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ComeDonChisciotte – IN EUROPA, RIBELLARSI PAGA

Si bisogna ribellarsi, ma bisogna anche farlo puntando ai veri problemi che non sono il 5,48% di interessi sul debito dell’Irlanda contro il 5% della Grecia, ma la legittimità stessa del debito: se le banche possono creare il denaro dal nulla per poi prestarlo, perché gli stati quando hanno bisogno di denaro lo chiedono alle banche?

Gli stati devono riprendersi la sovranità monetaria e creare il denaro secondo le necessità come fanno le banche.

Inoltre gli stati devono avere le proprie banche e concedere prestiti ai privati a tasso zero o comunque molto basso. Questo aiuterebbe molto l’economia che in questo momento manca di liquidità. I profitti per l’attività bancaria verrebbero comunque dal giochetto legale della riserva frazionaria che consente di moltiplicare enormemente il denaro.

Il Fondo Monetario Internazionale è di proprietà delle banche private ed è solo uno strumento per spremere tramite il debito le economie dei paesi che si sottopongono alle sue cure.

Tutti i paesi che si sono affidati al FMI sono stati dissanguati, si veda il tracollo dell’Argentina, che poi quando si è ribellata al FMI ha cominciato una fase di crescita vicina al 10% annuo.

Fonte: ComeDonChisciotte – IN EUROPA, RIBELLARSI PAGA.

DI AMBROSE EVANS -PRITCHARD
blogs.telegraph.co.uk

Per restituire i prestiti, l’Irlanda dovrà pagare più della Grecia.

Prendendo delle misure preventive, Dublino ha giocato secondo le regole, cercando di compiacere i mercati e l’Unione Europea. Ha fatto il lavoro del Fondo Monetario Internazionale senza il bisogno del suo intervento. Anzi: ha fatto più di quanto il FMI avrebbe osato chiedere.

Ha imposto misure di austerità draconiane. Il senso di solidarietà del paese è stato notevole: niente rivolte o minacce terroristiche.

Eppure, a partire da oggi pagherà il 5,48% su dieci anni di prestiti, circa l’8% reale, fattorizzata la deflazione. Una situazione paralizzante, capace di gettare il paese sulla via di un debito insostenibile, qualora dovesse durare a lungo.

La Grecia sta beneficiando di prestiti al 5% dall’UE e dal FMI, ad un tasso sfalsato molto al di sotto di questo (comunque troppo alto ai fini di un’effettiva efficacia della misura adottata, ma questo è un altro paio di maniche). Questi erano gli accordi sulla restituzione dei 110 miliardi di euro.

Oltre il danno, la beffa: l’Irlanda dovrà SOVVENZIONARE la Grecia per aiutarla a corrispondere la sua quota del pacchetto aiuti.

Capirete bene quanto ciò sia assurdo. È un chiaro esempio di azzardo morale, e mostra cosa succede quando un sistema che non funziona più comincia ad impelagarsi in miriadi di sotterfugi invece di affrontare il problema principale.

Sì, so bene quanto le scadenze greca e irlandese siano diverse, ma il fatto è che la Grecia ha ottenuto condizioni migliori lasciando che la situazione sfuggisse di mano.

Il Pasok di George Papandreou ha beneficiato dell’esitazione relativa al primo piano di misure di austerità, e – giusto per non avere peli sulla lingua – insultato i tedeschi richiedendo riparazioni di guerra. Per condire il tutto, qualche testa calda ha messo a ferro e fuoco Atene e Salonicco.

Se fossi irlandese, – (e in qualche modo lo sono: Sir John Parnell era il mio trisavolo) – sarei un tantino infastidito.

Ambrose Evans-Pritchard
Fonte: http://blogs.telegraph.co.uk
Link: http://blogs.telegraph.co.uk/finance/ambroseevans-pritchard/100007444/it-pays-to-riot-in-europe/
25.08.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ALESSANDRO SARDONE (www.asardone.it)

Voci Dalla Strada: EDUARDO GALEANO: “L’Ordine Criminale Del Mondo”

Secondo me con questi tre punti si cambia l’economia del pianeta e si mette fine all’ingiustizia:

1) Nazionalizzazione di tutte le banche per far diventare pubblici i profitti dovuti alla creazione del denaro tramite riserva frazionaria (1 euro viene moltiplicato per 50). A questo punto lo stato italiano con un capitale iniziale di 40 miliardi di euro, moltiplicandolo per 50 riuscirebbe ad annullare il debito pubblico di 2000 miliardi.

2) Azzeramento del tasso di interesse: con il meccanismo della riserva frazionaria le banche creano dal nulla il capitale ma non il denaro necessario a pagare gli interessi, per questo c’è la necessità della crescita infinita, perché bisogna creare sempre più ricchezza per pagare gli interessi. Se l’interesse fosse zero si bloccherebbe l’obbligatorietà della crescita che è impossibile in un sistema finito come il nostro pianeta.

3) Nazionalizzazione delle banche centrali, così che il reddito da creazione del denaro (signoraggio) diventi pubblico e non ci sia più bisogno per lo stato fare debito pubblico per comprare denaro dalla banca centrale.

DA VEDERE ASSOLUTAMENTE I DUE VIDEO QUI SOTTO

Voci Dalla Strada: EDUARDO GALEANO: “L’Ordine Criminale Del Mondo”.

YouTube – ECUADOR DICHIARA ILLEGALE IL SUO DEBITO ESTERO

Fonte: YouTube – ECUADOR DICHIARA ILLEGALE IL SUO DEBITO ESTERO.

Una revisione del debito estero eseguita dal Ecuador con l’aiuto di Alejandro Olmos, mette in evidenza le porcate contenute nei vari contratti fatti al paese da parte dei creditori internazionali.
Una classe politica corrotta e compiacente ha collaborato strettamente per impoverire il paese.
Questa tecnica viene speso usata dai creditori internazionali che trovano l’appoggio di politici corrotti disposti a tradire la loro patria, per espropriare i paesi del terzo mondo.
Grazie a questa revisione il mondo ora è al corrente del sistema usato dalla FED, FMI, E BANCA MONDIALE, BANCO INTERAMERICANO DE DESAROLLO per impoverire i popoli del mondo.
Per far si che rimangano poveri e diventino sempre più poveri.

ComeDonChisciotte – EURO, L’ IPOTESI DEL PEGGIO

La crisi greca del budget, diventata crisi dell’euro, non è la conseguenza fatale di un’autoregolamentazione dei mercati, ma di un attacco deliberato. Per Jean-Michel Vernochet, essa fa parte di una guerra economica condotta da Washington e Londra, secondo gli stessi principi delle attuali guerre militari: ricorso alla teoria dei giochi e strategia del caos costruttore. La posta in gioco è costringere gli europei ad integrarsi in un blocco atlantico, vale a dire in un Impero, all’interno del quale pagheranno automaticamente per il deficit budgetario anglosassone, tramite il mezzo indiretto di un euro dollarizzato. Un primo passo in questo senso è già stato fatto con l’accordo siglato tra l’Unione Europea e il FMI, che concede al Fondo Mondiale una tutela particolare sulla politica economica dell’UE…

Leggi tutto: ComeDonChisciotte – EURO, L’ IPOTESI DEL PEGGIO.

ComeDonChisciotte – UN MESSAGGIO DALL’ ARGENTINA: IL NOSTRO SOSTEGNO AL POPOLO GRECO !

Fonte: ComeDonChisciotte – UN MESSAGGIO DALL’ ARGENTINA: IL NOSTRO SOSTEGNO AL POPOLO GRECO !.

DI ADRIAN SALBUCHI
voltairenet.org

Ci sono analogie sconcertanti tra il decennio catastrofico dell’Argentina (1991-2001), che ha portato ad un massiccio default, e le recenti ed incombenti difficoltà della Grecia. In tutti e due i casi, la colpa è delle organizzazioni di credito internazionali ed entrambi i paesi sono stati afflitti da rivolte e proteste diffuse contro le misure di austerità imposte dal FMI. L’economista argentino Adrian Salbuchi offre una vigorosa analisi di questa crisi “artificiosa” che non conosce frontiere.

Nel momento in cui gli argentini, oggi, guardano il telegiornale e vedono le cose terribili che accadono in Grecia, non possono che dire “Hey, è IDENTICO all’Argentina nel dicembre 2001 e l’inizio del 2002…!”. All’epoca, l’Argentina subì il suo peggiore collasso a livello monetario, del sistema bancario e del debito pubblico, che portò a tumulti, violenza folle, proteste e guerra sociale. L’agitazione fu così dannosa da costringere alle dimissioni il Presidente Fernando de la Rua, soprattutto a causa del suo famigerato Ministro dell’Economia pro-cartelli bancari, Domingo Cavallo, generando un vuoto politico che portò l’Argentina ad avere cinque (ben cinque!!) presidenti in quell’ultima terribile settimana di dicembre 2001.

La scintilla del caos sociale in Argentina fu il tentativo del Presidente de la Rua di attuare le misure di austerità, evidentemente ingiuste, imposte dal FMI che richiedeva, come al solito, il massimo sacrificio da parte della popolazione – più tasse, meno spese sociali, “budgets bilanciati”, nessuna spesa in disavanzo, ed altre misure anti-sociali – che causarono un crollo del PIL argentino di quasi il 40%.

Metà della popolazione precipitò al di sotto della soglia di povertà (molti non fecero mai ritorno alla tradizionale classe media argentina), alle banche private fu concesso di trattenere legalmente i risparmi della gente, i depositi in dollari USA furono cambiati in pesos in modo del tutto arbitrario a qualsiasi tasso di cambio deciso dalle banche o dal governo (il dollaro fu svalutato del 300%, da un peso al dollaro a 4 pesos al dollaro nel giro di poche settimane) eppure… nemmeno una banca è crollata! Infatti, da allora sono tutte di nuovo “in affari come sempre”, mentre i poveri e gli impoveriti sono completamente esclusi dal campo.

In Argentina, nel corso di 25 anni di governi provvisori, il Cartello Bancario Internazionale guidato dal FMI ha generato un Debito Pubblico fondamentalmente illegale – o al massimo, illegittimo – che è cresciuto in maniera enorme, finendo per far collassare l’intero sistema economico-finanziario. Non fu una coincidenza. Faceva parte di un modello altamente complesso, architettato al fine di controllare interi paesi, tramite un ciclo a fasi sequenziali e stadi ben identificabili con un solo scopo principale: quando l’economia viene alimentata al fine di attuare una “modalità di crescita” artificiale, l’insieme di tutti i profitti viene privatizzata nelle mani dei suoi “amici”, managers e operatori. Tuttavia, quando l’intero schema – come ogni schema Ponzi truffaldino – raggiunge il suo culmine ed il collasso totale è a portata di mano, allora invertono il processo e socializzano tutte le perdite.

Questo è quanto ha fatto Mr. Cavallo – un protetto di Rockefeller – garantendo che il popolo argentino avrebbe sostenuto le perdite, mentre i banksters [contrazione di banker e gangster, ndt] internazionali riscuotevano tutti i profitti. I media mainstream – locali e globali – ringraziarono; il New York Times arrivò addirittura a suggerire che l’intera Patagonia (vale a dire le 5 province meridionali dell’Argentina, che ricoprono il 35% del suo territorio e godono di un incommensurabile benessere in termini di energia, miniere, risorse idriche ed alimentari) doveva staccarsi dal resto del paese per poter “risolvere i suoi guai col debito estero”…

Ora, questa era l’Argentina del 2001/2002; ma non è anche il caso dell’americano odierno che pagando le tasse soccorre Goldman Sachs, CitiCorp, e GM mentre perde la sua casa, la sua pensione, il suo lavoro? Non è ciò che sta accadendo alla Grecia oggi? E l’Islanda? Il Regno Unito? L’Irlanda? E – prima o poi – Spagna? Portogallo? Italia?…

In Argentina, la nostra gente si è ormai abituata ad essere sempre più povera, cosicchè quando si è tornati alla “normalità”, Goldman Sachs e CitiCorp controllavano i media locali in modo da garantire il potere ad un nuovo regime-burattino sottomesso ad interessi di lucro: vale a dire, il team marito-moglie filo-mafia bancaria di Nestor e Cristina Kirchner… E la giostra continua a girare, mentre il popolo argentino continua a pagare…

Oggi, guardiamo la Grecia e vediamo gli stessi segnali spia: il FMI che impone rigide misure di austerità come condizione delle banche per ottenere più prestiti (come se un paese che collassa sotto il peso del debito potesse superarlo indebitandosi ancor di più!!), i media di regime che parlano con enfasi del bisogno della “Grecia di comportarsi in maniera corretta e responsabile” (come se la FED [Banca Centrale Americana, ndt], la banca di Inghilterra, Goldman Sachs, Bankfein, Greenberg fossero esempi di affidabilità e responsabilità), i governi locali provvisori che fanno tutto ciò che gli è possibile nell’interesse delle banche (George Papandreou è un habitué degli incontri del Gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, come lo era Fernando de la Rua, membro fondatore del capitolo locale del CARI, Consiglio Argentino per le Relazioni Internazionali), le grandi banche come Goldman Sachs che provano a recuperare ciò che gli è dovuto nel mezzo dei disagi e delle rivolte; tutto questo ha per sfondo cittadini disperati che scendono in strada per esprimere ciò che è chiaro a tutti: i banchieri internazionali ed i governi provvisori locali costituiscono una complessa associazione di ladri e rapinatori.

Poi accade l’inevitabile: il governo manda la polizia in strada per proteggere i bancari, se stesso e gli interessi dell’élite del potere del Nuovo Ordine Mondiale.. Poi la violenza dilaga, la gente resta ferita o uccisa.. la povera (polizia) combatte contro la povera (gente), mentre i ricchi al sicuro osservano da lontano sogghignando..

Non fate errori: questo è un modello mondiale.

Non fate errori: non c’è NESSUNA democrazia, neanche ad Atene, la sua terra madre..

Quello che noi subiamo in tutto il mondo – che sia in Grecia, Argentina, Brasile, Indonesia, Spagna, Islanda, Stati Uniti o Inghilterra – è un sistema meccanico di conteggio dei voti, che dipende completamente da enormi quantità di denaro, necessarie a finanziare costose campagne politiche, comprare la copertura di radio, tv e stampa, pagare rozze strutture di partiti politici, giornalisti, analisti, ed ovviamente anche i ben commercializzati candidati stessi: una vasta schiera di fantocci decrepiti, di cui leggiamo ogni giorno sui giornali: Bush, Blair, Papandreou, Obama, Clinton, Menem, Kirchner, Lula, Uribe. Sarkozy, Rodriguez Zapatero, Merkel…

Ciò che abbiamo è una “democrazia” completamente assoggettata al denaro, anche se dobbiamo ancora capire che il denaro NON è democratico (e neanche dovrebbe). Il denaro è controllato dalla mega-struttura bancaria che usa il FMI, la Banca Mondiale, la FED, la BRI, la BCE come sue entità di regolazione globale, e paga al fine di gestire l’intero “show democratico”. Quindi, alla fine abbiamo “la miglior democrazia che il denaro possa comprare”.. che non è affatto una democrazia..

Perciò, chi è il prossimo? Spagna? Italia? Portogallo? Il Sistema Monetario Europeo andrà in pezzi? Un bail-out di 750 miliardi di Euro farà precipitare in picchiata la neonata (ancora in fasce) valuta? Il Meccanismo Monetario Europeo crollerà? La Germania sarà il primo stato a riconvertire le riserve auree nei vecchi marchi tedeschi?

L’Euro in collasso e il dollaro teoricamente super-inflazionato (shhh! non ditelo ad alta voce!!) prepareranno la strada per una nuova valuta mondiale, essenzialmente privata, che verrà gestita a livello globale dai cartelli monetari privati delle varie Goldman Sachs, HSBC, CitCorp, Deutsche Bank di questo mondo?

Restate sintonizzati.. C’è ancora tanto, tantissimo da vedere..

Adrian Salbuchi
Fonte: www.voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/article165415.html
14.05.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

ComeDonChisciotte – L’ ERESIA DELLA GRECIA OFFRE UNA SPERANZA

Fonte: ComeDonChisciotte – L’ ERESIA DELLA GRECIA OFFRE UNA SPERANZA.

DI JOHN PILGER
johnpilger.com

“Nel mondo in via di sviluppo, un sistema di selezione imposto dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale ha da tempo stabilito se la gente vive o muore.”

Mentre la classe politica della Gran Bretagna fa finta che il suo matrimonio combinato tra Panco Pinco e Pinco Panco sia la democrazia, l’ispirazione per il resto di noi è la Grecia. Non c’è da stupirsi che la Grecia non venga presentata come un faro, ma come un “paese spazzatura” ottenendo la meritata punizione per il suo “settore pubblico obeso” e la “cultura delle scorciatoie” (the Observer). L’eresia della Grecia è che la rivolta della gente comune offre una speranza autentica a differenza di quella elargita dal signore della guerra alla Casa Bianca.

La crisi che ha portato al “salvataggio” della Grecia da parte delle banche europee e del Fondo Monetario Internazionale è il prodotto di un sistema finanziario grottesco già di per sé in crisi. La Grecia è il modello in miniatura di una moderna lotta di classe che raramente è stata riportata come tale e viene portata avanti con tutta l’urgenza del panico tra i ricchi dell’impero.

Ciò che rende la Grecia diversa è che nel suo passato c’è invasione, occupazione straniera, il tradimento da parte dell’Occidente, la dittatura militare e la resistenza popolare. Le persone comuni non sono intimorite dal corrotto corporativismo che domina nell’Unione europea. Il governo di destra di Kostas Karamanlis, che ha preceduto l’attuale governo Pasok (Labourista) di George Papandreou, è stato descritto dal sociologo francese Jean Ziegler come “una macchina per il saccheggio sistematico delle risorse del Paese”.

La Federal Reserve Board degli Stati Uniti sta investigando sul ruolo della Goldman Sachs e di altri gestori di hedge fund americani che hanno scommesso sul fallimento della Grecia mentre i beni pubblici venivano liquidati e i ricchi evasori fiscali depositavano 360.000.000.000 di euro nelle banche svizzere. I più grandi armatori greci hanno trasferito le loro aziende all’estero. Questa emorragia di capitale continua con l’approvazione delle banche centrali europee e dei governi.

All’11 per cento, il deficit della Grecia non è superiore a quello americano. Tuttavia, quando il governo Papandreou ha cercato di prendere prestiti al mercato dei capitali internazionali, è stato efficacemente bloccato dalle agenzie americane di rating aziendale, che hanno “declassato” la Grecia a “spazzatura”. Queste stesse agenzie hanno assegnato rating tripla-A per miliardi di dollari in titoli cosiddetti mutui sub-prime accelerando così il crollo economico del 2008.

Quello che è successo in Grecia è un furto di portata epica, anche se di entità sconosciuta. In Gran Bretagna, il “salvataggio” di banche come Northern Rock e Royal Bank of Scotland è costato miliardi di sterline. Grazie all’ex primo ministro, Gordon Brown, e alla sua passione per gli istinti di avarizia della City di Londra, questi doni fatti con i soldi pubblici sono stati senza condizioni, mentre i banchieri hanno continuato a pagarsi i premi che chiamano bonus. Sotto la politica monoculturale della Gran Bretagna, possono fare come vogliono. Negli Stati Uniti, la situazione è ancora più eclatante, riferisce il giornalista investigativo David DeGraw, “[mentre le maggiori banche di Wall Street] che hanno distrutto l’economia pagano zero tasse e ricevono 33 miliardi di dollari in rimborsi”.

In Grecia, come in America e Gran Bretagna, alla gente comune è stato detto che deve ripagare i debiti dei ricchi e dei potenti che li hanno generati. Lavoro, pensioni e servizi pubblici devono essere tagliati e bruciati, mentre i corsari sono in carica. Per l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale, si presenta la possibilità di “cambiare la cultura” e smantellare il benessere sociale della Grecia, così come il FMI e la Banca mondiale hanno “strutturalmente modificato” (impoverito e controllato) paesi in tutto il mondo in via di sviluppo.

La Grecia è odiata per le stesse ragioni per le quali la Jugoslavia doveva essere fisicamente distrutta con la scusa di proteggere le popolazioni del Kosovo. La maggior parte dei greci sono impiegati dello Stato, e i giovani e i sindacati formano un’alleanza popolare che non è stata sottomessa; i carri armati dei colonnelli sul campus dell’Università di Atene nel 1967 rimangono un fantasma politico. Tale resistenza è un’anatema per i banchieri centrali europei e considerata come un ostacolo al bisogno del capitale tedesco di conquistare mercati a seguito della riunificazione della travagliata Germania.

In Gran Bretagna, è stato grazie alla propaganda trentennale di una teoria economica estrema conosciuta prima come monetarismo e poi come neo-liberalismo, che il nuovo primo ministro può, come il suo predecessore, esprimere le sue richieste che la gente comune paghi i debiti di imbroglioni sebbene “fiscalmente responsabili”. Le innominabili sono la povertà e la classe. Quasi un terzo dei bambini inglesi restano al di sotto della soglia di povertà. Nella classe operaia della città di Londra, nel Kent, l’aspettativa di vita maschile è di 70 anni. A due chilometri di distanza, a Hampstead, è 80. Quando la Russia è stata oggetto di una simile “terapia d’urto” negli anni ’90, l’aspettativa di vita scese in picchiata. Un record di 40 milioni di americani impoveriti attualmente ricevono buoni alimentari: cioè, non possono permettersi il cibo.

Nel mondo in via di sviluppo, un sistema di selezione imposto dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale ha da tempo stabilito se la gente vive o muore. Ogni volta che le tariffe e i sussidi alimentari e il carburante vengono eliminati dal diktat del FMI, i piccoli agricoltori sanno di essere stati dichiarati sacrificabili. L’Istituto per le Risorse Mondiali (World Resources Institute) calcola che il bilancio raggiunge 13-18.000.000 di bambini che muoiono ogni anno. “Questo”, ha scritto l’economista Lester C. Thurow, “non è metafora, né similitudine di guerra, ma la guerra stessa”.

Le stesse forze imperiali hanno utilizzato terribili armi da guerra contro i paesi colpiti nei quali la maggior parte sono bambini e hanno approvato la tortura come strumento di politica estera. Si tratta di un fenomeno di negazione per cui a nessuna di queste aggressioni ai danni dell’umanità, in cui la Gran Bretagna è impegnata attivamente, è stato permesso di influire sulle elezioni inglesi.

La gente per le strade di Atene, non soffre di questo disagio. Sanno perfettamente chi sia il nemico e loro si considerano, ancora una volta sotto l’occupazione straniera. E ancora una volta, stanno insorgendo, con coraggio. Quando David Cameron inizierà a tagliare 6.000.000.000 di sterline dai servizi pubblici in Gran Bretagna, significherà che sta contrattando perchè quello che accade in Grecia non accada in Gran Bretagna. Dovremmo dimostrare che ha torto.

Versione originale:

John Pilger
Fonte: http://www.johnpilger.com/
Link: http://www.johnpilger.com/page.asp?partid=576
20.05.2010

Versione italiana:

Fonte: http://ilupidieinstein.blogspot.com/
Link: http://ilupidieinstein.blogspot.com/2010/05/l-della-grecia-offre-una-speranza.html
20.05.2010

Traduzione a cura di DAKOTA JONES

ComeDonChisciotte – E ORA, CHI PAGA ?

Fonte: ComeDonChisciotte – E ORA, CHI PAGA ?.

DI FELICE CAPRETTA
informazionescorretta.blogspot.com

Euforiche le borse mentre scriviamo rimbalzano tutte in area positiva.
Il comportamento ricorda il paziente maniaco-depressivo, probabilmente non a caso.

