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Manifestazione a Palermo per il 19 luglio 2009

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Sono passati quasi diciassette anni dalla strage di via D’Amelio a Palermo in cui furono uccisi Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Walter Eddie Cosina. Nonostante la magistratura e le forze dell’ordine abbiano individuato e perseguito numerosi mandanti ed esecutori della strage, rimangono pesanti zone d’ombra sulle entità esterne all’organizzazione criminale Cosa Nostra che con questa hanno deliberato e realizzato la strage stessa.

Per il 19 luglio di quest’anno, sarà una domenica, come 17 anni fa, insieme alle redazioni di http://www.19luglio1992.com e di ANTIMAFIADuemila e a tanti altri amici e compagni di lotta stiamo organizzando, al posto delle solite commemorazioni, una manifestazione popolare articolata in una serie di iniziative con lo scopo di chiedere che sia fatta giustizia e di sostenere tutti i Servitori dello Stato che nel corso du questi anni hanno sempre dato il meglio di se’ affinche questo diritto di tutti noi fosse tradotto in fatti.
Vogliamo così quest’anno evitare che, come più volte è successo nel passato, delle persone che spesso indegnamente occupano le nostre Istituzioni arrivino in via D’Amelio a fingere cordoglio ed assicurarsi così che Paolo sia veramente morto. Vogliamo impedire che si celebrino riti di morte per chi, come Paolo Borsellino e i suoi ragazzi, sono oggi più vivi che mai.
Se lo faranno grideremo loro di andare a mettere le loro corone funebri sulla tomba di Mangano, è quello il “loro” eroe.
Spero che saremo in tanti, e tutti con una agenda rossa in mano per ricordare i misteri che ancora pesano su Via D’Amelio, i processi che vengono bloccati appena arrivano a toccare gli “intoccabili”, i mandanti di quelle stragi.
Da Via D’Amelio, con quell’agenda in mano, andremo al Castello Utveggio, il posto dal quale una mano, che non era la mano di una mafioso ma di chi con la mafia ha stretto un patto scellerato, ha inviato il comando che ha fatto a pezzi Paolo e la sua scorta.
Vi chiedo di dedicare un giorno della nostra vita a Paolo e i suoi ragazzi che hanno sacrificato la loro vita per noi.
Sarà il giorno di inizio della nostra RESISTENZA,
Una RESISTENZA che sarà fatta di azioni e non solo di parole,
Una RESISTENZA che ci farà riappropriare del nostro paese e del nostro futuro

In questa pagina terremmo costantemente aggiornato il programma delle iniziative per domenica 19 luglio 2009 e daremo tutta una serie di informazioni per chi sceglierà di partecipare con noi alle iniziative che si terranno in particolare a Palermo.

Programma preliminare delle iniziative a Palermo
(il programma definitivo sarà presentato in conferenza stampa giovedì 18 giugno alle ore 11.30 presso la Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, via Maqueda 172)

Sabato 18 luglio 2009

Camminata lungo il vecchio sentiero che conduce al Castello Utveggio su Monte Pellegrino, mattina
Dibattito organizzato dalla redazione di ANTIMAFIADuemila presso la Facoltà di Giurisprudenza, via Maqueda n°172, ore 20.30

Domenica 19 luglio 2009

Presidio in via D’ Amelio, mattina e pomeriggio
Performance teatrali di Giulio Cavalli e Marilena Monti, mattina-pomeriggio

Manifestazione “Dov’è finita l’agenda rossa di Paolo Borsellino?” (19 luglio 2009)

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“Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri” (Paolo Borsellino).

Questo evento ha il fine di sollecitare i vertici dello Stato e “coloro che sanno ma non parlano simulando amnesie insensate” a scoprire il velo di mistero e di menzogne che avvolge le stragi del ‘92/’93.
L’ elemento centrale e probabile chiave di soluzione in riferimento alla famosa trattativa tra i nuovi referenti politici e Cosa Nostra è la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino che portava sempre con sé e sottratta dalla sua borsa di cuoio il tragico pomeriggio del 19 luglio del 1992, tra le fiamme e lo sgomento dei palermitani.

Sono passati quasi 17 anni da quel giorno e la risposta dello Stato non è altro che un cumulo di lapidi, di vie intitolate a coloro che sono stati proclamati eroi solo dopo la morte e di corone di fiori.

Questo evento si pone innanzitutto un obiettivo concreto: una particolare manifestazione che si terrà il 19 luglio 2009.
Coloro che vi aderiranno scenderanno nelle strade alle ore 18:00 con un agenda rossa tra le mani e si dirigeranno verso il Palazzo di Giustizia delle rispettive città. L’evento principale avrà luogo a Palermo.
Con questo gesto si chiederà giustizia per i familiari delle vittime e per noi tutti cittadini italiani, da troppo tempo inermi e rassegnati dinnanzi ad una verità taciuta dai poteri forti, una verità che potrebbe restituirci quella dignità da troppo tempo negataci, quella fierezza di sentirsi italiani e soprattutto la possibilità di guardare l’immagine di quei volti onesti senza dover abbassare lo sguardo e poter dire “siete morti per noi ma ora quel grande debito lo abbiamo pagato gioiosamente, continuando la vostra opera”.

Vi chiediamo di partecipare se ci credete veramente, se siete stanchi di essere assorbiti dall’omertà e dall’indifferenza che prevalgono in Italia e se siete pronti a “sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Noi ci CREDIAMO, come CREDIAMO CHE TUTTI INSIEME, UNITI PER LA STESSA RAGIONE, POSSIAMO COMBATTERE PER RESTITUIRE UN VOLTO NUOVO AL NOSTRO Paese.

La redazione di http://www.19luglio1992.com

Antimafia Duemila – De Magistris: ”Rischio piduismo e dissenso non e’ terrorismo”

Antimafia Duemila – De Magistris: ”Rischio piduismo e dissenso non e’ terrorismo”.

Antimafia Duemila – Complotto Superiore della Magistratura

Antimafia Duemila – Complotto Superiore della Magistratura.

di Marco Travaglio – 15 maggio 2009

La sentenza del Tar Lazio che annulla il trasferimento di Clementina Forleo da Milano a Cremona disposto un anno fa dal Csm per ‘incompatibilità ambientale’ è l’ultima (per ora) casella di un tragico gioco dell’oca iniziato a Catanzaro nell’ottobre 2007. Allora l’avvocato generale Dolcino Favi, facente funzioni di procuratore generale, avocò l’indagine ‘Why Not’  al pm Luigi De Magistris, all’indomani dell’iscrizione nel registro degl’indagati del ministro della Giustizia Clemente Mastella. In difesa di De Magistris parlò la Forleo ad ‘Annozero’. Il Csm trasferì su due piedi sia De Magistris sia la Forleo. Intanto i superiori e alcuni indagati di De Magistris lo denunciarono a Salerno, e De Magistris li controdenunciò. Salerno scoprì che aveva ragione lui e indagò i suoi capi e indagati per corruzione giudiziaria, ipotizzando che si fossero comprati e venduti le sue inchieste, grazie anche alle testimonianze del consulente Gioacchino Genchi e del pm crotonese Pierpaolo Bruni, applicato a Catanzaro. Siccome Catanzaro negava a Salerno le carte di ‘Why Not’, Salerno andò a prendersele con la perquisizione del 2 dicembre scorso. Apriti cielo: putiferio di polemiche, dal capo dello Stato al Csm, dai partiti di destra e di sinistra all’Anm, con la stampa al seguito (‘guerra fra procure’). Risultato: con un processo sommario di pochi giorni, il Csm cacciò pure i tre pm di Salerno che si erano macchiati di cotanta perquisizione, oltre al Pg di Catanzaro, Vincenzo Iannelli. Il quale aveva appena fatto in tempo a revocare l’incarico a Genchi, ultima memoria storica del lavoro di De Magistris, attaccato da Mastella, da Berlusconi e dal presidente del Copasir, Francesco Rutelli. Il resto lo fece la Procura di Roma, incriminando Genchi per una caterva di reati e facendogli sequestrare dal Ros tutti i computer. Negli ultimi due mesi, una raffica di provvedimenti giudiziari hanno stabilito che: De Magistris non ha commesso reati (archiviazione a Salerno delle indagini a suo carico) e l’indagine Why Not era tutt’altro che infondata (è pronta la richiesta di rinvio a giudizio per 98 indagati); la perquisizione di Salerno a Catanzaro era legittima (il Riesame ha rigettato i ricorsi dei perquisiti), mentre quella di Roma a Genchi era illegittima e i reati contestati sono inesistenti (accolto il suo ricorso contro il blitz del Ros); la Forleo non doveva essere trasferita (sentenza del Tar). Ma ormai il danno è fatto. Anzi, col trasferimento di Iannelli, Favi è tornato Pg ad interim. È indagato a Salerno per corruzione giudiziaria, ma il Csm s’è ‘dimenticato’ di trasferirlo. E lui ne ha subito combinata un’altra delle sue: ha negato il rinnovo dell’applicazione a Catanzaro del pm Bruni, minacciato dalle cosche per le sue delicate indagini su ‘ndrangheta e politica. Ora, il Csm è quello che è. Ma il capo dello Stato che lo presiede non ha nulla da dichiarare?

SIGNORNÒ

Tratto da:
l’Espresso

Antimafia Duemila – Genchi: se muoio verranno alla luce grandi segreti. Ho paura ma no a scorta

Antimafia Duemila – Genchi: se muoio verranno alla luce grandi segreti. Ho paura ma no a scorta.

… ”Io sono una persona molto riservata, ho utilizzato tutte le informazioni in mio possesso per celebrare i processi, per sostenere l’accusa o l’innocenza, ma mai per fare gossip”. Smentisce un suo possibile ingresso in politica: “Non mi candido

7 maggio 2009
Roma.
“Se uccidono me, probabilmente si aprirebbe un dossier su tutto mio lavoro e allora, veramente, verrebbero fuori grandi segreti. Non mi uccidono forse c’è qualche polizza assicurativa sulla vita. Io sono una persona molto riservata, ho utilizzato tutte le informazioni in mio possesso per celebrare i processi, per sostenere l’accusa o l’innocenza, ma mai per fare gossip”. Lo afferma Gioacchino Genchi, intervistato da Klaus Davi per il programma web ‘Klauscondicio’.
“Chi ha detto che non ho paura? Io non sono disposto ad arrendermi per la paura, ma ne ho, è normale: abbiamo dato ergastoli ogni giorno”, aggiunge Genchi spiegando il motivo per cui rifiuta la scorta: “Ho rifiutato qualunque tipo di protezione, innanzitutto per l’indipendenza e libertà mia e della mia famiglia. Sono dei beni che non permetto a nessuno di compromettere, quindi, se i giudici vogliono incarcerarmi o mettermi agli arresti domiciliari, lo facciano pure, ma io non ho intenzione di farlo da me. Queste scorte poi, specie per come vengono scelte, sono solo dei palliativi: se devo farmi la scorta per risparmiare la benzina della macchina o le spese del taxi, allora dico che l’accattonaggio non e’ mai stato il mio forte”.

Quanto all’eventualità di un suo impegno in politica, “non mi candido.
Io continuo a fare il mio lavoro finché me lo faranno fare e posso dire che mi piace. Forse un mio inserimento nelle liste politiche è nei piani dei miei detrattori, che mi avrebbero voluto come candidato per togliermi di mezzo”, afferma Genchi che, rispondendo poi ad una domanda sul suo rapporto con la classe politica osserva: “Diciamo che più che timore di me, hanno paura della loro coscienza. Non ho mai utilizzato le informazioni per fare gossip, non le mai vendute ai giornali scandalistici lo dico a tutti i politici che mi hanno attaccato e a quelli che sperano che la Procura di Roma metta mano e apra quell’archivio. Fino a quando certi dati erano in mio possesso, erano da considerarsi riservati: quelli che servivano venivano utilizzati nei processi.

Cosa ne sarà adesso che andranno alla mercé di tutti, visto che gli interessi del sinedrio della magistratura e della politica sono un tutt’uno?”. “Quelli che mi hanno attaccato, che sono in molti, adesso cominciano ad essere preoccupati perché -sostiene ancora Genchi- i documenti dell’archivio andando in mano di altri, basta farne una seconda copia per far sì che diventino centomila. Non a caso le più grandi invenzioni della storia sono la fotocopiatrice, il dvd, e le chiavette usb. Fino a quando questi dati erano nel famoso archivio Genchi, pur essendo dati acquisiti, utilizzati e conservati in modo legittimi, come confermato dal Tribunale del riesame di Roma, questi dati erano come in una teca. Cosa ne sarà adesso?”.

Adnkronos

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MAFIA: GENCHI, PENTITO SPATUZZA POTREBBE ESSERE UN CAVALLO DI TROIA

7 maggio 2009
Roma.
“Il pericolo e’ che Spatuzza possa essere una sorta di cavallo di troia inserito nell’arena giudiziaria”. A parlre cosi’ del pentito di Mafia Gaspare Spatuzza, delle sue dichiarazioni a diverse Procure sulla starge di via D’Amelio, e’ l’esperto informatico Gioacchino Genchi, consulente di diversi magistrati in numerose inchieste, intervistato da Klaus Davi per la trasmissione web ‘Klauscondicio’.” Non conosco i fatti approfonditamente -prosegue Genchi- Spatuzza e’ certamente un soggetto che proviene da Cosa Nostra, da una famiglia mafiosa e con all’attivo una serie di omicidi che prescindono dalla vicenda della strage di via D’Amelio. Le preoccupazioni che nutro nascono dal fatto che il boss dica alcune cose e ne nasconda altre: non dice ad esempio -aggiunge Genchi- chi ha premuto il telecomando, dove erano i killer, mentre, con cura quasi chirurgica, da’ delle indicazioni sulla posizione processuale di coloro che sono gia’ stati condannati in via definitiva all’ergastolo e che potrebbero comportare il loro proscioglimento. Persone che in un ipotetico processo di revisione, che per me prima o poi avverra’, perche’ non puo’ non esserci, potrebbero venire assolte”.

“Il processo sulla strage di via D’Amelio si basa sull’attendibilita’ delle dichiarazioni di un soggetto ritenuto solo in parte attendibile, il pentito Scarantino, a cui e’ stato attribuito un ruolo importante, ma che secondo me non ha”, sostiene Genchi, per il quale “non e’ detto che se una persona dice cose verosimili, queste siano vere. Questo ruolo poteva essere di chiunque, l’ha ricoperto Spatuzza per via del soggetto che e’, per la faccia che ha, per il suo passato. La reale garanzia per i cittadini e per lo Stato e’ in questo processo lavorano magistrati di altissimo livello, i migliori che l’Italia abbia in questo momento: il Procuratore dell’Antimafia Pietro Grasso, Antonio Ingroia, il Procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, l’aggiunto alla Procura di Caltanissetta Domenico Gozzo, il dottor Niccolo’ Marino, magistrato che ha lavorato alla Dda di Catania”.

Piu’ in generale, a proposito della criminalita’ organizzata, Genchi sostiene poi che “lo Stato spesso ha fatto l’errore di creare dei leader della Mafia. Ritengo invece che oggi non ci sia un capo di Cosa Nostra, non credo che ci sia piu’ una struttura verticistica nella Mafia”. Per Genchi, “Messina Denaro e’ certamente un criminale assassino che ha un grosso potere nella provincia in cui opera, nella zona di Castelvetrano”. Quanto alla diffusione della criminalita’ organizzata al Nord, Genchi ritiene che “oggi proprio negli hinterland del settentrione di Italia ci siano le piu’ grosse e pericolose infiltrazioni di cosche mafiose e ‘ndranghetiste”.

Adnkronos

Intervento di Gioacchino Genchi all’Information Day di Marsala del 26 aprile 2009

Intervento di Gioacchino Genchi all’Information Day di Marsala del 26 aprile 2009.

Gioacchino Genchi (parti da 1 a 5)
http://www.youtube.com/watch?v=P8acM9-Bmag
http://www.youtube.com/watch?v=dV4Pvuut_9w&feature=channel
http://www.youtube.com/watch?v=ZFextq4HUio&feature=channel
http://www.youtube.com/watch?v=xBVtOoPm0q0&feature=channel
http://www.youtube.com/watch?v=8yKMZufJra0&feature=channel
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Scritto da Valentina Culcasi e Desiree Grimaldi

Information Day – Marsala, 26 Aprile 2009. Intervento di Gioacchino Genchi.


