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Blog di Beppe Grillo – Intrigo internazionale – Aldo Moro, Ustica, BR: le verità mai dette

Blog di Beppe Grillo – Intrigo internazionale – Aldo Moro, Ustica, BR: le verità mai dette.

Le Brigate Rosse sono state finanziate e addestrate dai servizi segreti della Germania orientale, la Stasi, e anche i servizi segreti israeliani, il Mossad, offrirono il loro aiuto. Secondo alcuni testimoni, persone di lingua tedesca erano presenti durante il massacro di via Fani. Nell’ottobre del 1973, a Sofia, i servizi segreti bulgari attentarono alla vita di Enrico Berlinguer che si salvò miracolosamente. Il DC-9 a Ustica fu abbattuto da aerei francesi, l’obiettivo era Gheddafi in volo nella stessa area scortato da due Mig libici, di cui uno fu colpito. L’attacco partì dalla portaerei francese Clemenceau che si trovava a sud della Corsica. Tutti i testimoni dell’attacco morirono in breve tempo in circostanze misteriose, chi era in volo e chi seguì la tragedia da terra. Il capitano della base di Poggio Ballone morì improvvisamente di infarto, il maresciallo della stessa base si suicidò, due piloti militari Nutarelli e Naldini scomparvero nell’incidente di Ramstein prima di poter testimoniare ai magistrati. Persino il maresciallo che era in servizio nella sala radar di Otranto e vide precipitare il Mig libico sulla Sila si impiccò prima di deporre. Queste alcune verità, finora nascoste, contenute nel libro: “Intrigo internazionale” del giornalista Giovanni Fasanella e del giudice Rosario Priore. Nulla di quello che sappiamo è vero, neppure “le stragi di Stato“. Viviamo in un Paese fuori dal nostro controllo.

Aldo Moro, vittima della Guerra Fredda in Italia
Priore: “Sono Rosario Priore ho fatto per moltissimi anni il giudice istruttore, mi sono occupato di diverse inchieste che credo fossero di un certo peso perché riguardavano stragi, attentati, eventi di particolare rilievo, quindi sono entrato anche io nell’ambito delle ricerche sulla storia dei fatti invisibili e indicibili e proprio per questo credo che sia nata questa affinità che ci ha legato per diversi anni con Giovanni Fasanella. Ho seguito moltissimo i fatti di terrorismo. Quello che più mi ha coinvolto però è l’affare Moro: il sequestro e l’assassinio dello statista. Presi l’inchiesta pochi giorni dopo il rinvenimento del cadavere in Via Caetani. È stata un’inchiesta che mi ha impegnato per oltre 15 anni. Ho sofferto per tutti i contrasti che abbiamo subìto noi inquirenti. È stata un’inchiesta che andava contro le regole forse e quindi ne abbiamo ricevuto come ricompensa soltanto astii, se non forti contrarietà. Abbiamo tentato di contestualizzare la vicenda, che sicuramente era una vicenda di altissimo livello internazionale. Non capita tutti i giorni che un presidente del Consiglio di un Paese di una certa dimensione venga sottoposto a sequestro e quindi possa essere indotto a rilevare affari di governo e altri affari su cui occorre pure mantenere una certa segretezza.
Ricordo che tutti i servizi di un certo rilievo entrarono in fibrillazione proprio per questa ragione. Il fatto sicuramente non era un fatto italiano, come si voleva che noi dicessimo – come era successo e come succederà molte volte nella storia delle inchieste italiane – e quindi ci trovammo subito all’interno di un panorama internazionale molto variegato, molto interessante. Cominciammo a capire che il fatto non era un fatto nostro, singolo, dal momento in cui recandoci a Parigi ci dissero che loro sapevano del sequestro di una personalità del partito di maggioranza di altissimo livello. Era in preparazione dal febbraio precedente. Ricordiamo che il sequestro viene eseguito a marzo. Già in altre capitali, in altri paesi si sapeva di questo affare.
L’affare sicuramente poi nel suo corso non è sfuggito a tutti i servizi dei maggiori paesi sia del campo orientale che del campo occidentale. Tutti hanno cercato in un certo senso di trarne vantaggio alle loro politiche. In primo luogo quei paesi che avevano l’interesse a debilitare il nostro, a farlo apparire più debole anche agli occhi di alleati potenti e maggiori in un certo senso. Abbiamo tentato di vedere cosa avesse comportato l’evento in quelli che erano i conflitti di maggior rilievo, cioè il conflitto tra Est e Ovest: la famosa Guerra Fredda. Perché quell’affare Moro sicuramente si pone proprio al centro di questa conflittualità che segnò nell’ultimo mezzo secolo del secolo scorso.

La guerra segreta contro l’Italia di Francia e Inghilterra
Abbiamo notato che esso si poneva pure al culmine di un altro grande contrasto, quella che abbiamo definito nel libro la “Guerra mediterranea“, quella guerra che serviva a assicurare ai paesi in conflitto un predominio sulle fonti, sulle risorse energetiche. Si sa bene che ci sono in questo campo quanti ritengono che il fenomeno terroristico nostrano – il fenomeno delle BR e di tutti gli altri terrorismi – sia un fenomeno nato nel cortile di casa nostra. Ma tutte queste persone secondo me non sanno tutto ciò che c’è alle spalle di queste organizzazioni e di tutto quello che accompagna le loro azioni; di come esse siano seguite giorno per giorno, vigilate, monitorate e sicuramente anche dirette. “
Fasanella: “L’Italia è un paese che ha vissuto un’esperienza drammatica, molto dura, di contrapposizione frontale che è stata la Guerra Fredda. Lo scontro politico, ideologico, lo scontro di civiltà tra l’occidente democratico e l’oriente comunista. E questo scontro ha prodotto anche risultati, effetti sul piano della violenza e del terrorismo. Ma accanto a questo scenario c’è stato un altro fattore che ha contribuito notevolmente a aumentare il livello delle nostre tensioni interne. Da un lato la “Guerra Mediterranea“, una guerra invisibile, una guerra di cui non si è potuto mai dire perché combattuta tra paesi amici e persino alleati sul piano militare come l’Italia da un lato, Francia e Inghilterra dall’altro. Una guerra per il controllo delle fonti di approvvigionamento energetico nella fascia nord–africana e nel Medio Oriente. Poi anche interessi dell’altro campo. Piccole e medie potenze del campo comunista che avevano uno specifico interesse a soffiare sul fuoco delle nostre tensioni interne: la Cecoslovacchia e la Germania est. La Cecoslovacchia ha aiutato le Brigate Rosse. La Germania Est traverso la RAF – organizzazione terroristica che agì nella Germania federale e che in qualche modo aveva un ruolo di coordinamento strategico e logistico delle varie sigle del terrorismo europeo – ha avuto un’influenza notevole anche sulle intere BR e il know how politico, militare e logistico della RAF è servito alle nostre BR per realizzare il sequestro di Aldo Moro.

La strage di Ustica e Gheddafi: manovre di guerra nel Mediterraneo
Priore: “Ricordo quante e quali tesi, ipotesi si sono fatte sulla caduta del DC9 Itavia: dal cedimento strutturale – sul quale sin dai primi momenti c’erano state perizie che lo escludevano, ma lo si è sostenuto per anni e anni, – ipotesi che conducevano a un qualche fenomeno di sfioramento di velivoli e che quindi non vedevano assolutamente un evento di carattere bellico. Siamo andati avanti, abbiamo acquisito una serie di conferme a questa nostra ipotesi che nasceva addirittura all’inizio dell’inchiesta a opera di tecnici di altissimo valore americani e inglesi. Siamo riusciti a trovare una ragione all’evento, una ragione che sicuramente si colloca all’interno di una conflittualità fortissima che all’epoca c’era tra l’Italia e la Francia. Gheddafi era l’oggetto di questa conflittualità. Gheddafi e le sue risorse all’interno della Libia. In un certo senso abbiamo tentato di dare il giusto valore al conflitto nel Ciad, quel conflitto che sembrava giustificato solo da un desiderio di tipo imperialistico di Gheddafi. Dobbiamo premettere che Gheddafi in un certo senso è una creatura nostra. Dobbiamo ricordare che il suo colpo di stato fu praticamente deciso in Italia, a Abano Terme, come si è sempre detto. L’abbiamo sempre seguito, l’abbiamo favorito, gli abbiamo addirittura dato i carri armati che gli sono serviti per la prima rassegna militare dopo il successo nella rivoluzione del settembre 1969. E quindi abbiamo sempre seguito quelle che erano le operazioni di Gheddafi.
Quest’ultimo in un certo senso aveva scatenato questo conflitto nel Ciad. La Francia aveva reagito e non voleva che nessuno toccasse le sue posizioni nel continente africano che erano posizioni di forte potenza, addirittura da poter sfidare le infiltrazioni americane. Lo abbiamo sostenuto addirittura facendo da istruttori per i piloti dell’aviazione militare libica. Ricordiamo che il pilota che cadde sulla Sila, sul Mig libico indossava stivaletti e altri indumenti da pilota proprio della nostra aeronautica militare. “

Il patto francese per la nascita del Partito Armato italiano
Fasanella: “Il giudice Priore chiarisce in questo libro finalmente anche uno dei punti più controversi della storia del partito armato e del terrorismo italiano. Il rapporto tra i vertici dell’Autonomia e le BR. Un rapporto che secondo un magistrato, il giudice Calogero di Padova, esisteva. Fu questa l’ipotesi investigativa intorno alla quale lavorava all’inizio degli anni ’80, ma venne sabotato da alcune campagne di stampa alimentate da un gruppo di intellettuali italiani e francesi. Quell’inchiesta si concluse con un nulla di fatto perché il giudice Calogero non ebbe la possibilità di accedere ai servizi francesi. Oggi il giudice Priore mette finalmente insieme tanti pezzi, pezzi tratti dalle sue inchieste, pezzi tratti dalle inchieste di alcuni suoi altri colleghi, pezzi tratti da informazioni che arrivano anche dagli archivi esteri. Mettendo insieme tutte queste tessere è finalmente possibile dire con un certo grado di certezza che tra le BR e autonomie esisteva un rapporto molto, molto stretto e persino che il progetto prima di Potere Operaio, poi di Autonomia di egemonizzare l’intero partito della lotta armata è andato alla fine a segno e è stato possibile stringere questa alleanza con le BR all’ombra di un centro di lingue, all’apparenza centro di lingue, che si chiamava Hyperion, che aveva sede a Parigi ma che in realtà era il punto di snodo e di raccordo del terrorismo internazionale e anche il luogo in cui autonomia e BR strinsero legami di ferro!