Le borse stanno rimbalzando perchè ieri, nel cuore della notte e dopo 14 ore di riunione, l’Ecofin ha partorito le misure di salvataggio della zona euro.

Si tratta di poco più che una grida manzoniana.

Il programma di salvataggio vale 720 MLD EUR, praticamente un trilione di dollari.

Anche se…guardando nel dettaglio la decisione dell’Ecofin, ci ricorda improvvisamente di qualcosa di già visto su due fronti: da una parte, ricorda molto da vicino il TARP di Hank Paulson, ex Goldman Sachs, all’indomani del crollo di Lehman Brothers. Dall’altra, ci ricorda il salvataggio in extremis delle sponde greche fatto dall’Unione Europea.

Si tratta in pratica dell’impegno da parte degli stati a sborsare 440 MLD EUR, più 220 MLD EUR da parte del FMI, più qualcosina dalla Commissione Europea. Più, l’impegno della BCE ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà.

Tre cose:

1) Gli accordi sono da definire, come per la Grecia, su base bilaterale.

Vale a dire che, se il Portogallo affonda, ci saranno Italia e Germania e Francia etc che presteranno soldi al Portogallo. Non c’e’ una istituzione o un fondo unico che si occupa dell’erogazione degli aiuti.

Fortunatamente non ci sarà, dunque, un altro capobastone con un enorme potere che esercita con i soldi dei cittadini europei.

Questo, per contro, è foriero di una generalizzata lentezza di erogazione dei salvataggi in caso di necessità (mettete daccordo 8 stati, se ci riuscite). Se credete nell’euro, questa lentezza di risposta è uno svantaggio. Se non credete nell’euro, è un vantaggio.

2) E ora, chi paga?

Il più grosso dubbio che ci attanaglia è il solito: visto che nessuno ha spiegato da dove spunteranno questi 440 e passa mila miliardi di euro, dobbiamo presumere che arriveranno da altro debito. La qual cosa, come ormai sappiamo, consiste nel scavare una buca più grande per coprire una buca più piccola.

Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine.

3) E ora, chi stampa?

La BCE, contravvenendo al principio del Trattato che sancisce la proibizione di prestiti dalla BCE agli Stati Membri, si impegna ad acquistare titoli di stato e obbligazioni dagli stati e dalle aziende a rischio dell’eurozona.

Il che ci riconduce all’affermazione precedente: e ora, chi paga?

La BCE percorre la folle strada già percorsa dalla Fed di Bernanke: stampare denaro, tanto denaro. Che tanto, finchè l’economia rallenta e va in deflazione e le banche non prestano, non c’e’ il rischio di avere immediatamente iperinflazione.

E’ così, è la solita ricetta già vista.

Un’economia affossata dal debito, in crisi di debito, a cui viene addossato altro debito. Solo un modo per rimandare in là di qualche ora cio’ che è inevitabile, e peggiorare ed ingigantire il botto finale o la lunga discesa senza freni.

I mercati festeggiano l’Unione che rimette nel congelatore la cena già decotta, congelata nel 2008, scongelata più volte passando per Dubai, e poi ricongelata, infine scongelata settimana scorsa con un odore di marcio che non si sa.

Mai ricongelare una cosa scongelata, lo diceva sempre la mamma.
Perchè nel frattempo continua a marcire, e quando si scongela è da buttare.
Certo, mentre è lì nel freezer sembra normale.

Fino a quando non si scongela di nuovo
Fino a quando la corrente non salta.
Fino a quando…
Fino a quando…

Finchè dura.

Saluti felici

Felice Capretta
Fonte: http://informazionescorretta.blogspot.com
Link: http://informazionescorretta.blogspot.com/2010/05/euforiche-le-borse-mentre-scriviamo.html
10.05.2010

Titolo originale: “Ecofin, i risultati “

ComeDonChisciotte – EUROPA IN MANO ALLA MAFIA DEI “RATING”

Fonte: ComeDonChisciotte – EUROPA IN MANO ALLA MAFIA DEI “RATING”.

DI TITO PULSINELLI
selvasorg.blogspot.com/

Come il Brasile ed Argentina 20 anni fa – La speculazione usuraia dei croupiers dell’azzardo globale – Partita truccata tra il dollaro e l’euro

Fa un certo effetto osservare gli accadimenti europei dall’angolo visuale sudamericano: sembra di sbobinare immagini di un passato molto prossimo, però a parti invertite. “Default” è una parolaccia inquietante tra i bellimbusti delle cosche finanziarie che erano di manica larga quando la scagliavano contro i “tropicali” e l’America non anglosassone.

Oggi, il monopolio mediatico d’Oltreatlantico spara a zero contro l’Unione Europea, attacca i suoi anelli più deboli così come ieri crocifisse il Messico, l’Argentina e il Brasile. Aggredisce con l’arma di distruzione di massa delle “agenzie di rating”, quelle stesse che aggiungendo (o togliendo) una A, segnano il destino delle nazioni.

Eppure, inutilmente, vent’anni addietro i “terzomondisti” avevano messo in guardia contro queste mafie (Moody’s, Goldman Sachs, Fitch) che sono simultaneamente giocatore e arbitro, “qualificatori di rischio” e società quotate in borsa, croupiers e venditori di fiches. A quel tempo, dalle capitali europee si rispondeva con sorrisi di condiscendente superiorità: si consideravano gemelli-siamesi di Wall street e fratelli spirituali della Chiesa Neoliberista del Business degli Ultimi giorni.

Il brivido che dal caldo Egeo risale il midollo spinale delle élites europee dà la misura del trionfalismo immediatista della classe dirigente politica, intrappolata nel labirinto di sabbia di una “moneta senza Stato”, e l’egoismo necrotico di un’oligarchia finanziaria che ha trucidato l’economia reale e il buon senso.

Hanno fatto l’eutanasia allo Stato sociale che era il cemento che coesionava e rendeva più solido il modello economico e politico europeo e giapponese. Elites ed oligarchie, ispirate al modello di accumulazione dei Morgan, Drake e capitan Uncino, si impegnarono a trasformare l’Europa in una fotocopia degli USA. Però senza forza militare autonoma e senza visione geopolitica: tutto nelle mani dei banchieri centrali (senza eccezioni, garzoni andati a bottega da Goldman Sachs et similia).

Hanno ridato in pasto l’Europa a quel FMI che –quasi estromesso dalle latitudini sudamericane- ora ritrova una Terra Promessa non solo nella bushista “nuova Europa”, ma persino a Bruxelles e Francoforte. Wall street non si accontenta, va alla caccia grossa contro l’anello mediterraneo: alla carica dell’argenteria di famiglia. Puntano agli Stati fondatori dell’unificazione europea. Si tratta di minare l’euro e minimizzare la concorrenza globale europea. Il dollaro deve rifiatare e gli USA devono mettere il freno a mano nella picchiata dell’egemonismo che sta divenendo sempre più relativo.

Tant’è vero che hanno perso protagonismo persino in quell’America Latina la facevano da padroni, dove la vivisezione neoliberista –inaugurata dal noto filantropo Pinochet- produsse ferite mortali e traumi profondi che -oggi- sono diventati anticorpi.

La filastrocca della fu globalizzazione ha finito per produrre il risorgimento di categorie date per spacciate anzitempo: sovranità nazionale, identità nazionali e sociali, autodeterminazione, rottura dei monopoli, dualismo e complementarietà economica, unificazione non solo dei mercati, ecc.

E’ il cosiddetto “populismo” che fa arricciare i nasi siliconati nelle redazioni europee ma fa diminuire i déficit, aumenta le riserve monetarie nazionali e consente politiche redistributive. Mantiene il FMI fuori dall’uscio di casa o dalla cucina. Vedere per credere. Basta dare una scorsa alla graduatoria mondiale dei Paesi più indebitati oggi e nel 1990: esiste il BRIC e i fondi nazionali sovrani.

Ha permesso di dare impulso ad un blocco sudamericano, con una integrazione regionale lenta e contraddittoria, però con visione e progettualità geopolitica, inserita nel multipolarismo, senza le mani legate dai dogmi macro-economici e dai miraggi di fine Millennio del gioco d’azzardo delle tre carte della cupola del rating: che è un monopolio made in USA.

Tito Pulsinelli
Fonte: http://selvasorg.blogspot.com/
Link: http://selvasorg.blogspot.com/2010/05/europa-in-mano-alla-mafia-del-rating.html

Grecia: predatori e “cattivi” che protestano

Fonte: Grecia: predatori e “cattivi” che protestano.

I giornali e le TV stanno da qualche settimana presentando quella che viene definita la “crisi finanziaria” della Grecia, in maniera estremamente didascalica, per molti versi simile ad un fumetto per bambini, alternando alle didascalie dotte disquisizioni e complesse calcolazioni esperite dai guru istituzionali della finanza che discettano ostentando un vernacolo per iniziati incomprensibile ai più.
Le didascalie hanno lo scopo di orientare il pensiero degli italiani, proponendo una lettura della questione tanto semplice quanto rassicurante. Le dotte disquisizioni sono indispensabili per dimostrare che questa è la lettura giusta, in quanto suffragata dal pensiero di chi conosce e domina una materia per “cervelli fini” con la quale le persone “normali” non possono certo nutrire la presunzione di confrontarsi.
La Grecia viene così dipinta nell’immaginario collettivo come un paese vittima di una grave crisi finanziaria, imputabile ad una cattiva gestione del debito pubblico da parte della classe politica che ha permesso il dilagare della corruzione e dell’evasione fiscale, garantendo a larga parte dei cittadini facili guadagni e “privilegi” a pioggia.
Proprio a causa di questo baccanale collettivo costruito a debito, il paese si è trovato così di fronte alla prospettiva di un crack di proporzioni gigantesche, dal quale solamente “l’amica UE” potrebbe essere in grado di sottrarlo. Prospettiva che naturalmente in Italia mai potrebbe verificarsi, poiché i nostri conti sono solidi e la nostra classe politica dall’avvento della seconda Repubblica cammina sulla retta via.

I Paesi della UE, dall’alto della loro bonomia, ma anche per preservare intatta la salute dell’euro, si sono detti disposti a devolvere ai greci (a titolo di prestito) decine e decine di miliardi di euro nei prossimi tre anni, indispensabili per riportare a galla il loro equilibrio finanziario. Ma come ogni “buona banca” si sono visti costretti a pretendere alcune garanzie a tutela del loro “investimento”.
Tali garanzie sono costituite naturalmente dall’assicurazione che il governo greco chiuda i rubinetti dei “privilegi” imponendo ai suoi cittadini una serie di riforme “lacrime e sangue” che ne ridimensionino l’opulenza e contribuiscano a risanare i conti pubblici.

La UE ed il governo greco, dopo una serie di trattative, hanno “finalmente” raggiunto un accordo di comune soddisfazione. Ma una parte (peraltro minoritaria) dei cittadini, costituita da facinorosi, anarchici e frange dell’estrema sinistra sta protestando con veemenza, arrivando a scontrarsi con la polizia, perché abituata egoisticamente alla “bella vita” non è disposta a perdere i privilegi acquisiti.

Una rappresentazione molto semplice, convincente, rassicurante, ma tanto visionaria quanto distante dalla realtà.
Le cause della crisi finanziaria greca, oltre che derivare dalla corruzione e dall’evasione fiscale ad alti livelli, allignano in tutta una serie di speculazioni finanziarie internazionali studiate con tutta probabilità proprio allo scopo di condurre la Grecia sull’orlo di un baratro dal quale potrà salvarsi solamente “svendendo” quella sovranità limitata che ancora conservano i paesi della UE.

La sorte della Grecia sarà entro breve tempo seguita da tutti gli altri Paesi, ad iniziare dal Portogallo, dalla Spagna e dall’Italia, poiché il progetto messo in essere (per uno strano scherzo del destino) proprio all’indomani della ratifica del Trattato di Lisbona prevede l’annientamento dell’attuale sovranità limitata degli stati membri ed il trasferimento dell’intera sovranità nelle mani di una confraternita di organismi privati quali BCE, FMI, Banca Mondiale ecc.

Il denaro che verrà devoluto alla Grecia proviene dalla finanza pubblica e pertanto il finanziamento peserà sulle tasche dei contribuenti dei singoli stati. Tale denaro non sarà destinato ad offrire vantaggi ai cittadini greci ma entrerà in una partita di giro dove sarà utilizzato unicamente per coprire le voragini create dalla speculazione finanziaria.
Le garanzie imposte alla Grecia non sono state dettate dagli stati europei che offriranno il denaro, ma dalla confraternita privata di cui sopra. Confraternita che negli anni a venire si è arrogata il diritto di sovrintendere all’operato del governo greco (di fatto sostituendolo) imponendo tempi e modi delle riforme che dovrebbero iniziare la prossima settimana.

Le riforme lacrime e sangue non andranno a colpire i privilegi di un popolo opulento abituato a vivere nello sfarzo, ma metteranno alla fame cittadini con i salari fra i più bassi in Europa (insieme ad Italia e Portogallo) che già oggi vivono in condizione di estrema precarietà a causa della grave crisi economica e della disoccupazione.
Quella che viene dipinta (ed imposta) come un’operazione di risanamento dei conti pubblici, consiste semplicemente in un aumento indiscriminato della tassazione e nel taglio dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori. Aumento dell’IVA e della tassazione su molti prodotti, riduzione dell’assistenza sanitaria e pensionistica, tagli degli stipendi, ferie e tredicesime, licenziamento di una cospicua parte dei dipendenti pubblici.

I “cattivi” che protestano e stanno creando disordini nelle principali città greche non sono solamente uno sparuto manipolo di facinorosi, anarchici e professionisti della protesta che non vogliono fare i “giusti sacrifici”. Sono quella parte di cittadini che ha iniziato a prendere coscienza della realtà, realizzando la natura della strada senza ritorno sulla quale la Grecia (paese pilota in Europa) verrà costretto a camminare a partire dalla prossima settimana.
Una strada che in tempi brevi diverrà molto affollata, dal momento che dopo il successo dell’esperimento, gli altri paesi (compresa l’Italia) seguiranno a ruota, condividendo il regalo dello stesso futuro “lacrime e sangue”.

La confraternita di cui sopra sa bene che una volta messa in moto l’operazione è indispensabile fare in fretta e condurre in porto il Blitzkrieg prima che al di là del velo delle didascalie e delle dotte disquisizioni i cittadini percepiscano la realtà ed incomincino a reagire creando problemi che non possano essere risolti con l’ausilio dei lacrimogeni e di qualche manganellata.

Dietro l’attuale crisi del debito che ha colpito la Grecia (e che sta contagiando anche Portogallo, Spagna, Irlanda e, molti temono, anche l’Italia) non c’è solo la nota frode di bilancio commessa dai governanti ateniesi in combutta con le principali banche americane, in particolare la Goldman Sachs di Lloyd Blankfein e la JP Morgan Chase di Jamie Dimon.
Su tutto incombe infatti il sospetto, o meglio, la certezza di una spregiudicata operazione speculativa orchestrata dalla cupola finanziaria di Wall Street per lucrare sull’indebolimento dell’euro. Questo è lo scenario su cui sta timidamente indagando il dipartimento della Giustizia Usa.

Sotto scrutinio ci sono le colossali e contemporanee movimentazioni di fondi speculativi Usa (che scommettono sul futuro deprezzamento della valuta europea) registrati subito dopo la famosa cena tenutasi l’8 febbraio a Manhattan tra i finanzieri che quei fondi amministrano: George Soros (Soros Fund), John Paulson (Paulson & Co.), Steven Cohen (Sac), David Einhorn (Greenlight), Donald Morgan (Brigade) e Andy Monness (Monness Crespi Hardt & Co.).
A garantire il successo di questa operazione speculativa ci ha pensato il loro potente socio Harold ‘Terry’ McGraw III, che – attraverso il braccio armato della sua McGraw-Hill, ovvero l’agenzia di rating Standard & Poor’s – ha declassato i titoli di Stato greci, portoghesi e spagnoli innescando la ‘necessaria’ crisi dell’euro.

Ma forse c’è di più, e di peggio. Sono sempre di più gli economisti e i politici europei che in questo attacco all’euro vedono non un semplice mezzo speculativo, ma un fine politico.
Il sospetto è che le lobby finanziarie d’oltreoceano mirino ad abbattere il valore della moneta unica europea fino a portarla alla parità con il dollaro, allo scopo di salvaguardare la sempre più traballante egemonia globale della valuta statunitense. Affossare l’euro, o quantomeno ridimensionarlo, per tenere a galla il malandato biglietto verde, altrimenti destinato a tramontare come valuta di riferimento mondiale.
Altri ancora pensano che portare sull’orlo della bancarotta gli Stati europei più deboli (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna: i cosiddetti Pigs, o Piigs, se si comprende anche l’Italia) potrebbe dare impulso al mai tramontato progetto franco-tedesco di un’Europa a due velocità, con le ‘zavorre’ relegate a un ruolo marginale.

C’è infine chi va anche oltre queste interpretazioni, giudicando l’aggressione all’euro non come una sciovinistica manovra statunitense per sabotare la concorrenza economica del Vecchio Continente, bensì come una macchinazione dell’élite politica ed economica transnazionale (quindi anche europea) tesa a giustificare il potenziamento delle istituzioni globali, a partire dal Fondo Monetario Internazionale. Creare panico per poi invocare, come unica soluzione, come ancora di salvezza, un nuovo ordine economico mondiale dominato da organismi sovranazionali tecnocratici. Scenari che, secondo i sostenitori di questa tesi, saranno al centro delle prossime riunioni annuali a porte chiuse delle più potenti lobby globaliste: dalla Commissione Trilaterale (7-9 maggio a Dublino) al Bilderberg Group (3-6 giugno a Sitges, Barcellona).

A prescindere dalle diverse interpretazioni di quanto sta accadendo, una cosa è certa: a pagare il conto degli imbrogli dei politici europei e delle speculazioni dei predatori finanziari americani saranno le masse popolari. Per ora quelle greche, domani si vedrà.

Voci Dalla Strada: PER CESSARE IL RICATTO DEL DEBITO

Il video allegato che spiega il sistema truffaldino di creazione del debito è tratto dal film spagnolo “El concursante” che si trova anche integralmente su youtube (http://www.youtube.com/watch?v=VgopOOJZL1o)

Fonte: Voci Dalla Strada: PER CESSARE IL RICATTO DEL DEBITO.

di Damien Millet, Sophie Perchellet, Eric Toussaint

Nei paesi più industrializzati, che sono stati l’epicentro della crisi globale innescata tra il 2007 e il 2008, vi è un triste contrasto: mentre la popolazione si trova ad affrontare il deterioramento delle condizioni di vita, i governi e i loro amici a capo delle grandi banche si felicitano del salvataggio del del settore finanziario e di un timido recupero congiunturale. Oltre ai piani per rilanciare l’economia per più di un trilione di dollari, la grandi istituzioni finanziarie hanno ricevuto aiuti dal governo, sotto forma di garanzie, di prestito e anche iniezioni di capitale, ma senza che lo Stato abbia una partecipazione nella gestione delle società nè un ruolo per riorientare in maniera radicale le decisioni che saranno prese.

La strada scelta dal governo per uscire dalla crisi finanziaria causata dai banchieri ha fatto esplodere il debito pubblico. L’enorme crescita di questo debito sarà utilizzato, per un lungo periodo, da parte dei governi come mezzo di ricatto per imporre tagli sociali e per dedurre dai redditi “bassi” le somme necessarie per pagare il debito pubblico detenuto da mercati finanziari. Come?
Le imposte dirette sui redditi alti e le aziende si riducono, mentre le imposte indirette, come l’IVA aumentano. Ma questa è una tassa molto ingiusta, perché è sostenuta principalmente da famiglie povere: se si applica un’IVA del 20%, una famiglia povera, che spende tutto il suo reddito per i consumi di base, versa sul suo reddito l’equivalente del 20%, mentre una famiglia benestante, che risparmia il 90% e consuma solo il 10% del suo reddito, deve pagare solo il 2%.

In questo modo, i ricchi guadagnano due volte contribuiscono meno ai tributi, e con il denaro risparmiato acquistano titoli del debito pubblico, realizzando profitti con gli interessi pagati dallo Stato. In senso inverso, i dipendenti ed i pensionati sono doppiamente penalizzati: le loro tasse aumentano, mentre i servizi pubblici e la protezione sociale si degrada. Il pagamento del debito pubblico è quindi un meccanismo di trasferimento di reddito dal “basso” verso l’ “alto”, nonché un efficace mezzo di ricatto per procedere senza intoppi con le politiche neoliberiste di cui beneficiano di quest’ultimo.

E non è tutto: d’ora in poi, i benefici e la distribuzione di bonus (gli operatori finanziari delle banche francesi hanno ricevuto 1,750 milioni di euro in premi per il 2009, e gli operatori di Wall Street 20.300 milioni di dollari, con un aumento del 17% rispetto al 2008 -) riprendono la loro folle carriera mentre si chiede alla gente di stringere la cinghia. A peggiorare le cose, con il denaro facile fornito dalle banche centrali, banchieri e altri investitori hanno lanciato una nuova speculazione, molto pericolosa per il resto della società, come si è visto con il debito greco. E non abbiamo citato i prezzi delle materie prime nè del dollaro. C’è silenzio totale da parte del Fondo monetario internazionale (FMI) e dell’Organizzazione per la cooperazione e sviluppo economico (OCSE), mentre il G20 si rifiuta di intervenire sui bonus e la speculazione. Tutti sono d’accordo nell‘ampliare la corsa al profitto, con il pretesto che questo finirà per favorire l’occupazione.

L’obiettivo globale dei potenti è un ritorno alla crescita, anche se questo sarà molto squilibrato e distruttivo dell’ambiente. Pa parte loro, non c’è nessuna discussione di un sistema che ha dato prova del suo fallimento. Se non si reagisce in tempo, porterà a termine lo smantellamento dello stato e le persone, vittime della crisi, dovranno sostenere i costi, mentre i responsabili ne usciranno più forti che mai. Fino ad ora, le banche e gli hedge funds sono stati salvati con i soldi pubblici senza ottenere nessuna contropartita reale.

Tuttavia, il discorso dovrebbe essere questo: “Voi, potenti finanziatori, avete beneficiato profumatamente del debito pubblico, ma i diritti umani fondamentali sono gravemente minacciati e le disuguaglianze crescono vertiginosamente. La nostra priorità ora è di garantire questi diritti fondamentali e voi siete, i potenti creditori, che pagheranno per questo. Vi applicheremo un’ imposta pari a quello che vi è dovuto, il denaro non lascerà la vostra tasca, ma il debito sparirà. E consideratevi fortunati dal momento che non chiediamo gli interessi già pagati a scapito degli interessi dei cittadini”. E’ per questo motivo sosteniamo l’idea di tassare grandi creditori (banche, compagnie di assicurazione, hedge fund e le fortune private) all’altezza dei crediti che essi hanno nelle loro mani. Ciò consentirebbe ai governi di aumentare la spesa sociale e creare posti di lavoro socialmente utili ed ecologicamente sostenibile. Si potrebbero anche azzerare i contatori finanziari del debito pubblico del Nord, senza che debbano contribuire le vittime di questa crisi, facendo in modo che la totalità dello sforzo ricada su chi ha causato o aggravato la crisi, di cui hanno già beneficiato a lungo.

Sarebbe davvero un cambiamento radicale verso una politica di redistribuzione della ricchezza a favore di chi produce e non di quelli che speculano su di essa. Questa misura, se fosse accompagnata dalla soppressione del debito pubblico estero dei paesi in via di sviluppo e una serie di riforme (in particolare, una riforma fiscale di ampia portata, una riduzione radicale dell’orario di lavoro senza perdita della retribuzione e con assunzioni di compensazione, il trasferimento del settore del credito al dominio pubblico con il controllo del cittadino, ecc) potrebbe consentire una reale soluzione alla crisi, con la giustizia sociale e nell’ interesse del popolo. Questa rivendicazione, curiosamente di scarsa copertura mediatica, merita di essere ardentemente difesa.