Dott. Gioacchino Genchi: “Grazie di tutto, grazie e complimenti agli organizzatori, saluto la popolazione di Marsala e gli amici della provincia di Trapani che sono venuti e anche quelli che sono venuti da altre parti d’Italia per questa manifestazione. Devo dirvi che mi commuove trovarmi  accanto al giudice Luigi de Magistris dopo diversi mesi che non ci vediamo, dopo che sono successi tanti fatti diversi. Devo dire avrei preferito ritrovarmi accanto al Dott. de Magistris in un’aula di giustizia di Catanzaro, se ce lo avessero consentito, ad aiutare lui e sostenere l’accusa nei confronti dei tanti malfattori nei confronti dei quali stavamo indagando. Ci hanno fermato, ci hanno delegittimato, hanno osato fare nei nostri confronti tutto quello che di umano e inumano si poteva pensare di fare per non farci continuare a lavorare e oggi siamo qui.


ll Dott. de Magistris ha fatto delle scelte che io condivido, approvo e mi congratulo con lui e mi congratulo anche con il movimento politico che ha ritenuto di dare un segnale di grande dignità alla politica italiana e alla rappresentanza della politica italiana in Europa portando in quel consesso una persona che darà certamente lustro all’ Italia e che contribuirà a dare di questa magnifica nazione un’immagine un tantino più decente di quella che invece i nostri politici e i nostri rappresentanti di governo danno, danno non solo per le loro malefatte ma  anche per il loro modo sconcio, scorretto, scurrile, volgare col quale si presentano in ogni consesso internazionale combinandone di tutti i colori in qualunque nazione del mondo. Io pensavo che il problema fosse solo in Svezia o in Francia, ma se va in Svezia, se va in Francia, se va in Inghilterra, ovunque va una volta fa le corna, una volta fa le pernacchie, una volta parla al telefono, un’altra volta dice una cosa che non dovrebbe dire e in ogni nazione ne combina una.

Mi riferisco a quel signore che bontà sua fa il presidente del Consiglio dei Ministri e che disse di me che io, io, mi vedete così, io ero il più grande scandalo della storia della Repubblica italiana. Lo disse nella pienezza delle sue funzioni, come rappresentante del governo italiano, del popolo italiano, del più grande partito politico che la storia della Repubblica italiana ha mai avuto, come capo della più grande coalizione di governo della storia delle Repubblica italiana. Lo ha detto in una manifestazione  politica ed elettorale, in quella di Sassari e di Olbia determinando peraltro, con quella sua espressione la vittoria della coalizione politica che ha rappresentato ai danni del candidato del centro-sinistra Soru.

Il popolo sardo è stato preso in giro, il popolo italiano è stato preso in giro con un’ affermazione che è la più grande affermazione di falsità per un uomo come me che aveva avuto solo il coraggio di fare indagini su di lui, sui suoi sodali mafiosi, sul suo amico Marcello Dell’Utri e avere dato il mio contributo ai magistrati della procura della Repubblica di Palermo affinchè si affermasse la penale responsabilità nei confronti di un soggetto che è risultato colluso con la mafia, per aver contribuito nei processi in cui era imputato il suo amico e stalliere Vittorio Mangano che quest’ uomo ha portato a casa sua, che ha fatto sedere a tavola, che ha messo al cospetto dei propri figli, della propria moglie, della propria famiglia e che ha trattato come un pari un criminale e assassino condannato all’ergastolo per omicidio, che alla vigilia della campagna elettorale delle elezioni il presidente Berlusconi ha osato definire un esempio di moralità, un uomo di cui l’Italia doveva essere orgogliosa.

Io non faccio politica, non mi interesso di politica, non esercito il diritto di voto da diversi anni e peraltro a ben pensare penso proprio di si anche perché forse qualcuno mi ha dato l’opportunità per farlo e quindi è giunto il momento della rivolta. Non è retorica credetemi, chi ve lo dice, ve lo dice in una situazione di sofferenza e di prostrazione per avere visto colpita la propria vita, la propria carriera per delle accuse ingiuste, infamanti. Se io avessi commesso qualcosa, se avessi anche sbagliato, se avessi fatto anche un errore non dico con dolo, ma anche con colpa, se avessi fatto qualcosa che non dovevo fare, è giusto che io pagassi il mio prezzo alla giustizia. Non sono stati capaci nemmeno di imbastire delle accuse, se guardate i capi d’imputazione io sono stato accusato e perquisito dai carabinieri del Ros che sono venuti a casa mia, che sono entrati nella stanza di mia moglie che fa il magistrato al tribunale di Palermo, che cura i più importanti processi di mafia che si stanno facendo in questo momento nella città di Palermo nei confronti della cosca dei Lo Piccolo; perquisito dal Ros, perquisito da quegli uomini nei confronti dei quali avevo indagando, che avevo snidato come talpe  alla Procura distrettuale antimafia di Palermo che si vendevano le informazioni alla mafia e che consentivano agli uomini della mafia come Guttadauro,  come Bernardo Provenzano e altri di restare latitanti a vita, che informavano i politici corrotti e collusi con la mafia che nei loro confronti si stavano facendo delle intercettazioni telefoniche. Io sono quell’uomo che ha osato fare indagini a 360° senza mai guardare se  l’indagato era un uomo di destra o di sinistra, rispettando comunque sempre tutti, dai pedofili, agli assassini, ai mafiosi, ai politici.

Credetemi non è una cosa bella subire quest’onta, non tanto perché subire un’indagine è una cosa normale, chi ha fatto indagini non soffre del fatto di essere indagato, chi ha fatto indagini soffre per il fatto che chi lo sta indagando si sa essere sicuramente molto più delinquente di chi viene indagato. Perché io avrei consentito a chiunque di fare delle indagini su di me ma non alle persone nei confronti dei quali stavo indagando. Io non posso consentire a un politico del quale stavo esaminando i suoi contati telefonici con i criminali, con i delinquenti, di cui stavo controllando per conto del Dott. de Magistris le intercettazioni dove si parlava chiaramente di tangenti. C’è un’intercettazione di Saladino, l’imprenditore, in cui si dice:” ricordati di metterti a disposizione di Rutellone” e poi quello gli dice :”ma non è meglio di Mastellone”. Questo che cosa significa secondo voi, mettersi a disposizione, quando gli dice “dai disposizioni alla Cristina” – che sarebbe la segretaria tesoriera – “di mettersi a disposizione di Rutellone o di Mastellone.”

Io stavo lavorando su quelle cose quando il Dott. de Magistris è stato fermato, è stato trasferito e quando quel signore che presiede il Copasir che si chiama Francesco Rutelli si è messo a capo, con l’accordo del centro, della destra e della sinistra per portarmi al linciaggio morale, me e tutta la famiglia, per estendere una perquisizione pure alla sede della Polizia di Stato senza nemmeno avere un mandato. Questi signori sono entrati in una caserma della Polizia di Stato e sono andati a perquisire gli uffici e persino l’armeria, dove io in venticinque di servizio non avevo mai messo piede, sapendo che non avrebbero mai trovato nulla, posto che quello che cercavano lo avevano già trovato e sequestrato presso il mio ufficio, dove non hanno nemmeno guardato i computer, dove non hanno nemmeno guardato le macchine, però dovevano andare in Polizia perché dovevano darmi lo sfregio, dovevano dare una tagliata di faccia alla Polizia di Stato, un’istituzione democratica di questa Repubblica che ancora sa alzare la schiena e sa, per quel grande controllo democratico che esiste all’interno della struttura della Polizia di Stato, ribellarsi e non consentire che il potere prevalga.

Sono stato pure sospeso dal servizio perché ho risposto in un blog agli insulti di un giornalista di Panorama che ha dato del bugiardo a me, ma ve l’immaginate dico il bue che da del cornuto all’asino? Perché io avrei fatto gli accessi all’anagrafe tributaria profittando della password di accesso che avevo avuto per fare le indagini sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone, hanno pure avuto pure il coraggio di strumentalizzare la tragedia fra le più grandi tragedie della storia d’Italia della scomparsa di questa bambina, il dolore di una madre, il dolore di una famiglia, il dolore di una popolazione d’Italia che piange da quattro, da cinque anni appresso questa vicenda e strumentalizzarla per venirmi a perquisire e accusate ingiustamente, perché l’accusa era per aver interrogato delle persone di Milano perché non erano di Mazara, ma se noi la bambina l’abbiamo cercata ovunque, in qualunque parte d’Italia abbiamo cercato la bambina. A Milano abbiamo fatto le interrogazioni, vi ricordate la vicenda di quel video di quel metronotte, che aveva ripreso quella che sembrava essere la bambina, che poi si è dimostrato essere la figlia di una rom, e i rom sapete benissimo  che hanno tutta una serie di telefonini non è che li vanno ad attivare con il passaporto, col codice fiscale ecc., sono insomma nomi così, spesso di fantasia. Per aver effettuato quegli accertamenti e verificare purtroppo, devo dire, che quella non era Denise io sono stato imputato, per aver verificato una vicenda, arrivò una telefonata a Federica Sciarelli a Chi l’ha visto,era una voce di una ragazza, una ragazza che diceva che aveva con lei Denise e faceva sentire la voce di una bambina. Immediatamente ci siamo messi in moto, tutta la macchina investigativa con i Carabinieri si è messa in moto per sapere chi era che aveva telefonato: quella voce era sicuramente di una bambina, quella ragazza diceva che aveva Denise. Grazie all’ aiuto di Federica Sciarelli siamo riusciti ad individuare il numero telefonico che aveva chiamato la segreteria di Chi l’ha visto, era un numero di Ragusa, era intestato a un extracomunitario, ho fatto subito gli accertamenti per vedere chi era quel soggetto di Ragusa, hanno fatto delle intercettazioni e le prime telefonate che si captano, che i Carabinieri sentono, dice no purtroppo è morta, è morta. Al che si precipitano tutti: il procuratore, i sostituti, i carabinieri e vanno a fare le perquisizioni a Ragusa e io gli faccio subito gli accertamenti per dove perquisito. Frattanto mi arrivano le intercettazioni, le sento bene, le guardo con più attenzione, mi sento quella prima e quella dopo: quelli stavano parlando di una pianta che era morta, non di una bambina, quella che aveva chiamato poveretta, era una povera handicappata, che così, in un momento forse di solitudine e disperazione ha visto comparire il numero della trasmissione Chi l’ha visto e aveva telefonato. Io li ho chiamati, gli ho detto fermatevi, ritornate, non perdete più tempo, purtroppo non è la bambina e fortunatamente quella che è morta è solo una pianta.

Bene, per avere fatto questi accertamenti i procuratori aggiunti di Roma, Nello Rossi e Achille Toro, soggetti che emergevano dalle intercettazioni delle indagini del Dott. Luigi de Magistris per fatti che riguardavano uno dei più grandi complotti, mi hanno ordinato la perquisizione dei carabinieri sulla base di atti totalmente infondati che il tribunale del Riesame di Roma ha dichiarato totalmente infondati. Nessun giornale ha osato scrivere queste cose, nessuna televisione ha osato dire queste cose e la mia disperazione non è che non l’abbia detto Emilio Fede in apertura del telegiornale, non che non l’abbia detto canale 5 in apertura perché io da loro non mi aspetto nulla e quando ci hanno provato a portarmi là per utilizzare, per strumentalizzarmi, per far comparire quella grande scritta che avete visto dietro di me:” Il più grande scandalo della storia della Repubblica”, quel giornalista Mentana che forse voleva fare un regalo al suo padrone, come io gli ho detto e gli ho ricordato, dopo avere fatto l’errore di intervistare Di Pietro nella puntata precedente e Saviano nella puntata precedente ancora, è saltato pure lui. Perché tutti coloro che ci hanno provato in questa vicenda sono saltati, tutti appena si sono avvicinati ai fili dell’alta tensione sono saltati. Io per quelle cose sono stato indagato, nonostante il Tribunale ha ordinato la nullità della perquisizione, i magistrati e i pubblici ministeri di Roma si rifiutano a restituire l’archivio, si rifiutano a restituire i dati dove c’è la storia di venti anni d’indagini, dove ci sono gli atti che li riguardano, dove ci sono le intercettazioni dove loro parlano per asservirsi al potere, per asservirsi al sistema, per barattare i posti ai Ministeri dove brigano sulle cose più sporche di questa repubblica. Io mi vergogno, io mi vergogno, io ho vomitato quando ho sentito quelle intercettazioni. Questa è la procura della Repubblica di Roma e chi la rappresenta.

Oggi il problema credetemi non è più solo la politica, non è più solo Berlusconi, oggi il problema è la Magistratura e l’informazione. Durante il fascismo nei sistemi dittatoriali c’erano le Veline, i giornalisti erano tenuti a dare le informazioni che il governo, che l’Ovra che era un reparto speciale della Polizia, l’organizzazione di vigilanza e repressione antifascista diffondeva, quantomeno c’era un sistema ordinatorio perché coloro che non stavano con il regime leggevano quelle veline e sapevano qual era il pensiero del regime. Oggi non c’è più nemmeno bisogno di questo, perché oggi sono gli stessi giornalisti che si censurano, si autocensurano nella speranza, nel tentativo di essere sempre più simpatici nei confronti del padrone, nei confronti del principe e alla fine la graduatoria si fa sulla base di chi è stato più bravo a censurare, a non fare passare le notizie che dispiacciono e a rendere sempre più magnifica, più bella l’inquadratura del principe. Persino i cameraman vengono bastonati o vengono premiati a seconda se la ripresa la fanno dal basso verso l’altro cosicché sembra più alto e slanciato o se la fanno di lato, se la fanno di profilo, se fanno vedere le rughe o i capelli finti perché pure nella testa i capelli sono finti.

Questa è l’Italia, questa qualcuno continua  a chiamarla democrazia, gli Stati del mondo ci ridono tutti. Se non fosse per internet, se non fosse per la rete, se non fosse per i blog, se non fosse per la rivoluzione che network come Facebook e altri hanno fatto, io oggi sicuramente non sarei qua perché avrebbero osato fare qualunque e chissà quali altre cose pur di non consentirmi di esprimere. Io continuerò e continuo a fare il mio lavoro, io sono un uomo dello Stato, non mi sono mai sentito un uomo dello Stato come dal momento in cui mi hanno sospeso dal servizio della Polizia. In quel momento io mi sono reso conto che su di me c’era, nella mia piccola, nella mia modesta funzione la responsabilità di portare il riscatto dei tanti cittadini onesti, di quel popolo che non ne può più, che si ribella. Di quel popolo che in Italia, in Sicilia, a Palermo ebbe il coraggio all’indomani del 19 luglio 1992 di alzare la testa e di ribellarsi, di quel popolo che gridava nella cattedrale di Palermo, quando si organizzò quella scena ignobile dei funerali di Stato per i poveri agenti della scorta, dopo che la famiglia Borsellino aveva negato l’ assenso a che si facesse questa manifestazione e volle, e pretese che i funerali di Paolo Borsellino si facessero in privato. I politici riuscirono a convincere i poveri genitori dei poliziotti a fare i funerali di Stato per organizzare la passerella, poi dopo i funerali gli lasciarono le bare là e si dovettero pagare il conto loro, il papà di Emanuela Loi si è fatto il prestito alla Findomestic per pagare il trasporto della bara della figlia in Sardegna.

Questa è storia, questa è la storia d’ Italia, questa è la storia di questa nazione, di questo popolo che ha ucciso e ha fatto istaurare un sistema. Lasciamo perdere chi sono i mandanti occulti. Le indagini, vedrete nei prossimi mesi e nei prossimi anni quello che verrà fuori, le porcherie che hanno combinato in termini di azioni ed omissioni su quelle indagini. Non voglio parlare di cose delle quali parleremo dopo perché bisogna avere il coraggio anche quando si processa la mafia di processarla con le prove, con gli elementi, non con i finti pentiti altrimenti alle sentenze non ci crede nessuno, sono solo delle burle. Vi faccio una riflessione da poliziotto, da poliziotto semplice, da poliziotto di strada, di uno che è cresciuto facendo il proprio mestiere: se qui c’è una banca e c’è una rapina e i rapinatori scappano col bottino nella borsa, poi danno l’ allarme. A un chilometro da qua la Polizia ferma una macchina in corsa e trova un signore con la borsa e quelle sono le mazzette rubate nella banca perché c’è la matricola nella fascetta, secondo voi che prove più ci vogliono per stabilire che quello è il rapinatore? Ci vuole la dichiarazione del notaio, che cosa altro ci vuole? E’ chiaro che i ladri sono loro.

Bene, in Italia c’era una Repubblica, c’era un sistema, un sistema di corrotti, un sistema di delinquenti, di tangentisti ma c’era un sistema, c’era un Parlamento, c’era un Presidente della Repubblica che si chiamava Francesco Cossiga, che aveva rappresentato il peggio della politica italiana, il peggio della democrazia cristiana, il peggio nella scellerata gestione della lotta al terrorismo come Ministro dell’ Interno ma un uomo che giunto alla fine del settennato, della sua carriera, fulminato sulla via di Damasco aveva cominciato a picconare il sistema, a colpire a destra, a manca e i primi che colpiva erano proprio i suoi, quelli della democrazia cristiana. A quell’uomo fecero l’impeachement a quel punto perché quell’ uomo che avevano sostenuto, che avevano votato tutti, compresi quelli della sinistra e avevano appoggiato a diventare Presidente della Repubblica, quando cominciò a picconare lo fecero dimettere. Dovevano creare uno Stato nuovo, dovevano creare la seconda Repubblica e fecero le stragi. Chi c’è andato al governo dopo le stragi? Chi ha vinto le elezioni? Quale partito è nato dalle ceneri, dal sangue di quei del 23 maggio e del 19 luglio? A chi sono servite quelle due stragi? Non serve la prova della fotografia del rapinatore dentro la banca. Io lo avevo visto scappare a un chilometro da qua con la borsa in mano e con i soldi rubati dentro la banca, è la stessa cosa!

