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ComeDonChisciotte – HAITI: VERSO UNA OCCUPAZIONE UMANITARIA ?

ComeDonChisciotte – HAITI: VERSO UNA OCCUPAZIONE UMANITARIA ?.

DI ROLPHE PAPILLON

Il crollo fisico di tutti gli edifici simbolici del potere in Haiti il 12 gennaio 2010, non è che una metafora. In realtà è da tempo che il palazzo nazionale non è più la vera sede del potere esecutivo e che le grandi decisioni politiche si prendono altrove e spesso anche al di fuori delle frontiere haitiane. L’esiguo numero di vittime registrate sotto le macerie del palazzo crollato mostra che lì dentro non c’era molto da fare alle 4,53 del pomeriggio di un paese in crisi (meno di una dozzina di morti contro i 300 dell’ufficio delle Nazioni Unite in Haiti).

Classificata come 146° su 177 nazioni secondo l’UNDP (United Nations Development Programme), la Repubblica di Haiti figura tra i 28 paesi più indigenti del pianeta. Su questa terra dove l’aspettativa di vita è inferiore ai 60 anni, la mortalità infantile supera il 130 per 1000 contro il 15 per 1000 dei vicini cubani, l’80% dei bambini soffre di malnutrizione e il tasso d’analfabetismo supera il 70%. Con queste cifre Haiti batte tutti i record di povertà in America. Dopo parecchi decenni, una ventina di famiglie si spartisce gelosamente e impietosamente l’80% della ricchezza nazionale mentre il popolo si batte ancora per ottenere i diritti elementari come ad esempio il diritto alla salute e alla sicurezza alimentare.

Quello che gli animali hanno già conquistato presso i nostri vicini Stati Uniti. In questa situazione già drammatica, il terremoto arriva come il colpo di grazia per la popolazione. Il mondo sembra infine colpito dalla nostra lenta agonia e la solidarietà internazionale si mobilita. Il discorso di Obama così come l’intervento di Kouchner sono stati confortanti, non avendo noi avuto la possibilità di ascoltare il capo di stato haitiano. Nelle prime ore che hanno seguito la catastrofe i dominicani, i messicani, i cubani, i venezuelani e tutti quelli che, per delle ragioni politiche evidenti, non sono stati visti alla televisione erano già sul posto. “La solidarietà è la tenerezza dei popoli”, si dice.

In questo affollamento di intenzioni nobili, i nostri aguzzini di ieri si sono trasformati davanti le telecamere in angeli redentori e volano in nostro soccorso al punto che certi haitiani ci vedono perfino una “chance” grazie alla quale le cose ad Haiti potranno finalmente cambiare.

Nella Storia, diceva Césaire, più importanti dei fatti sono i legami che li uniscono, le legge che li governa e la dialettica che li suscita. Si tratta qui di andare al di là delle immagini fast-food della televisione e delle idee preconcette per capire la complessità dei meccanismi che tendono a mantenere Haiti in questa situazione di povertà assoluta e di smantellarli, approfittando di questo nuovo slancio di solidarietà dei popoli verso gli haitiani, affinché tale slancio non sia votato al fallimento.

La lunga tragedia degli haitiani non è cominciata con la dittatura di Duvalier (1957-1986). Noi facciamo risalire questo pesante fardello molto più indietro, ai circa 3 secoli di schiavitù e ai 200 anni di disprezzo e incomprensione subiti per aver osato essere la prima repubblica nera nel mondo razzista e schiavista del 19° secolo. Come rappresaglia a questa doppia rivoluzione, allo stesso tempo antischiavista e anticolonialista, una umiliazione per la potentissima armata napoleonica, il paese ha dovuto pagare un riscatto colossale alla Francia corrispondente a 150 milioni di franchi d’oro (equivalenti all’incirca al bilancio annuale della Francia dell’epoca). Durante il 19° secolo, persino la lontana Germania è venuta a reclamare i suoi tributi ed esigere una fortuna a condizioni umilianti. Le loro navi da guerra ripartirono come rapinatori arroganti con il loro bottino di guerra. Noi gettiamo via il denaro, ci dicono i poeti, a fronte alta, l’animo fiero come quando si getta un osso al cane.
Nel 1915, la coesistenza pacifica in una nazione costituita da proprietari di schiavi e un’altra da schiavi ribelli, era inconcepibile. In conformità alla dottrina di Monroe e per impedire che dei nazionalisti come Rosalvo Bobo si impossessassero del potere, gli americani invasero Haiti. Come premessa a questa aggressione, la loro prima azione a Port-au-Prince fu di impossessarsi manu militari il 17 dicembre 1914 della riserva in oro del paese; un atto di banditismo internazionale (all’epoca, gli americani non avevano ancora inventato il concetto di stato canaglia).
L’occidente ha la memoria corta, ci dice Michel-Rolph Trouillot. Come quella di chi scrive la storia, la propria e quella degli altri, la Storia dei popoli è breve. E (noi) fieri della nostra memoria presa a prestito, ci dimentichiamo il ruolo stesso dell’Occidente.