Damien Millet – Sophie Perchellet – Eric Toussaint. Rispettivamente portavoce, vice presidente del CADTM Francia e presidente del CADTM Belgio (Comitato per l’Annullamento del debito del Terzo Mondo, www.cadtm.org ). Damien Millet e Eric Toussaint sono co-autori di 60 Domande e Risposte sul Debito, Il FMI e la Banca mondiale, Icaria, Barcelona, 2009. Eric Toussaint è autore di La Crisi globale, Editorial Madri di Plaza de Mayo, Buenos Aires, 2010.

Fonte: Rebelion

Blog di Beppe Grillo – L’Italia liberata dalla CIA e dalla mafia

Blog di Beppe Grillo – L’Italia liberata dalla CIA e dalla mafia.

I preparativi per l’Unità d’Italia fervono. 150 anni e non li dimostra. Sembra ieri che i francesi ci liberavano a Solferino e che l’esercito sabaudo massacrava decine di migliaia di meridionali. La vera Storia d’Italia non è mai stata scritta. Appartiene a qualche libro, qualche rara testimonianza. L’Italia è un problema metafisico irrisolto. Cos’è? Perché esiste? Da dove viene?Dove sta andando? Il blog inizia da oggi a cercare di dare una risposta. Nicola Biondo ci ricorda che siamo stati liberati dalla CIA e dalla mafia.

1943: Cosa Nostra si fa Stato
Sono Nicola Biondo, sono un giornalista freelance, con Sigfrido Ranucci per Chiare Lettere abbiamo scritto un libro che si intitola “Il patto” abbiamo indagato la trattativa tra Stato e mafia e analizzato i documenti che ci raccontano, come, questa trattativa partita nel 1992/1993 abbia le radici ben piantate nel passato, in quel passato che ha visto gli americani rivolgersi a Cosa Nostra per lo sbarco in Sicilia nel 1943 e che ha consentito a Cosa Nostra di farsi Stato..

Tutto ciò è avvenuto sotto la diretta responsabilità dei servizi segretari americani, dell’Oss, della Cia e ha consentito a Cosa Nostra di diventare quell’esercito della violenza che fino ai giorni nostri può imporre trattative o può scatenare una guerra.
Uno degli argomenti principali per capire com’è stato mai possibile che la banda criminale Cosa Nostra sia diventata così potente nel nostro Paese, abbia conquistato uomini e cose in una porzione molto grande del territorio a sud e abbia iniziato a investire già dalla fine anni 50, primi anni 60 al nord, è capire come mai e com’è stato possibile che Cosa Nostra si sia fatta Stato. E’ una storia che dobbiamo riprendere dal 1941, quando nella cella di uno dei più grandi boss di mafia, Lucky Luciano, a poche decine di chilometri da New York, il boss riceve alcuni ufficiali della marina statunitense. Cosa volevano quegli ufficiali? Volevano che il boss li aiutasse a fare piazza pulita delle spie naziste nel porto di New York. Lucky Luciano riesce non soltanto a prometterlo, ma lo mette in pratica, fa scoprire attraverso i suoi uomini le spie di Hitler nel porto, da lì parte questa storia innominabile anche se ormai conosciuta, la storia incredibile dei rapporti tra i servizi segreti americani e Cosa Nostra. A partire da lì si stringe questo rapporto e attraverso Lucky Luciano e i suoi agganci in Sicilia gli Stati Uniti ottengono le informazioni per operare nel 1943 lo sbarco in Sicilia.
E’ subito dopo lo sbarco in Sicilia che Cosa Nostra si fa Stato, con lo sbarco americano i boss mafiosi diventano amministratori dell’ordine pubblico, alcuni addirittura sindaci, è il vecchio sogno di Cosa Nostra di avere non solo un proprio esercito, ma di dettare legge, lo sbarco americano, l’amministrazione americana lo garantisce. A capo della sezione Italia dell’Oss che poi diventerà la Cia c’è un ragazzo di 27 anni, si chiama James Angleton, quest’ultimo mette in piedi all’interno della sezione Italia, un ristretto nucleo di persone, una dozzina al massimo. Nei documenti ufficiali questo nucleo di persone, che si occuperà solo e esclusivamente della Sicilia, verrà chiamato il cerchio della mafia.
A questo gruppo di 007 che si occupano della Sicilia, si aggiungono anche dei giovani in gamba siciliani, tra questi c’è un nome che ricorrerà poi per altri 40 anni, quello di Michele Sindoma.
In cosa consiste davvero la presenza degli americani in Sicilia? C’è un’informativa, un report dal titolo emblematico: “La mafia combatte il crimine”. Cosa Nostra diventa l’esercito di occupazione, insieme con gli americani, che gestisce l’ordine pubblico, che deve evitare che le masse contadine potessero invadere e fare a pezzi il latifondo, ma la Sicilia non è soltanto una colonna portante nella politica estera, agli sgoccioli della seconda guerra mondiale, è un avamposto dal quale si controlla l’intero Mediterraneo L’Intelligence americana capisce che c’è già un’altra guerra da combattere e è quella contro il comunismo sovietico.


Mafia e neofascismo. Portella delle Ginestre
La saldatura tra uomini di Cosa Nostra a cui viene demandato il compito di controllo sociale, di controllo territoriale, vede l’entrata di un ulteriore segmento di potere, è quello incarnato da alcuni elementi dal neofascismo che seppur sconfitto, come la mafia, viene assoldato in chiave anticomunista, simbolo di questo terzo lato, di questa santa alleanza mafia – servizi americani, è la figura di Juan Valerio Borghese che infatti viene salvato dalla fucilazione da parte dei partigiani da alcuni ufficiali americani.


Insieme con i capi mafia, con le spie americane, con elementi del neofascismo italiano, un altro uomo simbolo di questa santa alleanza è bandito Salvatore Giuliano, la santa alleanza si manifesta in tutto il suo orrore il primo maggio 1947, a Portella delle Ginestre, un commando composto da mafiosi, spie, neofascisti, spara sulla folla che festeggia il primo maggio, la festa del lavoro, tutto ciò accade a poca distanza dalle elezioni regionali che avevano visto il trionfo del blocco popolare di sinistra, il bilancio è di 14 morti e di decine di feriti.
La mafia finisce così assoldata in una sorta di guerra civile contro il latifondo, il voto popolare, la miseria, e Salvatore Giuliano lo si potrebbe definire come un nome collettivo dietro il quale si nascondono strategie, sigle e personaggi lontani anni luce dai volti truci dei mafiosi.
Dietro Giuliano c’è una cerchia di personaggi che vagheggiano una Sicilia nazione autonoma o uno Stato federato agli Stati Uniti, ma soprattutto c’è un progetto preciso, studiato a tavolino dei documenti dell’Oss e poi della Cia, verrà chiamato: “Piano X” che prevede l’assistenza, il finanziamento e l’armamento di movimento anticomunisti, di chiara matrice fascista, affinché promuovano tutte quelle azioni di sabotaggio, di guerriglia e di disturbo, da attribuire al fronte popolare composto da comunisti e socialisti.
Il quadro di questa Santa alleanza viene completato dall’alta borghesia siciliana, da quella nobiltà nera che con l’avvento della Repubblica e delle riforme sociali, non ha alcuna intenzione di perdere il proprio potere.
Ci sono in particolare due esponenti dell’alba borghesia siciliana che raccontano perfettamente questa storia, uno è il principe Giovanni Alliata di Monte Reale, un massone, un fascista e che in seguito verrà coinvolto nello scandalo della loggia P2, secondo alcune testimonianze questo principe sarebbe uno degli ideatori della strage di Portella delle Ginestre, finirà poi in seguito coinvolto anche nei tentativi di golpe avvenuti negli anni 70, ci ritroviamo davanti, come dice il Giudice Roberto Scarpinato, a una lupara proletaria e un cervello borghese.
Un altro importante nome è quello di Vito Guarrasi, il vero dominus della vita politica e economica siciliana per quasi 50 anni, una foto lo immortala nel 1943, appena ventinovenne alla firma dell’armistizio tra Italia e Stati Uniti, a volerlo lì è un importante generale, il generale Castellano, uno degli architetti di quella santa alleanza tra spie, mafia e neofascisti. Molti anni più tardi l’avvocato Guarrasi ammetterà di essere stato in stretti rapporti di stima per ragioni di servizio proprio con l’Oss e poi con la Cia, era una spia.
In quegli anni sono tantissimi i rapporti che indicano come uno degli strumenti usati dalle classi dirigenti italiane e siciliane era la carta del Movimento separatista, una sorta di lega del sud che oggi stiamo rivedendo nel panorama politico, la manovalanza usata a Portella delle Ginestre, viene però presto sacrificata. Giuliano muore in seguito a una trattativa tra la mafia e i Carabinieri che mettono in scena una fiction degna di una serie televisiva, un conflitto a fuoco, assolutamente inesistente in cui il bndito, Salvatore Giuliano assurto come il nemico pubblico N. 1 in Italia, sarebbe stato ucciso, ma non è così!
La storia inventata di un conflitto a fuoco in cui Salvatore Giuliano avrebbe trovato la morte, viene scoperta da un eccezionale giornalista, Tommaso Besozzi, che manda in frantumi la versione ufficiale e scrive un articolo dal titolo chiarissimo, definitivo: “Di sicuro c’è solo che è morto”, di sicuro oggi sappiamo che Salvatore Giuliano è stato tradito, ucciso nel suo letto e portato su un set, dove è stata allestita la sua morte, un conflitto a fuoco inesistente. Aa tradire Giuliano è un suo cugino, Gaspare Pisciotta, che di lì a poco, terrorizzato per i segreti di questo accordo tra lo Stato e Cosa Nostra, deciderà di raccontare tutto al processo per la strage di Portella. Dice Pisciotta una frase che forse è ancora molto, molto attuale: “Banditi, Polizia e mafia sono un corpo solo come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”.
Il 9 febbraio 1954 a Gaspare Pisciotta verrà servito un caffè avvelenato e morirà in carcere. E’ da allora, scriverà qualche anno dopo Leonardo Sciascia, che l’Italia diventa un Paese senza verità, anzi viene fuori una regola, che nessuna verità si saprà mai riguardo a fatti criminali, delittuosi in cui ci sia minimamente attinenza con la gestione del potere.
Questa lunga storia che odora di morte, miseria e violenza, questa santa alleanza, non è altro che il frutto avvelenato della guerra al nazifascismo, Portella delle Ginestre è il primo atto terroristico che secondo gli storici fonda la Prima Repubblica, e come la Prima Repubblica è stata fondata sul sangue versato a Portella, la seconda Repubblica nasce sul sangue versato a Capaci e a Via d’Amelio

Gli Stati Uniti e l’Italia
Questa lunga storia di mafia, di colletti bianchi, di spioni e di servizi segreti, la ritroveremo come una costante in tutti i delitti di mafia e in molti atti di terrorismo politico avvenuti in Italia a partire dal 12 dicembre 1969, dalla strage di Piazza Fontana. E’ assolutamente innegabile l’influenza che gli Stati Uniti hanno avuto nelle scelte politiche, sociali e economiche di questo Paese.

è noto che noi abbiamo in Italia moltissime basi americane, al cui interno sono celati ordigni nucleari, noi siamo una sorta di portaerei americana nel cuore del Mediterraneo. E’ passato abbastanza tempo per poter affermare che vi furono pesanti interventi degli Stati Uniti nella vita politica italiana, il primo è quello per le elezioni del 1948, nel 1949 l’Italia fu il primo Paese che usciva sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale a ricostruire i suoi servizi segreti e fu reso possibile su impulso americano, gli americani per tutti gli anni 50 chiesero costantemente ai governi italiani di mettere fuori legge i partiti della sinistra, il PCI e il PSI. Addirittura furono approvate alcune leggi che però non furono mai fino in fondo messe in pratica, una su tutte, anche molto divertente, del 1953 vietata lo strillonaggio dei giornali, quindi i ragazzini che vendevano giornali per esempio di sinistra non potevano annunciare il titolo del giornale nelle vie e nelle piazze. Vii fu un fortissimo controllo da parte degli americani, soprattutto delle zone di confine, in maniera particolare il confine orientale su Trieste e in Friuli. Vi è stato, e probabilmente vi è tutt’ora, un fortissimo controllo sul sistema delle telecomunicazioni.
Il caso più eclatante di coinvolgimento degli americani nelle vicende italiane è sicuramente stato il caso Mattei, la morte di Ernico Mattei che era il capo dell’ENI, l’Ente Nazionale Idrocarburi, che consentiva all’Italia l’approvvigionamento di materie prime, di petrolio, anche quella è ormai una storia che possiamo raccontare.
Enrico Mattei e la sua politica espansionista nella ricerca di materie prime a favore dell’Italia, non era assolutamente vista di buon occhio dagli americani, non potevano consentire che Mattei non solo stringesse accordi con i Paesi del Medio Oriente o che potesse stringere accordi addirittura con l’Unione Sovietica, ma che si espandesse anche in zone come l’Indonesia che era il giardino di casa del dominio americano.
Enrico Mattei muore in un attentato. La giustizia dei tribunali ha provato a portare in aula il caso Mattei, con certezza possiamo dire che in quell’attentato, l’aereo di Mattei fu sabotato, ebbero un ruolo di manovalanza proprio alcuni uomini di Cosa Nostra, l’aereo di Mattei infatti partiva da Catania e doveva atterrare a Milano.
Non sarebbe corretto dire che tutto quello che è successo in Italia, nel bene o nel male, sia stato causato dall’influenza americana. Possiamo dire invece, con buona certezza, che gli americani hanno a un certo punto accettato l’anomalia di un Paese che aveva una forte opposizione comunista e socialista e, allo stesso tempo, un governo come quello della Democrazia Cristiana, che era sì alleato agli Stati Uniti, ma culturalmente molto lontano dal mondo anglosassone e quindi protestante, mentre la Democrazia Cristiana aveva un legame fortissime con l’oltre Tevere, con Città del Vaticano, con la chiesa cattolica. L’anomalia italiana fu accettata solo nella misura in cui l’Italia non avesse voluto diventare una potenza nello scacchiere mondiale, finché si fosse accontentata di essere una potenza a medio raggio si potevano accettare una serie di anomalie. Questo è visibile proprio nella politica energetica di Mattei e poi negli scontri, anche molto duri, che l’Amministrazione americana ha avuto con i governi italiani quando negli anni 70 e 80 i governi italiani hanno direttamente trattato con i Paesi mediorientali per il petrolio. L’orgoglio nazionale di questo Paese viene fuori soltanto quando si tratta della nazionale di calcio e del petrolio.
Senza alcun dubbio vi sono state e vi sono tutt’ora cessioni di quote di sovranità nazionale a favore dell’alleato americano e questo è visibile nel soltanto nel campo militare o nel campo politico, ma è stato anche nel campo scientifico, nella chimica, nella ricerca atomica. Ciò di cui tanto si parla, la fuga dei cervelli dalle università, dalle aziende italiane, è un problema che data agli anni 50. Questo paese è stato terra di conquista, non solo terra di confine, ma soprattutto terra di conquiste per i migliori brevetti italiani come quello della plastica che è stato brevettato in Italia, la plastica fine, quella che usiamo tutti i giorni in casa.
Gli Stati Uniti in un certo senso hanno fatto campagna acquisti in questi campi, nel campo della ricerca scientifica, per esempio nel campo dell’industria, spesso e volentieri rendendo più povero questo Paese.

Le stragi e i tentativi di golpe
Però va anche detto questo, si è spesso parlato del fatto che strutture spionistiche, militari americane abbiano avuto un ruolo nella storia delle stragi italiane, nella storia della strategia della tensione, anche su questo vanno dette delle parole definitive di chiarezza, Ordine nuovo, gruppo terroristico di matrice fascista, resosi responsabile di una serie di atti terroristici in Italia, a partire da Piazza Fontana, ma anche prima e anche dopo, non aveva rapporti diretti con strutture di intelligence americane, gli americani non li pagavano per mettere le bombe, gli americani avevano dei propri uomini all’interno di Ordine nuovo,

esponenti di Ordine nuovo erano fonti degli americani, uno in particolare era un’antenna informativa degli americani e nello stesso tempo l’artificiere di Ordine nuovo, è probabilmente l’uomo che ha confezionato la bomba di Piazza Fontana, del 12 dicembre 1969. Va anche detto che dare responsabilità che non sono emerse giudiziariamente agli americani nel periodo delle stragi, significa anche minimizzare il ruolo di una certa classe dirigente in Italia.
Non possiamo dimenticare che sia la storia di Cosa Nostra, sia la storia di alcuni gruppi terroristici di estrema destra in Italia, quelli che hanno messo tecnicamente e fisicamente le bombe nelle banche, nelle stazioni, è una storia che riguarda le classi dirigenti, il potere di questo Paese. Abbiamo avuto esponenti, troppi, tanti esponenti della classe dirigente italiana che erano pronti a un bagno di sangue e l’hanno messo in pratica, con Piazza Fontana, con Piazza della Loggia, con Bologna, con i tentativi di golpe, anche sui tentativi di golpe va detta una parola di chiarezza. Gli Stati Uniti erano sicuramente a conoscenza, per esempio, del golpe Borghese che avrebbe visto la partecipazione di alcuni importanti uomini di Cosa Nostra. In quel caso la Santa Alleanza che si manifesta a Portella delle Ginestre, la stessa uguale Santa Alleanza si è manifestata con il tentativo del Golpe Borghese.

Le spie americane
Ci sono due casi famosi di spie americane che hanno lavorato in Italia: uno è un caso che ha contorni divertenti, è quello di Ronald Stark che ha una biografia da storia del rock, in effetti Ronald Stark nasce nel mondo del rock psichedelico californiano, si dice che era un caro amico di Jim Morrison. Ronald Stark è anche un grande commerciante di pasticche di Lsd negli anni 60 in tutta la California e poi in Europa.

Stark con questo curriculum di tutto rispetto viene assoldato dalla Cia per una serie di operazioni, una in particolare si chiama operazione Blue Moon che si è realizzata proprio nei confini statunitensi per distruggere la protesta che montava dai campus universitari americani, la protesta contro la guerra nel Vietnam, la Cia decide di finanziare la produzione di milioni e milioni di pasticche di Lsd da immettere nel mercato, sembra fantascienza, ma la storia la raccontano gli stessi documenti della Cia.
Ronald Stark nella prima metà degli anni 70, si trasferisce in Italia, ha dei contatti incredibili, per esempio con il capo del Servizio Segreto Militare Vito Miceli, con Salvo Lima, il pro console andreottiano, è l’uomo di cerniera tra mafia e politica in Sicilia. Viene arrestato per trasferimento di stupefacenti, in carcere entra in contatto con i fondatori delle Brigate Rosse, Curcio e Franceschini, a cui dà una serie di dritte per procurarsi delle armi in alcuni campi di addestramento in Medio Oriente, una storia assolutamente da romanzo. Ronald Stark viene interrogato dai magistrati italiani, questi ultimi gli chiedono chiaramente se lui è della Cia, se lui è una spia americana e lui in maniera assolutamente serafica, ve lo potete immaginare come un classico hippy, capelli lunghi, orecchino e sguardo un po’ allucinato, dice: c’è una legge in America che punisce le spie che ammettono di essere delle spie e si chiude nel suo assoluto silenzio.
Scontati alcuni mesi di pena in carcere viene fatto uscire con uno stratagemma giuridico, portato alla base americana di Camp Derby in Toscana e da lì scompare. e’ stato fatto qualche anno fa un funerale a Ronald Stark, ma secondo alcuni rapporti dei servizi quella bara era vuota, il mistero della vita e della morte di Ronald Stark continua.
Un’altra spia che ha lavorato in Italia per conto degli americani è il milanese Carlo Rocchi, quest’ultimo si è occupato del trasferimento di alcuni importanti gerarchi nazisti in sud America, ha lavorato in centro America, ha lavorato in prima linea in tutte quelle guerre che hanno visto gli Stati Uniti impegnati sia nel centro e nel sud America, sia nel sud est asiatico, Carlo Rocchi lo ritroviamo in un caso di depistaggio delle indagini sulla strage di Piazza Fontana.
In sostanza Rocchi, venuto a sapere che parte delle indagini riguardava uomini di Ordine nuovo in contatto con ufficiali Nato americani di Verona, prova a depistare le indagini e si mette in contatto con un testimone dell’inchiesta, proponendogli di dire cose assolutamente false o indimostrabili. Questo tentativo di depistaggio viene scoperto dal Giudice Salvini, dall’ufficiale dei Carabinieri Massimo Giraudo e Carlo Rocchi viene interrogato e in maniera assolutamente serafica dice: “Perché vi stupite, lavoro per un governo alleato all’Italia, quindi se gli interessi americani vengono “colpiti” da un’inchiesta, sono in diritto di fornire le notizie su questa inchiesta agli americani“.
E’ una buffonata ovviamente ed è un reato quello che ha compiuto Carlo Rocchi. Il suo nome verrà anche fuori per quanto riguarda l’inchiesta Mani Pulite, questa è un’altra grande domanda che ci si è sempre fatti, ci sono stati centri di potere occulto, i Servizi Segreti che hanno agito sull’inchiesta contro la corruzione che sono state fatte in Italia, Carlo Rocchi per esempio prova a carpire informazioni a alcuni magistrati della Procura di Milano, il suo nome finisce in uno strano e mai fino in fondo indagato progetto di attentato al giudice D’Ambrosio che era il vice di Borrelli alla Procura di Milano. Carlo Rocchi sicuramente era uno di quegli agenti americani che in Italia ha lavorato sempre in prima linea, sotto copertura e con strettissimi legami con i servizi segreti italiani, anche andando in alcuni casi ben oltre la legge.

Sovranità nazionale e FMI

L’influenza americana nelle vicende italiane è innegabile, oggi però nel momento in cui si parla di cessione di quote di sovranità nazionale, il problema non è più il rapporto, non è più solo il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti, o tra l’Italia e la Russia, o l’Italia e la Cina, il problema è un altro.

L’influenza americana nelle vicende italiane è innegabile, oggi però nel momento in cui si parla di cessione di quote di sovranità nazionale, il problema non è più il rapporto, non è più solo il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti, o tra l’Italia e la Russia, o l’Italia e la Cina, il problema è un altro. Ci sono istituzioni finanziarie internazionali che come la Nato nel passato, nel campo militare e politico, oggi hanno un’enorme forza nel sottrarre potere alle istituzioni democratiche, in particolare mi riferisco al Fondo Monetario Internazionale (FMI). E’ di questi giorni la notizia che la Grecia non vuole rivolgersi per un prestito, per la sua fragilissima economia ormai al default, all’FMI. Questo è un punto che andrebbe affrontato perché farsi prestare dei soldi dall’FMI, significherebbe dare in gestione parte della vita economica dei cittadini di quello Stato, significherebbe appaltare le scelte di politica fiscale a un’istituzione che non è stata eletta da nessuno e all’interno della quale gli americani hanno un ruolo evidentemente predominante, quindi la cessione di quote di sovranità internazionale, ormai, è qualcosa che avviene con modalità molto diverse che nel passato e direi quasi senza spargimento di sangue, fino a quando non si arriva al default economico totale. com’è avvenuto in Argentina.

ComeDonChisciotte – LA DISCESA NEGLI INFERI DEGLI STATI – NAZIONE!

Fonte: ComeDonChisciotte – LA DISCESA NEGLI INFERI DEGLI STATI – NAZIONE!.

