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Antimafia Duemila – La Cassazione: ”Mills fu teste reticente per favorire Berlusconi”

Fonte: Antimafia Duemila – La Cassazione: ”Mills fu teste reticente per favorire Berlusconi”.

«Il fulcro della reticenza di David Mills, in ciascuna delle sue deposizioni, si incentra nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società offshore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti». Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni, appena depositate, con le quali lo scorso 25 febbraio ha dichiarato prescritto il reato di corruzione in atti giudiziari nei confronti dell’avvocato inglese David Mills, negandogli, però, l’assoluzione.

ELUDERE IL FISCO – Inoltre le sezioni unite penali della Cassazione – nella sentenza 15208 – spiegano che Mills, con le sue deposizioni ai processi ‘Arces’ e ‘All Iberian’, aveva favorito Berlusconi tacendo la riconducibilità a lui delle società del cosiddetto comparto B del gruppo Fininvest. Questo in quanto «si era reso necessario distanziare la persona di Silvio Berlusconi da tali società, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all’estero e la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Piersilvio Berlusconi».

ANSA

Blog di Beppe Grillo – Napolitano viene da lontano

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Napolitano viene da lontano.

Napolitano viene da lontano. Era migliorista e berlusconiano. Gli articoli del suo settimanale “Il Moderno” (con pubblicità Finivest anni ’80) superano persino le poesie di Bondi al “caro leader”.
“Ad aprile del 1985 esce a Milano il primo numero de Il Moderno, mensile (poi settimanale) della corrente “migliorista” del Pci (la destra tecnocratica e filo-craxiana del partito, guidata da Giorgio Napolitano). Animato da Gianni Cervetti… all’insegna dello slogan “l’innovazione nella società, nell’economia, nella cultura” (p. 104).”
“Intanto a Milano il numero di febbraio 1986 de Il Moderno… scrive che “la rivoluzione Berlusconi [è] di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si ostina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente di modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti. Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e capacità pro­duttive” (p. 115)”.
«Il numero di aprile 1987 … esce con un’intera pagina pubblicitaria della Fininvest. È la prima di una lunga serie di inserzioni pubblicitarie dalla misteriosa utilità per l’inserzionista, dato che il giornale è semi-clandestino e vende meno di 500 copie… Intanto uno dei fondatori del Moderno, l’onorevole Gianni Cervetti, alla metà di aprile è di nuovo a Mosca… E il 18 aprile l’a­genzia Ansa da Mosca informa che in Urss, insieme al compagno Cervetti, c’è anche Canale 5… (pp 126 — 127)”.
“A giugno 1989 … pubblica un megaservizio su Giocare al calcio a Milano. Con un panegirico sul Berlusconi miracoloso presidente milanista che “ha cambiato tutto: adesso la sua squadra è una vera e propria azienda,” e così via. Il giornale della corrente di destra del Pci è ormai un bollettino della Fininvest, e le pagine di pubblicità comprate dal gruppo berlusconiano ormai non si contano (p. 148)”.(*)
(*) Testi tratti dal libro: “Il Baratto” dal blog www.dirittodicritica.com

Antimafia Duemila – Cassazione: fondi neri Publitalia, ”Dell’Utri non assolvibile”

Fonte: Antimafia Duemila – Cassazione: fondi neri Publitalia, ”Dell’Utri non assolvibile”.