Alla partenza degli americani nel 1934, il pregiudizio razziale dell’era coloniale viene restaurato. Essi hanno personalmente redatto una nuova costituzione per il paese e messo in piedi “le forze armate moderne”. Sono quelle che nel 1957 hanno insediato François Duvalier “uno dei dittatori più deliranti della Storia dell’America Latina, edificatore di quella che lo scrittore Graham Greene chiama una repubblica da incubo”.
Tra il 1957 e il 1986 (gli anni di Duvalier) il debito con l’estero si è moltiplicato di un fattore 17,5 raggiungendo i 750 milioni di dollari nel 1986. Con il gioco degli interessi e delle penalità delle istituzioni finanziarie internazionali, ha raggiunto la somma astronomica di 1884 milioni di dollari nel 2008, secondo il CADTM (Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo).
L’embrione dello stato moderno haitiano è stato costantemente e coscienziosamente distrutto dai nostri regimi autoritari, è un’evidenza. Ma, nel fare un bilancio, siamo obbligati a constatare che il dramma haitiano trova delle ragioni ancor più evidenti nell’aiuto internazionale inadatto, spesso incompetente e corrotto che in più impone scelte economiche e politiche al paese.

Le Nazioni Unite, solo per citare un esempio visibile, giustificano la loro presenza ad Haiti con la necessità di vincere la cosiddetta insicurezza anche se il paese presenta un tasso di criminalità inferiore a quello del Brasile (paese capofila della MINUSTAH, Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti), inferiore a quello della Giamaica, della Repubblica Dominicana e della maggioranza dei paesi vicini. Il 3 novembre 2007, 111 soldati dell’ONU sono stati rimpatriati nei loro paesi dopo che un rapporto di inchiesta dei servizi di controllo interni alle Nazioni Unite (OIOS) aveva stabilito che le accuse di sfruttamento sessuale che li riguardavano erano fondate. Questi militari avrebbero ottenuto dei favori sessuali in cambio di denaro, da parte di ragazze minorenni. Avevate parlato di sicurezza? In 6 anni di presenza ONU ad Haiti, nessuna struttura seria è stata messa in atto e la speranza di un domani migliore non trova alcuna giustificazione se non nei loro discorsi di autolegittimazione e di autosoddisfazione arroganti e menzogneri.

All’indomani della catastrofe del 12 gennaio 2010, la MINUSTAH non ha mobilitato verso la capitale disperata nessuna delle sue truppe che sono in maggioranza dislocate sulle spiagge della provincia. Nella stessa Port-au-Prince, durante le prime dolorose 72 ore subito dopo il sisma, non ho visto nessun poliziotto o soldato della MINUSTAH all’opera. Sono rimasti con le braccia incrociate mentre in questa corsa contro la morte bisognava velocemente scavare e salvare vite umane. Questa occupazione travestita da missione umanitaria non costa meno di 600 milioni di dollari all’anno. Si può facilmente immaginare quanti ospedali, scuole, strade e acquedotti si potrebbero fare con un tale budget se noi, haitiani, avessimo il potere di sostituire questi “esperti internazionali” e questi generali con ingegneri e medici.

Contrariamente a una opinione generalmente accettata, in materia di corruzione, di progetti insensati e di dirottamento di fondi, gli haitiani non sono che dei pessimi apprendisti. La maggioranza di questi prestigiosi organismi internazionali sono nostri maestri e le lezioni sono dolorosamente care.

Se una soluzione haitiana alla crisi non viene messa in atto, il futuro di Haiti rischia di giocarsi nei prossimi giorni, fuori da Haiti e contro gli interessi degli haitiani invece che di venire stabilito con e per noi. Questa soluzione consiste innanzitutto nell’assicurarsi che le forze internazionali rispettino i propri limiti di intervento. Anche nella disperazione, la sovranità nazionale non è negoziabile.

Il massiccio aiuto internazionale dovrà essere sottomesso ad una leadership haitiana responsabile, che debba render conto ai donatori ed essere punibile davanti alla legge. L’aiuto dovrà essere adattato e rispondere ai bisogni e alle domande locali. Gli haitiani devono poter decidere se hanno bisogno di 12000 marines US o di 12000 medici e soccorritori all’indomani di un terremoto. A metà strada tra i paesi di Monroe e il Sudamerica che si definisce ormai bolivariano, il paese può ritrovarsi ancora una volta in mezzo ai conflitti geostrategici e la catastrofe haitiana rischia di servire alle potenze «amiche» di Haiti e alle loro dubbie ambizioni.

La carità, anche se disinteressata e generosa spesso causa degli effetti perversi. Gli haitiani non devono perdere di vista il fatto che a lungo termine, l’aiuto ci deve «aiutare a superare l’aiuto».