DI GILLES BONAFI
gillesbonafi.skyrock.com

Gli indicatori economici sono sottoposti a costanti cambiamenti: verranno qui riportati gli ultimi aggiornamenti delle cifre-chiave dell’economia globale riguardante il tema del debito pubblico e i prodotti derivati (le metastasi).

Tutte le cifre qui riportate provengono da fonti chiaramente identificate, quali il FMI [Fondo Monetario Internazionale, ndt] o, per l’essenziale, dalla BRI [Banca dei Regolamenti Internazionali, ndt], fonti dunque assolutamente autorevoli.

Il debito

Il 92% del debito pubblico (rispetto al PIL) della Francia nel 2010 è confermato dal FMI (grafico qui sotto), ed è previsto un aumento al 99% per il 2011, cambiamento da me previsto già due anni fa.

Rilevante è il Giappone, il quale batte tutti i record con il 197% di debito pubblico, ma anche il 130% della Grecia e dell’Italia di cui nessuno ne parla.

Il debito pubblico dell’Irlanda esploderà nel 2011, raggiungendo un +12%.

In confronto la Spagna è “poco indebitata” con il suo 68% nel 2010. Il 74% previsto mi sembra alquanto sottostimato, con un’impennata che io valuto possa invece raggiungere più dell’80% (BRI pag. 4).

I prodotti derivati

I prodotti derivati proseguono nella loro decrescita (salvo negli Stati Uniti).

Avevano raggiungo la cifra sbalorditiva di 690000 miliardi di dollari all’inizio dell’anno 2008, mentre oggi non raggiungono che 444000 miliardi di dollari (8 volte il PIL mondiale) nel quarto trimestre del 2009, secondo l’ultimo rapporto trimestrale del BRI datato marzo 2010.

Come si può notare, esiste una netta differenza tra le attività sui prodotti derivati riferite agli Stati Uniti rispetto a quelle del resto del mondo.

Ricordiamo infatti che il 30 giugno 2008 l’OCC (Office of the Comptroller of the Currency, l’autorità governativa a tutela delle banche), dichiarava che gli Stati Uniti possedevano 182100 miliardi di dollari di prodotti derivati (metastasi), dati questi confermati qualche mese fa dall’ultimo rapporto, il quale riportava la cifra di 200000 miliardi di dollari (controllati da 5 banche). La finanza statunitense ha dunque creato 200000 miliardi di dollari di prodotti derivati in un anno, ossia 1.5 volte il PIL degli Stati Uniti, proprio quando il resto del mondo prendeva coscienza del pericolo che essi rappresentano.

Ancora più inquietante, gli Stati Uniti detengono ormai quasi la metà di quei prodotti finanziari che rappresentano il centro del rischio sistemico.

Si può dunque comprendere perché Tim Geithner, ministro americano delle Finanze (segretario del Tesoro) ha vivamente criticato il piano che presenterà la Commissione Europea riguardo la regolamentazione dei prodotti derivati ed in particolare dei CDS [Credit Default Swaps, contratti la cui funzione è trasferire l’esposizione creditizia di prodotti a reddito fisso tra le parti, ndt], il cui fine è prevenire gli effetti “sistemici” di quei prodotti finanziari di cui la banca Golman Sachs (un cavallo di Troia) si è servita al fine di indebolire l’Europa a profitto degli Stati Uniti. Indebolire l’euro infatti rinforza il dollaro, una moneta che sembra essere in attesa di giudizio.

Per ciò che riguarda l’euro, non vi preoccupate, una soluzione è in corso (a presto le spiegazioni).

Fonti:

OCC pagina 12

Rapporto trimestrale BRI pagina 11.

Titolo originale: “La descente aux enfers des États-nations !”

Fonte: http://gillesbonafi.skyrock.com/
Link
12.03.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di DANIELA DI PINTO

AldoGiannuli.it » Archivio Blog » Democrazia: e se Giuliano Amato fosse più pericoloso di Silvio Berlusconi?

Fonte: AldoGiannuli.it » Archivio Blog » Democrazia: e se Giuliano Amato fosse più pericoloso di Silvio Berlusconi?.

Dopo la crisi greca, va facendosi strada nella Ue l’idea di istituire un Fondo Monetario Europeo sul modello del Fondo Monetario Internazionale, proprio per riequilibrare i danni di eventuali crisi nazionali. Per ora i contorni della proposta non sono chiarissimi, almeno stando a quel che si legge anche sulla stampa specializzata, ma qualche segnale allarmante inizia ad esserci.
E’ il caso di una recente intervista, in proposito, di Giuliano Amato (“Affari & Finanza- La Repubblica” 15 febbraio 2010 p. 2) che è stato fra i primi a proporre l’istituzione del Fme per “intervenire in caso di shock asimmetrici” (cioè di qualche singolo paese dell’Unione), compensando con la liquidità complessiva il rischio di default di qualche singolo paese dell’Unione.
Sostiene Amato che, se l’Euro ha l’ambizione di proporsi come valuta di riserva, non può permettere che la Grecia risolva i suoi problemi rivolgendosi al Fmi, perchè questo comporterebbe una grave sconfitta sul piano simbolico, quando questo può benissimo essere evitato, in quanto la Ue ha la liquidità necessaria per risolvere il problema di alcuni suoi membri.

E, fin qui, il discorso fila ed appare condivisibile: il Fmi, come in tutte le altre occasioni, interverrebbe sostenendo il paese debitore, ma imponendo terapie tali da ridurre la sovranità del paese assistito allo stato larvale e, siccome dire Fmi significa dire in primo luogo Stati Uniti, non si vede perchè l’Europa dovrebbe affidare un suo membro al nemico americano.
Resta da capire, però, cosa significa istituire un Fondo Monetario Europeo e sino a che punto occorre spingere questa scelta.

Nell’intervista, Amato –dopo aver descritto un primo scenario che vede la Germania diventare il lord protettore dell’intera Unione- dice:

<< Il secondo scenario vede invece l’emergere di istituzioni e strumenti per un vero governo europeo dell’economia.>>

senza ulteriori precisazioni, ma nel sottotitolo leggiamo :

<< il nodo resta la “sottrazione” della sovranità fiscale ai rispettivi stati>>

Per la verità, nell’intervista questo concetto non appare con questa nettezza e non sappiamo quanto l’intervistatore abbia forzato il pensiero di Amato, ma, quell’ accenno a “istituzioni e strumenti per un vero governo europeo dell’economia” fa pensare che non si sia lontani dal suo pensiero.
Conviene allora chiarire bene di che si tratta.
Che esista un Fme che rilevi il debito internazionale di un paese membro, assumendo la guida del suo risanamento (auspicabilmente con spirito e politiche diverse da quelle del Fmi) è una idea accettabile. Che il Fme si alimenti con contribuzioni dei paesi più liquidi o con l’emissione di bond europei può anche andar bene. Ma se parliamo di trasferire la sovranità fiscale degli stati membri, vuol dire che stiamo attuando un colpo di stato a livello continentale.
Infatti, come è noto, la Ue ha una architettura costituzionale articolata, complessa e ridondante nella quale il Parlamento è la cosa che conta meno. Di fatto i suoi poteri si riducono ad emanare una valanga di direttive il più delle volte prodotto dell’azione di lobbyng in favore di questo o quell’interesse particolaristico. Nè, tutto sommato, potrebbe essere diversamente, perchè non esistono veri partiti, sindacati, associazioni ecc, a livello europeo, così come non esiste una opinione pubblica europea ma una serie di partiti, sindacati ed opinioni pubbliche nazionali.
Per di più, la Bce (che detiene la sovranità monetaria) è una associazione privata di banche centrali nazionali che, a loro volta, sono (in forme diverse da paese a paese) degli istituti largamente indipendenti dalle istituzioni democratiche rappresentative.

I governi nazionali –che oggi detengono la sovranità fiscale- hanno una legittimazione elettorale. Al contrario, l’auspicato Fme non potrebbe essere nè il prodotto di una investitura popolare diretta, nè della designazione da parte dei governi nazionali, per ovvie ragioni relative alla sua funzionalità decisionale, ma –esattamente come il Fmi- la risultante dell’intesa delle banche centrali.
Dunque, postulare il trasferimento della sovranità fiscale ad un ipotetico Fme, non significherebbe altro che trasferire la capacità decisionale in materia fiscale da organismi espressi per via elettorale ad un organismo autocratico e non rappresentativo.
In buona sostanza: una ristretta elite di banchieri eserciterebbe contemporaneamente la sovranità fiscale e quella monetaria (che già ha).
Questo comporterebbe, di conseguenza il condizionamento di ogni politica di spesa da parte di governi e parlamenti nazionali.
A questo punto potremmo iniziare a parlare della democrazia come di una interessante forma di governo del passato ormai del tutto inattuale.

Chiediamoci: sul piano dell’attacco alla democrazia fa più danni uno come Berlusconi –con le sue leggi ad personam, la sua pretesa di impunità, la sua prassi totalmente fuori dallo spirito della Costituzione, le sue pose da Caudillo ecc.- o una proposta come questa che, in un colpo secco, fa fuori qualsiasi possibilità di contare della volontà popolare?
Berlusconi è quello che è, ma non è l’unico nemico che abbiamo se vogliamo difendere la democrazia.

Aldo Giannuli, 16 marzo ‘10

L’economista ($)mascherato: La Grecia demon(et)izzata rilegga Aristotele, Isocrate e me

L’economista ($)mascherato: La Grecia demon(et)izzata rilegga Aristotele, Isocrate e me.

di Marco Saba, 4 marzo 2010

Cerchiamo di fare il punto sull’attuale situazione economico-finanziaria. All’ordine del giorno c’è la crisi greca e le quattro ipotesi di svolgimento elaborate da economisti ortodossi, secondo quanto apprendiamo dal recente articolo di Ruggero Paladini [1]:

a) se la sbrighi la Grecia, e se non ci riesce e va in default non è un problema; cosa sono 300 miliardi di euro?

b) la Grecia deve rivolgersi al FMI che serve proprio in casi del genere, ed ha una grande esperienza;

c) bisogna permettere una fuoriuscita – magari temporanea – dall’euro che permetta una svalutazione (competitiva) e quindi un nuovo ingresso;

d) deve intervenire l’Europa, o meglio i paesi dell’euro, per sostenere politicamente e finanziariamente la Grecia; molti aggiungono che si pone poi un problema di politica economica e un salto di qualità dell’Unione Europea.

Qui ci interessa il commento offerto da Paladini alla ipotesi (c): “La terza ipotesi è quella più creativa, ma ha due problemi: il primo è che sembra che i trattati esistenti non la permettano; il secondo è che un eventuale successo dell’operazione sarebbe fatale per l’euro. Supponiamo infatti che la Grecia svalutando rilanci le esportazioni, l’economia e risani il bilancio; perché gli altri paesi porcelli non dovrebbero voler fare lo stesso?” Alla prima obiezione occorre chiarire che proprio il Trattato di Lisbona, come lamenta la Banca Centrale Europea, prevede esplicitamente una clausola di fuoriuscita dalla UE, una “exit clause”, che sostanzialmente richiede un preavviso di due anni per l’uscita da parte del paese fuoriuscente. Si tratta dell’articolo 50 del Trattato [2] . Nell’articolo poi si dice che lo stato fuoriuscente potrà anche rientrare nell’Unione in futuro seguendo le indicazioni dell’art. 49.

Quello che lamenta la Banca Centrale Europea è che l’uscita andrebbe concertata col Consiglio d’Europa durante quei due anni di preavviso, ma nel caso non lo fosse non sono previste specifiche sanzioni. Inoltre, la BCE ci informa che, nel caso un paese uscisse anche dall’Unione Monetaria, la sovranità monetaria verrebbe restituita alla banca centrale del paese fuoriuscente, oltre alle riserve valutarie ed al capitale che quest’ultima aveva ceduto alla BCE [3].

Il secondo punto che l’autore dell’articolo solleva è abbastanza ridicolo, mi ricorda un maestro elementare che mi diceva: “Che succederebbe se tutti facessero come te?” Ed io: “Sarei proprio scemo a non fare come loro, no?” E’ ridicolo dire che questa possibilità non viene presa in considerazione perché – pur beneficiando potenzialmente la Grecia – verrebbe anche imitata da altri. E allora?

In sostanza, tuttavia, esiste almeno un’altra possibilità meno “eclatante”, un quinto scenario che è opportuno illustrare: si tratta della possibilità di emettere una moneta nazionale a circolazione interna, senza uscire dall’Euro o dalla UE. Questa operazione, descritta da tempo da J.Wiseman [4], consiste nell’emettere degli strumenti finanziari (zero-coupon perpetual puttable security) senza chiamarli propriamente “banconote” o “moneta”, ma con gli stessi effetti all’atto pratico. Non è una cosa particolarmente nuova. In passato, prima della seconda guerra mondiale, l’Italia fece ampio ricorso a questi “biglietti di stato a corso legale” per l’emissione delle proprie banconote. L’iniziativa prima assoluta – a livello europeo – avvenne nel 1240 quando il Comune di Milano, a corto di moneta dì argento, emise cartamoneta a corso libero, diventando ben presto la capitale della Lombardia [5]. In questo modo, facendo pesare sulla popolazione il solo costo del signoraggio (che potrebbe permettere di eliminare tutte le altre tasse), non aggravato da interessi come avviene invece con l’emissione dei titoli di debito pubblico, concertata lingua-in-bocca coi banchieri privati, allora sì che si potrebbe risollevare l’economia di qualsiasi paese dell’area Euro. In particolare, proprio i cosiddetti paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia Grecia e Spagna), adottando di concerto e tutti assieme la soluzione proposta per la Grecia, potrebbero dare inizio ad un “mercato del mediterraneo” [6] collegandosi anche col nord Africa.

La Grecia è la patria di Aristotele, che più di 2300 anni fa nelle sue opere definiva la moneta strumento di giustizia distributiva, nel senso che per il suo tramite si riescono a quantificare prestazioni e servizi altrimenti non quantificabili (Etica) e uno strumento atto a facilitare gli scambi, soprattutto a distanza (Politica). La Grecia è anche la patria di Isocrate, che 2400 anni fa – nel suo Trapezitico – ci ricorda quanto fosse difficile portare i banchieri in Tribunale… Viene da chiedersi a che livello di corruzione è scesa oggi l’élite della Grecia per non essere più nemmeno in grado di capire ed affermare il suo sacro diritto alla sovranità monetaria.

La morale è sempre la stessa: ai popoli non vengono prospettate effettivamente TUTTE le alternative concrete praticamente realizzabili, ma solo quelle “interessate” tra le quali essi vengono costretti a scegliere… E se i giornalisti e gli economisti non sono tutti collusi in questa gigante opera di disinformazione, ma sono semplicemente inadatti e impreparati a svolgere decentemente il proprio mestiere, che si facciano umilmente da parte, recuperando dignità per tutti.

Note:

1] Ruggero Paladini, “I greci, i porcelli e il tamburo di latta“, Eguaglianza & Libertà, 23/02/2010
http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1221

2] Ecco il testo dell’articolo del Trattato di Lisbona, stranamente ignorato dagli “attivisti”:
CONSOLIDATED VERSION OF THE TREATY ON EUROPEAN UNION
Article 50
1. Any Member State may decide to withdraw from the Union in accordance with its own constitutional requirements.
2. A Member State which decides to withdraw shall notify the European Council of its intention. In the light of the guidelines provided by the European Council, the Union shall negotiate and conclude an agreement with that State, setting out the arrangements for its withdrawal, taking account of the framework for its future relationship with the Union. That agreement shall be negotiated in accordance with Article 218(3) of the Treaty on the Functioning of the European Union. It shall be concluded by the Council, acting by a qualified majority, after obtaining the consent of the European Parliament.
3. The Treaties shall cease to apply to the State in question from the date of entry into force of the withdrawal agreement or, failing that, two years after the notification referred to in paragraph 2, unless the European Council, in agreement with the Member State concerned, unanimously decides to extend this period.
4. For the purposes of paragraphs 2 and 3, the member of the European Council or of the Council representing the withdrawing Member State shall not participate in the discussions of the European Council or Council or in decisions concerning it.
A qualified majority shall be defined in accordance with Article 238(3)(b) of the Treaty on the Functioning of the European Union.
5. If a State which has withdrawn from the Union asks to rejoin, its request shall be subject to the procedure referred to in Article 49.

3] “…withdrawal from EMU would entail: (i) creating a new currency or re-establishing the old currency of the withdrawing Member State; (ii) refunding the departing national central bank’s (NCB) contribution to the European Central Bank’s (ECB) capital, and reimbursing its foreign reserve assets transferred to the Eurosystem; and (iii) transferring full monetary sovereignty back to the seceding NCB…” – da: “Withdrawal and expulsion from the EU and EMU: some reflections”, ECB, 2009:
http://www.ecb.int/pub/pdf/scplps/ecblwp10.pdf

4] Vedi:
Come emettere una moneta nazionale italiana senza violare il Trattato di Maastricht
http://leconomistamascherato.blogspot.com/2009/05/come-emettere-una-moneta-nazionale.html
e anche:
Il progetto CENTROBANCA: le Neolire (ITN)
http://leconomistamascherato.blogspot.com/2009/05/come-emettere-una-moneta-nazionale_26.html

5] Ne parlo in un capitolo del mio Moneta Nostra:
http://studimonetari.org/monetanostra.pdf

6] Già nel marzo 2006, Galloni affermava: “Occorrerebbe proporre una ridiscussione dei parametri di stabilità, cercando di spuntare condizioni di maggiore sostenibilità per la nostra economia. Io proporrei inoltre lo sviluppo di un “Mercato Mediterraneo”, un’area di scambio che abbracci i paesi del Sud Europa e dell’Africa settentrionale, un patto questo che potrebbe sostenere e garantire l’Italia. All’uscita dall’euro potremmo anche ignorare le agenzie di rating, se esistesse un progetto di sviluppo valido. “
http://www.tradizione.biz/politica/signoraggio/intervista-a-nino-galloni.html

ComeDonChisciotte – DONAZIONI PER PAGARE UN DEBITO ABIETTO?

Fonte: ComeDonChisciotte – DONAZIONI PER PAGARE UN DEBITO ABIETTO?.

DI ERIC TOUSSAINT E SOPHIE PERCHELLET
Rebelion

Una delle più grandi operazioni di soccorso della storia potrebbe essere molto simile a quella fatta dopo lo tsunami del 2004, tranne che il modello di ricostruzione adottato è radicalmente diverso. Haiti è stata parzialmente distrutta in seguito ad un terremoto di magnitudo 7. Tutto il mondo la compiange e i mezzi di comunicazione, offrendo immagini apocalittiche, continuano a riproporci modi e maniere in cui i generosi Stati si prodigheranno. Ci viene detto che bisogna ricostruire Haiti, quel paese vinto dalla miseria e dalla “catastrofe”. Ci ricordano impetuosamente che è uno dei Paesi più poveri del mondo, ma senza spiegarci il motivo di tutto ciò. Ci lasciano credere che questa povertà è un fatto irrimediabile, senza motivo plausibile: “Sono colpiti dalla sfortuna”.

E’ fuor di dubbio che quest’ultima catastrofe naturale ha causato danni umani e materiali tanto enormi quanto inaspettati. Siamo tutti d’accordo nell’ affermare che misure d’aiuto urgenti siano d’obbligo. Tuttavia la povertà e la miseria che contraddistinguono questo Paese non sono dovuti a questo terribile terremoto. Bisogna ricostruire il Paese perché già prima era stato privato dai mezzi necessari per farlo. Haiti non è un paese né libero né sovrano.

Negli ultimi anni la sua politica interna è guidata da un governo costantemente sotto pressione da influssi esterni e manovrata da gruppi di potere locali.
Haiti è stata tradizionalmente denigrata e spesso descritta, nel migliore dei casi, come un paese violento, povero e repressivo. Non ci sono note che ci ricordino la conquista dell’indipendenza avvenuta nel 1804 dopo una crudele lotta contro le truppe napoleoniche. Anziché sottolineare il profilo umanitario e la lotta per i diritti umani, saranno la barbarie e la violenza le caratteristiche attribuite agli haitiani. Eduardo Galeano parla della “maledizione bianca”: “Al confine di stato, dove finisce la Repubblica Dominicana ed inizia Haiti troviamo un grande cartello che avverte: ‘Il varco maledetto. Dall’altra parte troverete l’inferno. Sangue e fame, miseria e pestilenze’”[2]

È essenziale ricordare la lotta di liberazione condotta dal popolo haitiano, perché in rappresaglia a questa doppia rivoluzione, anti-schiavista ed anti-coloniale, il paese ebbe ad affrontare “il salvataggio francese di indipendenza”, corrispondente a 150 milioni di franchi in oro (ovvero il bilancio annuale della Francia all’epoca). Nel 1825, la Francia decise che “gli attuali abitanti della parte francese di Santo Domingo versassero alla cassa federale erariale della Francia, anno dopo anno in cinque rate annue, il primo a scadenza 31 dicembre 1825, la somma di centocinquanta milioni di franchi, come riscatto d’indennizzo agli antichi coloni che chiedevano un risarcimento”[3]. Oggi si parlerebbe di 21.000 milioni di dollari. E cosi che dall’inizio della sua indipendenza Haiti parte con un debito molto alto, debito che sarebbe lo strumento neocoloniale per facilitare l’accesso alle numerose risorse naturali del paese.

Il pagamento del riscatto è stato quindi un elemento fondante dello Stato haitiano. In termini giuridici ciò significa che esso è stato contratto da un regime dispotico e usato contro gli interessi della popolazione. La Francia e poi gli Stati Uniti, la cui area di influenza si consolida ad Haiti dal 1915, sono interamente responsabili. Anche se sarebbe stato possibile affrontare le dolorose responsabilità del passato nel 2004, la Commissione Régis Debray [4], scelse di scartare l’idea di una restituzione della somma, sostenendo che era “priva di fondamento giuridico” e che avrebbe potuto aprire un “vaso di Pandora”. Le richieste del governo di Haiti furono respinte dalla Francia: non c’è posto per le riparazioni. La Francia non ha riconosciuto il suo ruolo nel dono infame che fece al dittatore “baby doc” Duvalier [Jean-Claude Duvalier, figlio di Francois Duvalier,”papa doc”] nel suo esilio, offrendogli l’immunità e lo status di rifugiato politico.


Il regno dei Duvalier iniziò nel 1957 con l’aiuto degli Stati Uniti, e finì nel 1986 quando il figlio “baby doc” fu rovesciato da una rivolta popolare. La violenta dittatura, ampiamente sostenuta dall’Occidente, governò per quasi 30 anni ed è stata caratterizzata da una crescita esponenziale del debito. Tra il 1957 e il 1986, il debito estero aumentò del 17,5%. Al momento della fuga di Duvalier, ammontava a 750 milioni di dollari. Successivamente aumentato, con gli interessi e le sanzioni, arrivò a più di 1.884 milioni di dollari [5]. Questo debito, lungi dal servire per la popolazione, che continuò a impoverirsi, aveva lo scopo di arricchire il regime. Quindi si tratta di un debito abbietto. Recenti ricerche hanno dimostrato che le fortune personali della famiglia Duvalier (ben protette in conti bancari occidentali) ammontavano a circa 900 milioni di dollari, ovvero un importo superiore al debito totale del paese al momento della fuga di “Baby Doc “. Vi è un processo in corso presso la giustizia svizzera per la restituzione allo Stato haitiano dei beni mal amministrati durante la dittatura dei Duvalier. Tali beni sono però, attualmente, congelati dalla banca svizzera UBS, che impone condizioni intollerabili per la restituzione di quei fondi [6]. Jean Baptiste Aristide, in un primo momento eletto con molto entusiasmo dal popolo, fu in un secondo tempo accusato di corruzione e deposto. A costo di diventare un fantoccio degli Stati Uniti è stato riportato al potere solo per essere, infine, catturato ed espulso dalle truppe di coloro a cui doveva il potere. Aristide, purtroppo, non è stato immune all’uso improprio e alla malversazione dei fondi stabilito da Duvalier. Inoltre, secondo la Banca mondiale, tra il 1995 e il 2001, il servizio del debito, cioè gli interessi più l’ammortizzamento del capitale, ha raggiunto la notevole quantità di 321 milioni di dollari.

