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Calvi, il processo dimenticato | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

Calvi, il processo dimenticato | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

A 28 anni dalla morte del “banchiere di Dio”, Roma celebra l’Appello. Tutti assolti in primo grado

di Rita Di Giovacchino

Piazzale Clodio, Roma, in un’aula semivuota della palazzina A si svolge da mesi il processo per l’omicidio di Roberto Calvi, l’ex presidente dell’Ambrosiano trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Blackfriars a Londra. Sono trascorsi 28 anni da quel giorno e questa potrebbe essere l’ultima occasione per fare luce sull’oscura fine dell’ultimo “banchiere di Dio”. In primo grado i quattro imputati sono stati tutti assolti dall’accusa di aver ucciso il presidente dell’Ambrosiano che – a dire del pm Luca Tescaroli – sarebbe stato eliminato per vendetta dalla mafia siciliana che nel crac aveva perduto centinaia di miliardi di dollari. Gli imputati sono Pippo Calò, Ernesto Diotallevi, Flavio Carboni e Silvano Victor. Ognuno di loro rappresenta un pezzo della storia criminale di questo paese, la mafia, la Banda della Magliana, la P2. La sentenza d’appello è prevista a giorni ma l’ipotesi che capovolga il verdetto assolutorio di primo grado appare lontana in quest’aula dove si consumano gli ultimi passaggi del processo più dimenticato di questi anni. Anche se ci aiuterebbe a capire quale eredità ha lasciato nell’Italia di oggi quel cadavere penzolante tra i grattacieli della City.

In realtà il processo Calvi non piace a nessuno. Assenti i giornalisti, assenti anche gli imputati, le arringhe dei difensori irridono alla dura requisitoria di Tescaroli, ai pentiti di mafia – da Buscetta ad Antonino Giuffrè – alle ricostruzioni dei periti che tra mille difficoltà sono riusciti a dimostrare che il banchiere non si suicidò – come sostenne il Coroner – ma fu davvero ucciso e poi trascinato sotto il ponte, agganciato alla trave, tragico manichino esposto al ludibrio. “Così chi doveva capì, capiva”, ha efficacemente sintetizzato Sabrina Minardi, la testimone del caso Orlandi, un altro pezzo della stessa storia. I soldi della mafia che lo Ior di Paul Casimir Marcinkus riuscì a far sparire attraverso quei circuiti off-shore che consentirono al Vaticano di finanziare Solidarnosc in Polonia e il dittatore Somoza in Nicaragua, uno di quelli che “proteggeva” la Chiesa da movimenti marxisti. A chi può far piacere scoprire che il comunismo fu sconfitto anche grazie ai soldi di Cosa Nostra? C’è un solo giornalista che segue il processo, ma è inglese. Si chiama Philip Willan e ha già scritto un libro sull’Italia dei poteri occulti. Quella di cui qui nessuno vuol saperne. Qualche volta c’è Flavio Carboni, come sempre sorridente, appena un po’ ingrassato, unica novità la folta chioma riccioluta che ha preso il posto del vecchio toupet.

Carboni è abituato a entrare nelle aule giudiziarie con accuse da ergastolo e a uscirne puntualmente assolto. “Non c’è nessuna novità rispetto alle accuse che la sentenza di primo grado ha totalmente smantellato”, tuona l’avvocato Borzone che lo difende. Nella foga cita Sciascia, assicura che non è successo niente. Neppure il crac dell’Ambrosiano. In realtà una novità c’è ed è quell’appunto autografo di don Vito Ciancimino – che il figlio Massimo ha recuperato nel disordinato archivio paterno – dove per la prima volta accanto al nome di Calvi spunta quello del senatore Marcello Dell’Utri. Un messaggio un po’ criptico ma che lascia intravedere nuovi scenari negli intrecci tra gli interessi mafiosi e l’omicidio del banchiere. Carboni sorride ancora, l’acqua lo bagna e il vento l’asciuga.

