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Appaltopoli – Nella tana del Toro

Fonte: Appaltopoli – Nella tana del Toro.

Scritto da Edoardo Montolli

Un imprenditore fiorentino, Valerio Carducci, teme di essere associato ad un’inchiesta che tocca la guardia di Finanza. E si rivolge a un magistrato…

C’è un «sistema gelatinoso» che, secondo il gip di Firenze ROSARIO LUPO, ha impregnato la macchina della Protezione Civile. Lo incarna un gruppo imprenditoriale finora sconosciuto. Un gruppo che si nutre di appalti di Stato, che è immune ai cambiamenti politici, e che allunga una larga rete di conoscenze a generali della finanza e a magistrati. E che magistrati: l’ormai ex procuratore aggiunto di Roma  ACHILLE TORO, indagato per fuga di notizie, favoreggiamento e corruzione, ma già leader della più numerosa corrente delle toghe, Unicost; l’uomo che aveva aperto nella capitale i fascicoli paralleli a Parma e Milano sui più grandi scandali degli ultimi anni, da Cirio alle scalate bancarie. Un contatto nevralgico nella procura che un tempo i maligni chiamavano «il porto delle nebbie».

«A DISPOSIZIONE»

Ma chi sono questi imprenditori dalle amicizie ramificate in ogni stanza del potere? Per capirlo bisogna seguire un filo che da Firenze scende a Catanzaro, a poco prima che la famigerata inchiesta Why Not venisse avocata a LUIGI DE MAGISTRIS e ne fosse allontanato il consulente GIOACCHINO GENCHI, fino ad allora considerato il massimo esperto informatico delle Procure. A guidarci è una frase che ricorre spesso nell’ordinanza di Firenze: «A disposizione». E che risuona nella prima conversazione tra il funzionario chiave dell’inchiesta, ANGELO BALDUCCI, e l’imprenditore VALERIO CARDUCCI. «Domani come sei?», chiedeva Balducci. «A tua disposizione». Già. Ed è a questo punto che occorre portare indietro il calendario di tre anni.

SALADINO, PERCHE’ NO?

De Magistris nella primavera 2007 cercò di verificare il racconto di una testimone, CATERINA MERANTE, che aveva parlato della rete di strani rapporti che un leader della Compagnia delle Opere, ANTONIO SALADINO, avrebbe creato intorno a sé, allungandosi fino a un misterioso comitato d’affari di San Marino. Chiese a Genchi di acquisire i tabulati dell’uomo. E gli affidò pure l’ascolto di centinaia di intercettazioni che i carabinieri di Lamezia Terme avevano registrato un anno prima, quando Saladino aveva denunciato di essere stato minacciato: gli avevano messo sotto controllo il cellulare, ma delle minacce nessuna traccia. In compenso erano emersi particolari importantissimi proprio su di lui: dentro alle intercettazioni c’era un mondo. Magistrati che andavano a pranzo con i loro indagati, avvocati stretti conoscenti dei giudici dei loro processi, rilevanti frequentazioni con GENERALI DELLA FINANZA e un viavai di rapporti che, incrociati coi tabulati, portava a Roma. Politici. Servizi segreti. E imprenditori. Proprio  come l’indagato odierno di Firenze Valerio Carducci. Ma in autunno, mentre Genchi stava stilando la relazione su Carducci, l’incarico gli fu revocato. «Si parlava di appalti di Stato della Guardia di Finanza — sostiene oggi Genchi —: penso che sia stato per questo che l’indagine saltò». Tra le vecchie intercettazioni di Saladino con Carducci, ce n’era infatti una che il consulente considerava di rilievo. Perché oggi Carducci è sotto inchiesta per l’appalto dell’albergo alla MADDALENA, ma lui è un costruttore poliedrico: caserme, questure e, dice Genchi, strutture coperte da segreto di Stato. Uno che vanta rapporti di lavoro ventennali con le Fiamme gialle.

“PARLERO’ CON RINO”


Nei primi mesi del 2006 Carducci chiese a Saladino come fare per «mettersi a disposizione» di «MASTELLONE» in previsione della vittoria elettorale del centrosinistra. Perché la frase è sempre quella: «A disposizione», del politico di turno. Ma forse, rispose l’altro, era meglio mettersi a disposizione di «RUTELLONE», perché tanto Saladino conosceva bene entrambi. Con Rutelli, avrebbe raccontato poi Genchi ai magistrati salernitani, Saladino contava infatti numerosissime telefonate e in quattro agende diverse aveva segnato numeri di cellulari, di casa e ben nove riferimenti diretti di vari segretari e capi di gabinetto. «Ma l’aspetto più importante di quell’intercettazione — spiega Genchi — stava nel fatto che Carducci si disse preoccupatissimo per la “stupidaggine” che aveva fatto “un ragazzino” amico di Saladino. Sostenne perciò che ne avrebbe parlato con tale  “RINO”. E io cercai di capire a cosa si riferisse». Incrociò le intercettazioni coi tabulati di Carducci, che era stato indagato (e che poi sarà archiviato) e di cui Genchi aveva analizzato le memorie del telefono, trovando già allora i riferimenti di FABIO DE SANTIS, il dirigente della Ferratella arrestato nell’inchiesta sulla Protezione Civile. E cerca, cerca, Genchi identificò «Rino» nel sostituto procuratore di Roma SETTEMBRINO NEBBIOSO, capo di gabinetto alla Giustizia di questo e di due precedenti governi Berlusconi. Uno che con Carducci vantava centinaia di chiamate. Ora anche il Ros ha potuto verificare la loro amicizia nell’inchiesta sulla Protezione Civile. Una telefonata poco dopo la mezzanotte del 28 maggio 2008: Nebbioso aveva chiamato De Santis che,  tramite Carducci, aveva chiesto informazioni al magistrato in merito a un TRASFERIMENTO D’UFFICIO. «Le farò sapere», aveva concluso Nebbioso prima di ripassargli al telefono l’imprenditore. Che ovviamente al rapporto con De Santis teneva, tanto che il successivo 26 giugno gli aveva assicurato di aver «ricordato la cosa a Rino», e che lo avrebbe visto a cena.

QUELLA STUPIDAGGINE

Da una parte le frequentazioni con i funzionari che si occupano di appalti di Stato, dall’altra quelle con un magistrato. È il background di Carducci fin dai tempi di Why Not, dove appunto, oggetto della relazione, era invece la «stupidaggine». E che cos’era allora, quella «stupidaggine»? Genchi, per uno scherzo del  destino, in Why Not aveva incrociato le indagini sulle stragi del 1992, a cui Genchi aveva lavorato come vice del gruppo Falcone-Borsellino prima di abbandonare in rotta con chi dirigeva l’inchiesta. Racconta il consulente: «Un importante DIRIGENTE della compagnia delle Opere era stato intercettato all’aeroporto di Palermo mentre parlava con Vincenzo Paradiso, amministratore delegato di Sviluppo Italia Sicilia. Di Paradiso mi ero occupato per una chiamata arrivata sul suo numero da uno degli stragisti di via D’Amelio. Indagato e archiviato a CALTANISSETTA, era ancora seguito dalla procura nissena per le indagini sui mandanti occulti. All’aeroporto il discorso intercettato tra lui e il dirigente amico di Saladino riguardava probabilmente gli appalti della Guardia di Finanza. I magistrati di Caltanissetta avevano chiesto spiegazioni al “ragazzino”. E quello aveva fatto la “stupidaggine”, e cioè il nome di Carducci».
C’era così un’indagine presumibilmente sugli appalti della finanza. Carducci si diceva certo che i magistrati prima o poi lo avrebbero convocato per la «stupidaggine». E voleva parlarne con Rino. Poi, a Roma, il «ragazzino» lo aveva incontrato. Ma non solo. «Il giorno dell’incontro — continua Genchi — ci fu una successione di contatti telefonici in cui risultavano le chiamate e gli avvicinamenti di cella fra i cellulari di Carducci, Settembrino Nebbioso e del generale delle fiamme gialle MICHELE ADINOLFI. Il che mi fece supporre che tra loro si fossero visti». Di certo, venti giorni dopo la preoccupatissima chiamata a Saladino, il 16 marzo 2006, Carducci gliene aveva fatta un’altra: «Senti, no ti volevo… per quanto riguarda quella stupidaggine di quel ragazzino… tutto bene eh?!». Chi gli avesse spiegato che tutto era andato a posto resterà un mistero, perché a Genchi giunse la revoca dell’incarico. «Mi risulta però — racconta oggi — che il pm di Caltanissetta inviò l’indagine a Roma per competenza e che la Dia nissena stia attendendo da anni l’acquisizione dei tabulati e il via libera alle altre indagini che aveva sollecitato per ciò che era emerso nel discorso tra Paradiso e il dirigente della Compagnia delle Opere e nei successivi interrogatori». La storia dell’incrocio di intercettazioni tra Catanzaro e Caltanissetta è stata così raccontata nelle memorie difensive di Genchi depositate alla  PROCURA DI ROMA. Perché questa vicenda ha un finale sorprendente.