Tutti gli aiuti finanziari proclamati fino a questo momento a causa del terremoto sono già compromessi per il pagamento del debito estero.

Secondo le ultime stime, oltre l’80% del debito estero di Haiti è di proprietà della Banca Mondiale e della Banca Interamericana di Sviluppo [Inter-American Development Bank (IDB)], ciascuna con il 40%. Sotto il loro controllo, il governo ha applicato i “piani di aggiustamento strutturale” camuffati sotto il nome di “Piani strategici per la riduzione della povertà” (DSRP). In cambio del rilancio dei prestiti, vennero concesse ad Haiti delle riduzioni o annullamenti del debito, insignificanti in sé, ma mirati ad edulcorare l’immagine di “buona volontà” dei creditori. L’inclusione di Haiti nella Iniciativa Paises Pobres Muy Endeudados (PPME) [Paesi Poveri Molto Indebitati] è una tipica manovra di riciclaggio del ripugnante debito, come egualmente è avvenuto nella Repubblica Democratica del Congo[7]. Così facendo si rimpiazza l’ esecrabile debito già esistente con altri nuovi, che si presumono legittimi. CADMT ritiene tali nuovi prestiti sempre parte dei vecchi odiosi debiti, giàcche servono sempre per estinguere a monte; c’è per tanto una continuità del delitto.


Nel 2006, quando il FMI, la Banca Mondiale e il Club di Parigi decisero che Haiti dovesse far parte dell’iniziativa PPME, il totale complessivo di debito pubblico estero era di 1.337 milioni di dollari. Nel momento clou dell’iniziativa (giugno 2009), il debito era 1.884 milioni di dollari. Fu deciso l’annullamento del debito per un importo di 1.200 milioni di dollari per far si che questo “fosse sostenibile”. Nel frattempo, piani di adeguamento strutturale distruggevano tutto il paese, in particolare il settore agricolo, i cui effetti portarono alla crisi alimentare del 2008. L’agricoltura contadina haitiana fu succube dello smaltimento dei prodotti agricoli americani. “Le politiche macroeconomiche sostenute da Washington, l’ONU, il FMI e della Banca mondiale non si preoccupano per nulla del bisogno di sviluppo e di protezione del mercato interno. L’unica preoccupazione di queste politiche è la produzione a basso costo per l’esportazione verso il mercato mondiale “[8]. È quindi sconvolgente sentire che il FMI si dice “pronto ad esercitare le proprie funzioni con un adeguato sostegno nei settori di competenza”.[9]

Come espresso nel recente appello internazionale, “Haiti ci chiama alla solidarietà e al rispetto per la sovranità popolare”: “Negli ultimi anni, insieme a molte organizzazioni haitiane, abbiamo denunciato l’occupazione militare da parte delle truppe ONU, l’impatto della dominazione imposta dal debito esterno, il commercio senza regole, il saccheggio della natura e la propagazione di interessi globali. Le condizione di vulnerabilità del paese di fronte ad eventi naturali – causate in gran parte dalla devastazione dell’ambiente, dalla assenza di infrastrutture di base, dalla impossibilità dello Stato ad agire – non sono lontane dalle azioni che storicamente attentano contro la sovranità popolare.”

“È giunto il momento per i governi che fanno parte della MINUSTAH [“United Nations Stabilization Mission in Haiti “ N.d.r.], le Nazioni Unite e in particolare la Francia e gli Stati Uniti, i governi fratelli di Sudamerica, di rivedere le politiche che lavorano contro i bisogni fondamentali della popolazione haitiana. Noi sollecitiamo questi governi e le organizzazioni internazionali a sostituire l’occupazione militare con una vera missione di solidarietà, così come la urgente cancellazione del debito estero che altro non è che una illegittima azione che Haiti sta ancora pagando sulla sua pelle”[10].


Al di là della questione del debito, si teme che gli aiuti facciano la stessa fine che fecero nella triste tragedia dello tsunami del dicembre 2004 in diversi Paesi dell’Asia (Sri Lanka, Indonesia, India e Bangladesh)[11], oppure dopo l’uragano Jeanne nella stessa Haiti nel 2004. Le promesse non sono state soddisfatte e una gran parte dei fondi sono stati utilizzati per arricchire le società straniere o cupole locali. Queste “generose donazioni” provengono soprattutto da parte dei creditori del paese. Piuttosto che fare donazioni, non sarebbe preferibile l’annullamento dei debiti che Haiti ha con loro, immediatamente senza indugi e senza obblighi? Possiamo veramente parlare di aiuti, sapendo che la maggior parte di questo denaro servirà a coprire il debito estero o ad accrescere “progetti di sviluppo nazionale”, in conformità agli interessi dei creditori e di quelle stesse oligarchie locali? È chiaro che, senza queste donazioni sarebbe impossibile esigere il rimborso immediato di un passivo la cui metà, almeno, corrisponde ad un ripugnante debito. Le grandi conferenze internazionali di qualsiasi G8 o G20 ampliato alle IFI [“International financial institutions”, istituzioni finanziarie internazionali N.d.r], non contribuiranno a far progredire lo sviluppo di Haiti, bensì serviranno per ricostruire gli strumenti a loro necessari per ristabilire solidamente il controllo neocoloniale del Paese. Cercheranno di garantire il proseguo del rimborso del debito, sul quale si basa la sottomissione, come è già successo negli ultimi tentativi di ridimensionamento del debito.

Al contrario, è la sovranità nazionale la condizione fondamentale per far sì che Haiti possa ricostruirsi degnamente. La completa ed incondizionata cancellazione del debito haitiano dovrebbe essere il primo passo di una politica più generale. Un modello nuovo di sviluppo alternativo alle politiche delle IFI e agli accordi finanziari (APE firmato nel dicembre 2008, Collaborazione Hope II, ecc.) è necessario ed urgente. I Paesi industrializzati che sistematicamente sfruttarono Haiti, iniziando dalla Francia e dagli Stati Uniti, devono elargire riparazioni attraverso un fondo per il finanziamento della ricostruzione controllato dalle organizzazione popolari haitiane.

Eric Toussaint è il presidente del CADTM Belgio (Comitato per l’ Annullamento del Debito del Terzo Mondo, www.cadtm.org). E’ l’ autore di “Banca del Sur y Nueva Crisis Internacional”, Viejo Topo, Bcn, Gennaio 2008; “La Bolsa o la Vida”, Clacso, Buenos Aires, 2004; coautore con Damien Millet di “60 preguntas/60 respuestas sobre la Deuda, el FMI y el Banco Mundial”, Icaria/Intermon Osfam, Bcn,2010.

Sophie Perchellet è vicepresidentessa del CADTM-Francia.

[2] Eduardo Galeano, “La Maldicion Blanca”, pag. 12, Buenos Aires, 4 aprile 2004.

[3] http://www.haitijustice.com/jsite/images/stories/files/pdfs/Ordonnance_de_X_de_1825.pdf

[4] haiti.pdf http://www.diplomatie.gouv.fr/fr/IMG/pdf/rapport

[5] http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2009/cr09288.pdf (pagina 43)

[6] http://www.cadtm.org/Le-CADTM-exige-que-la-restitution

[7] Si veda la pubblicazione CADTM, audit Pour audit de la dette congolaise, Liegi, 2007, sul sito http://www.cadtm.org/spip.php?page=imprimer&id_article=2599

[8] Cfr. http://www.cadtm.org/Haiti-Le-gouvernement-mene-une

[9] http://www.liberation.fr/monde/0101613508-haiti-l-aide-internationale-se-mobilise-apres-le-seisme

[10] http://www.cadtm.org/Solidaridad-y-respeto-a-la

[11] Cfr. Damien Millet e Eric Toussaint, “Gli Tsunami dei debiti”, Editorial Icaria, Barcelona, 2006


Titolo originale: “¿Donaciones para pagar una deuda odiosa?”

Fonte: http://www.rebelion.org
Link
20.01.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MARISA CRUZCA

ComeDonChisciotte – IL RUOLO DELL’AMERICA AD HAITI: SABOTAGGIO ALLE ATTIVITÀ DI SOCCORSO?


Perché Haiti è così povero? Perché ci sono stati così tanti morti?

Con gli occhi del mondo su Haiti, molte persone stanno vedendo come la povertà sia stata intensamente moltiplicata dal terremoto. Ma la gente ha bisogno di chiedere: perché è così povero Haiti? E PERCHE’ si dispone di una città come Port-au-Prince dove così tante persone sono così vulnerabili agli effetti devastanti di un terremoto simile?

Prima di tutto, Haiti è povero e impoverito a causa di una lunga storia di dominazione e oppressione da parte degli Stati Uniti. I marines americani hanno invaso e occupato Haiti dal 1915 fino al 1934. Gli USA si impossessarono delle terre e le distribuirono a società americane. E la resistenza eroica che insorse contro gli Stati Uniti venne brutalmente soppressa. A partire dal 1957 gli Stati Uniti appoggiarono i governi dittatoriali Duvalier – prima Papa, poi Baby Doc – e gli assassini militari haitiani, che terrorizzavano la gente con le bande Tontons Macoute. Dopo insurrezioni popolari, vennero scacciati questi dittatori e gli USA intervennero combattendo le forze che minacciavano gli interessi degli Stati Uniti e lavorarono per mantenere un governo fantoccio al potere. Nel 2004 gli Stati Uniti vennero coinvolti direttamente nel rovesciamento del presidente eletto dal popolo, Jean-Bertrand Aristide. Attraverso tutto questo, le strutture economiche e sociali di Haiti sono state distorte e orientate per soddisfare le esigenze della politica estera, gli investimenti in particolare degli Stati Uniti. Tutto ciò è il motivo per cui Haiti è così povero e dipendente.

Oltre l’80% della popolazione di Haiti vive in estrema povertà. Oltre la metà della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Oltre l’80% delle persone non ricevono la razione giornaliera minima di cibo, come definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Meno del 45% ha accesso all’acqua potabile. L’aspettativa di vita in Haiti è di 53 anni. Un solo abitante su 100.000 haitiani ha accesso a un medico.

Parlando del ruolo degli Stati Uniti ad Haiti, Bill Quigley, direttore legale presso il Centro dei Diritti Costituzionali, ha dichiarato: “Abbiamo mantenuto il paese dipendente. Abbiamo mantenuto il paese militarizzato. E abbiamo mantenuto il paese impoverito. Abbiamo gettato via il nostro riso in eccesso, le eccedenze che producono le nostre coltivazioni, di conseguenza sono stati tagliati fuori i piccoli agricoltori che volevano essere la spina dorsale del luogo . . . Noi non abbiamo creato il terremoto, ma abbiamo creato delle circostanze tali da far divenire il terremoto così devastante . . . “ (Democracy Now! 14, 2010)

Le condizioni estremamente povere di Haiti, inclusa la mancanza di infrastrutture – questo ha creato la situazione in cui il terremoto è stato così devastante – è a causa della lunga storia di dominazione degli Stati Uniti.

Meccanismo di Dominazione Imperialista

Trent’anni fa il mercato interno haitiano sussisteva sul mais, patate dolci, manioca e riso, insieme ai suini domestici e la produzione di altri animali. Poi nel 1986, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) prestò ad Haiti 24,6 milioni di dollari, ma ad una sola condizione, che Haiti riducesse le tasse di protezione sul riso, gli altri prodotti agricoli e alcune industrie. Questa legge mirava ad aprire i mercati del paese alla concorrenza di altre nazioni. Gli agricoltori haitiani non potevano competere coi produttori di riso statunitensi, che sono stati oggetto di convenzioni da parte del governo degli Stati Uniti. Del riso a buon mercato inondò Haiti sottoforma di “aiuti alimentari”. Il mercato locale del riso crollò e migliaia di cittadini sono stati costretti a trasferirsi in città a cercare lavoro.

Intorno a questo stesso periodo, gli Stati Uniti insistettero sul fatto che i contadini haitiani dovevano liberarsi del loro patrimonio di suini – visto come un’ipotetica minaccia ai suini degli USA.

Questo è il fattore chiave del perché c’è così tanta fame ad Haiti oggi. Questa fu espressa con forza nelle rivolte per il cibo nel 2008. Il riso importato, che era ormai diventato la base della dieta haitiana, raddoppiò il prezzo e la gente non poteva permettersi di mangiare. Molti sono stati costretti a mangiare e vendere torte fatte di fango e olio vegetale per tenere lontani i dolori della fame.

Nel 1994 gli Stati Uniti hanno reso possibile per Jean-Bertrand Aristide, che era stato costretto a lasciare il paese, di riprendere la sua presidenza, ma solo a condizione dell’attuazione delle politiche del FMI e della Banca Mondiale (World Bank – WB) volte ad aprire i mercati di Haiti e ancor di più al commercio internazionale.

Ecco come l’economia di Haiti è stata distrutta e com’è diventata dipendente dagli alimenti di importazione, in particolare del riso dagli Stati Uniti e in pochi decenni centinaia di migliaia di persone sono state spinte ad abbandonare le zone rurali in Port-au-Prince, e costrette a vivere nelle condizioni di vita più povere, dove la disoccupazione di alcune zone è più del 90%.

Part-au-Prince negli anni ’50 aveva solo 50.000 abitanti. Ma quando il terremoto ha colpito, più di 2 milioni di persone vivevano nella capitale. E decine di migliaia sono morti perché si trovavano in baraccopoli, alloggiamenti, scuole e altri edifici che sono crollati perché erano strutture pessime e scadenti.

Brian Concannon, direttore dell’ Institute for Justice & Democracy in Haiti, ha parlato del perché così tante persone vivevano sulle colline dove erano vulnerabili agli effetti di un terremoto: “ Sono arrivati lì perché loro o i loro genitori o nonni, furono spinti fuori dalla campagna di Haiti, che la maggior parte degli haitiani utilizzavano per vivere. E loro furono spinti fuori di lì dalle politiche di trent’anni fa, quando fu deciso dagli esperti internazionali che la salvezza economica di Haiti stava negli impianti di fabbricazione e montaggio. E al fine di anticipare questo, fu deciso che Haiti necessitava di una forza lavoro nelle città.

Quindi un insieme di procedimenti di aiuto, commerciali e politici sono stati attuati volti a spostare le persone dalla campagna a luoghi come Martissant e le colline – colline che abbiamo visto in quelle foto [della devastazione].” (Democracy Now!, 14 gennaio 2010)

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ComeDonChisciotte – GRECIA, ISLANDA E LETTONIA POTREBBERO GUIDARE LA RIVOLTA CONTRO UE E FMI

Fonte:ComeDonChisciotte – GRECIA, ISLANDA E LETTONIA POTREBBERO GUIDARE LA RIVOLTA CONTRO UE E FMI.

DI ELLEN BROWN
huffingtonpost.com

Il crollo finanziario totale, un tempo problema solamente dei paesi in via di sviluppo, è giunto ora in Europa. Il Fondo Monetario Internazionale sta imponendo le proprie “misure di austerità” al cerchio più esterno dell’Unione Europea, con Grecia, Islanda e Lettonia come i paesi più colpiti. Ma questi non sono i normali mendicanti del terzo mondo. Storicamente, i vichinghi islandesi respinsero in numerose occasioni gli invasori britannici, le tribù lettoni allontanarono persino i vichinghi e i greci conquistarono l’intero impero persiano. Se c’è qualcuno che può opporsi al FMI, sicuramente sono questi valorosi guerrieri europei.

Decine di paesi sono risultati inadempienti sul proprio debito negli ultimi decenni, e il caso più recente è stato Dubai che ha dichiarato una moratoria sui debiti il 26 novembre 2009. Se l’ex ricchissimo emirato arabo può risultare inadempiente, possono esserlo anche i paesi disperati. E se l’alternativa è quella di distruggere l’economia locale, è difficile sostenere che non dovrebbero farlo.

Questo è particolarmente vero quando i creditori sono in buona parte responsabili dei problemi del debitore, e ci sono buone ragioni per sostenere che i debiti non devono essere ripagati. I problemi in Grecia ebbero origine quando furono mantenuti bassi i tassi di interesse, inadeguati per la Grecia, per salvare la Germania da un tracollo economico. Mentre ad Islanda e Lettonia è stata accollata la responsabilità delle obbligazioni private verso cui loro non erano parti in causa.

L’UE che non funziona: quando una moneta comune non ha successo

La Grecia potrebbe essere il primo paese del cerchio più esterno dell’UE a ribellarsi. Secondo Ambrose Evans-Pritchard sul Daily Telegraph di domenica: “La Grecia è diventata il primo paese delle sofferenti zone periferiche dell’unione monetaria europea a sfidare Bruxelles e rifiutare la cura medievale da sanguisughe di una deflazione dei salari”. Il Primo ministro George Papandreu ha detto venerdì:

“I lavoratori stipendiati non pagheranno per questa situazione: non procederemo al congelamento o al taglio dei salari. Non siamo saliti al potere per distruggere lo stato sociale”.

Rileva Evans-Pritchard:

“Papandreu ha dei buoni motivi per lanciare il guanto di sfida ai piedi dell’Europa. Alla Grecia è stato detto di adottare un pacchetto di austerità in stile FMI, senza applicare la svalutazione così importante per i piani del FMI. La ricetta è disastrosa ed è chiaramente controproducente.”

La moneta non può essere svalutata perché si tratta dello stesso euro utilizzato da tutti. Ciò significa che mentre la possibilità del paese di ripagare il debito viene compromessa dalle misure di austerità, non vi è modo di diminuire il costo del debito. Evans-Pritchard conclude:

La verità è che pochi in Eurolandia sono disposti a mettere in dubbio il fatto che l’Unione Monetaria sia intrinsecamente inadeguata – per la Grecia, per la Germania, per chiunque.

Ed è la ragione per la quale l’Islanda, che non fa ancora parte dell’UE, potrebbe rivedere la propria posizione. All’Islanda viene richiesta l’appartenza all’unione per sottoscrivere un accordo nel quale verrebbero risarciti i depositanti olandesi e britannici che hanno perso i loro soldi nel crollo di IceSave, una divisione off-shore della più importante banca privata islandese. Eva Joly, un magistrato franco-norvegese assunta per indagare sul crollo bancario islandese, lo definisce un ricatto e avverte che cedere alle richieste dell’UE prosciugherebbe l’Islanda delle sue risorse e della sua popolazione, che sarebbe costretta ad emigrare per trovare lavoro.

La Lettonia è un membro dell’UE e si crede che adotterà l’euro, ma non ha ancora raggiunto questa fase. Nel frattempo, l’UE e il FMI hanno detto al governo di prendere a prestito valuta straniera per stabilizzare il tasso di cambio della valuta locale, allo scopo di aiutare i mutuatari a pagare i mutui contratti in valuta straniera dalle banche straniere. Come condizione ai finanziamenti del FMI, vengono richiesti anche i soliti tagli governativi. Nils Muiznieks, responsabile dell’Istituto di ricerche politiche e sociali avanzate di Riga, in Lettonia, si è lamentato:

Il resto del mondo sta perfezionando dei pacchetti di incentivi che vanno dall’uno al dieci per cento del PIL ma, nello stesso momento, alla Lettonia è stato chiesto di apportare dei forti tagli alla spesa – per un totale di circa il 38 per cento quest’anno nel settore pubblico – e di aumentare le tasse per coprire i deficit di bilancio.

In novembre il governo lettone ha adottato il bilancio più pesante degli ultimi anni, con tagli di quasi l’11%. Il governo ha già aumentato le tasse, ridotto la spesa pubblica e gli stipendi governativi e chiuso decine di scuole e ospedali. Come risultato, la banca nazionale prevede per quest’anno una diminuzione dell’economia del 17,5%, proprio quando c’è bisogno di un’economia produttiva per rimettersi in piedi. In Islanda l’economia si è contratta del 7,2% nel corso del terzo trimestre, il calo più forte mai registrato prima.

Come negli altri paesi stretti dai lacci neo-liberisti sulla produttività, l’occupazione e la produzione industriale sono state danneggiate, mettendo in ginocchio le economie.

Una considerazione cinica è che questo sia stato fatto di proposito. Invece di aiutare le nazioni post-sovietiche a sviluppare economie autosufficienti, scrive Marshall Auerback, “l’Occidente le ha viste come delle ostriche economiche da frantumare riempiendole di debiti allo scopo di ricavarne interessi e guadagni in conto capitale, lasciandole poi solo delle conchiglie vuote”.
Ma la gente non si sta sottomettendo in silenzio. La scorsa settimana in Lettonia, mentre il Parlamento discuteva che cosa fare del debito nazionale, migliaia di studenti e insegnanti hanno riempito le strate protestando contro la chiusura di centinaia di scuole e la riduzione fino al 60% degli stipendi dei docenti. I dimostranti portavano striscioni con scritto “Hanno venduto l’anima al diavolo” e “Siamo contro la povertà”. Al parlamento islandese, secondo le ultime notizie la discussione su IceSave è andata avanti per 140 ore, un nuovo primato, e una parte sempre più in crescita della popolazione si oppone al finanziamento di un debito che credono che il governo non debba restituire.

Il 3 dicembre in un articolo sul Daily Mail intitolato “Quello che l’Islanda può insegnare ai Tory”, Mary Ellen Synon scrive che da quando l’economia islandese è crollata lo scorso anno, “i costruttori dell’impero di Bruxelles erano sicuri che i terrorizzati islandesi ormai sull’orlo della bancarotta fossero finalmente pronti per scambiare la propria indipendenza con la ‘stabilità’ dell’adesione all’UE”. Ma il mese scorso, un sondaggio ha mostrato che il 54 per cento degli islandesi si oppone all’adesione, con solamente il 29 di cittadini favorevoli. Synon scrive:

Lo scorso anno gli islandesi potrebbero essersi spaventati a morte ma stanno ora uscendo dalle rovine del loro benessere e hanno deciso che la cosa più preziosa rimasta è la loro indipendenza. Non sono disposti a metterla in vendita, nemmeno per l’eventualità di un salvataggio da parte della Banca Centrale Europea.

Islanda, Lettonia e Grecia sono tutte in grado di mettere alla prova il bluff del FMI e dell’UE. In un articolo del primo ottobre intitolato “Lettonia – la pazzia continua”, Marshall Auerback sosteneva che il problema del debito lettone potrebbe essere risolto nell’arco di un fine settimana, con una serie di misure che comprendono (1) non rispondere al telefono quando i creditori stranieri chiamano il governo; (2) dichiarare insolventi le banche, convertendo il loro debito estero in capitale, e farle riaprire con un’assicurazione totale sui depositi garantiti in valuta locale; e (3) offrire “un lavoro con un salario minimo in valuta locale comprensivo di assistenza sanitaria a chiunque sia disposto a lavorare come fu fatto in Argentina dopo che il regime di Kirchner rifiutò il pacchetto tossico di restituzione del debito del FMI”.

Evans-Pritchard ha suggerito un rimedio analogo per la Grecia la quale, dice, potrebbe liberarsi dal suo cappio mortale seguendo l’esempio dell’Argentina. Potrebbe “reintrodurre la propria valuta, svalutarla, approvare una legge che trasformi il debito interno in euro in valuta locale, e ‘ristrutturare’ i contratti con l’estero”.