Antimafia Duemila – La fine dell’opzione nucleare francese

Fonte: Antimafia Duemila – La fine dell’opzione nucleare francese.

da “Sortir du nucléaire” – 4 maggio 2010
– L’opzione francese “nucleare + riscaldamento elettrico” prova la sua assurdità
– Se la temperatura abbassa ancora, sarà decisamente la penuria di elettricità
– Da 5 inverni, è l’elettricità tedesca che salva la Francia nucleare

Come è sempre più spesso il caso, la Francia è oggi obbligata ad importare massicciamente dell’elettricità, un colmo per il “regno del nucleare.

” È il fallimento totale dell’opzione francesi “centrali nucleari + riscaldamenti elettrici” che era sensata assicurare l’indipendenza energetica. Alla fine, questo sistema è responsabile della produzione di scarti radioattivi e delle forti emissioni di co2, e mette la Francia in situazione di dipendenza e di vulnerabilità :se i loro bisogni aumentano anche, i paesi vicini non potranno continuare a salvare la Francia vendedole delle grandi quantità di elettricità. La Rete “Sortir du nucléaire” chiama dunque l’opinione pubblica francese a prendere atto del fallimento dell’opzione nucleare imposta in Francia che porterà inevitabilmente alle penurie di corrente in Francia.
Difatti, che sia fin da questo inverno, se le temperature continuano ad abbassare, o per i seguenti anni, la situazione andrà del resto ad aggravarsi inesorabilmente a causa di tre fenomeni, di cui le conseguenze si cumulano :

1, l’aumento continuo del numero di riscaldamenti elettrici
Mentre i reattori nucleari francesi saranno più spesso chiusi, la consumazione di elettricità non smette di aumentare, in particolare in inverno a causa della politica insensata di sviluppo del riscaldamento elettrico, imposta per lo stato ed EDF per “giustificare” il nucleare: attualmente e da anni, il 80% dei nuovi edifici sono scaldati all’elettricità (1). Ne risulta che, ogni inverno, le consumazioni di elettricità battono dei record e superano molto largamente le capacità nazionali di produzione. A che cosa serve avere 58 reattori nucleari se è per dovere importare massicciamente dell’elettricità? Notiamo anche, se necessario, che la costruzione di reattori nucleari supplementari non risponde in niente al problema: utilizzare solamente dei reattori l’inverno, e lasciarli fermi il resto dell’anno, rovinerebbe EDF in poco tempo.

2, l’invecchiamento ed il consumo prematura dei reattori nucleari francesi
I reattori nucleari francesi raggiungono uno dopo l’altri 30 anni di funzionamento, questo vale a dire la loro durata di vita prevista all’origine (2). Certo, EDF pensa di continuare a fare funzionare questi reattori, ma saranno più spesso in panne, senza parlare del rischio di un incidente grave. Di più, i reattori nucleari francesi sono molto più consumati dei reattori della stessa età in altri paesi perché la predominanza del nucleare nella produzione elettrica francese (il 80%), obbliga EDF ad utilizzare i reattori “in seguito di rete”, questo vale a dire seguendo le variazioni di consumazione nella giornata e sull’anno, ciò che li consuma prematuramente. (3)

3, la riduzione dei periodi che permettono la manutenzione dei reattori
Tradizionalment era in estate che EDF programmava in priorità le operazioni di manutenzione nelle centrali nucleari, del fatto della consumazione moderata di elettricità in questo periodo. Ma le canicole 2003 e 2006 hanno rimesso totalmente in causa questa pratica: non solo la consumazione di elettricità è stata importante a causa dello sviluppo dei climatizzatori, ma è stato necessario fare funzionare anche a basso regime o anche fermare i reattori disponibili, a causa della difficoltà addirittura l’impossibilità di raffreddarli correttamente.
Del colpo, è oramai, solamente nella primavera ed in autunno che EDF può programmare la maggioranza delle operazioni di manutenzione (4), ciò che implica una grande vulnerabilità: se succedono imprevisti (incidenti, scioperi, eccetera),essi perturberanno le previsioni e sposteranno le operazioni di manutenzione, EDF si ritrova velocemente con troppi reattori fermati in inverno o in estate.

Conseguenze
L’opzione imposta in Francia, “centrali nucleari + riscaldamenti elettrici”, si manifesta con delle importazioni di elettricità sempre più forte, con la produzione di scarti radioattivi E delle forti emissioni di co2, e per una dipendenza energetica più elevata che mai.

– Da 5 anni, è la Germania che è esportatrice di elettricità verso la Francia
si sente dire spesso “La Germania esce del nucleare… ma acquistando l’elettricità nucleare francese.” E’ totalmente falso. Dal 2004, è proprio la Germania che è esportatrice netta di elettricità verso la Francia: 8,7 TWh nel 2004, poi 9,7 TWh nel 2005, poi 5,6 TWh nel 2006, e 8,2 TWh nel 2007, e decisamente 12,6 TWh nel 2008 (5), questo sarebbea dire circa la produzione annua di due reattori nucleari. È accertato fin da ora che, per 2009, le importazioni dalla Germania saranno ancora più elevate.
Dunque è bene il paese che esce del nucleare che, tutti gli inverni, salva il paese del nucleare. Ma l’aumento insensato della consumazione elettrica francese fa che, a breve scadenza, la Germania non potrà più salvare la Francia nucleare che sarà dunque colpita dalle penurie , e questo forse già da questo inverno con le temperature cosi basse.

– La Francia produce degli scarti radioattivi ed emette molto co2
E’ di buono tono criticare le centrali tedesche al carbone, “per le forte emissioni di co2″, ma il fatto è che sono esse che, tutti gli inverni, alimentano una buona parte dei riscaldamenti elettrici francesi. Sarebbe del resto perfettamente logico attribuire alla Francia le emissioni tedesche di co2 corrispondente all’alimentazione dei riscaldamenti elettrici francesi .
Bisogna prendere atto del fatto che l’opzione imposta in Francia, “centrali nucleari + riscaldamenti elettrici”, si manifesta con la produzione di scarti radioattivi e con forti emissioni di co2. Questi dati sono riconosciuti da un documento recente della Rete di trasporto dell’elettricità (RTE) e dell’ADEME (6). È un insuccesso totale.

– La Francia è sempre più dipendente sul piano energetico
Nel 2008, la Francia ha certo guadagnato 2 miliardi di euro esportando dell’elettricità, ma ha speso soprattutto 61 miliardi per importare del petrolio e del gas (7). È la prova che, stesso spinto al suo massimo, il nucleare non impedisce la dipendenza alle energie fossili. È dunque falso pretendere , come lo si sente dire troppo spesso, che “il nucleare dà alla Francia la sua indipendenza energetica.”
Chi più è, la Francia esporta dell’elettricità quando i prezzi sono bassi e ne importa, massicciamente, quando i prezzi sono molto alti, in particolare in inverno. Visto l’aumento delle importazioni francesi in inverno, è chiaro che, tra poco, la Francia spenderà più denaro acquistando dell’elettricità che non ne guadagnerà vendendone.

Conclusione
E’ tempo che i cittadini francesi prendano conoscenza della realtà dei dati che è esattamentel’ inverso delle idee promosse nell’opinione con le pubblicità di EDF e di Areva e con i discorsi dei dirigenti politici.

No, la Francia non ha nessuna indipendenza energetica.
No, non è la Germania che è dipendente dell’elettricità francese, è l’inverso.
, la Francia è minacciata da una vera penuria di elettricità.
Si, la Francia è , allo tempo stesso produttrice di scarti radioattivi e emette fortemente co2.

La soluzione passa da una rimessa in causa urgente della consumazione smisurata di elettricità in Francia, in particolare per una rimessa in causa dell’opzione del riscaldamento elettrico, e per una politica ambiziosa di economie di energia e di sviluppo delle energie rinnovabili.

Riferimenti
(1) EDF ha firmato il 28 maggio 2001 con Misa, primo costruttore di case individuali con 10 marche di cui Case Phenix, Case Familiari, Case Mamet, un accordo per imporre il riscaldamento elettrico nel 80% delle nuove abitazioni.

(1bis) “quasi il 30% degli alloggi erano attrezzati di riscaldamento elettrico nel 2006, contro circa 2% trent’ anni prima. E la tendenza si accentua, la maggioranza delle nuove abitazioni essendo scaldata con l’aiuto di convettori.” (AFP, 31 ottobre,2009)

(2) il quotidiano Le Monde del 15 maggio 2003 ha ricordato che “i decreti di autorizzazione non precisavano la durata di vita delle centrali” ma che “i dossier di autorizzazione presentata da EDF avanzavano una durata di sfruttamento di trent’ anni.”

(3) in una posta inviata ad EDF il 17 febbraio 2003, l’autorità di sicurezza nucleare scriveva “EDF ha voluto fare funzionare certi reattori in base, altri trovandosi dunque sottomessi al seguito di rete,; certi problemi tecnici, particolarmente i problemi di degradazione del combustibile su dei reattori di 1300 MW, o dei problemi di ordine neutronico, hanno portato altri reattori a non potere funzionare in seguito di rete, il che ha potuto concentrare ancora di più questo modo di funzionamento su certi reattori. Vi chiedo di indicarmi l’analisi che fate dell’impatto di questo funzionamento del parco sulla sicurezza delle centrali, ed in particolare sui reattori che assicurano l’adeguamento della produzione alla domanda.”

(4) “il cambiamento più notevole dal 2003 riguarda probabilmente gli arresti delle differenti fascie nucleare. EDF si sforza oramai difatti di programmarne il meno possibile durante i mesi di estate”, Les Echos, 5 luglio,2006)

(5) http://www.rte-france.com/htm/fr/mediatheque/telecharge/s

(6) http://www.sortirdunucleaire.org/dossiers/CO2-Chauffage-e

(7) http://www.developpement-durable.gouv.fr/energie/statisti


Fonte:
ecolopresse.20minutes-blogs.fr

Tratto da: gliitaliani.it

ComeDonChisciotte – HAITI: VERSO UNA OCCUPAZIONE UMANITARIA ?

ComeDonChisciotte – HAITI: VERSO UNA OCCUPAZIONE UMANITARIA ?.

DI ROLPHE PAPILLON

Il crollo fisico di tutti gli edifici simbolici del potere in Haiti il 12 gennaio 2010, non è che una metafora. In realtà è da tempo che il palazzo nazionale non è più la vera sede del potere esecutivo e che le grandi decisioni politiche si prendono altrove e spesso anche al di fuori delle frontiere haitiane. L’esiguo numero di vittime registrate sotto le macerie del palazzo crollato mostra che lì dentro non c’era molto da fare alle 4,53 del pomeriggio di un paese in crisi (meno di una dozzina di morti contro i 300 dell’ufficio delle Nazioni Unite in Haiti).