Di recente il suo nome è emerso nell’ambito della nuova inchiesta su politici, magistrati, affaristi legati da scambi di favori. C’è anche quello di Dell’Utri. Scusi Carboni, da quanto tempo conosce Dell’Utri? “Da una vita, non ricordo…moltissimi anni”. Da quando? “Mi sembra dalla fine degli anni Settanta, sa quegli appalti in Sardegna”. Gli appalti in Sardegna di Berlusconi? “Non mi tiri in mezzo per carità…”. Poi con un guizzo d’orgoglio s’impenna: “Ma lei lo sa chi ce l’ha portato in Sardegna Berlusconi? Ce l’ho portato io, non se lo ricorda?”. Il passato non è poi così lontano. Ma chi ha voglia di ricordarsene fuori da quest’aula?

Da il Fatto Quotidiano del 30 aprile

Il “cassiere della mafia” nonché socio di B. | Il blog di Daniele Martinelli

Il “cassiere della mafia” nonché socio di B. | Il blog di Daniele Martinelli.

Oggi i giornali parlano di una nuova inchiesta avviata dalla procura di Roma che, partendo da grandi affari immobiliari tra la capitale e la Sardegna, investe i palazzi della politica, della magistratura e dell´imprenditoria. Tremano i soliti personaggi eccellenti tra i quali gli immancabili parlamentari del centrodestra piduista. Tra loro c´è il “faccendiere” Flavio Carboni, già cassiere della mafia, e già coinvolto nelle indagini sulla morte del banchiere Roberto Calvi trovato impiccato sotto il ponte dei “Frati Neri” a Londra nel 1982.

Carboni è indagato per quanto avrebbe dichiarato in alcune telefonate intercettate con il giudice tributario Pasquale Lombardi, presunto creatore di una rete di imprenditori e affaristi. Dalle intercettazioni emergono colloqui diretti con Marcello Dell’Utri oltre a Denis Verdini (già indagato a Firenze per i grandi eventi legati al G8).
Carboni, dopo l’assoluzione in primo grado, è in attesa della sentenza d’appello per la morte di Calvi, presentatogli sulla costa Smeralda dal piduista agente dei servizi segreti Francesco Pazienza perché “provvisto di buone entrature con Ciriaco De Mita“. La conoscenza avvenne nel periodo in cui Calvi tentava tutte le strade per evitare il crac del Banco Ambrosiano.

Ebbene, negli anni d’oro del piduismo infiltrato come uno stato parallelo, parliamo della fine degli anni ‘70, Falvio Carboni dispose dell’intestazione fiduciaria delle sue società a “Servizio Italia“, ossia la Bnl controllata dalla P2.
Nel ‘78 Berlusconi vendette l’Enpam immobili per 33 miliardi di lire (rivelato un anno dopo da Mino Pecorelli) al cui vertice c’era il piduista Ferruccio De Lorenzo. Nell’estate del ‘79 B. si associò a Flavio Carboni per l’impresa “Olbia 2” una colossale speculazione edilizia sulla costa Smeralda per la quale furono coinvolti esponenti della mafia, della banda della Magliana e della massoneria attraverso il “fratello” Armando Corona (governatore della Sardegna e gran maestro del grande oriente d’Italia).

Nell’interrogatorio reso alla Commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi, Emilio Pellicani, segretario di Flavio Carboni, disse che durante un viaggio assieme a Gelli, B. raccontava di aver dato a Corona un assegno di 10 milioni tratto dal Banco Ambrosiano. Secondo Pellicani, Corona a partire dal 1980, tramite Fedele Confalonieri che in un’occasione andò a Cagliari a consegnare 500 milioni in contanti chiusi in una ventiquattr’ore alla presenza dello stesso Carboni, ricevette 7 miliardi di lire come “costo politico” (tangenti) per la cementificazione della costa Smeralda. Flavio Carboni avrebbe stabilito questo importo direttamente con B. e averbbe fatto da tramite di questo traffico di denaro.
Ecco, ora bisogna capire se questa inchiesta è collegata in qualche modo a quegli affari e se “chiuderà” un cerchio. O meglio, uno dei tanti.