ARRIVA IL COPASIR

De Magistris, allontanato da Catanzaro, aveva raccontato ai magistrati di Salerno che il centro delle sue investigazioni si era spostato sul mondo di FINMECCANICA, del quale aveva già indagato uno del cda nell’inchiesta Poseidon. E nel frattempo il lavoro di Genchi, dichiarato «inutilizzabile» dai nuovi titolari dell’inchiesta, era finito ai pm campani: un nutrito intreccio di chiamate tra politici, imprenditori e magistrati. Finì con la nota guerra tra Procure e il defenestrazione di tre pm di Salerno. Berlusconi disse che Genchi aveva intercettato 350mila persone. E il consulente fu così convocato dal COPASIR presieduto dallo stesso Rutelli. Da lì venne indagato a Roma per aver acquisito utenze di parlamentari. Filotto. Continua Genchi: «Per quanto l’amico di Carducci, Settembrino Nebbioso, non fosse inquisito in Why Not, essendo lui un pm di Roma, ritenni che quella Procura non potesse occuparsi di me. Perciò ho depositato la vicenda nelle memorie. È certo che non potesse indagarmi chi mi sequestrò l’archivio. E cioè Achille Toro che, all’epoca in cui Why Not indagò Prodi e Mastella, era capo di gabinetto al ministero dei Trasporti e suo figlio Stefano era tra i consulenti del ministro Mastella». Nell’archivio di Genchi sulle inchieste calabresi, da quanto emerge nelle memorie difensive, il nome di Toro ricorreva più volte: c’erano le sue conversazioni con il magistrato VINCENZO BARBIERI in un’informativa stilata dalla squadra mobile di Potenza a carico di quest’ultimo. E c’erano i suoi numerosi contatti del 2005 con GIANCARLO ELIA VALORI, di cui erano stati acquisiti i tabulati. Riguardavano il periodo delle scalate bancarie, quando Toro aveva aperto il procedimento parallelo a quello di Milano. Negli stessi giorni in cui Toro si sentiva con Elia Valori quest’ultimo era in contatto con diversi dei protagonisti delle stesse scalate, da Caltagirone a Gavio a Ricucci, fino a politici come Nicola Latorre. E a generali della finanza, quella finanza che coordinava proprio le indagini sulle scalate. «Mi apprestavo a relazionare — ricorda Genchi — ma mi sequestrarono i dati». Non solo quelli: Toro sequestrò tutto. Compresi i dati che riguardavano lui. E i dati dell’indagine che Genchi stava svolgendo per conto della Procura di Roma: «Quella del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo che vede al centro Fastweb, Telecom Sparkle e NICOLA DI GIROLAMO ». Oltre alla Digint, 49 per cento di Finmeccanica e 51 di una società dietro alla quale starebbe, per gli inquirenti, GENNARO MOKBEL. Toro gli ha sequestrato tutto. Compresi i dati dell’ingegnere Mario Fecarotta. Altro uomo che appare nelle intercettazioni dell’inchiesta sulla Protezione Civile mentre dice ad ANTONIO DI NARDO — il funzionario del ministero considerato dal Ros in rapporti coi Casalesi — di essere entrato a Palazzo Chigi. Fecarotta fu arrestato nel 2002 insieme al figlio di Totò Riina. Analizzandone il pc, Genchi aveva trovato una sua lettera in cui scriveva dei disagi dei detenuti dell’Ucciardone. Recitava così: «Caro Francesco, apprezzandoti come amico, come cugino e come sindaco di Roma, ti invio queste fotocopie per farti capire quello che ho subito e chi è tuo cugino Mario che ti vuole sempre bene e ti abbraccia con grandissimo affetto insieme a Barbara, la famiglia e tutti». Destinatario era Francesco Rutelli. Che tenne a precisare: «Cugino di mio cognato».

Edoardo Montolli (articolo tratto dall’inserto mensile “IL” del quotidiano ILSOLE24ORE, 19 marzo 2010)

Ci pensa la procura di Roma

Fonte: Ci pensa la procura di Roma.

Le accuse al magistrato Toro e il “porto delle nebbie”: dove le inchieste scomode vengono trattate con “riguardo”

Inutile girarci intorno. Non era necessaria l’indagine fiorentina sull’ormai ex procuratore aggiunto Achille Toro per capire che il Palazzo di Giustizia della Capitale era da un pezzo tornato ad essere un porto delle nebbie. Per comprendere che cosa accade a Piazzale Clodio, dove pure lavorano decine di magistrati dalla schiena dritta, bastano invece le collezioni dei giornali. Da anni, e con sempre maggiore frequenza, i cronisti raccontano come buona parte delle inchieste sui potenti (di qualsiasi colore) condotte dall’ufficio diretto dal procuratore Giovanni Ferrara abbiano un esito pressoché scontato: o finiscono in archivio o partoriscono il più classico dei topolini.

Gli esempi sono tanti. Si va dal caso Berlusconi-Saccà, ai voli di Stato con fanciulle del Cavaliere; dai viaggi aerei verso il gran premio di Monza (con amici e familiari) di Francesco Rutelli e Clemente Mastella, fino alle prime indagini sullo spionaggio degli uomini dell’ex governatore del Lazio, Francesco Storace, ai danni di Piero Marrazzo.

Ma suscitano perplessità e interrogativi pure l’inchiesta sulla Parmatour di Calisto Tanzi e quella sui supposti ricatti legati a Vallettopoli. Certo, a volte ci sono fondati motivi giuridici, per chiudere tutto. Ma è incontestabile che “prudenza”, “mosse ponderate” siano state fino a ieri le parole d’ordine di Ferrara e del suo ex braccio destro Toro. Parole riecheggiate anche nella primavera del 2009 quando, di fronte alla Guardia di finanza, i carabinieri e i pm che domandavano d’investigare a fondo sugli affari del gruppo Anemone e sulle ruberie in occasione del G8 (mancato) alla Maddalena, Ferrara e Toro decisero di procedere con il piombo nel timore, scrive Repubblica, di ledere l’immagine dell’Italia.

Oggi Toro è indagato per corruzione, favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio. Secondo l’ipotesi d’accusa dietro le fughe di notizie che misero gli uomini della cricca della Protezione civile in allarme per i probabili arresti potrebbe esserci stato una scambio di favori. Gli eventuali reati, però, non bastano per spiegare che cosa è accaduto negli ultimi anni negli uffici al vertice della procura di Roma. Il vero punto è un altro: i rapporti delle toghe con il potere politico e la volontà di disturbare il meno possibile il manovratore. Un paio di esempi giovano a capire.

Proprio nei mesi in cui l’inchiesta romana sul gruppo Anemone veniva di fatto insabbiata, la procura si trova di fronte a un grosso problema: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Da Napoli sono arrivate le carte sul caso di Agostino Saccà. L’ex direttore generale della Rai, è stato sorpreso al telefono mentre riceveva dal premier calorose raccomandazioni su una serie di attricette da piazzare in varie fiction e, in cambio, incassava la promessa di un aiuto nelle sue future attività imprenditoriali. Quasi contemporaneamente la passione di Berlusconi per le belle ragazze apre pure un secondo fronte: il fotografo Antonello Zappadu ne ha immortalate molte mentre scendevano ad Olbia da aerei di Stato.

Lo scandalo è in apparenza enorme. Ma la prudentissima Procura di Ferrara riesce a trovare la soluzione. Vediamo come. In totale gli scali ripresi da Zappadu sono cinque, così gli accertamenti (di tipo strettamente burocratico) vengono condotti solo sulle liste passeggeri dei voli Roma-Olbia del 24, 25 e 31 maggio, 1 giugno e 17 agosto 2008. Berlusconi in quelle occasioni è sempre presente. Dunque, spiega la procura nella sua repentina richiesta di archiviazione non c’è stato “alcun danno patrimoniale” né sono “emersi casi di soggetti estranei che hanno viaggiato in assenza del presidente”. L’abuso di ufficio e il peculato sono “insussistenti”. Tutto vero. Ma perché non allargare i controlli pure agli altri voli, come suggerivano alcuni pm? Prudenza.

Più complicato è invece il caso Saccà. Quella è davvero una brutta storia che lede l’immagine dell’Italia. Le intercettazioni (inviate per competenza dal gup di Napoli al quale la procura partenopea aveva chiesto il rinvio a giudizio degli imputati) sono esplicite. E, quel che peggio, secondo i pm napoletani, dal loro ascolto emerge anche l’ipotesi che una delle attrici raccomandate, Evelina Manna, abbia ricattato il premier. In pratica potrebbe averlo minacciato di svelare i retroscena della loro amicizia se non avesse ricevuto un aiuto (e per questo Napoli ha suggerito a Roma di aprire un’inchiesta per concorso in estorsione). Il tutto però finisce in archivio.

Come? Grazie a molte acrobazie giuridiche e un accorto uso dei media. Della storia dell’ipotetico ricatto non si saprà infatti mai niente. Anche perché un sunto delle 14 pagine della richiesta di archiviazione viene fatto arrivare (opportunamente depurato dalla parte riguardante le pressioni della Manna) nelle mani di alcuni cronisti. Già quello che si legge basta comunque per capire che aria tira in procura. Berlusconi dice, per esempio, a Saccà: “Aiuta Elena Russo è come se aiutassi me e io poi ti ricambierò dall’altra parte quando sarai un libero imprenditore”. Sembra una corruzione in piena regola. Ma per la procura la frase  (non, ndr) prova il do ut des. E poi, sostengono gli uomini di Ferrara, Saccà, “non è un incaricato di pubblico servizio”.

