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Marcello, Silvio e la mafia

Marcello, Silvio e la mafia.

Come molti sapranno, il processo d’appello a carico del senatore del Pdl Marcello Dell’Utri sembra essere in dirittura d’arrivo (la sentenza potrebbe già arrivare prima dell’inverno). E’ interessante dunque andare a rileggere in modo approfondito cosa stabiliva la sentenza del processo di primo grado con cui, l’11 dicembre 2004, la II Sezione Penale del Tribunale di Palermo, composta dal Presidente Leonardo Guarnotta e dai Giudici Estensori Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari, condannò Marcello Dell’Utri e Gaetano Cinà a nove e sette anni di reclusione rispettivamente per concorso esterno in associazione mafiosa.


Una sentenza troppo spesso dimenticata e lasciata marcire nelle aule dei tribunali (la sera della condanna, Bruno Vespa preferì improvvisare un dibattito sul taglio delle tasse). Una sentenza che tratteggia scenari agghiaccianti sulla nascita del più importante impero finanziario italiano. Una sentenza che di per sè dice tutto (cosa ci potrebbe essere ancora di peggio?) e che, se solo fosse resa nota e spiegata agli Italiani in modo capillare, famiglia per famiglia, provocherebbe più di qualche dubbio anche nei più strenui difensori del Cavaliere. Una sentenza che, se confermata nei successivi gradi di giudizio, riscriverebbe trent’anni di storia italiana.


Cosa ci potrebbe essere di peggio che venire a sapere che l’attuale presidente del consiglio, all’inizio della propria scalata al potere, incontrò nei suoi uffici di Milano l’allora boss della mafia Stefano Bontate (nel triumvirato insieme con Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio) per ottenere la protezione del padrino di Cosa Nostra? Cosa ci potrebbe essere di peggio che venire a sapere che l’attuale presidente del consiglio, dopo la morte di Bontate, trivellato da colpi di kalashnikov durante la guerra di mafia, continuò imperterrito a intrattenere contatti, tramite la mediazione di Marcello Dell’Utri, con il nuovo boss di Cosa Nostra, un tale che si chiamava Totò Riina? Cosa ci potrebbe essere di peggio che venire a sapere che l’attuale presidente del consiglio continuò per almeno una ventina d’anni a oliare le casse di Cosa Nostra con tangenti da 50/100 milioni di vecchie lire a semestre e che quei soldi venivano ritirati personalmente da emissari di Riina nell’ufficio di Dell’Utri a Milano? Cosa ci potrebbe essere di peggio che venire a sapere che tutto ciò avveniva e continuò ad avvenire anche a cavallo delle stragi del ’92 e sicuramente almeno fino a poco tempo prima del tritolo in via D’Amelio? Cosa ci potrebbe essere di peggio che venire a sapere che il partito fondato dall’attuale presidente del consiglio, Forza Italia, fu creato, dopo la cattura di Riina il 15 gennaio 1993, anche per tutelare gli specifici interessi del nuovo boss di Cosa Nostra, un tale che si chiamava Bernardo Provenzano?


Bene, in quella sentenza di prima grado c’è scritto tutto questo e molto altro.


La vicenda giudiziaria era cominciata il 19 maggio 1997 quando il Giudice per l’Udienza Preliminare presso il Tribunale di Palermo aveva disposto il rinvio a giudizio degli imputati Marcello Dell’Utri, a piede libero, e Gaetano Cinà, detenuto in carcere in stato di custodia cautelare, per rispondere dei reati loro contestati. Dopo sette anni di udienze, l’11 dicembre 2004 il Tribunale dava lettura del dispositivo della sentenza di condanna per i due imputati.
In particolare, Marcello Dell’Utri veniva giudicato colpevole dei seguenti reati:


– Delitto di cui agli artt. 110 e 416 commi 1, 4 e 5 c.p., per avere concorso nelle attività della associazione di tipo mafioso denominata Cosa Nostra, nonché nel perseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione della medesima associazione l’influenza ed il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario ed imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività, partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento ed alla espansione della associazione medesima.

E così ad esempio:

1. partecipando personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali agli interessi della organizzazione;

2. intrattenendo, inoltre, rapporti continuativi con l’associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo di detto sodalizio criminale, tra i quali Bontate Stefano, Teresi Girolamo, Pullarà Ignazio, Pullarà Giovanbattista, Mangano Vittorio, Cinà Gaetano, Di Napoli Giuseppe, Di Napoli Pietro, Ganci Raffaele, Riina Salvatore;

3. provvedendo a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione;

4. ponendo a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano. Rafforzando così la potenzialità criminale dell’organizzazione in quanto, tra l’altro, determinava nei capi di Cosa Nostra ed in altri suoi aderenti la consapevolezza della responsabilità di esso Dell’Utri a porre in essere (…) condotte volte ad influenzare – a vantaggio della associazione per delinquere – individui operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario.


