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Antimafia Duemila – Che facciamo in Afghanistan?

Fonte: Antimafia Duemila – Che facciamo in Afghanistan?.

di Massimo Fini – 20 maggio 2010
Gli americani, secondo stime che risalgono al 2009, hanno perso 850 uomini, gli inglesi 216, i canadesi 131. la Danimarca 26. Da allora sono caduti altri 200 soldati della Nato.
Dopo l’agguato talebano che è costato la vita a due nostri militari ferendone gravemente altri due, il ministro della Difesa La Russa si è affrettato a chiarire che “non è stato un attacco all’Italia”.

Certo, nella colonna di 130 mezzi che trasportava 400 uomini c’erano americani, spagnoli e soldati di altri nove Paesi che, nella regione di Herat, occupano l’Afghanistan. È stato un attacco alla Nato. Riaffiora però qui la retorica, tipicamente fascista, degli “italiani brava gente” che, a differenza degli altri, sanno farsi voler bene dalla popolazione che quindi non li prende di mira. Sciocchezze. Gli italiani sono odiati esattamente come tutti gli altri occupanti, con l’eccezione negativa degli americani che sono odiati di più perché tutti sanno, in Afghanistan e altrove, che questa guerra è voluta da Washington e che il presidente-fantoccio Hamid Karzai, che nel Paese non gode di alcun prestigio perché mentre negli anni ’80 i suoi connazionali si battevano con straordinario coraggio contro gli invasori sovietici lui faceva affari con gli yankee, è alle dirette dipendenze dell’Amministrazione Usa. Non è per la morte di due soldati che dobbiamo lasciare l’Afghanistan.

Gli americani, secondo stime che risalgono alla fine del 2009, hanno perso 850 uomini, gli inglesi, che sono i soli a battersi, anche se non sempre, “all’afghana”, cioè senza l’uso sistematico dei bombardieri che uccidono ed esasperano la popolazione civile, 216, i canadesi 131, la Danimarca 26, più del 10% del suo piccolo contingente di 200 uomini. Da allora sono caduti altri 200 soldati della Nato e l’altro giorno ne sono caduti altri sei, cinque americani. Ma la domanda “Che cosa ci stiamo a fare in Afghanistan?” abbiamo pur il diritto di porcela e di porla alle nostre classi dirigenti. Berlusconi, Frattini, La Russa hanno cantato la solita solfa. Berlusconi: “La nostra missione in Afghanistan è di straordinaria importanza per la stabilità e la pacificazione di un’area strategica”. Frattini: “La nostra è una missione di pace, fondamentale, che continuerà per la nostra sicurezza e il bene del popolo afghano”. La Russa: “È una missione per la sicurezza e la pace a casa nostra”. Ora, in tutta la storia, passata e recente, dell’Afghanistan non c’è un solo afghano che si sia reso responsabile di un atto di terrorismo internazionale, cioè fuori dal proprio Paese. E se dal 2006 anche gli afghani si sono decisi a utilizzare il terrorismo e i kamikaze, cosa totalmente estranea alla loro cultura e natura di guerrieri, dopo un aspro dibattito all’interno della leadership talebana (il Mullah Omar era contrario perché il terrorismo, anche se sempre mirato, nel caso talebano, a obiettivi militari e politici, colpisce inevitabilmente anche la popolazione civile sul cui appoggio si sostiene la guerriglia) è perché gli eserciti occidentali, a differenza di quello sovietico, (contro cui non ci fu mai un atto di tipo terroristico) non hanno nemmeno la dignità di battersi sul campo, ma usano a tappeto l’aviazione, spesso con aerei senza equipaggio, i Dardo e i Predator, bombardando indiscriminatamente i villaggi uccidendo vecchi, donne e bambini.