Non ci sono prove ”evidenti” che possano portare all’ assoluzione – anziche’ alla dichiarazione di prescrizione del reato di appropriazione indebita – del senatore Marcello Dell’Utri nell’ambito della vicenda dei fondi neri di Publitalia risalente agli anni 1991-94 quando era amministratore delegato delle sponsorizzazioni. Lo spiega la Cassazione nella sentenza 8771, depositata oggi, con le motivazioni per le quali – lo scorso 11 dicembre – ha deciso di confermare il verdetto di prescrizione emesso dalla Corte di Appello di Milano il due dicembre 2005, rigettando il ricorso di Dell’Utri che chiedeva di essere dichiarato ”innocente”.
I motivi con i quali Dell’Utri ”tenta di dimostrare l’evidenza della sua innocenza – scrive la Cassazione – non possono avere ingresso per la semplice ragione che resterebbe pur sempre un quadro probatorio che, quanto meno, si dovrebbe ritenere contraddittorio o insufficiente e, quindi, tale da non giustificare una sentenza di assoluzione sia pure per insufficienza di prove”. Questa conclusione – si aggiunge – ”vale non solo per le appropriazioni indebite in denaro ma anche per quelle in natura, non essendo affatto ‘evidente’ che rientrassero, secondo la tesi difensiva, in elargizioni rientranti nell’ambito dei rapporti amicali intercorrenti tra i vari protagonisti della vicenda”.
Nel processo erano inizialmente coinvolti 37 imputati, con l’accusa di avere occultato quasi 35 miliardi di vecchie lire con fatture false rese da Publitalia per inserzioni pubblicitarie su reti Fininvest. Dell’Utri era imputato anche di falso in bilancio e bancarotta fraudolenta, accuse venute meno dopo la riforma dei reati societari.
Secondo i pm, Dell’Utri si era indebitamente appropriato di 300 milioni di lire girategli dal promoter Romano Comincioli, compagno di scuola di Silvio Berlusconi ed ex leader di Forza Italia in Sardegna, e di 60 milioni di vecchie lire provenienti dal promoter Romano Luzzi, maestro di tennis di Berlusconi. A Dell’Utri, inoltre, era contestato anche l’utilizzo di un motoscafo e un soggiorno a Madonna di Campiglio, sempre provento delle false fatture.

La prova delle menzogne | BananaBis

Fonte: La prova delle menzogne | BananaBis.

IL COMMENTO

di GIUSEPPE D’AVANZO

DAVID MILLS è stato corrotto. È quel che conta anche se la manipolazione delle norme sulla prescrizione, che Berlusconi si è affatturato a partita in corso, lo salva dalla condanna e lo obbliga soltanto a risarcire il danno per il pregiudizio arrecato all’immagine dello Stato. Questa è la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione. Per comprenderla bisogna sapere che la corruzione è un reato “a concorso necessario”: se Mills è corrotto, il presidente del Consiglio è il corruttore.

Per apprezzare la decisione, si deve ricordare che cosa ha detto, nel corso del tempo, Silvio Berlusconi di David Mills e di All Iberian, l’arcipelago di società off-shore creato dall’avvocato inglese. “Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l’esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario” (Ansa, 23 novembre 1999). “Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l’Italia” (Ansa, 20 giugno 2008). Bisogna cominciare dalle parole  –  e dagli impegni pubblici  –  del capo del governo per intendere il significato della sentenza della Cassazione.

Perché l’interesse pubblico della decisione non è soltanto nella forma giuridica che qualifica gli atti, ma nei fatti che convalida; nella responsabilità che svela; nell’obbligo che oggi incombe sul presidente del Consiglio, se fosse un uomo che tiene fede alle sue promesse.

Dunque, Berlusconi ha conosciuto Mills e, come il processo ha dimostrato e la Cassazione ha confermato (il fatto sussiste e il reato c’è stato), All Iberian è stata sempre nella sua disponibilità. Sono i due punti fermi e fattuali della sentenza (altro è l’aspetto formale, come si è detto). Da oggi, quindi, il capitolo più importante della storia del presidente del consiglio lo si può raccontare così. Con il coinvolgimento “diretto e personale” del Cavaliere, David Mills dà vita alle “64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest”. Le gestisce per conto e nell’interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle “fiamme gialle” corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l’avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio “somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali” che lo ricompensano della testimonianza truccata.

Questa conclusione rivela fatti decisivi: chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi; che cosa è stato nascosto dalla testimonianza alterata dell’avvocato inglese. Si comprende definitivamente come è nato, e con quali pratiche, l’impero del Biscione; con quali menzogne Berlusconi ha avvelenato il Paese.

