Archivi tag: Francesco Paolo Alamia

Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Papa’ in affari con Calvi”

Fonte: Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Papa’ in affari con Calvi”.

9 marzo 2010
Roma.
Scambi ripetuti di denaro, di somme importanti di soldi in contanti per non lasciare alcuna traccia, con versamenti di volta in volta alla Ubs di Losanna oppure allo Ior.

Tra Vito Ciancimino e Roberto Calvi i rapporti finanziari avviati a partire dagli anni Settanta furono molto intensi. “Mio padre – ha raccontato Massimo Ciancimino alla corte d’assise d’appello – lo incontro’, alla mia presenza, all’hotel Duomo di Milano nel luglio del 1980. Si scambiarono carte, documenti, discussero anche animatamente. Papa’ non gradi’ che Calvi gli fece sapere di non poter venire di persona a Losanna per il consueto passaggio di denaro, dando delega ad altra persona. Mio padre era un personaggio schivo, si fidava di pochissime persone e non gradiva affatto di dover conoscere un terzo soggetto che sapesse dei suoi affari elvetici”. L’ex sindaco di Palermo, secondo il teste, conobbe l’allora banchiere attraverso Salvatore Buscemi e Franco Bonura, chiamati i ‘gemelli’. “Calvi gli fu presentato a Milano. Era il periodo in cui papa’ si pose l’esigenza di portare all’estero i suoi soldi anche in vista di investimenti immobiliari in Canada e alla periferia milanese”. Ciancimino jr ha raccontato anche di un altro incontro, avvenuto a Sirmione negli anni Settanta, presenti Luciano Liggio, il medico Nino Cina’, lo stesso don Vito, Buscemi e Calvi. “A papa’ fu chiesto di intervenire presso alcune persone legate a dei giudici per la revisione di alcuni processi che riguardavano Liggio. Anche se piccolissimo, ero presente a quell’incontro”. Ciancimino ha quindi parlato dei rapporti che il papa’ aveva con lo Ior grazie al legame profondo con la famiglia del conte Vaselli: “Alla fine, papa’ aveva due conti corrrenti e due cassette di sicurezza, una per i soldi della famiglia, un’altra per quelli destinati a partiti politici e ad amici di Cosa Nostra. Mio padre definiva la legge sull’extraterritorialita’ del Vaticano una totale blindatura da atteggiamenti invasivi della magistratura. La tracciabilita’ del conto era uno degli incubi per lui”. Stando al teste, la speculazione edilizia in un’area di Milano fu avviata da Calvi e Ciancimino, con esponenti di Cosa Nostra (Buscemi, Bonura e la famiglia Bontate). Con riferimento a Pippo’ Calo’, uno degli imputati accusati (e assolti in primo grado) dell’omicidio Calvi, Ciancimino jr ha detto che il padre lo definiva “molto serio e intelligente anche se amava i cavalli. Con lui c’era un’amicizia che porto’ ad alcuni incontri per fare affari (circostanza smentita dallo stesso Calo’ attraverso una dichiarazione spontanea resa in videoconferenza, ndr)”.

AGI

Spunta un documento di don Vito su Dell’Utri

9 marzo 2010
Roma.
Un documento inedito, attribuibile all’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, chiama in causa il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri. A parlarne, nel processo di appello in corso a Roma per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi, e’ stato Massimo Ciancimino, figlio di Vito, su sollecitazione del pm Luca Tescaroli che lo aveva interrogato il 12 gennaio scorso e che oggi ne ha ottenuto l’audizione cometestimone assistito.
Nell’appunto in corsivo, scritto dallo stesso don Vito, stando alle parole del figlio, si legge: “M.Dell’Utri-Alamia. Calvi-Buscemi-Dell’Utri. Canada Bono Pozza. Ior Raselli 5 miliardi. Milano 2 costruzioni”.
Massimo Ciancimino, poi, ha dato lettura di un altro foglio scritto in stampatello dalla segretaria personale del padre, presente stavolta lo stesso Massimo, in vista di un memoriale che non ha mai visto la luce.
Il documento si intitola ‘Scaletta cronologica dei fatti’ e cosi’ recita: ‘conoscenza con Roberto Calvi tramite Buscemi e Bonura. Conoscenza con Gardini tramite Buscemi e Bonura. Rapporti tra Alamia Dell’Utri Bonura e Buscemi. Investimenti su Milano 2 Banca Rasini Edilnord.
Rapporti bancari tra Ior Calvi Vaselli – Losanna. Investimento Canada Montreal – Giovanni e Sergio. Riunione a Castello con Di Carlo per il Canada. Documento n.4″.
Pochi dettagli sono stati forniti in aula da Ciancimino jr circa gli affari immobiliari compiuti verso la fine degli anni Settanta nell’hinterland milanese dal padre perche’ il presidente della corte d’assise d’appello Guido Catenacci ha ritenuto che l’argomento in questione non avesse a che fare strettamente con l’omicidio Calvi. E cosi’, Ciancimino ha potuto solo spiegare che l’allora
banchiere del vecchio Banco Ambrosiano giro’ delle importanti somme di denaro (prelevate da Banca Rasini e Gottardo) a Vito Ciancimino affinche’ Cosa Nostra speculasse in un’area alla periferia di Milano.
Ciancimino ha pero’ precisato che “papa’ non ha mai avuto conoscenza diretta di Dell’Utri”.

Tratto sa: rainews24.rai.it

Don Vito Ciancimino e la “consulenza” a B.

Fonte: Don Vito Ciancimino e la “consulenza” a B..