Contro un nemico che non combatte con lealtà, dignità, onore, ma usa i robot, che cosa può fare una resistenza se non ricorrere alle povere armi di cui dispone, ordigni quasi sempre rudimentali messi insieme con materiali di fortuna come i tergicristalli? I “vigliacchi”, egregio ministro La Russa, stanno da un’altra parte. In quanto all’“insicurezza e alla instabilità del Paese” è del tutto evidente che è provocata proprio dalla presenza delle truppe straniere, che gli afghani, popolo orgoglioso come pochi, non hanno mai tollerato cacciando, nella loro storia, inglesi e sovietici così come, prima o poi, cacceranno gli odierni occupanti. L’Afghanistan talebano era sicuro e stabile. Aveva un regime, delle leggi, dei costumi che non ci piacciono. Ma si può fare la guerra a un popolo solo perché è diverso da noi e non si ispira ai sacri principi di Locke e di Stuart Mill? Pretendere di omologare ogni popolo che ha storia, cultura, vissuti diversi, ai nostri valorièunaformaditotalitarismo indegno di un mondo che si definisce liberale e democratico.

Un liberale che pretende che tutti siano liberali non è un liberale: è un fascista. Nell’atroce vicenda afghana siamo noi, paradossalmente, i fascisti mentre i talebani hanno la parte dei difensori della libertà, la loro libertà da un’occupazione straniera, comunque motivata. È un modo molto curioso quello di “operare per il bene del popolo afghano”, per esprimerci con le parole del ministro Frattini, uccidendo i suoi abitanti a centinaia di migliaia, come del resto abbiamo già fatto in Iraq. Se la morte di due soldati provoca sofferenza e dolore nelle loro famiglie , nei padri, nelle madri, nei figli, nei fratelli, nelle sorelle, che cosa devono dire gli afghani? Non hanno anch’essi padri e madri e figli e fratelli e sorelle che ogni giorno che dio manda in terra devono piegarsi sui propri morti, siano essi guerriglieri, soldati “regolari” del grottesco esercito di Karzai che si sono arruolati perché la disoccupazione, che noi abbiamo portato in quel Paese, non gli lascia alternative, o, peggio, civili? Smettiamola con questa farsa tragica. Con le ipocrisie ributtanti. Noi siamo in Afghanistan solo per un malinteso senso di prestigio. È per difendere la faccia, la nostra bella faccia, che uccidiamo ogni giorno, noi o i nostri alleati, gente che non ci ha fatto nulla e, a volte, veniamo anche noi, del tutto legittimamente uccisi. Ritorniamo a casa nostra, ai nostri Scajola,ai nostri Anemone, ai nostri Balducci, alla nostra corruzione, alla nostra pubblicità, ai nostri giochini idioti, al nostro grasso benessere, al nostro marciume materiale e morale, e lasciamo che un popolo, infinitamente più dignitoso di noi, anche antropologicamente, possa decidere da sé del proprio destino.

Tratto da: antefatto.ilcannocchiale.it

ComeDonChisciotte – GUADALAJARA

Firmiamo tutti l’appello a favore di Emergency!

Fonte: ComeDonChisciotte – GUADALAJARA.

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com

Mai ci saremmo attesi una notizia di questo genere: tre operatori umanitari italiani, arrestati dalle forze armate afgane con la collaborazione della forza ISAF, della quale fanno parte anche militari italiani!
La notizia, in sé, si smonta come un gelato sull’asfalto d’Agosto: come molti avranno notato, all’ingresso degli ospedali di Emergency c’è sempre la scritta: “No weapons”.
Significa, semplicemente, che chiunque chieda aiuto per essere curato negli ospedali di Emergency deve depositare le armi prima d’entrare. Non è difficile immaginare che, una stanza vicina all’ingresso della struttura ospedaliera, sia adibita proprio a “deposito” per chi porta con sé delle armi: dunque, l’accusa d’aver trovato armi, è un segreto di Pulcinella.
Chi conosce l’Afghanistan sa benissimo che – anche prima delle varie guerre che hanno insanguinato il Paese negli ultimi decenni – era abitudine degli afgani girare armati.

