procura di Roma, quando ancora faceva le indagini, lo accusa di corruzione e tangenti all’amministratore delle Poste per conto di Fininvest. I pm chiedono addirittura l’arresto per Gianni, che viene però rifiutato dal Gip, che era, non ve lo aspetterete, Renato Squillante. Poi arriva l’incarico di sottosegretario nel 1994 e le trame per la bicamerale, portate avanti dal prescritto D’Alema alla faccia degli elettori: maggioranza e opposizione non dialogano in Parlamento, ma a casa di Letta: la famosa Colazione da Lettany. Da lì in poi la carriera di Gianni non smetterà più di correre, fino a ricevere incarichi di consulenza dalla Goldman e Sachs, alla pari di Romano Prodi e Mario Draghi, che qualcosa di economia capivano, al contrario di Letta. Dal punto di vista trascendentale le cose non vanno peggio: Letta viene nominato anche Gentiluomo del Papa: può assistere ai momenti privati del Papa, può viaggiare con lui e può intercedere quando il suo datore di lavoro le combina grosse, tipo gestendo harem a Villa Certosa o facendo le maratone di sesso a Palazzo Grazioli. Tanti impegni, certo, ma parecchio remunerativi: nel 2002 Letta guadagnava 170 mila euro; nel 2007 il suo conto corrente parlava di 1,55 milioni di euro. Un Letta che ormai si può permettere di sponsorizzare la scalata bancaria a Rcs da parte dei burini del quartierino, e che colleziona avvisi di garanzia come fossero medaglie al valore: nemmeno una piega quando la Procura di Potenza, tra mille interferenze, gli comunica che è indagato per i servizi di ristorazione dei centri di permanenza temporanea: turbativa d’asta e corruzione. Del resto nemmeno i giornali si scompongono, e per 10 mesi la notizia non viene ritenuta di interesse nazionale. Questo e molto altro hanno ricostruito Arena e Barone, dando alle stampe un libro coraggioso e che merita di essere letto anche solo per un semplice motivo: Letta non sarebbe d’accordo. E allora vale la pena conoscere fino in fondo quello che rischia di diventare Presidente della Repubblica, visti gli apprezzamenti che gli arrivano dai colleghi del Pdl e dai compagni del Pd, sempre pronti a dialogare, anche con un tangentaro: chissenefrega.

Gli affari “utili” tra Dell’Utri e amici dei Graviano

Fonte: Gli affari “utili” tra Dell’Utri e amici dei Graviano.

Scritto da Peter Gomez e Marco Lillo

Una concessionaria di pubblicità, il veicolo di contatto con il senatore

Non ci sono solo le parole di Spatuzza a legare i mondi lontani del gruppo Berlusconi e del clan Graviano.
C’è un filo che corre tra Segrate e Brancaccio e lega la società Pagine Utili, controllata dalla Fininvest, e un uomo considerato dagli investigatori un riciclatore delle cosche (ma uscito dal processo grazie alla prescrizione). Il Fatto Quotidiano ha scoperto negli archivi delle camere di commercio di Palermo un documento importante.
E’ il fascicolo camerale della New Trade System, una società che a metà dagli anni novanta era stata un partner privilegiato per la raccolta pubblicitaria della società “Pagine utili”, guidata proprio da Marcello Dell’Utri e che aspirava a diventare mandatario esclusivo per il sud Italia di Telepiù, la pay tv allora ancora controllata occultamente da Silvio Berlusconi.

Il documento va letto con attenzione perché il padrone della società era Fulvio Lima, un commercialista parente dell’onorevole Salvo Lima, poi processato nel 1999 per avere riciclato tre miliardi di lire dei fratelli Graviano.
A rendere ancora più impressionante la scoperta è che in tempi non sospetti un’informativa della Direzione Investigativa Antimafia indicava Fulvio Lima (mai indagato per questo) come il canale attraverso il quale fluivano i capitali dei Graviano a Dell’Utri. Il documento risale al novembre del 1996 ma è stato depositato al processo dell’Utri venti giorni fa.

Due funzionari che indagano sulle bombe di mafia del 1993 scrivono di avere ricevuto una serie di informazioni da un indagato. Il confidente, terrorizzato, si era rifiutato di verbalizzare ma i funzionari, avevano messo nero su bianco le sue quattro rivelazioni:

1) aveva ascoltato due telefonate tra Filippo Graviano e Dell’Utri nelle quali si parlava di affari “consistenti” in Lombardia e Sardegna;

2) i fratelli Graviano gli avevano detto che “tramite Fulvio Lima trasferivano ingenti capitali a Dell’Utri”;

3) i fratelli trascorrevano la latitanza a Milano proprio per seguire i loro affari, nei quali era coinvolto anche il finanziere Rapisarda;

4) aveva accompagnato i Graviano al ristorante “L’assassino” di Milano per incontrare Dell’Utri.


Il Fatto Quotidiano
ha cercato di verificare le dichiarazioni del confidente scoprendo l’esistenza di una società che rafforza una di quelle lontane rivelazioni anonime.

La società nasce nel 1986 con il nome di Nuova Sudgessi e si occupa di “estrazione e commercializzazione di solfato di calcio e dei pannelli di gesso per l’edilizia”.

Il 12 aprile 1995 viene rilevata da Fulvio Lima (66 per cento delle quote) e da Giovanna Barresi (34 per cento) e cambia il nome (New Trade System) e amministratore unico: Nerio Tassinari.

Oggi a “Il Fatto Quotidiano” Tassinari spiega: “ci occupavamo di cambi merci per la Promoservice del gruppo Publitalia (la concessionaria di Mediaset che raccoglie gli spot per le reti del Cavaliere ndr) ma”, aggiunge Tassinari, “non ricordo il ruolo di Lima. L’ho visto solo una volta”.

Nell’oggetto sociale, dopo l’ingresso di Lima e amici, compare: “la rappresentanza nel campo della pubblicità su pagine utili affari e su pagine utili famiglia”. Il primo luglio del 1996 la New Trade System di Palermo apre un ufficio a Verona. Nella nota integrativa del bilancio si spiega: “la società ha stipulato un mandato di agenzia con la società Pagine Italia per la ricerca pubblicitaria sugli annuari Pagine Utili. Lo sviluppo dell’attività ha comportato la realizzazione di un ufficio in Verona, essendo la zona del Veneto e del Trentino quella di esclusiva competenza della società”.

La società era stata premiata anche “quale migliore agente promotore dell’anno”. Non solo. Prosegue la relazione “è continuata nell’esercizio la collaborazione con ‘Telepiù pubblicità’”. Anche se era sfumato il grande affare: “non sono prevedibili particolari sviluppi riguardo alla stipula del contratti di agenzia in esclusiva per l’Italia meridionale per Telepiù”. Di lì a poco il controllo della pay-tv passerà dal Cavaliere a Vivendi. Mentre Pagine Utili sarà travolta dalle perdite e – per non appesantire la Mondadori, quotata in borsa – sarà assorbita dalla Fininvest, e poi ceduta nel 2002 alla Telecom.

Intanto Lima finisce nei guai per alcune vecchie operazioni del 1986-87 a Palermo. Nel 1999 lo rinviano a giudizio con l’accusa di avere riciclato 3,5 miliardi con un funzionario della Sicilcassa, Salvatore Cuccia. Cuccia chiede il patteggiamento. Lima ricusa i giudici e, dopo vari rinvii il 13 gennaio del 2003 spunta la prescrizione grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche.

di Peter Gomez e Marco Lillo (il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2009)

Verrà un giorno: Tutte le “minchiate” di Dell’Utri

Verrà un giorno: Tutte le “minchiate” di Dell’Utri.

Le ultime apparizioni televisive di Marcello Dell’Utri risalivano a tempi immemori. Negli ultimi giorni, invece, il senatore del Pdl è apparso prima nella trasmissione In mezz’ora, condotta da Lucia Annunziata, e poi, l’altra sera, ha dialogato negli studi di Porta a Porta sotto lo sguardo vigile di Bruno Vespa. Per non parlare di tutta la marea di dichiarazioni rilasciate a stampa, radio e giornalisti, assetati di carpire il Dell’Utri-pensiero. Perché? L’alter-ego di Silvio Berlusconi è un uomo particolarmente avveduto e, al contrario del presidente del consiglio come spiegherà lui stesso, sa trattenere le emozioni e centellinare le parole. Quando parla, lo fa per necessità. E se parla, c’è sempre un motivo. Questa ritrovata ed incontenibile esigenza affabulatoria deriva da un preciso stato di agitazione ed insofferenza, paura e turbamento, per una situazione che gli sta esplodendo tra le mani in tutta la sua gravità. Parla perché sente che gli sta sfuggendo di mano qualcosa, come mai era successo in passato.

Dopo una condanna in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa inflittagli nel 2004 dal Tribunale di Palermo, presieduto tra l’altro da quel Leonardo Guarnotta che insieme con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello aveva costituito il mitico pool antimafia sotto la guida di Rocco Chinnici, Dell’Utri ha sostanzialmente potuto godere per cinque anni del silenzio ermetico ed omertoso della stampa tutta. Nessuno, a parte la sparuta eccezione dei soliti noti Marco Travaglio e Peter Gomez, ha osato proferire una sola parola su quella sentenza. Né tanto meno, si capisce, raccontare anche solo uno degli innumerevoli episodi che sono stati ritenuti provati dal Tribunale e che hanno inchiodato il senatore Dell’Utri alle sue responsabilità. Episodi e responsabilità che, come spesso accade sui media italiani, scolorano e si dissolvono, dimenticati, cancellati e coperti accuratamente dalle opinioni. Meglio se le opinioni degli stessi imputati. Il risultato grottesco è che lo spettatore è messo nelle condizioni di assistere in tv a processi sommari, in cui si inscena una difesa accalorata contro accuse di cui lo spettatore ignora completamente i contenuti.

Avviene allora per esempio che, di fronte ad una disarmata Lucia Annunziata che ammette di “saperne molto poco” della sentenza di primo grado, Dell’Utri possa esibirsi in uno sproloquio in cui dichiara di essere “meravigliato, angosciato, per quanto siano delle cose allucinanti e assurde che comunque colpiscono nello spirito”. Definisce le accuse a lui rivolte “delle assolute falsità”, “aria fritta”, “un caso montato dalla stampa”. Figurarsi: la stessa stampa che l’ha coperto per cinque anni senza fiatare e che ha lasciato che scivolasse via come fosse un’inezia lo scandalo di un presidente del consiglio che il Tribunale di Palermo ha dimostrato aver avuto un braccio destro che per trent’anni ha intrattenuto rapporti continui e ripetuti con i più grandi boss di Cosa Nostra. Rapporti talmente forti e saldi che hanno saputo superare generazioni di mafiosi e resistere a guerre di mafia e stravolgimenti al vertice della cupola, da Stefano Bontade a Totò Riina fino a Bernardo Provenzano.

Succede così che, di fronte ad una Lucia Annunziata che non vuole addentrarsi nei dettagli del processo e che, per non sbagliare, evita accuratamente ogni tipo di domanda sui fatti, Dell’Utri possa affermare senza pericolo di smentita che bisogna “parlare seriamente di queste cose. Mi verrebbe da ridere se non fossero gravi. Cioè veramente, sono cose che non esistono. Sono delle falsità. Una volta queste si chiamavano calunnie e venivano rinviati a giudizio chi pronunciava queste calunnie. E quindi non esiste. E’ una cosa allucinante. E’ difficile difendersi di fronte a queste invenzioni. Qualunque persona non potrebbe difendersi. Contro queste sceneggiature non c’è difesa”.

Peccato, perché Lucia Annunziata, se solo avesse letto qualcosa di quella sentenza, avrebbe potuto replicare che, fino a prova contraria, l’unico che è stato rinviato a giudizio per calunnia aggravata è proprio il sentore Dell’Utri. Sì perché i giudici del Tribunale di Palermo hanno anche dedicato un ampio stralcio della sentenza a spiegare come Dell’Utri abbia tentato di comprare le false accuse di un tal Cosimo Cirfeta, soggetto grottesco e tossicodipendente, che si era inventato l’esistenza di un complotto ai danni di Berlusconi e Dell’Utri ordito da tre pentiti, Francesco Onorato, Franceso Di Carlo e Giuseppe Guglielmini. L’unica strategia imbastita dalla difesa si è infatti sempre basata sulla delegittimazione di tutti i pentiti che hanno parlato delle imbarazzanti relazioni del senatore con la mafia siciliana. Una delegittimazione in molti casi supportata solamente da vere e proprie calunnie, tanto è vero che ancora adesso il senatore è imputato in un processo parallelo. Quanto al fatto che sarebbe molto difficile difendersi da assolute invenzioni, risulta molto difficile capirne il motivo. Se sono solo invenzioni, Dell’Utri le avrebbe potute smantellare con facilità. Peccato che non solo non ci abbia nemmeno provato, ma abbia anzi addirittura pagato un falso testimone per calunniare i propri accusatori. Peggio che un ammissione di colpa.

Capitolo Spatuzza. E’ bene tenere a mente che la deposizione del collaboratore, in quel momento, non era ancora avvenuta. Lucia Annunziata vi si addentra con tutta la cautela del caso, cita solamente le voci apparse sui giornali, ruota attorno al giochino “è attendibile”-“non è attendibile”. Dell’Utri prende la palla al balzo per dire che “solamente pensare quello che viene adombrato dalle procure è già un fatto di per sé gravissimo e inconcepibile in un paese civile”. Si riferisce al sospetto che dietro alle stragi del ’93 ci sia un accordo tra Cosa Nostra e il duo Dell’Utri-Berlusconi. Peccato che ci siano già state in passato fior fior di procure (Firenze e Caltanissetta) che non solo hanno adombrato, ma hanno indagato a fondo su Alfa e Beta, Autore1 e Autore2, cioè il duo sopra citato. E il sospetto iniziale, durante il corso di quelle indagini, non solo non è svanito, ma ha incrementato la sua plausibilità. Così è scritto nel decreto di archiviazione con cui la procura di Firenze ha congelato la posizione degli indagati. Ciò che è gravissimo e inconcepibile in un paese civile è che un presidente del consiglio e il suo braccio destro, inventore di Forza Italia e presidente di Publitalia, polmone finanziario di Fininvest, possano sedere in Parlamento con ombre così inquietanti che pendono sulle loro teste.

Per dimostrare che Spatuzza è inattendibile, Dell’Utri ha un argomento inoppugnabile: “Scusi, ma prendiamo sul serio Spatuzza? Ma guardi, mi spiace parlare male di Spatuzza anche se è una persona che ha sciolto nell’acido delle persone e dei bambini, mi spiace parlarne. Ma come si fa? Tanto non è credibile di per sé, per quello che dice. E’ smentito anche dagli stessi Graviano. Se noi prendiamo sul serio Spatuzza, andiamo a casa ed è inutile che stiamo a parlare”. Tradotto: Spatuzza è inattendibile perché lo è. Punto. Cosa stiamo qui a discutere? Purtroppo per lui la cosa non è così semplice, visto che, su tutto il resto, sembra che Spatuzza abbia raccontato la verità. Ha fatto riaprire le indagini sulle stragi del ’93 e probabilmente porterà alla revisione di processi sulla strage di Via D’Amelio, ormai da tempo passati in giudicato con il timbro della Cassazione. E scusate se è poco.

Il secondo argomento è più stringente: i Graviano avrebbero detto in un interrogatorio che Spatuzza non aveva alcuna importanza. Cosa un po’ difficile da credere, se si pensa che a lui i Graviano hanno affidato l’organizzazione e l’esecuzione di tutte le stragi da Via D’Amelio in poi. In realtà i Graviano hanno detto una cosa un po’ diversa. Hanno fatto sapere di rispettare la scelta di collaborazione da parte di Spatuzza, fatto già di per sé anomalo, e, ai magistrati che chiedevano maggiori informazioni, avrebbero risposto: “Ma cosa volete che ne sappia Spatuzza? Era solo un imbianchino”. La dichiarazione, ben lungi dallo smontare la deposizione di Spatuzza, lancia invece un chiaro messaggio dal tipico sapore mafioso. Se si vuole sapere delle collusioni ad alti livelli politici, non bisogna certo chiedere a Spatuzza, bensì, è sottinteso, a loro. Sempre che si decidano, prima o poi, a parlare. Lo faranno questo venerdì?

Lucia Annunziata prova a carpire i pensieri del senatore. Cosa si aspetta che dirà Spatuzza? “Spatuzza – spiega Dell’Utri – dirà quello che ha già evocato, degli accordi con la mafia da parte di… dovrei essere io, perché ero il referente siciliano… che non esiste, non possono esistere, perché non ci sono mai stati, né io mi sono mai occupato di questo. Figuriamoci! Addirittura si risale al ’92, anni in cui si lavorava, si pensava solo a lavorare e a fatturare”.

Figuriamoci se a quel tempo Dell’Utri e Berlusconi pensavano a certe cose! Loro lavoravano sodo e non avevano tempo da dedicare alla mafia! Sull’argomento, c’è un passo molto interessante della sentenza di primo grado che spiega come ciò che Dell’Utri liquida con le parole “lavorare” e “fatturare” nascondesse invece flussi di denaro sporco dalle casse della Fininvest a quelle di Totò Riina. In cambio di cosa? Della protezione che Cosa Nostra dava alle antenne di Canale5 posizionate sul monte Pellegrino a Palermo. Giovan Battista Ferrante, per esempio, mafioso della famiglia di San Lorenzo, dichiara di non conoscere Marcello Dell’Utri, ma riferisce che Salvatore Biondino, autista personale di Totò Riina, riceveva periodicamente (cadenza semestrale o annuale) somme di denaro provenienti da Canale5 per tramite di Raffaele Ganci. Lo sa perché in alcune occasioni era presente lui stesso a queste consegne. Ricorda distintamente la volta in cui vennero fatti pervenire nelle tasche dell’autista di Riina 5 milioni di lire. Denaro estorto? Manco per sogno: regalo spontaneo per gentile concessione della Fininvest. Ferrante è certo che tutte queste somme di denaro (richieste e non) arrivavano almeno dal 1988 ed erano proseguite almeno fino al 1992. Proprio il periodo in cui Dell’Utri e Berlusconi pensavano solo a “lavorare e fatturare”.

Ferrante però non si limita a parlare in astratto. Indica persone e luoghi. Grazie a una sua segnalazione, vengono ritrovate due rubriche manoscritte, custodite assieme a parecchie armi, appartenenti alla famiglia di San Lorenzo. Queste due rubriche erano aggiornate da Salvatore Biondo, detto “Il lungo”, e contengono l’una dei nomi, l’altra dei numeri. E’ possibile capire il senso delle due rubriche solo incrociandone i dati. Così facendo si scopre che non è nient’altro che il libro mastro dove vengono annotate le entrate della famiglia di San Lorenzo. Ad un certo punto della prima rubrica si legge: “CAN 5 NUMERO 8”. A cui fa riferimento, al numero 8, sulla seconda rubrica: “REGALO 990, 5000”. E’ la prova inconfutabile di quanto afferma Ferrante: nel 1990 Canale 5 ha versato nelle tasche di Cosa Nostra 5.000.000 di lire a titolo di “regalo”. A corroborare la versione di Ferrante c’è anche la dichiarazione del boss Galatolo, il quale si lamenta del fatto che fosse l’unico a non percepire somme di denaro da parte di Canale5: questa emittente pagava regolarmente “U cuirtu”, cioè Riina, e i Madonia, ma non lui, che pur aveva sotto il suo controllo la zona palermitana di Acquasanta, in cui rientrava anche il monte Pellegrino dove erano installati i ripetitori di Canale 5. Come dire: e lui chi era, il più scemo di tutti?