L’aiuto umanitario, se è serio e onesto questa volta, deve cominciare dall’annullamento incondizionato del debito di Haiti. Si tratta di mettere la parola fine alla spirale infernale dell’indebitamento e di arrivare a stabilire dei modelli di sviluppo sociale giusti ed ecologicamente durevoli (CADMT, Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo). Certe costrizioni imposte al popolo haitiano dalle istituzioni finanziarie internazionali nella loro implacabile logica del profitto nel lungo termine fanno tanti danni quanti quelli di un terremoto di magnitudo 7.3. Bisogna considerare il ritiro dei piani criminali di aggiustamento strutturale che consistono tra l’altro nel rendere lo stato ancora più vulnerabile e aprono la porta alle società transnazionali private. O ancora, abolire l’accordo di partenariato economico (APE) imposto dall’Unione Europea ad Haiti nel 2008 che instaura tra l’altro la totale liberalizzazione dei movimenti di capitale e delle merci. Insomma, ci assicurino che tutti questi biglietti promessi, se si concretizzano per una volta, non siano dei biglietti andata e ritorno.
Allora, infine, si potrà cominciare a parlare di ricostruzione. La prima cosa che bisognerà forse cominciare a ricostruire è l’immagine del paese che ci si accanisce a distruggere facendolo passare per un paese violento, oltre ad altre redditizie leggende. Non è con simili immagini false che attireremo dei turisti o degli investitori. Avete mai visto un paese che si sviluppa grazie all’aiuto umanitario?

Inoltre, se questa catastrofe ci insegna qualcosa è senza dubbio la necessità di decentralizzare il paese. Cominciamo a decentralizzare l’aiuto perché le province non toccate direttamente dal sisma ne hanno subito comunque le conseguenze. I donatori stranieri di buona volontà devono identificare e stabilire un ponte con le istituzioni locali e le organizzazioni di base che, prima della crisi, si interessavano già alle sorti di Haiti e hanno già dimostrato serietà ed efficacia sul campo, al fine di sostenerli nei loro sforzi di sviluppo in completa dignità.

In caso contrario, tutto porta a credere che in dieci anni, le gigantesche somme di danaro che stanno per essere raccolte saranno disperse invano, tra corruzione locale ed internazionale, progetti inutili e salari degli «esperti internazionali». Verremo allora incolpati di nuovo, noi haitiani, per la nostra «incompetenza».

Rolphe Papillon ( Giornalista, ex sindaco di Corail)
20.02.2010

Traduzione a cura di LUCOLI

Blog di Beppe Grillo – Santa Mafia

Blog di Beppe Grillo – Santa Mafia.

E’ paradossale che un libro sia censurato alla fonte. Durante la stampa. Con linee nere ben tracciate nelle pagine. E’ successo a: “Santa Mafia” di Petra Reski in Germania. Il libro è stato pubblicato anche nell’edizione italiana con le pagine oscurate. Chiunque potrà tirare a indovinare chi sono i “personaggi” come li chiama Petra “non citabili“. Per noi italiani è più facile che per i tedeschi. I capitali mafiosi possono comprarsi l’Europa e lo stanno già facendo un po’ ovunque. Petra lo spiega nel suo libro. La Comunità Mafiosa Europea è solo una questione di tempo.