La tesi è bizzarra (tanto che il gip la farà propria solo in parte) e contrasta pure con una sentenza della Cassazione. Ma non importa. Meglio essere prudenti. Col risultato che, a volte, il caso ti deflagra in mano. Come è accaduto con la Protezione civile o come è successo, nel 2005, con l’indagine Storace. Cinque anni fa i carabinieri si rendono conto che degli investigatori privati in contatto con l’ex governatore del Lazio stanno spiando Marrazzo durante la campagna elettorale. Chiedono a Toro d’intercettare i telefoni. Ma lui dice di no. Finisce che tutto viene scoperto dai pm di Milano e scattano le manette. Lo smacco è grande, ma Toro viene lo stesso considerato affidabile. Sia in procura sia dalla politica.

Tanto che nel 2006 quando finisce sotto inchiesta per fughe di notizie legate al caso Unipol, prima il ministro Alessandro Bianchi, lo sceglie come capo dei gabinetto, e poi una volta incassata l’archiviazione (con qualche interrogativo) torna in procura per dirigere il pool dei reati contro la pubblica amministrazione. Piedi di piombo, in questo caso, nessuno. Anche perché Toro è un leader di Unicost (la corrente moderata del sindacato dei giudici, in cui milita Ferrara), per quattro anni è stato membro del Csm, piace persino alla sinistra (Bianchi è legato al Pdci) ed è amato della destra. Insomma è l’uomo giusto per un posto prudentemente giusto.


Peter Gomez (il Fatto Quotidano, 24 febbraio 2010)

Antimafia Duemila – Gli smemorati del segreto di stato

Fonte: Antimafia Duemila – Gli smemorati del segreto di stato.

di Claudio Fava – 8 febbraio 2010
Il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti italiani (oggi presieduto da Massimo D’Alema, fino a ieri da Francesco Rutelli) fa sapere che nelle prossime riunioni si pronuncerà sulla congruità e proporzionalità nell’uso del segreto di Stato per il caso Abu Omar.

Scrupolo doveroso, perbacco. Se non fosse che quel segreto fu agitato, invocato e infine opposto contro il processo di Milano proprio dal governo Prodi: di cui D’Alema era ministro degli Esteri e Rutelli vicepresidente del Consiglio. In una sbrigativa amnesia, Francesco Rutelli dimentica oggi ciò che affermò ieri quando, parlando a nome del Governo, accusò i procuratori di Milano Ferdinando Pomarici e Armando Spataro di «aver illegittimamente e ripetutamente violato il segreto di Stato» nella conduzione delle indagini sul sequestro dell’ex imam egiziano, di «aver violato le prerogative di secretazione del governo» e di aver operato dolosamente «l’acquisizione di materiale classificato e di elementi informativi» su cui «il governo aveva provveduto ad apporre il segreto di Stato».
Tecnicamente, oggi lo sappiamo, erano tutte balle. La sentenza che ha ritenuto (grazie al governo Prodi e ai suoi segreti di Stato) non giudicabili i vertici del Sismi, ha spiegato che Pollari e i suoi collaboratori erano colpevoli. Quel sequestro si consumò con la «compiacenza, e forse la conoscenza del Sismi, ma che di tale circostanza non è stato possibile approfondire le evenienze probatorie, pur esistenti, per l’apposizione del segreto di Stato» da parte del governo italiano.
Traduzione: il Sismi sapeva e ha taciuto; se questo tribunale non può condannare Pollari e soci, prendetevela con chi li ha voluti proteggere da Palazzo Chigi.
Un furto di verità. Subito trasformato in campane a festa per il generale Pollari che per un pelo non ci siamo ritrovati come Commissario dei beni confiscati alle mafie o come nuovo capo della Protezione civile. Ma non disperiamo che Berlusconi sappia trovargli comunque alti incarichi degni di lui. Ci preoccupa di più il furto di memoria. Furto con scasso, utilizzando, com’è consuetudine antichissima di questo paese, il segreto di Stato come un piede di porco per divellere fatti, nomi, responsabilità. A quel furto hanno prestato manforte anche i quaranta parlamentari del centrosinistra che chiesero la verità, tutta la verità sul caso Abu Omar e sulle trattative con la CIA, ma che di quella loro indignazione (interrogazioni, interviste, pugni sbattuti sugli scranni di Montecitorio) hanno poi inesorabilmente smarrito ogni traccia. Ci preoccupa la memoria slabbrata e stracciata degli italiani. Che da mezzo secolo s’arresta dinnanzi a verità inopportune e dunque protette da provvidenziali segreti di Stato (solo per titoli: piazza Fontana, piazza della Loggia, gli archivi della P2 in Uruguay, l’Italicus, il caso Telecom-Sismi…).
Su quest’espressione, segreto di Stato, in apparenza così alta e responsabile, s’è esercitata negli anni la peggior retorica patriottica e politica. Un po’ com’è accaduto per l’istituto dell’immunità, immaginato per garantire libertà di parola e di mandato ai parlamentari della Repubblica e trasformato in una licenza d’impunità, con voti d’aula tronfi e sfacciati per salvare dalla galera gli amici dei mafiosi e dei camorristi. Anche del segreto di Stato si disse subito: s’applicherà solo per il superiore interesse della nazione, per la sicurezza interna ed esterna del Paese, per tutelare l’incolumità degli italiani. Da Portella della Ginestra in poi, con rarissime eccezioni, non è stato mai così. L’unica risorsa che i governi hanno voluto tutelare con quel segreto, è stata la faccia di qualche Presidente del consiglio, di qualche ministro e di qualche loro faccendiere.
Questa, si dirà, è la storia d’Italia: che ci vogliamo fare? Giulio Andreotti, per i suoi novant’anni, ha spiegato che lui, i suoi segreti di Stato se li porterà in paradiso: e noi gli crediamo. Insomma, non ci sveleranno, non ci riveleranno, non ci spiegheranno. Ma che almeno non ci trattino da perfetti idioti. Coloro che ieri imposero il segreto per imbavagliare i giudici di Milano, oggi si dicono impegnati a capire se quel segreto fosse poi così necessario: ecco, amici, sono proprio questi esercizi di fumosa ipocrisia che potrebbero essere risparmiati al Paese. Rapinarci la verità e la memoria, amen: ma farci passare anche per fessi, questo no.

Tratto da: sinistra-democratica.it

Legittima difesa: Il Caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato – Prefazione di Marco Travaglio

Fonte: Legittima difesa: Il Caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato – Prefazione di Marco Travaglio.