Antimafia Duemila – Traffico di rifiuti nel Lazio, riecco Flavio Carboni

Antimafia Duemila – Traffico di rifiuti nel Lazio, riecco Flavio Carboni.

di Andrea Palladino – 17 agosto 2009
E nelle intercettazioni spunta un politico di nome «Altero»

C’è un filo invisibile che lega i trafficanti di rifiuti in Italia. È un canale di comunicazione privilegiato, d’oro, che mette in collegamento aziende che hanno bisogno di smaltire a basso costo i veleni con chi ha i contatti giusti per farli sparire. È un club riservato, estremamente silenzioso, ma che in Italia ha un peso sempre più invadente. Ed è parte del motore economico di quella bella fetta del prodotto interno lordo illegale che sfugge alle statistiche.

Un traffico del terribile amianto friabile, partito dall’ex fabbrica Nuova Sacelit di San Filippo del Mela, a 30 km da Messina, e sepolto a pochi chilometri da Roma, in una strada di campagna vicino Pomezia, riesce oggi a svelare una piccolissima parte del mondo sommerso dei monnezzari. Un tassello piccolo ma importante. Protagonisti della storia imprenditori, ingegneri dell’Enea, funzionari pubblici. E il ritorno inaspettato di Flavio Carboni, legato al mondo della P2 attraverso Calvi e protagonista di qualche dozzina di misteri italiani ancora insoluti. Un vero olio che ha fatto girare tanti ingranaggi nella storia d’Italia, dall’informazione, fino al mondo della finanza. E attorno a lui un sottobosco politico, con qualche nome eccellente sussurrato.

L’inchiesta che sta svelando il mondo sotterraneo del monnezza-business è condotta dalla Procura di Velletri, il secondo tribunale del Lazio. Venerdì i carabinieri dei Noe – comandati dal capitano Rajola Pescarini, lo stesso dell’inchiesta sugli inceneritori di Colleferro – hanno arrestato sei persone e imposto l’obbligo di domicilio ad altre tre. Le indagini durano da due anni, con l’uso di intercettazioni, di analisi di migliaia di file trovati nei computer degli indagati (che sarebbero poco più di cinquanta), di documenti contabili e di carte della camera di commercio. Un vero lavoro di intelligence, che sta cercando di ricostruire la fitta rete di rapporti tra almeno un centinaio di aziende che si occupano di rifiuti con i mediatori, gli stakeholder, i politici, i tecnici.

C’è una figura prevalente nell’indagine. Si tratta di un ingegnere dell’Enea, l’ente nazionale che oltre all’energia nucleare tratta materie ambientali delicatissime, quali la gestione dei rifiuti tossici e pericolosi. Si chiama Vittorio Rizzo e da almeno dieci anni si occupa di rifiuti. È l’unico del gruppo a non aver usufruito degli arresti domiciliari, proprio a causa del suo profilo e dei suoi contatti. Seguendo le sue tracce negli atti parlamentari, è citato nella gestione di discariche in Abruzzo, all’epoca del sindaco di L’Aquila Tempesta. È considerato un superesperto, e come tale sedeva nella commissione tecnica scientifica della struttura commissariale per la gestione dei rifiuti della Regione Lazio. Qui dava il suo parere “autorevole” rispetto alle autorizzazioni per l’apertura delle discariche. Per i magistrati della Procura di Velletri avrebbe così aiutato l’azienda che a Pomezia accoglieva l’amianto siciliano, che porta il nome paradossale di Ecologia srl, ad ottenere autorizzazioni non regolari. In cambio avrebbe ricevuto consulenze per migliaia di euro.