“Sono Petra Reski, ho scritto il libro: “Santa Mafia”, che è uscito in Italia nella casa editrice Nuovi Mondi. Sono molto contenta che sia uscito in Italia, però sono altrettanto amareggiata per il fatto che la prima reazione è stata una minaccia di una querela di Marcello Dell’Utri. Sono riusciti, in Germania, a censurare il mio libro alcuni protagonisti che non volevano essere nominati nel libro e, quando questi personaggi hanno ottenuto questa censura è stata, per me un’esperienza molto umiliante: essere lì, in presenza di questi protagonisti in Tribunale e essere derisa dal giudice non è una cosa semplice da digerire. In Germania, quando il libro è uscito, c’erano pochissime reazioni, a dire il vero, sull’accaduto, perché credo che censurare un libro sulla mafia non sia una cosa che riguarda me personalmente, però riguarda i tedeschi, perché dà un segnale molto particolare alla mafia. Fare tacere un giornalista con una sentenza è una cosa che dà un segnale molto positivo alla mafia in Germania. I tedeschi, purtroppo, si sentono completamente immuni tutt’ora contro il pericolo della mafia, in particolare della ‘ndrangheta; si sono svegliati per un attimo, dopo i fatti di Dusseldorf, dopo il massacro, però per il resto loro hanno una fiducia cieca nelle loro leggi e, ovviamente, si credono immuni da qualsiasi infiltrazione mafiosa, come è accaduto in Italia e non vedono che i mafiosi si comportano in Germania seguendo le leggi tedesche, non si ammazzano per strada, come fanno in Calabria o in Sicilia. Dunque i tedeschi pensano sempre che questo sia un problema italiano, che la mafia esista solo in Italia, in qualche Paese arretrato del sud e trovo questo abbastanza ipocrita da parte di tutti i Paesi, non solo della Germania, verso l’Italia, tutti guardano male l’Italia anche, giustamente, per il mancato successo nella lotta contro la mafia, però nessuno guarda dentro il proprio Paese per il riciclaggio, in quanto i soldi che vengono guadagnati con il traffico di droga della ‘ndrangheta, per esempio, vengono investiti in Germania e riciclati in Germania: non solo in Germania, anche in Francia, in Belgio, in Portogallo, in Grecia e anche in Spagna.
A differenza dell’Italia, in Germania non esiste il reato di associazione mafiosa: la politica tedesca non ha ancora scoperto questo tema per sé, né la sinistra né la destra, perché intanto i soldi della mafia sono stati benvenuti dopo la caduta del muro, quando c’erano tanti investimenti nell’est della Germania e finché i tedeschi non esprimono una preoccupazione per questo fenomeno mafioso, il politico ovviamente non lo vede per sé un tema che potrebbe sfruttare per avere i voti. Visto che i tedeschi pensano che non ci sia la mafia, in Germania ancora meno c’è il movimento antimafia e, per forza, mi sono sentita molto sola. L’unica cosa per cui devo ringraziare l’Italia è che in Italia non ho dovuto spiegare che cosa è una minaccia mafiosa, hanno capito subito quello che ho detto e mi hanno sostenuta tanti giornalisti, il blog di Beppe Grillo e senza gli italiani mi sarei sentita veramente umiliata e molto sola, per questo volevo ancora ringraziare gli italiani.
Il fatto che Marcello Dell’Utri abbia subito annunciato una querela è un segnale che trovo molto preoccupante per tutta la libertà della stampa. Quando si parla dei crimini e dei misfatti, subito viene emessa una sentenza contro un giornalista per farlo tacere e per questo, ovviamente, la gente non può informarsi: è una protezione che viene data anche da parte della giustizia. Quando sono stata al processo Dell’Utri sono stata l’unica giornalista e mi ricordo anche di altri giornalisti che sono venuti: non c’era nessuno della stampa nazionale. Mi sono stupita di questo fatto, perché se uno come Marcello Dell’Utri…, c’è un processo su di lui e non c’è nessuno delle altre grandi testate, tipo Il Corriere o La Repubblica: questo mi ha stupito, perché si parlava molto del trasferimento di un giornalista, o che ne so, ma non si parlava di Dell’Utri. Tutt’ora, una cosa che ho notato nella televisione soprattutto italiana, è che c’è una mancata informazione della gente. Tanti giovani italiani adesso cominciano a informarsi sui blog, perché sono l’unica fonte per informarsi bene, alla fine. Io trovo che.. fare tacere tutti i giornalisti che fanno il loro lavoro, applicando le leggi contro i giornalisti, lo trovo molto preoccupante.”

Il generale di Binnu « Pietro Orsatti

Il generale di Binnu « Pietro Orsatti.

Al processo Mori-Obinu, il colonnello Riccio ricostruisce le fasi dell’accordo fra Provenzano e lo . L’infiltrato Ilardo parlò di un contatto tra il numero due della Cupola e Dell’Utri: la nascita di Forza interessava molto a

di Pietro Orsatti su Left-Avvenimenti

La storia racconta di un , negli anni dello stragismo di , sempre più defilato e in disaccordo con . Talmente lontano dal padrone di quello che era diventata l’organizzazione mafiosa dopo la “mattanza” degli anni 70 e 80 da cercare in pezzi dello una “relazione” strategica. E non è difficile addirittura ipotizzare una sua “collaborazione” nella cattura di Riina nel ’93. Queste ipotesi di una strategia di Binnu Provenzano in totale rottura con il capo della Cupola mafiosa si nascondono nelle pieghe di uno dei processi più clamorosi e contemporaneamente più invisibili degli ultimi decenni, quello al generale dei Ros (ed ex capo del Sismi) Mario Mori e al capitano Mario Obinu. Ad accusarli per il mancato arresto di Provenzano nel 1995 è un altro ufficiale dei , il colonnello Michele Riccio. Al centro delle dichiarazioni di Riccio la famosa trattativa fra e , il famigerato “papello”, e il bagno di sangue delle stragi del ’92. E la testimonianza, e la morte, di un collaboratore, Luigi Ilardo, vice del capo mafia di Caltanissetta “Piddu” Madonia. Affidato direttamente a Riccio del quale diventa confidente, Ilardo venne infiltrato nell’ mafioso di provenienza. L’ex boss nisseno riuscì perfino ad avvicinare , ottenendo un appuntamento il 31 ottobre 1995 in una cascina a Mezzojuso. Nonostante Ilardo avvisasse dell’occasione unica non si presentò nessuno ad arrestare Binnu consentendone la fuga. «Informai il colonnello Mori – ha dichiarato al processo Riccio -. Lo chiamai subito a casa per riferirgli dell’incontro e rimasi sorpreso, perché non me lo dimenticherei mai, non vidi nessun cenno di interesse dall’altra parte». Riccio era sul posto, avrebbe potuto intervenire immediatamente appena avuto il via libera dal capo dei Ros in . «Mi disse che preferiva impegnare i propri strumenti, dei quali al momento era sprovvisto – prosegue Riccio nel suo racconto -. Noi eravamo pronti e non ci voleva una grande scienza per intervenire». L’ ufficiale ha parlato anche di un incontro a fra il collaboratore e il colonnello. «Quando lo portai da Mori, Ilardo gli disse: “In certi fatti la mafia non c’entra, la responsabilità è delle istituzioni e voi lo sapete”. Io raggelai». E Binnu, sfuggito alla cattura, sparì per altri 11 anni. Dopo qualche mese Ilardo venne ucciso a pochi giorni prima del suo ingresso “ufficiale” nel programma di protezione speciale per i collaboratori. Qualcuno sospetta grazie a una “spiata”. E Riccio, poi, ricorda come i nomi dei politici fatti da Ilardo venissero in seguito “stralciati” nella stesura del documento “Grande Oriente” proprio su richiesta di Mori. Uno fra tutti, quello di Marcello Dell’Utri. Ilardo aveva parlato esplicitamente di un contatto tra Provenzano e Dell’Utri, «l’uomo dell’entourage di », e di un «progetto politico», la nascita di Forza , che interessava ai vertici della Cupola mafiosa. E motore di quel nuovo progetto politico, non a caso, era proprio l’allora capo di Publitalia. Riccio ha raccontato in aula nel 2002 di un incontro con l’avvocato Taormina e Marcello Dell’Utri: «Nello studio del professor Taormina mi venne detto che sarebbe positivo per il senatore Dell’Utri se nella mia deposizione avessi escluso che era emerso il suo nome nel corso della mia indagine siciliana. Io non risposi e rimasi sbalordito».