Questa è la verità, questa è la vera verità scomoda che hanno impedito di affermare in Italia e che vogliono impedire e quindi ogni scusa è buona. Io adesso mi scuso di avere rubato qualche minuto in più, ma devo fare una dichiarazione solenne. Io sono stato sentito l’altro giorno per una giornata intera a Caltanissetta, ho dato il mio contributo ai magistrati che stanno riaprendo le indagini su quelle stragi, io confido molto nella serietà e nell’onestà dei magistrati che in questo momento, sia  a Palermo sia a Caltanissetta e sia a Firenze, stanno rivedendo alcuni aspetti di quelle vicende. Paolo Borsellino era entrato in un gioco più grande di lui, Paolo Borsellino aveva sentito Mutolo, Mutolo gli aveva fatto il nome di due persone, in particolare di Bruno Contrada e del giudice Signorino. Dopo che il giudice Signorino è stato interrogato a Caltanissetta per una giornata intera, siamo partiti insieme, lui con la sua macchina ovviamente e noi con la nostra. Lui andava più veloce, è arrivato a Palermo prima di noi, noi stavamo entrando a Palermo e ci hanno chiamato dicendoci che si era suicidato e per suicidarsi vuol dire che qualche motivo, poveretto, l’aveva, poveretto perché di fronte alla morte. Io ho assistito purtroppo alla sua di morte e poi ho assistito alla morte di un altro magistrato che è il procuratore di Cagliari, Luigi bombardini, anche quello suicidatosi dopo che lo abbiamo interrogato con gli elementi, con le prove in mano, coi contatti telefonici, coi tabulati che Caselli gli contestò uno per uno. Questi due magistrati, colpevoli o innocenti che fossero, i morti non si processano più e vanno rispettati, hanno avuto il coraggio di uccidersi e di suicidarsi.

I magistrati di Catanzaro su cui stavamo indagando col Dott. de Magistris, pur nostro malgrado il coraggio di suicidarsi non lo hanno avuto e hanno fatto pure carriera e il Dott. de Magistris è stato cacciato e io sono stato cacciato, inquisito e perquisito solo per avere fatto delle indagini su dei magistrati collusi con la politica. Questa è la verità. Paolo Borsellino aveva degli appunti, aveva delle annotazioni, Paolo Borsellino era andato al Ministero dell’ Interno dove c’era il capo della Polizia Parisi, Paolo Borsellino tentarono di fermarlo al Ministero dell’ Interno probabilmente non Parisi e probabilmente qualche altro che ricorda di non averlo incontrato, Paolo Borsellino non usava i computer a differenza di Falcone che provvederono a cancellare, Paolo Borsellino usava un’ agenda, un agenda rossa dell’ arma dei  Carabinieri che gli aveva regalato Carmelo Canale puntualmente come ogni anno.  Quell’ agenda è sparita dalla borsa in pelle che avete visto, quella borsa in pelle io l’ho esaminata, c’era intatto il costume di nylon blu, c’era il telefonino microtac, era incendiato perché era uscito dalla borsa, dentro la macchina era caduto durante l’ attentato. Di quel telefonino è rimasto un reperto che un familiare ha ricevuto, ha consegnato il telefonino alla procura perché era proprietà dello Stato, non lo era la batteria, la seconda batteria che il magistrato si era comprato. Questa è la batteria dello Star-Tac  del Motorola che si è trovata intatta sul luogo della strage. La vedete ancora annerita – scusate mi commuovo perché ho visto quelle scene terribili che non dimenticherò mai -, questa è la batteria del cellulare microtac di Paolo Borsellino che porta ancora i segni di quell’incendio, di quella esplosione e che è resistita alla strage e che rappresenta oggi il riscatto degli italiani onesti. La batteria che è infiammabile è rimasta e l’agenda è sparita, in quell’ agenda ci sta lo schifo di questa nazione su cui hanno costruito i destini d’ Italia. Questo non può più essere consentito.

Pino Maniaci: “Dott. Genchi, c’è una sentenza dal Tribunale che dovrebbero restituirgli gli archivi, e questi archivi non vengono restituiti. Allora questo è un altro punto di riferimento, parliamo della magistratura e di una magistratura che si contraddice in sostanza”.

Dott. Genchi: “No, la magistratura fortunatamente ha ancora al proprio interno i canoni dell’ indipendenza. Mi riferisco in particolare agli uffici della magistratura giudicante, di quei giudici che lavorano in silenzio, che sgobbano, che scrivono le sentenze, che fanno onestamente il proprio lavoro e che non ambiscono agli strapuntini e agli incarichi di governo. A questi magistrati deve essere rivolta la solidarietà dei cittadini onesti e della gente per bene. Il problema non è la magistratura, qualcuno vuol far capire che in Italia il problema sia la magistratura. Il problema è l’affermazione di una nuova logica che travalica i partiti, che travalica i movimenti, che travalica le stesse strutture ideologiche o paraideologiche che hanno vinto le elezioni. Hanno svenduto un partito quale alleanza nazionale e lo hanno fatto confluire in un altro, mi hanno scritto i ragazzi di Azione Giovani insieme ai ragazzi di estreme sinistra che volevano organizzare delle manifestazioni. Mi hanno scritto e mi hanno detto “in fondo Alemanno ci sta accontentando,” sta intitolando una via a Craxi a Roma, sta intitolando una via a Craxi per quegli stessi giovani del fronte della gioventù nel 2003 all’uscita del Raphael avevano gridato via Craxi dallo Stato, adesso Alemanno gli sta  intitolando la strada: Via Craxi.

De Magistris parla di una nuova P2, io che sono andato un po’ più avanti nelle indagini da quando a lui gliele hanno tolte, mi permetto di dire che forse l’espressione non è perfettamente corretta in  termini storici e politici: questa è peggio della nuova P2, Licio Gelli, forse, al cospetto sembrerebbe, rappresenterebbe un campione di democrazia. Il soggetto di vertice che io ho trovato in rapporto con il magistrato che mi sta indagando è un soggetto che è stato cacciato dalla p2 di Licio Gelli per indegnità. Quindi voi immaginate il capo di una banda di ladri che dopo avere fatto una serie di furti viene derubato da uno dei suoi ladri e lo caccia dalla banda, io vi chiedo, da un punto di vista morale, poi i giudici valutano le colpe di ognuno, secondo voi chi è il più indegno: il capo della benda dei ladri o il ladro che ha fregato il bottino alla banda e al proprietario? Ebbene io ho trovato questo soggetto, che ha un nome e ha un cognome, anzi di nomi ne ha due per la verità, l’ho trovato in rapporto telefonico, col telefono di casa, con la persona che mi sta indagando, che mi ha perquisito e queste erano le indagini che io stavo facendo e io sto pagando anche per questo.

E non è che erano dei giorni a caso, erano i giorni della scalata all’ Antonveneta, erano dei giorni in cui furono filtrate le intercettazioni telefoniche di Consorte, che poi furono pubblicate sui giornali con Fassino da un preciso giornale, da un preciso giornalista che vedi caso è quello che mi ha provocato su Facebook per consentire poi che si affermasse la volontà di Gasparri secondo la quale io dovevo essere sospeso dal servizio. Bene, se mi consentite allora io spendo una lancia a favore di Gelli perché la P2 forse era un esempio di democrazia al cospetto di questo Stato che oggi queste persone vogliono affermare.

Alla fine dell´intervento del dott. Luigi de Magistris, il dott Genchi ha aggiunto:

Dott. Genchi: “E poi possibilmente, se mi consentite, poi queste persone devono essere controllate perché chiunque fa un lavoro deve essere controllato, se non funziona il sistema dei controlli…. Io ricordo un particolare: dodici anni fa, tredici anni fa io mi occupai di un´indagine, si era rifatto l’impianto dell’acquedotto di Trapani. Trapani sapete è una città dove ci sono stati sempre problemi idrici, al che venne fatto un progetto che venne finanziato, c’ erano fonti che venivano da varie parti, diverse centinaia di miliardi. Facendo un sistema elettronico di ingegnerizzazione, di calcolo, di telecontrollo si doveva studiare una captazione dai vari posti in cui si tirava l’ acqua in modo da far aumentare le risorse idriche per Trapani. Si sapeva quant’era l’acqua che l’acquedotto riusciva ad erogare e si spesero qualcosa come tre, quattrocento miliardi delle vecchie lire per questo sistema. Alla fine dei lavori, fatti ovviamente malissimo, progettati ancora peggio,l’ acquedotto rendeva il 20, il 25% di quanto rendeva prima. Praticamente quei tre-quattrocento miliardi avevano dato più da mangiare che da bere. Si sono fatte le indagini ed è venuto un governo che ha cambiato al legge, ha fatto una legge mi pare sul giusto processo o qualcosa del genere. Praticamente questo giusto processo era qualcosa che doveva servire per aumentar i termini di tutta una serie di cose e sostanzialmente tutto prescritto, tutto a carte per aria, ci abbiamo pure rimesso le spese delle indagini.

Questa è la realtà contro la quale bisogna lottare. La giustizia deve essere efficace, deve essere veloce e non deve perseguire o perseguitare solo l’extracomunitario, il tunisino, il marocchino o il rumeno e se il rumeno non c’è se ne trova uno qualunque tanto interessante che sia rumeno, purchè sia rumeno e si risolve il tutto. La giustizia deve funzionare per tutti, sia che abbiano i jeans, sia che abbiano la cravatta, sia che abbiano la camicia, il colletto bianco o i jeans, o i colletti sporchi. Perché spesso in Italia la giustizia quando comincia  a trovare i colletti, quelli sporchi, si ferma e quando lo sporco è lo sporco di sangue manco riesce a partire. Questo è il vero riscatto, la vera rivoluzione che la gente, il popolo deve pretendere da uno Stato. Perché uno Stato che non riesce a dare la verità e giustizia non potrà mai dare né libertà né risorse umane, né lavoro, né diritti perché al giustizia e la verità è il primo bene di una qualunque comunità sociale perché si possa chiamare Stato”.

Domanda dal pubblico: “Dott. Genchi, da cosa trae la forza per andare avanti, per lottare?”

Dott. Genchi: “Io ti ringrazio per la domanda perché mi dai l’opportunità di dare un messaggio. Intanto devo dire che questa vicenda, a parte la fortuna di avere forse scoperto i miei figli che hanno la tua età, e averli scoperti e sentiti vicino come mai da padre io avevo sentito i miei figli, mi ha fatto sentire il calore e la vicinanza di tanti ragazze e ragazzi, come te. E’ stato qualcosa di impressionante, 127.000 e-mail e messaggi su Facebook, gente che peraltro inizia a insultarmi perché non ho il tempo di rispondere. Fra tutti cito quello di una ragazza, una ragazza dell’Aquila, una studentessa universitaria, una ragazza iscritta a giurisprudenza che mi aveva scritto prima del terremoto, mi aveva dato la solidarietà, aveva scritto un’e-mail bellissima e mi aveva detto che voleva fare il Commissario di Polizia, voleva dei consigli, voleva essere aiutata e indirizzata in quel lavoro. Quella ragazza non l’ho più sentita dopo il terremoto, sono preoccupato, ho cercato in tutti i modi di raggiungerla. L’unica notizia che ho avuta è stata che la sua casa era stata distrutta. Ho cercato d’informarmi, dicono che questa protezione civile funzioni, funziona forse a comprare le magliettine di quello che le fa o di far funzionare le imprese a cui affidano i lavori, comprese quelle a cui fanno fare le carceri, le caserme pagandogliele cinque volte quello che valgono per poi togliere pure i soldi della benzina e dello straordinario dei poliziotti che poi non possono più fare le indagini in Italia. Questo è un altro capitolo. Qualche giorno fa ho avuto una sorpresa: ho aperto il palmare e quella ragazza mi ha scritto e mi ha detto “Dottore sono riuscita oggi ad avere la pennetta ed il mio computer, ho perso mio fratello e mio zio nel terremoto. Ho acceso il computer ed il primo pensiero è stato di scrivere a lei perché sicuramente sarà stato in apprensione per me”. Questo fra i migliaia di messaggi che ho ricevuto è stato veramente il più forte, il più commovente, i tantissimi ragazzi…

Mi diceva un giornalista studioso di marketing  che cura diverse trasmissioni e che ha intervistato pure il Dott. de Magistris, Klaus Davi, che hanno fatto un sito per sondare le aspirazioni dei giovani, per fare degli studi di mercato interessanti per l’avvio dei giovani alle professioni, al lavoro, alle aziende perché ancora c’è qualcuno che queste cose le studia con intelligenza, mi ha detto “Dottore, lei forse non ci crederà, fra le professioni per cui i ragazzi hanno espresso la maggiore vocazione non c’era scritto il poliziotto, il carabiniere, il finanziere,il  magistrato… Io voglio fare il Genchi”, credetemi questa cosa mi ha dato una commozione, dice io voglio lavorare accanto ai giudici, voglio lavorare con ai magistrati, voglio lavorare con la Polizia, voglio lavorare con i Carabinieri, coi computer, cioè voglio dare un mio contributo di intelligenza, d’ingegno e mi ha fatto veramente riflettere come forse proprio i giovani, i ragazzi della tua età, gli studenti universitari sono stati i primi a capire la mia vicenda, che poi era la vicenda del giudice de Magistris che è la vicenda dei magistrati di Salerno e sono stati i primi a ribellarsi. Voi siete stati la nostra forza, noi credetemi, abbiamo pensato principalmente a voi perché nessuno pensava di fare quello che noi oggi stiamo facendo. Luigi de Magistris voleva continuare a fare il magistrato e io con lui speravo di concludere quei processi come ne avevamo già conclusi altri con tanti altri magistrati e non lo facevamo per vana gloria, lui per diventare deputato e io per diventare chissà chi. Io ero un illustre sconosciuto e come tale volevo rimanere, se avessi avuto la bramosia di mettermi in mostra in venticinque anni con le cose che ho fatto chissà quante occasioni, quante passerelle, quante telecamere, quante trasmissioni televisive, quanti inviti da Vespa ho rifiutato. Noi abbiamo lavorato e stavamo lavorando nel tentativo di darvi un’ Italia migliore di quella che i nostri padri hanno consegnato a noi con tutti questi  lestofanti. Fino ad oggi i lestofanti hanno avuto la meglio, noi siamo uno a zero però la palla è al centro, la palla è in mano a voi che adesso avete la possibilità di utilizzarla e scagliarla contro chi ha lottato e ha cercato di devastare il vostro destino. Vi vogliono affamare, vi vogliono togliere la speranza, vi vogliono togliere tutte le opportunità nel nome di un affarismo che con le banche, coi Parmalat, coi Bond, con i cali azionari, con i furti delle banche, degli interessi, con le truffe dei fallimenti, con tutte le magagne di Stato che organizzano per cui in un colpo solo riescono a rubare miliardi e miliardi, e poi noi andiamo a inseguire il povero ladro che va  a rubare un secchio d’uva e facciamo sembrare come se fosse chissà che, ecco è anche a questo che bisogna ribellarsi e voi siete i protagonisti del vostro futuro, amministratelo bene, studiate prima di tutto, crescete culturalmente, non separatevi dai vostri computer, utilizzateli al meglio delle loro possibilità perché quegli strumenti oltre ad essere dei grandi strumenti di democrazia, sono dei grandi strumenti di cultura. L’Italia è nelle vostre mani”.

Information Day Marsala 26/04/09 – Gioacchino Genchi, Salvatore Borsellino, Luigi De Magistris, Pino Maniaci

(raccolta di video di Valentina Culcasi)

Presentazione

Il moderatore Pino Maniaci

Salvatore Borsellino (parti da 1 a 6)





Luigi De Magistris (parti da 1 a 3)


Gioacchino Genchi (parti da 1 a 5)




Il legale di Genchi diffida la procura di Roma

Da Il legale di Genchi diffida la procura di Roma.