Torniamo agli eventi che oggi la Cassazione autentica. Le società offshore che per brevità chiamiamo All Iberian sono state uno strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo e della sua avventura imprenditoriale. Anche qui bisogna rianimare qualche ricordo. Lungo i sentieri del “group B very discreet della Fininvest” transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l’approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi mentre, in parlamento, è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le “fiamme gialle”); il controllo illegale dell’86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l’acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente. Dunque, l’atto conclusivo del processo Mills documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c’è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la sua imprenditorialità, l’efficienza, la mitologia dell’homo faber, l’intero corpo mistico dell’ideologia berlusconiana ha il suo fondamento nel malaffare, nell’illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo.

E’ la connessione con il peggiore passato della nostra storia recente che, durante gli interminabili dibattimenti del processo Mills, il capo del governo deve recidere. La radice del suo magnificato talento non può allungarsi in quel fondo fangoso perché, nell’ideologia del premier, è il suo trionfo personale che gli assegna il diritto di governare il Paese. Le sue ricchezze sono la garanzia del patto con gli elettori e dell’infallibilità della sua politica; il canone ineliminabile della “società dell’incanto” che lo beatifica. Per scavare un solco tra sé e il suo passato e farsi alfiere credibile e antipolitico del nuovo, deve allontanare da sé l’ombra di quell’avvocato inglese, il peso di All Iberian. È la scommessa che Berlusconi decide di giocare in pubblico. Così intreccia in un unico nodo il suo futuro di leader politico, responsabile di fronte agli elettori, e il suo passato di imprenditore di successo. Se quel passato risulta opaco perché legato a All Iberian, di cui non conosce l’esistenza, o di David Mills, che non ha mai incontrato, egli è disposto a lasciare la politica e addirittura il Paese. Oggi dovrebbe farlo davvero perché la decisione della Cassazione conferma che ha corrotto Mills (lo conosceva) per nascondere il dominio diretto su quella macchina d’illegalità e abusi che è stata All Iberian (la governava). Il capo del governo non lo farà, naturalmente, aggrappandosi come un naufrago al legno della prescrizione che egli stesso si è approvato. Non lascerà l’Italia, ma l’affliggerà con nuove leggi ad personam (processo breve, legittimo impedimento), utili forse a metterlo al sicuro da una sentenza, ma non dal giudizio degli italiani che da oggi potranno giudicarlo corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della “testa dei suoi figli”.

http://www.repubblica.it/politica/2010/02/26/news/prova_menzogne-2433189/

MEDIATRADE, I MOVIMENTI DEL DENARO: COSI’ SI GONFIAVANO I DIRITTI TV | BananaBis

Fonte: MEDIATRADE, I MOVIMENTI DEL DENARO: COSI’ SI GONFIAVANO I DIRITTI TV | BananaBis.

di Walter Galbiati, La Repubblica del 26/01/2010

MILANO – Non sarà facile per i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro dimostrare che il premier Silvio Berlusconi “sapeva”. Ma una rogatoria di ottobre 2005 inviata dalla Procura alle Autorità elvetiche ricostruisce nei dettagli come anche il numero uno del gruppo Fininvest potesse essere a conoscenza di quel meccanismo che avrebbe permesso di creare fondi neri attraverso la compravendita di diritti tv gonfiati.
Quanto meno, perché è un meccanismo (la vendita dei diritti dalle major a un intermediario che poi li rivende a Mediaset) non nato dall’oggi al domani quando il premier era già impegnato in politica e ben lontano dal gruppo. Ma perché sarebbe stato in atto, secondo la ricostruzione dell’accusa, sin dagli anni Ottanta, quando Berlusconi era molto più attivo in azienda. Staccatosi lui, del resto, gli uomini delle triangolazioni rimangono sempre gli stessi, con in testa il produttore Frank Agrama che tra la fine degli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta si sarebbe appropriato indebitamente ai danni di Mediaset di 170 milioni di dollari. Soldi riversati su conti rimasti liquidi, oppure retrocessi in parte ai protagonisti della vicenda.