I magistrati per definire il calibro del personaggio hanno raccontato nei dettagli la sua rete di rapporti più o meno professionali. Nella sua abitazione i carabinieri hanno rinvenuto almeno 25 contratti con aziende di servizi ambientali: oltre alla Ecologia srl di Pomezia, l’elenco spazia dal gruppo Gaia di Colleferro (anche se oggi dal consorzio spiegano che non hanno più rapporti con lui), fino ai broker che facevano affluire l’amianto nella discarica vicino a Roma.

Sono i suoi contatti telefonici, però, a raccontare con maggiori dettagli il mondo degli intermediari d’affari legati ai rifiuti. Alla fine del 2007 i carabinieri scoprono che Rizzo aveva frequenti rapporti con Flavio Carboni. Chiedono ed ottengono di intercettare l’utenza telefonica del potente uomo d’affari sardo. Carboni si sta occupando da anni della gestione di un altro sito altamente inquinato, a Calancoi, in provincia di Sassari, la sua città natale. Emerge dalle conversazioni intercettate l’esistenza di quella che i magistrati definiscono una sorta di Enea parallela, una struttura cioè pronta ad appoggiare i progetti degli imprenditori amici. Nel febbraio del 2008, ad esempio, è lo stesso Flavio Carboni che detta il contenuto di una lettera che Rizzo avrebbe poi firmato su carta intestata dell’Enea. Ma si occupano anche di altri affari. Sono interessati – non si sa a che titolo – anche a “Sviluppo Italia” ed è Flavio Carboni che quando Rizzo gli chiedeva notizie rispondeva, «sono pronti… e non hai idea del potere che abbiamo». Nessuno lo mette in dubbio.

I contatti possono arrivare molto in alto se serve. Nel febbraio del 2008 Rizzo dice a Carboni di aver parlato con tale Altero, «il quale ritornerà al suo posto». Parlano poi di una persona che Carboni conosce e che andrà a fare il capo di gabinetto. Era epoca di elezioni ed in tanti facevano previsioni, scommettendo sui cavalli giusti.

L’indagine su questa parte più delicata è ovviamente tenuta nel massimo riserbo dai magistrati. Gli arresti di venerdì hanno per ora chiuso una delle tante partite, forse quella più pericolosa dal punto di vista ambientale. La fabbrica della ex Nuova Sacelit ha già provocato decine di morti tra gli operai che vi lavoravano, uccisi dalle fibre dell’amianto. La discarica di Pomezia, dove sono finite migliaia di tonnellate della fibra killer, è stata data alle fiamme pochi giorni prima degli arresti e un anno dopo il sequestro cautelativo. «Non hai idea della potenza che abbiamo», spiegava Carboni, per far capire il peso del suo nome.

RnS – Dell’Utri, la mafia e il silenzio dei media – indigeni, berlusconi e la mafia

RnS – Dell’Utri, la mafia e il silenzio dei media – indigeni, berlusconi e la mafia.

Dell’Utri era presente a una riunione del ’92 nella quale c’erano anche D’Agata e altri personaggi di Catania come Aldo Ercolano [esponente di vertice dei clan catanesi]. Si discuteva della strategia di portare avanti un partito nuovo per fare delle cose in Italia e aggiustarne altre come il 41 bis. Bisognava anche screditare i pentiti e proprio a questo doveva servire il partito nuovo. Maurizio Avola, collaboratore di giustizia.