Classificata come 146° su 177 nazioni secondo l’UNDP (United Nations Development Programme), la Repubblica di Haiti figura tra i 28 paesi più indigenti del pianeta. Su questa terra dove l’aspettativa di vita è inferiore ai 60 anni, la mortalità infantile supera il 130 per 1000 contro il 15 per 1000 dei vicini cubani, l’80% dei bambini soffre di malnutrizione e il tasso d’analfabetismo supera il 70%. Con queste cifre Haiti batte tutti i record di povertà in America. Dopo parecchi decenni, una ventina di famiglie si spartisce gelosamente e impietosamente l’80% della ricchezza nazionale mentre il popolo si batte ancora per ottenere i diritti elementari come ad esempio il diritto alla salute e alla sicurezza alimentare.

Quello che gli animali hanno già conquistato presso i nostri vicini Stati Uniti. In questa situazione già drammatica, il terremoto arriva come il colpo di grazia per la popolazione. Il mondo sembra infine colpito dalla nostra lenta agonia e la solidarietà internazionale si mobilita. Il discorso di Obama così come l’intervento di Kouchner sono stati confortanti, non avendo noi avuto la possibilità di ascoltare il capo di stato haitiano. Nelle prime ore che hanno seguito la catastrofe i dominicani, i messicani, i cubani, i venezuelani e tutti quelli che, per delle ragioni politiche evidenti, non sono stati visti alla televisione erano già sul posto. “La solidarietà è la tenerezza dei popoli”, si dice.

In questo affollamento di intenzioni nobili, i nostri aguzzini di ieri si sono trasformati davanti le telecamere in angeli redentori e volano in nostro soccorso al punto che certi haitiani ci vedono perfino una “chance” grazie alla quale le cose ad Haiti potranno finalmente cambiare.

Nella Storia, diceva Césaire, più importanti dei fatti sono i legami che li uniscono, le legge che li governa e la dialettica che li suscita. Si tratta qui di andare al di là delle immagini fast-food della televisione e delle idee preconcette per capire la complessità dei meccanismi che tendono a mantenere Haiti in questa situazione di povertà assoluta e di smantellarli, approfittando di questo nuovo slancio di solidarietà dei popoli verso gli haitiani, affinché tale slancio non sia votato al fallimento.

La lunga tragedia degli haitiani non è cominciata con la dittatura di Duvalier (1957-1986). Noi facciamo risalire questo pesante fardello molto più indietro, ai circa 3 secoli di schiavitù e ai 200 anni di disprezzo e incomprensione subiti per aver osato essere la prima repubblica nera nel mondo razzista e schiavista del 19° secolo. Come rappresaglia a questa doppia rivoluzione, allo stesso tempo antischiavista e anticolonialista, una umiliazione per la potentissima armata napoleonica, il paese ha dovuto pagare un riscatto colossale alla Francia corrispondente a 150 milioni di franchi d’oro (equivalenti all’incirca al bilancio annuale della Francia dell’epoca). Durante il 19° secolo, persino la lontana Germania è venuta a reclamare i suoi tributi ed esigere una fortuna a condizioni umilianti. Le loro navi da guerra ripartirono come rapinatori arroganti con il loro bottino di guerra. Noi gettiamo via il denaro, ci dicono i poeti, a fronte alta, l’animo fiero come quando si getta un osso al cane.
Nel 1915, la coesistenza pacifica in una nazione costituita da proprietari di schiavi e un’altra da schiavi ribelli, era inconcepibile. In conformità alla dottrina di Monroe e per impedire che dei nazionalisti come Rosalvo Bobo si impossessassero del potere, gli americani invasero Haiti. Come premessa a questa aggressione, la loro prima azione a Port-au-Prince fu di impossessarsi manu militari il 17 dicembre 1914 della riserva in oro del paese; un atto di banditismo internazionale (all’epoca, gli americani non avevano ancora inventato il concetto di stato canaglia).
L’occidente ha la memoria corta, ci dice Michel-Rolph Trouillot. Come quella di chi scrive la storia, la propria e quella degli altri, la Storia dei popoli è breve. E (noi) fieri della nostra memoria presa a prestito, ci dimentichiamo il ruolo stesso dell’Occidente.

Alla partenza degli americani nel 1934, il pregiudizio razziale dell’era coloniale viene restaurato. Essi hanno personalmente redatto una nuova costituzione per il paese e messo in piedi “le forze armate moderne”. Sono quelle che nel 1957 hanno insediato François Duvalier “uno dei dittatori più deliranti della Storia dell’America Latina, edificatore di quella che lo scrittore Graham Greene chiama una repubblica da incubo”.
Tra il 1957 e il 1986 (gli anni di Duvalier) il debito con l’estero si è moltiplicato di un fattore 17,5 raggiungendo i 750 milioni di dollari nel 1986. Con il gioco degli interessi e delle penalità delle istituzioni finanziarie internazionali, ha raggiunto la somma astronomica di 1884 milioni di dollari nel 2008, secondo il CADTM (Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo).
L’embrione dello stato moderno haitiano è stato costantemente e coscienziosamente distrutto dai nostri regimi autoritari, è un’evidenza. Ma, nel fare un bilancio, siamo obbligati a constatare che il dramma haitiano trova delle ragioni ancor più evidenti nell’aiuto internazionale inadatto, spesso incompetente e corrotto che in più impone scelte economiche e politiche al paese.

Le Nazioni Unite, solo per citare un esempio visibile, giustificano la loro presenza ad Haiti con la necessità di vincere la cosiddetta insicurezza anche se il paese presenta un tasso di criminalità inferiore a quello del Brasile (paese capofila della MINUSTAH, Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti), inferiore a quello della Giamaica, della Repubblica Dominicana e della maggioranza dei paesi vicini. Il 3 novembre 2007, 111 soldati dell’ONU sono stati rimpatriati nei loro paesi dopo che un rapporto di inchiesta dei servizi di controllo interni alle Nazioni Unite (OIOS) aveva stabilito che le accuse di sfruttamento sessuale che li riguardavano erano fondate. Questi militari avrebbero ottenuto dei favori sessuali in cambio di denaro, da parte di ragazze minorenni. Avevate parlato di sicurezza? In 6 anni di presenza ONU ad Haiti, nessuna struttura seria è stata messa in atto e la speranza di un domani migliore non trova alcuna giustificazione se non nei loro discorsi di autolegittimazione e di autosoddisfazione arroganti e menzogneri.

All’indomani della catastrofe del 12 gennaio 2010, la MINUSTAH non ha mobilitato verso la capitale disperata nessuna delle sue truppe che sono in maggioranza dislocate sulle spiagge della provincia. Nella stessa Port-au-Prince, durante le prime dolorose 72 ore subito dopo il sisma, non ho visto nessun poliziotto o soldato della MINUSTAH all’opera. Sono rimasti con le braccia incrociate mentre in questa corsa contro la morte bisognava velocemente scavare e salvare vite umane. Questa occupazione travestita da missione umanitaria non costa meno di 600 milioni di dollari all’anno. Si può facilmente immaginare quanti ospedali, scuole, strade e acquedotti si potrebbero fare con un tale budget se noi, haitiani, avessimo il potere di sostituire questi “esperti internazionali” e questi generali con ingegneri e medici.

Contrariamente a una opinione generalmente accettata, in materia di corruzione, di progetti insensati e di dirottamento di fondi, gli haitiani non sono che dei pessimi apprendisti. La maggioranza di questi prestigiosi organismi internazionali sono nostri maestri e le lezioni sono dolorosamente care.

Se una soluzione haitiana alla crisi non viene messa in atto, il futuro di Haiti rischia di giocarsi nei prossimi giorni, fuori da Haiti e contro gli interessi degli haitiani invece che di venire stabilito con e per noi. Questa soluzione consiste innanzitutto nell’assicurarsi che le forze internazionali rispettino i propri limiti di intervento. Anche nella disperazione, la sovranità nazionale non è negoziabile.

Il massiccio aiuto internazionale dovrà essere sottomesso ad una leadership haitiana responsabile, che debba render conto ai donatori ed essere punibile davanti alla legge. L’aiuto dovrà essere adattato e rispondere ai bisogni e alle domande locali. Gli haitiani devono poter decidere se hanno bisogno di 12000 marines US o di 12000 medici e soccorritori all’indomani di un terremoto. A metà strada tra i paesi di Monroe e il Sudamerica che si definisce ormai bolivariano, il paese può ritrovarsi ancora una volta in mezzo ai conflitti geostrategici e la catastrofe haitiana rischia di servire alle potenze «amiche» di Haiti e alle loro dubbie ambizioni.

La carità, anche se disinteressata e generosa spesso causa degli effetti perversi. Gli haitiani non devono perdere di vista il fatto che a lungo termine, l’aiuto ci deve «aiutare a superare l’aiuto».

L’aiuto umanitario, se è serio e onesto questa volta, deve cominciare dall’annullamento incondizionato del debito di Haiti. Si tratta di mettere la parola fine alla spirale infernale dell’indebitamento e di arrivare a stabilire dei modelli di sviluppo sociale giusti ed ecologicamente durevoli (CADMT, Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo). Certe costrizioni imposte al popolo haitiano dalle istituzioni finanziarie internazionali nella loro implacabile logica del profitto nel lungo termine fanno tanti danni quanti quelli di un terremoto di magnitudo 7.3. Bisogna considerare il ritiro dei piani criminali di aggiustamento strutturale che consistono tra l’altro nel rendere lo stato ancora più vulnerabile e aprono la porta alle società transnazionali private. O ancora, abolire l’accordo di partenariato economico (APE) imposto dall’Unione Europea ad Haiti nel 2008 che instaura tra l’altro la totale liberalizzazione dei movimenti di capitale e delle merci. Insomma, ci assicurino che tutti questi biglietti promessi, se si concretizzano per una volta, non siano dei biglietti andata e ritorno.
Allora, infine, si potrà cominciare a parlare di ricostruzione. La prima cosa che bisognerà forse cominciare a ricostruire è l’immagine del paese che ci si accanisce a distruggere facendolo passare per un paese violento, oltre ad altre redditizie leggende. Non è con simili immagini false che attireremo dei turisti o degli investitori. Avete mai visto un paese che si sviluppa grazie all’aiuto umanitario?

Inoltre, se questa catastrofe ci insegna qualcosa è senza dubbio la necessità di decentralizzare il paese. Cominciamo a decentralizzare l’aiuto perché le province non toccate direttamente dal sisma ne hanno subito comunque le conseguenze. I donatori stranieri di buona volontà devono identificare e stabilire un ponte con le istituzioni locali e le organizzazioni di base che, prima della crisi, si interessavano già alle sorti di Haiti e hanno già dimostrato serietà ed efficacia sul campo, al fine di sostenerli nei loro sforzi di sviluppo in completa dignità.