Nel silenzio più assoluto delle Istituzioni dello Stato preposte al controllo di legalità dei magistrati, ritengo doveroso pubblicare la diffida che il 23 aprile 2009 il mio legale, l’avv. Fabio Repici, ha inviato al Procuratore della Repubblica di Roma Giovanni Ferrara ed ai Procuratori Aggiunti Nello Rossi e Achille Toro che, con il Sostituto Procuratore Andrea De Gasperis hanno inopinatamente rifiutato la restituzione dei reperti informatici e dei dati sequestrati illegittimamente dal ROS presso il mio studio il 13 marzo 2009, a seguito di una perquisizione e di un sequestro annullato in toto dal Tribunale del Riesame di Roma, con le ordinanze dell’8 aprile 2009.


Gioacchino Genchi

Studio legale
Avv. Fabio Repici

PROCURA DELLA REPUBBLICA
presso il Tribunale di Roma

Procedimenti n. 5033/09 e 11434/09 r.g.n.r.

Istanza di restituzione di reperti all’avente diritto

Quale difensore di fiducia del dr. Gioacchino GENCHI, persona sottoposta a indagini nei sopra indicati procedimenti,
tenuto conto delle due ordinanze emesse dal Tribunale del riesame di Roma (nn. 454 e 455 r.g. sequestri) in esito all’udienza dell’8 aprile 2009 (motivazioni depositate il 16 aprile 2009), con le quali sono stati annullati in radice perché illegittimi i decreti di perquisizione e sequestro emessi da codesto Ufficio nei due sopra indicati procedimenti l’11 marzo 2009 ed eseguiti il 13 marzo 2009;
preso atto del provvedimento, apparentemente recante la data del 20 aprile 2009 ma in realtà depositato il 21 aprile 2009, con il quale codesto Ufficio, in violazione delle predette ordinanze del Tribunale del riesame ha disposto la restituzione al dr. Genchi di uno solo dei reperti sequestrati il 13 marzo 2009, ed esattamente del “‘case’ color nero e argento marca “winner” sequestrato presso l’abitazione dell’indagato in data 13.3.2009”, dichiarando, contrariamente al vero, che nessuna altra res appartenente al dr. Genchi sarebbe stata posta sotto sequestro, sostenendo che l’ablazione degli altri reperti sequestrati il 13 marzo 2009 avrebbe riguardato “l’acquisizione di copie”;
che tale ultima affermazione è plasticamente contraria alla realtà, come anche risultante dalle operazioni di sequestro del 13 marzo 2009:
che, infatti, in dettaglio:

A. Il supporto di memorizzazione esterna della capacità di 2TB marca “LACIE” venne acquistato dal dr. Gioacchino Genchi al prezzo di € 371,95 come risulta dal buono di consegna e fattura FPR092205659 emessa il 17 dicembre 2008 da PIXmania-PRO.com (all. 1). Del resto ciò emergeva dai verbali di sequestro e dallo stesso provvedimento di codesto Ufficio (20-21 aprile 2009), laddove si legge che tale supporto contiene “il back-up, effettuato alle ore 23:00 dell’11.3.09, del server denominato ‘CIAMPI’ (contenente il data base ‘TESEO’ e altro) sequestrato presso la sede operativa della C.S.I. srl”. Il back-up risalente alle ore 23 dell’11 marzo 2009 (due giorni prima del sequestro), infatti, venne compiuto dal dr. Genchi per esigenze relative alla propria attività e non può, quindi, in nessun modo essere considerato copia, essendo peraltro contenuto in un reperto di notevole valore appartenente al dr . Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);

B. Il supporto di memorizzazione esterna della capacità di 3TB marca “LACIE” venne acquistato (insieme ad altro supporto uguale e ad altro con capacità di memoria maggiore) dal dr. Gioacchino Genchi al prezzo di € 499,17 oltre IVA come risulta dalla fattura 1177992 del 26.2.2009 (all. 2) e dalla relativa bolla d’accompagnamento del 25.2.2009 (all. 3). Del resto ciò emergeva dai verbali di sequestro e dallo stesso provvedimento di codesto Ufficio (20-21 aprile 2009), laddove si legge che tale supporto contiene “il back-up, effettuato il 10.3.09, del server denominato ‘GIFUNI’ (contenente il data base ‘TESEO’ e altro) sequestrato presso la sede operativa della C.S.I. srl”. Il back-up risalente al 10 marzo 2009 (tre giorni prima del sequestro), infatti venne compiuto dal dr. Genchi per fini relativi alla propria attività e non può, quindi, in nessun modo essere considerato copia, essendo peraltro contenuto in un reperto di notevole valore appartenente al dr. Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);

C. I due DVD contenenti copia del sito web della C.S.I.srl, che come risulta dal verbale di sequestro sono di marca Verbatim capacità 4.7 Gb, vennero acquistati (insieme ad altri esemplari uguali) dalla C.S.I. srl Gioacchino Genchi, come risulta dalla fattura 1538425 dell’8 ottobre 2008 emessa dalla Nierle media group (all. 4). Pertanto anch’essi appartengono inequivocabilmente al dr. Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);

D. Il CD contenente copia del programma “Pathdumper” venne acquistato (insieme ad altri esemplari uguali) dal dr. Gioacchino Genchi, come risulta dalla fattura 1364041 del 18 gennaio 2008 emessa dalla Nierle media group (all. 5). Pertanto, anch’esso appartiene inequivocabilmente al dr. Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);

E.
I quattro supporti (DVD) contenenti una cartella denominata “651.Saladino”, che come risulta dal verbale di sequestro sono due DVD di marca Philips Double Layer da 8,5 Gb e due DVD di marca Verbatim da 4,7 Gb, vennero acquistati (insieme ad altri esemplari uguali) dal dr. Gioacchino Genchi, come risulta (per i due DVD Philips) dalla fattura già indicata come all. 5 e (per i due DVD Verbatim) dalla fattura già indicata come all. 4. Pertanto, anch’essi appartengono inequivocabilmente al dr. Genchi (si veda anche il verbale di sequestro: “dietro formale richiesta avanzata nei confronti di SANFILIPPO Massimo, in atti generalizzato, veniva fornito il sottonotato materiale informatico, posto sotto sequestro”);
che, quindi, in definitiva, tutte le res indebitamente mantenute da codesto Ufficio sotto sequestro in violazione delle sopra richiamate ordinanze del Tribunale del riesame e degli obblighi di legge, appartengono tutte al dr. Genchi;
che, in realtà, tutto il materiale utilizzato dai militari del R.o.s. nei sequestri eseguiti il 13 marzo 2009 appartiene al dr. Genchi, fatta eccezione per la ceralacca utilizzata per l’apposizione dei sigilli (quest’ultima fornita dai militari del R.o.s. dalla Stazione CC. che si trova nello stesso stabile degli uffici del dr. Genchi);
che così la carta da imballo utilizzata dal R.o.s. fu acquistata dalla C.S.I. srl, come risulta dalla fattura 2386 e dallo scontrino del 18 novembre 2008 emessi dalla Bellotti s.r.l. (all. 6), lo spago utilizzato dal R.o.s. fu acquistato dalla C.S.I. srl, come risulta dalla fattura 5423 del 22 giugno 2001 emessa dalla Bellotti s.r.l. (all. 7), e il nastro utilizzato dal R.o.s. fu acquistato dalla C.S.I. srl, come risulta dalla fattura emessa il 15 gennaio 2002 da EMME Distribuzione s.r.l. (all. 8) e dalla relativa bolla di consegna del 16 gennaio 2002 (all. 9);
che, per tutto quanto sopra, tutte le res in sequestro devono immantinente essere restituite all’avente diritto dr. Gioacchino Genchi, essendo contra legem qualunque altra determinazione di codesto Ufficio;

per le indicate ragioni

diffido

codesto Ufficio, anche ai sensi dell’art. 328 c.p., affinché provveda all’immediata restituzione al dr. Genchi di tutti i reperti sequestrati il 13 marzo 2009, con l’invito a non violare, prima della restituzione, i sigilli, stante l’illegittimità del sequestro statuita dal Tribunale del riesame.

Messina, 23 aprile 2009

Avv. Fabio Repici

Paolo Franceschetti: VIA D’AMELIO, UNA VERITA’ CHE FA PAURA?

Da Paolo Franceschetti: VIA D’AMELIO, UNA VERITA’ CHE FA PAURA?.

Di Solange Manfredi

Negli ultimi tempi sono stati portati attacchi pesantissimi verso alcuni soggetti coinvolti in indagini penali (magistrati, consulenti, procuratori, ecc…) Detti attacchi sono tutti andati a buon fine.
Ricordiamo quali:
De Magistris nel 2006, a seguito di una denuncia, inizia ad indagare sul fenomeno della illecita gestione pubblica, locale e nazionale, di finanziamenti, convenzioni, commesse e appalti, ecc…

All’interno della Procura, alcuni magistrati pongo in essere alcune attività allo scopo di sottrarre le suddette inchieste a De Magistris e vi riescono.

Il dott. De Magistris, ritenendo illegale quanto successo, inoltra regolare denuncia alla Procura della Repubblica di Salerno, ovvero la Procura competente (ex art. 11 c.p.p.), ad indagare sulle ipotesi di reato commesse dai magistrati di Catanzaro.

A questo punto succede la prima cosa di gravità assoluta. Il Ministro di Grazia e Giustizia, Clemente Mastella, coinvolto nelle indagini, chiede al CSM il trasferimento cautelare urgente di De Magistris; ovverosia chiede il trasferimento del magistrato che sta indagando su di lui, e De Magistris viene trasferito.
La Procura della Repubblica di Salerno, intanto, investita delle indagini dalla denuncia presentata da De Magistris (e quindi obbligata ad indagare), a febbraio chiede alla Procura di Catanzaro di trasmettergli gli atti relativi alle indagini di De Magistris, ma questa rifiuta di inoltrare i fascicoli.
La Procura di Salerno rinnova la richiesta di trasmissione degli atti relativi alle indagini di De Magistris per ben sette volte, e per ben 7 volte la Procura di Catanzaro si rifiuta di consegnare gli atti.La Procura di Salerno, quindi, dopo aver atteso nove mesi ed inviato ben sette richieste, decide il sequestro degli atti.
Il Tribunale del riesame conferma la legittimità del sequestro operato dai magistrati di Salerno e il CSM che fa? Trasferisce i magistrati di Salerno e sospende il Procuratore di Salerno Apicella. Ovvero il CSM commina una sanzione disciplinare durissima a fronte di un provvedimento dichiarato legittimo.
I magistrati di Catanzaro, nel frattempo, delegano il ROS di Roma ad indagare su De Magistris e, conseguentemente, sul lavoro del suo consulente, dott. Gioacchino Genchi. Peccato che il Ros di Roma sia assolutamente incompetente a svolgere dette indagini. Per il codice di procedura penale le indagini avrebbe dovuto condurle la Procura di Salerno per il dott. De Magistris e, ove fossero emersi elementi di reato in ordine al lavoro svolto da Genchi, la Procura di Palermo.
Questo prevede il codice di procedura penale.
Il ROS non rileva questo “leggerissimo” problema di incompetenza e procede nelle sue indagini.
Pazienza, in certi casi la procedura penale sembra un ricordo per vecchi nostalgici.
La cosa più assurda, però, è che, come ci dice Genchi: “se nessuna indagine poteva dunque essere delegata al Ros di Roma, ancora meno poteva essere delegata a quelle particolari persone del Ros. Se i tabulati acquisiti avevano un senso, non si potevano affidare ai soggetti che emergevano proprio dagli stessi tabulati”.

Comunque il Ros indaga e scoppia il c.d. “caso Genchi”. Viene detto a gran voce al popolo italiano che la democrazia è in pericolo perchè Genchi avrebbe esaminato, e conservato, illegalmente, i tabulati telefonici di 13 milioni di italiani.
Si scoprirà, poi, che i Ros avevano basato questa loro affermazione sul sequestro, a Giachino Genchi, degli elenchi del telefono.
Genchi, vice questore in aspettativa, viene sospeso dall’incarico e gli viene ritirato distintivo e pistola.
Ed ecco l’ultimo atto. Il Tribunale del riesame dichiara illegittimo il sequestro operato sul materiale del dott. Genchi ed annulla i relativi decreti. Il materiale deve essere restituito al dott. Genchi. La procura di Roma che fa? Non restituisce il materiale al dott. Genchi.
Ora da questo breve riassunto si evince come i protagonisti di questa vicenda siano stati privati di tutte le garanzie costituzionali, ovvero chi ha operato nei loro confronti lo ha fatto in barba non alla legge, ma alla Costituzione (artt. 3- 107,108, ecc..).

PERCHE’

La storia del nostro paese è costellata di c.d. “misteri” che rimangono tali per l’agire illegittimo di più persone. Tale agire, però in passato, cercava di mantenere un’apparenza di legittimità. In altri termini, si sono sempre commessi atti illeciti per proteggere da conseguenze penali alcuni soggetti, ma si facevano meno palesemente per il timore di venire scoperti. Oggi pare non essere più così. Si fa palesemente in spregio ai codici e alla costituzione. Perchè?
Una prima risposta potrebbe essere quella che tali poteri sono divenuti così forti e sicuri da essere diventati arroganti e sfacciati. Potrebbe essere un’interpretazione.
Una seconda interpretazione potrebbe essere che abbiano agito così non per arroganza ma per paura. E’ noto, infatti, che più il pericolo è improvviso, vicino ed effettivo, meno le nostre reazioni sono ponderate ed attente. Dobbiamo agire, o meglio reagire, velocemente, con gli strumenti e le risorse che abbiamo a disposizione.
Se questa interpretazione dovesse essere giusta ci si dovrebbe chiedere di cosa hanno paura, ovvero cosa hanno scoperto Genchi e De Magistris per far reagire così il “potere”?
La risposta, allora, potrebbe trovarsi nelle parole dello stesso Genchi:
L´attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del diciannove luglio del 1992 dopo la strage di via D’Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D’Amelio numero diciannove dov’è scoppiata la bomba, le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!” ….. E questa è l’occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalle stragi di via D’Amelio e dalla strage di Capaci. Perché queste collusioni fra apparati dello Stato, servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata“.
(Gioacchino Genchi, 27 febbraio 2009)
Ma in realtà oltre a queste due, c’è una terza possibilità. Una possibilità che ancora ci sfugge.
Ci potrebbe essere cioè un disegno più grande, che noi ancora non possiamo vedere, e che avrà il suo compimento fra diverso tempo; e in questo disegno potrebbe inserirsi la vicenda Genchi.
Una possibilità che, per la sua individuazione, richiede l’aiuto dei lettori. e un’analisi attenta dei fatti così come si sono svolti, si svolgono e si svolgeranno nei prossimi mesi o addirittura anni.
Invitiamo, quindi, tutti i lettori a dirci la propria opinione, per cercare di capire a cosa è finalizzata questa vicenda.

Castello Utveggio

Castello Utveggio.

Scritto da Salvatore Borsellino
Erano le tre di notte ai primi di marzo di quest’anno, a Palermo. Mi sono svegliato di soprassalto, mi sono alzato e sono andato a guardare, dal balconde al nono piano della casa dove dormivo, il monte che sovrasta Palermo.
Non c’era la luna, non c’erano le stelle, il cielo era nero, ma sulla cima del monte si stagliava un castello.
Emanava un lieve chiarore, come se fosse fosforescente, dotato di una luce propria, forse perché lo ho guardato a lungo tante volte illuminato dal sole, e quell’immagine si è ormai stampata nella mia memoria.
Ogni volta che vado in Via D’Amelio vado vicino all’olivo che mia madre ha fatto piantare nel punto in cui era stata piazzata la macchina piena di esplosivo, nel punto dove sono stati massacrati Paolo e i suoi ragazzi, alzo gli occhi, lo vedo e sto a lungo a guardarlo.
Chissà se Paolo prima di alzare il braccio per suonare il campanello del citofono della casa di nostra madre ha alzato gli occhi e lo ha visto per l’ultima volta, chissà se anche i suoi ragazzi prima di essere fatti a pezzi lo hanno guardato.
Di certo qualcuno da una finestra di quel castello li stava osservando e aspettava il momento migliore per azionare il detonatore.
Di certo Gioacchino Genchi arrivando in Via D’Amelio due ore sopo la strage ha distolto gli occhi dal tronco di Paolo in mezzo alle macerie del numero 19 di Via D’Amelio, ha distolto gli occhi dai pezzi di Emanuela Loi che ancora si staccavano dall’intonaco del palazzo dove abitava la mamma di Paolo e ha visto quel castello.
Quel castello, l’unico punto, come subito capì, da dove poteva essere stato azionato il comando che aveva causato quella strage.
E allora prese l’auto, fece quei pochi chilometri in salita che separano Via D’Amelio da quello sperone del Monte Pellegrino, andò davanti al cancello di quel castello e suonò un altro campanello, lo suonò a lungo ma nessuno gli aprì nonostante la dentro ci fossero tante persone come poté stabilire qualche tempo dopo elaborando, come solo lui è in grado di fare, i tabulati telefonici dove sono riportati le posizioni e le chiamate dei telefoni cellulari e dei telefoni fissi.