Dopo le dichiarazioni di Riccio che hanno aperto il processo a Mori e Obinu, oggi si aggiunge il nuovo dichiarante Massimo Ciancimino (figlio di Vito, il sindaco del “sacco di ”), che a settembre testimonierà anche nel processo in secondo grado a Marcello Dell’Utri. «Ero presente – ha dichiarato Massimo Ciancimino ai magistrati – quando a mio padre venne consegnato il papello». Un documento di peso, e che Vito Ciancimino avrebbe definito come “non accettabile” nella sua interezza valutando che solo alcuni punti potevano essere discussi e divenire nodi di un’eventuale trattativa. Sempre secondo “Massimino” il documento venne comunque consegnato dal padre al capitano De Donno e al generale Mori. Non solo: don Vito, nel racconto del figlio, indicò con mappe catastali alla mano (e documenti relativi ad allacci dell’acqua, luce e gas) l’abitazione di . La stessa abitazione che dopo l’arresto del capo mafioso non venne perquisita permettendo di conseguenza non solo la fuga (o meglio il trasloco) della moglie di Riina e dei figli ma addirittura la totale rimozione di ogni documento e traccia. Operazione eseguita, come emerse in seguito dal racconto di alcuni pentiti, da Leoluca Bagarella. Per questa mancata perquisizione, Mori e il comandante “Ultimo” (l’ufficiale che eseguì la cattura del boss) vennero rinviati a giudizio e in seguito assolti ma la stranezza della circostanza, unita alla vicenda delle dichiarazioni di Riccio e Ciancimino e della mancata cattura di Provenzano, lascia troppi interrogativi aperti. Interrogativi che si amplificano ancora di più quando Massimo Ciancimino ricorda come don Vito «alla fine morì con la consapevolezza di essere scavalcato e che qualcuno avesse preso in mano la trattativa mantenendo certi accordi».

E torniamo a Provenzano, l’uomo della sommersione di , colui che in molti ritengono abbia tradito e consegnato il suo capo, e amico fin dall’infanzia, . È sempre più pressante il sospetto che oltre alla trattativa del “papello”, quella delle richieste “non accettabili” avanzate da , contemporaneamente Binnu ne aprisse un’altra, più realistica e spregiudicata. Si smette di sparare, si buttano in cella tutti quelli che non vogliono deporre le armi e si fanno affari come “ai vecchi tempi”. A riaccendere i riflettori sull’anziano boss in carcere dal 2006 non sono solo le dichiarazioni di Riccio e Ciancimino jr ma anche le ultime rivelazioni emerse da un vecchio dei servizi segreti tedeschi, oggi ripreso dal dossier del Bka (la polizia criminale) sulla penetrazione delle italiane in Germania e rilanciato in dal quotidiano l’Unità. Secondo il documento, Provenzano aveva richiesto direttamente alla ’ndrangheta calabrese di acquistare una grossa quantità di esplosivo, poi utilizzato per la strage di dove persero la vita e gli agenti della sua scorta. E l’acquisto avvenne proprio in Germania dove i clan calabresi erano penetrati da tempo. Il parla esplicitamente di «ingenti quantitativi di esplosivo ad alto potenziale di provenienza militare» ordinati dai clan di . Borsellino andava spesso a Francoforte all’epoca perché impegnato nelle indagini sull’assassinio del magistrato Rosario Livatino nel 1990, visto che risultava che i killer del magistrato avevano trovato rifugio e appoggi in Germania. Dopo uno dei suoi viaggi, per verificare anche una pista sulla strage di Capaci, Borsellino aveva dichiarato ad alcuni amici: «Il tritolo è arrivato anche per me, lunedì scorso». E mentre nessuno impediva che la strage avvenisse, addirittura evitando che venisse messo in quel divieto di sosta richiesto da scorta e magistrato da mesi, Provenzano, da bravo “ragioniere” di , pianificava l’acquisto di quintali di sintex. In silenzio, aspettando solo il momento giusto. Che arrivò, puntualmente, la domenica del 19 luglio 1992.