Oggi, quell’avvertenza significa semplicemente che, negli ospedali di Emergency, tutti vengono curati senza guardare da quale parte combattano: lo ha spiegato più volte – a chiare lettere – lo stesso Gino Strada.
Ma, al ministro (minuscolo) Frattini, non sta bene che ci siano italiani che curano i taliban, ossia chi combatte nel proprio Paese (è bene ricordarlo) contro truppe occupanti: che, poi, queste truppe siano “portatrici di libertà”, è una liberissima opinione del ministro Frattini. Non appoggiata né condivisa da milioni d’italiani, i quali si chiedono perché, un Paese che non riesce nemmeno a fornire un dignitoso assegno di disoccupazione per chi perde il lavoro, debba spendere due milioni di euro il giorno per quella che appare sempre di più un’operazione coloniale.
Inoltre, è comune opinione della comunità internazionale – e, scusate se è poco, della Convenzione di Ginevra – che tutti gli attori di una, ahimé, tristissima guerra abbiano il diritto di ricevere cure se feriti. Oppure, il ministro Frattini preferisce che “non siano fatti prigionieri”?

La colpa di Emergency, non giriamoci attorno, è solo quella d’esistere: sconvolgente la dichiarazione di Frattini, nella quale precisa che Emergency è una “struttura non legata alla cooperazione”[1] . Quali sono le “strutture cooperanti”, solo quelle legate al carro di Bertolaso, le quali hanno la loro bella corte di magnaccia e puttane?
La verità è che stanno preparando una bella offensiva per “ripulire” – bello il gergo militare, vero? – la provincia di Helmand, e lo faranno con il solito andirivieni di cacciabombardieri che sganceranno bombe al napalm, al fosforo, a frammentazione…sulla testa della gente. Quando tutti – vecchi, donne e bambini compresi – saranno diventati cadaveri, diverranno tutti “Talebani” e saranno diligentemente conteggiati nei database della forza ISAF.
E’ grazie a questa strategia che la forza ISAF è riuscita a consegnare ai Taliban il 97% del territorio afgano: facendoli, semplicemente, incazzare come delle iene. V’invito a leggere la precisa documentazione sul sito di Barbara/Cloro: il collegamento è in nota[2] .
Nel palinsesto del “reality” afgano, il nemico deve sempre avere le parvenze di un brutale mujaiddin pronto a colpirvi ovunque, fin nella vostra casetta in Brianza. Dovete percepirlo come un nemico, un brutale assassino, un demonio che vi costa due milioni il giorno tener distante.
Perché il giochetto riesca, però, bisogna che nessuno vada a filmare e fotografare case in rovina, povere braccia di bambini che emergono dalle macerie, corpi dilaniati, carne macinata sulle polverose vie afgane: il sogno/inganno deve essere totale, come da anni tutto ciò che viene raccontato in Italia è.

Invece, quelli di Emergency – al quale sono orgoglioso d’affidare il mio 5 per mille, signor Frattini – non si limitano a curare le ferite della guerra ma pretendono di fare di più: di mostrare chi quelle ferite le procura. Se riportassimo a casa i nostri soldati – così non arriverebbero più bare a Ciampino – cosa ci perderemmo? Forse il bracciale dello schiavo, asservito al marcescente impero americano?
Questo è il dilemma che Emergency portava e porta non nelle nostre case – siete bravi a controllare con i vostri servi tutte le emittenti televisive – bensì su Internet, unico luogo che ancora può fregiarsi dell’emblema della libertà.
Noi, milioni di italiani, siamo orgogliosi e riconoscenti ad Emergency, ci affratelliamo a chi cerca di lenire le sofferenze della guerra e, allo stesso tempo, cerca di combatterne la cause e di mostrarne gli effetti.
Lo fa con armi semplici: medicinali, bisturi e telecamere. Queste ultime sono quelle che v’infastidiscono.