Spiega il Tribunale: “L’indagine dibattimentale ha avuto ad oggetto fatti, episodi ed avvenimenti dipanatisi nell’arco di quasi un trentennio e cioè dai primissimi anni ‘70 sino alla fine del 1998, quando il dibattimento era in corso da circa un anno, ed ha esplorato le condotte tenute dai due prevenuti in tale notevole lasso di tempo ed, in particolare, ha analizzato l’evolversi della carriera di Marcello Dell’Utri da giovane laureato in giurisprudenza a modesto ma ambizioso impiegato di un istituto di credito di un piccolo paese della provincia di Palermo, a collaboratore dell’amico Silvio Berlusconi (sirena al cui richiamo non aveva saputo resistere rinunciando ad un sicuro posto in banca ed allontanandosi definitivamente dalla natia Palermo), ad amministratore di una impresa in stato di decozione del gruppo facente capo a Filippo Alberto Rapisarda (con il quale ha intrattenuto, per sua stessa ammissione, un rapporto di amore-odio), a ideatore e creatore della fortunata concessionaria di pubblicità Publitalia, polmone finanziario della Fininvest, ad organizzatore del nascente movimento politico denominato Forza Italia, a deputato nazionale nel 1996, a parlamentare europeo nel 1999 ed, infine, a senatore della Repubblica nel 2001. Ad avviso del Collegio, l’accurata e meticolosa indagine dibattimentale ha consentito di acquisire inoppugnabili elementi di riscontro alle condotte (…) contestate ai due imputati e dettagliatamente descritte nei capi di imputazione.


(…) A Marcello Dell’Utri è stato fatto carico del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso (…). Gli elementi probatori emersi dall’indagine dibattimentale espletata hanno consentito di fare luce: sulla posizione assunta da Marcello Dell’Utri nei confronti di esponenti di Cosa Nostra, sui contatti diretti e personali con alcuni di essi (Bontate, Teresi, oltre a Mangano e Cinà), sul ruolo ricoperto dallo stesso nell’attività di costante mediazione tra quel sodalizio criminoso, il più pericoloso e sanguinario nel panorama delle organizzazioni criminali operanti al mondo, e gli ambienti imprenditoriali e finanziari milanesi con particolare riguardo al gruppo Fininvest; sulla funzione di “garanzia” svolta nei confronti di Silvio Berlusconi, il quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona, adoperandosi per l’assunzione di Vittorio Mangano presso la villa di Arcore dello stesso Berlusconi, quale “responsabile” (…) e non come mero “stalliere”, pur conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano sin dai tempi di Palermo (ed, anzi, proprio per tale sua “qualità”), ottenendo l’avallo compiaciuto di Stefano Bontate e Teresi Girolamo, all’epoca due degli “uomini d’onore” più importanti di Cosa Nostra a Palermo.


Sugli ulteriori rapporti dell’imputato con Cosa Nostra, favoriti, in alcuni casi, dalla fattiva opera di intermediazione di Cinà Gaetano, protrattisi per circa un trentennio nel corso del quale Marcello Dell’Utri ha continuato l’amichevole relazione sia con il Cinà che con il Mangano, nel frattempo assurto alla guida dell’importante mandamento palermitano di Porta Nuova, palesando allo stesso una disponibilità non meramente fittizia, incontrandolo ripetutamente nel corso del tempo, consentendo, anche grazie a Cinà, che Cosa Nostra percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo dall’azienda milanese facente capo a Silvio Berlusconi, intervenendo nei momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa ed il gruppo Fininvest (…), chiedendo al Mangano ed ottenendo favori dallo stesso (…) e promettendo appoggio in campo politico e giudiziario. Queste condotte sono rimaste pienamente ed inconfutabilmente provate da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali di conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di giustizia; la pluralità dell’attività posta in essere, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa Nostra alla quale è stata, tra l’altro, offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Marcello Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che, lato sensu, politici”.


Qui di seguito riportiamo il testo completo della sentenza di primo grado ed un libro, scaricabile gratuitamente, intitolato “Marcello, Silvio e la mafia“, che ripercorre, in maniera forse più leggibile (senza gli ovvi tecnicismi di un testo giuridico) ma assolutamente accurata, tutta quella serie di testimonianze, documenti, intercettazioni, riflessioni, deduzioni logiche, considerate dal Tribunale “una granitica fonte probatoria“, che hanno portato alla sopra citata sentenza di condanna.