Incrociando quelle telefonate si riescono a stabilire delle verità che nemmeno le intercettazioni sono in grado di fare.
Si riesce a sapere che da un certo numero di ville situate sulla strada tra Villagrazia di Carini e Palermo una serie di telefonate partì per segnalare che Paolo stava arrivando al suo appuntamento con la morte.
Si riesce a stabilire che nei 140 secondi intorno alle ore sedici cinquantotto minuti e venti secondi dell’esplosione che causò la strage, delle telefonate partirono e arrivarono da una barca ormeggiata nel golfo di Palermo per segnalare che Paolo era arrivato al suo ultimo appuntamento e che l’esplosione era stata perfettamente sincronizzata con il suo arrivo.
Su quella barca c’era Bruno Contrada ed altri componenti dei servizi segreti civili, dentro quel castello, insieme a persone che Genchi, con le sue tecniche è in grado di individuare e avrebbe già individuato se non lo avessero subito fermato, c’era Musco, una lugubre figura appartenente e animatore di logge massoniche deviate che dovrebbe essere inquisito per tanti elementi che invece oggi si trovano solo come spunto nelle sentenze di archiviazione di processi che non hanno potuto svolgersi.
Che forse non si svolgeranno mai, protetti come sono  da un segreto di Stato non dichiarato ma non per questo meno forte perché retto dai ricatti incrociati basati sul contenuto di una Agenda Rossa..
Perché invece di portare avanti quei processi si emanano sentenze assurde e vergognose come come quella che ha mandato assolto il Cap. Arcangioli, l’uomo fotografato e ripreso subito dopo l’esplosione in Via D’Amelio, con in mano la borsa di cuoio di Paolo che sicuramente conteneva l’agenda rossa.
Perché invece si svolgere altri processi che vanno a toccare i fili scoperti delle consorterie di magistrati, uomini di governo, massoni e servizi deviati, si massacrano altri giudici, non più con il tritolo, ma con metodi nuovi che non fanno rumore, non fanno indignare l’opinione pubblica, come le bombe che in Palestina amputano gli arti di civili palestinesi senza che venga versato del sangue.
Massacri, vere e proprie esecuzioni davanti a plotoni di esecuzione composti da altri magistrati, come la decimazione della Procura di Salerno, che vengono presentate da una stampa ormai asservita e pavida di fronte al sistema di potere con un’ottica completamente distorta e fuorviante.
Perché il pericolo rappresentato da Genchi e dalle sue consulenze in un eventuale processo agli esecutori occulti di questa strage, anche se forse non si svolgerà mai, viene eliminato preventivamentre eliminando la possibilità di un utilizzo delle sue raffinate tecniche di indagine in grado di inchiodare i responsabili materiali di quella strage.
Almeno fino a quando, e non è impossibile che accada, qualcuno non deciderà che sia necessaria la sua eliminazione anche fisica sfidando le reazioni che questa potrebbe provocare nell’opinione pubblica.
Alla stessa maniera in cui fu sfidata questa reazione quando fu necessario eliminare in fretta Paolo per potere rimuovere del tutto l’unico ostacolo che si frapponeva al portare avanti una ignobile trattativa tra mafia e Stato, portata avanti, in prima persona, dai più alti gradi del ROS. Quella trattativa della quale oggi, punto per punto e in mezzo all’indiferenza e all’assuefazione dell’opinione pubblica, vengono realizzati quei punti contenuti nel ‘papello’ e che sanciscono la definitiva sconfitta dello Stato di diritto.
Vogliamo anche noi dichiararci sconfitti, vogliamo anche noi chinare il capo e dichiararci servi, vogliamo anche noi rinunciare alla nostra libertà?
Il 19 luglio non è lontano. Prepariamoci.
Quest’anno da quella via in cui tutto è cominciato alle 5 del pomeriggio di 17 anni fa, dovrà nascere e non dovrà più fermarsi la nostra RESISTENZA.
Non dovrà più fermarsi fino a quando non sarà fatta Giustizia, fino a quando quei criminali che, anche dentro le istituzioni, stanno oggi godendo i frutti di quella strage non saranno spazzati via per sempre

Genchi si appella a Napolitano affinchè la Legge sia rispettata

Genchi si appella a Napolitano affinchè la Legge sia rispettata.

21 aprile 2009 – Roma (ADNKRONOS) Il consulente informatico dell’ex pm De Magistris chiede l’intervento del capo dello Stato: ”La Procura di Roma sta deliberatamente rifiutando la restituzione dei reperti e dei dati sequestrati presso il mio studio. Siamo in presenza di un atto eversivo di inaudita gravità”. L’intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e’ stato chiesto da Gioacchino Genchi, il consulente informatico dell’ex pm Luigi De Magistris per ottenere la restituzione degli atti e dei dati sequestrati di recente nel suo ufficio dal Ros dei carabinieri su disposizione della Procura di Roma. La scorsa settimana il Tribunale del riesame aveva accolto la richiesta di Genchi e del suo legale, Fabio Repici di restituire i documenti sequestrati. Ma oggi la Procura della capitale, secondo quanto dice Genchi si sarebbe rifiutata di farlo. ”La Procura di Roma, nonostante la lapalissiana evidenza dei provvedimenti di annullamento delle perquisizioni e dei sequestri illegittimamente eseguiti e disposti dal Tribunale del riesame, sta deliberatamente rifiutando la restituzione dei reperti e dei dati sequestrati presso il mio studio – dice Genchi all’ADNKRONOS – contenenti risultanze di indagini riservatissime di numerosi uffici giudiziari anche nei confronti di magistrati della stessa Procura di Roma”.  Secondo Genchi ”siamo in presenza di un atto eversivo di inaudita gravita’. Chiediamo l’immediato intervento del capo dello Stato e, per gli atti urgenti concernenti l’esecuzione del provvedimento del riesame, del procuratore generale di Roma e del procuratore della Repubblica di Perugia”. Genchi e Repici sono ancora in Procura di Roma.

Fonte:
http://www.adnkronos.com/

Palermo – 21 Apr – ore 13:52 Il superconsulente informatico nell’inchiesta Why Not, Gioacchino Genchi, denuncia presunti abusi da parte della Procura di Roma, per la mancata restituzione dei dispositivi elettronici e dei dati sequestrati allo stesso Genchi il 13 marzo e di cui il Tribunale del Riesame della capitale aveva ordinato la restituzione. “La Procura di Roma – dice Genchi in una nota – rifiuta illegittimamente la restituzione di quanto, altrettanto illegittimamente, era stato sequestrato dai carabinieri del Ros. Siamo in presenza di un atto eversivo di proporzioni inaudite e per questo chiediamo l’immediato intervento del Capo dello Stato, del procuratore generale di Roma e del procuratore di Perugia”. Quest’ultimo intervento, secondo Genchi, e’ necessario perche’ i sequestri hanno riguardato “indagini riservatissime di varie autorita’ giudiziarie e contengono precise acquisizioni e intercettazioni telefoniche – prosegue la nota – riguardanti gli stessi magistrati che hanno proceduto al sequestro e un altro magistrato gia’ in servizio alla Procura di Roma e di recente nominato a incarichi ministeriali”. Genchi conclude sostenendo che “le acquisizioni delle indagini Why not, riguardanti quel magistrato, sono state legittimamente eseguite dal Pm Luigi De Magistris, quando il magistrato in questione ricopriva l’incarico di Pm di Roma. Il sinedrio della magistratura romana intende stravolgere le regole e i principi dell’ordinamento giuridico”.

Fonte:
La Repubblica – Palermo

Caso Genchi: la Procura di Roma rifiuta di eseguire la sentenza di restituzione


di Antonio Rispoli


Sembra incredibile, ma è così: la Procura di Roma si è rifiutata di eseguire la sentenza del Tribunale del Riesame, che ha giudicato illeggittimo il decreto di perquisizione firmato dai Pubblici Ministeri Toro e Rossi e ha disposto la restituzione a Genchi di tutto quello che i Carabinieri hanno sequestrato. Appresa la notizia, Gioacchino Genchi ha commentato: “Siamo in presenza di un atto di eversione giudiziaria di una gravità inaudita. Negli atti del sequestro vi sono infatti acquisizioni importantissime riguardanti gli stessi magistrati della procura di Roma che hanno eseguito il sequestro”.
Ed è il minimo, definirla eversiva, la decisione della Procura. Genchi si è appellato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nella sua qualità di Presidente del CSM. Infatti c’è un obbligo: il livello inferiore della magistratura non può rifiutarsi di obbedire al livello superiore, se non in presenza di un ricorso legale. Invece, a quanto pare, nei dintorni di Gioacchino Genchi (e di De Magistris), la magistratura si sente in dovere di comportarsi illegalmente: la Procura di Catanzaro prima blocca le indagini di De Magistris a cui aveva collaborato Genchi, poi si rifiuta di rispondere alle richieste del Tribunale di Salerno ed infine arriva ad emettere un illeggittimo e illegale decreto di sequestro su un sequestro effettuato dal Tribunale di Salerno; il Presidente della Repubblica che attacca il Tribunale di Salerno; il CSM che ha cacciato dalla Magistratura il Procuratore Capo di Salerno e ha trasferito altri magistrati di quella Procura solo perchè avevano fatto il loro lavoro.
Io mi auguro che questa volta il CSM agisca di conseguenza, cioè dovrebbe cacciare dalla magistratura i due procuratori di Roma; ma sarà un miracolo se non adotterà sanzioni contro i membri del Tribunale del Riesame


Fonte: JulieNews.it

Antimafia Duemila – L’avvocato di Genchi: ”Nell’archivio del consulente le indagini sulla procura di Roma”

Antimafia Duemila – L’avvocato di Genchi: ”Nell’archivio del consulente le indagini sulla procura di Roma”.

“Siamo oltre il porto delle nebbie”.
Lo ha dichiarato Fabio Repici, avvocato di Gioacchino Genchi, in seguito alla decisione della procura di Roma di non restituire l’archivio del consulente nonostante l’ordinanza del Tribunale del Riesame. “Oggi – ha spiegato il legale, la procura capitolina – ha fatto ammutinamento rispetto ai provvedimenti dei giudici che hanno decretato l’illegittimità totale dell’operato della stessa Procura. I reperti che la Procura di Roma sta mantenendo abusivamente in sequestro sono tutti di proprietà del dr. Gioacchino Genchi”. Per tale motivi oggi i pm romani “si sono resi responsabili, tra l’altro, dei reati di rifiuto di atti d’ufficio e di appropriazione indebita”. Tanto più che “nei supporti informatici trattenuti ci sono atti relativi a delicate indagini per le quali il dr. Genchi aveva ricevuto incarichi dall’Autorità giudiziaria. E ci sono perfino atti e intercettazioni che riguardano il procuratore aggiunto Toro: tra l’altro sue conversazioni nelle quali nel maggio 2006 concordava con altra persona, con insospettabili capacità profetiche, gli incarichi al ministero della giustizia presso l’appena nominato ministro Mastella e presso altri ministeri, riferendo anche gli incarichi graditi da altri magistrati romani, ivi compreso il dr. Nello Rossi. I magistrati della Procura di Salerno sono stati cacciati su due piedi dal Csm per aver emesso un provvedimento dichiarato legittimo dal competente Tribunale del riesame. Mi chiedo: cosa assicura ai magistrati romani l’impunità davanti al Csm ed al ministro della giustizia? Mi auguro – ha concluso – che la risposta non sia da rintracciare nel contenuto di quelle conversazioni”.

Chi sbaglia non paga – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Chi sbaglia non paga – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Zorro
l’Unità, 17 aprile 2009

Gioacchino Genchi, additato dal Copasir, da politici di destra e sinistra e dalla stampa al seguito come un mostro che spia tutto e tutti e dunque «merita l’arresto» (Gasparri), «ha agito correttamente» senza violare alcuna legge. Lo scrive il Riesame di Roma, presieduto da Francesco Taurisano, nelle motivazioni all’annullamento dei sequestri dei computer di Genchi, disposti dai procuratori Toro e Rossi ed eseguiti dal Ros. Di più: i giudici demoliscono pure le fantasiose accuse mosse a suo carico (abuso d’ufficio, accesso abusivo a sistema informatico, violazione dell’immunità parlamentare e del segreto di Stato). Genchi «non ha violato le guarentigie dei parlamentari interessati all’acquisizione dei tabulati» (Mastella & C.): «agiva di volta in volta in forza del decreto autorizzatorio del pm De Magistris, comunicandogli ogni… coinvolgimento di membri del Parlamento intestatari delle utenze».

L’accesso all’anagrafe dell’Agenzia delle Entrate «non ha arrecato nocumento» ad alcuno. Quanto ai tabulati di uomini dei servizi segreti, «non è dato comprendere il nocumento per la sicurezza dello Stato», ma soprattutto «il tribunale non rinviene la norma di legge» che vieterebbe di acquisire i tabulati di uno 007: «Genchi agì nell’esercizio delle sue funzioni di ausiliario del pm De Magistris». Domandina: quando tre pm di Salerno perquisirono la Procura di Catanzaro e il Riesame diede loro ragione, il Csm li cacciò su due piedi. Ora che due pm di Roma han perquisito Genchi e il Riesame ha dato loro torto, cosa pensa di fare il Csm? Per coerenza, non potrà che promuoverli.

Riesame di riparazione – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Riesame di riparazione – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

l’Unità, 11 aprile 2009

Il Riesame ha annullato i due decreti di sequestro dei computer di Gioacchino Genchi, l’ex consulente di De Magistris indagato a Roma e perquisito dal Ros per abuso d’ufficio, accesso illegale a sistema informatico, violazione del segreto di Stato e dell’immunità parlamentare. Crolla così miseramente l’iniziativa dei procuratori aggiunti Nello Rossi e Achille Toro, che aveva portato al linciaggio di Genchi (Gasparri ne aveva addirittura chiesto l’arresto). Le motivazioni non sono ancora note. Ma l’avvocato Fabio Repici ha dimostrato che i reati contestati sono puro dadaismo giudiziario.

Accesso abusivo all’Agenzia dell’Entrate: non era abusivo perché autorizzato da vari pm. Acquisizione di tabulati “riconducibili a parlamentari” senza il permesso del Parlamento: per sapere che un telefono è riconducibile a Tizio o Caio, bisogna acquisirlo. E ad acquisirlo non è il consulente, ma il pm. E l’autorizzazione delle Camere è richiesta per usare i tabulati nel processo, non nelle indagini. E i tabulati non erano riconducibili a parlamentari: quello di Mastella era intestato alla Camera e al Dap, quello di Minniti a un tizio di Treviso, quello di Pisanu a tale Stefania I., quello di Loiero non era coperto da immunità perchè Loiero non era parlamentare. Quanto a quelli dei servizi segreti, non sono coperti da alcun segreto. In ogni caso non si vede che c’entri la Procura di Roma con un signore che vive e opera a Palermo. Si spera che il Riesame chiuda l’ennesima pagina nera della giustizia italiana sul caso Catanzaro. E che qualcuno, magari, torni a occuparsi del caso Catanzaro.

Il Riesame annulla la perquisizione ed i sequestri del ROS del 13 marzo 2009

Il Riesame annulla la perquisizione ed i sequestri fatti dal ROS a Genchi.

Scritto da Gioacchino Genchi

Il Tribunale del Riesame di Roma (Presidente Francesco Taurisano – a latere Anna Criscuolo) ha annullato il provvedimento di sequestro nei miei confronti della Procura della Repubblica di Roma, eseguito dal ROS lo scorso 13 marzo 2009. Ho sempre avuto fiducia nella Giustizia e nelle Istituzioni dello Stato. Mi sono difeso nel processo da accuse infamanti, ordite da chi ha cercato e sta cercando in tutti i modi di colpirmi per quello che è stato il mio impegno al servizio della Giustizia, nell’esclusivo interesse di ricerca e di affermazione della Verità.
Ringrazio il mio difensore – l’avv. Fabio Repici – per l’eccellente impegno profuso nel difendermi.
Ringrazio i tanti amici che mi sono stati vicini da ogni parte d’Italia. Spero solo di trovare il tempo, a questo punto, alle centinaia di migliaia di e-mail e di messaggi su facebook che ho ricevuto in questi giorni.
Confermo la mia più assoluta stima ed incondizionata subordinazione al Capo della Polizia, alle Istituzioni dello Stato e ringrazio i tantissimi colleghi della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri, del ROS, della DIA e della Guardia di Finanza, con i quali ho avuto l’onore di collaborare in oltre 20 anni della mia attività professionale.
Ringrazio ancora i numerosi signori magistrati – requirenti e giudicanti – che hanno avuto fiducia nel mio lavoro e nella mia persona e che questa fiducia mi hanno confermato fino a ieri, con attestazioni di stima e conferimenti di incarichi in delicatissimi procedimenti di mafia e di omicidio, anche pendenti presso la Procura della Repubblica di Roma che mi ha indagato.
Un grazie particolare va a mia moglie ed ai miei figli, che mi sono stati vicino ed insieme a me hanno sofferto questo calvario e patito le ingiustizie di una perquisizione domiciliare della mia abitazioni e delle abitazioni di Trabia e di Castelbuono dei miei congiunti, che i giudici del Riesame di Roma hanno dichiarato del tutto illegittime.
In ultimo mi sia consentito di ringraziare più di tutti Salvatore Borsellino ed i ragazzi del movimento 19 luglio 1992, che mi hanno dato la forza e la voce per resistere alle ingiustizie che ho subito.