di Giuseppe Giustolisi / Micromega, La primavera n.2 del 9 marzo 2006

È una fredda mattinata di febbraio quando da un «sito riservato», come si dice in gergo giudiziario, depone in videoconferenza un collaboratore di giustizia nel processo che si celebra davanti al tribunale di Catania contro la mafia messinese e due magistrati, l’ex sostituto della Direzione nazionale antimafia Giovanni Lembo e l’ex capo dei gip di Messina Marcello Mondello (da qualche anno in pensione), imputati di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il pentito si chiama Maurizio Avola, classe 1961, catanese, il killer preferito del boss Nitto Santapaola. Nel suo palmarès criminale Avola vanta numerosi omicidi e altrettante rapine ed estorsioni, fatti per i quali ha già incassato una condanna definitiva a trent’anni. Arrestato nel 1993, dopo un anno inizia la sua collaborazione con la procura di Catania (beneficia subito del programma di protezione, ma poi lo perderà per delle rapine commesse nel 1997) e confessa di essere l’autore dei fatti di sangue più efferati avvenuti nella zona etnea, tra cui l’omicidio eccellente del giornalista catanese Giuseppe Fava. Il contributo delle sue rivelazioni è stato determinante per la condanna di boss e gregari della mafia etnea nel processo Orsa maggiore. Ma le rivelazioni di Avola entrano anche in altri processi, come quello celebrato a Palermo a carico di Marcello Dell’Utri, poi condannato a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. E proprio di Dell’Utri il pentito è tornato a parlare nel processo di Catania, a proposito del disegno stragista di Cosa Nostra. L’ex killer catanese, quella mattina, ha raccontato anche qualche particolare inedito su quella zona grigia, mai completamente esplorata dalle inchieste della magistratura, che fa da cerniera fra la mafia che spara e i piani alti della politica e dell’economia.

Avola non è un mafioso di primo piano, ma è a conoscenza dei segreti più pesanti di Cosa Nostra perché fino al momento del suo arresto era l’ombra di Marcello D’Agata, il vice del boss Santapaola. Lo accompagnava ovunque, anche nei summit mafiosi di un certo rilievo e poi D’Agata, puntualmente, gli riferiva di fatti e persone. Figura centrale degli intrecci inconfessabili fra Cosa Nostra e il mondo dei colletti bianchi, secondo Avola, era Michelangelo Alfano, un imprenditore morto suicida di recente in circostanze ancora poco chiare e imputato di mafia in questo processo. Avola sa molte cose su questo personaggio, ma all’inizio della sua collaborazione omette di raccontarle. «Non parlai di lui», dice al pm Antonino Fanara, «perché D’Agata mi diceva che era un personaggio molto potente e che faceva anche parte della massoneria. Era quindi una persona che mi faceva un po’ paura. E così non parlai né di lui, né di altri ma solo dei semplici mafiosi come eravamo noi». Tanto per capire meglio lo spessore di Alfano, di lui si parla al processo per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi.

Agli atti c’è anche la foto della Ferrari di cui Alfano era proprietario, dove sono in posa, appoggiati alla macchina, Flavio Carboni e Silvano Vittor. Ma ancor più indicative della caratura del personaggio sono le parole di un colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, che nel processo palermitano Grande Oriente ha definito Alfano Fanello di collegamento fra Cosa Nostra stragista e pezzi deviati dello Stato. «Sapevo da D’Agata», continua Avola, «che Alfano era interessato agli appalti e che era un uomo di Cosa Nostra. Partecipava anche a delle riunioni importanti in provincia di Messina, agli inizi degli anni Novanta c’era infatti una strategia contro lo Stato che prevedeva di mettere delle bombe in giro».

E a questo punto che salta fuori il nome di Dell’Utri. Il pm chiede ad Avola informazioni sui rapporti fra il manager berlusconiano e Cosa Nostra e il pentito risponde: «Dell’Utri era presente a una riunione del ’92 nella quale c’erano anche D’Agata e altri personaggi di Catania come Aldo Ercolano [esponente di vertice dei clan catanesi]. Si discuteva della strategia di portare avanti un partito nuovo per fare delle cose in Italia e aggiustarne altre come il 41 bis. Bisognava anche screditare i pentiti e proprio a questo doveva servire il partito nuovo». I contatti fra Dell’Utri e la mafia siciliana erano già iniziati prima, per risolvere la faccenda delle estorsioni compiute dai clan catanesi ai danni dei magazzini Standa, allora di proprietà del premier Silvio Berlusconi. «Dell’Utri aveva stabilito contatti a Catania in occasione dell’estorsione alla Standa», prosegue Avola. «Erano state incendiate diverse Standa a Catania e provincia e noi avevamo contattato Dell’Utri tramite Salvatore Tuccio [anche lui braccio destro del boss Santapaola]».