E per De Pasquale, Agrama non sarebbe altro che “il socio occulto” di Berlusconi”. Un indizio che il premier potesse sapere è nel fatto che i versamenti in passato partivano anche da conti di società che rimandavano nell’intestazione allo stesso Berlusconi. “I trasferimenti di denaro – si legge nella rogatoria – sono stati effettuati dai conti correnti della Silvio Berlusconi Finanziaria Sa (dal 1995 Sfi – Societé Fiancière d’Investissement) e dai conti correnti della società International Media Services Ltd (posseduta da Mediaset al 99%) a favore di: 1) conti bancari gestiti da fiduciari di Berlusconi (Del Bue di Arner e altri); 2) dei conti delle società di Frank Agrama; 3) di conti bancari di società di Lorenzano; 4) di conti intestati a società di comodo”.

Paolo Del Bue è tra i fondatori di Banca Arner, l’istituto di credito elvetico considerato vicino a Berlusconi e finito nel mirino di un’altra inchiesta milanese per alcune attività sulle quali grava l’ipotesi di riciclaggio. Daniele Lorenzano, invece, è l’ex capo acquisti diritti di trasmissione per il gruppo Fininvest e per Mediaset. Il flusso di soldi è cospicuo. “Per quanto riguarda le distrazioni di fondi a favore delle società di Agrama – scrive il pm – è stato contestato di essersi appropriati di un ammontare corrispondente a circa 170 milioni di dollari, costituenti la differenza tra quanto versato ad Agrama dal gruppo Fininvest e da Mediaset spa per l’acquisto di prodotti Paramount e quanto effettivamente corrisposto da Agrama a Paramount. Ciò è accaduto nel periodo 1988-1999”.


Nel tempo, le somme sono state versate dai conti ufficiali del gruppo Fininvest (prevalentemente il conto presso la Banca Commerciale Italiana di Londra della Silvio Berlusconi Finanziaia/Sfi) dai conti della società Principal Network Ltd presso Banca della Svizzera Italiana di Lugano e Finter Bank & Trust Bahamas, dai conti della società Ims Ltd (prevalentemente il conto intestato a Ims presso la Banca Commerciale Italiana di Londra).
Agrama, tramite il suo difensore, l’avvocato Roberto Pisano, confida in una piena assoluzione, e ha fatto sapere, ricordando anche alcune testimonianze raccolte dai pm, “come fosse normale prassi commerciale per le major americane utilizzare intermediari per la cessione dei diritti televisivi nei più importanti Paesi del mondo e, per ciò che concerne l’Italia, anche per la cessione dei diritti tv alla Rai”. L’avvocato di Belrsuconi, Piero Longo, ha invece dichiarato che il premier non si avvarrà della facoltà di essere interrogato come consente il codice dopo la chiusura dell’indagine e la messa a disposizione degli atti.

La trattativa con Cosa nostra secondo Ciancimino | Pietro Orsatti

Ecco la seconda parte dell’articolo di Pietro Orsatti sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. [qui trovate la prima parte]

La trattativa con Cosa nostra secondo Ciancimino | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