Perciò, ministro Frattini, scelga la parte dalla quale stare – come a Guadalajara, tanto tempo fa, italiani contro italiani – perché noi ci saremo ancora, ma questa volta con le nostre armi senza colpi, senza violenza, senza napalm né cacciabombardieri ma indistruttibili, perché portatrici del siero della verità. E s’informi su chi vinse quella battaglia.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/04/guadalajara.html
12.03.2010

[1] Vedi: http://www.liquida.it/notizie/2010/04/10/8883360/helmand-emergency-gino-strada/
[2] Vedi: http://www.cloroalclero.com/?p=3921

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte

CHI ARRESTA EMERGENCY ?

DI GIULIETTO CHIESA
megachipdue.info

In una farsa senza capo né coda i servizi segreti afghani hanno arrestato ieri tre medici dell’ospedale di Emergency, insieme a sei operatori afghani che stavano lavorando a Lashkarga, nella provincia di Helmand (là dov’è in corso la più vasta offensiva della Nato e americana dall’inizio del conflitto in Afghanistan).

Solo spioni sprovveduti e prezzolati, al servizio della potenza occupante o dei manutengoli che esercitano – si fa per dire – il potere a Kabul , possono fingere di credere che l’accusa contro gli arrestati abbia una qualche parvenda di verità.
Avrebbero complottato – pensate un pò prima di incazzarvi – per “assassinare” il governatore locale Gulab Mangal.
Ma di questo non vale nemmeno la pena di parlare.
Importa invece parlare di come ha reagito il ministro degli esteri Frattini, di fronte all’arresto di tre cittadini italiani (che egli ha il dovere istituzionale di proteggere). Due dichiarazioni, una più irresponsabile dell’altra. Eccole: “”I tre arrestati non fanno parte della cooperazione italiana”. Come dire ai servi di Karzai: fate pure, non sono dei nostri.
E, infatti Emergency non ha mai fatto parte delle schiere di collaboratori del regime di Kabul, tant’è che non ha mai preso un centesimo dal governo italiano, che quel regime inqualificabile sostiene.
Seconda dichiarazione, se possibile peggiore della prima: “il governo italiano conferma la sua linea di assoluto rigore contro qualsiasi attività di sostegno diretto o indiretto al terrorismo in Afghanitstan, così come altrove”. Come dire: questi sono sospetti di sostenere il terrorismo, quindi procedete pure tranquillamente. Avviso ai naviganti italiani fuori dalle frontiere italiane. Con un ministro come questo, varcata la frontiera, siete in balia di chi vi prende e vi sbatte in galera, a prescindere.
Che la guerra afghana fosse sporca lo sapevamo. Sporca come la coscienza del ministro Frattini.

Giulietto Chiesa
Fonte: www.megachipdue.info
Link: http://www.megachipdue.info/component/content/article/27-stella-polare/3466-chi-arresta-emergency.html 11.04.2010

La “mamma” del nucleare all’italiana? La Aspen Italia | Pietro Orsatti

Ottimo articolo di Pietro Orsatti che chiarisce l’influenza di una lobby potente e trasversale sul ritorno al nucleare. Stupefacente la lista dei membri.

Fonte: La “mamma” del nucleare all’italiana? La Aspen Italia | Pietro Orsatti.

Dopo più di vent’anni l’Italia sta tornando al nucleare. Nonostante le leggi, la volontà popolare, perfino la Costituzione. In piena controtendenza dal resto dell’Europa (se non per marginalissime iniziative). Ma come ci si è arrivati? Come è stato possibile?