Ma c’è un altro pentito eccellente che su questa vicenda ha qualcosa da dire. Si tratta di Salvatore Cancemi. Egli conferma che fino a pochi mesi prima della strage di Capaci (23 maggio 1992) Berlusconi ancora versava somme di denaro a Cosa Nostra per le “faccende delle antenne”, una sorta di contributo all’organizzazione mafiosa di Totò Riina. Cancemi afferma di essere stato presente varie volte alla consegna di queste somme di denaro presso la macelleria di Raffaele Ganci: le mazzette erano da 50 milioni di lire, legate con un elastico. La somma annuale, secondo Cancemi, era di 200 milioni di lire. Era sempre il periodo in cui Dell’Utri e Berlusconi pensavano solo a “lavorare e fatturare”.

Di tutto questo l’Annunziata non sa o non dice nulla. E allora Dell’Utri chiude la questione Spatuzza da par suo, con un’affermazione inoppugnabile: “E’ assurdo che ci siano queste indagini. In ogni caso, le indagini si facciano, ma si facciano nelle direzioni giuste. Le indagini ci sono, ma non sono arrivati al punto da indagare. E’ quello che mi sembra anche abbastanza giusto. Sarebbe giusto, però io non lo so”. Le indagini ci sono, ma in realtà non ci sono, e se anche ci fossero sarebbe assurdo che ci siano, ma è giusto che si facciano e comunque io non so se le stiano facendo. Non fa una piega. L’Annunziata, spiazzata da tanto argomentare, annuisce, non replica e, forse per pietà, passa oltre. Passa cioè a quello che nell’immaginario collettivo è diventata l’unica prova esistente della collusione tra Dell’Utri e la mafia: lo “stalliere” Vittorio Mangano.

E’ il cavallo di battaglia di Dell’Utri. Ogni volta che sente nominare Mangano, gli si illuminano gli occhi, ripensa ai bei tempi passati e indugia sulla solita storiella del fattore che curava i cavalli. Vogliamo rassicurare l’Annunziata: anche rimuovendo il nome di Vittorio Mangano dalla storia di Dell’Utri, la montagna di prove a carico del senatore rimane comunque schiacciante. Mangano rappresenta solo l’incipit di tutta la vicenda, che si è poi sviluppata in gran parte in modo autonomo rispetto alla storia criminale dello stesso Mangano. In ogni caso Dell’Utri non può esimersi per l’ennesima volta dal raccontare la sua favoletta: “Mangano era il fattore ad Arcore nel ’74, parliamo di 35 anni fa. Ho spiegato bene come è venuto, quanto è stato, che cosa ha fatto. Stop. Il discorso dell’attività di Mangano si è chiuso definitivamente. Poi mi dicono gli accusatori di Palermo: “Però è venuto a Milano e lo incontrava…”. Ma era una persona che era stata un anno con me, che lavorava nella casa, nella villa di Berlusconi, che teneva i campi, i cavalli, eccetera, io non potevo non riceverlo quando veniva. Ma era una persona di cui comunque non si sapeva nulla fino a quel momento. E’ venuto fuori dopo, che aveva, diciamo così, odore di mafia. Ma io non lo sapevo”.


E siccome noi siamo più duri di lui, non possiamo esimerci per l’ennesima volta dallo sbugiardare questa accozzaglia di menzogne. Vittorio Mangano è stato chiamato ad Arcore per precisa volontà di Marcello Dell’Utri dopo un incontro avvenuto nella primavera del 1974 negli uffici della Edilnord in via Foro Bonaparte a Milano, dove un giovane Silvio Berlusconi alle prese con la costruzione di Milano2 ricevette una delegazione della cupola di Cosa Nostra, capeggiata da Stefano Bontate, il principe di Villagrazia, l’allora “capo dei capi” della mafia siciliana. I dettagli dell’incontro sono narrati con dovizia di particolari dal pentito Francesco Di Carlo, che a quell’incontro ci ha partecipato di persona. Ricorda tutto, Di Carlo, persino gli abiti che indossava Silvio Berlusconi. Il punto era che Mangano ad Arcore doveva servire da parafulmine: la sua presenza fisica nella villa di Arcore stava ad indicare che Berlusconi era protetto da Cosa Nostra e nessuno doveva osare toccarlo (era il periodo dei sequestri). Ecco spiegato il perché Mangano “accompagnasse” a scuola i figli di Berlusconi. Non era un amorevole baby-sitter: era la scorta offerta gentilmente da Cosa Nostra. Quindi Mangano fu chiamato a Milano proprio perché era mafioso, in virtù, si potrebbe dire, della sua “mafiosità”. Ecco perché tutti gli altri fattori della Brianza non erano sembrati idonei a curare i terreni di Arcore: non godevano di “certe amicizie”.

Ma anche supponendo che il Di Carlo si sia inventato tutto e che Mangano davvero se ne intendesse di terreni e di cavalli (pur avendo il piccolo handicap di aver subito in passato una rovinosa frattura al bacino che gli impediva addirittura di sollevare pesi e di tenere in mano un vanga), suscita incredulità la faccia tosta con cui il senatore ammette di aver poi incontrato Mangano altre volte nel corso degli anni, come se fosse la cosa più normale e naturale del mondo. E perché lo ammette spudoratamente? Semplice, perché non lo può negare. Sono state infatti ritrovate nelle sue agende personali delle annotazioni relative ad incontri con Vittorio Mangano il 2 e il 30 novembre del 1993. Cioè esattamente in concomitanza con gli ultimi preparativi per la discesa in campo di Berlusconi, che avverrà poche settimane dopo, nel gennaio del ’94. Ed è davvero sicuro che in quel momento Vittorio Mangano non si sapeva chi fosse? Strano, perché Vittorio Mangano a quel tempo si era già fatto ben dieci anni di carcere, dal 1980 al 1990, ed era stato condannato in via definitiva al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino. Appena uscito dal carcere aveva ripreso immediatamente in mano le fila del discorso interrotto molti anni prima, si era fatto strada all’interno dalla famiglia mafiosa di Palermo-Centro-Porta Nuova fino a diventarne reggente quando Salvatore Cancemi, il 22 luglio del 1993, si consegnerà spontaneamente ai Carabinieri. E’ il coronamento di una lunga e gloriosa carriera criminale.

Dunque, quando Dell’Utri incontra per ben due volte Vittorio Mangano nel novembre del 1993, Mangano è uno dei boss più potenti di Cosa Nostra, fa parte della cupola e regge una delle famiglie più importanti di Palermo. E’ credibile che Dell’Utri affermi che non era possibile per lui rifiutarsi di incontrarlo? Una persona che a suo dire non vedeva più da quasi vent’anni e che aveva speso metà di quegli anni in carcere e l’altra metà a trafficare droga, fare sequestri e mettere bombe proprio nelle ville di Berlusconi? E’ credibile pensare, come dice Dell’Utri, che Mangano gli parlasse, in quegli incontri, solamente dei suoi problemi di salute? No, non è credibile. Ed è vergognoso che un senatore della repubblica italiana non sappia dare una spiegazione più decente di frequentazioni tanto imbarazzanti. Peggio che un’ammissione di colpa.

Il discorso termina con la solita apologia del comportamento eroico di Mangano: “Sì, lo ripeto. E’ stato, il suo comportamento, eroico. Io non so se avrei fatto lo stesso di quello che ha fatto lui. Perché in carcere, ammalato, invitato a parlare di Berlusconi e di me in maniera ovviamente non positiva e invitato quindi poi ad andare a casa subito dopo, ha detto: – Io non ho nulla da dire, per me sono delle persone bravissime che mi hanno fatto del bene perché mi hanno dato lavoro…-” Parole ancora una volta indegne per un rappresentante del popolo italiano: l’omertà assunta ad eroismo. Ed è giunta una buona volta l’ora che Dell’Utri ci spieghi in base a cosa può sostenere che Mangano abbia subito pressioni per testimoniare contro di lui. Ha delle prove? Se le ha, le porti. Se non le ha, stia zitto ed eviti di infangare la memoria di chi eroe lo è stato per davvero.

A questo punto il discorso si sposta su argomenti più generici. Quale sarà la linea difensiva del senatore? Dell’Utri, sempre molto lucido, spiega: “La linea di difesa sarà che la verità non c’è, non esiste. La linea di difesa è questa. Segnatevi questa frase: “La verità non esiste”. E smettetela di cercarla, perché non c’è. Parola di un senatore.

Continua poi in uno sproloquio che diventa surreale: “Di fronte a quello che dice: – L’ho visto al ristorante tale, l’ho visto al ristorante tizio, si è incontrato… l’ho sentito dire…- … ma mi porti le persone che mi hanno visto che possono testimoniare qualcosa! Qui non c’è nulla che viene veramente testimoniato!” Ah no? E Di Carlo che l’ha visto incontrarsi con Bontade negli uffici della Edilnord? E Di Carlo che l’ha visto al matrimonio di Jimmy Fauci a Londra a dialogare inseme a Mimmo Teresi, esponente di spicco della famiglia mafiosa di Santa Maria del Gesù, che gli chiedeva di tenersi pronto per offrire copertura alla latitanza dello stesso Di Carlo? E Angelo Siino che l’ha visto incontrarsi sempre con Bontade negli uffici dei fratelli Martello mentre discutevano di come riciclare all’estero i capitali sporchi di Cosa Nostra? E Filippo Alberto Rapisarda che l’ha visto con i suoi occhi fare “sacche di soldi” insieme con Bontade e Teresi mentre era al telefono con Silvio Berlusconi? E le intercettazioni ambientali su Carmelo Amato che, parlando con il cognato Salvatore Carollo, svela che esiste un accordo tra Dell’Utri e Cosa Nostra per far eleggere il senatore al parlamento europeo? E le intercettazioni ambientali sul boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, che si lamenta del fatto che Dell’Utri dopo essere stato eletto in Europa con i voti della mafia non avrebbe mantenuto gli impegni presi con Cosa Nostra? E la Dia che verso la fine del ’98 pedina e intercetta Dell’Utri e scopre che si stava incontrando con un certo Giuseppe Chiofalo agli arresti domiciliari per imbastire la messa in scena del falso complotto dei pentiti ai suoi danni? Ma queste cose l’Annunziata non le sa e, se anche le sapesse, se ne guarda bene dal parlarne. Giusto: non si fanno processi in televisione. Meglio attenersi alla versione dell’imputato.

E poi via con la favoletta del complotto planetario: “Io so che ci sono collegamenti tra pm di diverse procure, che risultano da tanti fatti e da tante cose. Sono organizzati questi pm! Lei conosce Magistratura Democratica? E’ così. E’ un fatto organizzato. C’è nella parte di sinistra, quello che si dice sempre i poteri occulti, i poteri forti, che non vedono Berlusconi di buon occhio”. E’ credibile che esista questa rete dal vago sapore carbonaro di pm che lavorano da Trieste in giù, da 15 anni a questa parte, 24 ore su 24, solo per abbattere il governo Berlusconi (per la verità con scarsi risultati)? E’ credibile che ben quattro procure, tutte intere, dal magistrato più insignificante al procuratore capo, aderiscano tutte in blocco alla corrente di centrosinistra di Magistratura Democratica? Come se, tra l’altro, questa corrente fosse un’organizzazione eversiva che neanche la P2? No, non è credibile. Ed è vergognoso che un senatore della repubblica italiana abbia come unico strumento di difesa, contro accuse gravissime e meticolosamente provate, la teoria della persecuzione comunista.

Ed ecco allora che per dimostrare di non aver nulla a che fare con la mafia, Dell’Utri si lancia in una battaglia contro i due pilastri fondamentali dell’antimafia: il reato di concorso esterno, inventato a suo tempo da Falcone e Borsellino per cercare di scardinare quel legame perverso tra mafiosi e fiancheggiatori, e la legge sui pentiti, voluta fortemente dallo stesso Falcone e già stravolta e limitata dal suo precedente governo. “La legge sui pentiti” spiega Dell’utri “va regolamentata”. Peccato che l’Annunziata non gli abbia ricordato che una legge sui pentiti era già stata varata proprio in seguito alla strage di Capaci, 15 anni fa. Una legge che portò dei danni enormi a Cosa Nostra visto che un tempo i mafiosi facevano la fila per parlare con i magistrati. Era una legge che funzionava fin troppo bene e che stava mettendo in ginocchio Cosa Nostra, tanto che la revisione di una tale legge era proprio uno dei punti del papello di Riina. Il precedente governo Berlusconi, venendo incontro a strane esigenze di garantismo, la modificò e mise dei paletti strettissimi che fecero in modo di ridurre praticamente a zero il numero di pentiti in circolazione. Su tutte, la norma per cui un collaboratore ha solo 180 giorno a disposizione per raccontare tutto quello che sa. Ora, siccome per miracolo divino, dopo tanti anni è spuntato dal nulla un nuovo pentito, che evidentemente non era stato previsto, si vorrebbe regolamentare qualcosa che è già ampiamente regolamentato.

Così come sarebbe da regolamentare, anzi da eliminare completamente, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Spiega infatti Dell’Utri: “Il concorso esterno non è un reato. Il concorso esterno è uguale al reato di lesa maestà: consente di incriminare chiunque non sia criminale. Quindi è una bella arma nelle mani degli avvocati dell’accusa. Va regolamentato. Che cos’è questo concorso esterno? Diciamo che non contano le parole ma i fatti. Allora che ci siano fatti!”. Questa vulgata che si va sempre più diffondendosi sui media secondo cui il concorso esterno non è un reato è quanto di più aberrante possa esistere. Non è accettabile giocare con le parole su temi tanto delicati. Il fatto che nel codice penale non esista un articolo che definisca il reato di concorso esterno non significa che esso non esista. Non si spiegherebbe infatti come decine di illustri personaggi siano stati processati e condannati in Cassazione, primo fra tutti Bruno Contrada. Chiunque conosca un po’ di diritto sa che le sentenze della Cassazione “fanno giurisprudenza” e sul concorso esterno ci sono state varie e concordi sentenze della Cassazione. Chiunque spacci il reato di concorso esterno come qualcosa di fumoso non può che essere in mala fede. Il concorso esterno è il grimaldello inventato dai magistrati antimafia per scardinare la collusione mafiosa, per togliere ai pesci di Cosa Nostra l’acqua in cui sguazzano.

Già che c’è, Dell’Utri si lancia anche in un difesa spudorata dell’immunità parlamentare che andrebbe reintrodotta immediatamente: “Anche l’immunità va regolamentata perché i nostri deputati italiani che sono in Europa sono coperti da un’immunità che ha più forza e più valore di quella che c’è nel nostro paese. Quindi penso che almeno farla della stessa forza e della stessa qualità di quella del parlamentare europeo”. Peccato che il senatore non sappia, e l’Annunziata si guarda bene dal farlo notare, che il Protocollo di Bruxelles dell’8 aprile 1965 ha riconosciuto ai parlamentari europei le medesime immunità e prerogative di cui godono gli appartenenti al Parlamento del loro Paese. Cioè sono 40 anni che già esiste ciò che Dell’Utri chiede oggi a gran voce. Strano, tra l’altro, che Dell’Utri non se ne sia accorto, visto che è da tempi immemori che non si registra più un via libera all’autorizzazione a procedere da parte del Parlamento italiano. Valga su tutti l’infamia di un sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, degno compagno di partito del senatore Dell’Utri, su cui pende un mandato di arresto per concorso esterno in associazione camorrista. Come mai, pur non essendoci oggi un’immunità parlamentare “forte e di valore”, Cosentino è ancora lì al suo posto?

Ed ecco il coupe de theatre finale. L’Annunziata gli offre un assist irresistibile: “Perché il premier semplicemente non si fa processare come ha fatto lei?” Risposta: “Perché il premier è un carattere diverso. Perché ritiene questa un’ingiustizia. La vera ingiustizia è questa: quella di essere accusato semplicemente di cose inesistenti. Cioè Berlusconi ha una mentalità diversa. E’ una persona diversa da me. Io l’ho fatto perché non ho potuto fare diversamente. Se avessi potuto fare diversamente, l’avrei fatto. Ma perché deve subire una cosa che ritiene che sia ingiusta?” Ecco, perché? Perché un cittadino che sente di essere innocente deve sottoporsi alla giustizia che lo ritiene colpevole? Perché? Forse perché siamo in uno stato di diritto, signor senatore? Uno stato di diritto dove, se esistono delle prove significative a carico di un soggetto, quel soggetto viene sottoposto a processo, in cui il tale ha il diritto e dovere di difendersi e dimostrare la propria innocenza con tutti i mezzi che la Costituzione gli concede? E’ accettabile che un senatore della repubblica italiana si faccia promotore del “grado di giudizio zero”, l’auto-assoluzione? Se io mi ritengo innocente, perché mi devo far processare? No, non è accettabile. E il fatto che Dell’Utri sostenga una tesi tanto aberrante con così tanta sfrontatezza dimostra la sua assoluta inadeguatezza a ricoprire un ruolo istituzionale in un paese dove ancora, per fortuna, vige lo stato di diritto. E’ forse il passo più grave di tutta l’intervista. L’elogio dell’impunità. Il ridurre il rispetto della legge ad un mero fatto di “mentalità”, di “carattere”. Sa com’è, io sono fatto così, non mi piace molto farmi processare, cosa posso farci, è il mio carattere, quindi, se posso, evito. Agghiacciante.

E se quindi il rispetto della legge viene ridotta a semplice indole personale, cosa resta a tutela della giustizia? Ma è chiaro: la propria coscienza. Spiega il senatore: “Sono tranquillizzato soltanto dalla mia coscienza”. Buon per lui.

Blog di Beppe Grillo – La mafia non esiste, Berlusconi e Dell’Utri invece si

Fonte: Blog di Beppe Grillo – La mafia non esiste, Berlusconi e Dell’Utri invece si.

Sommario della puntata:
Chi sono i “pentiti”
Tante balle, poche risposte
Berlusconi, Dell’Utri, Spatuzza e i Graviano
Cosa spaventa davvero Berlusconi

Testo:
Buongiorno a tutti. Sembra di essere ritornati a dieci o quindici anni fa, quando partirono le prime indagini sui rapporti mafia /politica a proposito degli ambienti berlusconiani. La caratteristica che accomuna quei tempi ai tempi di oggi, ai giorni di oggi, è che nessuno risponde mai sul merito delle questioni e si alzano sempre dei grandi polveroni, delle grandi parole d’ordine.