Dal racconto che fa Massimo Ciancimino della vita di suo padre, dell’ex sindaco di Palermo, emerge un dato di grande importanza per interpretare la storia siciliana e italiana. Sarebbero esistiti fin dagli anni ’70 rapporti continui fra pezzi importanti della politica nazionale, uomini dei servizi e i capi di Cosa nostra. E al centro di questo intreccio vi erano alcuni uomini, fra cui lo stesso Vito Ciancimino. Nella puntata precedente (pubblicata su Terra) di questa ricostruzione delle versioni fornite da Massimo Ciancimino ai magistrati in più di un anno e mezzo di interrogatori, si vede il potente Vito entrare direttamente come intermediario, anche se laterale, in vicende centrali per la storia del nostro Paese: il caso Moro, la strage di Ustica, l’omicidio di Piersanti Mattarrella. E si nota anche come, con l’andar del tempo e con il progressivo deteriorarsi dell’immagine dell’ex sindaco (il primo arresto, le inchieste, le voci di stampa), Vito Ciancimino venisse messo a lato, continuando ad avere un ruolo ma non più di comando.
La forza di Ciancimino è e rimane comunque quella di avere, da sempre, un rapporto continuo ed univoco con Bernardo Provenzano. L’insistere da parte di Massimo Ciancimino su questo dettaglio è fondamentale per capire un dato che diventerà di importanza assoluta per capire sia la dinamica delle stagioni delle stragi del 1992/93, sia per districarsi nell’affaire della trattativa fra Stato e mafia. Bernardo Provenzano e Totò Riina hanno due linee e due approcci differenti, come due linee e due referenti diversi hanno Vito Ciancimino e l’andreottiano Salvo Lima. Lima che, secondo Ciancimino, è il canale diretto per Toto Riina.
Immediatamente dopo la strage di Capaci, anche se ormai marginalizzato, Vito Ciancimino ritorna ad essere fondamentale per riaprire un dialogo con Cosa nostra e interrompere la fase stragista che rischia di mettere a repentaglio decenni di equilibri di potere. Lima è stato ucciso pochi mesi primi, l’unico canale è l’ex sindaco. E qui i ricordi di Massimo Ciancimino si fanno chiari perché è lui protagonista del primo contatto. Secondo il racconto fatto ai magistrati, Massimo viene avvicinato, infatti, su un volo Palermo Roma dal capitano Di Donno dei Ros dei carabinieri e convinto a farsi tramite verso il padre per avviare una sorta di trattativa. Una sorta di pax in cambio della consegna di super latitanti del calibro di Totò Riina, apprenderemo poi. Contemporaneamente Antonino Cinà, medico ma organico a Cosa nostra e coimputato nel processo Dell’Utri, sta facendo invece da tramite sempre per una presunta trattativa (il famoso «si sono fatti sotto» attribuita al capo della cupola) con Totò Riina. I due momenti coincidono, e Ciancimino è chiamato a quella che i pm nell’interrogatorio al figlio definiscono una sorta di «consulenza».
Andiamo al racconto dell’intreccio politico mafioso descritto da Ciancimino. De Donno è uomo dell’allora colonnello dei Ros Mario Mori (attualmente i due sono sotto preocesso per aver favorito la mancata cattura di Provenzano nel 1995). Il primo contatto, ricordiamolo, avviene nel periodo che intercorre fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. E avviene dopo che, da anni, Ciancimino ha allacciato una relazione di collaborazione con i servizi e in particolare con un fantomatico “signor Franco” (che a volte viene anche chiamato “signor Bruno”). «Ho sempre detto che mio padre da queste cose, sì, anche per un senso di schifo che aveva provato per tutto ma ne voleva trarre qualche minimo vantaggio, non pensava mai minimamente che questo potesse avvenire solo attraverso il Capitano De Donno e il Colonnello Mori – racconta ai pm Massimo Ciancimino -. Come ho già detto nei precedenti interrogatori ancor prima di iniziare la così detta trattativa mio padre aveva chiesto al signor Franco (l’uomo dei servizi, ndr) se era il caso e al signor Lo Verde (sotto questo nome si nascondeva Bernardo Brovenzano, ndr) se era il caso di ricevere il Colonnello e il Capitano». Avuta rassicurazione sia dall’uomo dei servizi che, a quanto si capisce, anche