Prefazione
di Marco Travaglio
Non ho alcuna intenzione di riassumere, in questa prefazione, il libro che state per leggere. Anzitutto perché non voglio levarvi il gusto di sfogliare pagina per pagina questo giallo intricato ma semplice al tempo stesso, che incrocia quasi tutti gli scandali del potere d’Italia: quelli che i professionisti della rimozione chiamano «misteri d’Italia» e che di misterioso in realtà non hanno un bel nulla. Ma soprattutto perché riassumerlo è impossibile. Diversamente dai gialli, qui non è importante il canovaccio della trama: qui sono importanti i particolari, tutti.
Vorrei, invece, parlare un po’ di Gioacchino Genchi e spiegare perché ce l’hanno tanto con lui. Perché è diventato, prima segretamente e da qualche anno apertamente, un nemico pubblico numero uno. E dunque perché Il caso Genchi (ma io l’avrei intitolato Il caso Italia) curato da Edoardo Montolli è tutto da leggere. Questione di memoria: Genchi non ha soltanto una memoria di ferro, Genchi è una memoria di ferro. Quella memoria che, per vivere tranquilli, bisognerebbe ogni tanto resettare e azzerare. Invece lui non ha mai proceduto per reset, ma sempre per accumulo. Possono levargli i fascicoli su cui sta lavorando, possono portargli via i computer, possono sequestrargli tutti i file memorizzati. Ma lui continua a ricordare e a collegare tutto. Dovrebbero proprio eliminarlo fisicamente, per renderlo inoffensivo. Con quel po’ po’ di database nel cervello, Genchi avrebbe potuto diventare stramiliardario (in euro), senza neppure il bisogno di ricattare questo o quello: gli sarebbe bastato far sapere di essere in vendita e mettersi all’asta. La prova migliore della sua onestà è proprio il fatto che non ha mai guadagnato un euro in più di quello che gli derivava dal suo lavoro. Che non ha mai fatto uso delle informazioni che, incrociando i dati delle intercettazioni e soprattutto dei tabulati telefonici acquisiti da decine di uffici giudiziari, per vent’anni è stato chiamato a esaminare al servizio della Giustizia. Mettete insieme memoria e onestà, e avrete una miscela esplosiva, anzi eversiva. Che basta, da sola, a spiegare perché in un Paese come l’Italia Genchi è visto come un pericolo pubblico. Non ruba, non ricatta, sa che cosa sono le leggi e lo Stato e li serve fedelmente, e per giunta non è ricattabile. Riuscite a immaginare un nemico peggiore, per i poteri fuorilegge che si spartiscono l’Italia praticamente da quando è nata?
Genchi è un poliziotto. Un vicequestore che fino all’anno scorso era in aspettativa per dedicarsi a tempo pieno a mettere a frutto la sua esperienza investigativa in materia informatica e telefonica in delicatissimi processi e inchieste, di mafia, di strage, di omicidio, di sequestro di persona, e così via. Lavorava già con Giovanni Falcone, di cui poi, dopo la strage di Capaci, riuscì a estrarre, da un computer manipolato dalle solite manine premurose, i diari segreti. Dopo via D’Amelio, riuscì a ricostruire – tabulati alla mano – gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino e i contatti fra alcuni suoi carnefici e una probabile sede distaccata dei servizi segreti al castello Utveggio sul Monte Pellegrino. Da diciassette anni è consulente di varie Procure, Tribunali e Corti d’Assise. Ha fatto catturare fior di latitanti, incastrato assassini e stragisti, ma anche tangentari e finanzieri sporchi, smascherato malaffari di ogni genere. Ha dato contributi decisivi alle indagini sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D’Amelio, sui fiancheggiatori di Bernardo Provenzano, sugli amici mafiosi di personaggi come Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro.
Già nel 2004 l’onorevole Emerenzio Barbieri dell’Udc (il partito di Cuffaro, ma anche di Cesa, mesi dopo indagato a Catanzaro dal pm Luigi de Magistris) attacca Genchi alla Camera con un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Roberto Castelli, ma il secondo Governo Berlusconi deve ammettere a denti stretti che la sua attività era perfettamente regolare. Nel luglio del 2007 l’assalto riparte, quando il sito web Radiocarcere.it pubblica la sua relazione all’allora pm di Catanzaro Luigi de Magistris, in cui compare per qualche ora il numero di uno dei cellulari usati dal guardasigilli Mastella. Quest’ultimo gli dà del «mascalzone» e due mesi dopo lo chiama in una conferenza «Licio Genchi», come se l’amico di piduisti fosse Genchi e non Mastella. Lino Jannuzzi e altri parlamentari del centrodestra lo accusano apertamente di compiere indagini senza mandato e di raccogliere illecitamente dati su politici e uomini delle istituzioni per tenerli sotto ricatto. Genchi replica ricordando che lui è solo un consulente tecnico e che ogni suo atto è richiesto e autorizzato da un magistrato.
Poi spiega che il documento con il cellulare di Mastella ha il timbro del Tribunale del Riesame, dunque non esce dal suo ufficio, bensì dal Palazzo di Giustizia di Catanzaro. È finito in rete – constata – subito dopo essere stato depositato agli avvocati di un indagato, l’ex piduista Luigi Bisignani, condannato in via definitiva per la maxitangente Enimont e dunque amico del ministro della Giustizia del centrosinistra: «Metterlo per un’ora sul web» dichiara Genchi «è stata una trappola, una manovra contro di me e de Magistris. Per permettere di additare la fuga di notizie e gridare al complotto». Mastella finge di non capire e ripete la domanda già posta, con esiti disastrosi, dall’Udc due anni prima: «Ma uno che è in aspettativa dalla polizia può lavorare con la sua ditta per lo Stato?» Sì, può. Anzi, deve.
Ma Genchi, nelle inchieste catanzaresi Why Not, Toghe lucane e Poseidone, sta aiutando de Magistris a ricostruire la cosiddetta Nuova P2, cioè il trasversalissimo cupolone politico-affaristico-massonico-giudiziario che tiene in scacco l’Italia. Una piovra che affratella esponenti del centro, della destra e della sinistra. Infatti, nel giugno del 2007, il procuratore Mariano Lombardi toglie a de Magistris l’inchiesta Poseidone, il cui principale indagato è il suo amico Pittelli, senatore forzista e socio in affari del figlio della sua convivente. A settembre il ministro Mastella sperimenta per la prima volta la nuova facoltà di chiedere il trasferimento d’urgenza di un magistrato, conferitagli dall’ordinamento giudiziario Castelli che il centrosinistra aveva promesso di cancellare e che invece, proprio in quella parte, ha lasciato entrare in vigore tale e quale nel luglio 2006. E chi è, fra i novemila magistrati italiani, il fortunato vincitore della prima richiesta di trasferimento? L’unico in tutta Italia che indaga sul premier Romano Prodi e sulle telefonate tra Mastella e i suoi amici indagati Antonio Saladino (numero uno della Compagnia delle Opere calabrese) e Luigi Bisignani. Quando si dice la combinazione. Il Csm non ravvisa alcuna urgenza nella pratica, ma qualcun altro ha una gran fretta: il procuratore generale «reggente» di Catanzaro, Dolcino Favi, che proprio nel giorno in cui il Csm nomina il pg titolare, non attende nemmeno che questi si insedii e decide di avocare un altro fascicolo a de Magistris, facendoglielo portare via dalla cassaforte e spedendolo al Tribunale dei Ministri di Roma. Quale fascicolo, tra i tanti? Proprio il Why Not, che vede indagati Prodi (per abuso d’ufficio, ma solo come atto dovuto) e, da qualche giorno, pure Mastella (finanziamento illecito e truffa): quando si dice la combinazione. Motivo: de Magistris ce l’ha con Mastella che ha chiesto di trasferirlo. L’idea che sia Mastella ad avercela con de Magistris perché sta indagando su di lui non sfiora nemmeno il solerte «reggente». Il quale, anziché lasciare che della spinosa faccenda si occupi il pg titolare già nominato dal Csm e ormai in arrivo, assume un’altra iniziativa gravissima e irrimediabile: revoca tutti gli incarichi al consulente tecnico del pm, Gioacchino Genchi. Completa l’opera l’Arma dei carabinieri, che pensa bene di promuovere e trasferire su due piedi il capitano Pasquale Zacheo, braccio destro di de Magistris nell’unica inchiesta superstite: Toghe lucane. Via il braccio destro, via il braccio sinistro, via le indagini, in attesa di mandar via direttamente il pm. Che sarà trasferito di lì a poco dal Csm lontano da Catanzaro (a Napoli), con l’espresso divieto di esercitare mai più le funzioni di pubblico ministero.
«Sono a rischio le mie libertà» afferma Mastella con grave sprezzo del ridicolo, denunciando di essere stato intercettato illegalmente, cioè in barba all’immunità. Forse che de Magistris e Genchi non conoscono l’articolo 68 della Costituzione che proibisce di intercettare i parlamentari e di acquisirne i tabulati telefonici? O forse sono impazziti e hanno deciso di viziare fin dall’inizio un’indagine così delicata per mandarla a catafascio e salvare il guardasigilli dalle sue eventuali responsabilità?
Per comprendere ciò che è accaduto basta leggere la consulenza Genchi depositata a disposizione degli indagati (quella su Mastella e Bisignani). Genchi, esaminando i tabulati di Bisignani trasmessigli dal pm, s’è imbattuto in una serie di utenze telefoniche in contatto con lui. Non tutte le utenze hanno un nome e un cognome. Una è intestata alla Camera dei deputati, ma può essere in uso a un impiegato, a un usciere, a un segretario. Per sapere di chi è un telefono, bisogna fare accertamenti. E, per farli, bisogna acquisire i tabulati. Solo alla fine si scopre chi è il titolare, che fra l’altro può pure cederlo a un terzo. Così si è arrivati a scoprire che il telefono era di Mastella. Lo stesso è avvenuto per le telefonate intercettate tra Saladino e il ministro. «Per l’eventuale utilizzazione processuale» scrive Genchi nella consulenza
«dovrà richiedersi la prescritta autorizzazione al competente ramo del Parlamento». Segno evidente che sia lui sia il pm conoscono bene la legge. Tant’è, quando è stato scippato del fascicolo Why Not, de Magistris si apprestava a chiedere al Parlamento l’autorizzazione a usare le telefonate indirettamente intercettate fra Mastella e gli indagati Saladino e Bisignani. L’avocazione dell’inchiesta è arrivata appena in tempo per impedirglielo. Ma anche quella inesistente violazione dell’immunità verrà contestata in sede disciplinare a de Magistris dal procuratore generale della Cassazione, Mario Delli Priscoli.
Siamo in pieno «comma 22»: per essere esonerato dai voli di guerra, il pilota deve essere pazzo; ma, se chiede l’esonero dai voli di guerra, il pilota non è pazzo; pazzo è chi fa i voli di guerra; ergo è impossibile essere esonerati dai voli di guerra. L’ok del Parlamento è richiesto nel caso in cui l’indagato parli con un parlamentare. Per sapere se l’indagato parla con un parlamentare, bisogna indagare sulla titolarità dei telefoni in contatto con l’indagato. De Magistris lo fa, scopre che dall’altro capo del filo c’è Mastella, lo iscrive nel registro degli indagati, ma non può chiedere l’ok del Parlamento perché Mastella chiede il suo trasferimento e il pg gli leva l’inchiesta. E lo accusano di aver acquisito i tabulati prima dell’ok del Parlamento, al quale però non avrebbe mai potuto chiedere l’ok prima di acquisirli e di scoprire che vi compariva pure telefono di Mastella. Ergo, è vivamente sconsigliabile indagare su chicchessia: se poi si scopre che parla con Mastella, Mastella è salvo, i suoi amici pure, ma il pm è rovinato. La parola d’ordine, ormai, è distruggere la memoria di Genchi e chiunque la utilizzi. Una parola d’ordine che diventa addirittura legge il 31 luglio con la delibera numero 178 approvata dall’Autorità garante per la privacy per stabilire nuove regole per i consulenti dei pm e i periti dei giudici: essi non potranno più conservare nei loro archivi i dati e i documenti raccolti per un’indagine dopo che questa è terminata, ma dovranno restituirli ai magistrati o «cancellarli». Rigorosamente vietato «conservare, in originale o in copia, in formato elettronico o su supporto cartaceo, informazioni personali acquisite nel corso dell’incarico». Direttiva a dir poco discutibile: un’indagine archiviata può essere riaperta in qualsiasi momento se emergono elementi nuovi. E spesso è molto utile che il consulente conservi i dati vecchi per riusarli e incrociarli con quelli nuovi, senza dover ripartire ogni volta da zero. Ora non si potrà più farlo. Chissà perché: le banche dati dei periti non presentano alcun rischio per la privacy, visto che questi sono pubblici ufficiali tenuti alla massima riservatezza. Ma le perplessità aumentano se si guarda al relatore della delibera destinata a svuotare le indagini cancellando la memoria storica di tanti scandali: quella del vicepresidente dell’Autorità garante, Giuseppe Chiaravalloti. Ex magistrato, ex governatore forzista della Calabria, Chiaravalloti è indagato in quel momento a Catanzaro per associazione a delinquere nell’inchiesta Poseidone (poi il nuovo pm opterà per l’archiviazione) e a Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. Ora, si dà il caso che a entrambe le indagini abbia collaborato Genchi. Ed è curioso che a impartire le nuove direttive ai consulenti, lui compreso, sia proprio uno dei suoi «clienti» più illustri. Possibile che il «garante» Franco Pizzetti abbia designato proprio Chiaravalloti come relatore, in barba al suo plateale conflitto d’interessi? Forse la scelta è caduta su di lui per la competenza maturata in fatto di indagini giudiziarie (a carico). O magari per le sue doti profetiche. In una telefonata intercettata nel 2006 con la segretaria, Chiaravalloti così parlava di de Magistris: «Questa gliela facciamo pagare… Lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana…