La strada meno battuta: dire di no al FMI

Opporsi al FMI non è una strada molto praticata ma l’Argentina ha tracciato il cammino. Di fronte alle tremende previsioni secondo cui l’economia crollerebbe senza crediti con l’estero, nel 2001 sfidò i propri creditori e si staccò semplicemente dai propri debiti. Nell’autunno del 2004, tre anni dopo un’inadempienza record su un debito di oltre 100 miliardi di dollari, il paese era sulla strada della ripresa e aveva raggiunto questo risultato senza aiuti dall’estero. L’economia era aumentata dell’8 per cento per due anni consecutivi. Le esportazioni erano cresciute, la moneta era rimasta stabile, gli investitori ritornavano e la disoccupazione era diminuita. “Si tratta di un importante evento storico, che mette alla prova 25 anni di politiche sbagliate”, diceva l’economista Mark Weisbrot in un’intervista del 2004 riportata dal New York Times. “Mentre altri paesi stanno zoppicando, l’Argentina sta avendo una crescita molto forte senza alcun segno di insostenibilità, ed è stato fatto senza alcuna concessione per ottenere afflussi di denaro straniero.”

Weisbrot è condirettore di un centro studi con sede a Washington chiamato “Centro per la ricerca economica e politica”, che nell’ottobre 2009 ha presentato uno studio su 41 paesi debitori del FMI. Lo studio ha scoperto che le politiche di austerità imposte dal FMI, tra cui i tagli alle spese e la rigida politica monetaria, avevano maggiori probabilità di fare più male che bene a quelle economie.

Questa è stata anche la conclusione di uno studio pubblicato nel febbraio scorso da Yonca Özdemir dell’Università Tecnica del Medioriente di Ankara, mettendo a confronto gli aiuti del FMI in Argentina e in Turchia. Entrambi i mercati emergenti hanno affrontato delle gravi crisi economiche nel 2001, ma se l’Argentina si è ribellata al FMI, la Turchia ha seguito ogni volta i suoi consigli. Il risultato è stato che l’Argentina si è ripresa mentre la Turchia si trova ancora in una crisi finanziaria. L’Argentina ha scelto di dirigere le proprie risorse verso l’interno, sviluppando la propria economia nazionale.

Per trovare i soldi per questo sviluppo, l’Argentina non ha avuto bisogno di investitori stranieri. Ha emesso il proprio denaro e credito attraverso la propria banca centrale. In precedenza, quando la valuta nazionale è crollata completamente nel 1995 e di nuovo dopo il 2000, i governi locali argentini avevano emesso obbligazioni locali che venivano negoziate come valuta. Le province pagavano i propri dipendenti con ricevute cartacee chiamate “Obbligazioni cancella-debito” che erano espresse in unità valutarie equivalenti al peso argentino. Le obbligazioni cancellavano il debito delle province verso i loro dipendenti e potevano essere spese nella comunità. Le province in realtà avevano “monetizzato” i loro debiti, trasformando le loro obbligazioni in valuta a corso legale.

L’emissione e il prestito della valuta sono diritti sovrani del governo, e sono diritti che i piccoli paesi europei perdono quando aderiscono all’UE. L’Argentina è un paese grande che ha maggiori risorse rispetto ad Islanda, Lettonia o Grecia, ma ora le nuove tecnologie disponibili potrebbero addirittura rendere autosufficienti i piccoli paesi. Vedi l’articolo di David Blume “Alcohol can be a gas”.

Ellen Brown
Fonte: http://www.huffingtonpost.com
Link: http://www.huffingtonpost.com/ellen-brown/eu-imf-revolt-greece-icel_b_389409.html
18.12.2009

Traduzione a cura di JJULES per http://www.comedonchisciotte.org

ComeDonChisciotte – QUESTO E’ IL POTERE

Lungo ma interessante articolo di Paolo Barnard sul potere sovranazionale

Fonte: ComeDonChisciotte – QUESTO E’ IL POTERE.

DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

Eccovi i nomi e cognomi del Potere, chi sono, dove stanno, cosa fanno. Così li potrete riconoscere e saprete chi realmente oggi decide come viviamo. Così evitate di dedicare tutto il vostro tempo a contrastare le marionette del Potere, e mi riferisco a Berlusconi, Gelli, Napolitano, D’Alema, i ministri della Repubblica, la Casta e le mafie regionali. Così non avrete più quell’imbarazzo nelle discussioni, quando chi ascolta chiede “Sì, ma chi è il Sistema esattamente?”, e vi toccava di rispondere le vaghezze come “le multinazionali… l’Impero… i politici… ”. Qui ci sono i nomi e i cognomi, quindi, dopo avervi raccontato dove nacque il Potere (‘Ecco come morimmo’, paolobarnard.info), ora l’attualità del Potere. Tuttavia è necessaria una premessa assai breve.

Il Potere è stato eccezionalmente abile in molti aspetti, uno di questi è stato il suo mascheramento. Il Potere doveva rimanere nell’ombra, perché alla luce del sole avrebbe avuto noie infinite da parte dei cittadini più attenti delle moderne democrazie. E così il Potere ci ha rifilato una falsa immagine di se stesso nei panni dei politici, dei governi, e dei loro scherani, così che la nostra attenzione fosse tutta catalizzata su quelli, mentre il vero Potere agiva sostanzialmente indisturbato. Generazioni di cittadini sono infatti cresciuti nella più totale convinzione che il potere stesse nelle auto blu che uscivano dai ministeri, nei parlamenti nazionali, nelle loro ramificazioni regionali, e nei loro affari e malaffari. Purtroppo questa abitudine mentale è così radicata in milioni di persone che il solo dirvi il contrario è accolto da incredulità se non derisione. Ma è la verità, come andrò dimostrando di seguito. Letteralmente, ciò che tutti voi credete sia il potere non è altro che una serie di marionette cui il vero Potere lascia il cortiletto della politica con le relative tortine da spartire, a patto però che eseguano poi gli ordini ricevuti. Quegli ordini sono le vere decisioni importanti su come tutti noi dobbiamo vivere. E’ così da almeno 35 anni. In sostanza il punto è questo: combattere la serie C dei problemi democratici (tangentopoli, la partitocrazia, gli inciuci D’Alem-berlusconiani, i patti con le mafie, l’attacco ai giudici di questo o quel politico, le politiche locali dei pretoriani di questo o quel partito ecc.) è certamente cosa utile, non lo nego, ma non crediate che cambierà una sola virgola dei problemi capitali di tutti gli italiani, cioè dei vostri problemi di vita, perché la loro origine è decretata altrove e dal vero Potere. O si comprende questo operando un grande salto di consapevolezza, oppure siamo al muro. “Un colossale e onnicomprensivo ingranaggio invisibile manovra il sistema da lontano. Spesso cancella decisioni democratiche, prosciuga la sovranità degli Stati e si impone ai governi eletti”. Il Presidente brasiliano Lula al World Hunger Summit del 2004.

E’ nell’aria.

Come ho detto, sarò specifico, ma si deve comprendere sopra ogni altra cosa che oggi il Potere è prima di tutto un’idea economica. Oggi il vero Potere sta nell’aria, letteralmente dovete immaginare che esiste un essere metafisico, quell’idea appunto, che ha avvolto il mondo e che dice questo: ‘Pochi prescelti devono ricevere il potere dai molti. I molti devono stare ai margini e attendere fiduciosi che il bene gli coli addosso dall’alto dei prescelti. I governi si levino di torno e lascino che ciò accada’.
Alcuni di voi l’avranno riconosciuta, è ancora la vecchia teoria dei Trickle Down Economics di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, cioè il Neoliberismo, cioè la scuola di Chicago, ovvero il purismo del Libero Mercato. Questa idea economica comanda ogni atto del Potere, e di conseguenza la vostra vita, che significa che davvero sta sempre alla base delle azioni dei governi e dei legislatori, degli amministratori e dei datori di lavoro. Quindi essa comanda te, i luoghi in cui vivi, il tuo impiego, la tua salute, le tue finanze, proprio il tuo quotidiano ordinario, non cose astruse e lontane dal tuo vivere. La sua forza sta nel fatto di essere presente da 35 anni in ogni luogo del Potere esattamente come l’aria che esso respira nelle stanze dove esiste. La respirano, cercate di capire questo, gli uomini e le donne di potere, senza sosta, dal momento in cui mettono piede nell’università fino alla morte, poiché la ritrovano nei parlamenti, nei consigli di amministrazione, nelle banche, nelle amministrazioni, ai convegni dove costoro si conoscono e collaborano, ovunque, senza scampo. Ne sono conquistati, ipnotizzati, teleguidati. Il Potere ha creato attorno a quell’idea degli organi potentissimi, che ora vi descrivo, il cui compito è solo quello di metterla in pratica, null’altro. Essi sono quindi la parte fisica del Potere, ma che per comodità chiamiamo il vero Potere.

Primo organo: Il Club.

Il primo organo del Potere è il Club, cioè il raggruppamento in posti precisi ed esclusivi dei veri potenti. Chi sono? Sono finanzieri, industriali, ministri, avvocati, intellettuali, militari, politici scelti con cura. Fate attenzione: questo Club non sta mai nei luoghi che noi crediamo siano i luoghi del potere, cioè nei parlamenti, nelle presidenze, nelle magistrature, nei ministeri o nei business. Esso è formato da uomini e da donne provenienti da quei luoghi, ma che si riuniscono sempre all’esterno di essi ed in privato. Come dire: quando quegli uomini e quelle donne siedono nelle istituzioni democratiche sono solo esecutori di atti (leggi, investimenti, tagli…) che erano stati da loro stessi decisi nel Club. Esso assume nomi diversi a seconda del luogo in cui si riunisce. Ad esempio: prende il nome di Commissione Trilaterale se i suoi membri si riuniscono a Washington, a Tokio o a Parigi (ma talvolta in altre capitali UE). I fatti principali della Trilaterale: nasce nel 1973 come gruppo di potenti cittadini americani, europei e giapponesi; dopo soli due anni stila le regole per la distruzione globale delle sinistre e la morte delle democrazie partecipative, realmente avvenute; afferma la supremazia della guida delle elite sulle masse di cittadini che devono essere “apatici” e su altre nazioni;  ha 390 membri, fra cui i più noti sono (passato e presente) Henry Kissinger, Jimmy Carter, David Rockefeller, Zbigniev Brzezinski, Giovanni Agnelli, Arrigo Levi, Carlo Secchi, Edmond de Rothschild, George Bush padre, Dick Cheney, Bill Clinton, Alan Greenspan, Peter Sutherland, Alfonso Cortina, Takeshi Watanabe , Ferdinando Salleo; assieme ad accademici (Harvard, Korea University Seoul, Nova University at Lisbon, Bocconi, Princeton University…), governatori di banche (Goldman Sachs, Banque Industrielle et Mobilière Privée, Japan Development Bank, Mediocredito Centrale, Bank of Tokyo-Mitsubishi, Chase Manhattan Bank, Barclays…)  ambasciatori, petrolieri (Royal Dutch Shell, Exxon…), ministri, industriali (Solvay, Mitsubishi Corporation, The Coca Cola co. Texas Instruments, Hewlett-Packard, Caterpillar, Fiat, Dunlop…) fondazioni (Bill & Melinda Gates Foundation, The Brookings Institution, Carnegie Endowment…). Costoro deliberano ogni anno su temi come ‘il sistema monetario’, ‘il governo globale’, ‘dirigere il commercio internazionale’, ‘affrontare l’Iran’, ‘il petrolio’, ‘energia, sicurezza e clima’, ‘rafforzare le istituzioni globali’, ‘gestire il sistema internazionale in futuro’. Cioè tutto, e leggendo i rapporti che stilano si comprende come i loro indirizzi siano divenuti realtà nelle nostre politiche nazionali con una certezza sconcertante.

Quando il Club necessita di maggior riservatezza, si dà appuntamento in luoghi meno visibili dei palazzi delle grandi capitali, e in questo caso prende il nome di Gruppo Bilderberg, dal nome dell’hotel olandese che ne ospitò il primo meeting nel 1954. I fatti principali di questa organizzazione: si tratta in gran parte degli stessi personaggi di cui sopra più molti altri a rotazione, ma con una cruciale differenza poiché a questo Gruppo hanno accesso anche politici o monarchi attualmente in carica, mentre nella Commissione Trilaterale sono di regola ex. Parliamo in ogni caso sempre della stessa stirpe, al punto che fu una costola del Bilderberg a fondare nel 1973 la Commissione Trilaterale. Il Gruppo è però assai più ‘carbonaro’ della Trilaterale, e questo perché la sua originaria specializzazione erano gli affari militari e strategici. Infatti, in esso sono militati diversi segretari generali della NATO e non si prodiga facilmente nel lavoro di lobbistica come invece fa la Commissione. La peculiarità dirompente del Bilderberg è che al suo interno i potenti possono, come dire, levarsi le divise ed essere in libertà, cioè dichiarare ciò che veramente pensano o vorrebbero privi del tutto degli obblighi istituzionali e di ruolo. Precisamente in questo sta il pericolo di ciò che viene discusso nel Gruppo, poiché in esso i desideri più intimi del Potere non trovano neppure quello straccio di freno che l’istituzionalità impone. Da qui la tradizione di mantenere attorno al Bilderberg un alone di segretezza assoluto. I partecipanti sono i soliti noti, fra cui una schiera di italiani in posizioni chiave nell’economia nazionale, cultura e politica. Non li elenco perché non esistendo liste ufficiali si va incontro solo a una ridda di smentite (una lista si trova comunque su Wikipedia). Un fatto non smentibile invece, e assai rilevante,  è la cristallina dichiarazione del Viscount Etienne Davignon, che nel 2005 fu presidente del Bilderberg, rilasciata alla BBC: “Agli incontri annuali, abbiamo automaticamente attorno ai nostri tavoli gli internazionalisti… coloro che sostengono l’Organizzazione Mondiale del Commercio, la cooperazione transatlantica e l’integrazione europea.” Cioè: i primatisti del Libero Mercato con potere sovranazionale ( si veda sotto), e i padrini del Trattato di Lisbona, cioè il colpo di Stato europeo con potere sovranazionale che ci ha trasformati in cittadini che verranno governati da burocrati non eletti. Di nuovo, i soliti padroni della nostra vita, che significa decisioni inappellabili su lavoro, previdenza, servizi sociali, tassi dei mutui, costo della vita ecc., prese non a Palazzo Chigi o all’Eliseo, ma a Ginevra o a Brussell o nelle banche centrali, dopo essere state discusse al Bilderberg.

Per darvi un’idea concreta di come questi Club e gli altri organi del Potere siano in realtà un unico blocco che si scambia sempre gli stessi personaggi, vi sottopongo la figura di Peter Sutherland. Costui lo si è trovato a dirigere la British Petroleum, la super banca Goldman Sachs, l’università The London School of Economics (una delle fucine  mondiali di ministri dell’economia), ed è stato anche Rappresentante Speciale dell’ONU per l’immigrazione e lo sviluppo, Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (secondo organo del Potere), membro della Commissione Europea (il super-governo d’Europa), e ministro della Giustizia d’Irlanda. E, ovviamente, membro sia della Commissione Trilaterale che del Gruppo Bilderberg.

Secondo organo: Il colosso di Ginevra.

Si chiama Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), nacque nel 1994 ed è più potente di qualsiasi nazione o parlamento. Riunisce 153 Paesi in un’unica sede a Ginevra, dove essi dettano le regole del commercio internazionale, e ciò dicendo capirete che stiamo parlando di praticamente tutta l’economia del mondo produttivo, che lì viene decisa. Cioè fette enormi dei nostri posti di lavoro, di ciò che compriamo, mangiamo, con cui ci curiamo ecc., cose della nostra vita quotidiana, non astratte e lontane. Le decidono loro, e come nel caso della nuova Europa del Trattato di Lisbona, anche al WTO le regole emanate, dette Accordi, sono sovranazionali, cioè più potenti delle leggi nazionali. E come nel caso del Trattato, diviene perciò cruciale che regole così forti siano decise in modo democratico. Nel Trattato non lo sono, e al WTO? Neppure. Infatti la sua organizzazione di voto è falsata dallo strapotere dei soliti Paesi ricchi nel seguente modo: i Paesi poveri o meno sviluppati non posseggono le risorse economiche e il personale qualificato in numeri sufficienti per poter seguire il colossale lavoro di stesura degli Accordi del WTO (27.000 pagine di complicatissima legalità internazionale, 2.000 incontri annui), per cui ne sono tagliati fuori. Chi sta al timone è il cosiddetto gruppo QUAD, formato da Usa, Giappone, Canada ed Europa. Ma l’Europa intera è rappresentata al tavolo delle trattative del WTO dalla Commissione Europea, che nessun cittadino elegge, e per essere ancora più precisi vi dico che in realtà chi decide per tutti noi europei è un numero ancora più ristretto di burocrati: il misterioso Comitato 133 della Commissione, formato da specialisti ancor meno legittimati. La politica italiana di norma firma gli Accordi senza neppure leggerli.

Se un Paese si oppone a una regola del WTO può essere processato da un tribunale al suo interno (Dispute Settlement Body), dotato di poteri enormi. Questo tribunale è formato da tre (sic) individui di estrazione economico-finanziaria, le cui sentenze finali sono inappellabili. Una sentenza del WTO può penalizzare o persino ribaltare le scelte democratiche di milioni di cittadini, anche nei Paesi ricchi. Per esempio, tutta l’Europa è stata condannata a risarcire gli USA con milioni di euro perché si è rifiutata di importare la carne americana agli ormoni. Neppure gli Stati Uniti hanno potere sulle decisioni del WTO. Il presidente Obama, sotto pressione dai cittadini a causa della catastrofe finanziaria dello scorso anno, aveva deciso di imporre nuove regole restrittive delle speculazioni selvagge delle banche (la causa della crisi). Ma gli è stato sbarrato il passo proprio da una regola del WTO, che si chiama Accordo sui Servizi Finanziari, e che sancisce l’esatto contrario, cioè proibisce alla Casa Bianca e al Congresso di regolamentare quelle mega banche. E sapete chi, anni fa, negoziò quell’accordo al WTO? Timothy Geithner, attuale ministro del Tesoro USA, che è uno dei membri del Gruppo Bilderberg. Fa riflettere.

Vi do ancora un’idea rapida del potere del WTO. Gli Accordi che ha partorito: 1) hanno il potere di esautorare le politiche sanitarie di qualunque Paese, incrinando il vecchio Principio di Precauzione che ci tutela dallo scambio di merci pericolose (WTO: Accordo Sanitario- Fitosanitario).
2) tolgono al cittadino la libertà di sapere in quali condizioni sono fatte le merci che acquista e con che criteri sono fatte, inoltre ostacolano l’uso delle etichette a tutela del consumatore (WTO: Accordo Sanitario-Fitosanitario & Accordo Barriere Tecniche al Commercio, con implicazioni sui diritti dei lavoratori e sulla tutela dell’ambiente).
3) impongono ai politici di concedere alle multinazionali estere le stesse condizioni richieste alle aziende nazionali nelle gare d’appalto, a prescindere dalla necessità di favorire l’occupazione nazionale; e minacciano le scelte degli amministratori locali nel caso volessero facilitare l’inserimento di gruppi di lavoratori svantaggiati, poiché tali politiche sono considerate discriminazioni al Libero Mercato (WTO: Accordo Governativo sugli Appalti  – Principio del Trattamento Nazionale ecc.).
4) accentrano nelle mani di poche multinazionali i brevetti della maggioranza dei principi attivi e delle piante che si usano per i farmaci o per l’agricoltura, poiché permettono la brevettabilità privata delle forme viventi e tutelano quei brevetti per 20 anni. Inoltre, il fatto che i brevetti siano protetti dal WTO per 20 anni sta alla base anche della mancanza di farmaci salva vita nei Paesi poveri. (WTO: Accordo TRIPS sulla Proprietà Intellettuale).
5) stanno promuovendo a tutto spiano la privatizzazione e l’apertura al Libero Mercato estero di praticamente tutti i servizi alla cittadinanza, anche di quelli essenziali come sanità, acqua, istruzione, assistenza agli anziani ecc., con regole che impediranno di fatto agli amministratori locali la tutela dei cittadini meno abbienti che non possono permettersi servizi privati (WTO: Accordo GATS in fase di negoziazione).

E ricordo, se ce ne fosse bisogno, che questi Accordi sono vincolanti su qualsiasi legge nazionale, esautorando quindi i nostri politici dalla gestione della nostra economia nei capitoli che contano.

Terzo organo: I suggeritori.

Prendete un disegno di legge e un decreto in campo economico, persino una finanziaria. Pensateli nelle mani dei politici che li attuano, e ora immaginate cosa gli sta dietro. Cosa? I ‘suggeritori’. Chi sono? Sono i lobbisti, coloro cioè che sono ricevuti in privato da ogni politico che conti al mondo e che gli ‘suggeriscono’ (spesso dettano) i contenuti delle leggi e dei decreti, ma anche delle linee guida di governo e persino dei programmi delle coalizioni elettorali. Le lobby non sono l’invenzione di fantasiosi perditempo della Rete. Sono istituzioni con nomi e cognomi, con uffici, con budget (colossali) di spesa, dove lavorano i migliori cervelli delle pubbliche relazioni in rappresentanza del vero Potere.

In ordine di potenza di fuoco, vi sono ovviamente le lobbies internazionali, quelle europee e infine quelle italiane. Parto da queste ultime. Va detto subito che nel nostro Paese l’interferenza dei ‘suggeritori’ non ha mai raggiunto i livelli di strapotere degli omologhi americani o europei, il cui operato tuttavia detta legge per contagio anche in casa nostra. Ma nondimeno essa c’è, e non va trascurata, anche perché in Italia esiste un vuoto normativo totale sull’attività delle lobbies: dopo decine di proposte di legge, nessuna di esse è mai approdata alla Gazzetta Ufficiale. I lobbisti italiani sono circa un migliaio, organizzati in diverse aziende fra cui spunta la Reti, fatturato 6 milioni di euro annui e gestione di un ex d’Alemiano di ferro, Claudio Velardi (altri gruppi: Cattaneo Zanetto & co., VM Relazioni Istituzionali, Burson-Marsteller, Beretta-Di Lorenzo & partners…). La proiezione per il futuro dei ‘suggeritori’ italiani è di almeno diecimila unità entro dieci anni, almeno secondo le richieste dei gruppi più noti. In assenza di regole, dunque, le cose funzionano così: si sfrutta la legge berlusconiana per il finanziamento ai partiti che permette finanziamenti occulti alle formazioni politiche fino a 50.000 euro per ciascun donatore, con la possibilità per la lobby di turno di far versare 49.999 euro dal banchiere A, altri 49.999 da sua moglie, altri 49.999 da suo figlio, ecc. all’infinito. In questo modo, con una stima basata sui bilanci passati, si calcola che il denaro sommerso versato alla politica italiana ammonti a diverse decine di milioni di euro all’anno, provenienti dai settori edile, autostradale, metallurgico, sanitario privato, bancario, televisivo, immobiliare fra gli altri. Le ricadute sui cittadini sono poi leggi e regolamenti che vanno a modificare spesso in peggio la nostra economia di vita e di lavoro. Un solo dato che fa riflettere: mentre appare ovvio che le grosse cifre siano spese per i ‘suggerimenti’ ai due maggiori partiti italiani, colpisce che l’UDC si sia intascata in offerte esterne qualcosa come 2.200.000 euro nel 2008, di cui l’80% da un singolo lobbista (l’immobiliarista Caltagirone). Chi di voi pensa ancora che il Potere siano i politici a Roma, pensi alla libertà di Pierferdinando Casini nel legiferare in campo immobiliare, tanto per fare un esempio. Ma non solo: Antonio di Pietro incassa 50.000 euro dalla famiglia Lagostena Bassi, che controlla il mercato delle Tv locali ma che contemporaneamente serve Silvio Berlusconi e foraggia la Lega Nord. Un obolo a fondo perduto? Improbabile. Il Cavaliere poi, non ne parliamo neppure; è fatto noto che il criticatissimo ponte sullo stretto di Messina, con le ricadute che avrà su tutti gli italiani, non è certo figlio delle idee di Berlusconi, piuttosto di tal Marcellino Gavio, titolare del gruppo omonimo e primo in lizza per l’impresa, ma anche primo come finanziamenti al PDL con i 650.000 euro versati l’anno scorso.