Chi sono i “pentiti”

Vi faccio qualche esempio: in questi giorni si sta cercando di rispondere alle nuove rivelazioni che, tra un attimo, vi riassumerò, con argomenti del tipo “ ma questi pentiti sono gente che ha sciolto i bambini nell’acido, sono gente con venti ergastoli, sono gente che ha ammazzato per tutta la vita, sono dei mafiosi: come facciamo a fidarci di loro?”, in realtà non c’è nessun rapporto tra il fatto che uno abbia commesso dei gravissimi delitti e il fatto che racconti bugie. Possono esserci persone che raccontano bugie e non hanno commesso mai alcun delitto e persone che dicono la verità e che hanno passato la vita a delinquere: del resto, il fatto che il pentito dica la verità lo si verifica quando parla dei propri delitti, prima di fare i nomi dei suoi complici e dei suoi mandanti; di solito il pentito è uno che ha confessato i delitti di cui stiamo parlando e quindi sappiamo che ha commesso i delitti di cui stiamo parlando proprio perché l’ha detto lui e, grazie a quelle confessioni, è stato poi condannato a più ergastoli, anche se la legge consente ormai dei modici, prima erano molto più abbondanti, quando la legge la ispirò Falcone erano molto più abbondanti, sconti di pena e benefici carcerari.
Naturalmente a qualcuno potrà anche ripugnare il fatto che si vadano a sentire dei pentiti di mafia per sapere le cose di mafia: purtroppo non si è  mai trovato nessun altro, se non i mafiosi, che fosse in grado di raccontare che cosa succede nella mafia, perché? Perché la mafia è una società segreta, gli affiliati hanno il vincolo della riservatezza assoluta, non possono neanche dire, ovviamente, in giro di essere mafiosi, non possono dirselo neanche tra loro, salvo alcune circostanze molto normate dalle regole mafiose e conseguentemente, per sapere qualcosa della mafia, bisogna sentire i mafiosi. Poi, naturalmente, bisogna verificare che dicano la verità, ma non è che uno, perché è mafioso, sia di per sé bugiardo e dopodiché in questi anni abbiamo visto centinaia, centinaia e centinaia di pentiti: di pentiti che hanno raccontato bugie ce ne sono pochissimi, quando leggete sui giornali “ non dimentichiamo che i pentiti sono quelli che avevano detto che Andreotti aveva baciato Riina”, intanto è una truffa, perché Balduccio Di Maggio non disse che Andreotti aveva baciato Riina, aveva detto un’altra cosa, ossia che quando Andreotti entrò nella casa di Nino Salvo e incontro Riina, quest’ultimo gli si fece incontro e lo baciò sulla guancia, per cui è Riina che saluta con il bacio rituale Andreotti e non viceversa, ma in ogni caso non c’è scritto da nessuna parte che quella sia una bugia, non c’è nessuna delle sentenze Andreotti che dica che Balduccio Di Maggio mentiva, c’è semplicemente scritto che non sono stati trovati riscontri sufficienti per ritenere che quell’incontro, raccontato da Di Maggio, ci sia stato, ma non c’è scritto che ci sono le prove che non c’è stato, tant’è che nessuno, neanche uno dei 38 pentiti che accusavano Andreotti è mai stato incriminato per calunnia, cosa che sarebbe stata obbligatoria nel caso in cui i giudici avessero riscontrato che anche solo uno di quei 38 aveva mentito e del resto, come sapete e come purtroppo non sa Eugenio Scalfari, il quale ieri ha parlato di un processo che è finito in assoluzione in parte con formula piena e in parte con formula dubitativa. Non c’è nessuna assoluzione con formula piena nel processo Andreotti, Andreotti fu assolto con la vecchia insufficienza di prove in primo grado, in appello gli fu peggiorata la sentenza di primo grado, ribaltandone la parte del periodo fino al 1980 e lì fu dichiarato colpevole, ma prescritto per il reato commesso di associazione a delinquere con la mafia fino alla primavera del 1980. Dopo il 1980 fu confermata l’assoluzione per insufficienza di prove, che era stata data in primo grado. La Cassazione confermò la sentenza d’appello, per cui so che è suggestivo dire “ beh, ma quelli sono dei mafiosi che hanno sciolto i bambini nell’acido”: è vero, infatti è proprio per quello che sono dei testimoni privilegiati per raccontare quello che succede dentro la mafia, perché loro ne hanno fatto parte; certo, sarebbe bellissimo poter avere dei testimoni di mafia che hanno sempre fatto, nella loro vita, i frati francescani o le suore clarisse, ma purtroppo i frati francescani e le suore clarisse della mafia non sanno una mazza, perché non ne hanno mai fatto parte e conseguentemente è ovvio che, per sapere quello che succede in un’organizzazione criminale, bisogna sperare che qualcuno all’interno di quell’organizzazione criminale ce lo racconti. Del resto lo vedete, per qualunque delitto venga a essere commesso si vanno a cercare le persone più vicine alla vittima e, quando si scopre che c’è un’organizzazione criminale, si vanno a cercare tutte le persone che fanno parte di quell’organizzazione criminale, nella speranza che una di queste collabori con la giustizia. Se ci state attenti, la figura del pentito in realtà non esiste: chi è il pentito? Il pentito è un delinquente che, quando viene preso, ha due possibile strade, quando viene scoperto: la prima è negare tutto e tenere per sé i suoi segreti e coprire i suoi complici, i suoi capi e i suoi mandanti; l’altra è quella di rispondere alle domande dei magistrati e dire la verità, in tutti i Paesi del mondo chi risponde ai magistrati e dice la verità, ma non soltanto mafioso, anche membro di un’organizzazione dedita alle rapine, ai furti, all’immigrazione clandestina, al terrorismo etc., chi risponde e dice la verità ha delle attenuanti, dei premi, perché? Perché tutti gli Stati seri hanno tutto l’interesse a fare in modo che sempre più gente collabori con i giudici e con le forze dell’ordine, aiutando a scoprire anche gli altri personaggi o a scoprire gli altri reati che hai commesso, ma che i magistrati non sanno ancora che tu hai commesso. Per cui il pentito di mafia, come di terrorismo, non è una figura particolare: esiste in tutti i tipi di reati e in tutti i Paesi, c’è semplicemente, quando ti prendono, la possibilità o di mentire, di tacere e tenerti tutto dentro coprendo i tuoi complici, oppure collaborare. Se collabori è ovvio che lo Stato ti tratta meglio, dopo aver verificato che la tua collaborazione, ovviamente, è genuina: genuina non perché sei diventato buono, ma genuina perché hai detto la verità, poi se sei sempre stronzo come prima, oppure se sei diventato buono, quello allo Stato non deve interessare, allo Stato deve interessare se quello che hai detto è vero e per questo si vanno a fare i controlli.

Tante balle, poche risposte

Sentite dire tante stupidate in questi giorni: sentite dire, per esempio, che questa storia del concorso esterno in associazione mafiosa ce l’abbiamo solo noi etc., intanto abbiamo la mafia, abbiamo Cosa Nostra e gli altri Paesi non ce l’hanno, abbiamo la camorra e gli altri Paesi non ce l’hanno, abbiamo la ‘ndrangheta e gli altri Paesi non ce l’hanno, per cui è ovvio che ciascuno si occupa dei reati tipici del suo Paese. Certo in Danimarca non c’è il concorso esterno in associazione mafiosa, perché non c’è l’associazione mafiosa e conseguentemente non c’è nessuno che può concorrere, ma il concorso esterno in associazione mafiosa è un reato che la Corte di Cassazione ha già definito molto precisamente come il reato che viene commesso da quelle persone che non fanno parte permanentemente degli organici della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta ma che, pur facendo un altro mestiere, sono a disposizione non per fare una volta un favore, in quanto quello si chiama favoreggiamento, ma per essere sempre a disposizione dell’organizzazione per ogni evenienza e in qualunque momento. Questo è il concorso esterno in associazione mafiosa. E’ evidente che il buonsenso ci spiega e ci dice che è giusto che esista questo reato, perché altrimenti come viene punito il medico che, pur non essendo affiliato con il rito della punciuta, della santina, della scorza d’arancio etc., ogni volta che gli portano un latitante o un killer ferito lo cura, senza dire di averlo curato? Come definire il prete che celebra matrimoni, funerali, sacramenti vari alle famiglie dei latitanti? Come definire il poliziotto che avverte i mafiosi dei blitz, come faceva Bruno Contrada quando era a Palermo? Infatti è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Che dire del politico che, pur non essendo mafioso di suo, è al servizio della mafia, nel senso che ogni volta che la mafia ha bisogno di un appalto, di un favore, di un’agevolazione, di un certificato etc…? Pensate all’impiegato dell’anagrafe che fa i documenti e rilascia i certificati ai mafiosi latitanti, pensate all’imprenditore che dà i subappalti regolarmente: non sono mica organici alla mafia, stanno ciascuno a casa propria, fanno ciascuno il proprio lavoro e, quando Mamma Santissima chiama, picciotto risponde, ma non sono affiliati e quindi sarebbe assurdo condannarli per associazione, partecipazione all’associazione, questo è il concorso esterno: è una cosa normalissima. E’ ovvio che a nessuno verrebbe mai in mente di fare il processo a qualcuno perché ha incontrato un altro: adesso leggete sui giornali che per il concorso esterno, basta incontrare uno al bar, ma sono tutte stupidaggini; la Corte di Cassazione ha stabilito che il concorso esterno regge, fino alla Corte di Cassazione appunto, soltanto quando si dimostra che c’è un asservimento della persona che sta fuori dalla mafia della mafia, che c’è una serie di condotte protratte negli anni, non un solo episodio o due episodi, che sarebbero singoli favoreggiamenti e che c’è uno scambio, un do ut des: io politico, poliziotto, prete, magistrato colluso, imprenditore, impiegato etc., ti faccio quello che tu mi chiedi e tu, in cambio, mi dai quello che voglio io, come i voti nel caso del politico, dei soldi nel caso del medico a libro paga, o cose di questo genere. Questa è protezione dagli attentati che ti faccio io stesso, nel caso dell’impresario o dell’imprenditore, questo è il concorso esterno, che naturalmente era considerato fondamentale da Falcone e Borsellino, che infatti furono i padri del reato di concorso esterno, visto che ne definirono i contorni per la prima volta, a proposito della mafia, nella sentenza /ordinanza del processo Maxi Ter a  Cosa Nostra nel luglio del 1987, per cui quando sentite che Falcone e Borsellino non avrebbero mai usato il concorso esterno, sono tutte stupidaggini, in quanto l’hanno teorizzato loro, anche se l’idea che una grande associazione criminale si serva di personaggi esterni a sua disposizione non è nuova, ci sono già sentenze della Corte di Cassazione addirittura nell’800, quando la Corte di Cassazione aveva sede a Palermo, che configurano il concorso esterno in brigantaggio, perché all’epoca c’era o lo chiamavano brigantaggio, anche se somigliava molto alla mafia.
Soprattutto in questi giorni sentite dire che c’è una giustizia a orologeria, cioè che ci sono questi pentiti e questi magistrati che, a un certo punto, si mettono d’accordo tutti nazionale per spodestare Berlusconi. Chi dice questo, oltre a essere totalmente in malafede – infatti chi è che lo dice? Berlusconi – non sa come avvengono gli interrogatori e come iniziano le collaborazioni con la giustizia dei mafiosi. Il mafioso, come tutti gli imputati di reati gravi, ovviamente all’inizio centellina le cose: perché? Perché sta iniziando a collaborare con quello che è stato il suo nemico storico, il mafioso viene allevato fin da piccolo a odiare lo Stato, essendo lui un affiliato all’Antistato e quindi, l’idea di collaborare con i cosiddetti sbirri anche psicologicamente è un trauma, per cui all’inizio è faticosissima la collaborazione, è faticosissimo confessare le proprie colpe, è superfaticosissimo fare i nomi dei propri capi, con i quali si è legati o da parentela di sangue, o da una sorta di osmosi, dopo aver fatto tutto ciò che si è fatto (omicidi, paura, terrore anche per sé, perché certamente chi fa la vita del latitante può essere scoperto da un momento all’altro) tutto in osmosi con la propria famiglia, cioè con il proprio clan mafioso. L’idea di dover fare i nomi di tutti i tuoi amici, di tutti i tuoi capi che ti hanno dato soldi, prestigio, uno status sociale etc. è molto traumatico, conseguentemente ci si arriva per gradi. A volte bisogna proprio cavargliele con le pinze, certe cose ai pentiti: perché? Perché comunque distaccarsi dal proprio ambiente è un po’ come per il pesce che, a un certo punto, esce dall’acqua: non è facile e, a un certo punto, si pone il problema dei livelli superiori, ossia delle coperture politiche. Ora immaginate quale pazzo suicida mafioso decide spontaneamente, mettendosi d’accordo con il magistrato, dice “ adesso facciamo il nome di Berlusconi di Dell’Utri, così li buttiamo giù”, ma pensare che le cose vadano così significa non capire niente; il mafioso, prima di fare il nome di un uomo potente della politica o dell’economia, ci pensa milioni di volte e infatti da sempre abbiamo questa reticenza a parlare dei politici: perché? Perché il passato è maestro, la storia è maestra, almeno per i mafiosi: Buscetta, quando Falcone gli chiede dei politici, dice “ non apriamo questa porta, perché altrimenti prenderanno per matto lei e ammazzeranno me, oppure prenderanno per matto me e ammazzeranno lei, perché finché faccio i nomi di tutti i miei pari grado e di tutti i miei sottoposti non fregherà niente a nessuno, arresterete qualche vecchio mafioso, qualche pecoraio, qualche killer, il giorno dopo verranno immediatamente sostituiti e nessuno ci farà caso, ma se mi metto a fare certi nomi cominceranno a dire che lei è politicizzato, che lei strumentalizza i pentiti, che lei fa giustizia a orologeria” e Falcone, con un concetto un po’ elastico dell’obbligatorietà dell’azione penale, accetta che Buscetta non faccia i nomi dei politici. Per altro, nello stesso periodo, interrogato da un giudice americano che non aveva l’obbligatorietà dell’azione penale, perché in America l’azione penale è discrezionale, Buscetta fece il nome di Andreotti già nell’83, cioè dieci anni prima che venisse fuori il nome di Andreotti nelle inchieste di Palermo, vivo Falcone. In ogni caso è sempre successo così: il pentito, prima di fare i nomi di politici ci pensa duemila volte, deve capire se il giudice è affidabile e deve capire, soprattutto, se il giudice è un pazzo scatenato che prende delle iniziative, o se ha un potere reale alle spalle, cioè lo Stato vuole veramente che io, mafioso, faccia quei nomi, oppure appena li faccio lo Stato mi viene addosso? Perché il mafioso i rapporti di potere li annusa molto bene e quindi, se di fronte a lui c’è un interlocutore forte, autorevole, prestigioso, anche mediaticamente importante come era Falcone quando interrogava Buscetta, Falcone era una star giustamente, per fortuna, Buscetta parlava e voleva parlare solo con Falcone e tutti volevano parlare solo con Falcone o con Borsellino poi, esattamente come a Milano i “ pentiti” della politica e dell’economia ai tempi di tangentopoli volevano parlare con Di Pietro. Perché? Perché il criminale, colletto bianco o mafioso, avverte la calamita del potere e quindi dice, “ se parlo con un giudice abbastanza intoccabile non mi succede niente, se parlo con un pivellino che viene qua, mi fa fare tutti i nomi e dopodiché il giorno dopo lo trasferiscono in Sardegna io cosa ci faccio? Rimango con il cerino in mano”.