In caso contrario, tutto porta a credere che in dieci anni, le gigantesche somme di danaro che stanno per essere raccolte saranno disperse invano, tra corruzione locale ed internazionale, progetti inutili e salari degli «esperti internazionali». Verremo allora incolpati di nuovo, noi haitiani, per la nostra «incompetenza».

Rolphe Papillon ( Giornalista, ex sindaco di Corail)
20.02.2010

Traduzione a cura di LUCOLI

ComeDonChisciotte – IL FATALE PREMIO GEOLOGICO CHIAMATO HAITI

Fonte: ComeDonChisciotte – IL FATALE PREMIO GEOLOGICO CHIAMATO HAITI.

DI F.WILLIAM ENGDAHL
http://www.globalresearch.ca

Il presidente diventa l’inviato speciale dell’ONU nell’Haiti colpita dal terremoto.

Un affarista e predicatore neoconservatore convertito americano sostiene che gli Haitiani sono stati condannati per aver fatto un letterale ‘patto con il diavolo’.

Le organizzazioni di soccorso venezuelane, nicaraguensi, boliviane, francesi e svizzere accusano i militari americani di negare il permesso di atterraggio agli aerei che trasportano i medicinali necessari e l’acqua potabile urgentemente necessaria per i milioni di Haitiani terremotati, feriti e senzatetto.

Dietro il fumo, le macerie e il dramma infinito della tragedia umana di questo disgraziato paese caraibico, si sta svolgendo un dramma per il controllo di quella che i geofisici credono che possa essere la zona più ricca del mondo di petrolio e di gas derivato da idrocarburi dopo il Medioriente, possibilmente di grandezza maggiore del vicino Veneuela.

Haiti, e l’isola più grande di Hispaniola di cui fa parte, ha il fato geologico di poggiare su una delle zone geologiche più attive al mondo, dove le placche sottomarine profonde di tre immense strutture si urtano continuamente l’un l’altra – l’intersezione tra la placca tettonica nordamericana, sudamericana e caraibica. Situate sotto l’oceano nelle acque dei Caraibi, queste placche consistono in una crosta oceanica di uno spessore che va da tre a sei miglia, che galleggia sopra un mantello adiacente. Haiti è inoltre sita al margine di una regione conosciuta come il triangolo delle bermude, una vasta area dei Caraibi soggetta a strane e inspiegate perturbazioni.

Questa vasta massa di placche sottomarine sono sempre in movimento, sfregandosi reciprocamente lungo linee analoghe alle crepe di un vaso di porcellana rotto che è stato rincollato. Le placche tettoniche terrestri si muovono tipicamente l’una rispetto all’altra ad una velocità che va da 50 a 100 mm all’anno, e sono all’origine di terremoti e vulcani. Le regioni di convergenza di tali placche sono inoltre aree dove abbondanti quantità di petrolio e gas possono essere spinte in superficie dal manto terrestre. La geofisica intorno alla convergenza delle tre placche, che si trovano più o meno direttamente sotto Port-au-Prince, rende la regione soggetta a terremoti come quello che ha colpito Haiti con devastante ferocia lo scorso 12 gennaio.

Un progetto geologico attinente del Texas

Mettendo da parte l’interrogativo pertinente sull’anticipo con cui il Pentagono e gli scienziati americani avrebbero saputo che si sarebbe verificato un sisma, e sui piani del Pentagono che venivano fatti prima del 12 gennaio, emerge un’altra questione intorno agli eventi di Haiti che può aiutarci a spiegare lo strano comportamento finora dei maggiori attori del ‘soccorso’ – gli Stati Uniti, la Francia e il Canada. Oltre ad essere soggetta a violenti terremoti, Haiti si trova inoltre in una zona che, a causa della inconsueta intersezione delle sue tre placche tettoniche, potrebbe poggiare su uno dei più grandi ed inesplorati giacimenti di petrolio e gas, come pure di rari minerali preziosi di [importanza] strategica.

Le vaste riserve di petrolio del Golfo Persico e della regione che va dal Mar Rosso fino al Golfo di Aden si trovano in una zona analoga di convergenza di grandi placche tettoniche, come del resto anche le zone ricche di petrolio dell’Indonesia e le acque vicino alla costa della California. In breve, in termini di fisica terrestre, precisamente tali intersezioni di masse tettoniche, come quella che sta direttamente sotto Haiti, hanno una particolare tendenza ad essere i siti di vasti tesori di minerali, petrolio e gas, in tutto il mondo.

Significativamente, nel 2005, un anno dopo che l’amministrazione Bush-Cheney aveva deposto de facto il presidente di Haiti eletto democraticamente, ovvero Jean-Baptiste Aristide, una squadra di geologi dell’Institute for Geophysics della University of Texas hanno dato inizio ad un’ambiziosa ed approfondita mappatura in due fasi di tutti i dati geologici del bacino caraibico. Il progetto sarà ultimato nel 2011. È diretto dal dott. Paul Mann e si intitola “Il bacino caraibico, la tettonica e gli idrocarburi”. Verte sulla determinazione quanto più precisa possibile, della relazione tra le placche tettoniche nei Caraibi e il potenziale di idrocarburi – petrolio e gas.

Significativamente, gli sponsor di [questo] progetto di ricerca da milioni di dollari sotto la direzione di Mann sono le più grandi società petrolifere del mondo, compresa la Chevron, la ExxonMobil, la anglo-olandese Shell e la BHP Billiton. [1] Curiosamente, questo progetto è la prima mappatura geologica appofondita di una regione che avrebbe dovuto essere una priorità per i giganti del petrolio americani già da decenni. Data l’immensa produzione di petrolio attuale vicino al Messico, alla Lousiana e a tutti i Caraibi, oltre alla sua prossimità agli Stati Uniti – per non pensare alla stessa attenzione degli USA per la propria sicurezza energetica – è sorprendente che la regione non sia già stata mappata prima. Ora emerge che da molto tempo le maggiori società petrolifere erano almeno generalmente a conoscenza dell’enorme potenziale della regione, e che hanno apparentemente deciso di tenerlo segreto.

La scoperta super gigante di Cuba

Le prove che l’amministrazione USA abbia in mente ben più che il miglioramento della devastata popolazione haitiana, possono essere trovate nelle acque vicine a Cuba, direttamente di fronte a Port-au-Prince. Nell’ottobre 2008 un consorzio di società petrolifere guidate dalla spagnola Repsol, insieme alla società petrolifera statale cubana Cubapetroleo, hanno annunciato la scoperta di una delle più grandi zone petrolifere al mondo in acque profonde in prossimità di Cuba. È quello che i geologi chiamano un giacimento ‘super gigante’. Secondo le stime il giacimento cubano conterrebbe fino a 20 bilioni di barili di petrolio, diventando il dodicesimo giacimento super gigante di petrolio scoperto dal 1996. La scoperta fa inoltre di Cuba un altro bersaglio con alta priorità della destabilizzazione e delle altre operazioni malvage del Pentagono.

Senza dubbio a dispetto di Washington, il presidente russo Dmitry Medvedev è volato ad Havana un mese dopo la scoperta del gigantesco giacimento cubano per firmare un accordo con il sostituto presidente Raul Castro per l’esplorazione e lo sviluppo del petrolio cubano da parte delle società russe. [2]

Gli accordi petroliferi Russia-Cuba di Medvedev sono arrivati appena una settimana dopo la visita del presidente cinese Hu Jintao per incontrare il convalescente Fidel Castro e suo fratello Raul. Il presidente cinese ha firmato un accordo per modernizzare i porti cubani e ha discusso l’acquisto da parte della Cina di materie prime cubane. Senza dubbio la scoperta di petrolio cubano era prioritaria nei programmi della Cina con Cuba. [3] Il 5 novembre 2008, poco prima del viaggio del presidente cinese a Cuba e in altri paesi latino americani, il governo cinese ha pubblicato il suo primo documento programmatico sul futuro delle relazioni della Cina con l’America Latina e con le nazioni caraibiche, innalzando queste relazioni bilaterali ad un nuovo livello di importanza strategica. [4]

Il giacimento petrolifero super gigante di Cuba fa inoltre rimanere i sostenitori della teoria del ‘picco del petrolio’ ancor più con un palmo di naso. Poco prima della decisione di Bush e Blair di invadere e di occupare l’Irak, una teoria è circolata nel ciberspazio: ossia che dopo il 2010 il mondo avrebbe raggiunto un “picco” assoluto della produzione di petrolio, dando inizio ad un periodo di declino con drastiche implicazioni sociali ed economiche. I prominenti portavoce [della teoria] compresi il geologo petrolifero in pensione Colin Campbell e il banchiere del petrolio texano Matt Simmons, sostenevano che non c’era stata nessuna nuova scoperta di giacimenti super giganti di petrolio pressappoco dal 1976, e che i nuovi giacimenti trovati nelle ultime due decadi erano stati “piccolissimi” paragonati alle precedenti scoperte di giacimenti giganti in Arabia Saudita, Prudhoe Bay, Daquing in Cina e altrove. [5]

È importante notare che, più di mezzo secolo fa, un gruppo di geofisici russi ed ucraini, che lavoravano sotto segreto di stato, hanno confermato che gli idrocarburi avevano origine in profondità nel mantello terrestre, in condizioni simili a quelle di un calderone gigantesco che brucia a pressione e temperature estreme. Hanno dimostrato che, contrariamente a quanto sostenuto dalla geologia ‘tradizionale’ e accettata, gli idrocarburi non sono il risultato di frammenti di dinosauri morti, concentrati e compressi e in qualche modo trasformati in petrolio e gas milioni di anni fa, né di alghe o altro materiale biologico. [6]

I geofisici russi ed ucraini hanno allora provato che il petrolio o il gas prodotti nel mantello terrestre venivano spinti verso l’alto lungo faglie e spaccature nella terra, tanto vicino alla superficie quanto lo permetteva la pressione. Il processo era analogo alla produzione di lava liquida nei vulcani. Significa che l’abilità di trovare il petrolio è limitata, relativamente parlando, soltanto dall’abilità di identificare le spaccature profonde e l’attività geologica complessa che tendono a far salire il petrolio dalle profondità della terra. Sembra che le acque dei Caraibi, specialmente quelle di Cuba e della vicina Haiti, sono per l’appunto una regione con un’[alta] concentrazione di idrocarburi (petrolio e gas) che hanno trovato una strada per salire vicino alla superficie, forse su una scala paragonabile ad una nuova Arabia Saudita. [7]

Haiti, una nuova Arabia Saudita?