Passano pochi mesi e il rapporto fra Dell’Utri e Cosa Nostra di Messina si consolida. Secondo il racconto del pentito, infatti, gli attentati a Falcone e Borsellino e le stragi del ’93 vengono pianificate a un tavolo messinese, al quale siedono tra gli altri Marcello Dell’Utri e Michelangelo Alfano: «La strategia è nata a Messina e tutto deriva dai contatti fra Alfano e Dell’Utri». Dunque un periodo di attività febbrile per la mafia messinese, con incontri ad altissimo livello che si susseguono a ritmo vertiginoso. A un certo punto però lo scenario cambia. Il tavolo delle riunioni si sposta nella capitale, dove viene programmato un altro attentato eccellente: «In quel periodo ci fu una riunione all’Hotel Excelsior di Roma», continua Avola. «Vi parteciparono D’Agata, Alfano e personaggi di altissimo livello. Fra questi ricordo Cesare Previti e il finanziere Francesco Pacini Battaglia. Lo scopo era quello di fare un attentato al giudice Di Pietro e io dovevo essere l’esecutore. Bisognava fare un favore ai socialisti, ma poi la cosa non andò avanti perché i socialisti non stavano mantenendo quanto promesso e nel frattempo si profilava l’alleanza con la nuova forza politica che stava nascendo».

A Catania, negli anni Ottanta, il rapporto fra Cosa Nostra e il Psi era di strettissima cointeressenza, dice Avola, che su questa liaison è prodigo di particolari, sollecitato da una domanda dell’avvocato Fabio Repici, difensore di un collaboratore di giustizia imputato nel processo. «Il clan Santapaola aveva canali di riciclaggio dei proventi illeciti?», chiede l’avvocato. Risposta di Avola: «Aldo Ercolario, tramite lo zio, aveva fatto investimenti con un politico che veniva sempre a Catania. Si tratta di Gianni De Michelis, all’epoca aveva i capelli lunghi. Era lui che teneva i contatti a Catania e noi lo portavamo in giro per i night». Come dire che si univa l’utile al dilettevole. Fin qui Maurizio Avola. Si tratta di fatti da lui già raccontati alle procure di Catania e Caltanissetta e ribaditi al dibattimento di Catania. Una testimonianza durata tre ore che è stata oscurata dai media locali e nazionali. Il perché prova a spiegarlo l’avvocato Ugo Colonna, parte civile al processo contro i magistrati messinesi e difensore dello stesso Avola: «Gli editori nazionali fin dal 1999 non intendono più occuparsi dei fatti di mafia che riguardano gli strati alti dell’imprenditoria e della politica. Sembra proprio che ci sia una sorta di patto trasversale sulla scorta del quale non solo la stampa ma anche certe procure hanno inteso da armi porre un velo di coperture».

E l’oblio non risparmia certo questo processo chiave per gli equilibri mafiosi che ormai va avanti da oltre quattro anni. Per la verità qualche tentativo da parte dei mezzi di informazione di farvi ingresso c’è stato, senza però ottenere l’ok del tribunale. All’inizio del dibattimento infatti Radio radicale chiese di registrare le udienze, ma il presidente Francesco D’Alessandro, su richiesta dell’imputato Giovanni Lembo, negò l’autorizzazione. Stessa decisione in questi ultimi giorni per le telecamere di Chi l’ha visto che voleva riprendere la deposizione di un importante testimone di mafia, tale Antonino Giuliano, un imprenditore che, oltre a svelare gli appoggi a tutti i livelli di cui ha goduto Cosa Nostra messinese, ha raccontato di aver visto il superlatitante Bernardo Provenzano proprio a casa del boss Michelangelo Alfano.