Berlusconi, Dell’Utri, Spatuzza e i Graviano

Quindi figuratevi se Spatuzza o gli altri della cosca di Brancaccio, cioè del clan Graviano, sono andati così a cuor leggero davanti ai magistrati di Firenze, di Milano, di Palermo, di Caltanissetta a.. “ sapete che c’è oggi? Oggi parliamo di Dell’Utri e di Berlusconi”, cioè del capo del governo e del suo braccio destro, ma non avviene così, avviene per gradi. Ecco perché il mafioso che collabora con la giustizia ha bisogno di un congruo periodo di tempo, perché è una nuova vita, è un nuovo modo di pensare, di porsi, sta facendo una cosa che mai avrebbe pensato di fare prima e quindi la stessa memoria non è che ti venga di colpo, hai lavorato 40 /50 anni per la mafia e come fai a ricordarti tutto subito? E’ chiaro che da cosa nasce cosa, da domanda nasce risposta: basta un qualcosa per farti ricordare e riportare alla mente un episodio, per cui stiamo parlando di un lavorio che dura da qualche mese, dove i magistrati, come abbiamo visto, registrano gli interrogatori, non è che facciano le cose.. fanno le domande che tutti farebbero in quel momento, per sapere chi diavolo suggerì a Riina l’omicidio di Borsellino e chi diavolo indicò a Bagarella e ai Graviano gli obiettivi strani, eccentrici all’apparenza di Maurizio Costanzo in Via Fauro, del padiglione di arte moderna e contemporanea in Via Palestro a Milano, delle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni Laterano a Roma e, prima, della Torre dei Pulci vicina agli Uffizi, in Via dei Georgofili a Firenze. Questi sono gli argomenti, dopodiché Spatuzza che cosa fa? Quest’estate parla inizialmente di entità politiche, poi a furia di insistere dice anche chi erano e poi, ancora, dettaglia meglio ciò che gli dicevano i Graviano, perché lui personalmente non ha mai visto Berlusconi e Dell’Utri incontrare i Graviano, mentre dice di aver visto Schifani incontrare Graviano in un capannone di una fabbrica dove lui lavorava, era un lavoro di copertura. Allora racconta quello che gli dicevano Filippo e Giuseppe Graviano nei mesi delle stragi: se Spatuzza fosse uno mandato dalla sinistra – figuratevi se la sinistra è in grado di mandare qualcuno, tra l’altro! La sinistra non è in grado neanche di esistere! Ma- se fosse mandato da qualche potere occulto per fulminare Dell’Utri e Berlusconi, certamente racconterebbe di averli visti o di aver visto uno dei due, o di aver accompagnato i Graviano a incontrare Dell’Utri e Berlusconi, insomma fornirebbe degli elementi robusti che paff, ti danno la prova di un qualche incontro, tanto inventare per inventare inventatele bene le cose, se vuoi complottare. Invece no, Spatuzza non racconta niente di cose viste da lui: Spatuzza si ferma a quello che ha sentito dire da Graviano e dopodiché che cosa fanno i giudici? Vanno da altre persone che frequentavano Spatuzza per dire loro “ ma a voi Spatuzza ha mai detto prima queste cose qua etc.?” e molte di queste dicono “ sì, certo”, è così che stanno andando avanti le indagini, non c’è nessuna ombra di complotto, proprio perché ci sono magistrati che stanno indagando da 16 anni, 17 anni sulle stragi che continuano imperterriti a indagare sulle stragi, ben sapendo che c’è un lato B delle stragi che non è mai stato esplorato, perché nessuno ha mai voluto inoltrarvisi, o perché quei pochi collaboratori di giustizia che ci si erano inoltrati non bastavano, in quanto parlavano tutti de relata refero, cioè avevano sentito parlare i loro capi o i loro colleghi di certi ambienti, ma non erano in grado di portare degli elementi probanti sufficienti a giustificare un giudizio, ma molto lavoro era già stato fatto prima. Chi di voi ha letto “ L’Odore dei Soldi” trova le requisitorie del giudice Tescaroli, ci sono le confessioni di Salvatore Cancemi, che tira in ballo per primo Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi, ci sono molti altri collaboratori di giustizia che corroborano, c’è la sentenza Dell’Utri, dove si parla anche del suo ruolo nel periodo delle stragi; c’è Giovanni Brusca che racconta molte cose delle trattative delle stragi, anche se a mio avviso non ha detto tutto, c’è molto di più nella testa di Brusca e questo dimostra ancora una volta la paura con cui i pentiti affrontano gli argomenti della politica, altro che buttare lì il cuore oltre l’ostacolo per cacciare via un governo! Semmai mentono per difetto, perché dicono molto meno di quello che sanno, anche perché se dici una cosa che sai e poi non si trovano i riscontri magari qualcuno potrebbe anche pensare che sei un calunniatore, mentre semplicemente sei una persona che ha detto una cosa che poi, anni dopo, non si è riusciti a dimostrare. Uno ha visto un tizio e come fa a dimostrare di averlo visto anni dopo?
Tenete presente che molto spesso il pentito, che viene dipinto come un fanfarone, un chiacchierone etc., in realtà dice molto meno sul tema mafia e politica di quello che sa, non molto di più, molto di meno, perché  ha paura, giustamente ha paura: già solo per il fatto che, se mente, gli sterminano l’intera famiglia fino al terzo grado e poi vedete le campagne di stampa che si fanno contro i pentiti, non appena fanno certi nomi e questi non sono mica scemi, se non capiscono proprio che lo Stato vuole fare sul serio in certe indagini, col cavolo che fanno certi nomi!
Spatuzza che cosa dice? Spatuzza, in estrema sintesi, dice questo: dice che nel gennaio del 1994 i fratelli Graviano – che sono quelli che vengono incaricati di fare, nella primavera /estate del 93.. scusate, che sono stati incaricati di fare le stragi della primavera /estate del 93, stragi che quindi c’erano state sei mesi prima, perché qui siamo nel gennaio del 94, ebbene i fratelli Graviano – in un bar di Roma vicino al Parlamento gli dissero “ tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo, ci siamo messi l’Italia nelle nostre mani”, dice Spatuzza, “ mi fa il nome di Berlusconi, gli domando “ ma quello di Canale Cinque?” e lui mi dà conferma, poi mi dice che c’è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri”. Quando poi – guardate, siamo nel gennaio del 1994- il 26 gennaio del 1994 Berlusconi va in onda con il messaggio videoregistrato, dove annuncia la sua discesa in campo, “ quando li vedo scendere in politica partecipando alle elezioni e vincendole, capisco che sono loro direttamente quelli su cui abbiamo puntato tutto” e allora Giuseppe Graviano gli dice “ l’accordo è definitivamente preso, ritengo di poter escludere – dice Spatuzza – categoricamente, conoscendoli assai bene, che i Graviano si siano mossi nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri attraverso altre persone. Non prendo in considerazione la possibilità che Graviano abbia stretto un patto politico con costoro senza averci personalmente parlato”, questo è quello che dice Spatuzza, aggiungendo due cose. La prima cosa riguarda i soldi di Berlusconi: “ i soldi di Berlusconi”, dice Spatuzza, “ provenivano anche da Cosa Nostra” e lui si riferisce a investimenti piuttosto recenti rispetto alle stragi, cioè dei primi anni 90, che i Graviano avrebbero fatto a Milano e in Sardegna, infatti i Graviano nel 1993 spariscono da Palermo, nessuno sa più dove sono andati e poi si scopre che stanno stabilmente a Milano e d’estate, mentre scoppiano le bombe, stanno Costa Smeralda, a poche centinaia di metri da una certa villa di un certo attuale Presidente del Consiglio. In quel periodo Spatuzza sostiene che i Graviano avevano investito dei soldi dentro le aziende del Cavaliere, tant’è che dice “ seguivano la borsa, parlavano della Fininvest come fosse roba loro, come se fossero soldi loro”, questo dice Spatuzza. E poi dice un’altra cosa: dice che tre anni fa.. anzi, scusate, due anni fa i Graviano, con i quali lui parlò in carcere, perché erano tutti in galera in quanto furono arrestati il giorno dopo della discesa in campo di Berlusconi, il 27 gennaio a Milano, rimangono in galera quindici anni e, dopo quattordici anni di galera, dicono a Gaspare Spatuzza “ qui o cambiano le cose, o arriva qualcosa per noi, oppure dobbiamo andare a parlare con i magistrati”. Capite che questa è una frase abbastanza interessante: perché? Perché in quella frase ci si dice che i Graviano stavano aspettando un qualche favore per alleviare le loro condizioni di carcerati in isolamento al 41 bis e che, se non si fossero risolte le loro faccende, avrebbero dovuto andare a parlare con i magistrati. Poi quello che succede lo sappiamo: a parlare con i magistrati ci va Spatuzza e, dietro di lui, arrivano altri tre membri della famiglia Graviano, cioè oggi abbiamo tutto il vertice del clan Graviano che collabora con i magistrati, tranne i capi supremi, cioè i fratelli Graviano, Filippo e Giuseppe Graviano. Abbiamo Gaspare Spatuzza, il quale dice appunto che, nel gennaio del 94, c’era stato l’accordo con Berlusconi e Dell’Utri e quindi non c’era più bisogno di fare il famoso attentato allo Stadio Olimpico, che avrebbe dovuto uccidere almeno cento Carabinieri, c’è Pietro Romeo, il quale dice “ sì, è vero, risulta anche a me quello che dice Spatuzza, perché quando un giorno stavamo parlando di armi e altri argomenti seri e fu chiesto a Spatuzza se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi, Spatuzza rispose Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis”, poi c’è Salvatore Grigoli, l’assassino di Don Puglisi, uno dei killer prediletti della cosca dei Graviano, il quale dice “ dalle informazioni datemi, le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti, Dell’Utri è il nome da me conosciuto quale contatto politico dei Graviano. Quello di Dell’Utri per me in quel momento era un nome conosciuto, ma neanche particolarmente importante. Quello che è certo è che me ne parlarono come del nostro contatto politico”. E poi l’ultimo membro dei Graviano che parla è Giuseppe Ciarramitaro: anzi, aveva già parlato prima di tutti gli altri, nel 96 e aveva detto più genericamente che “l’attacco allo Stato aveva degli obiettivi che venivano indicati da un politico e che, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe interessato a fare abolire il 41 bis. Quando Berlusconi divenne Presidente del Consiglio per la prima volta nell’organizzazione erano tutti contenti, perché si stava muovendo nel senso desiderato e si disse, in ambito di Cosa Nostra, che la proroga del 41 bis era una finta, in modo da eliminarlo definitivamente”.
Guardate, ci sono addirittura i boss irriducibili del clan Graviano che accettano di parlare con i giudici, anche se non sono pentiti: il mafioso non accetta, oppure non parla, invece questi accettano di parlare, come un certo Tutino e un certo.. anzi, il famoso, famigerato Lo Nigro. Quando Spatuzza viene messo a confronto con Lo Nigro quest’ultimo, invece di dirgli “ infame, crasto”, come dicono i mafiosi ai pentiti, invece di fargli sparare alla famiglia gli dice “ io ti rispetto” e è la stessa cosa che dicono Filippo e Giuseppe Graviano, che non smentiscono mai recisamente quello che dice Spatuzza, anzi gli dicono che lo rispettano. Sembra quasi che i Graviano abbiano mandato avanti i picciotti, Spatuzza e gli altri picciotti della cosca, per raccontare le prime cose e che loro si tengano defilati perché stanno ancora sperando che questo governo faccia qualcosa per loro, visto che da anni stanno dicendo “ o fanno qualcosa per noi, o andiamo anche noi a parlare” e naturalmente, se andassero anche loro a parlare con i magistrati, evidentemente non si tratterebbe più di cose che hanno appreso da altri, de relata, ma si tratterebbe di cose che hanno fatto personalmente e potrebbero anche avere in mano qualche cartuccia, qualche carta, tant’è che Spatuzza dice che i Graviano “ hanno il jolly in mano”, perché il jolly sarebbero quei famosi investimenti nelle società di Berlusconi. Naturalmente questo aspetto dei soldi e delle capitalizzazioni e dei finanziamenti alle società berlusconiane è un aspetto avevamo già affrontato, ovviamente avevamo fatto il libro, “ L’Odore dei Soldi”, che è stato anche ripubblicato recentemente e quindi troverete molti passaggi che qualche giornalista dell’ultima ora copia, senza neanche citare la fonte, insomma molte cose le sapevamo e le avevamo già dette in tempi non sospetti.

Cosa spaventa davvero Berlusconi

La cosa è interessante è quello che sta succedendo a Palermo e che ha raccontato Peter Gomez su Il Fatto Quotidiano: Don Vito e il consulente; io credo che, più che Spatuzza, a preoccupare il Cavaliere sia questo fronte, perché? Perché il figlio di Ciancimino sta portando in Italia le carte del padre, che erano nascoste in cassette di sicurezza in qualche paradiso fiscale e, nelle carte del padre, ci sono anche le bozze di un libro che il padre, quando è morto, stava scrivendo e lì, scrive Gomez – e mi fido di Peter Gomez- insieme a Marco Lillo “ ci sarebbero elementi documentali sul ruolo che svolse negli anni 70 e 80 Ciancimino per portare capitali mafiosi dentro queste società di Milano o di Milano 2, Pancarasini, famiglie Buscemi, Bonura, Teresi, Bontate” e stiamo parlando dei famosi capitali di misteriosa origine, le famose valigie di contanti che andavano a ricapitalizzare certe società della finanziaria d’investimento Fininvest Srl. Se fosse vero che arrivano carte su quei soldi, è evidente che verrebbe riaperta a Palermo l’indagine per mafia e riciclaggio che era stata aperta a suo tempo non solo su Dell’Utri, ma anche su Berlusconi, che poi era stata archiviata, cioè congelata in attesa di elementi nuovi.
Sono elementi nuovi diretti documentali, quelli che può portare il figlio di Ciancimino, che sono in grado di fare riaprire quell’indagine e, se gli elementi fossero sostanziosi, potrebbero portare anche a un processo per quell’origine dei capitali, se quell’origine fosse finalmente nota, carte alla mano. Mentre invece per il momento Berlusconi, è chiaro, sarà probabilmente iscritto nel registro degli indagati anche per le indagini sulle stragi, se già non lo è, a Firenze come a Caltanissetta, ma non è quello il fronte dal quale gli possono derivare dei guai giudiziari seri, perché finora abbiamo molti mafiosi che parlano, ma tutti de relata: finché non collaborano i fratelli Graviano e non danno eventualmente qualche elemento oggettivo diretto o personale, su quel fronte lì il Cavaliere processi non ne avrà, riapriranno le indagini e poi i magistrati saranno costretti a archiviarle un’altra volta, mentre invece il fronte caldo è quello delle origini delle fortune di Berlusconi. Sono quei famosi capitali che il Cavaliere è talmente sicuro di aver messo lui che, quando i magistrati gli hanno chiesto chi gli avesse dato quei soldi, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Passate parola, continuate a leggere Il Fatto Quotidiano perché, anche questa settimana, ci saranno grosse novità su questi fronti e sabato non dimenticatevi la manifestazione a Roma, il No B. Day. Buona settimana, grazie.

Sono i soldi degli inizi del Cavaliere l’asso nella manica dei fratelli Graviano – cronaca – Repubblica.it

Fonte: Sono i soldi degli inizi del Cavaliere l’asso nella manica dei fratelli Graviano – cronaca – Repubblica.it.

L’INCHIESTA – Il peso del ricatto al premier della famiglia di Brancaccio sembra legato all’inizio della sua storia di imprenditore

Sono i soldi degli inizi del Cavaliere l’asso nella manica dei fratelli Graviano

Più che un eventuale avviso di garanzia per le stragi del ’93, il premier dovrebbe temere il coinvolgimento da parte delle cosche sulle storie di denaro affari e politica
di ATTILIO BOLZONI e GIUSEPPE D’AVANZO

Soldi. Soldi “loro” che non sono rimasti in Sicilia, ma “portati su”, lontano da Palermo. “Filippo Graviano mi parlava come se fosse un suo investimento, come se la Fininvest fossero soldi messi da tasca sua”. Per Gaspare Spatuzza, da qualche parte, la famiglia di Brancaccio ha “un asso nella manica”. Quale può essere questo “jolly” non è più un mistero. Per i mafiosi, che riferiscono quel che sanno ai procuratori di Firenze, è una realtà il ricatto per Berlusconi che Cosa Nostra nasconde sotto la controversa storia delle stragi del 1993. Nell’interrogatorio del 16 marzo 2009, Spatuzza non parla più di morte, di bombe, di assassini, ma del denaro dei Graviano. E ha pochi dubbi che Giuseppe Graviano (che chiama “Madre Natura” o “Mio padre”) “si giocherà l’asso” contro chi a Milano è stato il mediatore degli affari di famiglia, Marcello Dell’Utri, e l’utilizzatore di quelle risorse, Silvio Berlusconi.

Il mafioso ricostruisce la storia imprenditoriale della cosca di Brancaccio, con i Corleonesi di Riina e Bagarella e i Trapanesi di Matteo Messina Denaro, il nocciolo duro e irriducibile di Cosa nostra siciliana.
È il 16 marzo 2009, il mafioso di Brancaccio racconta ai pubblici ministeri del “tesoro” dei Graviano. “Cento lire non gliele hanno levate a tutt’oggi. Non gli hanno sequestrato niente e sono ricchissimi”.

“Non si fidano di nessuno, hanno costruito in questi vent’anni un patrimonio immenso”. Per Gaspare Spatuzza, due più due fa sempre quattro. Dopo il 1989 e fino al 27 gennaio 1994 (li arrestano ai tavoli di “Gigi il cacciatore” di via Procaccini), Filippo e Giuseppe decidono di starsene latitanti a Milano e non a Palermo. Hanno le loro buone ragioni. A Milano possono contare su protezioni eccellenti e insospettabili che li garantiscono meglio delle strade strette di Brancaccio dove non passa inosservato nemmeno uno spillo. E dunque perché? “E’ anomalissimo”, dice il mafioso, ma la chiave è nel denaro. A Milano non ci sono uomini della famiglia, ma non importa perché ci sono i loro soldi e gli uomini che li custodiscono. I loro nomi forse non sono un mistero. Di più, Gaspare Spatuzza li suggerisce. Interrogatorio del 16 giugno: “Filippo ha nutrito sempre simpatia nei riguardi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, (…) Filippo è tutto patito dell’abilità manageriale di Berlusconi. Potrei riempire pagine e pagine di verbale [per raccontare] della simpatia e del… possiamo dire … dell’amore che lo lega a Berlusconi e Dell’Utri”.

“L’asso nella manica” di Giuseppe Graviano, “il jolly” evocato dal mafioso come una minaccia – sostengono fonti vicine all’inchiesta – non è nella fitta rete di contatti, reciproche e ancora misteriose influenze che hanno preceduto le cinque stragi del 1993 – lo conferma anche Spatuzza – , ma nelle connessioni di affari che, “negli ultimi vent’anni”, la famiglia di Brancaccio ha coltivato a Milano. E’ la rassicurante condizione che rende arrogante anche Filippo, solitamente equilibrato. Dice Gaspare: “[Filippo mi disse]: facceli fare i processi a loro, perché un giorno glieli faremo noi, i processi”.

Nella lettura delle migliaia di pagine di interrogatorio, ora agli atti del processo di appello di Marcello Dell’Utri, pare necessario allora non farsi imprigionare da quel doloroso 1993, ma tenere lo sguardo più lungo verso il passato perché le stragi di quell’anno sono soltanto la fine (provvisoria e sfuggente) di una storia, mentre i mafiosi che hanno saltato il fosso – e i boss che hanno autorizzato la manovra – parlano di un inizio e su quell’epifania sembrano fare affidamento per la resa dei conti con il capo del governo.

Le cose stanno così. Berlusconi non deve temere il suo coinvolgimento – come mandante – nelle stragi non esclusivamente mafiose del 1993. Può mettere fin da ora nel conto che sarà indagato, se già non lo è a Firenze. Molti saranno gli strepiti quando la notizia diventerà ufficiale, ma va ricordato che l’iscrizione al registro degli indagati mette in chiaro la situazione, tutela i diritti della difesa, garantisce all’indagato tempi certi dell’istruttoria (limitati nel tempo). Quando l’incolpazione diventerà pubblica, l’immagine internazionale del premier ne subirà un danno, è vero, ma il Cavaliere ha dimostrato di saper reggere anche alle pressioni più moleste. E comunque quel che deve intimorire e intimorisce oggi il premier non è la personale credibilità presso le cancellerie dell’Occidente, ma fin dove si può spingere e si spingerà l’aggressione della famiglia mafiosa di Brancaccio, determinata a regolare i conti con l’uomo – l’imprenditore, il politico – da cui si è sentita “venduta” e tradita, dopo “le trattative” del 1993 (nascita di Forza Italia), gli impegni del 1994 (primo governo Berlusconi), le attese del 2001 (il Cavaliere torna a Palazzo Chigi dopo la sconfitta del ’96), le più recenti parole del premier: “Voglio passare alla storia come il presidente del consiglio che ha distrutto la mafia” (agosto 2009).

Mandate in avanscoperta, non contraddette o isolate dai boss, le “seconde file” della cosca – manovali del delitto e della strage al tritolo – hanno finora tirato dentro il Cavaliere e Marcello Dell’Utri come ispiratori della campagna di bombe, inedita per una mafia che in Continente non ha mai messo piede – nel passato – per uccidere innocenti. Fonti vicine alle inchieste (quattro, Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano) non nascondono però che raccogliere le fonti di prove necessarie per un processo sarà un’impresa ardua dall’esito oggi dubbio e soltanto ipotetico. Non bastano i ricordi di mafiosi che “disertano”. Non sono sufficienti le parole che si sono detti tra loro, dentro l’organizzazione. Non possono essere definitive le prudenti parole di dissociazione di Filippo Graviano o il trasversale messaggio di Giuseppe che promette ai magistrati “una mano d’aiuto per trovare la verità”. Occorrono, come li definisce la Cassazione, “riscontri intrinseci ed estrinseci”, corrispondenze delle parole con fatti accertabili. Detto con chiarezza, sarà molto difficile portare in un’aula di tribunale l’impronta digitale di Silvio Berlusconi nelle stragi del 1993.

Questo affondo della famiglia di Brancaccio sembra – vagliato allo stato delle cose di oggi – soltanto un avvertimento che Cosa Nostra vuole dare alla letale quiete che sta distruggendo il potere dell’organizzazione e, soprattutto, uno scrollone a uno stallo senza futuro, che l’allontana dal recupero di risorse essenziali per ritrovare l’appannato prestigio.

Il denaro, i piccioli, in queste storie di mafia, sono sempre curiosamente trascurati anche se i mafiosi, al di là della retorica dell’onore e della famiglia, altro non hanno in testa. I Graviano, dice Gaspare Spatuzza, non sono un’eccezione. Nel loro caso, addirittura sono più lungimiranti. Nei primi anni novanta, Filippo e Giuseppe preparano l’addio alla Sicilia, “la dismissione del loro patrimonio” nell’isola. Spatuzza (16 giugno 2009): “Nel 1991, vendono, svendono il patrimonio. Cercano i soldi, [vogliono] liquidità e io non so come sono stati impiegati [poi] questi capitali, e per quali acquisizioni. Certo, non sono restati in Sicilia”. I Graviano, a Gaspare, non appaiono più interessati “alle attività illecite”. “Quando Filippo esce [dal carcere] nell’88 o nel 1989, esce con questa mania, questa grandezza imprenditoriale. I Graviano hanno già, per esempio, le tre Standa di Palermo affidate a un prestanome, in corso Calatafimi a Porta Nuova, in via Duca Della Verdura, in via Hazon a Brancaccio”. Filippo – sempre lui – si sforza di far capire anche a uno come Spatuzza, imbianchino, le opportunità e anche i rischi di un impegno nella finanza. Le sue parole svelano che ha già a disposizione uomini, canali, punti di riferimento, competenze. “[Filippo] mi parla di Borsa, di Tizio, di Caio, di investimenti, di titoli. (…). Mi dice: [vedi Gaspare], io so quanto posso guadagnare nel settore dell’edilizia, ma se investo [i miei soldi] in Borsa, nel mercato finanziario, posso perdere e guadagnare, non c’è certezza. Addirittura si dice che a volte, se si benda una scimmia e le si fa toccare un tasto, può riuscire meglio di un esperto. Filippo è attentissimo nel seguire gli scambi, legge ogni giorno il Sole 24ore. Tiene in considerazione la questione Fininvest, d’occhio [il volume degli] investimenti pubblicitari. Mi dice [meraviglie] di una trasmissione come Striscia la notizia. Minimo investimento, massima raccolta [di spot], introiti da paura. “Il programma più redditizio della Fininvest”, dice. Abbiamo parlato anche di Telecom, Fiat, Piaggio, Colaninno, Tronchetti Provera, ma la Fininvest era, posso dire, un terreno di sua pertinenza, come [se fosse] un [suo] investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua, la Fininvest”.