La straordinaria geografia di Haiti e di Cuba e la scoperta di riserve petrolifere di interesse mondiale nelle acque vicino a Cuba confermano gli aneddoti di importanti scoperte petrolifere in svariate parti del territorio haitiano. Potrebbero inoltre spiegare perché i due presidenti Bush ed ora il nuovo inviato speciale ad Haiti dell’ONU Bill Clinton abbiano dato ad Haiti una tale priorità. Ed ancora, potrebbero spiegare perché Washington e le organizzazioni non governative si siano mosse così rapidamente per destituire — due volte — il presidente Aristide, democraticamente eletto, il cui programma per Haiti comprendeva, tra le altre cose, proposte di sviluppo delle risorse naturali haitiane a vantaggio del popolo di Haiti.

Nel marzo 2004, alcuni mesi prima che la University of Texas e che il Big Oil americano lanciassero la loro ambiziosa mappatura dei potenziali di idrocarburi dei Caraibi, uno scrittore haitiano, il dott. Georges Michel, ha pubblicato un articolo su internet intitolato ‘Oil in Haiti’ [‘Petrolio ad Haiti’]. In esso, Michel ha scritto:

… . [1] non è stato un segreto che nel profondo delle viscere della terra dei due stati che condividono l’isola di Haiti e nelle acque circostanti ci sono giacimenti di petrolio importanti e ancora non sfruttati. Non si sa perché non siano sfruttati. A partire dal ventesimo secolo, la carta fisica e politica dell’isola di Haiti, creata nel 1908 da Alexander Poujol e Henry Thomasset, riportava una maggiore riserva di petrolio ad Haiti, vicino alla sorgente del fiume Rio Todo El Mondo, oggi meglio conosciuto come il rio Tomondo. [8]

Secondo un articolo del giugno 2008 di Robertson Alphonse [pubblicato] dal quotidiano haitiano Le Nouvelliste en Haiti, “i segni, (indicatori), che giustificano le esplorazioni di petrolio (oro nero) ad Haiti sono incoraggianti. Nel bel mezzo dello shock del petrolio, circa 4 società vogliono ottenere le licenze ufficiali dello stato di Haiti per trivellare [alla ricerca] del petrolio”.

In quel momento, i prezzi del petrolio stavano salendo ad oltre $140 dollari al barile – dietro manipolazione da parte di varie banche di Wall Street. L’articolo di Alphonse citava Dieusuel Anglade, direttore del ministero per l’industria mineraria e l’energia dello stato di Haiti, che diceva alla stampa haitiana: “abbiamo ricevuto quattro richieste di permesso di esplorazione petrolifera … . Abbiamo avuto indicatori incoraggianti per giustificare il perseguimento dell’esplorazione di oro nero (petrolio), che si era fermata nel 1979”. [9]

Alponse ha riportato i risultati di uno studio geologico del 1979 ad Haiti di 11 pozzi petroliferi di esplorazione, trivellati nella Plaine du Cul-de-sac, sulla Plateau Central e presso L’ile de la Gonaive: “sono stati trovati indicatori superficiali (tentativi) per il petrolio nella penisola meridionale e sulla costa settentrionale, spiegava l’ingegnere Anglade, che crede fermamente nell’immediata applicabilità commerciale di queste esplorazioni”. [10]

Il giornalista Alphonse cita un memorandum del 16 agosto 1979 dell’avvocato haitiano Francois Lamothe, in cui notava che “quattro grandi pozzi sono stati trivellati” fino ad una profondità di 9000 piedi e che un campione che “è stato sottoposto ad analisi fisico-chimiche a Monaco, in Germania” aveva “rivelato tracce di petrolio”. [11]

Nonostante i promettenti risultati del 1979 ad Haiti, il dott. Georges Michel ha riportato che “le grandi società petrolifere multinazionali che operano ad Haiti hanno fatto pressioni affinché i depositi scoperti non fossero sfruttati”. [12] L’esplorazione petrolifera sulla terraferma e vicino alle coste di Haiti è stata conseguentemente interrotta di colpo.

Resoconti simili, forse meno precisi, che sostenevano che le riserve petrolifere di Haiti potevano essere enomemente più grandi di quelle del Venezuela sono apparsi sui siti internet di Haiti. [13] Allora nel 2010 il sito di notizie finanziarie Bloomberg News pubblicava quanto segue:

Il terremoto del 12 gennaio è stato su una faglia che passa vicino alle potenziali riserve di gas, ha detto Stephen Pierce, un geologo che ha lavorato nella regione per 30 anni per società che comprendevano l’ex Mobil Corp. Il terremoto potrebbe aver frantumato le formazioni roccee lungo la faglia, consentendo la temporanea penetrazione di gas o petrolio verso la superficie, ha detto lunedì scorso durante un’intervista telefonica. ‘un geologo, per quanto duro questo possa sembrare, che individui la zona di tale faglia da Port-au-Prince fino al confine cercando infiltrazioni di gas e petrolio, potrebbe trovare una struttura che non è stata trivellata,’ ha detto Pierce, direttore dell’esplorazione della Zion Oil & Gas Inc., una società con sede a Dallas che sta trivellando in Israele. [14]

In un’intervista per un quotidiano online di Santo Domingo, Leopoldo Espaillat Nanita, ex capo della Dominican Petroleum Refinery (REFIDOMSA) ha affermato, “c’è una cospirazione multinazionale per sottrarre illegalmente le risorse minerarie della gente di Haiti”. [15] I minerali di Haiti comprendono l’oro, il prezioso metallo strategico iridio e il petrolio, a quanto pare molto.

I piani di sviluppo di Aristide

Marguerite Laurent (‘Ezili Dantò’), presidente della Haitian Lawyers’ Leadership Network (HLLN), che ha prestato servizio come avvocato per il deposto Aristide, nota che quando Aristide era presidente — fino al momento della sua espulsione appoggiata dall’America durante l’era di Bush, nel 2004 — aveva sviluppato e pubblicato in forma di libro i suoi piani per lo sviluppo nazionale. Questi piani comprendevano, per la prima volta, un elenco dettagliato dei siti conosciuti dove erano situate le risorse di Haiti. La pubblicazione del piano ha fatto scoppiare un dibattito a livello nazionale sulla radio di Haiti e nei media sul futuro del paese. Il piano di Aristide era di implementare una partnership pubblico-privata per assicurare che lo sviluppo del petrolio, dell’oro e di altre risorse preziose di Haiti giovasse all’economia nazionale e alla gran parte della popolazione, e non solo alle cinque famiglie oligarchiche di Haiti e ai loro sostenitori americani, i cosiddetti Chimeres o gangster. [16]

Dalla deposizione di Aristide nel 2004, Haiti è un paese occupato, con un presidente eletto in modo discutibile, Rene Preval, un controverso seguace dei mandati di privatizzazione del FMI che, stando ai resoconti, è legato alle Chimeres o oligarchi haitiani che hanno appoggiato l’espulsione di Aristide. Significativamente, il Dipartimento di Stato americano si rifiuta di permettere il ritorno di Aristide dal suo esilio in Sudafrica.

Ora, dopo il devastante sisma del 12 gennaio, i militari statunitensi hanno preso il controllo dei quattro aeroporti di Haiti e al momento hanno circa 20 000 truppe nel paese. I giornalisti e le organizzazioni di soccorso internazionali hanno accusato i militari americani di essere più preoccupati di imporre il controllo militare, che preferiscono chiamare “sicurezza”, che di portare l’acqua urgentemente necessaria, il cibo e le medicine dagli aeroporti alla popolazione.

Un’occupazione militare americana di Haiti sotto forma di un ‘soccorso’ per un disastro sismico darebbe a Washington e agli interessi economici privati ad essa legati un premio geopolitico di prim’ordine. Prima del terremoto del 12 gennaio, l’ambasciata americana a Port-au-Prince era la quinta ambasciata più grande al mondo, paragonabile alle ambasciate americane nei posti geopoliticamente strategici come Berlino e Beijing. [17] Con lo sfruttamento di enormi nuovi giacimenti di petrolio vicino a Cuba da parte di società russe, con chiare indicazioni che anche Haiti contiene vaste quantità di petrolio, come pure di oro, rame, uranio e iridio, con il Venezuela di Hugo Chavez per vicino a sud di Haiti, un ritorno di Aristide o di qualsiasi leader popolare impegnato per lo sviluppo delle risorse per la gente di Haiti, — la nazione più povera delle Americhe — sarebbe un colpo devastante per il solo superpotere mondiale. Il fatto che subito dopo un terremoto, l’inviato speciale dell’ONU ad Haiti Bill Clinton abbia unito le forze con il nemico di Aristide, George W Bush per creare il Clinton-Bush Haiti Fund dovrebbe far riflettere tutti.

Secondo Marguerite Laurent (‘Ezili Dantò’) della Haitian Lawyers’ Leadership Network, dietro la facciata del lavoro di soccorso per l’emergenza, gli USA, la Francia e il Canada sono impegnati in una balcanizzazione dell’isola per il futuro controllo minerario. Riferisce che il Canada vuole il nord di Haiti, dove gli interessi minerari canadesi sono già presenti. Gli USA vogliono Port-au-Prince e l’isola di La Gonaive in prossimità delle coste – identificata nel libro di Aristide per lo sviluppo come una zona con vaste risorse petrolifere, e che è aspramente contesa con la Francia. [Marguerite Laurent] Afferma inoltre che la Cina, con il potere di veto dell’ONU sul paese occupato de facto, potrebbe avere qualcosa da ridire contro una tale spartizione tra USA, Francia e Canada dell’immensa ricchezza della nazione. [18]

F. William Engdahl
Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=17287
30.01.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

Note:

1 Paul Mann, Caribbean Basins, Tectonic Plates & Hydrocarbons, Institute for Geophysics, The University of Texas at Austin, accessed in http://www.ig.utexas.edu/research/projects/cbth/…/ProposalCaribbean.pdf .
2 Rory Carroll, Medvedev and Castro meet to rebuild Russia-Cuba relations, London Guardian, November 28, 2008 accessed in http://www.guardian.co.uk/world/2008/nov/28/cuba-russia.
3 Julian Gavaghan, Comrades in arms: When China’s President Hu met a frail Fidel Castro, London Daily Mail, November 19, 2008, accessed in http://www.dailymail.co.uk/news/article-1087485/Comrades-arms-When-Chinas-President-Hu-met-frail-Fidel-Castro.html.
4 Peoples’ Daily Online, China issues first policy paper on Latin America, Caribbean region, November 5, 2008, accessed in http://english.people.com.cn/90001/90776/90883/6527888.html
5 Matthew R. Simmons, The World’s Giant Oilfields, Simmons & Co. International, Houston, accessed in http://www.simmonsco-intl.com/files/giantoilfields.pdf
6 Anton Kolesnikov, et al, Methane-derived hydrocarbons produced under upper-mantle conditions, Nature Geoscience, July 26, 2009.
7 F. William Engdahl, War and Peak Oil—Confessions of an ‘ex’ Peak Oil believer, Global Research, September 26, 2007, accessed in http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=6880 .
8 Dr. Georges Michel, Oil in Haiti, English translation from French, Pétrole en Haiti, March 27, 2004, accessed in http://www.margueritelaurent.com/pressclips/oil_sites.html#oil_GeorgesMichelEnglish
9 Roberson Alphonse, Drill, and then pump the oil of Haiti! 4 oil companies request oil drilling permits, translated from the original French, June 27, 2008, accessed in http://www.bnvillage.co.uk/caribbean-news-village-beta/99691-drill-then-pump-oil-haiti-4-oil-companies-request-oil-drilling-permits.html
10 Ibid.
11 Ibid. The full text indicated that, “five big wells were drilled at Porto Suel (Maissade) of a depth of 9000 feet, at Bebernal, 9000 feet, at Bois-Carradeux (Ouest), at Dumornay, on the road Route Frare and close to the Chemin de Fer of Saint-Marc. A sample, a ‘carrot’ (oil reservoir) drilled up from the well of Saint-Marc in the Artibonite underwent a physical-chemical analysis in Munich, Germany, at the request of Mr. Broth. ‘The result of the analysis was returned on October 11, 1979 and revealed tracks of oil,’ confided the engineer, Willy Clemens, who had gone to Germany.”
12 Dr. Georges Michel, op. cit.
13 Marguerite Laurent, Haiti is full of oil, say Ginette and Daniel Mathurin, Radio Metropole, Jan 28, 2008, accessed in http://www.margueritelaurent.com/pressclips/oil_sites.html#full_of_oil .
14 Jim Polson, Haiti earthquake may have exposed gas, aiding economy, Bloomberg News, January 26, 2010.
15 Espaillat Nanita revela en Haiti existen grandes recursos de oro y otros minerals, Espacinsular.org, 17 November, 2009, accessed in http://www.espacinsular.org/spip.php?article8942
16 The Aristide development plan was contained in the book published in Haiti in 2000, Investir dans l’Human. Livre Blanc de Fanmi Lavalas sous la Direction de Jean-Bertrand Aristide, Port-au-Prince, Imprimerie Henri Deschamps, 2000. It contained detailed maps, tables, graphics, and a national development plan for 2004 “covering agriculture, environment, commerce and industry, the financial sector, infrastructure, education, culture, health, women’s issues, and issues in the public sector.” In 2004, using NGOs and the UN and a vicious propaganda campaign to vilify Aristide, the Bush administration got rid of the elected President.
17 Cynthia McKinney, Haiti: An Unwelcome Katrina Redux, Global Research, January 19, 2010, accessed in http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=17063
18 Marguerite Laurent (Ezili Danto), Did mining and oil drilling trigger the Haiti earthquake?, OpEd News.com, January 23, 2010, accessed in http://www.opednews.com/articles/1/Did-mining-and-oil-drillin-by-Ezili-Danto-100123-329.html .

ComeDonChisciotte – DONAZIONI PER PAGARE UN DEBITO ABIETTO?

Fonte: ComeDonChisciotte – DONAZIONI PER PAGARE UN DEBITO ABIETTO?.

DI ERIC TOUSSAINT E SOPHIE PERCHELLET
Rebelion

Una delle più grandi operazioni di soccorso della storia potrebbe essere molto simile a quella fatta dopo lo tsunami del 2004, tranne che il modello di ricostruzione adottato è radicalmente diverso. Haiti è stata parzialmente distrutta in seguito ad un terremoto di magnitudo 7. Tutto il mondo la compiange e i mezzi di comunicazione, offrendo immagini apocalittiche, continuano a riproporci modi e maniere in cui i generosi Stati si prodigheranno. Ci viene detto che bisogna ricostruire Haiti, quel paese vinto dalla miseria e dalla “catastrofe”. Ci ricordano impetuosamente che è uno dei Paesi più poveri del mondo, ma senza spiegarci il motivo di tutto ciò. Ci lasciano credere che questa povertà è un fatto irrimediabile, senza motivo plausibile: “Sono colpiti dalla sfortuna”.

E’ fuor di dubbio che quest’ultima catastrofe naturale ha causato danni umani e materiali tanto enormi quanto inaspettati. Siamo tutti d’accordo nell’ affermare che misure d’aiuto urgenti siano d’obbligo. Tuttavia la povertà e la miseria che contraddistinguono questo Paese non sono dovuti a questo terribile terremoto. Bisogna ricostruire il Paese perché già prima era stato privato dai mezzi necessari per farlo. Haiti non è un paese né libero né sovrano.

Negli ultimi anni la sua politica interna è guidata da un governo costantemente sotto pressione da influssi esterni e manovrata da gruppi di potere locali.
Haiti è stata tradizionalmente denigrata e spesso descritta, nel migliore dei casi, come un paese violento, povero e repressivo. Non ci sono note che ci ricordino la conquista dell’indipendenza avvenuta nel 1804 dopo una crudele lotta contro le truppe napoleoniche. Anziché sottolineare il profilo umanitario e la lotta per i diritti umani, saranno la barbarie e la violenza le caratteristiche attribuite agli haitiani. Eduardo Galeano parla della “maledizione bianca”: “Al confine di stato, dove finisce la Repubblica Dominicana ed inizia Haiti troviamo un grande cartello che avverte: ‘Il varco maledetto. Dall’altra parte troverete l’inferno. Sangue e fame, miseria e pestilenze’”[2]

È essenziale ricordare la lotta di liberazione condotta dal popolo haitiano, perché in rappresaglia a questa doppia rivoluzione, anti-schiavista ed anti-coloniale, il paese ebbe ad affrontare “il salvataggio francese di indipendenza”, corrispondente a 150 milioni di franchi in oro (ovvero il bilancio annuale della Francia all’epoca). Nel 1825, la Francia decise che “gli attuali abitanti della parte francese di Santo Domingo versassero alla cassa federale erariale della Francia, anno dopo anno in cinque rate annue, il primo a scadenza 31 dicembre 1825, la somma di centocinquanta milioni di franchi, come riscatto d’indennizzo agli antichi coloni che chiedevano un risarcimento”[3]. Oggi si parlerebbe di 21.000 milioni di dollari. E cosi che dall’inizio della sua indipendenza Haiti parte con un debito molto alto, debito che sarebbe lo strumento neocoloniale per facilitare l’accesso alle numerose risorse naturali del paese.

Il pagamento del riscatto è stato quindi un elemento fondante dello Stato haitiano. In termini giuridici ciò significa che esso è stato contratto da un regime dispotico e usato contro gli interessi della popolazione. La Francia e poi gli Stati Uniti, la cui area di influenza si consolida ad Haiti dal 1915, sono interamente responsabili. Anche se sarebbe stato possibile affrontare le dolorose responsabilità del passato nel 2004, la Commissione Régis Debray [4], scelse di scartare l’idea di una restituzione della somma, sostenendo che era “priva di fondamento giuridico” e che avrebbe potuto aprire un “vaso di Pandora”. Le richieste del governo di Haiti furono respinte dalla Francia: non c’è posto per le riparazioni. La Francia non ha riconosciuto il suo ruolo nel dono infame che fece al dittatore “baby doc” Duvalier [Jean-Claude Duvalier, figlio di Francois Duvalier,”papa doc”] nel suo esilio, offrendogli l’immunità e lo status di rifugiato politico.


Il regno dei Duvalier iniziò nel 1957 con l’aiuto degli Stati Uniti, e finì nel 1986 quando il figlio “baby doc” fu rovesciato da una rivolta popolare. La violenta dittatura, ampiamente sostenuta dall’Occidente, governò per quasi 30 anni ed è stata caratterizzata da una crescita esponenziale del debito. Tra il 1957 e il 1986, il debito estero aumentò del 17,5%. Al momento della fuga di Duvalier, ammontava a 750 milioni di dollari. Successivamente aumentato, con gli interessi e le sanzioni, arrivò a più di 1.884 milioni di dollari [5]. Questo debito, lungi dal servire per la popolazione, che continuò a impoverirsi, aveva lo scopo di arricchire il regime. Quindi si tratta di un debito abbietto. Recenti ricerche hanno dimostrato che le fortune personali della famiglia Duvalier (ben protette in conti bancari occidentali) ammontavano a circa 900 milioni di dollari, ovvero un importo superiore al debito totale del paese al momento della fuga di “Baby Doc “. Vi è un processo in corso presso la giustizia svizzera per la restituzione allo Stato haitiano dei beni mal amministrati durante la dittatura dei Duvalier. Tali beni sono però, attualmente, congelati dalla banca svizzera UBS, che impone condizioni intollerabili per la restituzione di quei fondi [6]. Jean Baptiste Aristide, in un primo momento eletto con molto entusiasmo dal popolo, fu in un secondo tempo accusato di corruzione e deposto. A costo di diventare un fantoccio degli Stati Uniti è stato riportato al potere solo per essere, infine, catturato ed espulso dalle truppe di coloro a cui doveva il potere. Aristide, purtroppo, non è stato immune all’uso improprio e alla malversazione dei fondi stabilito da Duvalier. Inoltre, secondo la Banca mondiale, tra il 1995 e il 2001, il servizio del debito, cioè gli interessi più l’ammortizzamento del capitale, ha raggiunto la notevole quantità di 321 milioni di dollari.

Tutti gli aiuti finanziari proclamati fino a questo momento a causa del terremoto sono già compromessi per il pagamento del debito estero.

Secondo le ultime stime, oltre l’80% del debito estero di Haiti è di proprietà della Banca Mondiale e della Banca Interamericana di Sviluppo [Inter-American Development Bank (IDB)], ciascuna con il 40%. Sotto il loro controllo, il governo ha applicato i “piani di aggiustamento strutturale” camuffati sotto il nome di “Piani strategici per la riduzione della povertà” (DSRP). In cambio del rilancio dei prestiti, vennero concesse ad Haiti delle riduzioni o annullamenti del debito, insignificanti in sé, ma mirati ad edulcorare l’immagine di “buona volontà” dei creditori. L’inclusione di Haiti nella Iniciativa Paises Pobres Muy Endeudados (PPME) [Paesi Poveri Molto Indebitati] è una tipica manovra di riciclaggio del ripugnante debito, come egualmente è avvenuto nella Repubblica Democratica del Congo[7]. Così facendo si rimpiazza l’ esecrabile debito già esistente con altri nuovi, che si presumono legittimi. CADMT ritiene tali nuovi prestiti sempre parte dei vecchi odiosi debiti, giàcche servono sempre per estinguere a monte; c’è per tanto una continuità del delitto.