Gioacchino Genchi

Palermo, 10 aprile 2009

Agenzie di stampa del 10 aprile 2009:

Genchi, riesame annulla sequestro archivio del consulente (APCOM)
Roma, 10 apr. (Apcom) – “Il tribunale del riesame confermando le nostre censure all’operato della Procura di Roma riafferma il principio di legalità violato in ordine dai magistrati della Procura generale di Catanzaro, dal Ros dei carabinieri e da un funzionario dell’Agenzia delle entrate e dalla Procura di Roma. Preciso che in questa Procura lavorano anche magistrati integerrimi ed eroici, ma questa indagine dimostra come la direzione di quest’ufficio abbia riportato il calendario ai tempi del porto delle nebbie”. Così ha affermato l’avvocato Fabio Repici, difensore di Genchi, in relazione alla decisione del tribunale del riesame che ha annullato la perquisizione e il sequestro effettuato il 13 marzo scorso. alt

Annullato sequestro archivio Genchi (AGI)
(AGI) – Roma, 10 apr. – Il tribunale del Riesame di Roma ha annullato il sequestro dell’archivio di Gioacchino Genchi, il vicequestore ora sospeso che per anni ha lavorato come consulente di numerosi uffici giudiziari italiani. L’annullamento riguarda sia il sequestro relativo al reato di abuso d’ufficio sia quello per accesso abusivo a un sistema informatico e violazione della legge sulla privacy. “Esaminata la richiesta di riesame – si legge nel dispositivo dell’ordinanza del collegio presieduto da Francesco Taurisano – del decreto di perquisizione con conseguente sequestro emesso, l’11 marzo 2009 (ed eseguito il 13, ndr), dal pubblico ministero presso il tribunale di Roma nei confronti di Gioacchino Genchi, persona nei cui riguardi si investiga per le provvisorie incolpazioni di abuso d’ufficio continuato come descritte sotto i capi 1 e 2, annulla il decreto”. Dello stesso tenore l’altra ordinanza per le ulteriori contestazioni.

MISTERI DI STATO/SCOPERTO ECHELON ITALIA

http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=199

di Rita Pennarola [ 05/04/2009]

Prove generali di stretto controllo telematico nei tribunali e Procure di tutta Italia. Genchi lo aveva capito: un grande orecchio e’ in ascolto e con il nuovo Registro Generale Web l’operazione sara’ completata. A realizzare gli apparati per conto di Via Arenula sono alcune big finite nelle inchieste Why Not e Poseidone. Ecco in esclusiva la storia vera dei protagonisti di questo inedito Echelon a Palazzo di Giustizia. Vicende che ci riportano lontano. Fino a misteri di Stato come la strage di Ustica ed il massacro di via D’Amelio.

C’erano una volta i rendez vous segreti nelle suite super riservate dei grandi alberghi. A Roma era l’Excelsior, a Napoli una fra le quattro-cinque perle del lungomare. Nella capitale ricevevano gli uomini di Licio Gelli – quando non direttamente il Venerabile in persona – per impartire quelle direttive stabilite in luoghi ancora piu’ elevati che poi i diversi referenti, tutti d’altissimo rango (compresi capi dei governi e della magistratura) dovevano portare avanti per orientare il corso della storia. Cos’altro era, per esempio, il summit che si tenne al largo di Civitavecchia sul panfilo Britannia della regina Elisabetta il 2 giugno del 1992, quando fu decisa quella colonizzazione selvaggia dell’Italia – attuata a suon di privatizzazioni senza soluzioni di continuita’ prima da Prodi e poi da Berlusconi – di cui ancora oggi scontiamo gli effetti? E cos’altro fu a Napoli, dentro il prive’ a un passo dal cielo con vista sul golfo, quella sorta di “tribunale preventivo” nel quale, al primo scoppio serio di Tangentopoli, nel 1993 vennero convocati i proconsoli democristiani e socialisti per imporre loro di accettare un lauto vitalizio dopo essersi accollati le malefatte giudiziarie dei rispettivi leader politici?
Piccoli squarci di luce sotto un velame oscuro che si e’ fatto nel tempo sempre piu’ plumbeo, ma anche piu’ sofisticato grazie all’uso ardito e sapiente di tecnologie solo vent’anni fa impensabili. Cosi’ a fine anni ottanta, mentre gli americani sperimentavano il controllo a tappeto dei miliardi di abitanti del pianeta collaudando la piu’ straordinaria rete spionistica telematica che fosse mai stata immaginata – Echelon – prima solo in ambito militare, poi estesa anche ad usi civili, in Italia per decidere le sorti della giustizia ed incanalare il destino dei processi era ancora necessario ricorrere ad incontri vis a vis, sfruttando canali di mediazione come le agape massoniche o i pizzini orali, passati di bocca in bocca tra colletti bianchi e intermediari mafiosi.
Da tempo non e’ piu’ cosi’. Almeno da quando, una decina di anni fa, il controllo telematico dei palazzi di giustizia italiani ha cominciato a diventare una rete che avviluppa, scruta e controlla tutto, dai piani alti della Cassazione alla scrivania dell’ultimo cancelliere, dalle Alpi alla Sicilia. Dopo il monitoraggio minuto per minuto delle operazioni finanziarie – che avvengono ormai esclusivamente on line da un capo all’altro del mondo – ora qualcuno sta cercando di tracciare ed orientare definitivamente anche le sorti dell’intero sistema giudiziario nel Belpaese. Al punto che, a distanza di appena quattro-cinque anni dagli spionaggi alla Pio Pompa o alla Tavaroli, il quadro e’ un altro: oggi non serve piu’ spiare, basta entrare nella rete dalla porta giusta, mettersi in ascolto. E poi decidere.
Ne e’ passata insomma di acqua sotto i ponti da quel quel luglio del 1992, quando per coprire errori ed omissioni nel massacro di Capaci si rese “necessario” far saltare in aria anche Paolo Borsellino con tutta la sua scorta, lasciandoci dietro, ancora una volta, tutta una serie di tracce insanguinate, piccoli e grandi particolari cartacei fatti sparire troppo in fretta, come l’agenda rossa, portata via clamorosamente sotto gli occhi di tutti dal colonnello Arcangioli solo pochi minuti dopo l’eccidio. Un sistema, del resto, quello della “pulizia totale”, che compare come un macabro rituale anche in omicidi di quel tempo, quale quello del giornalista antimafia Beppe Alfano, nel 1993, la cui figlia Sonia racconta di quegli autentici plotoni di polizia e carabinieri entrati per ore a devastare armadi e cassetti di una famiglia ammutolita da un dolore lancinante ed improvviso, alla ricerca di carte, documenti, fascicoli, «quasi che il criminale fosse mio padre – racconta oggi Sonia – ancora a terra in una pozza di sangue, e non coloro che lo avevano atteso per ammmazzarlo».
Quella volta pero’, quel 19 luglio 1992, era gia’ in azione un vicequestore siciliano che nell’uso delle tecnologie informatiche era piu’ avanti delle stesse barbe finte nostrane, ancora costrette a perquisizioni, pulizie, furti per occultare le prove dei crimini di Stato. Quel vicequestore si chiamava Gioacchino Genchi. E la sua storia, i violenti tentativi di zittirlo e delegittimarlo fino all’annientamento (come la repentina sospensione dal corpo di Polizia, che ha fatto sollevare l’opinione pubblica in tutta Italia), ci fa ripiombare di colpo dentro l’Italia di oggi, in un Paese dove per uccidere uno o due magistrati non e’ piu’ necessario spargere sangue. Perche’ a tutto pensa il grande Echelon del sistema giudiziario italiano, Che ha – come vedremo – nomi, volti e terminali ben precisi.

IL PADRE DI ECHELON
E partiamo da un uomo che Echelon ha confessato di averlo realizzato per davvero. O, almeno, ha ammesso di aver collaborato alla messa a punto del Grande Orecchio americano. Quest’uomo si chiama Maurizio Poerio, e’ un imprenditore nei sistemi informatici ad altissima specializzazione e su di lui si soffermano a lungo i pubblici ministeri salernitani che indagavano sui loro colleghi della procura di Catanzaro, messi sotto accusa con una mole impressionante di rilevanze investigative raccolte dall’allora pm Luigi De Magistris grazie anche alla consulenza prestata da Gioacchino Genchi.
Un nome, Poerio, una scatola nera che racchiude mille misteri. Ma cominciamo dall’oggi. E cominciamo dalle tante verbalizzazioni nelle quali De Magistris a Salerno dichiara apertamente che potrebbe essere stato spiato, che tutta la sua attivita’ investigativa era stata probabilmente – o quasi certamente – monitorata fin dall’inizio. Non attraverso gli 007 dei Servizi, ma in maniera semplice e naturale, vale a dire attraverso la societa’ privata che gestisce i sistemi informatici dell’intero pianeta giustizia in Italia. Questa societa’ e’ la la CM Sistemi. Appunto. Con una potentissima e storica diramazione – la CM Sistemi Sud – proprio in Calabria, regione dalla quale la attuale corporate aveva avuto origine negli anni ottanta. Ma anche la regione dove questa societa’ si aggiudica da sempre l’appalto per la “cura” degli uffici giudiziari. E in cui risiede il suo amministratore delegato: quella stessa Enza Bruno Bossio, moglie del plenipotenziario Ds Nicola Adamo ma, soprattutto, pesantemente indagata prima nell’inchiesta Poseidone (il bubbone avocato a De Magistris in circostanze ancora tutte da chiarire sul piano della legittimita’) e poi in Why Not.
Perche’ del colosso CM Sistemi Maurizio Poerio e’ una colonna portante, capace di tessere ed orientare i rapporti con la pubblica amministrazione – leggi in particolare Via Arenula – come e’ scritto, fra l’altro, nell’indicazione specifica delle sue mansioni: “consigliere delegato ai rapporti istituzionali”.
Ma Poerio non e’ solo un manager dell’ICT (Information and Communication Technology) prestato alla CM. Il suo ruolo, come dimostra la perquisizione di De Magistris presso i suoi uffici romani, va ben oltre. L’11 settembre del 2006, interrogato nell’ambito di Poseidone, l’imprenditore calabrese prova a prendere le distanze da quella societa’, che appare gia’ dentro fino al collo nell’inchiesta giudiziaria. «Conosco molto bene – affermava rispondendo ad una precisa domanda – Marcello Pacifico, presidente della CM Sistemi, societa’ per la quale ho collaborato attraverso un contratto di consulenza professionale». Un tentativo estremo di prendere il largo: da buon commercialista (e’ iscritto all’ordine di Catanzaro) Poerio sapeva bene che sarebbe bastata una semplice visura camerale a smentirlo. Della romana CM Sistemi spa, infatti, oltre un milione e mezzo di capitale nel motore, il manager calabrese e’ a tutti gli effetti consigliere d’amministrazione, all’interno di un organigramma che risulta quasi identico a quello della sua costola meridionale, la stessa CM Sistemi Sud capitanata dalla Bruno Bossio. Perche’ allora parlare di semplici “consulenze”? Il fatto e’ che la faccenda si stava facendo complicata. Dal momento che per la prima volta quel grande orecchio invisibile capace di scrutare dentro tutti gli uffici giudiziari italiani stava dando segnali concreti della sua esistenza. E in gioco – cominciava a capire De Magistris, ma ne era ben consapevole da tempo lo stesso Poerio – non c’era solo la storia degli appalti pilotati a Procure e tribunali della Calabria (gara “regolarmente” aggiudicata per l’ennesima voltra alla CM Sistemi Sud), ma la credibilita’ dell’intero pianeta giustizia nel nostro Paese, se non addirittura i destini del sistema Italia. E questo, soprattutto per due principali motivi.
E’ il consulente del pubblico ministero De Magistris, Pietro Sagona, ad illuminare i pm salernitani su alcune circostanze a dir poco imbarazzanti che riguardano la CM Sistemi (siamo al 7 aprile 2008, ma Sagona riferisce particolari che evidentemente erano gia’ ben noti a Poerio e company): «Nell’ambito degli accertamenti da me espletati e’ emersa la rilevanza del consorzio Tecnesud, destinatario di un finanziamento pubblico gia’ in fase di stipula della convezione con il Ministero delle Attivita’ Produttive, non stipulato soltanto a causa della mancanza di uno dei cinque certificati antimafia richiesti e pervenuti relativo alla societa’ Forest srl titolare di un’iniziativa consorziata ed agevolata. Il finanziamento era di sessanta milioni di euro complessivi, otto dei quali a carico della Regione Calabria, il residuo a carico dello Stato». Del consorzio faceva parte anche la CM Sistemi. Ma perche’ alla socia Forest non era stato rilasciato il certificato antimafia? Risponde Sagona: «Presidente della Forest era tale avvocato Giuseppe Luppino, nato a Gioia Tauro il 5 marzo 1959, nipote di Sorridente Emilio, classe 1927, ritenuto organicamente inserito nella consorteria mafiosa dei Piromalli-Mole’». E non e’ finita: «il predetto Luppino risultava esser stato denunciato per gravi reati quali turbata liberta’ degli incanti, favoreggiamento personale, falsita’ ideologica ed associazione per delinquere di stampo mafioso» e sottoposto a procedimento penale a Palmi.
Ricapitolando: la CM Sistemi, talmente affidabile da vincere la gara d’appalto per l’informatizzazione di tutti gli uffici giudiziari nella regione Calabria, sedeva nel consorzio Tecnesud accanto ad una sigla, la Forest, riconducibile ad una fra le piu’ pericolose cosche della ‘ndrangheta.
Una circostanza allarmante. Ma non l’unica. In quello stesso, fatidico interrogatorio dell’11 settembre 2006 Poerio, per accrescere la propria credibilita’ di manager in rapporti transnazionali, non manco’ di aggiungere: «Mi sono occupato per conto della I.T.S. di una serie di progetti per l’utilizzo di tecnologie per le informazioni satellitari per uso civile, quale ad esempio il progetto Echelon negli Stati Uniti d’America e GIS in Italia». Di sicuro, insomma, Poerio era un personaggio che in fatto di “controllo a distanza” poteva considerarsi fra i massimi esperti mondiali.

I FRATELLI DEL RE.GE.
Fu probabilmente proprio allora che la sensazione di essere spiato divento’ per De Magistris qualcosa di piu’ d’una semplice impressione. Con elementi che nel tempo andavano ad incastrarsi come tessere di un mosaico per confermare quella ipotesi. Sara’ lo stesso ex pm a raccontarlo piu’ volte ai colleghi salernitani, come si legge in alcune pagine delle sue lunghe verbalizzazioni riportate per esteso nell’ordinanza di perquisizione e sequestro emessa a carico della Procura di Catanzaro.
Il 24 settembre del 2008 De Magistris contestualizza innanzitutto tempi e personaggi di quel “sistema” che aveva il suo terminale dentro il ministero della Giustizia, retto nel 2007 dall’indagato di Why Not Clemente Mastella. Ed arriva al collegamento fra quest’ultimo e la CM Sistemi. Ci arriva attraverso un altro carrozzone politico destinatario di enormi provvidenze pubbliche in Calabria, il consorzio TESI, del quale faceva parte la societa’ della Bruno Bossio (e quindi di Poerio): sempre lei, la regina CM. «Personaggio che ritenevo centrale quale anello di collegamento tra il Mastella ed ambienti politici ed istituzionali, oltre che professionali, in Calabria ed anche a Roma – dichiara De Magistris – era l’avvocato Fabrizio Criscuolo, il cui nominativo emergeva anche nelle agende e rubriche rinvenute durante le perquisizioni effettuate nei confronti del Saladino (il principale inquisito di Why Not Antonio Saladino, ndr). Nello studio associato Criscuolo presta servizio quale avvocato anche Pellegrino Mastella, figlio dell’ex-ministro».
Ma non basta. «Il predetto Criscuolo risulta aver coperto la carica di consigliere d’amministrazione della Aeroporto Sant’Anna spa, con sede in Isola Capo Rizzuto, il cui presidente era il professor Giorgio Sganga, coinvolto nelle indagini Poseidone e Why Not in quanto compariva nell’ambito della compagine della societa’ TESI» in compagnia, appunto, della CM. Insomma, da Mastella a Criscuolo, da Criscuolo a Sganga fino a TESI, dove ritroviamo la CM e gli appalti negli uffici giudiziari. Compresa la realizzazione del RE.GE, vale a dire lo strategico Registro Generale centralizzato nel quale pm e gip sono tenuti a riversare tutte le risultanze del loro lavoro, ma anche ad anticipare le iniziative giudiziarie (perquisizioni, sequestri etc.) che andranno ad effettuare di li’ a poco.
Altro trait d’union fra gli artefici del Grande Orecchio in Procura e l’allora titolare di Via Arenula lo si rintraccia seguendo la carriera del secondo figlio di Mastella, Elio. «Dalle attivita’ investigative che stavo espletando – precisa De Magistris – era emerso che Elio Mastella era dipendente, quale ingegnere, nella societa’ Finmeccanica, oggetto di investigazioni nell’inchiesta Poseidone, societa’ interessata anche ad ottenere il controllo, proprio durante il dicastero Mastella, dell’intero settore delle intercettazioni telefoniche». Ma in Finmeccanica «si evidenzia anche il ruolo di Franco Bonferroni (legatissimo a piduisti come Giancarlo Elia Valori e Luigi Bisignani, ndr) gia’ destinatario di decreto di perquisizione e coinvolto nelle inchieste Poseidone e Why Not, nonche’ il genero del gia’ direttore del Sismi, il generale della GdF Nicolo’ Pollari». E dire Finmeccanica significava in qualche modo tornare a Maurizio Poerio, che proprio insieme a quella societa’ aveva preso parte a numerosi progetti internazionali, in primis quello denominato “Galileo”.