E’ l’interrogatorio del 29 giugno 2009. Gaspare conclude: “Le [mie] dichiarazioni non possono bruciare l’asso [conservato nella manica] di Giuseppe” perché “il jolly” non ha nulla a che spartire con la Sicilia, con le stragi, con quell’orizzonte mafioso che è il solo paesaggio sotto gli occhi di Spatuzza. Un mese dopo (28 luglio 2009), i pubblici ministeri chiedono a Filippo in modo tranchant dove siano le sue ricchezze. Quello risponde: “Non ne parlo e mi dispiace non poterne parlare”.

Ora, per raccapezzarci meglio in questo labirinto, si deve ricordare che i legami tra Marcello Dell’Utri e i paesani di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri – nella metà degli anni settanta – tra Silvio Berlusconi e la créme de la créme di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo). Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova (il mafioso, “che poteva chiedere qualsiasi cosa a Dell’Utri”, siede alla tavola di Berlusconi anche nelle cene ufficiali, altro che “stalliere”). Nella scena che prepara la confessione di Gaspare Spatuzza, quel che è originale è l’esistenza di “un asso” che, giocato da Giuseppe Graviano, potrebbe compromettere il racconto mitologico dell’avventura imprenditoriale del presidente del consiglio.

Con quali capitali, Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero glorioso e ben protetto. Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari. Probabilmente capitali sottratti al fisco, espatriati, rientrati in condizioni più favorevoli, questo era il mestiere del conte Carlo Rasini. Ma è ancora nell’aria la convinzione che non tutta la Fininvest sia sotto il controllo del capo del governo.

Molte testimonianze di “personaggi o consulenti che hanno lavorato come interni al gruppo”, rilasciate a Paolo Madron (autore, nel 1994, di una documentata biografia molto friendly, Le gesta del Cavaliere, Sperling&Kupfer), riferiscono che “sono [di Berlusconi] non meno dell’80 per cento delle azioni delle [22] holding [che controllano Fininvest]. Sull’altro 20 per cento, per la gioia di chi cerca, ci si può ancora sbizzarrire”. Sembra di poter dire che il peso del ricatto della famiglia di Brancaccio contro Berlusconi può esercitarsi proprio tra le nebbie di quel venti per cento. In un contesto che tutti dovrebbe indurre all’inquietudine. Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. In questo conflitto – da un lato, una banda di assassini; dall’altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità – non c’è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia, per sottrarsi a quel ricatto rovinoso, anche Berlusconi è chiamato a fare finalmente luce sull’inizio della sua storia d’imprenditore.

Il Cavaliere dice che si è fatto da sé correndo in salita senza capitali alle spalle. Sostiene di essere il proprietario unico delle holding che controllano Mediaset (ma quante sono, una buona volta, ventidue o trentotto?). E allora l’altro venti per cento di Mediaset di chi è? Davvero, come raccontano ora gli uomini di Brancaccio, è della mafia? È stata la Cosa Nostra siciliana allora a finanziarlo nei suoi primi, incerti passi di imprenditore? Già glielo avrebbero voluto chiedere i pubblici ministeri di Palermo che pure qualche indizio in mano ce l’avevano.

Quel dubbio non può essere trascurabile per un uomo orgoglioso di avercela fatta senza un gran nome, senza ricchezze familiari, un outsider nell’Italia ingessata delle consorterie e prepotente delle lobbies.

Berlusconi, in occasione del processo di primo grado contro Marcello Dell’Utri, avrebbe potuto liberarsi di quel sospetto con poche parole. Avrebbe potuto dire il suo segreto; raccontare le fatiche che ha affrontato; ricordare le curve che ha dovuto superare, anche le minacce che gli sono piovute sul capo. Poche parole con lingua secca e chiara. E lui, invece, niente. Non dice niente. L’uomo che parla ossessivamente di se stesso, compulsivamente delle sue imprese, tace e dimentica di dirci l’essenziale. Quando i giudici lo interrogano a Palazzo Chigi (è il 26 novembre 2002, guida il governo), “si avvale della facoltà di non rispondere”. Glielo consente la legge (è stato indagato in quell’inchiesta), ma quale legge non scritta lo obbliga a tollerare sulle spalle quell’ombra così sgradevole e anche dolorosa, un’ombra che ipoteca irrimediabilmente la sua rispettabilità nel mondo – nel mondo perché noi, in Italia, siamo più distratti? Qual è il rospo che deve sputare? Che c’è di peggio di essere accusato di aver tenuto il filo – o, peggio, di essere stato finanziariamente sostenuto – da un potere criminale che in Sicilia ha fatto più morti che la guerra civile nell’Irlanda del Nord? Che c’è di peggio dell’accusa di essere un paramafioso, il riciclatore di denaro che puzza di paura e di morte? Un’evasione fiscale? Un trucco di bilancio? Chi può mai crederlo nell’Italia che ammira le canaglie. Per quella ragione, gli italiani lo avrebbero apprezzato di più, non di meno. Avrebbero detto: ma guarda quel bauscia, è furbissimo, ha truccato i conti, gabbato lo Stato e vedi un po’ dove è arrivato e con quale ricchezza!

D’altronde anche per questo scellerato fascino, gli italiani lo votano e gli regalano la loro fiducia. E dunque che c’è di indicibile nei finanziamenti oscuri, senza padre e domicilio, che gli consentono di affatturarsi i primi affari?

E’ giunto il tempo, per Berlusconi, di fare i conti con il suo passato. Non in un’aula di giustizia, ma en plein air dinanzi all’opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese.

Le verità corleonesi fanno tremare Silvio

Le verità corleonesi fanno tremare Silvio.

Dopo avere ricevuto da Liliana Ferraro l’invito a parlare con Paolo Borsellino, gli ufficiali del Ros Mario Mori e Beppe De Donno tornarono in autunno dal direttore degli Affari penali con altre richieste: l’autorizzazione a compiere “colloqui investigativi’’ con boss mafiosi in carcere, e la restituzione del passaporto a don Vito Ciancimino. Ma ricevettero un fermo rifiuto: quell’attività del Ros, per Claudio Martelli, era ai confini dell’“insubordinazione’’. Mentre dagli interrogatori romani di Liliana Ferraro e dell’ex Guardasigilli Claudio Martelli da parte dei pm di Palermo e Caltanissetta che indagano sulla trattativa mafia-Stato arrivano nuovi dettagli sull’attivismo degli uomini del Ros, impegnati tra piazza di Spagna, dove abitava Ciancimino e i Palazzi dei ministeri romani, negli ambienti del Pdl cresce l’attesa per l’interrogatorio di Gaspare Spatuzza, il pentito capace di togliere il sonno al presidente Berlusconi, per averlo indicato come il terminale ultimo della trattativa. La data dell’interrogatorio verrà fissata venerdì prossimo e l’attesa cresce in un clima da “partita a scacchi’’ in cui, in molti, nel Pdl, sembrano temere la prossima mossa dei “Corleonesi’’ nei confronti del governo Berlusconi, dopo le dichiarazioni di Salvatore Grigoli e quelle dello stesso Spatuzza depositate nel processo Dell’Utri. È uno dei quotidiani del gruppo Berlusconi, Libero, infatti, a sottolineare che nel carcere di Tolmezzo, nel 2004, Filippo Graviano, fratello di Giuseppe, boss di Brancaccio entrambi protagonisti della stagione stragista del ’93, confidò a Spatuzza che, “se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. Secondo Spatuzza “fino al 2003-2004, epoca del colloquio a Tolmezzo con Graviano, era in corso la trattativa”. E sempre Libero, in un altro articolo, rileva la singolarità di una parola dell’altro fratello, Giuseppe Graviano, pronunciata qualche tempo fa durante l’udienza del processo di appello all’ex senatore dc Vincenzo Inzerillo, accusato di mafia: “Lei è mafioso?’’ chiese il pm. “Sono stato condannato per 416 bis’’ – è stata la risposta criptica di Graviano. Che ha aggiunto: “Anche sulla base delle accuse di Gaspare Spatuzza, che rispetto’’. E il boss stragista irriducibile, che dalla cella di un 41 bis esprime “rispetto’’ per un proprio killer, oggi pentito e dunque “infame’’, ha acceso sulla stampa del Cavaliere mille interrogativi sulla volontà di Graviano di aprire anch’egli i rubinetti della memoria. Con conseguenze imprevedibili per i “referenti politici’’ che incontravano i Graviano a Milano nella stagione delle stragi, e cioè gli uomini vicini al gruppo Fininvest, come avrebbe raccontato lo stesso Spatuzza ai magistrati del capoluogo lombardo.
Frammenti di una trattativa avviata, secondo le ipotesi investigative, a cavallo della stagione delle stragi del ’92 sulla quale Liliana Ferraro e Claudio Martelli, hanno sollecitato la propria memoria offrendo ieri nuovi spunti e rivelando un inedito attivismo di Mori e De Donno nell’autunno del ’92, e cioè nella fase più “calda’’ della trattativa mafia-stato. Secondo i due testimoni gli ufficiali del Ros chiesero l’autorizzazione a compiere colloqui investigativi in carcere con boss mafiosi e la restituzione del passaporto a don Vito Ciancimino, con il quale erano già in corso numerosi contatti. Un’attività, ha detto Martelli, ai limiti dell’insubordinazione. Messi a confronto, infine, per alcune divergenze riferite ai magistrati, i due testimoni avrebbero chiarito che durante il primo incontro, nel trigesimo di Capaci (un arco di tempo che va dal 22 al 25 giugno, e comunque prima del 29), De Donno informò la Ferraro soltanto del suo incontro con Massimo , il figlio di don Vito. Secondo i due testimoni, l’ufficiale non disse loro che aveva incontrato Ciancimino. Interrogato ieri, infine, anche l’ex ministro della Difesa nel ’92 Virginio Rognoni.

Fonte: Il Fatto quotidiano (Giuseppe Lo Bianco, 18 Novembre 2009)

Quel viaggio in Sardegna dei fratelli Graviano

Quel viaggio in Sardegna dei fratelli Graviano.

Chi ci ha lavorato sopra dice che quei cellulari parlano. Raccontano storie di sangue e di tritolo. Di bombe e di patti segreti. Ma anche vicende minime: l’amore di Giuseppe e Filippo Graviano, i due boss di Bracaccio responsabili delle stragi del ‘93, per Rosalia e Francesca; le vacanze in coppia; la strana passione dei due fratelli per i viaggi e per i luoghi di vacanza più o meno esclusivi.
Sì, perchè i Graviano, mentre organizzavano gli attentati alle opere d’arte e, secondo il pentito Gaspare Spatuzza, trattavano un accordo politico con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, percorrevano l’Italia avanti e indietro. I tabulati telefonici, incrociati con decine e decine di testimonianze raccolte dalla Dia (direzione investigativa antimafia), ci mostrano i due fratelli e le rispettive fidanzate che, insieme a un amico, vanno in febbraio al Carnevale di Venezia. Poi i due ragazzi terribili si spostano a Abano Terme, ospiti del proprietario di un tv privata siciliana. Quindi arrivano a Riccione, dove da maggio a giugno, i mesi in cui si verifica il fallito attentato a Maurizio Costanzo e la strage fiorentina dei Georgofili, affittano un appartamento ammobiliato. Da lì un nuovo trasloco. A inizio estate i Graviano sono i Versilia in una villa affittata dal proprietario di un’importante scuderia di trotto. Infine, dopo la bomba milanese di Via Palestro, il colpo di testa. O forse di genio. Mentre il leader del Psi, Bettino Craxi, fiaccato dagli avvisidi garanzia di Mani Pulite, dice ai giornali “Qualcuno vuole creare un clima di completa paura. Le bombe si propongono di aprire la strada a qualcosa, non di rovesciare qualcosa. Il potere politico è già stato rovesciato, o quasi”, Giuseppe e Filippo arrivano in Sardegna. Prendono un volo della Meridiana e in agosto sbarcano in Costa Smeralda. Lì vanno adabitare per quasi due mesi in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, a poche centinaia di metri in linea d’aria, dal buen retiro estivo del futuro presidente del Consiglio. Cosa accada a Porto Rotondo, non è chiaro. Anche lo scorso agosto i due boss, sono stati interrogati dai magistrati di Firenze titolari delle indagini sulle stragi del ‘93, ma si sono rifiutati di rispondere. Nelle carte in mano agli investigatori restano però molti sospetti e qualche certezza. In Costa Smeralda Giuseppe e Filippo, mentre l’Italia segue con il fiato sospeso gli sviluppi dell’indagine sulla maxi-tangente Enimont (quasi 100 miliardi di lire versati dai vertici del gruppo Ferruzzi a tutto il pentapartito), fanno la bella vita. Vestiti come sempre con capi firmati da Versace, riescono a imbucarsi in un grande ricevimento organizzato da una famiglia di celebri industriali del nord, fanno amicizia con i vicini di casa e pensano al futuro.

I problemi di Cosa Nostra sono tanti. La prima presunta trattativa con lo Stato, quella condotta dall’ex sindaco mafioso di palermo Vito Ciancimino, non ha portato a nessun risultato. Totò Riina, il 15 gennaio del ‘93, è stato arrestato. La pressione sulla mafia non si èallentata. E Luchino Bagarella, dopo aver visto finire in manette suo cognato Totò, ha riunito i cristiani (gli altri mafiosi ndr) e ha detto: “Non cambia niente. Finché c’è un corleonese fuori si va avanti come prima”. Solo Bernardo Provenzano, l’alter ego di Riina a cui i Graviano – ma lo si scopre solo oggi – erano particolarmente legati, ha sollevato dei problemi: va bene – ha detto – ma voglio che gli attentati avvengano al nord. Era stato così che Giuseppe e Filippo si erano messi in viaggio: alla ricerca di obbiettivi e, soprattutto, di nuovi contatti politici. Gente con cui stringere un patto. Persone importanti con cui mettersi d’accordo. La mafia, raccontano i collaboratori di giustizia, per mesi aveva flirtato col Partito Socialista. Ma poi era esplosa Tangentopoli e, se davvero il cavallo su cui puntava Cosa Nostra era Craxi, quello era morto, ucciso dagli avvisi di garanzia, quasi prima di partire (Giuseppe Graviano, con il pentito Spatuzza, definirà i socialisti “dei cornutazzi”). Il 4 aprile del 1993, anzi, il segretario del Psi incontra ad Arcore Berlusconi. Ezio Cartotto, un ex democristiano assunto come consulente nel giugno del ‘92 da Marcello Dell’Utri per spiegare agli uomini di Publitalia i segreti della politica, dirà ai pm che proprio quel giorno Forza Italia comincia realmente a prendere corpo. Craxi infatti fa di tutto per convincere il Cavaliere a organizzare un partito che possa far argine all’avanzata delle sinistre. “Hai la bomba atomica, hai la televisione, usala!”, incalza l’amico. Berlusconi non sa che pesci pigliare: “Certe volte mi metto a piangere da solo sotto la doccia. Mi diranno che sono mafioso, mi diranno e faranno di tutto”. In ogni caso i preparativi per il nuovo partito – che non si sa ancora da chi sarà guidato – s’intensificano. Ad Arcore le riunioni si succedono alle riunioni. E in prima fila, nell’insistere per la discesa in campo del Cavaliere, ci sono Del’Utri, il big boss di Programma Italia Ennio Doris, e Cesare Previti. Fedele Confalonieri e Gianni Letta invece frenano. La situazione è complicata. Molti uomini Fininvest sono sotto inchiesta (Il 22 luglio il gruppo verrà perquisito dalla Guardia di Finanza). Bisogna per forza muoversi.

Il 4 giugno Berlusconi annuncia anche a Indro Montanelli la sua decisione: il raggruppamento dei moderati si farà e lui ne sarà il capo. Poi, il 12 luglio, fa inviare a la redazione de Il Giornale un fax sull’atteggiamento (molto critico) che i suoi media devono tenere rispetto a Mani Pulite. Un particolare sorprende: nel documento si parla pure delle indagini contro Cosa Nostra. Per Berlusconi è grave che “sulla base di dichiarazioni dipentiti per lo più inattendibili o compiacenti” i giudici “aggiungano al capo di accusa l’ulteriore addebito dell’associazione di stampo mafioso che priva l’inquisito di fondamentali garanzie processuali in materiadi libertà personale e di prova ”. Ma tant’è. In Fininvest ormai si discute solo di inchieste e di politica.

A fine luglio Berlusconi annuncia a Giuliano Urbani l’intenzione di restare ad Arcore per proseguire con gli incontri. In realtà poi il Cavaliere a Porto Rotondo ci andrà, eccome. Quasi ogni week-end, e forse durante il periodo di Ferragosto, Berlusconi è in Sardegna, dove a fine mese, a tavola, ha una lunga discussione con Letta e Confalonieri (“io esposi il mio pensiero in maniera piuttosto vivace” ha raccontato proprio Letta durante il processo Dell’Utri).

E i Graviano, cosa fanno? Ufficialmente vacanze, ma in realtà preparano l’omicidio di don Pino Puglisi e un nuovo viaggio. Questa volta la meta è Milano dove resteranno da fine novembre fino al 27 gennaio, quando verrano arrestati. Diecigiorni prima però, secondo Spatuzza, Giuseppe aveva fatto una puntata a Roma e seduto a un tavolino del bar Doney, era apparso raggiante. L’accordo con Berlusconi e dell’Utri (“persone serie”) per lui era cosa fatta. E ripeteva: “Ci siamo messi il paese nelle mani”.

Peter Gomez (da Il Fatto Quotidiano del 6 novembre 2009)

La Mafia tratta ancora

Fonte: La Mafia tratta ancora.

Scritto da Peter Gomez
Da mesi aleggia lo spettro di un ricatto a Berlusconi da parte di Cosa Nostra.

“Nel 2004, dopo un colloquio investigativo con i pm della super procura, incontrai nel carcere di Tolmezzo, Filippo Graviano. Gli spiegai che ormai da quattro anni mi ero staccato da Cosa Nostra, ma che non potevo fare il passo finale. Non potevo mettermi a collaborare. Filippo stava veramente male. Aveva appena avuto un infarto, ma mi disse con un filo di voce: ‘a questo punto bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che, se non arriva   niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati’”.

Lo spettro del grande ricatto a Silvio Berlusconi che da mesi si aggira nei palazzi della politica romana, si materializza a Palermo il 6 ottobre. Quel giorno all’improvviso il pentito Gaspare Spatuzza, l’ex reggente della famiglia mafiosa di Brancaccio, autore materiale delle stragi del ‘93 e killer di don Pino Puglisi, dà un senso alle parole del leader della Lega Umberto Bossi e a quelle del ministro degli Interni, Roberto Maroni, che sempre più spesso parlano di uno scontro tra il governo e Cosa Nostra.

“Sarà un caso che la mafia inizi ad innervosirsi… Abbiamo segnali che alcuni pezzi grossi della mafia in carcere stanno pensando di fare qualcosa. Ma noi andiamo avanti”, aveva detto il 13 settembre l’uomo del Viminale. “Penso che il caso delle escort sia stato messo in piedi dalla mafia: abbiamo fatto leggi pesantissime. L’ ho spiegato anche a Berlusconi, chi ha in mano le prostitute è la mafia», gli aveva fatto eco il fondatore del Carroccio.Certo, entrambi i leghisti sostengono che Cosa Nostra reagisce alle (presunte) iniziative dell’esecutivo   contro le cosche. Ma, accanto a questa interpretazione, ve ne un’altra, molto più accreditata da investigatori e magistrati. “La trattativa” tra Stato e mafia, proprio come raccontato da   Spatuzza, è ancora in corso. E in carcere i boss delle stragi, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94: il periodo in cui, stando alla sua sentenza di condanna in primo grado, Marcello Dell’Utri, allora impegnato nella creazione di Forza Italia, stringeva accordi con gli uomini dei clan.