I ‘suggeritori’ americani… che dire. Negli USA l’industria delle lobby economiche non è più neppure riconoscibile dal potere politico, veramente non si capisce dove finiscano le prime e dove inizi il secondo. Troppo da raccontare, una storia immensa, che posso però riassumere con alcuni sketch. Lobby del petrolio e amministrazione di George W. Bush, risultato: due guerre illegali e sanguinarie (Iraq e Afghanistan), montagne di morti (oltre 2 milioni), crimini di guerra, l’intera comunità internazionale in pericolo, il prezzo del petrolio alle stelle, di conseguenza il costo della nostra vita alle stelle, ma alle stelle anche i profitti dei petrolieri. Chi ha deciso? Risposta: i membri della sopraccitata lobby del petrolio, che sono Dick Cheney, James Baker III, l’ex della Enron Kenneth Lay, il presidente del Carlyle Group Frank Carlucci, Robert Zoellick, Thomas White, George Schultz, Jack Sheehan, Don Evans, Paul O’Neil; a servizio di Shell, Mobil, UnionCarbide, Huntsman, Amoco, Exxon, Alcoa, Conoco, Carlyle, Halliburton, Kellog Brown & Root, Bechtel, e Enron. George W. Bush è il politico più ‘oliato’ nella Storia americana, con, solo dalle casse dei giganti di petrolio e gas, un bottino di oltre 1 milione e settecentomila dollari.
Lobby finanziaria/assicurativa e Barak Obama: nel 2008 crollano le banche USA dopo aver truffato milioni di esseri umani e migliaia di altre banche internazionali, 7 milioni di famiglie americane perdono il lavoro, l’intera economia mondiale va a picco, Italia inclusa. Obama firma un’emorragia di denaro pubblico dopo l’altra per salvare il deretano dei banchieri truffatori e per rianimare l’economia (dai 5 mila miliardi di dollari agli 11 mila secondo le stime), senza che neppure uno di quei gaglioffi finisca in galera. Anzi: il suo governo ha chiamato a ripulire i disastri di questa crisi globale gli stessi personaggi che l’hanno creata. Invece di farli fallire e di impiegare il denaro pubblico per la gente in difficoltà, Obama e il suo ministro del Tesoro Timothy Geithner gli hanno offerto una montagna di denaro facile affinché comprino i debiti delle banche fallite. Funziona così: questi delinquenti hanno ricevuto da Washington l’85% del denaro necessario per comprare quei debiti, mentre loro ne metteranno solo il 15%. Se le cose gli andranno bene, se cioè ritorneranno a guadagnare, si intascheranno tutti i profitti; se invece andranno male, essi ci rimetteranno solo il 15%, perché l’85% lo ha messo il governo USA e non è da restituire (i fondi così regalati si chiamano non-recourse loans). E’ il solito “socialismo al limone: le perdite sono dei contribuenti e i profitti sono degli investitori privati”. Non solo: il presidente propone nell’estate del 2009 una regolamentazione del settore finanziario che il Washington Post ha deriso definendola “Priva di un’analisi delle cause della crisi… e senza alcun vero controllo sugli hedge funds, gli equity funds, e gli investitori strutturati”, cioè nessun vero limite agli speculatori che causarono la catastrofe. Domanda: quanto denaro ha preso Obama in campagna elettorale dalle lobby finanziarie? Risposta: 38 milioni di dollari. Allora, chi comanda? Il Presidente o le lobby del Potere?

Poi ci sono i 45 milioni di americani senza assistenza sanitaria. Obama propone una falsa riforma della Sanità per tutelare gli esclusi, ma che, nonostante le sciocchezze scritte dai media italiani, non ha nulla di pubblico ed è un ulteriore regalo ai giganti delle assicurazioni private americane. Domanda: quanto denaro ha preso Obama in campagna elettorale dalle lobby assicurative e sanitarie? Risposta: oltre 20 milioni di dollari. Allora, chi comanda? Il Presidente o le lobby del Potere?
Washington è invasa ogni santo giorno da qualcosa come 16.000 o 40.000 lobbisti a seconda che siano registrati o meno, la cui percezione del potere che esercitano è cristallina al punto da spingere uno di loro, Robert L. Livingston, a sbottare entusiasta “Ci sono affari senza limiti per noi là fuori!”, mentre dalle finestre del suo ufficio spiava le sedi del Congresso USA.

Ma l’ultimo sketch del potere dei ‘suggeritori’, sempre in ambito americano, è quello delle lobby ebraiche. Qui il dibattito è aperto, fra coloro che sostengono che sono quelle lobby a gestire interamente la politica statunitense nel teatro mediorientale, e coloro che lo negano. Personalmente credo più alla prima ipotesi, ma la sostanza non cambia: di fatto ci troviamo ancora una volta di fronte alla dimostrazione che neppure il governo più potente del mondo può sottrarsi ai condizionamenti del Potere vero. Ecco un paio di illustri esempi: nella primavera del 2002, proprio mentre l’esercito israeliano reinvadeva i Territori Occupati con i consueti massacri indiscriminati di civili, un gruppo di eminenti sostenitori americani d’Israele teneva una conferenza a Washington, dove a rappresentare l’amministrazione di George W. Bush fu invitato l’allora vice ministro della difesa Paul Wolfowitz, noto neoconservatore di estrema destra e aperto sostenitore della nazione ebraica. Lo scomparso Edward Said, professore di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York e uno degli intellettuali americani più rispettati del ventesimo secolo, ha raccontato un particolare di quell’evento con le seguenti parole: “Wolfowitz fece quello che tutti gli altri avevano fatto – esaltò Israele e gli offrì il suo totale e incondizionato appoggio – ma inaspettatamente durante la sua relazione fece un fugace riferimento alla ‘sofferenza dei palestinesi’. A causa di quella frase fu fischiato così ferocemente e per così a lungo che non potè terminare il suo discorso, abbandonando il podio nella vergogna.” Stiamo parlando di uno dei politici più potenti del terzo millennio, di un uomo con un accesso diretto alla Casa Bianca e che molti accreditano come l’eminenza grigia dietro ogni atto dello stesso ex presidente degli Stati Uniti. Eppure gli bastò sgarrare di tre sole parole nel suo asservimento allo Stato d’Israele per essere umiliato in pubblico e senza timori da chi, evidentemente, conta più di lui nell’America di oggi. Le lobby ebraiche d’America hanno nomi noti: AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), ZOA (Zionist Organization of America), AFSI (Americans for a Safe Israel), CPMAJO (Conference of Presidents of Major American Jewish Organisatios), INEP (Institute for Near East Policy), JDL (Jewish Defense League), B’nai Brith, ADL (Anti Defamation League), AJC (American Jewish Committee), Haddasah. Nei corridoi del Congresso americano possono creare seri grattacapi a Senatori e Deputati indistintamente. Un fronte compatto che secondo lo stesso Edward Said “può distruggere una carriera politica staccando un assegno”

Nel 1992 George Bush senior ebbe l’ardire (e la sconsideratezza) a pochi mesi da una sua possibile rielezione alla Casa Bianca di minacciare Tel Aviv con il blocco di dieci miliardi di dollari in aiuti se non avesse messo un freno agli insediamenti ebraici nei Territori Occupati. Passo falso: gli elettori ebrei americani, che già per tradizione sono propensi al voto Democratico, svanirono davanti ai suoi occhi in seguito alle sollecitazioni delle lobby, e nel conto finale dei voti Bush si trovò con un misero 12% dell’elettorato ebraico contro il 35% che aveva incassato nel 1988. Al contrario, la campagna elettorale del suo rivale Bill Clinton fu invece innaffiata dai lauti finanziamenti proprio di quelle organizzazioni di sostenitori d’Israele, che l’allora presidente aveva in tal modo alienato.
E in ultimo l’Europa, cioè l’Unione Europea. Che alla fine significa Brussell, cioè la Commissione Europea, che è il vero centro decisionale del continente, e che dopo la ratifica del Trattato di Lisbona è divenuta il super governo non eletto di tutti noi, con poteri immensi. A Brussell brulicano dai 15.000 ai 20.000 lobbisti, che spendono un miliardo di euro all’anno per ‘suggerire’ le politiche e le leggi a chi le deve formulare. E come sempre, eccovi i nomi dei maggiori gruppi: Trans Atlantic Buisness Dialogue (TABD) – European Services Leaders Group (ESLG) – International Chamber of Commerce (ICC) – Investment Network (IN) – European Roundtable of Industrialists (ERT) – Liberalization of Trade in Servicies (LOTIS), European Banking Federation, International Capital Market Association e altri. Il loro strapotere può essere reso dicendovi che per esempio l’Investment Network si riuniva direttamente dentro il palazzo della Commissione Europea a Bruxelles, o che il TABD compilava liste di suoi desideri che consegnava alla Commissione da cui poi pretendeva un resoconto scritto sull’obbedienza a quegli ordini. Le aziende rappresentate sono migliaia, fra cui cito una serie di nomi noti: Fiat e Pirelli, Barilla, Canon e Kodak, Johnson & Johnson, Motorola, Ericsson e Nokia, Time Warner, Rank Xerox e Microsoft, Boeing (che fa anche armi), Dow Chemicals, Danone, Candy, Shell, Microsoft, Hewlett Packard, IBM, Carlsberg, Glaxo, Bayer, Hoffman La Roche, Pfizer, Merck, e poi banche, assicurazioni, investitori…
Mi fermo. Il rischio nel continuare è che si perda di vista il punto capitale, ovvero l’assedio che i lobbisti pongono alla politica. Esso, oltre a dimostrare ancora una volta che il potere reale sta nei primi e non nella seconda, è un vero e proprio attentato alla democrazia. Poiché ha ormai snaturato del tutto il principio costituzionale di ogni nazione civile, secondo cui i rappresentanti eletti devono fare gli interessi delle maggioranze dei cittadini e tutelare le minoranze, non essere gli stuoini delle elite e dei loro ‘suggeritori’.

Quarto organo: Think Tanks.

Letteralmente “serbatoi di pensiero” nella traduzione in italiano, le Think Tanks sono esattamente ciò, ovvero fondazioni dove alcuni fra i migliori cervelli si trovano per partorire idee. Il loro potere sta nell’assunto che apre questa mia trattazione, e cioè che sono le idee a dominare sia la Storia che la politica, e di conseguenza la nostra vita, in particolare l’idea economica. Lewis Powell lo comprese assai bene nel 1971, quando diede il via alla riscossa delle elite e alla fine della democrazia partecipativa dei cittadini (si legga ‘Ecco come morimmo’, paolobarnard.info). Infatti egli scrisse: “C’è una guerra ideologica contro il sistema delle imprese e i valori della società occidentale”. La parola ‘ideologica’ è la chiave di lettura qui, volendo dire che se le destre economiche ambivano a riconquistare il mondo, se ambivano a sottomettere la politica, cioè a divenire il vero Potere, si dovevano armare di idee in grado di scalzare ogni altro sistema di vita. Ecco che dalle sue parole nacquero le prime Think Tanks, come la Heritage Foundation, il Manhattan Institute, il Cato Institute, o Accuracy in Academe. La loro strategia era semplice: raccogliere denaro da donatori facoltosi, raccattare nelle università i cervelli più brillanti, pomparli di sapere a senso unico, di attestati prestigiosi, e immetterli nel sistema di comando della società infiltrandolo tutto. Per darvi un’idea di che razza di impatto queste Think Tanks sono riuscite ad avere, cito alcuni fatti. Nel solo campo del Libero Mercato, cioè dell’idea economica del vero Potere, ve ne sono oggi 336, piazzate oltre che nei Paesi ricchi anche in nazioni strategiche come l’Argentina e il Brasile, l’Est Europa, l’Africa, l’India, la Cina, le ex repubbliche sovietiche dell’Asia, oltre che in Italia (Adam Smith Soc., CMSS, ICER, Ist. Bruno Leoni, Acton Ist.). Alcune hanno nomi sfacciati, come la Minimal Government, la The Boss, o la Philanthropy Roundtable; una delle più note e aggressive è l’Adam Smith Institute di Londra, che ostenta un’arroganza di potere tale da vantare come proprio motto questo: “Solo ieri le nostre idee erano considerate sulla soglia della follia. Oggi stanno sulle soglie dei Parlamenti”. Di nuovo, il fatto è sempre lo stesso: la politica è la marionetta, o, al meglio, è il braccio esecutivo del vero Potere. Infatti, l’osservatore attento avrà notato che assai spesso i nostri ministri economici, i nostri banchieri centrali, ma anche presidenti del consiglio (Draghi e Prodi su tutti) si trovano a cene o convegni presso queste fondazioni/Think Tanks, di cui in qualche raro caso i Tg locali danno notizia. In apparenza cerimonie paludate e noiose, in realtà ciò che vi accade è che ministri, banchieri e premier vi si recano per dar conto di ciò che hanno fatto per compiacere all’idea economica del vero Potere. Nel 1982, l’Adam Smith pubblicò il notorio Omega Project, uno studio che ebbe ripercussioni enormi sulla gestione delle nostre vite di lavoratori ordinari, e dove si leggeva che i suoi scopi erano di “fornire un percorso completo per ogni governo basato sui principi di Libero Mercato, minime tasse, minime regolamentazioni per il business e governi più marginali (sic)”. In altre parole tutto ciò che ha già divorato la vita pubblica in Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e che sta oggi “sulla soglia del Parlamento” in Italia.

Quinto organo: l’Europa dei burocrati non eletti.

Non mi ripeto, poiché questo capitolo è già esaustivamente descritto qui http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=139. Ma ribadisco il punto centrale: dopo la ratifica del “colpo di Stato in Europa” che prende il nome di Trattato di Lisbona, 500 milioni di europei saranno a breve governati da elite di burocrati non eletti secondo principi economici, politici e sociali interamente schierati dalla parte del vero Potere di cui si sta trattando qui, e che nessuno di noi ha potuto scegliere né discutere. Il governo italiano ha ratificato questo obbrobrio giuridico senza fiatare, obbedendo come sempre.

Sesto Organo: il Tribunale degli Investitori e degli Speculatori Internazionali.

Era il 16 Settembre del 1992, un mercoledì. Quel giorno un singolo individuo decise di spezzare la schiena alla Gran Bretagna. Si badi bene, non al Burkina Faso, alla Gran Bretagna. E lo fece. George Soros, un investitore e speculatore internazionale, vendette di colpo qualcosa come 10 miliardi di sterline, causando il collasso del valore della moneta inglese che fu così espulsa dal Sistema Monetario Europeo. Soros si intascò oltre 1 miliardo di dollari, ma milioni di inglesi piansero lacrime amare e il governo di Londra ne fu umiliato.
Era l’agosto del 1998, e nel caldo torrido di New York un singolo individuo contemplò il crollo dei mercati mondiali per causa sua. John Meriwether, un investitore e speculatore internazionale, aveva giocato sporco per anni e irretito praticamente tutte le maggiori banche del mondo con 4,6 miliardi di dollari ad alto rischio. La sua compagnia, Long-Term Capital Management, era nota a Wall Street perché i suoi manager si fregiavano del titolo di ‘I padroni dell’universo’, cioè pochi individui ubriachi del proprio potere. Meriwether perse tutto, e i mercati del mondo, che alla fine sono i nostri posti di lavoro, tremarono. La Federal Reserve di New York dovette intervenire in emergenza col solito salvataggio a spese dei contribuenti.

Era l’anno scorso, e in un ufficio londinese dell’assicurazione americana AIG, un singolo individuo, di nuovo un investitore e speculatore internazionale di nome Joseph Cassano, dovette prender su la cornetta del telefono e dire alla Casa Bianca “… ho mandato al diavolo la vostra economia, sorry”. E lo aveva veramente fatto. Questa volta la truffa dei suoi investimenti era di 500 miliardi di dollari, le solite banche internazionali (italiane incluse) vi erano dentro fino al collo con cifre da migliaia di miliardi di dollari a rischio. Panico mondiale, fine del credito al mondo del lavoro di quasi tutto il pianeta e, sul piatto di noi cittadini, ecco servita la crisi economica più pericolosa dal 1929 a oggi. Ovvero le solite lacrime amare, veramente amare, per le famiglie di Toronto come per quelle di Perugia, per quelle di Cincinnati come per quelle di Lione, a Vercelli come a Madrid ecc. Per non parlare degli ultimi della Terra…

Tre storie terribilmente vere, che descrivono chiaro, anzi, chiarissimo, cosa si intende per il ‘Tribunale degli Investitori e degli Speculatori Internazionali’,  e quale sia il loro sterminato potere nel mondo di oggi. Altro che Tremonti o Confindustria. Nel mondo odierno esiste una comunità di singoli individui privati capaci di movimentare quantità di ricchezze talmente colossali da scardinare in poche ore l’economia di un Paese ricco, o le economie di centinaia di milioni di lavoratori che per esse hanno faticato un’intera vita, cioè famiglie sul lastrico, aziende che chiudono. Le loro decisioni sono come sentenze planetarie. Inappellabili. Si pensi, se è possibile pensare un’enormità simile, che costoro stanno facendo oscillare sul Pianeta qualcosa come 525 mila miliardi di dollari in soli prodotti finanziari ‘derivati’, cioè denaro ad altissimo rischio di bancarotta improvvisa. 525 mila miliardi… Vi offro un termine di paragone per capire: il Prodotto Interno Lordo degli USA è di 14 mila miliardi di dollari. Rende l’idea? L’Italia dipende come qualsiasi altra nazione dagli investitori esteri, per cifre che si aggirano sui 40 miliardi di euro all’anno, cioè più di due finanziarie dello Stato messe assieme. Immaginate se una cifra simile dovesse sparire dalla nostra economia oggi. Nel 2008 è quasi successo, infatti ne sono scomparsi di colpo più della metà (57%) col risultato in termini di perdita di posti di lavoro, precarizzazione, e relativo effetto domino sull’economia di cui ci parla la cronaca. Ripeto: qualcuno che non sta a palazzo Chigi, decide che all’Italia va sottratto il valore di oltre un’intera finanziaria. Così, da un anno all’altro, una cifra pari a tutto quello che lo Stato riesce a spendere per i cittadini gli viene sottratta dal ‘Tribunale degli Investitori e degli Speculatori Internazionali’, a capriccio. Questa tirannia del vero Potere prende il nome tecnico di Capital Flight (letteralmente capitali che prendono il volo), ed è interessante constatare il candore con cui il ‘Tribunale’ descrive la pratica: basta leggere Investors.com là dove dice che “Capital Flight è lo spostamento di denaro in cerca di maggiori profitti… cioè flussi enormi di capitali in uscita da un Paese… spesso così enormi da incidere su tutto il sistema finanziario di una nazione”. Peccato che di mezzo ci siano i soliti ingombranti esseri umani a milioni. Oltre al caso italiano, si pensi alla Francia, altro Stato ricco e potente, ma non a sufficienza per sfuggire alle sentenze del ‘Tribunale’, che ha punito l’Eliseo con una fuga di capitali pari a 125 miliardi di dollari per aver legiferato una singola tassa sgradita al business.

Conclusione.

Gli organi esecutivi del vero Potere non si limitano a questi sei, vi si potrebbe aggiungere il World Economic Forum, il Codex Alimentarius, l’FMI, il sistema delle Banche Centrali, le multinazionali del farmaco. Ma quelli menzionati sono gli essenziali da conoscere, i primari. Un’ultima brevissima nota va dedicata alle mafie regionali, che sono spesso erroneamente annoverate fra i poteri forti (e non posso purtroppo entrare qui nel perché siano un così caratteristico fenomeno italiano). La lotta ad esse è sacrosanta, ma il potere che gli verrebbe sottratto da una eventuale vittoria della società civile è prima nulla a confronto di quanto illustrato sopra, e in secondo luogo è comunque un potere concessogli da altri. Traffico di droga, prostituzione, traffico d’armi, e riciclaggio di rifiuti tossici sono servizi che le mafie praticano per conto di committenti sempre riconducibili al vero Potere, o perché da esso condizionati oppure perché suoi ingranaggi importanti. Serva qui quanto mostrato nel 1994 dal programma d’inchiesta ‘Panorama’ della BBC, dove un insider della criminalità organizzata britannica si rese disponibile a condurre il reporter nel cuore della “mafia più potente del mondo”, a Londra. L’auto su cui viaggiavano con telecamera nascosta si fermò a destinazione… nel centro della City finanziaria della capitale. Indicando dal finestrino i grattacieli dei giganti del business internazionale, il pentito disse: “Eccoli, stanno tutti lì”. (si pensi che il giro d’affari mondiale delle Cosche è stimato sugli 80 miliardi di dollari, che sono un terzo del giro d’affari di una singola multinazionale del farmaco come la Pfizer) Se queste mie righe sono state efficaci, a questo punto i lettori dovrebbero volgere lo sguardo a quegli ometti in doppiopetto blu che ballonzolano le sera nei nostri Tg con il prefisso On., o il suffisso PDL, PD, UDC, e dovrebbero averne, non dico pietà, ma almeno vederli per quello che sono: le marionette di un altro Potere. Ma soprattutto, i lettori dovrebbero finalmente poter connettere i punti del puzzle, e aver capito da dove vengono in realtà i problemi capitali della nostra vita di cittadini, o addirittura i drammi quotidiani che tante famiglie di lavoratori patiscono, cioè chi li decise, chi li decide oggi e come si chiamano costoro. Da qui una semplice considerazione: se vi sta a cuore la democrazia, la giustizia sociale, e la vostra economia quotidiana di lavoro e di servizi essenziali alla persona, allora dovete colpire chi veramente opera per sottrarceli, cioè il vero Potere. Ci si organizzi per svelarlo al grande pubblico e per finalmente bloccarlo. Ora lo conoscete, e soprattutto ora sapete che razza di macchina micidiale, immensa e possente esso è. Risulta ovvio da ciò che gli attuali metodi di lotta dei Movimenti sono pietosamente inadeguati, infantili chimere, fuochi di paglia, che mai un singolo attimo hanno impensierito quel vero Potere. Di conseguenza lancio un appello ancora una volta:

VA COMPRESO CHE PER ARGINARE UN TITANO DI QUELLA POSTA L’UNICA SPERANZA E’ OPPORGLI UN’ORGANIZZAZIONE DI ATTIVISTI E DI COMUNICATORI ECCEZIONALMENTE COMPATTA, FINANZIATA, FERRATA, DISCIPLINATA, SU TUTTO IL TERRITORIO, AL LAVORO SEMPRE, IMPLACABILE, NEI LUOGHI DELLA GENTE COMUNE, PER ANNI. (http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=153)

Altra speranza non c’è, sempre che ancora esista una speranza.