IL NEMICO TI ASCOLTA
Il 16 novembre 2007 De Magistris dichiara di aver acquisito elementi sull’attivita’ di “monitoraggio” che andava avanti ai suoi danni (e questo spiegherebbe fra l’altro anche il rincorrersi di strane “anticipazioni”, come quando il pm apprese dell’avocazione del fascicolo Poseidone dalla telefonata di un giornalista dell’Ansa dopo che, a sua totale insaputa, la notizia era addirittura gia’ stata pubblicata da un quotidiano locale): «spesso ho avuto l’impressione di essere anticipato, e questo sia in “Poseidone che in Why Not; si e’ verificato, cioe’ proprio mentre… appena arrivo al punto finale, le indagini vengono sottratte. Poi… intervenivano le interrogazioni parlamentari, e arrivavano gli ispettori, e arrivavano le missive. Cioe’ sempre o di pari passo, o qualche volta addirittura in anticipo su quelle che potevano essere poi le mosse formali successive».
Ma le “fughe di notizie”, una volta trovato il sistema per realizzarle, potevano anche essere sapientemente pilotate: «ad un certo punto – dice De Magistris ai colleghi di Salerno nelle dichiarazioni rese a dicembre 2007 – penso che sia stata utilizzata la tecnica di “pilotare” una serie di fughe di notizie per poi attribuirle a me. Si facevano avere notizie anche a giornalisti che avevo conosciuto in modo tale da attribuire poi a me il ruolo di “fonte” di questi ultimi. Per non parlare delle gravi e reiterate fughe di notizie sulle audizioni al Csm anche in articoli pubblicati dal Corriere della Sera e da La Stampa: perfino la mia memoria, depositata con il crisma del protocollo riservato, e’ stata riportata, in parte, virgolettata».
E cosi’, grazie allo stesso, collaudato “orecchio”, puo’ accadere anche che, alla vigilia di importanti e riservatissimi provvedimenti cautelari, i destinatari siano gia’ ampiamente informati e mettano in atto adeguate contromisure. E se il metodo funziona, perche’ non adottarlo anche in altre Procure, come a Santa Maria Capua Vetere? Torniamo a fine 2007, ai giorni caldi che precedettero le dimissioni di Mastella, il ritiro della fiducia al governo da parte dell’Udeur e la conseguente caduta dell’esecutivo Prodi. «Taluni quotidiani nazionali – osserva De Magistris – hanno riportato fatti dai quali si evincerebbe che lo stesso senatore Mastella o ambienti a lui vicinissimi abbiano contribuito, forse anche con l’ausilio di soggetti ricoprenti posti apicali al Ministero della Giustizia, a far trapelare la notizia degli imminenti arresti da parte della magistratura di Santa Maria Capua Vetere, o che comunque fossero al corrente del fatto e si adoperassero per predisporre una “strategia difensiva”. Del resto resoconti giornalistici informano che il senatore Mastella avesse gia’ pronto un “ricco” discorso in Parlamento ed il consuocero (Bruno Camilleri, cui stava per essere notificata un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, ndr), la sera prima, si fosse ricoverato in una clinica».

DA POSEIDONE A USTICA
Come abbiamo visto, l’Echelon del 2000 non e’ piu’ la creatura misteriosa messa in piedi negli anni della guerra fredda dai pionieri della tecnologia. Oggi le apparecchiature avvolgono in una rete invisibile praticamente tutti i palazzi di giustizia. Ed il controllo e’ centralizzato. Ovvio, allora, che se si intende “gestire” questo sistema garantendosi ogni possibilita’ di accesso occulto (la parola spionaggio a questo punto perde anche di senso) occorre poter contare su garanti fidati. Persone che, per il loro passato, offrano i massimi requisiti di affidabilita’ e riservatezza.
E torniamo a Maurizio Poerio, le cui origini ci conducono lontano nel tempo. Fino a quel 27 giugno del 1980 quando il DC 9 Itavia caduto nei mari di Ustica con 81 persone a bordo avrebbe dovuto mostrare agli occhi del mondo le attivita’ di terrorismo internazionale messe in atto dal nemico numero uno degli americani, il leader libico Muammar Gheddafi. Un punto chiave dentro quelle complesse indagini (che ancora oggi attendono una risposta univoca sui mandanti) fu il piccolo aereo libico, un MIG, caduto in quelle stesse ore nel territorio di Villaggio Mancuso, sulla Sila, comune di Castelsilano, al quale l’inchiesta di Rosario Priore dedica alcune centinaia di pagine. Perche’ dalla data precisa del suo abbattimento (deducibile anche dai frammenti presenti sul posto) discendeva tutta la ricostruzione dello scenario di guerra in atto quella notte nei cieli d’Italia. Di particolare rilevanza per le indagini il fatto che quel territorio era assai vicino alla base logistica dell’Itavia e degli F16 militari. Un luogo scottante, dunque. Tanto che anche il capitolo sull’impresa che si aggiudico’ i lavori per la raccolta e lo stoccaggio dei frammenti del velivolo libico presenta ancora oggi molti punti oscuri. A cominciare dal fatto che quella ditta fu chiamata a trattativa privata. Ed era in forte odor di mafia.
Passano alcuni anni. Nel ‘93, nell’ambito del Gruppo Mancuso, nasce la Minerva Airlines. «La societa’, di proprieta’ di Maurizio Poerio – annotano i cronisti qualche anno piu’ tardi – si propone di valorizzare l’aeroporto di Crotone, ridotto ad “aeroprato” dopo essere stato base di Itavia e degli F16 militari».
47 anni, nato a Catanzaro (e verosimilmente imparentato col catanzarese Luigi Poerio, classe 1954, ingegnere edile ed iscritto alla Massoneria), Maurizio Poerio si laurea in economia a Bologna, poi si butta nell’alimentazione del bestiame: torna in Calabria e rileva la Mangimi Sila, piattaforma di lancio per i vertici di Confindustria dove restera’ a lungo (al pm De Magistris racconta, fra l’altro, dei suoi rapporti professionali e d’amicizia con l’attuale leader Emma Marcegaglia). Minerva Airlines viene dichiarata fallita dal tribunale di Catanzaro a febbraio 2004. E Poerio andra’ a rivestire ruoli sempre piu’ apicali nelle principali business company dell’ICT, proiettando al tempo stesso la “sua” CM Sistemi dentro il cuore degli uffici giudiziari italiani.

DA WHY NOT A VIA D’AMELIO
«Altro che Grande Orecchio nei computer di Giacchino Genchi – dice un esperto in riferimento alle accuse rivolte al principale consulente informatico di De Magistris – la verita’ e’ che la centrale di ascolto ha oggi i suoi terminali al Ministero, nei Palazzi di Giustizia. E che Genchi tutto questo lo aveva scoperto da tempo».
Il tempo che basta per capire le tante, impressionanti ricorrenze tra fatti e personaggi delle attuali inchieste calabresi ed il contesto di omissioni ed omerta’ dentro cui maturarono, nel 1992, la strage di via D’Amelio e le successive, tortuose indagini. Alle quali prese parte proprio Gioacchino Genchi.
E’ stato lui ad indicare senza mezzi termini l’allucinante sequenza delle “similitudini”, senza tuttavia fornire ulteriori particolari. E allora proviamo a ricostruirne qualcuno noi.
Cominciando magari dai Gesuiti, da quella Compagnia delle Opere onnipresente nelle inchieste di Catanzaro (basti pensare alla figura centrale di Antonio Saladino) che all’epoca di Falcone e Borsellino era incarnata a Palermo da padre Ennio Pintacuda, fondatore del Cerisdi, il Centro Ricerche e Studi Direzionali con sede in quello stesso Castello Utveggio che sovrasta Palermo. E nel quale aveva una sede di copertura, nel ‘92, anche quell’ufficio riservato del Sisde che avrebbe rivestito una parte rilevantissima nella strage. Fino al punto che – secondo molte accreditate ricostruzioni – il telecomando che innesco’ l’autobomba poteva essere posizionato proprio all’interno del castello. Pochi minuti dopo l’eccidio Genchi effettua un sopralluogo proprio sul monte Pellegrino, a Castello Utveggio. Si legge nella sentenza del Borsellino bis: «Il dr. Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utevggio era stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi».
Oggi il Cerisdi svolge rilevanti attivita’ formative su incarico della Pubblica Amministrazione, prime fra tutti la Regione Calabria e la citta’ di Palermo. Suo vicepresidente (per il numero uno va avanti da anni la disputa e la poltrona risulta vacante) e’ un penalista palermitano, Raffaele Bonsignore, difensore di pezzi da novanta di Cosa Nostra. Ma anche del “giudice ammazzasentenze” Corrado Carnevale.
Co-fondatore del Centro Studi era stato negli anni novanta l’allora presidente dc della Regione Sicilia Rino Nicolosi: se la sua era un’investitura di carattere politico, di tutto rilievo operativo nel Cerisdi risultava invece la figura del suo braccio destro Sandro Musco, che si occupava fra l’altro di rapporti istituzionali e con le imprese. Massone, docente di filosofia, Musco e’ oggi tra i principali referenti dell’Udeur in Sicilia.
Mastella, ancora lui. Il suo nome ricorre, non meno di quello del pentito Francesco Campanella, che ritroviamo nelle carte di Why Not. Fu proprio Musco a consegnare nelle mani di Mastella, durante la convention di Telese del 2005, la lettera privata in cui Campanella si gettava ai piedi del leader: «Carissimo Clemente, ti scrivo con il cuore gonfio di tantissime emozioni, esclusivamente per ringraziarti di cuore poiche’ nella mia vita ho frequentato tantissima gente e intrattenuto innumerevoli rapporti, tanti evidentemente errati. Sei l’unica persona del mondo politico che ricordo con affetto, con stima, con estremo rispetto, perche’ sei sempre stato come un padre per me, e resta in me enorme l’insegnamento della vita politica che mi hai trasmesso. (…) Affido questa lettera a Sandro che tra i tanti e’ una persona che nella disgrazia mi e’ stata vicina. Sappi che ripongo in lui speranza e fiducia per quello che potra’ darti in termini di contributo. È certamente una persona integra di cui potersi fidare».
Il 3 gennaio 2008 Luigi De Magistris chiarisce ai pubblici ministeri salernitani Gabriella Nuzzi e Dionigi Verasani le circostanze in cui compare il nome di Francesco Campanella nell’inchiesta Poseidone: «venni a sapere che poteva essere utile escutere il collaboratore di giustizia Francesco Campanella che ha ricoperto un importante ruolo politico in Sicilia e che risultava essere anche in contatto con esponenti politici di primo piano, in particolare dell’Udc e dell’Udeur. Tale collaboratore mi rilascio’ significative dichiarazioni con riguardo al finanziamento del partito dell’Udc e le modalita’ con le quali veniva “reinvestito” il denaro, dalla “politica”, in circuiti di apparente legalita’. Dovevo escutere il Campanella, persona affiliata alla massoneria – che si stava ponendo in una posizione di assoluta rilevanza nell’ambito dell’organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra – del quale l’attuale Ministro della Giustizia e’ stato testimone di nozze, in quanto aveva rilasciato all’autorita’ giudiziaria di Palermo dichiarazioni con riguardo a presunte dazioni di denaro illecite con riferimento alle licenze Umts che vedevano, in qualche modo, coinvolti sia l’attuale Ministro della Giustizia Clemente Mastella che l’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema».
Una circostanza che Mastella, quando era ministro della Giustizia, ha dovuto smentire in aula rispondendo alla domanda di un avvocato. Era Raffaele Bonsignore, vertice del Cerisdi. E difensore dell’imputato di Cosa Nostra Nino Mandala’.

Benny Calasanzio Borsellino: Richiesta ai Ros di una cortese fuga di notizie su Gioacchino Genchi

Benny Calasanzio Borsellino: Richiesta ai Ros di una cortese fuga di notizie su Gioacchino Genchi.

Al generale del Ros dei Carabinieri

Giampaolo Ganzer

(già onorevolmente sotto processo a Milano

per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga)

Oggetto: cordiale richiesta di una fuga di notizie sul caso Genchi;

Il sottoscritto Benny Calasanzio, nato a Recanati il 29 giugno 1798 ed ivi residente,

Chiede

al reparto speciale che lei dirige di favorire, come già accaduto qualche settimana fa, una fuga di notizie riguardo all’analisi dell’archivio dati del dottor Gioacchino Genchi, che, suo malgrado, non ha mai spacciato né raffinato eroina;

chiede

altresì di costruire, questa volta, una fuga di notizie sui nomi e sui cognomi di coloro che sono citati in quei tabulati e in quelle anagrafiche, specie di coloro che in questo momento rivestono incarichi istituzionali, e se possibile sottolineare gli incroci e le analisi che li metterebbero nei guai.

Fiducioso nella vostra assoluta competenza in tali opere di informazione,

le porgo i più cordiali saluti, e mi riprometto, qualora il suo processo finisse male, di omaggiarla in loco e personalmente delle arance della mia campagna, rinomate per il gusto supremo e per l’aspetto invitante.

Benny Calasanzio

Paolo Franceschetti: NON DOBBIAMO TRADIRLI

Paolo Franceschetti: NON DOBBIAMO TRADIRLI.

Di Solange Manfredi

Di Solange Manfredi

Ieri sono stata alla giornata della legalità, organizzata dall’associazione “I Grilli del Pigneto” a Genzano (Roma).

La sala era piena, molte le persone in piedi.

Nella sala spiccavano le magliette, i cappellini e i cartelloni con la scritta: Io sto con Giachino Genchi.

E Gioachino Genchi era lì. Una presenza silenziosa la sua, simbolica.

Ma le parole di Salvatore Borsellino sono state chiare: “Abbiamo paura che Gioachino Genchi, lasciato solo, possa venire eliminato. Non solo professionalmente e personalmente, cosa che è già stata fatta, ma anche fisicamente”.

Non solo, dunque, una giornata in cui si è parlato di legalità, di democrazia, di giustizia ma, sopratutto una giornata in cui tutti i presenti hanno voluto lanciare un messaggio forte a quei “poteri” che vorrebbero isolare Gioachino Genchi: Gioachino Genchi non è solo.

Chi è Gioachino Genchi?

Gioachino Genchi, vice questore della polizia di stato, da 20 svolge l’attività di consulente dell’autorità giudiziaria. E’ un consulente informatico.

Da qualche mese a questa parte Genchi subisce attacchi violentissimi, dalla politica, dalla stampa, dalle istituzioni. Attacchi basati sulla menzogna, sulla calunnia. Attacchi tesi a delegittimare, ad isolare, sicuramente a massacrare personalmente ed eliminare professionalmente.

Lo hanno accusato di aver intercettato illegalmente milioni di italiani.

Ma Gioachino Genchi non ha mai intercettato nessuno, il suo lavoro è quello di incrociare tabulati telefonici, ovvero numeri. E, quando ha fatto questo, lo ha fatto perché incaricato da una procura, ovvero legittimamente.

Lo hanno accusato di aver esaminato, e conservato, illegalmente, i tabulati telefonici di 13 milioni di italiani. Si è poi scoperto che i Ros avevano basato questa loro affermazione sul sequestro, a Giachino Genchi, degli elenchi del telefono. (Se non si dovesse tremare davanti a tanta superficialità, commessa da uomini che dovrebbero rappresentare l’elitè dell’Arma dei Carabinieri, ci sarebbe da rotolarsi per terra dalle risate)

Lo hanno sospeso dal servizio, levandogli tesserino, pistola e manette perché reo di essersi difeso, in maniera peraltro assolutamente moderata e civile, dall’accusa di un giornalista che su Facebook gli dava del bugiardo.