Attenti: non è fantapolitica. Perché i segnali, che dicono come in Cosa Nostra sia in corso un cambiamento epocale, si stanno moltiplicando. Ormai molti uomini d’onore non pentiti prendono la parola nei loro processi. E, per la prima volta, lo fanno per difendersi senza però negare la loro appartenenza all’organizzazione. Ha cominciato Salvatore Lo Piccolo, il boss che sperava di succedere a Bernardo Provenzano. Poi è stato il turno di Nicola Mandalà, il ragazzo di Villabate figlio di un dirigente di Forza Italia, che per anni aveva protetto la latitanza di zu’ Bino: “È vero sono mafioso, ma quell’uomo non l’ho ucciso io”,ha detto in aula Nicola lasciando tutti di stucco. Infine, il 28 settembre, a parlare è stato il più importante di tutti: Giuseppe Graviano, 46 anni, 15 dei quali trascorsi in prigione.

Durante il processo contro l’ex senatore democristiano Vincenzo Inzerillo – un politico che nel ‘93, secondo l’accusa, sapeva come le stragi fossero opera dei fratelli Graviano, ma che tentò di convincerli a desistere – Graviano è intervenuto in videoconferenza dal carcere milanese di Opera. E quando gli è stato chiesto, “Signor Graviano lei fa parte di Cosa Nostra”, ha risposto secco: “Sono stato condannato per 416 bis (associazione mafiosa ndr)”.

Eccola qui, allora, la grande paura di Silvio Berlusconi. Eccola qui, nascosta dietro le facce apparentemente pulite di Filippo e Giuseppe, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in carcere indossano giacche all’inglese e golfini di cachemire. E che, nel 1996, sono persino riusciti a far uscire di prigione due provette grazie alle quali le loro mogli hanno avuto un figlio. Dietro le sbarre i Graviano si sono   diplomati. Giuseppe ora spera addirittura di laurearsi in biologia molecolare e intanto conta i giorni che lo separano dalla morte. Sì, la morte. Perché, per quelli come lui, per i mafiosi che da ragazzi davvero pensavano di piegare la politica a colpi di tritolo, sui ruolini delle prigioni sta scritto: “fine pena mai”.

Eppure una volta tutto era diverso. Nel gennaio del ‘94, racconta Spatuzza , Giuseppe “era felicissimo, sembrava uno che aveva vinto al superenalotto”. Seduto a Roma, a un tavolino del bar Doney, ripeteva: “Abbiamo chiuso tutto. Abbiamo chiuso tutto”. Sosteneva che con Berlusconi e Dell’Utri era stato raggiunto un accordo: “Il paese è in mano nostra”, diceva prima di ordinare a Spatuzza di “dare il colpo di grazia”. Cioè di uccidere cento carabinieri con un attentato, poi fallito, allo Stadio Olimpico.

Come è andata finire è cronaca. Il 27 gennaio i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano proprio dai militaridell’Armae,da quel giorno in poi gli investigatori cominciano a parlare dei loro presunti collegamenti con Dell’Utri e Forza Italia. All’ombra della Madonnina, infatti, i Graviano ci stavano ormai da due mesi. E con loro, negli ultimi giorni, c’erano pure le fidanzate e due uomini, con mogli e figli. Uno era il padre dell’attuale centrocampista dell’Udinese, Gaetano D’Agostino. Le carte processuali raccontano che, prima un commerciante palermitano di vestiti legato a Dell’Utri e alla mafia, e poi forse gli stessi Graviano gli avevano promesso di far giocare il figlio   nei pulcini Milan. “Stai tranquillo vedrai che ti troviamo anche un posto di lavoro a Euromercato (allora gruppo Fininvest ndr), lo rassicuravano i boss. Dell’Utri nega. Ma almeno i rapporti tra i Graviano e la neonata Forza Italia, non possono essere smentiti.

Uno dei cellulari usati dai fratelli durante la latitanza, chiamava spesso il presidente del club di azzurro di Misilmeri, Giovanni La Lia, cugino del boss Salvatore Benigno, pure lui condannato per le stragi del ‘93. E sempre La Lia era presente alla prima grande riunione   del movimento di Berlusconi a Palermo. Quelli di Forza Italia l’avevano organizzata a Brancaccio, nell’Hotel San Paolo Palace, l’albergo a cinque stelle di un altro importante presidente di club: il costruttore Giovanni Ienna, un imprenditore che investiva i soldi di Filippo e Giuseppe. Per questo oggi, mentre in carcere i due fratelli contano i minuti e pensano il dà farsi, le tracce di quel traffico telefonico a Palazzo Chigi fanno paura. Più dei ricatti delle escort. Più delle indagini dei “pm comunisti”.

Fonte: Il Fatto quotidiano (Peter Gomez, 29 Ottobre 2009)

Per i giudici Dell’Utri usò lo stalliere per legare Cosa Nostra e il potere – l’Unità.it

Fonte: Per i giudici Dell’Utri usò lo stalliere per legare Cosa Nostra e il potere – l’Unità.it.

di Nicola Biondo

Dalla sentenza del Tribunale di Palermo dell’11 dicembre 2004 che ha condannato in primo grado Marcello Dell’Utri a nove anni per concorso esterno in associzione mafiosa (Dell’Utri è imputato con il mafioso Gaetano Cinà. L’appello è in corso). «Deve ritenersi raggiunta la prova che, anche successivamente alla morte di Stefano Bontate, durante l’egemonia totalitaria di Riina Salvatore all’interno dell’organizzazione mafiosa denominata “cosa nostra”, sia Marcello Dell’Utri che Gaetano Cinà hanno continuato ad avere rapporti con il sodalizio criminale. Tali rapporti, almeno fino agli inizi degli anni ’90, si sono strutturati in maniera molto schematica: entrambi gli imputati, con il contributo consapevolmente fornito, hanno fatto sì che il gruppo imprenditoriale milanese, facente capo a Silvio Berlusconi, pagasse sommed i danaro alla mafia. È significativo che egli, anzichè astenersi dal trattare con la mafia (come la sua autonomia decisionale dal proprietario ed il suo livello culturale avrebbero potuto consentirgli…), ha scelto, nella piena consapevolezza di tutte le possibili conseguenze, di mediare tra gli interessi di “cosa nostra” e gli interessi imprenditoriali di Berlusconi (un industriale… disposto a pagare pur di stare tranquillo). Dunque, Marcello Dell’Utri ha non solo oggettivamente consentito a “cosa nostra” di percepire un vantaggio, ma questo risultato si è potuto raggiungere grazie e solo grazie a lui. Condotte pienamente ed inconfutabilmente provate da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali di conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di giustizia.

Questo è invece il profilo di Marcello Dell’Utri visto dalla sentenza: «Per quanto attiene a Marcello Dell’Utri, la pena deve essere ancora più severa e deve essere determinata in anni nove di reclusione, dovendosi negativamente apprezzare la circostanza che l’imputato ha voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla “vendetta” di “cosa nostra”) …pur avendo.., tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a “cosa nostra”. Si ricordi, sotto questo profilo, anche l’indubitabile vantaggio di essersi allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di avere impiantato altrove tutta la sua attività professionale. Ancora, deve essere negativamente apprezzata la già sottolineata importanza del suo consapevole contributo a “cosa nostra”, reiteratamente prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento… Infine, si connota negativamente la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello».

Blog di Beppe Grillo – Il regalo di Berlusconi

Quello che ci spiega Peter Gomez difficilmente passerà attraverso le maglie della censura televisiva italiana…

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il regalo di Berlusconi.

Mills è stato condannato per corruzione. Ma per esserci un corrotto, ci deve essere un corruttore e degli ottimi motivi per corrompere. Perché Mills è stato corrotto? Nessuno ne ha parlato, scritto, dibattuto.. Perché i motivi sono stati ignorati dai media a favore delle puttane e dei calzini azzurri? Quanti sono coinvolti? Peter Gomez lo spiega in questa intervista e nel libro: “Il regalo di Berlusconi“.

Molto più di 600.000 dollari
Carta canta: i documenti del processo
Il segreto di Berlusconi
Cosa accade senza più il Lodo Alfano

Molto più di 600.000 dollari

Sono Peter Gomez, un inviato de Il Fatto Quotidiano, il quotidiano che ormai da quasi un mese è nelle edicole di tutta Italia e, con Antonella Mascali, ho scritto un libro: Il Regalo di Berlusconi: comprare un testimone, vincere i processi e diventare premer, tutta la verità sul caso Mills. È un libro che nasce, ma un libro che non dovrebbe esistere in un Paese come questo, perché tutti gli italiani dovrebbero sapere esattamente di cosa racconta il processo Mills, il processo che Berlusconi ha tentato di bloccare con il Lodo Alfano. In realtà di questo processo si sa poco o niente, perché quotidiani e televisioni non l’hanno seguito e soprattutto tutti pensano che l’intera vicenda ruoti esclusivamente intorno alla famosa mazzetta da 600.000 dollari che Berlusconi avrebbe consegnato a Mills per dire il falso. Questo è vero, ma è anche non vero, i soldi che infatti Mills ha ricevuto da Berlusconi sono ben più di quei 600.000 dollari. I primi soldi che riceve Mills da Berlusconi risalgono al 1995, quando Silvio Berlusconi, dopo tre incontri a tu per tu, a faccia a faccia con il suo avvocato inglese, decide di versargli 10 miliardi di lire: perché? Berlusconi ha un problema in quel momento, sta quotando le sue aziende e ha addosso non solo la Guardia di finanza, i magistrati e l’Italia, ma anche il Garante per le televisioni. Il suo problema è che non deve fare risultare che, attraverso una serie di società off shore, lui ha controllato occultamente – e la legge non lo permetteva – l’intera o quasi proprietà di Telepiù, la mamma di Sky, la prima televisione criptata in Italia. Ebbene, Mills riceve da Berlusconi 10 miliardi estero su estero e si reca al fisco inglese dicendo: “le società off shore utilizzate in quest’operazione sono mie, non sono del Cavaliere”: questo a Berlusconi serve per evitare indagini anche da parte della Consob .

Carta canta: i documenti del processo

Il bello di questo processo è che nulla viene raccontato dai testimoni, tutto viene raccontato da carte: che le cose siano andate così rispetto a quei famosi 10 miliardi che sono l’inizio del tutto, risulta non dalle parole di qualche pentito, ma dai documenti del fisco inglese. Quando entrano quei soldi in Inghilterra David Mills si presenta, infatti, davanti agli ufficiali del fisco inglese, che vogliono sapere come sono andate le cose e dice esplicitamente: “sì, è vero, Berlusconi mi ha dato quei soldi dopo un incontro che abbiamo avuto in aprile faccia a faccia per evitare l’intervento del garante per le televisioni”. Documenti quindi, un processo esclusivamente documentale che non nasce nel 2000, quando verrà versata la mazzetta a Mills, ma nasce molti anni prima: nel 1991, nel mezzanino di una metropolitana di Milano; siamo in novembre, due uomini con passo veloce scendono le scale della metropolitana, sono due fiduciari di Bettino Craxi, uno di loro si chiama Tradati e è detto, nel Partito Socialista, il “cuoco” di Craxi, per anni è stato vicino a Bettino e gli ha aperto e gestito conti esteri su conti esteri. Quel giorno – lo sappiamo – Tradati telefonò a Craxi e lo avvertì che, sui suoi conti esteri, sul conto Northern Holding, sono arrivati non 10 miliardi di lire come gli aveva preannunciato Bettino, ma 15. Craxi esplode, racconterà Tradati, in una grossa risata e dice: “ce ne sono cinque di troppo, mandali indietro”: nasce da qui il processo Mills, perché per dieci anni la magistratura milanese cercherà di capire di chi sono quei soldi. Nel 1994, durante il processo Enimont, Tradati incomincia a collaborare con i magistrati e parla di tutti i versamenti ricevuti da Craxi, tranne quei 10 miliardi, che dice di non sapere chi li ha versati e di cui dice che sa solo che sono arrivati. Nel 1996 si incomincia a capire di chi sono quei soldi, quei soldi di cui Tradati non voleva parlare, anche perché dirà: “aveva paura di parlarne“, non solo: “non lo sapevo“. Erano soldi che arrivano da All Iberian, un grande conto estero gestito da una società delle isole del Canale di proprietà di Silvio Berlusconi”.

Il segreto di Berlusconi

Del conto All Iberian non bisogna sapere niente, perché il conto All Iberian viene alimentato attraverso un ingegnoso sistema di cresta sui diritti televisivi: i film e i programmi televisivi che Mediaset, anzi la Fininvest comprava negli Stati Uniti non venivano comprati a prezzo esatto, questo ce lo dicono le carte; quello che costava 10 veniva comprato in Italia magari a 20 o a 30, si intermediava tra gli Stati Uniti e l’Italia una serie di società off shore, che facevano capo o a Berlusconi Silvio o a una serie di suoi prestanome e collaboratori, il prezzo veniva gonfiato e poi erano queste società off shore che vendevano in Italia, questo era il segreto di Berlusconi, il quale non doveva far sapere che rubava soldi al fisco e soldi alla sua società. Anche perché quei soldi finivano in gran parte, in quegli anni, su due altre società off shore, Century One e Universal One, due società particolari, due società tenute in mano da due trust.
Per anni non si sa di chi siano Century One e Universal One: quando partono le indagini sul caso Mills, finalmente nel 2003 si scopre chi sono i due proprietari, i due proprietari di Century One e di Universal sono i figli di Silvio Berlusconi, Marina e Piersilvio. I soldi e la cresta sui diritti finiscono sui loro conti, che però nessuno riuscirà mai a scoprire perché, prima che ci metta le mani la magistratura, arriva a Londra da David Mills, nelle società di David Mills un banchiere Svizzero, che si chiama Paolo Del Bue: è l’uomo più vicino alla famiglia Berlusconi. Si raccontano che ci sono dei prelievi di soldi che vengono infilati in capienti valige e quel denaro, quel tesoro, scompare, probabilmente alle Bahamas: c’è da chiedersi se oggi, con lo scudo fiscale, Berlusconi voglia fare rientrare anche quei soldi. Da una parte quindi evasione fiscale, dall’altra corruzione o finanziamento illecito, dall’altra ancora violazione delle regole del mercato: per questo viene pagato David Mills e per questo David Mills viene pagato nel 1995/1996. Da quel giorno Mills si trasforma in un testimone reticente e su cosa mente, in particolare? Su tante cose, una più importante di tutte: non dice di chi è la proprietà effettiva del gruppo di società estere della Fininvest non dichiarate al fisco. Nei suoi uffici viene infatti sequestrato un elenco di società, il cosiddetto Fininvest Group B, un lungo elenco di società off shore utilizzate per le operazioni più svariate.
Ve lo ricorderete tutti: il Cavaliere continua a ripeterci che nel 1994 ricevette un avviso di garanzia per le mazzette versate dal suo gruppo alla Guardia di finanza e sostiene, falsamente, che quell’avviso di garanzia lo mise fuori gioco e dire che è ancora più grave tutto questo, perché poi la Corte di Cassazione l’ha assolto. Ebbene, nella sentenza Mills, la sentenza che nessuno ha letto, la sentenza che io e Antonella Mascali alleghiamo al nostro libro: Il Regalo di Berlusconi, si dice con chiarezza che Berlusconi è stato assolto nel processo per corruzione alla Guardia di finanza in quanto Mills non ha detto che lui era il reale proprietario di quelle società off shore. Se Berlusconi fosse stato condannato, come meritava secondo i giudici che hanno condannato Mills, per quelle tangenti, oggi non sarebbe il Presidente del Consiglio.

Cosa accade senza più il Lodo Alfano

Silvio Berlusconi è molto preoccupato per quello che può accadere: nel nostro libro io e Antonella Mascali scrivevamo già una cosa che sta accadendo adesso, la preoccupazione di Berlusconi è tutta processuale; se Mills verrà condannato in via definitiva nei prossimi mesi, come potrebbe accadere, la sentenza contro di lui avrà valore di prova e Berlusconi si troverà di fronte a un grosso problema: un processo che potrebbe essere molto semplice, nonostante che lui voglia fare ricominciare il suo processo da capo e voglia sentire centinaia di testimoni. Il giudice potrebbe decidere di non farlo perché una sentenza passata in giudicato dice: “quella mazzetta c’è stata, sono stati i soldi Fininvest e bisogna solo stabilire se davvero tu hai dato l’ordine”. Per questo è già in preparazione l’ennesima legge ad personam. Nella riforma del Codice di procedura penale messa in cantiere dal ministro Alfano ben prima dell’intervento della Corte Costituzionale, è stato previsto che le sentenze passate in giudicato non abbiano più valore di prova.

ComeDonChisciotte – LETTERA DI UN PRETE A BERLUSCONI

Fonte: ComeDonChisciotte – LETTERA DI UN PRETE A BERLUSCONI.

DI DON PAOLO FAERINELLA
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Il mio nome è Paolo Farinella, prete della Chiesa cattolica residente nella diocesi di Genova. Come cittadino della Repubblica Italiana, riconosco la legittimità formale del suo governo, pur pensando che lei abbia manipolato l’adesione della maggioranza dei pensionati e delle casalinghe che si formano un’idea di voto solo attraverso le tv, di cui lei ha fatto un uso spregiudicato e illegittimo.

Lei in Italia possiede tre tv e comanda quelle pubbliche nelle quali ha piazzato uomini della sua azienda o a lei devoti e proni. Nel mese di agosto 2009 ha inaugurato una nuova tv africana, Nessma, a cui ha fatto pubblicità sfruttando illecitamente la sua posizione di presidente del consiglio e dove ha detto il contrario di quello che opera in politica e con le leggi varate dal suo governo in materia di immigrazione. Se lei è pronto a smentire, come è suo solito, ecco, si guardi il seguente filmato e giudichi da lei perché potrebbe trattarsi di Veronica Lario travestita da lei:

Faccia vedere il video ai suoi amici leghisti e nel frattempo ascolti cosa dice il sindaco di Treviso, lo sceriffo Giancarlo Gentilini del partito di Bossi, ad un raduno del suo partito xenofobo dove ha esposto «Il vangelo secondo Gentilini» con chiarezza diabolica: «Voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari. Voglio la rivoluzione contro i bambini degli immigrati. Ho distrutto due campi di nomadi e ne vado orgoglioso. Voglio la rivoluzione contro coloro che vogliono le moschee: i musulmani se vogliono pregare devono andare nel deserto, ecc. ecc. Questo è il Vangelo secondo Giancarlo Gentilini (sindaco di Treviso): “Tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri, ma non avanzerà niente”». Questo il link con la sua voce in diretta; si prepari ad ascoltare il demonio in persona:

Legittimità elettorale e dignità etica

Riconoscere la legittimità del suo governo, con riserva etico-giuridica, non significa riconoscere anche la sua legittimità morale a governare il Paese perché lei non ha alcuna cultura dello Stato e delle sue Istituzioni, ma solo quella di difendere se stesso dalla Giustizia e i suoi interessi patrimoniali che sotto i suoi governi prosperano alacremente. Il conflitto di interessi pesa come un macigno sulla Nazione e la sua economia, ma lei è bravo ad imbrogliare le carte, facendolo derubricare nella coscienza della maggioranza che ne paga le conseguenze economiche e democratiche. Cornuti e mazziati dicono a Napoli.