Saprà con chi ha a che fare… C’è quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corrisponde una reazione… Siamo così tanti ad avere subito l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata! Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi…»
Il 2 dicembre 2008 la Procura di Salerno fa perquisire gli uffici giudiziari di Catanzaro e le abitazioni di alcuni magistrati, politici e faccendieri calabresi, indagati per aver prima sabotato, poi esautorato e allontanato de Magistris dalle sue inchieste e dalla Calabria, e infine di aver compravenduto l’insabbiamento dei suoi fascicoli più scottanti.
Grazie anche a una consulenza firmata da Genchi, i pm salernitani Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani ritengono di avere le prove della corruzione giudiziaria e di una serie di abusi. Calunnie e diffamazioni che hanno contribuito all’isolamento e alla cacciata del collega da Catanzaro per poi poterne «aggiustare» le indagini. Siccome da mesi chiedono, invano, la copia integrale degli atti di Why Not, stufi di attendere, vanno a sequestrarne l’originale. Apriti cielo. I magistrati catanzaresi si ribellano, controsequestrano il fascicolo appena sequestrato e, senz’alcuna competenza territoriale (che spetterebbe a Napoli), inquisiscono i pm salernitani che indagano su di loro. Anziché denunciare la reazione illegale e sediziosa dei magistrati calabresi, la classe politica tutta (tranne Di Pietro), con la stampa e le tv al seguito, grida alla «guerra fra Procure», mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti. Anzi, prende le parti degli aggressori, cioè dei magistrati di Catanzaro. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con un’interferenza mai vista in un’indagine in corso, chiede gli atti a Salerno e critica apertamente la perquisizione. L’Anm e il Csm, anziché difendere i pm attaccati mentre fanno il proprio dovere, si associano agli attacchi. Il Consiglio superiore appronta un processo sommario e in men che non si dica, comprimendo ogni elementare diritto di difesa, punisce in via cautelare e urgente il procuratore capo Apicella con la destituzione dalla magistratura e i suoi sostituti Nuzzi e Verasani con il trasferimento nel Lazio e con il divieto di esercitare mai più le funzioni requirenti. Come aveva fatto alcuni mesi prima con de Magistris.
La Procura di Roma indaga i tre pm e de Magistris, considerato il loro ispiratore, per interruzione di pubblico servizio e abuso d’ufficio. Poco importa se il Riesame di Salerno ha già ritenuto legittima e doverosa la perquisizione a Catanzaro e se il Tribunale di Perugia (cui il fascicolo sui magistrati è passato per competenza) archivierà ogni accusa, ritenendo che Nuzzi, Verasani, Apicella e de Magistris abbiano agito per esclusivi «fini di Giustizia». Nessuno deve osare mai più mettere il naso nel verminaio di Catanzaro, né tanto meno ipotizzare una Nuova P2 che inquina la vita democratica del Paese. Eppure proprio la sorte infausta che tocca a chiunque abbia l’ardire di sfiorarla non fa che portare nuove prove sulla sua esistenza e sulla sua geometrica potenza.
La classe politica tutta è ormai terrorizzata dalle intercettazioni e dai tabulati, che sempre più spesso svelano contatti e amicizie fra uomini di partito e uomini d’onore e disonore. Infatti prima Mastella e poi il suo degno successore Angelino Alfano (cioè Berlusconi) passano il tempo ad approntare leggi che impediscano le intercettazioni e imbavaglino la stampa. Così riparte l’assalto a Gioacchino Genchi, trasformato nel mostro da sbattere in prima pagina per creare a tavolino un allarme rosso che non ha fondamento nei fatti ma che, debitamente manipolato, può finalmente convincere gli italiani che in Italia non sono troppi i delinquenti, specie in guanti gialli e colletto bianco: sono troppi gli intercettati. Poco importa se Genchi non ha mai intercettato nessuno in vita sua: basta ripetere a reti unificate che intercetta tutti, che scheda milioni di persone, ovviamente a scopo ricattatorio, e il gioco è fatto. Tutti finiranno col crederci.
Si ripete pari pari la scena, anzi la sceneggiata, dell’ottobre del 1996, quando si trattava di far digerire un altro boccone sommamente indigesto agli italiani di destra e di sinistra: la Bicamerale, cioè l’inciucio fra D’Alema e Berlusconi per mettere in riga la magistratura e farla finita una volta per tutte con le indagini sui potenti. Il cavaliere convocò la stampa di tutto il mondo e mostrò all’intero orbe terracqueo una gigantesca «microspia» che, a suo dire, fantomatiche «Procure eversive e deviate» avevano nascosto nel suo studio a Palazzo Grazioli per spiare l’allora capo dell’opposizione di centrodestra calpestando la Costituzione. D’Alema, che stava per diventare presidente della Bicamerale con i voti di Forza Italia, si affrettò a solidarizzare col povero Silvio e ne approfittò per sollecitare un «colpo di reni» per riscrivere tutti insieme la Costituzione. Il presidente della Camera Luciano Violante, che non aspettava di meglio, convocò Montecitorio in seduta straordinaria e diede la parola al Cavaliere, che denunciò lo «spionaggio ai danni del leader dell’opposizione, il più grave attentato alle libertà parlamentari della storia repubblicana». Mesi dopo, nel silenzio dell’informazione, la Procura di Roma scoprì che il «cimicione» era un ferrovecchio inservibile che era stato nascosto in casa Berlusconi non dalle toghe rosse, ma da un disinvolto amico dell’addetto alla sicurezza del cavaliere: incaricato di «bonificargli» l’appartamento, il cialtrone non aveva trovato alcunché, dunque aveva pensato bene di nascondere lui la micro anzi macrospia. Una solennissima bufala, utilissima per spianare la strada alla Bicamerale.
Il 24 gennaio 2009 si replica per spalancare le porte al nuovo inciucio: il bavaglio sulle intercettazioni. Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, terrorizzato dalla possibile uscita di certe telefonate che minacciano di svelare il quarto segreto di Fatima (perché Mara Carfagna fa il ministro delle Pari opportunità e Mariastella Gelmini dell’Istruzione), annuncia in tv: «Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica: c’è un signore che ha spiato trecentocinquantamila persone». Il signore in questione è Gioacchino Genchi che, come abbiamo appena ricordato, non ha mai intercettato nessuno in vita sua: riceve intercettazioni e tabulati disposti e acquisiti dai pubblici ministeri e dai giudici secondo la legge e li incrocia per leggerli e interpretarli al meglio. Incastrando colpevoli e scagionando innocenti.
Quella berlusconiana è un’altra patacca. Ma anche stavolta un’opposizione evanescente e disinformata (nel migliore dei casi) e una stampa sciatta e gregaria se la bevono d’un fiato, sparacchiando cifre a casaccio e accusando «lo spione» di ogni nequizia senza uno straccio di prova.
I politici, noti garantisti, emettono la loro unanime sentenza di condanna.
Maurizio Gasparri (Pdl): «Roba da Corte marziale». Francesco Rutelli (Pd): «Un caso molto rilevante per la libertà e la democrazia».
Fabrizio Cicchitto (Pdl): «Siamo di fronte a un inquietante Grande fratello». Lanfranco Tenaglia (Pd): «Vicenda grave». Italo Bocchino (Pdl): «Il più grande caso di spionaggio della storia repubblicana». Clemente Mastella (Udeur): «È un pericolo per la democrazia». Luciano Violante (Pd): «Intollerabile». Gaetano Quagliariello (Pdl): «Scenario inimmaginabile e preoccupante per la sicurezza dello Stato». Giuseppe Caldarola (ex Pd, commentatore de Il Riformista): «Spioni deviati spiano migliaia di cittadini, Parlamento e Governo». Luigi Zanda (Pd): «Tavaroli e Genchi, tante analogie» (infatti uno spiava illegalmente migliaia di persone per un’azienda privata, l’altro lavora legalmente per lo Stato). I giornali si scatenano. La Stampa e il Corriere: «Un italiano su dieci nell’archivio Genchi». Il Giornale: «Grande Orecchio, miniera d’oro». Libero: «L’intercettatore folle». Pierluigi Battista (Corriere della sera): «Lugubre monumento alla devastazione della privacy, nuvola potenzialmente ricattatoria».
Naturalmente è tutto falso: l’«archivio Genchi», almeno così come viene descritto, non esiste. Esistono invece montagne di dati che il consulente riceve dalle Procure che l’hanno nominato e che lui «incrocia» per espletare il suo mandato. Tutto lecito e alla luce del sole.
Ben altri sono gli archivi segreti e potenzialmente ricattatorii emersi nella recente storia d’Italia. Giulio Andreotti, senatore a vita, ammette di tenere un archivio segreto da una vita e fa sapere che «qualche mistero me lo porterò nella tomba». Eppure viene celebrato da tutti i politici, o forse proprio per questo. L’ex Presidente della Repubblica
Francesco Cossiga ogni tanto tira fuori una rivelazione o un’allusione sulla strategia della tensione anni Settanta-Ottanta, lasciando intendere di sapere molto di più. Eppure nessuno gliene chiede mai conto, o forse proprio per questo. Bettino Craxi, da Hammamet, distillava fax per fulminare questo o quel politico ostile («potrei ricordarmi qualcosa di lui…») e conservava dossier, «poker d’assi» e intercettazioni su colleghi e magistrati. Eppure la Casta lo beatifica ogni giorno, o forse proprio per questo. Nel 2005, in un ufficio di via Nazionale a Roma, fu rinvenuto l’archivio segreto di Pio Pompa, «analista» prediletto dell’allora comandante del Sismi Nicolò Pollari, con migliaia di dossier su cronisti, pm e politici sgraditi a Berlusconi, da «neutralizzare e disarticolare anche con azioni traumatiche». Pompa e Pollari sono imputati per quell’archivio illegale, eppure i governi di destra e sinistra li coprono, o forse proprio per questo. Giuliano Tavaroli, ex capo della «security» della Telecom di Marco Tronchetti Provera, è imputato per aver accumulato migliaia di dossier su giornalisti, politici e imprenditori spiati illegalmente. Eppure nessuno ne parla, o forse proprio per questo. Genchi lavora su intercettazioni e tabulati legalmente acquisiti da giudici in indagini su gravi reati. Eppure dicono che il delinquente è lui, o forse proprio per questo. Il problema in Italia non sono le intercettazioni illegali. Ma quelle legali.