da Provenzano, Ciancimino si appresta a «mandare avanti questa trattativa». Da uomo accorto Ciancimino chiede al “signor Franco” se altri personaggi fossero a conoscenza della possibile trattativa. «Alla domanda di mio padre, (…) gli era stato riferito che di tutta la situazione erano a conoscenza sia l’Onorevole Mancino (Nicola Mancino, appena nominato ministro dell’Interno e attuale vicepresidente del Csm, ndr) che l’Onorevole Rognoni (Virginio Rognoni, all’epoca ministro della Difesa, ndr). Mi ricordo bene questa situazione perché mio padre di questo rimase un po’ deluso in quanto lui riteneva l’uomo chiave che potesse in quel momento storico dare un contributo, contributo positivo all’esito delle sue situazioni processuali, (sarebbe stato) l’Onorevole Violante (all’epoca presidente della commissione parlamentare Antimafia), difatti più volte chiese se era.. se non si riusciva a coinvolgere l’Onorevole Violante. (…) Non gli fu mai detto di un coinvolgimento dell’Onorevole Violante, ma (il signor Franco, ndr) disse soltanto di fidarsi (e di avere) come referenti l’Onorevole Rognoni e l’Onorevole Mancino». Questo dato, questo insistere in particolare su Nicola Mancino come referente informato, fa nascere innumerevoli dubbi. In particolare su quali furono le motivazioni reali, dopo la strage di Capaci, di una seconda strage così ravvicinata per uccidere anche Paolo Borsellino.
Emerge dal racconto di Massimo Ciancimino un altro elemento che ci consente di dare un’altra chiave di lettura alla storia degli ultimi vent’anni della Repubblica. Della possibile trattativa viene informato anche Totò Riina, attraverso Cinà, e questi presenta il cosiddetto “papello”, il foglio con richieste del gotha di Cosa nostra allo Stato. Richieste che Vito Ciancimino reputa, fina da subito, non recepibili se non una provocazione di un capo mafia che ormai si sente intoccabile, vincente, onnipotente. A questo punto, attraverso Bernardo Provenzano, si innescherebbe la vera trattativa, il cui prezzo sarebbe stata la cattura di vari boss fra cui l’arresto di Totò Riina. E Massimo Ciancimino spiega come sarebbe stato proprio suo padre, in collaborazione e probabilmente su indicazioni precise di Provenzano, a indicare come catturare il cosiddetto “capo dei capi”. Indicazioni fornite ai Ros di Mori che, infatti, il 15 gennaio del 1993 arrestarono Riina.
È a questo punto che Vito Ciancimino, dopo essersi esposto sia sul versante di Cosa nostra che su quello dei servizi e dei Ros, si trova ad essere scavalcato e rimosso. E secondo Massimo Ciancimino a subentrare all’ex sindaco, ormai “bruciato” e da lì a poco arrestato, sopraggiunge l’attuale senatore del Pdl Marcello dell’Utri, all’epoca capo di Publitalia e impegnato nella costruzione di Forza Italia: è il ’93. Il particolare emerge dall’interrogatorio del 9 luglio del 2008, quando Massimo Ciancimino racconta proprio della cattura del boss Totò Riina e di come suo padre cavalcando il malcontento di Provenzano verso la politica stragista del boss corleonese, fosse stato convinto a «consegnare» il latitante. Un’informazione che l’ex sindaco riferì ai carabinieri. E proprio nell’ultima fase della trattativa, nonostante il contributo fornito da don Vito, che l’ex sindaco Dc sarebbe stato sostituito da un altro soggetto. «Da qualcuno che l’aveva scavalcato?» chiede il pm al teste. Massimo Ciancimino annuisce e a domanda del magistrato risponde: «Mio padre disse che Marcello Dell’Utri poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile secondo lui, dice poi per quanto ne sono a conoscenza io, di altri cavalli vincenti che possono garantire rapporti». Una convinzione che sarebbe stata più di un’ipotesi per il teste: «tant’è – prosegue – che lui (Ciancimino n.d.r.) una volta pure tentò di agganciare Dell’Utri perché voleva parlargli, poi non se ne fece più niente perché Dell’Utri aveva paura di incontrare mio padre». E mentre si aspettano gli altri verbali degli interrogatori di Ciancimino ancora non depositati, va in scena a Palermo proprio la fase conclusiva del processo d’appello al senatore Pdl.