All’inizio si trattò solo di quattro chiacchiere fra gentiluomini negli incontri “quasi” riservati all’Aspen Institute (all’epoca era presidente del Consiglio Romano Prodi), poi ci siamo trovati con il nuovo nucleare all’italiana. Sul quale da lunedì pomeriggio, a urne chiuse, il governo che lo voglia o no sarà chiamato a fornire spiegazioni e fornire la lista dei siti. Come accade sempre in questo Paese dominato dal lobbysmo più sfacciato (e più camuffato) le decisioni anche di cambiare le regole e gli indirizzi economici e politici di un’intera comunità vengono prese in un salotto di pochi eletti (o meglio auto-eletti). E l’Aspen è il salotto dei salotti, il meno conosciuto e il più potente.

Proprio in una riunione a porte chiuse (ripetiamo, mentre era in carica Prodi) si sarebbe espressa la preoccupazione, apertamente e da parte dell’Ad dell’Enel, della necessità di rivedere le norme costituzionali in relazione alle competenze delle Regioni, per ritornare a costruire centrali nucleari in Italia. Oggi la risposta. Si imporrà militarizzando, in caso qualche Regione si metta di traverso, i siti. Ma questo è un dettaglio, andiamo a vedere il piatto forte.

Cos’è l’Aspen Institute Italia? Si tratta di una filiazione della Aspen Foundation statunitense, presieduta nel nostro Paese dal sempre verde Gianni Letta. Ma con delle differenze sostanziali dall’originale statunitense, che si possono individuare in una sommaria lettura dello statuto. Alla voce “identità” si legge : “Aspen Institute Italia è una associazione privata, indipendente, internazionale, apartitica e senza fini di lucro dedicata alla discussione, all’approfondimento e allo scambio di conoscenze, informazioni, valori”. Alla voce “missione” leggiamo : “la missione dell’Istituto è la internazionalizzazione della leadership imprenditoriale, politica e culturale del paese e la promozione del libero confronto fra culture diverse, allo scopo di identificare e valorizzare idee, valori, conoscenze ed interessi comuni. L’Istituto concentra la propria attenzione verso i problemi e le sfide più attuali della società e della business community, e invita a discuterne leader del mondo industriale, economico, finanziario, politico, sociale, culturale in condizioni di assoluta riservatezza e di libertà espressiva”.  Assoluta “riservatezza”? E come? “ Il “metodo Aspen” privilegia il confronto e il dibattito “a porte chiuse” , favorisce le relazioni interpersonali e consente un effettivo aggiornamento dei temi in discussione. Lo scopo non è quello di trovare risposte unanimi o semplicemente rassicuranti, ma di evidenziare la complessità dei fenomeni del mondo contemporaneo e stimolare quell’approfondimento culturale da cui emergano valori ed ideali universali capaci di ispirare una leadership moderna e consapevole”.

Se non si trattasse di un’associazione pubblica con tanto di statuto pubblico verrebbe da pensare leggendo i punti della “mission” associativa a un gruppo di nostalgici buontemponi che si divertono a giocare con cappucci, grembiulini e compassi. Ma non è così, ripetiamolo, non si tratta di un’associazione segreta. Ma un filo di preoccupazione (siamo in Italia, non dimentichiamolo) quell’assoluta “riservatezza”, espressa e garantita con così determinata chiarezza già a partire dallo Statuto della Aspen, la lascia. Preoccupazione che diventa allarme quando si va a scorrere la lista del comitato esecutivo della Aspen all’epoca della riunione di cui parlavamo sopra:

Luigi Abete
Giuliano Amato
Lucia Annunziata
Alberto Bombassei
Francesco Caltagirone
Giuseppe Cattaneo
Fedele Confalonieri
Francesco Cossiga
Maurizio Costa
Gianni De Michelis
Umberto Eco
John Elkann
Pietro Ferrero
Jean-Paul Fitoussi
Franco Frattini
Cesare Geronzi
Piero Gnudi
Gian Maria Gros-Pietro
Enrico Letta
Gianni Letta
Emma Marcegaglia
Francesco Micheli
Paolo Mieli
Mario Monti
Tommaso Padoa Schioppa
Corrado Passera
Riccardo Perissich
Angelo Maria Petroni
Mario Pirani
Roberto Poli
Ennio Presutti
Romano Prodi
Gianfelice Rocca
Cesare Romiti
Paolo Savona
Carlo Scognamiglio
Domenico Siniscalco
Lucio Stanca
Robert K. Steel
Giulio Tremonti
Giuliano Urbani
Giacomo Vaciago