Infatti Renato Farina, il giornalista al soldo del Sismi di Pollari e Pompa, nome in codice «agente Betulla», che ha patteggiato sei mesi al Tribunale di Milano per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar e dunque prontamente promosso deputato dal Popolo delle libertà, propone una commissione parlamentare d’inchiesta sul «caso Genchi». E il Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza (Copasir) convoca Genchi a discolparsi. Per un’intera giornata, il consulente spiega ai parlamentari del comitato come funziona la sua attività perfettamente legale. Ma quelli o non capiscono, o fingono di non capire. Come dimostra la loro relazione finale, un’accozzaglia di corbellerie, fraintendimenti e assurdità. Si confondono i tabulati (numero chiamante e chiamato, orari e luoghi della chiamata) con le intercettazioni (contenuto della telefonata). Si insiste sulla baggianata dell’«archivio», mentre si tratta dei tabulati di un’indagine in pieno corso detenuti da Genchi per elaborarli su ordine di un pm. Si seguita a scambiare i tabulati acquisiti in Why Not (752) con i «tracciati» (decine di migliaia di chiamate in entrata e uscita, spesso fatte dagli stessi utenti). Si mena scandalo per tracciati e tabulati di «persone non indagate», quando anche un bambino sa che i non indagati possono essere pure intercettati, e comunque il tabulato di un indagato contiene i suoi contatti con una miriade di utenti sconosciuti se non per il numero di telefono. Si insiste con la fesseria del segreto di Stato, come se questo potesse coprire numeri di telefono. E come se il problema non fossero i rapporti fra servitori dello Stato e noti faccendieri indagati. Si chiede di affidare le consulenze «alle forze di polizia» e non a Genchi (che è un vicequestore di polizia), come se ogni giorno le Procure non si affidassero a centinaia di privati (docenti universitari, medici legali, periti balistici, psichiatri e così via). E non si spiega perché il metodo Genchi va benissimo quando porta all’ergastolo assassini e stragisti, ma non quando si occupa di colletti bianchi. Resta da capire se dietro ci sia ignoranza o malafede. E che cosa sia peggio.
Sta di fatto che, dopo l’ordine lanciato da Berlusconi e subito raccolto dal Copasir di Rutelli, si muove la sempre servizievole Procura di Roma. I procuratori aggiunti Achille Toro (le cui gesta, giudiziarie e telefoniche, sono ampiamente raccontate nel libro) e Nello Rossi si affrettano a indagare Genchi per una serie di presunti reati commessi nella consulenza Why Not: accesso abusivo a sistema informatico, violazione della legge sulla privacy e abuso d’ufficio per inosservanza delle prerogative dei parlamentari e del segreto di Stato (intanto altri pm della stessa Procura nominano lo stesso Genchi consulente su un caso di omicidio). E, non contenti, gli fanno perquisire gli uffici a Palermo dal Ros dei carabinieri, che gli sequestrano non soltanto gli atti dell’indagine catanzarese, ma l’intero server informatico contenente gli originali di tutte le altre consulenze a cui sta lavorando, comprese quelle commissionategli dalla stessa Procura di Roma, comprese quelle in cui sono coinvolti ufficiali del Ros. La classe politica, pressoché unanime, esulta: finalmente hanno smascherato il mostro. Gasparri, col consueto equilibrio, chiede ufficialmente l’arresto di Genchi.
Ora, anzitutto, non si vede che cosa c’entri la Procura di Roma, e cioè quale competenza territoriale possa accampare su eventuali reati commessi a Catanzaro o a Palermo. Oltre alle denunce dei magistrati di Catanzaro (quelli indagati dalla Procura di Salerno grazie anche al lavoro di Genchi), ci sono a carico del consulente una serie di contestazioni per fatti accaduti a Mazara del Vallo, dove Genchi assiste la Procura di Marsala nelle indagini sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone. Anche di questi, sorprendentemente, si occupa la Procura di Roma. Ma veniamo alle accuse, che rasentano la fantascienza.
Accesso abusivo all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate: Genchi è accusato di aver usato la password fornitagli dal Comune di Mazara per le indagini su Denise anche per estrarre dati utili ad altre consulenze che aveva in corso per conto di altri uffici giudiziari. Ma di password d’accesso se ne può avere soltanto una alla volta, e comunque l’accesso con la password del Comune di Mazara non può essere abusivo perché autorizzato da vari pm.
Abuso d’ufficio per violazione dell’immunità parlamentare: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati telefonici «riconducibili a parlamentari» senza la preventiva autorizzazione del Parlamento. Ma, per sapere che un telefono è riconducibile a Tizio o Caio, bisogna prima acquisirlo. E ad acquisirlo non è il consulente, ma il pm. E l’autorizzazione delle Camere è richiesta per usare i tabulati nel processo, non per acquisirli in fase di indagine. E comunque i tabulati in questione non erano riconducibili a parlamentari: quello di Mastella era intestato alla Camera e al Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap); quello di Marco Minniti (Ds) faceva capo a un tizio di Treviso; quello di Beppe Pisanu (Pdl) a tale Stefania I.; quello del governatore calabrese Agazio Loiero non era neppure coperto da immunità perché Loiero non era parlamentare.
Abuso d’ufficio per violazione del segreto di Stato: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati di agenti segreti e di essere così venuto a conoscenza di segreti di Stato. Ma i tabulati degli 007 non sono coperti da alcun segreto di Stato. E comunque, per sapere se un telefono appartiene a un agente segreto, bisogna prima acquisirlo e identificarne l’utilizzatore.
Violazione della privacy: non esiste alcuna privacy quando il soggetto intercettato o controllato nei suoi tabulati telefonici è oggetto di indagine giudiziaria.
Queste cose le sanno anche i bambini, ma per Genchi si voltano tutti dall’altra parte. Anzi, peggio. Dopo la perquisizione si mobilita il vertice della polizia di Stato. Per difendere il suo vicequestore attaccato da ogni parte? No, per sospenderlo dal servizio, con tanto di ritiro del tesserino e dell’arma di ordinanza. Motivo: ha rilasciato interviste per difendersi dalle calunnie e ha risposto su Facebook alle critiche di un giornalista, Gianluigi Nuzzi, all’epoca in forza a Panorama. Quella di Genchi viene definita nel provvedimento una «condotta lesiva per il prestigio delle istituzioni» che rende «la sua permanenza in servizio gravemente nociva per l’immagine della polizia». Firmato: il capo della polizia, Antonio Manganelli. Curioso provvedimento, se si pensa che Genchi, a parte le interviste e Facebook, è soltanto indagato.
Invece i poliziotti condannati in primo grado per aver massacrato di botte decine di no global al G8 di Genova 2001 sono rimasti tutti ai posti di combattimento e alcuni hanno addirittura fatto carriera (come racconta Massimo Calandri in Bolzaneto, la mattanza della democrazia, DeriveApprodi, 2009). Vincenzo Canterini, condannato a quattro anni in primo grado per le violenze alla scuola Diaz, è stato promosso questore e ufficiale di collegamento Interpol a Bucarest. Michelangelo Fournier, condannato a due anni in primo grado, è al vertice della Direzione centrale antidroga. Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un quindicenne, condannato in primo grado a due anni e quattro mesi per le sevizie a Bolzaneto e a due anni e tre mesi per arresti illegali, è divenuto capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente in quella di Alessandria. Le loro condotte non erano «lesive per il prestigio delle istituzioni» e la loro permanenza non è «nociva per l’immagine della polizia»?
Contro la perquisizione e il sequestro, Genchi ricorre al Tribunale del Riesame attraverso il suo avvocato Fabio Repici. E il Riesame, sotto la presidenza del giudice Francesco Taurisano, annulla entrambi i decreti della Procura di Roma e ordina che gli vengano restituiti tutti i computer. Nella motivazione si legge che Genchi – il mostro che per Gasparri «merita l’arresto» – «ha agito correttamente» senza violare alcuna legge. Le accuse mossegli dai procuratori aggiunti Toro e Rossi – sostengono in pratica i giudici del Riesame – non stanno né in cielo né in terra. Genchi «non ha violato le guarentigie dei parlamentari interessati all’acquisizione dei tabulati» in quanto «agiva di volta in volta in forza del decreto autorizzatorio del pm de Magistris, comunicandogli ogni… coinvolgimento di membri del Parlamento intestatari delle utenze». L’accesso all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate «non ha arrecato nocumento» ad alcuno. Quanto ai tabulati di uomini dei servizi segreti, «non è dato comprendere il nocumento per la sicurezza dello Stato», ma soprattutto «il Tribunale non rinviene la norma di legge» che vieterebbe di acquisirli. Insomma «Genchi agì nell’esercizio delle sue funzioni di ausiliario del pm de Magistris». Di più: avrebbe commesso un reato non facendo ciò che ha fatto, visto che era suo dovere eseguire le disposizioni dei pm e dei giudici che l’avevano incaricato di studiare e incrociare i tabulati della discordia.
Ma, nonostante l’ordine del Riesame di restituirgli subito tutto il materiale sequestrato, la Procura di Roma gliene ridà indietro solo una parte, e ricorre in Cassazione. Qui il 25 e 26 giugno, i supremi giudici si producono in due sentenze contrastanti: una prima sentenza dichiara inammissibile il ricorso della Procura e conferma il dissequestro a proposito dei reati di accesso illegale a sistema informatico e di violazione della privacy; la seconda decisione accoglie solo in parte il ricorso contro il dissequestro a proposito del presunto abuso d’ufficio per violazione dell’immunità dei parlamentari.
È venuto il momento, cari lettori, di lasciarvi alla lettura di questo thriller-verità. Un thriller sconvolgente per vari motivi: spiega perché tanti potenti hanno paura del contenuto del cosiddetto «archivio Genchi»; che cosa aveva scoperto e stava per scoprire Luigi de Magistris, e dunque perché non doveva proseguire nelle sue indagini a Catanzaro sulla cosiddetta Nuova P2; perché chiunque gli abbia poi dato ragione doveva pagare, come lui, caro e salato; quali fili collegano i politici calabresi con i leader della politica nazionale e della parte più marcia della magistratura e della finanza nazionale, nonché della massoneria.
E poi magistrati in contatto con boss della ’ndrangheta, procuratori che vanno a pranzo con i loro indagati, giudici che vanno a braccetto con avvocati poco prima di scarcerare i loro assistiti, fughe di notizie pilotate per depistare e bloccare indagini o addirittura per favorire la fuga di ’ndranghetisti stragisti. E poi collegamenti, tanti, forse troppi per non impazzire: collegamenti insospettabili e inaspettati, come quelli che portano al delitto Fortugno e alla strage di Duisburg, ma anche all’affare Sme, al grande business miliardario delle licenze per i telefonini Umts, ai crac Cirio e Parmalat, alle scalate dei furbetti e dei furboni del quartierino all’Antonveneta, alla Bnl e al Corriere della sera, allo scandalo degli spionaggi e dei dossieraggi Telecom-Sismi. Vicende nelle quali, come fantasmi eternamente danzanti, ricicciano fuori personaggi già emersi nelle indagini di Genchi sulle stragi di Capaci e via d’Amelio, cioè sulla sanguinosa nascita della seconda Repubblica.
Personalmente, oltre ai capitoli su Catanzaro e sul clan Mastella, ho trovato agghiacciante quello sull’ex iscritto alla P2 Giancarlo Elia Valori, poi espulso per indegnità (sic) da Licio Gelli, e tutt’oggi gran collezionista di cariche pubbliche e private e di amicizie a destra come a sinistra, con incredibili entrature nei vertici della politica, della magistratura, della guardia di finanza, dei carabinieri, del Viminale, del salotto buono di Mediobanca ma anche di outsider come i furbetti delle scalate. Valori era il prossimo obiettivo di de Magistris, che fu fermato appena in tempo. I frenetici contatti telefonici di Valori con il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (sempre lui), anche sui telefoni della moglie e del figlio del magistrato, ma anche con i vari Latorre, Minniti, Cossiga, Ricucci, Geronzi, Benetton, Caltagirone, Gavio, Rovati, con i generali Cretella, Adinolfi e Jannelli delle Fiamme gialle, ma anche con i centralini del Viminale, di Bankitalia e del Vaticano nei giorni cruciali dei processi e delle indagini su umts, Parmalat, Cirio e Unipol dovrebbero imporre l’immediato intervento del Csm. Il fatto che Toro, così amico di Valori, non abbia avuto il buon gusto di astenersi dalle indagini su Genchi, di cui non poteva ignorare i risultati, è davvero sconcertante; tanto più che il procuratore non solo è intimo di Valori e, secondo Genchi, ha un figlio nominato consulente del Ministero della Giustizia da Clemente Mastella; ma – sempre secondo gli incroci di Genchi – telefonava spesso al principale indagato delle inchieste di de Magistris: l’onorevole avvocato berlusconiano Giancarlo Pittelli, legale della Torno Internazionale di cui è presidente, indovinate un po’? Ma sì, lo stesso Giancarlo Elia Valori. Suggerisco a Montolli e a Genchi di fare omaggio de Il caso Genchi a tutti i consiglieri di Palazzo dei Marescialli.
Ammesso e non concesso che le notizie riportate nel libro giungano nuove a qualcuno di loro. E che il Csm non voglia continuare a essere, all’infinito, l’acronimo di Ciechi Sordi Muti.