(2/2 fine)

Dell’Utri, “uomo di zio Bino”

Fonte: Dell’Utri, “uomo di zio Bino”.

Ciancimino Jr rivela ai PM di Palermo

Che Bernardo Provenzano lo considerasse affidabile lo aveva già raccontato un suo ex braccio destro, il boss di Caccamo, Nino Giuffè. Tra il 1993 e il 1994, aveva ricordato il super pentito, Zio Bino al termine di una mezza dozzina di riunioni tra capimafia, aveva detto: “Siamo in buone mani, ci possiamo fidare”. Ma l’eventualità che tra il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, e l’anziano uomo d’onore corleonese, per dieci anni alla guida di Cosa Nostra, vi fossero stati degli incontri a tu per tu era finora rimasta solo nel campo delle ipotesi. Chi adesso invece spariglia le carte e dà per sicuri quei summit, in cui si discuteva su come risolvere politicamente i molti problemi della mafia, è Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, l’ex sindaco di Palermo protagonista di un pezzo importante della presunta trattativa tra Stato e i clan siciliani dei primi anni Novanta. Dice Ciancimino Junior: “Tra di loro c’erano rapporti stretti, molto stretti. Io so che si conoscevano che c’era un rapporto diretto. Tant’è che per mio padre, quando aveva bisogno di avere favori da quel partito (Forza Italia ndr) o notizie, bozze di legge, il punto di riferimento per era sempre il Lo Verde (uno degli alias di Provenzano ndr). Spesso anche tramite il Lo Verde mi sono arrivati a casa disegni di legge a casa, manovre su cose (il sequestro ndr) dei beni…”.

È questa, forse, la rivelazione più importante contenuta nei 22 verbali del giovane Ciancimino, depositati due giorni fa (con parecchi omissis) al processo per la mancata cattura di Provenzano contro l’ex capo del Ros dei carabinieri, generale Mario Mori. Per mesi davanti ai magistrati di Caltanissetta e Palermo, Ciancimino Junior ha provato a riscrivere un pezzo di storia d’Italia, consegnando i documenti conservati da suo padre, i pizzini ricevuti da Provenzano, e soprattutto le spiegazioni su quanto era accaduto in Sicilia affidate da don Vito a un libro che l’ex sindaco democristiano stava scrivendo prima di morire. Così Massimo Ciacimino parla dei misteri della storia italiana recente: da Ustica al caso Moro, dagli omicidi di Michele Reina e Pietro Scaglione a quello di Piersanti Mattarella. E ricostruisce pure il versamento di presunte tangenti date “da Romano Tronci all’onorevole Enrico La Loggia” (ex Dc, poi ministro di Forza Italia), e racconta di “una somma di denaro (duecentocinquantamila euro)” consegnata nel 2005 un commercialista perché fosse girata al presidente della Commissione Affari Costituzionali del senato, Carlo Vizzini.