Dall’odore dei soldi di Silvio Berlusconi, fino all’intervento di Bernardo Provenzano su un non troppo misterioso “amico senatore” che nel 2000 cercava di far approvare l’amnistia. Se dice il vero, è l’altra faccia del potere quella che Massimo Ciancimino sta disegnando, con pizzini e documenti alla mano, davanti ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Nei suoi ultimi interrogatori sulla trattativa Stato-Cosa Nostra il figlio di don Vito – l’ex sindaco democristiano di Palermo condannato per mafia – ha parlato a lungo delle attività economiche del padre al nord e dei suoi rapporti con Silvio Berlusconi. Dichiarazioni condite da nomi di persone e di società, spesso riprese da un libro che Ciancimino senior stava scrivendo prima di morire nel 2002, sulle quali è ora in corso una serrata attività di verifica. I verbali del giovane Ciancimino – ascoltato venerdì per 4 ore da 5 magistrati che seguono il filone stragi e trattativa – sono stati segretati. Ma l’importanza delle sue parole traspare dalla decisione dei magistrati palermitani di riaprire il fascicolo archiviato 6031/94, l’inchiesta per mafia e riciclaggio nella quale, fino al 1997 era indagato anche Berlusconi. Nel mirino della procura c’è adesso uno dei protagonisti di quel fascicolo l’ingegnere Francesco Paolo Alamia di Villabate, 75 anni, per qualche mese assessore palermitano al turismo proprio al fianco di Ciancimino. E poi salito alla ribalta nella seconda metà degli anni Settanta quando a Milano diventò azionista dell’Inim: una società, considerata il terzo gruppo immobiliare italiano, per la quale ha lavorato anche il braccio destro del Cavaliere, Marcello Dell’Utri. Allora i giornali soprannominavano l’Inim, controllata dal finanziere siciliano Filippo Alberto Rapisarda, la “Compro tutto Spa”.

E spesso scrivevano di miliardi che arrivavano alla Stazione Centrale dentro borse di pelle. A quell’epoca Vito Ciancimino, come hanno raccontato alcuni testimoni nelle indagini sul fallimento delle aziende di Rapisarda, si faceva vedere in via Chiaravalle a Milano, sede dell’Inim e per qualche tempo anche residenza di Dell’Utri. E proprio suo figlio ricorda oggi di averlo accompagnato in viaChiaravalle dove doveva incontrare il boss Pippo Bono. Allora la stampa sosteneva che dietro l’attività di Rapisarda ci fosse proprio l’ex sindaco di Palermo. Ma don Vito con i giornalisti si limitava a dire: “È vero sono la mente di molte operazioni oltre lo Stretto”, mentre Alamia spiegava: “Vista la sua competenza in materia urbanistica, potrebbe essere un nostro consulente”. E quelle non erano delle boutade. O almeno così sostiene Massimo Ciancimino che davanti ai magistrati ha parlato anche di una sorta di consulenza fornita dal padre ai siciliani che erano in trattativa con Berlusconi. Finora dalle indagini era emersa solo la traccia di un assegno da 35 milioni di lire versato dal Cavaliere a don Vito una trentina di anni fa. Oggi c’è di più. Ciancimino junior ricorda come dietro a suo padre si muovesse una cordata composta dai boss delle maggiori famiglie mafiose, dai Buscemi, ai Bonura, dai Teresi, ai Bontade, che attraverso la Banca Rasini avrebbero finanziato il giovane costruttore di Milano 2. Accuse simili a quelle (archiviate) già mosse da numerosi pentiti e di fronte alle quali il premier, pur convocato in tribunale, non ha mai i sentito il bisogno di spiegare l’origine delle proprie fortune. Perché, per esempio, il 6 aprile del 1977 nella Finanziaria d’investimento Fininvest srl viene registrato come versato per contanti un aumento di capitale da 8 miliardi di lire? E ancora: dal ‘74 al ‘78 Dell’Utri, che Berlusconi descriveva come il suo segretario, è l’amministratore dell’Immobiliare San Martino, poi trasformata in Milano 2 spa. Perché? Domande alle quali i magistrati potrebbero ora rispondere da soli, seguendo un’indicazione precisa: il nome di un esponente del mondo della finanza ebraica che, secondo Ciancimino junior, era in contatto sia con Berlusconi che con suo padre. Per stabilire se davvero in periodi più recenti Dell’Utri è stato scelto da Cosa Nostra come nuovo referente politico è infatti necessario fare chiarezza sui legami del passato. Solo l’esistenza di un patto antico può giustificare pizzini in cui Provezano sembra riferirsi allo storico collaboratore del Cavaliere sostenendo di averlo contattato. “Caro Ingegnere (così Provenzano chiamava l’ex sindaco, ndr) abbiamo parlato con il nostro amico senatore per quella questione… hanno fatto una riunione e sono tutti d’accordo…”, scriveva il capo dei capi nel 2000. Il riferimento era per una possibile amnistia di cui l’allora Guardasigilli, Piero Fassino, aveva pubblicamente parlato. Nei sui dattiloscritti Zio Bino, mente politicamente finissima, considerava un bene che una proposta del genere fosse stata avanzata dal centrosinistra. Se lo avesse fatto Berlusconi, secondo lui, l’amnistia non sarebbe mai passata. E Ciancimino senior, che aveva bisogno del provvedimento di clemenza per liberarsi dai suoi ultimi anni di condanna (per reati non di mafia) sarebbe rimasto a bocca asciutta. Ma Provenzano dopo aver discusso con “l’amico senatore” era fiducioso. Anche perché pensava di avere la Chiesa dalla sua parte. A colpirlo era stato un intervento dell’arcivescovo di Milano, cardinal Martini. Per questo (molto ottimisticamente) si diceva tranquillo e commentava: “Ora abbiamo l’appoggio anche di Dio”.


Fonte:
il Fatto quotidiano (Peter Gomez e Marco Lillo, 25 Novembre 2009)