Retroscena sull’archivio Genchi Come bloccarono De Magistris | Pietro Orsatti

Fonte: Retroscena sull’archivio Genchi Come bloccarono De Magistris | Pietro Orsatti.

Why not Magistrati con relazioni pericolose, uomini politici che fanno e disfanno nomine e affari. Le carte del consulente fotografano intrecci non narrabili, dove chi indaga spesso lo fa su se stesso o sui propri amici e parenti
di Pietro Orsatti su Terra

Nei palazzi di giustizia di Roma e Catanzaro e in altri uffici e palazzi del potere politico e giudiziario staranno maledicendo il momento in cui è stata aperta l’inchiesta a carico di Gioacchino Genchi, chiamato a rispondere di violazione della privacy, abuso d’ufficio e “costituzione illecita di archivio”. Perché la legge, in caso di un’accusa formale, consente all’imputato di poter accedere pubblicamente, consentendo, in quanto materiale “pubblico”, la divulgazione delle proprie memorie difensive e quindi la possibilità di pubblicare i contenuti del cosiddetto “archivio”. Cosa che Genchi ha prontamente fatto nel libro Il caso Genchi, edito da Aliberti e curato da Ettore Montolli.
Tutto ruota attorno all’archivio sequestrato dai Ros lo scorso anno (e fino ad allora sottoposto al segreto istruttorio) e a quella inchiesta, “Why not”, che ha provocato sia il sequestro delle carte e dei supporti informatici che l’inchiesta da parte della Procura di Roma sul consulente di DeMagistris. Poco prima che a De Magistris fosse avocata l’indagine “Why not”, si racconta nel libro, erano state acquisite dalla Procura di Crotone alcune intercettazioni telefoniche sui numeri di Marilina Intrieri, successivamente diventata presidente del consiglio nazionale dell’Udeur, registrate dai carabinieri durante la campagna elettorale politica del 2006. Nelle intercettazioni si alludeva a raccomandazioni, a possibili collusioni politico-mafiose anche nel delitto Fortugno, a possibili ricatti sulle nomine e sulle gestioni delle Asl. Si parlava di servizi segreti, finanziamenti pubblici da centinaia di milioni di euro. Ed emergerebbe, sempre dalla lettura del libro, il ruolo predominante in Calabria svolto in particolare da Marco Minniti in praticamente quasi tutte le nomine dell’epoca, mentre la Intrieri sarebbe risultata invece imposta da Anna Serafini, moglie di Fassino. Questi dissidi emergevano in alcuni brogliacci in maniera inquietante: «La nota persona ha riferito a Marilina che la cosa non è stupida, è una cosa molto seria, perché se lei si candida può essere uccisa, in quanto a Crotone Adamo e Minniti hanno interessi precisi e chiari e non la vogliono tra i piedi».
Su questo e altro si apprestava a lavorare Genchi per conto di De Magistris, ma con la revoca dell’incarico e il passaggio di “Why not” nelle mani del sostituto procuratore generale Alfredo Garbati l’incaricò venne sospeso. Ma da quanto risultato al vicequestore, Garbati e Minniti erano in strettissimi rapporti: nell’ordine di centinaia le telefonate tra i due. E non ci si ferma qui. Il libro, infatti, analizza anche il rapporto del Ros di Roma che contestava a Genchi il lavoro svolto per De Magistris, svelando che in realtà di rapporti ne esisterebbero due, e diversi fra loro. Il primo fu inviato a Catanzaro. Il secondo, mandato alla Procura di Roma (lo stesso acquisito dal Copasir), e che invece gli fu consegnato al momento dell’avviso di garanzia, conteneva contestazioni assai diverse dal primo. E da qui Genchi si sarebbe accorto di alcune “sparizioni”, fra cui la contestazione di un numero de La Margherita, che Genchi stesso indica riconducibile a Francesco Rutelli, così come era annotato in quattro agende di Saladino, principale imputato di “Why not”. Grazie a questo rapporto Ros, Rutelli riuscì a presiedere al Comitato sui servizi sostenendo come le sue utenze non fossero state trattate e facendo quindi intendere di non avere nulla a che fare con Saladino. Genchi oggi rileva che Rutelli di Saladino avrebbe avuto sia i numeri cellulari personali sia il numero di casa e anche altri nove riferimenti diretti di vari segretari e capi di gabinetto e numerosi indirizzi email.