Nel 2006, quando il FMI, la Banca Mondiale e il Club di Parigi decisero che Haiti dovesse far parte dell’iniziativa PPME, il totale complessivo di debito pubblico estero era di 1.337 milioni di dollari. Nel momento clou dell’iniziativa (giugno 2009), il debito era 1.884 milioni di dollari. Fu deciso l’annullamento del debito per un importo di 1.200 milioni di dollari per far si che questo “fosse sostenibile”. Nel frattempo, piani di adeguamento strutturale distruggevano tutto il paese, in particolare il settore agricolo, i cui effetti portarono alla crisi alimentare del 2008. L’agricoltura contadina haitiana fu succube dello smaltimento dei prodotti agricoli americani. “Le politiche macroeconomiche sostenute da Washington, l’ONU, il FMI e della Banca mondiale non si preoccupano per nulla del bisogno di sviluppo e di protezione del mercato interno. L’unica preoccupazione di queste politiche è la produzione a basso costo per l’esportazione verso il mercato mondiale “[8]. È quindi sconvolgente sentire che il FMI si dice “pronto ad esercitare le proprie funzioni con un adeguato sostegno nei settori di competenza”.[9]

Come espresso nel recente appello internazionale, “Haiti ci chiama alla solidarietà e al rispetto per la sovranità popolare”: “Negli ultimi anni, insieme a molte organizzazioni haitiane, abbiamo denunciato l’occupazione militare da parte delle truppe ONU, l’impatto della dominazione imposta dal debito esterno, il commercio senza regole, il saccheggio della natura e la propagazione di interessi globali. Le condizione di vulnerabilità del paese di fronte ad eventi naturali – causate in gran parte dalla devastazione dell’ambiente, dalla assenza di infrastrutture di base, dalla impossibilità dello Stato ad agire – non sono lontane dalle azioni che storicamente attentano contro la sovranità popolare.”

“È giunto il momento per i governi che fanno parte della MINUSTAH [“United Nations Stabilization Mission in Haiti “ N.d.r.], le Nazioni Unite e in particolare la Francia e gli Stati Uniti, i governi fratelli di Sudamerica, di rivedere le politiche che lavorano contro i bisogni fondamentali della popolazione haitiana. Noi sollecitiamo questi governi e le organizzazioni internazionali a sostituire l’occupazione militare con una vera missione di solidarietà, così come la urgente cancellazione del debito estero che altro non è che una illegittima azione che Haiti sta ancora pagando sulla sua pelle”[10].


Al di là della questione del debito, si teme che gli aiuti facciano la stessa fine che fecero nella triste tragedia dello tsunami del dicembre 2004 in diversi Paesi dell’Asia (Sri Lanka, Indonesia, India e Bangladesh)[11], oppure dopo l’uragano Jeanne nella stessa Haiti nel 2004. Le promesse non sono state soddisfatte e una gran parte dei fondi sono stati utilizzati per arricchire le società straniere o cupole locali. Queste “generose donazioni” provengono soprattutto da parte dei creditori del paese. Piuttosto che fare donazioni, non sarebbe preferibile l’annullamento dei debiti che Haiti ha con loro, immediatamente senza indugi e senza obblighi? Possiamo veramente parlare di aiuti, sapendo che la maggior parte di questo denaro servirà a coprire il debito estero o ad accrescere “progetti di sviluppo nazionale”, in conformità agli interessi dei creditori e di quelle stesse oligarchie locali? È chiaro che, senza queste donazioni sarebbe impossibile esigere il rimborso immediato di un passivo la cui metà, almeno, corrisponde ad un ripugnante debito. Le grandi conferenze internazionali di qualsiasi G8 o G20 ampliato alle IFI [“International financial institutions”, istituzioni finanziarie internazionali N.d.r], non contribuiranno a far progredire lo sviluppo di Haiti, bensì serviranno per ricostruire gli strumenti a loro necessari per ristabilire solidamente il controllo neocoloniale del Paese. Cercheranno di garantire il proseguo del rimborso del debito, sul quale si basa la sottomissione, come è già successo negli ultimi tentativi di ridimensionamento del debito.

Al contrario, è la sovranità nazionale la condizione fondamentale per far sì che Haiti possa ricostruirsi degnamente. La completa ed incondizionata cancellazione del debito haitiano dovrebbe essere il primo passo di una politica più generale. Un modello nuovo di sviluppo alternativo alle politiche delle IFI e agli accordi finanziari (APE firmato nel dicembre 2008, Collaborazione Hope II, ecc.) è necessario ed urgente. I Paesi industrializzati che sistematicamente sfruttarono Haiti, iniziando dalla Francia e dagli Stati Uniti, devono elargire riparazioni attraverso un fondo per il finanziamento della ricostruzione controllato dalle organizzazione popolari haitiane.

Eric Toussaint è il presidente del CADTM Belgio (Comitato per l’ Annullamento del Debito del Terzo Mondo, www.cadtm.org). E’ l’ autore di “Banca del Sur y Nueva Crisis Internacional”, Viejo Topo, Bcn, Gennaio 2008; “La Bolsa o la Vida”, Clacso, Buenos Aires, 2004; coautore con Damien Millet di “60 preguntas/60 respuestas sobre la Deuda, el FMI y el Banco Mundial”, Icaria/Intermon Osfam, Bcn,2010.

Sophie Perchellet è vicepresidentessa del CADTM-Francia.

[2] Eduardo Galeano, “La Maldicion Blanca”, pag. 12, Buenos Aires, 4 aprile 2004.

[3] http://www.haitijustice.com/jsite/images/stories/files/pdfs/Ordonnance_de_X_de_1825.pdf

[4] haiti.pdf http://www.diplomatie.gouv.fr/fr/IMG/pdf/rapport

[5] http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2009/cr09288.pdf (pagina 43)

[6] http://www.cadtm.org/Le-CADTM-exige-que-la-restitution

[7] Si veda la pubblicazione CADTM, audit Pour audit de la dette congolaise, Liegi, 2007, sul sito http://www.cadtm.org/spip.php?page=imprimer&id_article=2599

[8] Cfr. http://www.cadtm.org/Haiti-Le-gouvernement-mene-une

[9] http://www.liberation.fr/monde/0101613508-haiti-l-aide-internationale-se-mobilise-apres-le-seisme

[10] http://www.cadtm.org/Solidaridad-y-respeto-a-la

[11] Cfr. Damien Millet e Eric Toussaint, “Gli Tsunami dei debiti”, Editorial Icaria, Barcelona, 2006


Titolo originale: “¿Donaciones para pagar una deuda odiosa?”

Fonte: http://www.rebelion.org
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20.01.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MARISA CRUZCA

Ciancimino jr: “Nel covo di Riina carte da far crollare l’Italia”

Ciancimino jr: “Nel covo di Riina carte da far crollare l’Italia”.

Gli interrogatori del figlio di don Vito, desecretati 23 verbali: è questa la ragione per cui il nascondiglio non fu perquisito.


PALERMO
– Il covo di Totò Riina non l’hanno mai perquisito “per non far trovare carte che avrebbero fatto crollare l’Italia”. E la cattura del capo dei capi è stata voluta da Bernardo Provenzano dentro quella trattativa che, fra le uccisioni di Falcone e di Borsellino, la mafia portò avanti con servizi segreti e ufficiali dei reparti speciali dei carabinieri. É la “cantata” di Massimo Ciancimino, quinto e ultimo figlio dell’ex sindaco di Palermo, sui misteri siciliani. Ventitré verbali desecretati – milleduecento pagine – e depositati al processo contro il generale Mario Mori, accusato di avere favorito la lunga latitanza di Provenzano dopo quell’arresto “concordato”.
Ma se sulla cattura di Totò Riina esistono già atti ufficiali d’indagine che smontano la versione dei carabinieri, le altre rivelazioni del rampollo di don Vito svelano tanto altro di Palermo. Dalla fine degli anni ’70 sino all’estate del ’92. É la sua verità, ereditata per bocca del padre. La storia di alcuni delitti eccellenti, il sequestro di Aldo Moro, la strage di Ustica, i rapporti di Vito Ciancimino con l’Alto Commissario antimafia Emanuele De Francesco e il suo successore Domenico Sica. É l’impasto fra Stato e mafia che ha governato per vent’anni la Sicilia.

Il covo del capo dei capi. Massimo Ciancimino conferma il patto fra Bernardo Provenzano e i carabinieri del Ros, mediato da don Vito, per la cattura di Riina: “Una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri, e che loro diedero a mio padre, era che nel momento in cui si arrestava Riina bisognava mettere al sicuro un patrimonio di documentazione che il boss custodiva nella sua villa”. E ha aggiunto: “Provenzano riferì a mio padre che Totò Riina conservava carte e documenti di proposito con un obiettivo: se l’avessero arrestato avrebbero trovato tante di quelle cose, di quelle carte, che avrebbero fatto crollare l’Italia. Mio padre commentò con me il fatto dicendo che quello era un atteggiamento tipico di Riina. Secondo lui, conoscendo bene molti di questi documenti, sarebbero stati conservati apposta dal Riina con il solo fine di rovinare tante persone in caso di un suo arresto, visto che solo una spiata poteva far finire la sua latitanza”.

La trattativa fra le stragi del 1992. Il negoziato con Cosa Nostra iniziò dopo l’uccisione di Falcone. Da una parte Totò Riina. Dall’altra il vice comandante dei Ros Mario Mori, il capitano Giuseppe De Donno e “il signor Franco”, un agente dei servizi segreti legato all’Alto commissariato antimafia. E in mezzo Vito Ciancimino. Se in un primo momento Totò Riina è stato un terminale della trattativa per fermare le bombe, dopo la strage Borsellino “è diventato l’obiettivo della trattativa”. Racconta ancora il figlio dell’ex sindaco: “Della trattativa erano informati i ministri Virginio Rognoni e Nicola Mancino, questo a mio padre l’ha detto il signor Franco e gliel’hanno confermato il colonnello Mori e il capitano De Donno”.

La trattativa dopo le stragi. Nel 1993, un anno dopo Capaci e via D’Amelio, la trattativa mafiosa è andata avanti. E al posto di Vito Ciancimino ormai in carcere, sarebbe stato Marcello Dell’Utri a sostituirlo nel ruolo di mediatore: “Mio padre sosteneva che era l’unico a poter gestire una situazione simile… ha gestito soldi che appartenevano a Stefano Bontate e a persone a lui legate”.