Difendere il proprio onore è stato considerato così grave da comportare la sospensione dal servizio.

Meno grave, tanto da non venir sanzionato, è stato considerato il comportamento di quei poliziotti che si sono resi responsabili del massacro del G8 e della scuola Diaz.

Meno grave è stato considerato il comportamento del Generale Mori che, dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, ha portato avanti una “Trattativa” con la mafia. Eppure nella sentenza che assolveva il generale Mori dal reato di favoreggiamentro a Cosa nostra si legge:

Non può non rilevarsi che nella prospettiva accolta da questo decidente l’imputato Mori pose in essere un’iniziativa spregiudicata….Questo elemento, tuttavia, se certamente idoneo all’insorgere di una responsabilità disciplinare, perché riferibile ad una erronea valutazione dei propri spazi di intervento, appare equivoco ai fini dell’affermazione di una penale responsabilità degli imputati per il reato contestato

Oggi Mori è nuovamente sotto processo, a Palermo, per aver favorito la latitanza del boss Bernardo Provenzano. Processo ovviamente di cui la stampa si guarda bene di parlare, ma che c’è.

Eppure il Generale Mori non è mai stato sottoposto a procedimento disciplinare, mai stato sospeso, solo nuovi incarichi, sino ad essere nominato capo dei servizi segreti. Dall’ottobre del 2001 alla fine del 2006 ha diretto il Sisde, il servizio segreto civile. Oggi dirige l’ufficio per la sicurezza della capitale d’Italia

Genchi, per aver difeso il suo onore da un giornalista che gli dava del bugiardo, invece, è stato sospeso dal servizio.

Qualsiasi persona di buon senso capisce che qualcosa non va.

Ma perché fa tanta paura Genchi?

Perchè Genchi sa.

Cosa sa è lui ha dircelo in una intervista pubblicata su questo blog (http://paolofranceschetti.blogspot.com/2009/02/intervista-gioacchino-genchi.html )

“…..E l’attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del diciannove luglio del 1992 dopo la strage di via D’Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D’Amelio numero diciannove dov’è scoppiata la bomba, le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!
Ancora nessuno ha detto che io sono folle. Anzi, sarò pericoloso, terribile ma che sono folle non l’ha detto nessuno. Bene allora quello che io dico non è la parola di un folle perché io dimostrerò tutte queste cose. E questa è l’occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalle stragi di via D’Amelio e dalla strage di Capaci. Perché queste collusioni fra apparati dello Stato, servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata.”

Per questo fa paura Genchi. Perchè probabilmente potrà raccontarci la verità su quella trattativa tra Stato e mafia, perchè, probabilmente, potrà spiegarci e provare perchè oggi la massoneria e la mafia sono al governo.

Per questo chi combatte per la giustizia ha paura che non basti delegittimare, calunniare, massacrare professionalmente e personalmente Genchi, ma teme possa subire un incidente, o possa venire suicidato o, ancora, possa venir fatto morire di infarto.

Tanti, troppo uomini onesti sono morti perchè noi non sapessimo la verità.

Tanti, troppi uomini onesti sono morti perchè dei criminali potessero oggi sedere in Parlamento.

Tanti, troppi uomini onesti sono morti perchè oggi, capito il meccanismo, la gente onesta, come è accaduto ieri, non si stringa intorno a Gioacchino Genchi per far sapere al potere occulto che Genchi non è solo…e non si tocca!

Ieri Salvatore Borsellino ha concluso il suo intervento leggendo uno scritto di Pietro Calamandrei stupendo che riporto:

“….Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile; quella di morire, di testimoniare con la resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole; quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno: di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore. Assai poco chiedono in verità i nostri morti, non dobbiamo tradirli”.

E’ vero, non dobbiamo tradire i nostri morti, ma ancor di più non dobbiamo abbandonare i vivi. Dobbiamo difenderli, far sentire loro che non sono soli, proteggerli con la nostra presenza quotidiana ed attenta.

Coloro che, come dice Clamandrei, sono morti “senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere” sono morti anche perché, quando è partito il terribile meccanismo, noi non siamo stati lì a far quadrato intorno a loro. Li abbiamo lasciati soli, non ripetiamo lo stesso errore.

Antimafia Duemila – Gioacchino Genchi: legittima difesa

Antimafia Duemila – Gioacchino Genchi: legittima difesa.

di Giorgio Bongiovanni – 27 marzo 2009
Non si fermano gli attacchi contro il consulente delle procure Gioacchino Genchi. Al contrario, lo dimostrano i fatti, aumentano di pari passo con le prese di posizione di quella parte di società civile che ha compreso la natura delle violente aggressioni perpetrate contro di lui e che in diversi modi si sta ribellando.
Il montare della rete con numerosi interventi alla diffida del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, le reazioni seguite alla sospensione dal servizio della Polizia di Stato, le manifestazioni in suo sostegno si contrappongono ad una vera e propria persecuzione mediatico–politico–giudiziaria basata sul nulla giuridico, così come dimostrano le indagini condotte dalla procura di Salerno. E messa in atto da quegli stessi soggetti che stavano emergendo nelle inchieste del Dott. De Magistris – del quale Genchi era consulente – perfettamente inseriti nel quadro di una nuova gestione del potere nel nostro Paese.
Lo stesso De Magistris la aveva definita la nuova P2, molto più pericolosa e organizzata della prima, mentre un filo sottile sembra collegare le indagini di oggi alle stragi di ieri. Quelle del 1992 in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte sul cui sangue, come già ebbe a dire il Dott. Antonio Ingroia, è nata la nostra seconda Repubblica.
“Ciò che si sta compiendo – ha recentemente dichiarato Fabio Repici, avvocato di Gioacchino Genchi – è la prosecuzione di una strategia di delegittimazione nei confronti del dr. Genchi, quale funzionario di polizia e consulente dell’A.g., che trova ragione nei fondamentali accertamenti fatti dal dr. Genchi sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992”.
E a rafforzare la bontà di quelle parole gli attacchi seguiti alle ultime fughe di notizie – unico vero reato, sul quale nessuno ha ritenuto di approfondire – sugli esiti delle perquisizioni ordinate lo scorso 13 marzo ai carabinieri del Ros di Roma. Nell’ambito di un’indagine a carico del consulente, basata su una serie di accuse per fatti per i quali un’altra procura, quella di Salerno, lo aveva definito persona offesa.
Il fantomatico “archivio Genchi”, si legge da notizie di agenzia, “non riguarda più solo le due indagini di Catanzaro, ma tutti i numerosi procedimenti penali di cui il consulente si è occupato”. Cosa che già ha spinto alcuni rappresentanti delle istituzioni, tra cui il vicepresidente del Copasir, il senatore del Pdl Vincenzo Esposito, a chiedere che a Genchi vengano tolti automaticamente tutti gli incarichi che la magistratura gli ha affidato.
Un’affermazione grave e in particolare se si considera – la stampa ha omesso di specificarlo – che nel corso della perquisizione del 13 marzo i Carabinieri del Ros avrebbero illecitamente sequestrato non solo tutti i dati delle indagini giudiziarie partecipate dal consulente (quindi non soltanto quelle relative a Why Not), ma anche materiale riguardante indagini in corso. Indagini delicatissime che qualcuno potrebbe essere interessato a fermare. Così come sono stati fermati Luigi De Magistris, Clementina Forleo, Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani e altri magistrati della procura di Salerno.
Cosa c’è in quelle carte forse non lo sapremo mai, ma ciò che è sotto gli occhi di tutti è il lavoro che Gioacchino Genchi ha già svolto per innumerevoli procure in anni di innumerevoli processi sin dai tempi di Falcone e Borsellino. Contribuendo a risolvere processi di mafia, ‘Ndrangheta, Camorra, omicidio, rapina, strage. Registrando una serie di successi investigativi di fondamentale importanza per la Giustizia del nostro Paese, tanto da essere considerato negli ambienti giudiziari il massimo esperto nel settore di sua competenza.

Il caso Genchi. Informazione e disinformazione

Il caso Genchi. Informazione e disinformazione.

Scritto da Pietro Orsatti

Domani, davanti alle questure di molte grandi città italiane, liberi cittadini andranno a manifestare contro la sospensione dal servizio del vice questore Gioacchino Genchi, l’uomo, per intenderci, accusato da pezzi delle istituzioni e del mondo politico di essere lo spione numero 1 d’Italia. Notare, però, come la sospensione di Genchi non sia stata motivata dall’inchiesta in corso a Roma sui presunti abusi che questi avrebbe commesso approfittando, dice l’accusa, di password e accessi consegnatoli, legalmente e previa corretta autorizzazione, dalle procure per le quali da anni lavora. La sospensione è causata, invece, dalle dichiarazioni che ha rilasciato alla stampa, sul suo blog e sulla sua pagina di Face Book. Questo riportano notizie stampa comparse nelle ultime settimane.


In particolare, il primo provvedimento disciplinare che lo ha raggiunto, e l’ammonizione a non rilasciare altre dichiarazioni alla stampa senza previa autorizzazione, sarebbe stato motivato da un’intervista che mi ha rilasciato in data 7 marzo nel suo studio a Palermo e pubblicata sul mio giornale, left-Avvenimenti, il 13 dello stesso mese. Questa notifica “disciplinare” sarebbe datata 18 marzo.

In seguito,  il 19 marzo, Gioacchino Genchi ha risposto a delle provocazioni di un giornalista sulla sua pagina di Face Book. Per chi conosce il mezzo il “botta e risposta” di FB, si tratta di fatto di una chat. La discussione è stata ripresa e pubblicata prima sul sito http://www.19luglio1992.com e successivamente anche sul blog pubblico di Genchi http://gioacchinogenchi.blogspot.com.
A quanto risulta la sospensione sarebbe stata diretta conseguenza di questo episodio.

Ritorniamo all’intervista da me realizzata. Sono stato uno degli ultimi a raggiungerlo e a intervistarlo. Genchi, appena iniziata la campagna nei suoi confronti fra gennaio e febbraio, ha rilasciato molte altre interviste (alcune addirittura molto più “dure” di quella rilasciata a me come quella realizzata da Tele Lombardia) fra le quali si segnalano la partecipazione dello stesso da Santoro e da Matrix (allora guidato ancora da Enrico Mentana) e Reality su La7. Specifico questo aspetto per spiegare come le dichiarazioni rilasciatemi da Genchi il 7 marzo non furono certo una novità né nei toni né negli argomenti. Abbiamo parlato per più di un’ora. Era alla stessa scrivania da dove da oltre 20 anni svolge il suo servizio  per conto dell’autorità giudiziaria. La stessa, ormai, conosciutissima grazie a servizi fotogrefici e televisivi e dalla quale ha rilasciato più di venti interviste alle radio, alle televisioni ed ai giornali di mezzo mondo. Durante l’intervista che mi ha concesso non è mai scivolato su giudizi politici rimanendo soltanto su argomenti che riguardano i suoi incarichi professionali. Notare, soprattutto, che non ha mai rilasciato dichiarazioni in qualità di funzionario della Polizia di Stato e non ha fornito dichiarazioni su incarichi operativi della sua amministrazione.

Probabilmente quello che ha creato preoccupazione, e che forse ha causato il primo provvedimento disciplinare nei suoi confronti, è che le sue dichiarazioni furono contestualizzate all’interno di una narrazione giornalistica che ricostruiva non tanto le inchieste di Catanzaro, quanto il percorso professionale e le indagini (e collegamenti fra le varie indagini) condotte da Genchi dal 1989 a oggi, ovvero dall’attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone passando poi per quella della strage di via d’Amelio dove persero la vita Paolo Borsellino e i ragazzi della sua scorta. È stata la ricostruzione di questo percorso e dei tanti vuoti e delle tante ombre emerse in quelle indagini a suscitare tanta preoccupazione? La velocità e la tempestività con cui alcune testate giornalistiche, fin dall’esplosione del caso Why not, hanno divulgato indiscrezioni e dati e nomi riservati e coperti dal segreto istruttorio fanno temere che ci sia chi opera come un abile ufficio stampa per contrastare inchieste specifiche e specifici magistrati e percorsi investigativi. Tanto per fare un esempio, basta andare vedere come solo due giorni fa le solite testate abbiano iniziato a divulgare dati e numeri (non verificati visto che le indagini e le perizie sono tuttora in corso) sui presunti archivi Genchi sequestrati dai Ros per conto della procura di Roma il 13 marzo scorso. Il segreto istruttorio dov’è? Chi è che diffonde questi numeri e perché sempre e solo verso certe testate giornalistiche?

La domanda, ovviamente, non ha una risposta. Quello che posso dire è che mi sono recato da Genchi per l’intervista dopo aver seguito il suo lavoro grazie alla lettura delle sentenze di alcuni processi a cui aveva collaborato fra cui quello proprio su via D’Amelio. La sua relazione, in questo caso, è un documento unico, impressionante. Quello si allarmante. Non tanto per alcuni poteri. Allarmante per il Paese, per la tenuta democratica delle istituzioni.
Non so se Genchi abbia commesso degli abusi. Lo diranno le indagini e, se ci si arriverà, un processo. Ma che sia garantita a Genchi la possibilità di difesa davanti a questa offensiva mediatica. Sempre che valga ancora il diritto.

Pietro Orsatti

(fonte il sito del giornalista Pietro Orsatti)

La caccia al tesoro di Genchi

La caccia al tesoro di Genchi.

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Gli articoli di Benny Calasanzio del 26 marzo spiegano molto chiaramente in quale vicolo cieco si siano andati ad infilare i nemici di Gioacchino Genchi.
La farsa dei “numeri”, la bufala delle “intercettazioni”, il ridicolo pretesto con cui è stato sospeso dal servizio presso la Polizia di Stato, sono stati ormai ragionevolmente smascherati.

Resta solo da mettere molto bene a fuoco il punto che così Benny ci illustra:

“I carabinieri dei Ros, gli stessi che non perquisirono il covo di Riina dopo il suo arresto e che non arrestarono Provenzano quando gli erano a pochi metri nel 1995, su specifico decreto dei magistrati di Roma hanno sequestrato tutti i dati delle indagini giudiziarie partecipate da Gioacchino Genchi, da quelle relative al fallito attentato dell’Addaura ai danni di Giovanni Falcone del 1989, fino ai più recenti incarichi per gravi omicidi di mafia e fatti che, badate bene, coinvolgevano gli stessi magistrati della procura di Roma. Che c’entra con “Why not”? Forse erano proprio questi dati quelli che interessavano i magistrati di Roma ed i Carabinieri del ROS?

Forse l’ultima frase ha un punto interrogativo di troppo.
Forse erano proprio questi dati quelli che interessavano i magistrati di Roma ed i Carabinieri del ROS.
Forse ci sono pure i “forse” di troppo.
Forse (?) quello che interessa ai magistrati di Roma ed ai Carabinieri del ROS è proprio cosa è riuscito a sapere l’ex consulente di De Magistris e che non è allegato alle inchieste di De Magistris, ridotte in macerie dall’ex Procura Generale di Catanzaro. Le stesse inchieste che sono state estorte alla Giustizia e incartate all’opinione pubblica con la presunta guerra tra le Procure di Salerno e di Catanzaro, un guerra di distrazione di massa per nascondere quello che ormai era scritto negli atti delle indagini, quello che la procura di Salerno aveva riscontrato con le proprie indagini, riscontri inconfutabili grazie anche agli elementi apportati dal lavoro di Gioacchino Genchi.

Quello che ancora non era scritto sono andati a cercarlo nel computer di Gioacchino Genchi.
Poi hanno messo Gioacchino Genchi a tacere facendo leva sul suo senso dello Stato e la sua fiducia nella Giustizia.
E ora avendo in mano solo degli “elenchi telefonici”, con le spalle al muro, prendono tempo utilizzando una tattica che funziona solo grazie alla complicità delle “
betulle” seminate qua e là: far filtrare presunte notizie.

Resta il problema che gli sgradevoli personaggi che cercano di manovrare una parte della Procura di Roma ed i Carabinieri dei ROS, controllano soprattutto, direttamente o indirettamente, le principali tv ed i giornali più diffusi: ovviamente neanche di fronte all’evidenza offriranno alla  verità lo stesso spazio che hanno offerto alle menzogne.
Ma è un problema superabile con la Rete e la mobilitazione spontanea che, per cominciare, porterà domani sabato 28 marzo 2009 davanti alle questure di tutta Italia un nutrito drappello di persone informate, che a loro volta informeranno altre persone, che a loro volta informeranno… E’ un duro lavoro, ma qualcuno lo sta già facendo.

dal BLOGIo sto con Gioacchino Genchi