ComeDonChisciotte – L’IPERINFLAZIONE DI WEIMAR: POTREBBE ACCADERE DI NUOVO ?

ComeDonChisciotte – L’IPERINFLAZIONE DI WEIMAR: POTREBBE ACCADERE DI NUOVO ?.

DI ELLEN BROWN
globalresearch.ca

“Fu orribile. Orribile! Colpì come un fulmine. Nessuno se l’aspettava. Gli scaffali dei negozi erano vuoti. Coi tuoi soldi di carta non potevi comprare nulla.” Frederich Kessler, docente di Legge alla Harvard University, sull’iperinflazione nella Repubblica di Weimar (intervista del 1993)

Alcuni commentatori preoccupati prevedono l’avvento di una massiccia iperinflazione del genere che colpì la Germania di Weimar nel 1923, quando una carriola piena di banconote bastava appena per comprare una pagnotta. Un articolo sul San francisco Examiner del 29 aprile avvertiva:

“Con un deficit mai visto, che sta raggiungendo i duemila miliardi di dollari, la proposta di bilancio [del Presidente per il 2010] è la ricetta sicura per l’iperinflazione. Per cui ogni senatore e deputato che voterà per questo budget mostruoso da 3.600 miliardi di dollari, sosterrà di fatto una spesa folle che potrebbe benissimo fare degli Stati Uniti la nuova Repubblica di Weimar.” [1]

Martin Hutchinson, nella newsletter finanziaria Money Morning del 9 aprile, ha sottolineato gli inquietanti paralleli tra la corrente politica monetaria del governo e quella della Germania di Weimar, nella quale il 50% della spesa veniva finanziata attraverso il signoraggio – cioè semplicemente stampando soldi. [2] Tuttavia, c’è qualcosa di strano nei suoi dati. Hutchinson riferisce che il governo britannico sta già finanziando il suo bilancio attraverso il signoraggio più di quanto facesse la Germania di Weimar al culmine della sua massiccia iperinflazione; eppure la sterlina, in circostanze che, ci viene detto, causarono la completa distruzione del marco tedesco, regge ancora. Quindi ci dev’essere stato qualcos’altro, al di là dell’emissione di moneta per soddisfare il bilancio dello stato, a causare il collasso del marco, ma cosa? E corriamo lo stesso rischio, oggi? Guardiamo i dati più da vicino.

La Storia si Ripete – o No ?

Nel suo articolo ben documentato, Hutchinson rileva che la Germania di Weimar era afflitta dall’inflazione sin dalla I Guerra Mondiale; ma fu nel biennio tra 1921 e 1923 che si scatenò la vera “iperinflazione di Weimar”. Durante la sua fase finale, nel novembre 1923, il marco valeva un bilionesimo [1/1.000.000.000.000] di quanto valesse nel 1914. Così continua Hutchinson:

“L’insieme delle politiche attuali riflettono quelle della Germania nel periodo tra il 1919 e il 1923: il governo di Weimar era restio a imporre tasse per finanziare la ricostruzione postbellica e pagare i danni di guerra [alle nazioni vincitrici], e quindi produsse grandi deficit di bilancio. Mantenne i tassi di interesse molto al di sotto dell’inflazione, allargando rapidamente il flusso monetario, e coprendo il 50% della spesa pubblica con il signoraggio (stampando moneta e utilizzando i profitti della sua emissione)…

Il parallelo diventa inquietante se consideriamo che adesso Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone hanno cominciato a finanziare il loro deficit di bilancio attraverso il signoraggio. Negli Stati Uniti la Fed sta acquistando, nell’arco di sei mesi, 300 miliardi di dollari in buoni del tesoro (T-bond), un tasso di 600 miliardi all’anno, il 15% del bilancio federale, che è di 4.000 miliardi. In Gran Bretagna la Banca d’Inghilterra sta acquistando 75 miliardi di sterline in gilt [l’equivalente dei buoni del tesoro statunitensi], nell’arco di tre mesi. Corrisponde a 300 miliardi di sterline per anno, il 65% della spesa del governo britannico, che è di 454 miliardi di sterline. Quindi, mentre gli Stati Uniti si avvicinano abbastanza rapidamente alla situazione weimariana (50% della spesa), la Gran Bretagna l’ha già oltrepassata!”