Antimafia Duemila – De Magistris: “Inchiesta Copasir? Lasciamo lavorare i magistrati”

Antimafia Duemila – De Magistris: “Inchiesta Copasir? Lasciamo lavorare i magistrati”.

Luigi De Magistris, parlamentare europeo dell’Idv, critica il Comitato Parlamentare di Vigilanza sui Servizi di Sicurezza per la decisione di “occuparsi delle indagini sulle stragi di mafia del ’92-’93 e della trattativa tra mafia e pezzi deviati delle Istituzioni” e suggerisce che di queste vicende si occupi la magistratura.
Come mai, ma la domanda è ovviamente retorica, parte della politica – sottolinea l’ex pm – sta entrando in fibrillazione e vuole occuparsi di queste indagini? Dopo la richiesta di una Commissione sulle stragi, si viene a sapere oggi che il Copasir, in cui opera la coppia Rutelli-Cicchitto, quest’ultimo tessera P2, rivolge la sua attenzione, con encomiabile tempismo, sulle inchieste in corso in Sicilia. C’é da preoccuparsi. Magari facciamo partecipare anche Dell’Utri e Cuffaro a questa dinamicità parlamentare; così, almeno, sicuramente ne sapremmo di più. Per carità, lasciamo lavorare – conclude De Magistris – i magistrati”.

Intervento Gioacchino Genchi in via D’Amelio – 19 luglio 2009

Intervento Gioacchino Genchi in via D’Amelio – 19 luglio 2009.

19 luglio 1992/2009 – Dopo diciassette anni dall’eccidio del giudice Paolo Borsellino e dei cinque uomini della sua scorta, in via Mariano D’Amelio viene convocata la prima manifestazione di resistenza contro l’antistato, la mafia.
Alla manifestazione del 19 c’era anche
Gioacchino Genchi, consulente della procura di Palermo e di Caltanissetta, che in questi ultimi mesi sta affrontando una battaglia legale scaturita dopo l’inchiesta “Why not” che vedeva coinvolti tra gli altri Clemente Mastella e Francesco Rutelli.

Dal palco e dal luogo della memoria di quella che probabilmente fu una strage di stato, Genchi è intervenuto duramente, anche in relazione alle dichiarazioni, apparse sui quotidiani, da parte di Totò Riina.

“Io sono sicuro che i tempi che verranno saranno ancora più difficili di quelli passati, perché si è imboccata una china, anche giudiziaria, che rischia di portare all’annullamento di sentenze di condanna all’ergastolo senza contributi nuovi sull’individuazione di ulteriori responsabili e cosa ancor più grave sui mandanti effettivi che hanno voluto la strage del 19 luglio 1992 o come quella del 23 maggio 1992, per cambiare i destini dell’Italia.”

Il consulente ha poi precisato l’importanza dei pochi palermitani presenti alla manifestazione in ricordo di Borsellino: “Noi siamo abituati ad una città che ha lasciato solo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i magistrati antimafia, gli investigatori antimafia, che li ha visti morire, da Beppe Montana, al Commissario Cassarà, al giudice Costa, al capitano D’Aleo, al capitano Basile, a Giovanni Falcone e agli uomini di scorta, a Paolo Borsellino e agli uomini di scorta ”. “Questa è una città che ha ormai somatizzato l’immondizia di Cammarata, per cui non c’è da meravigliarsi se oggi la città di Palermo non è presente in modo massivo in questo luogo.” Io confido più nella diretta streaming, confido più nella forza e nella potenza della rete, confido in quella rete che diffonderà in tutto il mondo quello che oggi, voi qui avete detto, che non nell’opportunismo di chi ancora si lascia comprare con due soldi di assistenzialismo dei lavori socialmente utili, negli aiuti agli operai disoccupati o pseudo disoccupati, di chi specula sul bisogno, cercando di affermare una libertà che libertà non potrà mai essere fino a quando il popolo siciliano e il popolo italiano non sarà effettivamente liberato e riscattato dal bisogno”.

Genchi ha continuato il suo intervento parlando del pentito Scarantino e delle dichiarazioni rese sulla strage di via D’Amelio: “Scarantino ha reso dichiarazioni che coinvolgevano persone di Palermo e mafiosi di Palermo e la procura della repubblica di Palermo non ha preso in considerazione nessuna dichiarazione di Scarantino, mentre un’altra procura contemporaneamente ha valorizzato le dichiarazioni di Scarantino ed ha costruito processi per effermare una pseudo giustizia su quella strage che doveva servire a ricondannare persone all’ergastolo, persone che già di ergastoli ne avevano a decine che non hanno nemmeno fatto caso all’ulteriore condanna e che non si sono nemmeno difesi.”

Un intervento quello che ha poi proseguito citando i magistrati che su quei processi hanno costruito carriere: “Così queste persone hanno fatto carriere e vediamo ed abbiamo visto in che posti abbiamo trovato queste stesse persone ed anche qualche magistrato. Quel magistrato che fu tanto applaudito anche dalla sinistra giudiziaria, la sinistra di questo paese, quando inopportunamente, devo dire, dal punto di vista strategico, pronunciò a Caltanissetta i nomi di Alfa e Beta, bruciando le indagini su Alfa e Beta (Berlusconi e Dell’Utri), ed oggi è al gabinetto del Presidente del Senato Schifani. Mi riferisco alla dottoressa Anna Maria Palma. Dottoressa Anna Maria Palma, che mi ha pesantemente attaccato, il cui marito è stato nominato responsabile e direttore del Cerisdi (struttura all’interno del castello Utveggio), che adesso il Cerisdi se lo sono presi e conquistati, questa è Palermo, questa è la storia e la verità di questa città, che è bene che il mondo intero sappia. Ognuno si assuma le proprie responsabilità e ognuno si presenti per quello che è.”

Genchi si è poi scagliato con rabbia contro la corte di cassazione, ha parlato dell’inchiesta “Why not” che lo ha visto coinvolto ed ha parlato di quei magistrati della cassazione, che secondo il consulente siciliano, inciuciano con i politici: “Io non ho paura dei giudici di Roma, inciuciati, che mi inquisiscono per avere fatto le indagini su Mastella e sui politici, con quei politici con cui loro  parlavano al telefono, per avere gli incarichi al ministero della giustizia, incarichi di capo di gabinetto.”
“Il magistrato che ha scritto la relazione della sentenza in cassazione è il capo di gabinetto del ministro Ferrero, che usciva dalle mie intercettazioni, ha avuto il coraggio di non astenersi e di pronunciare il giudizio in cassazione in quella sesta sezione che è la stessa sesta sezione che ha confermato l’archiviazione del procedimento nei confronti di Arcangioli su ricorso pronunciato dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta.” “E’ bene che queste cose si comincino a sapere, è bene che si cominci a togliere il tappo ad una delle latrine principali della storia di questa Repubblica, che è la Corte di Cassazione, con tutti gli inciuci con cui i potenti e gli avvocati dei potenti, sono riusciti a comprare giudici, cancellieri e sentenze, a danno di poliziotti, di magistrati e di carabinieri che sono morti perché si tentasse di affermare giustizia in questa maledetta Italia.”

Infine da uomo delle Madonie quale egli è, Genchi ha parlato della vicenda di Termini Imerese, rivolgendosi alla sinistra locale, un richiamo dovuto probabilmente alla presenza tra il pubblico di esponenti del Partito Democratico, chiedendogli coerenza, quella coerenza che è venuta a mancare, sempre secondo il consulente, compiendo la scelta di accettare un accordo con Miccichè e di averlo nominato vice sindaco della città. “Signori miei, la prima cosa che è richiesta non è ne la capacità, ne l’intelligenza e se vogliamo nemmeno l’onestà, è la coerenza umana, pretendiamo dai nostri politici, da chi ci rappresenta, che siano delle persone coerenti, che accettino i meriti ed i vantaggi dell’impegno sociale e della politica, ma che paghino il prezzo dell’emarginazione e dell’isolamento, allorquando il loro modo di agire, oltre ad essere inopportuno e sbagliato, infrange regole elementari della coerenza umana, che qualunque essere umano onesto deve avere e deve mantenere.”


Genchi ha poi chiuso il suo intervento ringraziando Salvatore Borsellino per l’impegno e per l’entusiasmo avuto nel riunire, nel giorno del ricordo del fratello Paolo, centinaia di persone desiderose di verità e giustizia.