Quando la sua maggioranza si sveglierà dall’oppio che lei ha diffuso a piene mani sarà troppo tardi e intanto il Paese paga il conto dei suoi avvocati, nominati da lei senatori, cioè stipendiati con soldi pubblici. Allo stesso modo stiamo pagando i condoni fiscali che lei si è fatto su misura sua e della sua azienda, sottraendo denaro al popolo italiano. In morale questo viene definito come doppio furto.

Da quando lei «è sceso in campo», l’Italia ha iniziato un degrado inesorabile e costante che perdura ancora oggi, codificato nel termine «berlusconismo» che è la sintesi delle maledizioni che hanno colpito l’Italia sia sul piano economico (mai l’economia è stata così disastrata come sotto i suoi governi), su quello sociale (mai si sono avuti tanti poveri, disoccupati e precari come sotto i suoi governi), e su quello civile (mai come sotto i suoi governi è sorta la categoria del «nemico» da odiare e da abbattere). Lei, infatti, usa la menzogna come verità e la calunnia come metodo, presentandosi come modello di furbizia e di utilizzatore finale di leggi immorali e antidemocratiche come tutte quelle «ad personam».

Nei confronti dell’ultima illegalità, che grida giustizia al cospetto di Dio, il decreto 733-B/2009, che segna una pietra miliare nel cammino di inciviltà e di negazione di quelle radici cristiane di cui la sua maggioranza ama fare i gargarismi, sappia che siamo cento, mille, diecimila, milioni che faremo obiezione di coscienza all’ignobile e illegale decreto, pomposamente detto «decreto sicurezza»: diventeremo tutti clandestini e sostenitori dei cittadini di altri Paesi, specialmente africani, in quanto «persone», anche se clandestini, a costo della nostra vita. Dobbiamo ubbidire alla nostra coscienza piuttosto che alle sue leggi razziali e disumane. La legge che definisce l’immigrazione come illegalità è un insulto a tutte le Carte internazioni e nazionali sui «diritti», un vulnus alla dottrina sociale della Chiesa e colloca l’Italia tra le nazioni responsabili delle stragi degli innocenti, perseguitati e titolari del diritto di asilo.

Essere «alto» ed essere »grande»

Lei non è e non sarà mai uno «statista» se sente il bisogno di fare vedere alle sue donnine i filmati che lo ritraggono tra i «grandi». Per essere «grande», non basta rialzare le suole delle scarpe, ma occorre avere una visione oltre se stesso, una visione «politica» che a lei è estranea del tutto, incapace come è di vedere oltre i suoi interessi. Per potere emergere dallo squallore in cui lei è maestro, ha profuso a piene mani il virus dell’antipolitica, il qualunquismo populista, trasformando la «polis» da luogo di convergenza di ideali e di interessi a mercato di convenienza e di sopraffazione. Lei, da esperto di vecchio pelo, ha indotto i cittadini ad evadere il fisco che in uno Stato democratico è prevalentemente un dovere civile di solidarietà e per un cristiano un obbligo di coscienza perché strumento di condivisione per servizi essenziali alla corretta e ordinata convivenza civile e sociale. Durante il suo governo le tasse sono aumentate perché incapace di porre un freno alla spesa pubblica che anzi galoppa come non si è mai visto.

Non faccia confusione tra «essere alto» e «essere grande», come insegna Napoleone che lei ben volentieri scimmiotta, senza riuscire ad eguagliare l’ombra del dittatore.

Lei non può negare di essere stato piduista (tessera n. 1816) e forse di esserlo ancora, se come sembra, con il suo governo cerca di realizzare la strategia descritta nei documenti sequestrati al gran maestro Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi (Comunicato Ansa del 17 marzo 1981 ore 12:18, da cui emerge il suo numero di tesserato; cf intervista di Licio Gelli su Repubblica.it del 28-09-2003).

La maledizione italiana

A lei nulla importa dei valori religiosi, etici e sociali, che usa come stracci a suo comodo esclusivo, senza esimere di vantarsi di essere ossequioso degli insegnamenti etici e sociali della Chiesa cattolica, di cui si è sempre servito per averne l’appoggio e il sostegno. Partecipa convinto al «Family-Day» in difesa della famiglia tradizionale, monogamica formata da maschio e femmina e poi ce lo ritroviamo con prostitute a pagamento che registrano la sua voce nel letto di Putin; oppure spogliarelliste che lei ha nominato ministre: è lecito chiedersi, in cambio di cosa? Come concilia questo suo comportamento con le sue dichiarazioni di adesione agli insegnamenti della Chiesa cattolica? La «corrispondenza d’amorosi sensi» tra lei, il Vaticano e la gerarchia cattolica è la maledizione piombata sull’Italia ed una delle cause del progressivo e costante allontanamento dalla Chiesa delle persone migliori. I prelati, come sempre nella storia, fanno gli affari loro e lei che di affari se ne intende si è lasciato usare ed ha usato senza scrupoli offrendo la sua collaborazione e cercando quella della cosiddetta «finanza cattolica» legata a doppia mandata con il Vaticano. Se volesse avere la documentazione si legga il molto istruttivo saggio di Ferruccio Pinotti e Udo Gümpel, «L’unto del Signore», BUR, Rizzoli, Milano 2009.

Gli ecclesiastici, da perfetti «uomini di mondo, hanno capito che con lei al governo potevano imporre al parlamento leggi e decreti di loro interesse, utilizzandolo quindi come braccio secolare. Per questo obiettivo, devono però rinunciare alla loro religiosità e adeguarsi alla paganità del potere che esige la contropartita. Lei, infatti, è sostenuto dall’Opus Dei, da Comunione e Liberazione e da tutte le organizzazioni e sètte cattoliche che si lasciano manovrare a piacimento con lo spauracchio dei«comunisti» e con l’odore satanico dei soldi.

Il Vaticano e i vescovi, non essendo profeti, ma esercenti gestori di una ditta pagana, non hanno saputo o voluto cogliere le conseguenze nefaste che sarebbero derivate al Paese da questo connubio incestuoso; di fatto sono caduti nella trappola che essi stessi e lei avevate preparato. L’incidente di Vittorio Feltri, da lei, tramite la famiglia, nominato direttore del suo «Il Giornale» con cui uccide sulla pubblica piazza Dino Boffo, direttore di «Avvenire» portavoce della Cei, va oltre le vostre intenzioni e come un granellino di sabbia inceppa il motore. Oppure, secondo l’altra vulgata, tutto sarebbe stato progettato da lei e Bertone per permettere a questi di mettere le mani sulla Cei e a lei di fare tacere un sussurro appena modulato di critica sui suoi comportamenti disgustosi. Senza volersi arrampicare sugli specchi forse si è verificato un combinato disposto, non nei tempi e nelle forme da voi progettato.

Il giorno 7 agosto 2009, in un colloquio riservato con il cardinale Angelo Bagnasco, lo misi in guardia: «Stia attento – gli dissi – e si prepari alla guerra d’autunno perché con la nomina di Feltri al Giornale di Berlusconi (20-07-2009), la guerra sarà totale e senza esclusione di colpi. Berlusconi non può rispondere alle domande di la Repubblica e non può andare in TV a dare spiegazioni. Può continuare a negare sulle piazze per gli allocchi, ma nemmeno lui, menzognero di professione potrebbe negare davanti a domande precise e contestazioni puntuali. Per questo non lo farà mai, tanto meno in Parlamento. Non ha che un mezzo: sguazzare nel fango facendolo schizzare su tutti e su tutto, in base al principio che se tutto è infangato, nessuno è infangato». Il cardinale mi guardò come stupito e incredulo, reputando impossibile la mia previsione. Credo che ora si morda le labbra. Eppure credo anche che lei sia finito: per la finanza internazionale e per gli interessi di coloro che lo hanno sostenuto, Vaticano compreso, lei ora è ingombrante e impresentabile e deve essere sostituito, ma lei non cadrà indenne, farà più danni che potrà, un nuovo Sansone in miniatura. Lei sa che deve andarsene, ma sa anche che passerà alla storia non come quel «grande, immenso» presidente che è stato lei, ma come «l’utilizzatore finale di prostitute che altri pagavano per conto suo». Non c’è che dire: lei è un grande in bassezza e amoralità.

Spergiuro

Nella trappola non è caduto il popolo di Dio, formato da «cristiani adulti» che tanto dispiacciono al papa «pro tempore» Benedetto XVI: lei non potrà mai manipolarli come non potrà mai possedere le coscienze dei non credenti austeri, cultori della laicità dello Stato che lei vilipende e svende, sempre e comunque, per suo inverecondo interesse. Lei ha la presunzione ossessiva di definirsi liberale, ma non sa cosa sia il liberismo, mentre è l’ultima caricatura di promettente e decadente comunista sovietico di stampo breshnieviano, capace di usare il popolo per affermare la propria ingordigia patologica di potere. D’altronde il suo amico per la pelle non è l’ex «kgb» Vladimir Vladimirovic Putin, nella cui dacia è ospitato secondo la migliore tradizione comunista italiana?

Dal punto di vista della morale cattolica, lei è uno spergiuro perché ha giurato sulla testa dei suoi figli, senza pudore e alcuni giorni dopo il «ratto di Noemi», ha dato dello stesso fatto diverse versioni differenti, condannando se stesso e la testa dei suoi figli alla pena dello spergiuro che già Cicerone condannava con la «rovina» e l’esposizione all’umana infamia: «Periurii poena divina exitium, humana dedecus – La pena divina dello spergiuro è la rovina e l’infamia/il disprezzo degli uomini»(De legibus, II, 10, 23; cf anche De officis, III, 29, 104;in Cicerone, Opere politiche e filosofiche, a c. di Leonardo Ferrero e Nevio Zorzetti, vol. I, UTET, Torino, 1974, risp. p. 489 e p. 823). Anche il Diritto Canonico, per sua informazione, riserva allo spergiuro «una giusta pena» (CJC, can. 1368), demandata all’Autorità, in questo caso il papa, che avrebbe dovuto comminarle la pena canonica, invece di indirizzarle una lettera diplomatica per il G8 e i suoi «deferenti saluti». Non ci può essere deferenza, tanto meno papale, per un uomo che ha toccato il fondo della dignità politica e morale.

Gli ultimi fatti di Villa Certosa e Palazzo Grazioli hanno sprofondato lei (non era difficile), ma anche l’Istituto Presidenza del Consiglio in un letamaio senza precedenti. Mai l’Italia è stata derisa nel mondo intero (ormai da quattro mesi continui) a causa di un suo Presidente del Consiglio che, su denuncia della moglie, frequenta le minorenni e sempre per ammissione della moglie che lo frequenta da oltre trent’anni, per cui si presume lo conosca bene, è malato e come un dio d’altri tempi esige per la sua perversione, sacrifici di giovani vergini per nascondere a se stesso i problemi del tempo che inesorabilmente passa, nonostante il trucco abbondante.

Affari privati o deriva di Stato?

Lei dice di volere difendere la sua privacy, ma non c’è privacy per uno che ha portato i suoi fatti «privati» in TV attaccando indecorosamente la sua stessa moglie che ha intrapreso la strada del divorzio. Forse lei ha dimenticato che sull’immagine della sua «felice famiglia italiana» lei ha costruito se stesso e la sua fortuna politica ed economica. Lei si comporta per quello che è: uno spaccone che in piazza si vanta di tutto ciò che non ha mai fatto e poi pretende che nessuno ne parli. Se lei mette il segreto di Stato sulle sue ville, queste diventano ipso facto «affare politico» perché lei le usa anche per incontri istituzionali e quindi fanno parte dell’Istituzione della presidenza del consiglio. Lei non ha diritto alla vita privata, quando si comporta da uomo pubblico e promette carriere TV o posti in parlamento a donnine compiacenti che la sollazzano nel suo «privato». Non è lei che ha detto in una intercettazione, parlando con Saccà che «le donne più son cattoliche più son troie»? Può spiegare, di grazia, il significato di queste parole altamente religiose e rispettose delle donne e indicarci a chi si riferiva? C’entrano le due donne che siedono nel suo governo e che si vantano di essere cattoliche: la Carfagna e la Gelmini?

Lei e suoi paraninfi continuate a dire che si tratta di questioni private senza rilevanza pubblica, sapendo di mentire ancora e senza pudore. Sarebbero affari privati se Silvio Berlusconi non fosse Presidente del Consiglio che alle donnine che gli accompagnano anche a pagamento, non promettesse incarichi in aziende pubbliche (TV) o posti in parlamento se non addirittura al governo. Vorrei chiederle per curiosità: quali sono i meriti e le benemerenze delle ministre Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini per essere assurte, non ancora quarantenni, a posti di rilievo nel suo governo? Perché Mara Carfagna posavanuda o la Gelmini prendeva l’abilitazione in Calabria? Le sue ville sono ancora sotto la tutela del segreto di Stato e quindi guardate a vista da polizia, carabinieri, esercito? A spese di chi? Può ancora dire che sono residenze private? Fu lei in persona ad andare dal suo devoto suddito Bruno Vespa a rispondere pubblicamente a suo moglie, Veronica Lario, rendendo pubblici i fatti che la riguardavano e attaccando sua moglie senza alcuna pietà, facendo pubblicare dal suo «killer mediatico» le foto di sua moglie a seno nudo di quando faceva l’attrice. Non credo che lei possa dire che le sue vicende sono private perché ci riguardano tutti, come cittadini e come suoi «sovrani» costituzionali perché una cosa è certa: noi non abdicheremo mai alla nostra dignità di cittadini sovrani figli orgogliosi della nostra insuperabile Costituzione. Noi non permetteremo mai che lei diventi il «padrone» della nostra dignità.

Per lei è cominciato l’inizio della fine perché il suo declino è iniziato nel momento stesso in cui è andato nella TV di Stato compiacente e, senza contraddittorio, alla presenza del solo cerimoniere e maggiordomo fidato, ha cominciato a farfugliare bugie, contraddizioni, falsità che non hanno retto l’urto dei fatti crudi. Se lei fosse onesto, anche solo per una parte infinitesimale, dovrebbe rassegnare le dimissioni, come aveva promesso nel suddetto, compiacente recital.

Strategie convergenti

Lei può fare affari col Vaticano e chiudere nel cassetto morale e dignità, ma sappia che il Vaticano non è la Chiesa, per nostra fortuna e per sua e vostra disgrazia. Noi, uomini e donne semplici, vogliamo onorare e difendere la nostra dignità e la nostra fede, contro ogni tentativo di manipolazione e di incesto tra altare e politica. Purtroppo lei, supportato da parte della gerarchia, ha fatto scadere la «politica» da arte, a servizio del bene comune, a mercimonio di malaffare e a sentina maleodorante. Le istituzioni cattoliche che lo hanno appoggiato ne portano, con lei, la responsabilità morale, in base al principio giuridico della complicità.

Strana accoppiata: i difensori della moralità ufficiale, costretti a tacere per mesi di fronte a comportamenti indegni e a leggi inique, perché lautamente ricompensati o in vista della mancia promessa. Trattasi solo di un baratto di cui i responsabili dovranno rendere conto. I vescovi hanno ritrovato la parola quando si sono visti attaccare, inaspettatamente, da lei con avvertimenti di stampo mafioso (per interposta persona). La gerarchia, in genere felpata e compassata, in questo frangente è risorta come un sol uomo, arruolando anche il papa alla bisogna, ma cogliendo anche l’occasione per dare corpo alle vendette interne e regolare i conti tra ruiniani e bertoniani. Come insegna l’amabile Andreotti «la vendetta è un piatto che si gusta freddo». Strategie convergenti che hanno sprigionato il disgusto del popolo cattolico e dei cittadini che ancora pensano con la propria testa.

Ripudio

Io, Paolo Farinella, prete mi vergogno della sua presidenza, per me e la mia Nazione e, mi creda, in Italia siamo la maggioranza che non è quella elettorale, ottenuta da una «legge porcata» che ben esprime l’identità della sua maggioranza e del governo e di lei che lo presiede (o lo possiede?). Lei potrà avere il sostegno del Vaticano (uno Stato estero) e della Cei che con il loro silenzio e le loro arti diplomatiche condannano se stessi come complici di ingiustizia e di immoralità. Per questi motivi, per quanto mi concerne in forza del mio diritto di cittadino sovrano, non voglio più essere rappresentato da lei in Italia e all’Estero, io la ripudio come politico e come Presidente del Consiglio: lei non può rappresentarmi né in Italia e tanto meno all’estero perché lei è la negazione evidente di tutto quello in cui credo e spero di vedere realizzato per il mio Paese. sia perché non mi rappresenta sia perché è indegno di rappresentare il buon nome dell’Italia seria, laboriosa e civile e legale che amo e per la quale lotto e impegno la mia vita. Non importa che lei abbia la maggioranza parlamentare, a me interessa molto di più che non abbia la mia coscienza

Io, Paolo Farinella, prete, ripudio lei, Silvio Berlusconi, presidente pro tempore del consiglio dei ministri e tutto quello che rappresenta insieme a coloro che l’adulano, lo ingannano, lo manipolano e lo sorreggono: li/vi ripudio dal profondo del cuore. in nome della politica, dell’etica e della fede cattolica. La ripudio e prego Dio che liberi l’Italia dal flagello nefasto della sua presenza.

Paolo Farinella
Fonte: http://mir.it/servizi/ilmanifesto/s
Link: http://mir.it/servizi/ilmanifesto/sotto-sopra/?p=238
14.10.2009

Le arance di Mangano ed i messaggi dei boss alla Fininvest

Le arance di Mangano ed i messaggi dei boss alla Fininvest.

Scritto da Peter Gomez

La nascita di Forza Italia

Le arance di Mangano ed i messaggi dei boss alla Fininvest

Alla fine non è rimasto quasi niente: solo una condanna per corruzione e un giro milionario di fatture false. Le accuse di mafia sono cadute. Quelle per traffico di droga pure. Del presunto favoreggiamento al genero di Vittorio Mangano, Enrico Di Grusa, latitante a Milano negli anni Novanta, poi, è meglio non parlare. In cassazione è evaporato anche quello. Eppure la storia delle grandi cooperative di pulizie e servizi gestite a Milano dai messinesi Natale Sartori e Antonino Currò, due buoni amici dell’ex fattore di Arcore, è centrale per capire che cosa è successo negli anni delle stragi. A sentire il pentito Giovanni Brusca, infatti, un pezzo della trattativa tra Stato e mafia (la seconda, da non confondere con la prima condotta dall’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino), è passata proprio attraverso quegli uffici dove, tra i quasi duemila dipendenti, lavorano pure due delle tre figlie di Mangano.



Brusca ne parla più di dieci anni fa. Racconta di aver convocato Mangano nel settembre del 1993 e di avergli chiesto di prendere contatto con Silvio Berlusconi. La prima trattativa è fallita: il 41 bis (il carcere duro) non è stato revocato, la pressione dello Stato su Cosa Nostra non si è allentata e, quello che è peggio, Totò Riina è in galera da 9 mesi. Discutere con i carabinieri come aveva fatto Ciancimino, non è insomma servito a niente. Così persino Luchino Bagarella, il cognato di Riina, quando gli si chiede come vanno le cose, allarga le braccia e dice: “Siamo in mezzo al mare”. Certo nè lui, nè Brusca sanno nulla dei legami politici che Riina aveva coltivato prima della sua cattura. L’altro corleonese, Bernardo Provenzano, che di rapporti ad alto livello ne ha molti, sembra poi sparito.