Paolo Barnard
Fonte: http://www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=154
6.11.2009

Le fonti principali di questo articolo:

Trilateralism, Holly Skalar, South End Press, 1980.
Who pulls the strings? John Ronson, The Guardian, 10 marzo 2001
Inside the secretive Bilderberg Group, BBC News, 29 settembre 2005,
Shadowy Bilderberg group meet in Greece — and here’s their address, Timesonline, 14 maggio 2009
The Council on Foreign Relations and the Center for Preventive Action, Michael Baker, 6 marzo 2008, Znet
WTO, materiale tratto da: l’inchiesta I Globalizzatori, Report RAI 3, 09/06/2000, di Paolo Barnard, http://www.report.rai.it – Public Citizen: Trade Watch, USA – The Transnational Institute, Amsterdam, Olanda – The World Trade Organization: The Marrakech Treaty – Corporate Europe Observatory, Amsterdam, Olanda – The Economic Policy Institute, Washington DC, USA – Friends of the Earth, Bruxelles, Belgio – Corporate Watch, USA – Oxfam UK – Global Policy Forum Europe, Bonn, Germania – Institute for Policy Studies USA– et al., e da studi di autori fra cui: Joseph Stiglitz, Jeff Faux, Noam Chomsky, Greg Palast, Susan George, Richard W. Behan, Alexandra Wandel, Peter Rosset, Dean Baker, Barry Coates et al.
Master in Public Affairs, Lobbying e Relazioni Istituzionali, presso l’università LUMSA di Roma, testi del prof. Franco Spicciariello.
Gianni Del Vecchio e Stefano Pitrelli, Il Tesoro della Casta,  L’Espresso 16/03/09
Roberto Mania, Il Potere Opaco che Governa l’Italia, La Repubblica 02/03/09
Paolo Barnard, ‘Primarie, Partito Democratico, legge sul conflitto d’interessi’, Golem del Sole 24 Ore, 2007
Big Oil Protects its Interests, The Center for Public Integrity, July 15, 2004
JOHN M. BRODER, Oil and Gas Aid Bush Bid For President, New Yor Times, June 23, 2000
Jeffrey H. Birnbaum, The Road to Riches Is Called K Street, Washington Post, June 22, 2005
Federal Election Commission data released electronically on Monday, October 27, 2008.
http://www.zmag.org/znet/viewArticle/19603 ROBERT KUTTNER & MICHAEL HUDSON, Democracy Now 13 Feb 2009
Paolo Barnard, ‘Perché ci Odiano’, Rizzoli BUR, 2006.
Paolo Barnard, ‘Per Un Mondo Migliore’, http://www.paolobarnard.info , 2004
Corporate Europe Observatory, Financial Lobbies – A Guided Tour of the Brussels EU Quarter, 23 September 2009
Paolo Barnard, ‘Ecco come morimmo’, http://www.paolobarnard.info , 2009
Free Market Think Tank Links, Atlas Economic Research Foundation ~ 1201 L St. NW Washington, DC
Financial services industry lobby groups listed on EC lobbying register, 9 March 2009, Corporate Europe Observatory
The Adam Smith Institute, The Omega Project, by Norman Chapman et al. from research conducted for the Adam Smith Institute.
I Globalizzatori, di Paolo Barnard, Report RAI 3, 09/06/2000 Paolo Barnard, ‘Lo spaventapasseri e la vera catastrofe’, http://www.paolobarnard.info , 2009
Crollano gli investimenti esteri, In Italia -57 per cento – Sole 24 Ore, 17 settembre 2009
World Investment Prospects Survey, UNCTAD, 2009-2011
The Washington Post, New Money Flee France and its Wealth Tax, July 16, 2006

ComeDonChisciotte – ISLANDA: ” SE IL DEBITO NON PUO’ ESSERE PAGATO, NON LO SARA’ “

ComeDonChisciotte – ISLANDA: ” SE IL DEBITO NON PUO’ ESSERE PAGATO, NON LO SARA’ “.

DI OLIVIER BONFOND
mondialisation.ca

L’ Islanda piccolo Stato senza esercito di 320.000 abitanti, ha appena annunciato che condizionera’ il rimborso del suo debito alle proprie “capacita’ di pagamento”. Se la recessione perdura, l’Islanda non rimborsera’ nulla. Pur dovendo stemperare la portata di questa decisione, dovendo altrettanto verificare la sua effettiva applicazione, essa rappresenta tuttavia una reale opportunita’ che i movimenti sociali, del Nord e del Sud del mondo, dovrebbero cogliere per obbligare i governi a mettere in discussione il pagamento incondizionato del debito pubblico.

Dopo 15 anni di crescita economica, dopo essere stato considerato uno dei paesi più ricchi del pianeta, l’ Islanda ha conosciuto alla fine del 2008, secondo il FMI (Fondo monetario internazionale), la piu’ pesante crisi bancaria nella storia di un paese industrializzato[1]. Questo non ha nulla di casuale. In questi ultimi anni l’ Islanda ha applicato quello che potremmo definire un “neoliberismo puro”. Il settore bancario, integralmente privatizzato nel 2003, ha fatto di tutto per attirare i capitali stranieri. In particolare ha sviluppato i famosi conti on line, i quali, con la riduzione dei costi di gestione, permettono di offrire dei tassi di interesse relativamente interessanti.

In appena 4 anni, il debito estero delle tre principali banche islandesi ha più che quadruplicato, per passare da 200% del prodotto interno lordo nel 2003 al 900% nel 2007! Quando i mercati finanziari sono crollati nel settembre del 2008 e queste tre banche sono cadute in fallimento esse erano evidentemente impossibilitate nell’assolvere ai propri impegni, tanto piu’ che il crollo dell’ 85% del valore della corona sull’ euro non ha fatto che decuplicare il debito. Vista la portata del fallimento bancario, nessuno ha voluto prestare soldi o finanziare un qualunque tipo di salvataggio. I rubinetti si sono chiusi.

L’Unione Europea e l’ FMI “consigliano” allora al governo islandese di socializzare le perdite del settore finanziario facendosi carico dei debiti delle banche. Per trovare i finanziamenti necessari per il risanamento di questo nuovo debito nazionalizzato, i “consigli” del FMI sono chiari: tagli alla spesa pubblica, in particolare su sanita’ ed educazione, aumento delle imposte sul lavoro e imposte indirette e applicazione di una politica monetaria restrittiva (sostanziale aumento del tasso di interesse). Questo tipo di politiche assomigliano come due gocce d’acqua alle misure di un “aggiustamento strutturale” che i paesi del Sud applicano da piu’ di 25 anni, con i risultati che ben conosciamo.

Inoltre e’ questione di non indugiare. Si presume che l’Islanda trovi, di qui all’autunno 2009, i fondi per rimborsare il suo debito, in particolare riguardo agli investitori britannici e olandesi e il mancato pagamento minaccerebbe l’adesione dell’ Islanda all’ Unione Europea. Se accettano questa condizione o piuttosto questa minaccia, cio’ implicherebbe una forte austerita’ e provocherebbe un aumento del debito pubblico estero dell’ Islanda che si attesterebbe al 240% del prodotto interno lordo.

Il neoliberismo non ha mantenuto le sue promesse e questo e’ il meno che si possa dire: esplosione della disoccupazione e del debito pubblico, indebitamento eccessivo per le case, tanto che taluni vengono sfrattati dalle proprie abitazioni, tassi d’interesse proibitivi, ecc. Quando le mobilitazioni avevano gia’ costretto il governo alle dimissioni nel gennaio 2008, questa linea di condotta del FMI evidentemente non ha fatto che accrescere il malcontento generale e le manifestazioni, evento rarissimo per questo paese, si sono amplificate, in particolare davanti all’ Althing, il parlamento islandese. In questo contesto, lo stesso parlamento ha adottato a fine agosto una risoluzione che stabilisce che il governo destinera’ al massimo il 6% della crescita del suo prodotto interno lordo per il rimborso del debito. E se non vi sara’ crescita, l’Islanda non paghera’ nulla.

Siamo realistici, questa misura non costituisce un atto che potremmo qualificare rivoluzionario. Innanzitutto bisogna sottolineare che l’Islanda si trova in questa situazione perche’ ha deciso di nazionalizzare un debito privato. Inoltre un tasso di crescita economica non dovrebbe automaticamente significare una crescita delle capacita’ di pagamento. La ripartizione delle ricchezze create e le priorita’ del budget devono essere decise in funzione dei bisogni dei cittadini e non seguendo gli interessi dei creditori. E la cosa più importante: il debito non e’ per nulla annullato. Al massimo, il rimborso sara’ rinviato nel tempo; non c’è auditing in vista e dunque nemmeno la possibilita’ di rimettere in discussione la legittimita’ e la legalita’ di questo debito.

Tuttavia, questo atto mostra una cosa essenziale: quando c’è una volonta’ politica, spesso, anzi sempre nata da mobilitazioni sociali importanti, e’ possibile desacralizzare il carattere non negoziabile del rimborso del debito pubblico e di adottare misure concrete che vanno contro gli interessi dei creditori.

I movimenti sociali, del Nord e del Sud del mondo, dovrebbero dunque servirsi di questo esempio e spingere i propri governi a fermare il rimborso invocando gli argomenti giuridici di “stato di necessità” e “forza maggiore”: i popoli non sono responsabili della crisi capitalista attuale e, vista la congiuntura, rimborsare significa concretamente la degradazione generale delle condizioni di vita per le popolazioni del Nord e la morte, nel senso letterale del termine, di milioni di persone nel Sud. Quando Geir Haarde, il primo ministro, dichiara che “vi sono molti argomenti di natura legale che giustificano il mancato pagamento”[2] ha perfettamente ragione. Non dimentichiamo quanto stipula l’articolo 2 della Dichiarazione sul diritto allo sviluppo del 1986: Gli stati hanno “il diritto e il dovere di formulare politiche adeguate di sviluppo nazionale aventi per obbiettivo il costante miglioramento del benessere della popolazione”. Porre una moratoria immediata sul rimborso e lanciare un reale processo di auditing, trasparente e democratico, al fine di avanzare verso il ripudio di questo odioso debito, illegittimo e che sottomette i popoli , è piu’ che mai attuale, dal Nord al Sud, dall’ Est all’Ovest “una soluzione, il ripudio!”

Olivier Bonfond (CADTM, Comité pour l’annulation de la dette du Tiers Monde) olivier@cadtm.org, http://www.cadtm.org
Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=15431
28.20.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MICOL BARBA

Per maggiori informazioni riguardanti le mobilitazioni in Islanda, vedere il film di Patrick Talierco “Comment l’Islande a changé de gouvernement” edizione 68 Septante, collezione vid #02 (per maggiori informazioni: http://www.6870.beedition@6870.be )

NOTE

[1] “ Secondo il FMI, il fallimento delle banche potrebbe costare ai contribuenti piu’ dell’ 80 % del prodotto interno lordo. Relativamente alla grandezza dell’economia, questa rappresenta circa 20 volte quello che il governo svedese pago’ per salvare le sue banche all’ inizio degli anni ’90. Questo equivarrebbe a svariate volte il costo della crisi bancaria in Giappone di una dozzina di anni fa” (“According to the IMF, the failure of the banks may cost taxpayers more than 80% of GDP. Relative to the economy’s size, that would be about 20 times what the Swedish government paid to rescue its banks in the early 1990s. It would be several times the cost of Japan’s banking crisis a decade ago”. « Cracks in the crust », The Economist, 11 dicembre 2008.

[2] “ Cracks in the crust”, The Economist, 11 dicembre 2008.  http://www.economist.com/world/europe/displayStory.cfm?story_id=12762027

ComeDonChisciotte – PERCHÉ LA FAME DEVE ESSERE ANCORA COSÌ INCALZANTE NEL XXI SECOLO?

ComeDonChisciotte – PERCHÉ LA FAME DEVE ESSERE ANCORA COSÌ INCALZANTE NEL XXI SECOLO?.

DI ÉRIC TOUSSAINT E DAMIEN MILLET
Réseau Voltaire

Mentre i paesi ricchi si preoccupano delle conseguenze della crisi finanziaria, la fame continua indisturbata a mietere vittime nei paesi poveri. Gli obiettivi di sviluppo del millennio programmati dall’ONU dovevano sconfiggerla, ma in realtà, la carestia progredisce.

Le cause di questo dramma vanno cercate nelle politiche pubbliche ispirate dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale, nella speculazione e, ovviamente, nel fenomeno del debito, fanno notare Damien Millet e Éric Toussaint del CADTM (Comité pour l’Annulation de la Dette du Tiers Monde).

Come giustificare che ci si debba ancora confrontare con la problematica della fame nel 21esimo secolo? Al mondo, un abitante su sette soffre costantemente di fame.

Le cause sono conosciute: la profonda ingiustizia nella distribuzione delle ricchezze e il possesso delle terre coltivabili da parte di una piccola minoranza di grandi proprietari. Secondo la FAO[1], 963 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2008. Paradossalmente, queste persone, dal punto di vista strutturale, appartengono alla popolazione rurale. Sono per la maggior parte contadini che non posseggono la terra che lavorano, o non ne hanno abbastanza, o ancora non hanno accesso ai mezzi necessari per valorizzarla.

Quali le ragioni della crisi alimentare del 2007-2008?

Va sottolineato il fatto che durante il biennio 2007-2008 il numero delle persone che soffrono la fame è aumentato di 140 milioni. Questo netto aumento è dovuto all’impennata improvvisa dei prezzi dei prodotti alimentari[2]. In molti paesi, questo aumento nei prezzi al dettaglio degli alimenti si aggira intorno al 50%, a volte più.

A cosa è dovuto un tale aumento? Per rispondere a questa domanda, è necessario comprendere cosa sia successo durante gli ultimi tre anni e, in seguito, pensare e attuare politiche alternative adeguate.

Da una parte, i governi del nord del mondo hanno aumentato i loro aiuti e le loro sovvenzioni per gli agro-carburanti (chiamati a torto “biocarburanti”, quando non hanno assolutamente niente di biologico). All’improvviso, è diventato redditizio sostituire le colture alimentari con delle colture foraggiere e oleaginose, o convertire una parte della produzione di grano (mais, frumento…) in produzione di agro-carburanti.

D’altro canto, dopo lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti (poi nel resto del mondo, di riflesso), la speculazione dei grandi investitori si è spostata verso i mercati della borsa in cui si negoziano i contratti delle derrate alimentari (principalmente tre borse statunitensi specializzate nella contrattazione a termine del grano: Chicago, Kansas City e Minneapolis). Ecco perché è così urgente che i cittadini agiscano in via legale per vietare la speculazione sugli alimenti…Anche se la speculazione al rialzo è finita verso la metà del 2008, e i prezzi sui mercati a termine siano di conseguenza scesi clamorosamente, i prezzi al dettaglio non hanno subito gli stessi andamenti. La schiacciante maggioranza della popolazione mondiale dispone di redditi molto bassi e subisce ancora oggi le conseguenze drammatiche dell’aumento del prezzo degli alimenti del biennio 2007-2008. Su scala mondiale si preannunciano, per il biennio 2008-2009, decine di milioni di licenziamenti, il che non fa che aggravare la situazione. Per contrastare tutto ciò, bisogna che le autorità pubbliche esercitino un controllo sui prezzi degli alimenti.

Attualmente, il cambiamento climatico non è la causa dell’aumento della fame nel mondo, ma questo fattore avrà certamente un ruolo chiave, in futuro, nella produzione agricola in certe parti del mondo. Se le zone temperate non subiranno troppo le conseguenze negative, le zone tropicali e subtropicali invece saranno particolarmente danneggiate.

È possibile sradicare la fame?

Estirpare la fame è assolutamente possibile. Le soluzioni fondamentali per raggiungere questo obiettivo vitale passano per una politica di sovranità alimentare e una riforma agraria. Il che implicherebbe nutrire la popolazione con le produzioni locali, limitando al massimo importazioni ed esportazioni.

La sovranità alimentare dovrebbe essere un punto chiave nelle decisioni politiche dei governi. Ci si dovrebbe basare su attività agricole a gestione familiare che producano alimenti detti bio (o organici). Questo inoltre, ci permetterebbe di accedere ad una alimentazione di qualità, priva di OGM, pesticidi, erbicidi e fertilizzanti chimici. Per raggiungere un tale obiettivo, più di 3 miliardi di contadini dovrebbero avere accesso a una quantità di terra sufficiente al loro sostentamento e ai mezzi per coltivarla senza impoverirla e senza arricchire i grandi proprietari, le multinazionali dell’agrobusiness e i commercianti, e questo può avvenire solo tramite l’intervento delle istituzioni pubbliche.

Per fare ciò, serve una riforma agraria. Riforma di cui necessitano imperativamente Brasile, Bolivia, Paraguay, Perù, o certi paesi dell’Asia e dell’Africa: dovrebbe essere organizzata la ridistribuzione delle terre, dovrebbe essere fornito un sostegno pubblico al lavoro degli agricoltori e vietati i grandi proprietari terrieri privati.

È importante precisare che sia Banca Mondiale che FMI hanno responsabilità enormi nella crisi alimentare, poiché sono stati loro a consigliare ai governi del sud del mondo di rinunciare, in caso di insufficienza dell’offerta e/o di esplosione dei prezzi, ai silos di grano che servivano al sostentamento del mercato nazionale. Sempre Banca Mondiale e FMI hanno spinto i governi del Sud a sopprimere i finanziatori pubblici di credito agli agricoltori, gettando i contadini nelle grinfie di creditori privati (spesso grandi commercianti) o di banche private che praticano tassi usurari. Questo ha provocato un indebitamento di massa dei piccoli contadini in India, Nicaragua, Messico, Egitto e di numerosi paesi dell’Africa Sub-sahariana. Secondo le indagini ufficiali, l’indebitamento dei contadini che affligge i paesi dell’area indiana è la principale causa di suicidio di 150 000 contadini nel corso degli ultimi 10 anni. L’India è un paese in cui la Banca Mondiale ha promosso con successo presso le autorità locali una politica di soppressione delle agenzie di credito pubblico agli agricoltori.

E questo non è tutto: nel corso degli ultimi 40 anni, Banca Mondiale e FMI hanno spinto i peasi tropicali a ridurre la produzione di grano, riso o mais, sostituendola con colture da esportazione, quali cacao, caffé, thé, banane, arachidi o fiori. Infine, per perfezionare il loro servizio nei confronti delle grandi società dell’agrobusiness e dei grandi paesi esportatori di cereali (a cominciare da Stati Uniti, Canada e Europa Occidentale), hanno convinto i governi della positività dell’apertura incondizionata delle frontiere all’importazione di alimenti prodotti tramite sovvenzioni massiccie da parte dei governi del Nord, provocando così un inevitabile fallimento di numerosi produttori del Sud e una drastica riduzione della produzione alimentare locale.

Riassumendo, è davvero necessario applicare la sovranità alimentare e la riforma agraria. Serve abbandonare la produzione degli agrocarburanti industriali e tagliare le sovvenzioni pubbliche a coloro che li producono. Bisogna inoltre ricreare al Sud delle riserve pubbliche di alimenti (in particolare di grano: riso, frumento, mais…), degli organismi di credito pubblico agli agricoltori e ristabilire una regolamentazione dei prezzi degli alimenti. Serve garantire che anche i redditi più bassi possano permettersi alimenti di qualità a prezzi accessibili. Lo Stato deve garantire ai piccoli produttori agricoli dei prezzi di vendita sufficientemente elevati da consentire loro un miglioramento delle condizioni di vita. Lo Stato deve ugualmente sviluppare i servizi pubblici nelle zone rurali (sanità, educazione, comunicazioni, cultura, “banche” delle sementi…). Le istituzioni pubbliche sono tenute a garantire sia prezzi al dettaglio accessibili ai consumatori, che prezzi di vendita sufficientemente alti per il sostentamento dei piccoli produttori agricoli.

Questa lotta contro la fame non è solo un tassello di un mosaico molto più ampio?

Non si può intraprendere una seria lotta contro la fame senza ricollegarsi alle cause che forgiano la situazione attuale. Il debito internazionale dei paesi del Sud è sicuramente una fra queste e tutti gli effetti d’annuncio su questo tema frequenti negli ultimi anni, come i summit G8 o G20, hanno maldestramente cercato di celare quanto questo problema giaccia intoccato.

La crisi globale che sta interessando il mondo intero aggrava la situazione dei paesi in via di sviluppo e li mette di fronte ai costi e alle nuove crisi del debito. Ora, questo debito ha portato i popoli del Sud, spesso ricchi in termini di risorse umane e materie prime, a un impoverimento generale. Il debito è un saccheggio organizzato al quale è urgente mettere fine.

In effetti, il meccanismo infernale del debito pubblico è un ostacolo insormontabile alla soddisfazione dei bisogni umani fondamentali, tra i quali un’alimentazione decente. Sicuramente, il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo dovrebbe primeggiare su tutte le considerazoni di merito geopolitico o finanziario. Sul piano morale, i diritti di creditori, redditieri o speculatori non hanno alcun peso se confrontati ai diritti fondamentali di 6 miliardi di cittadini, afflitti da questo meccanismo implacabile rappresentato dal debito.

È immorale chiedere a paesi impoveriti da una crisi globale di cui non sono per nulla responsabili di consacrare una buona parte delle loro risorse al rimborso di creditori agiati (che siano del Nord o del Sud, poco cambia) piuttosto che al soddisfacimento di questi bisogni fondamentali. L’immoralità del debito deriva ugualmente dal fatto che, in molti casi, questo è stato contratto da regimi autoritari che non hanno utilizzato le somme prese in prestito nell’interesse dei loro popoli, ma che hanno invece organizzato imponenti traffici di denaro, con il tacito accordo, o peggio la collaborazione, degli stati del Nord, della Banca Mondiale e del FMI. I creditori dei paesi industrializzati hanno effettuato i prestiti a regimi corrotti con piena cognizione di causa e ora non hanno affatto il diritto di esigere dai popoli il rimborso di un debito talmente immorale e illegittimo.

In sostanza, il debito è un nuovo meccanismo attraverso il quale si è può attuare una nuova forma di colonizzazione (sempre a scapito dei popoli) e va semplicemente ad aggiungersi ad altri traguardi storici, raggiunti sempre dai paesi più ricchi, quali la schiavitù, lo sterminio dei popoli indigeni, il giogo coloniale, l’irreversibile alterazione della biodiversità, il saccheggio delle materie prime (a partire dalle capacità professionali specifiche sottratte ai contadini e dal subdolo sistema di brevetti che ha visto l’appropriazione di un prodotto agricolo del Sud quale il riso basmati indiano a favore delle multinazionali dell’agro-business del Nord) e dei beni culturali, la fuga dei cervelli, etc… È decisamente venuta l’ora di sostituire la logica di dominazione delle ricchezze con una logica di ridistribuzione delle ricchezze, unica via verso la giustizia.

Il G8, il FMI, la Banca Mondiale e il Club di Parigi impongono la loro verità, la loro giustizia, e si autoproclamano giudice e parte in causa. Di fronte alla crisi, il G20 ha dato il cambio e ha cercato di rimettere il FMI, ormai discreditato e delegittimato, al centro del gioco politico ed economico. È venuta ora di mettere fine a questo sistema ingiusto, di profitto per i soli oppressori, siano essi del Nord o del Sud.

NOTE

[1] Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura

[2] « Retour sur les causes de la crise alimentaire mondiale », di Damien Millet e Éric Toussaint, Réseau Voltaire, 7 settembre 2008.

Éric Toussaint è il presidente del CADTM Belgio (Comitato per l’Annullazione del Debito del Terzo Mondo). Ultimo libro pubblicato: “Banque du Sud et nouvelle crise internationale”, CADTM/Syllepse, 2008.

Damien Millet è segretario generale del CADTM Francia (Comitato per l’Annullazione del Debito del Terzo Mondo). Ultimo libro pubblicato: “Dette odieuse” (con Frédédric Chauvreau), CADTM/Syllepse, 2006.

Titolo originale: “Pourquoi une faim galopante au XXIe siècle et comment l’éradiquer ? “

Fonte: http://www.voltairenet.org
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