Ed è qui che i dati si fanno problematici. Se la Gran Bretagna sta già soddisfacendo col signoraggio una percentuale di bilancio maggiore di quella della Germania di Weimar al culmine della sua iperinflazione, perché la sterlina vale sui mercati esteri all’incirca quanto valeva nove anni fa, in circostanze che ci dicono avessero ridotto il marco a un bilionesimo del suo valore, e tutto questo nel corso di un paio d’anni? Nel frattempo, il dollaro è addirittura diventato più forte, relativamente alle altre monete, da quando lo scorso anno è cominciata una politica di “alleggerimento quantitativo” [quantitative easing] (l’eufemismo oggi in uso per “signoraggio”) [3] L’emissione ora la fanno le banche centrali, non i governi, ma gli effetti sulla quantità di moneta circolante dovrebbe essere lo stesso del vecchio sistema. Il debito governativo acquistato dalle banche centrali non viene mai pagato davvero, ma rinnovato di anno in anno, e una volta che la nuova moneta entra in circolazione, ci resta, diluendo il valore della valuta. E allora come mai la nostra moneta non è collassata a un bilionesimo del suo valore precedente, come accadde alla Germania di Weimar? In effetti, se si trattasse di una semplice questione di domanda e offerta, qualsiasi governo dovrebbe stampare un bilione di volte la precedente quantità di moneta circolante, per giungere a svalutarla di un bilione di volte, e perfino il governo tedesco non è accusato di aver fatto una cosa del genere. Nella Repubblica di Weimar c’era qualcos’altro in gioco, ma cosa?

Schacht Scopre gli Altarini

Su questo mistero gettano luce gli ultimi scritti di Hjalmar Schacht, commissario monetario della Repubblica di Weimar. I fatti vengono analizzati a fondo in The Lost Science of Money di Stephen Zarlenga, che riferisce che Schacht, nel suo libro del 1967 The Magic of Money, “scopre gli altarini, visto che scrive in tedesco, con qualche ammissione davvero notevole, che mina la ‘vulgata’ sull’iperinflazione tedesca promulgata dalla comunità finanziaria.” Ciò che realmente trasformò un’inflazione da tempo di guerra in iperinflazione, scriveva Schacht, fu la speculazione di investitori stranieri, che avrebbero scommesso sul valore decrescente del marco, tramite vendite allo scoperto.

La vendita allo scoperto [short selling] è una tecnica utilizzata dagli investitori per ottenere profitti dal prezzo in calo di un prodotto finanziario. Comporta prendere in prestito il titolo in questione e quindi venderlo, con l’intesa che il medesimo titolo dovrà in seguito essere riacquistato e restituito al proprietario originale. Lo speculatore scommette che nel frattempo il prezzo del titolo diminuirà, e che potrà intascarsi la differenza. La vendita allo scoperto del marco tedesco divenne possibile perché le banche private misero in circolazione grandi masse di denaro disponibile per i prestiti, marchi che vennero creati su richiesta e imprestati agli investitori, con proficui interessi per le stesse banche.

All’inizio le necessità degli investitori vennero soddisfatte dalla Reichsbank (la banca centrale tedesca), che era stata privatizzata di recente. Ma quando la Reichsbank non poté più far fronte alla ingorda richiesta di marchi, altre banche private furono autorizzate a crearli dal nulla, e a prestarli a interesse. [4]

I Paradossi della Storia

Se Schacht è credibile, non solo non fu il governo a causare la iperinflazione, ma fu lo stesso governo a tenere la situazione sotto controllo. La Reichsbank fu posta sotto stretta sorveglianza, e furono varate rapide contromisure per annullare la speculazione straniera, eliminando il facile accesso ai prestiti di denaro creato dalle banche.

Più interessante è la continuazione poco nota di questa storia. Quello che permise alla Germania di rimettersi in piedi negli anni 30 fu la medesima cosa che i commentatori di oggi accusano del collasso degli anni 20 – il denaro emesso dal governo per utilizzarne il signoraggio. L’economista Henry C. K. Liu chiama questa forma di finanziamento “credito sovrano”. Ecco cosa scrive della impressionante trasformazione subita dalla Germania:

“I nazisti arrivarono al potere in Germania nel 1933, in un periodo in cui l’economia era al collasso totale, con insostenibili riparazioni di guerra da pagare e nessuna prospettiva di investimenti dall’estero o crediti. Eppure, attraverso una politica monetaria indipendente di credito sovrano e un programma di piena occupazione basato sulle opere pubbliche, nel giro di quattro anni il Terzo Reich fu in grado di trasformare una Germania in bancarotta, privata delle colonie oltremare da poter sfruttare, nella più forte economia europea, perfino prima che iniziassero le spese del riarmo.” [5]