Marcello, Silvio e la mafia [ ] 16/09/2009 18:08
Sentenza Dell’Utri (primo grado) [ ] 16/09/2009 18:07

Antimafia Duemila – Giovanna Maggiani Chelli scrive a Toto’ Riina

Antimafia Duemila – Giovanna Maggiani Chelli scrive a Toto’ Riina.

di Giovanna Maggiani Chelli – 13 luglio 2009

Egregio Signor  Salvatore Riina, non è la prima volta che io Le scrivo.  Naturalmente tutte le mie lettere sono cadute nel vuoto: Lei non si pentirà mai. Questo ho sempre chiesto nelle mie lettere: il suo “pentimento”, ma Lei mai e poi mai collaborerà con la giustizia perché, ne sono certa, ritiene di non essere “un infame”. E’ una questione di punti di vista. Lei i collaboratori li chiama “infami”, io non li amo, ma li ritengo persone che hanno il coraggio di guardare in faccia la realtà, che hanno preso coscienza del fatto di aver ucciso tante persone e, con le loro azioni, di aver pesantemente condizionato la vita democratica del nostro Paese.
Ma a Lei questo non interessa; Lei non conosce la democrazia ed il vivere civile e, soprattutto, non li vuole conoscere, perché questo sarebbe come ammettere in Lei un segno di debolezza, come rilevare in Lei la presenza di una coscienza e, diciamocelo, Lei una coscienza non ce l’ha. Ma, se può consolarla, fra i politici, nelle Istituzioni, fra i dirigenti di aziende importanti e di finanziarie ancora più importanti, fra i direttori di banca  come tra gli alti prelati, sono in tanti a non avere una coscienza…. come Lei.
Il livello delinquenziale al quale Lei è arrivato, purtroppo, nella nostra disgraziata Italia è congeniale a molti, a troppi.
Veniamo al perché di questa lettera: Lei ha travolto la mia famiglia in un vigliacco atto terroristico, la strage di via dei Georgofili del 27 Maggio 1993.
E’ la terza volta che Le scrivo pubblicamente nel corso di questi 16 anni. Lo faccio in questo momento perché desidero informarLa che mia figlia, colei alla quale i suoi uomini hanno rovinato la vita in via dei Georgofili il 27 Maggio 1993, si è questa mattina laureata a Firenze presso la facoltà di architettura , con 110 e Lode.
La voglio mettere pubblicamente a parte di questa cosa importante, perché suo cognato Leoluca Bagarella brindò quando esplosero le bombe nel 1993. Oggi sappiamo che tutti brindaste perché sapevate che Vi  avrebbero abolito il “41 bis”, quel famigerato “41 bis” che tanto fa dannare la mafia perché teme che chi non sopporta il carcere duro si faccia “sbirro”.
Come Gaspare Spatuzza ultimamente o come Giovanni Brusca che, sia pure con difficoltà, ogni tanto qualcosa di buono dice.
A proposito di brindisi apro una parentesi: io brinderò pubblicamente – se Dio me lo concederà e se sarò ancora viva – quando moriranno coloro che nel 1993 ci hanno messo nelle mani della mafia, ogni volta che ne morirà uno solleverò un calice e urlerò come fece Bagarella quando morirono i nostri figli.
Ebbene, Le parlo di mia figlia e di questo importante momento della sua vita, perché Le voglio dire semplicemente:
Egregio Signor Riina, il Suo tritolo, il Vostro tritolo, e di quanti con Voi lo hanno fortemente voluto per salvarsi dalla galera, ha spezzato mia figlia, ma non l’ha piegata.
Pur fra mille difficoltà, con uno Stato spesso disattento, mia figlia ce l’ha fatta a raggiungere quell’obiettivo che si era prefissata.
Posso oggi ben dirlo: quella mattina  del 27 Maggio 1993, mia figlia doveva affrontare un importante esame di architettura. Il sistema marcio, colluso con “cosa nostra”, colluso con Lei , ha cercato di fermarla, ma non ce l’avete fatta.
Una rondine non fa primavera, non ci illudiamo, non è una laurea in architettura che restituirà la vita rubata alla mia grandissima figlia.
Ma lo sforzo compiuto per ottenere questa laurea in architettura, per non darla vinta a Lei e ai suoi arroganti mafiosetti, per non darla vinta a quei politici che hanno fatto e fanno affari con Lei  comprandosi barche da mille metri e ville faraoniche in mezzo al verde,  a quei banchieri che i soldi li hanno messi sul tavolo di trafficanti di armi che hanno le case piene di quadri preziosi, e ancora per non darla vinta a quei capi militari che giocano a chi compra il diamante più grosso alla propria moglie e a quegli uomini di Chiesa che si sono venduti per avere più oro sulle mitre e infine a quegli uomini delle Istituzioni che si sono venduti anche solo per risultare più importanti, ebbene quello sforzo compiuto è riuscito.
Questa laurea di mia figlia, è  la rivincita su quei 300 chili di tritolo usato sulla pelle di innocenti per nascondere ancora una volta le miserie di chi ha dato alla mafia la possibilità di andare in Parlamento.
Ne approfitto mentre ho la penna in mano: dica a Sua figlia di trovarlo lei il coraggio di raccontare tutto quello che sa, di dirci con chi il padre andava a braccetto e anche Sua figlia ce l’avrà fatta, ce l’avrà fatta alla faccia di chi, ogni giorno, dice fra sé e sé “tanto i RIINA non parlano, perché sono mafiosi con la coppola e loro non tradiscono, noi invece con i colletti bianchi li sappiamo tradire eccome”.
I politici ci hanno traditi-  diceva spesso Leoluca Bagarella in aula a Firenze –  durante i processi per le stragi del 1993.

Io c’ero.
Cordiali saluti