I fratelli Graviano, i boss del Brancaccio che per tutta l’estate avevano messo a ferro e fuoco l’Italia, sono latitanti al nord. E se anche hanno qualche filo per le mani, non lo fanno sapere. Per questo Brusca, dopo aver letto su “L’espresso ”
del 26 settembre ‘93 che Marcello Dell’Utri, per conto di Berlusconi, sta’ creando un partito, incontra Mangano: sul settimanale è riportata la storia dei suo antico legame con il braccio destro del Cavaliere. Una storia che lui non conosce, ma che adesso può essere importante.


L’ex fattore di Arcore prende appunti su un foglietto: deve dire a Berlusconi che “la sinistra (intesa come la sinistra Dc ndr) sapeva”, cioè era al corrente di tutti i retroscena delle bombe visto che tra Stato e mafia c’era stata una trattativa. Poi va a Milano e in novembre vede Dell’Utri (risulta da delle agende sequestrate al senatore azzurro). A far da tramite con l’ideatore di Forza Italia, spiega però il pentito, sono “dei suoi amici, dei suoi parenti, che avevano a che fare con una ditta di pulizie”. Attraverso di loro, secondo Brusca, vengono inviati messaggi alla Fininvest e, forse, per tutto il ‘94 giungono anche le risposte.


Quando invece era Mangano a muoversi, gli imprenditori telefonavano al gruppo del Biscione e dicevano: “Sono arrivate le arance ”. Brusca però non sa chi siano esattamente questi amici dell’ex fattore. A scoprirlo, grazie anche un nuovo pentito, saranno gli investigatori. Le indagini della Dia (Direzione investigativa antimafia) svelano come Dell’Utri ancora nel 1998 sia in contatto con Sartori, mentre l’analisi sui tabulati telefonici delle cooperative del super esperto informatico
Gioacchino Genchi, dimostrano che i legami sono molto antichi. Dell’Utri ha sulle sue agende un numero dell’imprenditore di Messina che risale a prima del 1990, e certamente, proprio come raccontato da Brusca, nel ’94 riceve a casa una sua telefonata. È un bel riscontro anche se non basta ancora per chiudere il cerchio.


Nessuno infatti può discutere i legami tra i vertici delle cooperative e la famiglia Mangano. Quando Vittorio viene arrestato, nel ’95, Sartori si precipita a
Palermo; in altri casi le indagini hanno evidenziato passaggi di denaro e, persino, festività trascorse in famiglia tutti assieme. Il problema è che le cooperative per Publitalia per le reti televisive del Cavaliere ci lavorano: le pulizie negli uffici le fanno loro. E così, dal punto di vista processuale, il fatto che Sartori dia un impiego pure alle figlie del boss e si sia ritrovato a difendersi dalle accuse di aver favorito la latitanza di suo genero, resta una coincidenza. A Milano le dichiarazioni del pentito Vincenzo La Piana non bastano per ottenere la condanna di Sartori e del suo socio Currò per mafia. E anche se La Piana parla di un traffico di cocaina che, a metà anni Novanta, doveva essere finanziato dal senatore azzurro, la storia a poco a poco si scolora. Nei faldoni restano a prender polvere pure le informative che descrivono Sartori come un uomo legato persino al boss-imprenditore di Bagheria, Michelangelo Alfano e alla mafia di Messina. In aula, invece, l’avvocato di Sartori esulta. “Questa è una vittoria anche per Dell’Utri”, dice. Il legale è un onorevole. Si chiama Gaetano Pecorella e di solito assiste Berlusconi. Ma anche questa è solo una coincidenza.


Peter Gomez (Fonte: il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2009)

Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte seconda

Fonte: Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte seconda.

Scritto da Martina Di Gianfelice e Federico Elmetti

Gli elementi contraddittori concernenti una presunta trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato a cavallo delle stragi del ’92-’93, sembrano oggi assumere una valenza diversa con l’emergere di nuovi scenari che rivelano l’esistenza di almeno tre distinte trattative datate in periodi differenti.

La presunta “seconda trattativa”

Mentre alcuni dei nomi degli interlocutori e degli obiettivi della “prima trattativa” sono stati individuati dalla magistratura con sentenze definitive, i volti dei protagonisti e i contenuti della presunta “seconda trattativa” sono ancora oggetto di valutazione da parte dell’autorità giudiziaria. Tuttavia dalla sentenza di primo grado con la quale il sen. Marcello Dell’Utri è stato condannato a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (11 dicembre 2004), dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia e da altre acquisizioni investigative sono emersi numerosi elementi che rimandano ad una possibile convergenza degli interessi di Cosa Nostra con il programma politico del partito “Forza Italia”, presentato ufficialmente da Silvio Berlusconi il 18 gennaio 1994.

E’ un fatto processualmente accertato che Totò Riina, dopo aver rinnegato l’appoggio politico alla DC, rea di non essere stata in grado di fornire le necessarie coperture a livello istituzionale e non aver impedito la buona riuscita del maxiprocesso, abbia spinto Cosa Nostra nel 1987 a votare alle elezioni politiche in massa il PSI nel tentativo non troppo nascosto di agganciare Bettino Craxi, che in quegli anni si era proposto come uno degli esponenti più potenti e carismatici del panorama politico italiano. Allo stesso modo, è noto che questa decisione, per altro non da tutti i mafiosi condivisa, si rivelerà sbagliata. In particolare, il ministro della giustizia di allora, il braccio destro di Craxi, Claudio Martelli, aveva tradito le aspettative di Cosa Nostra portando a Roma Giovanni Falcone. A quel punto, la mafia, in cerca di nuovi referenti politici, vira verso la stagione delle stragi secondo la logica del “fare la guerra per fare la pace”. Dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, l’obiettivo è stato raggiunto in pieno. Lo stato si è detto disposto a dialogare con Totò Riina. “Si sono fatti sotto”, rivela il capo di Cosa Nostra.


La mafia vota Forza Italia


E’ a quel punto che Cosa Nostra sente la necessità di far valere di nuovo il proprio peso all’interno delle istituzioni. L’idea iniziale è quella di creare un movimento separatista, Sicilia Libera, una nuova forza politica autonoma ad uso e consumo della mafia, gestita da Leoluca Bagarella. Il progetto naufraga quasi subito. Cosa Nostra ha già cambiato idea. Rivela Bagarella: “Ci stiamo orientando verso un’altra direzione che è di più facile realizzazione, mentre un progetto indipendentista passa per anni ed anni di lavoro, noi abbiamo degli agganci”. Siamo nel periodo immediatamente successivo alle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Riina è appena stato catturato, il 15 gennaio 1993. Nel continente esplodono bombe in successione, a Roma, Firenze e Milano. Di che agganci politici parla Bagarella? E’ il pentito Tullio Cannella a rivelarlo senza mezzi termini: “Si stavano appoggiando, lo dico con onestà, con Forza Italia, quindi loro avevano dei vari candidati, amici di alcuni esponenti di Cosa Nostra e ciascun candidato con questi loro referenti aveva realizzato una sorta di patto elettorale, una sorta di impegno e quindi votavano per questi, tant’è vero che anche Calvaruso mi disse: ma sai, Giovanni Brusca mi porta in questi posti, riunioni, escono tutto il giorno volantini a tappeto di Forza Italia”.

E’ in questo contesto che riappare, misteriosa, la figura di Vittorio Mangano. Già “stalliere” nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore tra il ’74 e il ’75, Mangano in quel periodo è appena uscito dal carcere ed è tornato a lavorare a pieno regime per Cosa Nostra. Intrattiene contatti stretti sia con Bagarella che con Giovanni Brusca e diviene referente di Cosa Nostra per la zona di Palermo-Centro. Bagarella in realtà non si fida di Mangano, ma allo stesso tempo lo tiene in pugno perché “serve territorialmente e politicamente”. Già nell’estate del ’93, quando ancora non si è sopito l’eco delle bombe, nel quartier generale di Berlusconi si lavora alacremente all’idea di fondare un nuovo partito. Il principale sostenitore della discesa in campo di Berlusconi è proprio Dell’Utri, che la ritiene “assolutamente necessaria”. Fedele Confalonieri e Gianni Letta sono invece contrari.Dopo un periodo di incertezza, Berlusconi decide di dare ancora una volta fiducia a Dell’Utri e gli affida l’incarico di fondare Forza Italia. A quel punto, Provenzano ha deciso: quello è il cavallo di Troia su cui salire per entrare nei gangli vitali delle istituzioni. Spiega il pentito Nino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano: “Noi abbiamo avuto da sempre l’astuzia di metterci sempre con il vincitore, questa è stata la nostra furbizia. Quando ce ne andiamo a metterci con i socialisti già si vede che il discorso non regge. Stesso discorso con Forza Italia. Forza Italia non l’abbiamo fatta salire noi. Il popolo era stufo della Democrazia Cristiana, il popolo era stufo degli uomini politici, unni putieva cchiù, e non ne può più. Allora ha visto in Forza Italia un’ancora a cui afferrarsi e lei con chi parlava parlava e io lo vedevo, le persone tutte, come nuovo, come qualche cosa, come ancora di salvezza. E noi, furbi, abbiamo cercato di prendere al balzo la palla, è giusto? Tutti Forza Italia. E siamo qua”.

La decisione ufficiale di scendere in campo arriva nell’autunno del 1993. Provenzano gioca tutta la sua credibilità all’interno di Cosa Nostra sulla carta Forza Italia. Ancora Giuffrè: “Provenzano stesso ci ha detto che eravamo in buone mani, che ci potevamo fidare. Diciamo che per la prima volta il Provenzano esce allo scoperto, assumendosi in prima persona delle responsabilità ben precise e nel momento in cui lui ci dà queste informazioni e queste sicurezze ci mettiamo in cammino, per portare avanti, all’interno di Cosa Nostra e poi, successivamente, estrinsecarlo all’esterno, il discorso di Forza Italia”.

C’è un altro pentito, Salvatore Cucuzza, che spiega come l’intermediazione tra Cosa Nostra e il partito del duo Dell’Utri-Berlusconi sia stata gestita ancora una volta proprio da Vittorio Mangano. Cucuzza riferisce di aver saputo dallo stesso Mangano che questi si era incontrato “un paio di volte con Dell’Utri” alla fine del ’93. Le date combaciano perfettamente. I due incontri avvengono infatti il 2 e il 30 novembre 1993, come si ricava da due annotazioni rinvenute nelle agende personali di Dell’Utri. Di cosa parlano i due? Lo rivela ancora Cucuzza: “Dell’Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli a Cosa Nostra sul fronte della giustizia, ovvero modifica del 41bis e sbarramento per gli arresti relativi al 416bis”. C’è un ulteriore collaborante, Francesco La Marca, che racconta di un episodio avvenuto nei primi mesi del 1994, quando Berlusconi è già sceso in campo ufficialmente. Mangano, poco prima delle elezioni, su preciso ordine di Bagarella e Brusca, si reca un paio di giorni a Milano per parlare con Dell’Utri. Tornato in Sicilia, Mangano è raggiante: “Tutto a posto! Dobbiamo votare Forza Italia! Così danno qualche possibilità di fatto del 41bis, i sequestri dei beni e per dedicare a noi collaboratori, per ammorbidire la legge”.

Sono proprio le richieste che Totò Riina aveva vergato di suo pugno sul “papello”, destinato poi a Vito Ciancimino perché lo facesse pervenire alle più alte cariche istituzionali, e che aveva come  oggetto dell’accordo una serie di benefici per i mafiosi: revisione del maxiprocesso, l’abolizione del 41 bis, l’annessione dei condannati ex. art. 416 bis c.p. ai benefici per i detenuti previsti dalla “Legge Gozzini”, normative di legge favorevoli agli appartenenti all’organizzazione criminale e garanzie per gli interessi economici, quali appalti e finanziamenti statali, degli stessi.

I contatti tra Provenzano e la Fininvest


A corroborare la tesi secondo cui Provenzano avrebbe instaurato una sorta di trattativa parallela con Dell’Utri, ci sono tre lettere indirizzate tra il ’91 e il ’94 a Berlusconi dal boss corleonese e recuperate nella documentazione sequestrata ai familiari di Vito Ciancimino. A parlarne è stato qualche mese fa Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Stando alla testimonianza di Ciancimino jr., la prima lettera fu a questi consegnata prima della trattativa del cd. “papello” da Pino Lipari, amministratore dei beni di Bernardo Provenzano e punto di riferimento per i contatti politici, alla presenza dello stesso boss corleonese nel villino di San Vito Lo Capo di proprietà del Lipari. Le altre due lettere risalirebbero al dicembre ’92 e ad inizio ’94. Il contenuto dell’ultima lettera indirizzata a Berlusconi (ritrovata durante una perquisizione nel 2005) concerne la richiesta, avanzata da Provenzano, di “mettere a disposizione (di Provenzano nda) le sue reti televisive (di Berlusconi nda)”, al fine di scongiurare il “triste evento” dell’uccisione di suo figlio. Il foglio su cui Provenzano ha avanzato questa offerta al futuro Onorevole Berlusconi è stato ritrovato strappato. Quando i magistrati di Palermo lo hanno mostrato a Massimo Ciancimino, questi si è detto preoccupato perché – ha riferito – “si tratta di cose troppo più grandi di me”.

Un altro documento importante al fine dell’accertamento della verità è un assegno, di cui parla sempre Ciancimino jr. dell’importo di 35 milioni firmato da Silvio Berlusconi; Ciancimino fu sorpreso a parlare dell’assegno con la sorella in un’intercettazione telefonica disposta dalla Procura di Palermo che indagava sul riciclaggio del patrimonio di Vito Ciancimino da parte del figlio. Ci sono poi tutta una serie di pagamenti, accertati in sede di giudizio, che pervenivano regolarmente nelle casse di Cosa Nostra dai conti correnti della Fininvest, in parte come riconoscimento per la protezione offerta Cosa Nostra alle antenne di Canale5 installate sul monte Pellegrino a Palermo. Le testimonianze in proposito sono molteplici e concordi. Giovan Battista Ferrante, ritenuto dal Tribunale un collaboratore di giustizia serio ed affidabile, profondo conoscitore delle dinamiche più interne di Cosa Nostra, riferisce che Salvatore Biondino, l’autista personale di Totò Riina, riceveva periodicamente, con cadenza semestrale o annuale, somme di denaro provenienti da Canale5 per tramite di Raffaele Ganci. Lo sa perché in alcune occasioni era presente lui stesso a queste consegne. Ferrante è certo che tutte queste somme di denaro (richieste e non) arrivavano almeno dal 1988 ed erano proseguite almeno fino al 1992. Queste dichiarazioni collimano perfettamente con quelle di un altro pentito, Galliano, che aveva spiegato come Raffaele Ganci, una volta scarcerato nel 1988, aveva ripreso in mano, su ordine di Riina, la situazione relativa ai soldi provenienti da Canale5 per mezzo di Dell’Utri e Cinà.

Esistono addirittura delle agende che testimoniano inconfutabilmente come per esempio nel 1990 Canale5 aveva versato nelle tasche di Cosa Nostra 5.000.000 di lire a titolo di “regalo”. A corroborare la versione dei vari pentiti c’è anche la dichiarazione del boss Galatolo, il quale si lamenta del fatto che fosse l’unico a non percepire somme di denaro da parte di Canale5: questa emittente pagava regolarmente “U cuirtu”, cioè Riina e i Madonia, ma non lui, che pur aveva sotto il suo controllo la zona palermitana di Acquasanta, in cui rientrava anche il monte Pellegrino. Ma c’è un altro pentito eccellente che su questa vicenda ha qualcosa da dire. Si tratta di Salvatore Cancemi. Egli conferma che fino a pochi mesi prima della strage di Capaci (23 maggio 1992) Berlusconi ancora era solito versare somme di denaro a Cosa Nostra per le “faccenda delle antenne”, una sorta di contributo all’organizzazione mafiosa di Totò Riina. Cancemi afferma di essere stato presente varie volte alla consegna di queste somme di denaro presso la macelleria di Raffaele Ganci: le mazzette erano da 50 milioni di lire, legate con un elastico. La somma annuale, secondo Cancemi, era di 200 milioni di lire.


Le rivelazioni di Luigi Ilardo


Dopo la vittoria alle elezioni del neonato partito di Berlusconi, secondo il boss e collaboratore di giustizia Luigi Ilardo “Provenzano ha ottenuto delle promesse dal nuovo apparato politico che ha vinto le elezioni in cambio dei voti ricevuti”. Infatti uno dei primi a parlare nello specifico di questa trattativa fu proprio Luigi Ilardo che rivelò alcune importanti informazioni al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, principale accusatore del generale Mario Mori nel procedimento in cui quest’ultimo è imputato assieme al colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Bernardo Provenzano. Il generale Mori ed il colonnello Obinu sono accusati di aver agevolato la latitanza di Provenzano non avendo fatto quanto possibile per catturarlo in occasione di un summit mafioso che si tenne il 31 ottobre del 1995 nelle campagne di Mezzojuso (PA) e che fu preannunciato dall’Ilardo al colonnello Riccio. Riguardo alle direttive di voto impartite da Cosa Nostra, il colonnello Riccio racconta di un episodio significativo raccontatogli da Ilardo poco prima di essere assassinato: “Ilardo viene a sapere che c’era stata anche una riunione a Caltanissetta presieduta dai palermitani e, se non ricordo male, i palermitani avevano mandato, così lui mi racconta, un personaggio insospettabile dell’organizzazione, non noto alle forze dell’ordine, dove già erano stata date delle prime nuove linee della strategia evolutiva di governo di Cosa Nostra. (…) Avevano tentato di fare prima un partito per conto loro, ma era fallita questa strategia di fare un loro soggetto politico gestito direttamente da Cosa Nostra. Era fallita e Provenzano aveva stabilito un contatto con un esponente dell’entourage di Berlusconi, di Forza Italia. Per cui c’era l’indirizzo di votare di lì a poco tutti per Forza Italia. Quindi avevano stabilito un contatto con un personaggio dell’entourage di Berlusconi il quale aveva già dato assicurazioni che ci sarebbero state normative giudiziarie a loro più favorevoli e anche aiuti nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Ovviamente Cosa Nostra doveva raggiungere una sua compattezza unitaria. Infatti la direttiva che allora era stata data è che ogni provincia doveva nominare un unico responsabile provinciale, risolvere i contrasti interni ad ogni famiglia, ritornare a una serie di attività criminali meno esposte, meno violente in modo da ridurre progressivamente la repressione dello stato”.

Chi era quell’uomo insospettabile delle istituzioni? Riccio lo scoprirà più tardi, sempre dalla voce di Ilardo: “Fu un momento fortuito. Questo avvenne già quando non ero più alla Dia. Ilardo venne un giorno in macchina…avevo sempre…come tante mattine prima di incontrare Ilardo prendevo il giornale e se non ricordo male c’era sul giornale un articolo che riguardava problematiche tra Dell’Utri e Rapisarda… per cui dissi: – E’ questo qui…? – E lui: – Ci ha messo tanto a capirlo? Lei lo sapeva già. Perchè me lo chiede? – (…) Quindi io inserii nella mia agenda il nome di Dell’Utri

Martina Di Gianfelice e Federico Elmetti

LINK

a) Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte prima (Martina Di Gianfelice, 19luglio1992.com, 3 ottobre 2009)

b) Sentenza di primo grado Dell’Utri-Cinà emessa dalla seconda sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta dal dott. Leonardo Guarnotta (11 dicembre 2004)

c) “Marcello, Silvio e la mafia”, il libro curato da Federico Elmetti per la guida alla lettura della sentenza di primo grado Dell’Utri-Cinà  (19luglio1992.com)