Politici, manager, economisti, intellettuali e giornalisti. Tutti di “peso”. Alla Aspen partecipano quelli che “contano”.  A frequentare il prestigioso istituto “riservato” sarebbe stato, prima di diventare presidente della Repubblica, anche Giorgio Napolitano.

Bene, proprio in una (o più) riunioni di questo circolo di  amici  fra il 2006 e il 2008 avrebbe preso avvio la strategia, non solo economica ma anche mediatica, politica e istituzionale, per il rilancio del nucleare nel nostro Paese.

Il viaggio di Berlusconi in Francia e i contratti con il governo francese e con l’Edf vengono dopo, a strategia già avviata e con un lavoro di lobbyng (ovviamente “riservato”) già andato in porto. Come arriva dopo la Légion d’honneur concessa (nel 2009) da Sarkozy proprio a Gianni Letta. Fra le motivazioni “ufficiali” dell’onorificenza però non c’è quella di aver contribuito rilanciare il settore industriale nucleare francese (in profonda crisi) con somme colossali di denaro pubblico italiano.

Il papello e quelle leggi – Peter Gomez – Voglio Scendere

Fonte: Il papello e quelle leggi – Peter Gomez – Voglio Scendere.

Di Peter Gomez – Il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2009

Basta poco per rendersene conto. Basta rileggere le cronache parlamentari. Nei 12 punti elencati da Totò Riina nel suo papello come condizione per chiudere la stagione delle bombe non vi è nulla di sorprendente. La trattativa tra Stato e mafia c’è stata, proprio come raccontavano, ben prima della scoperta del papello, le sentenze definitive sulle stragi del ’93. Non per niente, durante gli ultimi 17 anni, buona parte dei desiderata di Cosa Nostra sono stati discussi e, a volte approvati, da Camera e Senato. Le supercarceri di Pianosa e l’Asinara sono state chiuse nel 1997 dal centrosinistra. La legge sui pentiti, coi voti dell’Ulivo e il plauso del centro-destra, è stata riformata nel 2001, provocando un crollo verticale del numero dei collaboratori di giustizia. Il 41 bis, il cosiddetto carcere duro, è stato invece “stabilizzato” nel 2002. Ma la norma, anche questa volta bipartisan, è stata scritta male. Così i tribunali di sorveglianza, com’era perfettamente prevedibile, si sono trovati a dover revocare il 41 bis (già reso molto meno duro) a centinaia di boss. E persino quattro mafiosi condannati per la strage di via dei Georgofili a Firenze sono adesso detenuti in regimi penitenziari normali.

A partire del 1994, poi, si è cominciato a parlare pubblicamente della possibilità di concedere forti sconti di pena agli uomini d’onore che non si pentono, ma decidono invece di dissociarsi dall’organizzazione. Il primo a farlo è stato uno dei tanti testimoni di quella trattativa che oggi ritrovano miracolosamente la memoria: Luciano Violante. Subito dopo, nel 1996, un’apposita proposta di legge è stata presentata da tre senatori dell’allora Ccd, mentre nel 2001 il futuro ministro degli Esteri, Franco Frattini, se l’è presa con i giornali che parlando troppo di dissociazione avevano fatto saltare “l’intera operazione”. Leggendo la copia del papello in mano ai magistrati un’unica domanda ha quindi senso: la trattativa con Cosa Nostra è ancora in corso? Perché come diceva una delle sue vittime, il giudice Paolo Borsellino: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra, o si mettono d’accordo”.