Dalla moviola della sua memoria esce insomma il dipinto verosimile, ma ancora tutto da verificare, dell’area grigia. Di quella zona di confine tra la mafia e una borghesia siciliana da sempre abituata a convivere e a fare affari con i boss. Un filo sottile che parte da Palermo per arrivare a Roma e che poi, secondo Massimo Ciancimimo, si riannoda ad Arcore dove Dell’Utri, già trentacinque anni fa, “sicuramente aveva gestito soldi che appartenevano sia a Stefano Bontade (il capo della mafia palermitana ucciso nel 1981 ndr) che a persone a lui legate”. Ai pm Ciancimino junior ha offerto molte piste per i possibili riscontri: nomi di società tra le famiglie mafiose dei Bonura e dei Buscemi (questi ultimi già risultati soci del gruppo Ferruzzi di Ravenna), l’identità di commercianti di diamanti testimoni dei presunti passaggi di capitali, appunti di suo padre. Ma per il momento tutto è ancora coperto dal segreto investigativo. Agli atti finisce invece il racconto del dopo. Di quello che accadde quando nel 1992 Cosa Nostra uccide l’eurodeputato Salvo Lima, l’andreottiano che fino a quel momento aveva fatto da tramite tra la grande politica e le cosche. A quel punto don Vito, già arrestato e condannato, ma ancora libero, accarezza l’idea di prendere il suo posto. Con Provenzano vanta un’amicizia antica. I carabinieri del Ros, che vogliono catturare Totò Riina, bussano spesso alla sua porta. Don Vito pensa così di poter diventare il nuovo punto d’equilibrio tra Stato e mafia. Ma la situazione presto precipita. Lui va in carcere e viene sostituito. “Da chi? Da qualcuno che l’aveva scavalcato?” domandano i pm. Ciancimino junior risponde sicuro: “Mio padre disse che Marcello Dell’Utri, una persona che non stimava, perché la riteneva troppo impulsiva, poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile”. E le sue, secondo il figlio dell’ex sindaco, non erano ipotesi. Perché, nel corso degli anni, del rapporto diretto tra Provenzano e l’ideatore di Forza Italia, lui avrebbe avuto più volte riscontri diretti. Per esempio un biglietto ricevuto dalle mani del boss nel settembre 2001. Nel dattiloscritto si legge: “Carissimo Ingegnere (don Vito Ndr) ho letto quello che mi ha dato M (Massimo ndr)… Mi è stato detto dal nostro Sen e dal nuovo Pres che spigeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. è benintenzionato. Il nostro amico Z ha chiesto di incontrare il Sen. Ho letto che a lei non ha piacere e bisogna prendere tempo si tratta di nomine nel gas, mi ha detto che vi trovate in Ospedale che la salute vi ritorni presto e che il buon Dio ci assista”.

Massimo Ciancimino, che ha già potuto apprezzare le capacità d’intervento del padre sul mondo Fininvest quando era riuscito a far assumere, nel giro di 20 giorni, un’amica a Publitalia, traduce. Il “nostro sen” è Dell’Utri, il “nuovo pres” è invece il governatore Siciliano Totò Cuffaro, mentre “l’av” è l’avvocato Nino Mormino, difensore di tutto il ghota di Cosa Nostra, legale di fiducia di Dell’Utri e, in quel momento vice-presidente della commissione giustizia della Camera. Tre politici già finiti sotto inchiesta per fatti di mafia (i primi due condannati in primo grado, il terzo archiviato) che, secondo Ciancimino junior, cercavano di darsi da fare perché l’ultima parte di pena che ancora costringeva l’ex sindaco agli arresti domiciliari, fosse cancellata da un provvedimento di clemenza. Anche per questo nelle mani di Ciancimino, altre volte anche tramite Provenzano, a partire dal ’96 arrivano spesso gli articolati pro-mafia, poi presentati in parlamento. O almeno così dice Ciancimino Junior che spiega anche come “il nostro amico Z”, fosse suo cugino, Enzo Zanghi. Un uomo già finito nel mirino degli investigatori nel 1998, quando due mafiosi legati a Provenzano, in alcune intercettazioni avevano parlato di lui come della persona che chiedeva di votare per Dell’Utri alle elezioni europee.

Certo, non tutte le parole di Ciancimino Junior vanno prese come oro colato. Gli investigatori stanno cercando di capire come mai già in bigliettini del 2000, quando Dell’Utri era solo deputato, comparisse un “amico senatore” che, secondo il testimone, sarebbe sempre il braccio destro di Berlusconi. Ma il dato è che per ora le sue parole sembrano preoccupare molte persone. Tanto che nei giorni scorsi, il giovane Ciancimino ha detto a Il Fatto Quotidiano di essere stato avvicinato da un emissario di Dell’Utri, forse proprio in vista di una possibile convocazione al processo d’appello contro il senatore azzurro. A Palermo e non solo, si trattiene il respiro.

Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2010)