L’omicidio Mattarella. Il Presidente della Regione siciliana, ucciso il 6 gennaio del 1980, per Vito Ciancimino fu “un omicidio anomalo”. Spiega suo figlio: “Dopo il delitto, mio padre chiese spiegazioni ai servizi segreti… un poliziotto poi gli disse che c’era la mano dei servizi nella morte di Mattarella. Ci fu uno scambio di favori su quell’omicidio.. “.

Il sequestro Moro. Il figlio di don Vito dice che suo padre è sempre stato legato all’intelligence fin dal sequestro di Moro. “La prima volta che mio padre mi ha raccontato di contatti di Cosa Nostra con apparati dello Stato risale al sequestro. E mi ha detto che era stato pregato, e per ben due volte, di non dare seguito alle richieste per fare pressioni su Provenzano perché si attivasse per aiutare lo Stato nelle ricerche del rifugio di Aldo Moro”.

Don Vito e Gladio. “Mio padre faceva parte di Gladio”, ha rivelato Massimo. E ha spiegato: “Mi disse che all’origine c’era mio nonno Giovanni che, all’epoca dello sbarco degli Alleati in Sicilia, era stato assoldato come interprete”. Il figlio di don Vito ricorda poi che il padre aveva costituito le prime società di import export “insieme a un colonnello americano” e che ha partecipato “a diversi incontri” organizzati dalla struttura militare segreta.

L’uccisione del prefetto dalla Chiesa. É la parte più “omissata” dei verbali di Ciancimino. Suo padre gli aveva parlato dell’uccisione di Carlo Alberto dalla Chiesa e dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli “che sono legate”, poi il verbale è ancora tutto coperto dal segreto.

La strage di Ustica. Nei racconti del figlio dell’ex sindaco c’è il ricordo dell’aereo precipitato in mare il 27 giugno del 1980: “Quella notte mio padre fu chiamato dal ministro della Difesa Attilio Ruffini che gli disse che era successo un casino: fece chiamare anche l’onorevole Lima. Si seppe subito che era stato un aereo francese che aveva abbattuto per sbaglio il Dc 9, ma bisognava attivare un’operazione di copertura perché questa informazione non venisse fuori”.

Gli autisti senatori.
Massimo Ciancimino, ricordando di un “pizzino” inviato da Provenzano a suo padre dove si faceva riferimento “a un amico senatore e al nuovo Presidente per l’amnistia”, ha confermato che i due erano Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro. Poi ha spiegato dove ha conosciuto l’ex governatore: “L’ho incontrato nel 2001 a una festa dell’ex ministro Aristide Gunnella, credevo di non averlo mai visto prima. Si è presentato e mi ha baciato. Poi, l’ho raccontato a mio padre che mi ha detto: ‘Ma come, non te lo ricordi, che faceva l’autista al ministro Mannino? Anche lui aspettava in macchina, fuori, come te che accompagnavi me … Poi ho collegato… perché quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Lima fuori dalla macchina aspettava pure, con me, Cuffaro e anche Renato Schifani che faceva l’autista al senatore La Loggia. Diciamo, che i tre autisti eravamo questi… andavamo a prendere cose al bar per passare tempo.. Ovviamente, loro due, Cuffaro e Schifani, hanno fatto altre carriere: c’è chi è più fortunato nella vita e chi meno… ma tutti e tre una volta eravamo autisti”.

Fonte: repubblica.it (Attilio Bolzoni e Francesco Viviano, 13 Gennaio 2010)

La Francia radioattiva

La Francia radioattiva.

Scritto da Alessandro Iacuelli

Il documentario mandato in onda dall’emittente televisiva d’oltralpe France 3 ha scosso un po’ tutto il Paese transalpino. Anche perché i francesi stessi non se l’aspettavano: i rifiuti speciali pericolosi sono stati usati per realizzare stadi, strade e parcheggi. Ma il documentario televisivo è andato anche oltre, misurando e mostrando al pubblico un elevato livello di radioattività sia in molte zone rurali sia nelle aree urbane del Paese.

L’inchiesta, firmata dai giornalisti Emmanuel Amara e Romain Icard, denuncia per la prima volta pubblicamente come le scorie pericolose siano state utilizzate per realizzare opere infrastrutturali, delle quali tra l’altro la Francia va fiera. Nel documentario vengono riprese…

alcune passate inchieste giornalistiche, vengono messi assieme i dati di circa 80 siti, soprattutto per quanto riguarda il massiccio utilizzo di materiali di scarto delle miniere di uranio per realizzare terrapieni, strade e parcheggi e quant’altro.

Praticamente, un vero e proprio smaltimento a costo zero di materiali e detriti, definiti “sterili” sulla relativa documentazione, ma ovviamente niente affatto innocui. I detriti cosiddetti “sterili” sono quelli a basso contenuto di uranio, scartati perché non utili all’industria nucleare, ma con l’accumulo in anni e anni di costruzioni, stanno procurando un danno sanitario che inizia ad assumere una notevole gravità.

In Francia esiste un unico laboratorio indipendente che si occupa di ricerca e informazione sulla radioattività, il CRIIRAD, che ha denunciato già da un paio di anni alle autorità e all’opinione pubblica l’esistenza di aree con una radioattività anche 60-100 volte superiore a quella naturale. Nel marzo del 2007, il CRIIRAD ha pubblicato un primo rapporto, nel quale si stimava un totale di circa 225.000 tonnellate di materiali di scarto dell’industria statale Cogema (Compagnia Generale delle materie radioattive), sotterrati nell’area dello stadio nella cittadina di Gueugnon, in Borgogna. La denuncia suscitò una grande sorpresa ed un altrettanto grande allarme tra gli abitanti.

L’inchiesta televisiva di Amara e Icard dimostra che di casi come questo ne esistono quasi un centinaio in tutta la Francia, con i cittadini rigorosamente all’oscuro. Ed è andata così per trent’anni. Trent’anni in cui un vero e proprio segreto di Stato ha coperto i gravi danni all’ambiente ed alla salute dei francesi. Gli unici a sapere, oltre i dirigenti statali, erano i lavoratori. Ha destato impressione, nel documentario, l’intervista a Jules Rameau, impiegato nell’officina di trattamento dell’uranio dal 1955 al 1980: “L’uranio”, racconta l’uomo”, arrivava in forma di pietre dalla cava e qui veniva frantumato. Successivamente, una macchina lo filtrava. Tutto ciò che era acqua e sabbia è stato portato qui. Vedete lo stadio? Il terrapieno è stato costruito con lo sterile”.

A fare tutto questo sono stati in due: la CEA (Commissariato dell’energia atomica) e la Cogema, cioè due aziende statali. La Cogema da tre anni è diventata Areva, il principale operatore nucleare francese. I numeri sono preoccupanti: dal 1946 in poi, sul territorio francese sono state sfruttate circa 210 miniere di uranio per fornire materia prima alle centrali nucleari nazionali, ma anche alla fabbricazione di armi nucleari. Ancora una volta, il costo ambientale e sanitario viene pagato dagli abitanti dei 25 dipartimenti coinvolti. A partire dal 1999, ma qualcuno ipotizza anche prima, è stata tralasciata ogni forma di controllo sulle scorie radioattive prodotte nella filiera nucleare, per non parlare dei controlli sanitari sui minatori, gran parte dei quali sono già deceduti precocemente per malattie collegate all’estrazione e all’esposizione alla radioattività.

La denuncia che emerge dall’inchiesta di France 3 è che chi effettua i controlli dovrebbe essere invece il controllato. Ad oggi, le aziende statali francesi, prima di tutto l’Areva, non sembrano volersi assumere le responsabilità della situazione. Mentre alcune aree vengono misteriosamente recintate e ne viene proibito l’accesso, altre vengono lasciate disponibili alle popolazioni. Inoltre, non si parla di bonificare, ovviamente dove possibile, cioè solo in casi abbastanza rari, i siti più inquinati. La cosa che fa riflettere è che addirittura Areva nega la pericolosità di queste aree: o prende tempo, oppure scarica le responsabilità sull’amministrazione pubblica in merito alle decisioni di recintare le zone a rischio o informare i cittadini. Così come non prende atto, e questo è chiaramente dimostrato dalle domande dell’intervistatrice ad un portavoce della compagnia, di uno studio dell’Istituto di Radioprotezione e sicurezza nucleare (IRSN) che afferma come prolungate esposizioni a basse dosi di radioattività, possano creare nella popolazione problemi ai reni, di respirazione, di comportamento, di alimentazione e di riproduzione. Areva non intende rispondere né di questo né di altro.

Ad essere particolarmente in imbarazzo è certamente l’ASN, cioè l’Agenzia Nucleare di Stato, che è incaricata di fare i controlli su tutti gli aspetti del nucleare, compresi la protezione della popolazione e la loro informazione. Per il suo presidente, in carica da oltre 15 anni, non c’è alcun motivo di timore. E si tratta di un’Agenzia di Stato. Quel che emerge dal documentario shock mandato in onda, è che in tema di nucleare i pericoli nascono dall’assenza di trasparenza. E quando si tocca questo tema, il pensiero va all’Italia, dove ci si sta imbarcando in un’avventura nucleare con un atteggiamento da sprovveduti da parte dello Stato, e dove prima ancora della costruzione della filiera già è stato imposto il segreto di Stato sui siti.

Ancora sulla trasparenza, gli autori dell’inchiesta indagano su un altro tema importantissimo: in tutti questi anni, di questo modo di smaltire le sostanze radioattive, la politica francese sapeva? La conclusione può solo essere affermativa, visto che ben diciotto anni fa era stato realizzato un rapporto a cura del direttore del Consiglio per la Sicurezza delle Informazioni Nucleari, dove veniva evidenziato che il problema scorie era stato ampiamente sottovalutato, in particolare la nocività dei cosiddetti “discendenti dell’uranio”. Si parla quindi dei prodotti del decadimento dell’uranio, come torio e radio 226. Questo rapporto, e tutti quelli successivi, sono sempre stati accantonati e nascosti dai ministri di turno, indipendentemente dalla loro provenienza politica.

Il nucleare in Francia è stato trattato come una questione riservata alle alte sfere dello Stato, ma in cima non troviamo l’Eliseo o il Parlamento, ma sempre l’Areva. Cioè, l’industria nucleare è stata trattata politicamente come qualcosa che non può avere alcun ostacolo, un terreno sostanzialmente coperto dal segreto e dagli interessi statali e delle grandi aziende energetiche. In pratica, ad essere assente, è stata la responsabilità sociale di questo settore. Questo dovrebbe far riflettere non solo i francesi, ma anche noi italiani. Magari adesso, e non tra 15 o 20 anni, quando le centrali nucleari saranno già in produzione.

AlessandroIacuelli