Sebbene Hitler meriti pienamente l’infamia che gli hanno procurato le successive atrocità, almeno per un certo periodo godette di un’enorme popolarità fra i suoi concittadini. Ciò era chiaramente dovuto al fatto che aveva salvato la Germania dagli spasmi di una depressione globale – e lo aveva fatto attraverso una politica di opere pubbliche finanziate con l’emissione di moneta da parte del governo. Prima si stabilirono i progetti da finanziare, incluse opere d’arginamento, restauro di edifici pubblici e abitazioni provate, e la costruzione di nuovi edifici, strade, porti, canali e infrastrutture portuali. Il costo stimato dei vari programmi venne fissato a un miliardo di unità della valuta nazionale. Quindi, a fronte di questo costo, vennero emessi un miliardo di titoli di credito [bills of exchange, in pratica cambiali – ndt] non inflazionistici chiamati Certificati del Tesoro. I lavoratori spendevano i certificati in merci e servizi, creando quindi altro lavoro per altre persone. Questi certificati non erano proprio liberi da debito, ma venivano emessi sotto forma di titoli, su cui il governo pagava interessi ai proprietari. Tuttavia i certificati circolavano come moneta, e potevano essere rinnovati all’infinito, il che li rendeva de facto valuta corrente, mentre scongiuravano il bisogno di rivolgersi a prestatori internazionali o di pagare debiti verso l’estero. [6] I Certificati del Tesoro non venivano scambiati sul mercato dei cambi, ed erano perciò oltre la portata degli speculatori. Non potevano essere venduti allo scoperto, perché non c’era nessuno a cui venderli, e quindi conservavano il loro valore.

Nel giro di due anni il problema della disoccupazione in Germania era risolto, e il paese si era ripreso. Aveva una moneta solida, stabile, nessuna inflazione, in un periodo in cui milioni di persone negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali erano ancora senza lavoro e vivevano di sussidi. La Germania riuscì perfino a ristabilire il commercio estero, pur essendole negato accesso al credito estero e fronteggiasse il boicottaggio economico. Ottenne lo scopo attraverso un sistema di baratto: attrezzature e merci venivano scambiate con altri paesi senza il tramite delle banche internazionali. Questo sistema di scambio diretto operava senza creare debito e senza deficit commerciale. Sebbene l’esperimento economico tedesco abbia avuto vita breve, lasciò qualche duraturo monumento al suo successo, inclusa la famosa autobahn, il primo sistema autostradale del mondo. [7]

Le Lezioni della Storia: a Volte Non Sono Quel che Sembrano

Il piano tedesco per sfuggire al suo debito devastante e rinvigorire un’economia agonizzante era brillante, ma non era realmente originale. L’idea che un governo potesse autofinanziarsi stampando e diffondendo titoli cartacei da scambiare con beni e servizi fu concepita per la prima volta dai coloni americani. Benjamin Franklin attribuiva la notevole crescita e abbondanza presenti nelle colonie, in un’epoca in cui i lavoratori inglesi subivano le condizioni peggiorative della Rivoluzione Industriale, all’inedito sistema della moneta ad emissione governativa adottato dai coloni. Nel XIX Secolo il senatore Henry Clay lo definì il “sistema americano”, distinguendolo dal “sistema britannico” dell’emissione valutaria privata. Dopo la Rivoluzione Americana, il sistema americano venne sostituito negli USA col denaro emesso dalle banche, ma il denaro a emissione governativa fu ripescato durante la Guerra Civile, quando Abraham Lincoln finanziò il proprio governo con banconote dell’Unione, o “Greenbacks”, emesse dal Tesoro.

La drammatica differenza nei risultati dell’esperimento con la doppia moneta fatto in Germania fu la diretta conseguenza degli scopi per cui venne usata la valuta. L’inflazione dei prezzi si verifica quando la “domanda” (il denaro) cresce più dell’ “offerta” (beni e servizi), portando in alto i prezzi; e nell’esperimento degli anni 30 veniva creata nuova moneta per finanziare la produttività, così domanda e offerta crescevano insieme e i prezzi rimanevano stabili. Hitler disse: “Per ogni marco emesso, esigiamo l’equivalente di un marco in lavoro effettuato o in beni prodotti.” Nel disastro iperinflattivo del 1923, d’altro canto, il denaro veniva stampato solo per pagare gli speculatori, portando la domanda alle stelle mentre l’offerta restava invariata. Il risultato non fu una semplice inflazione, ma un’iperinflazione, perché la speculazione si scatenò, innescando una follia progressiva in stile bolla dei tulipani [vedi Depressione 2009: il peggiore deragliamento… – ndt]

Questo vale anche per lo Zimbabwe, un drammatico esempio contemporaneo di inflazione galoppante. La crisi risale al 2001, quando lo Zimbabwe risultò insolvibile, e il FMI rifiutò i soliti compromessi tipo rifinanziamento del prestito o azzeramento dello stesso. Evidentemente l’intenzione del FMI era quella di punire questo paese per le sue scelte politiche, incluse riforme agrarie che comportavano l’esproprio ai danni di ricchi latifondisti. Col credito azzerato, lo Zimbabwe non poteva accedere ad alcun tipo di prestito, così il governo decise di mettere in circolazione una sua propria valuta nazionale, usandola per acquistare dollari USA sul mercato dei cambi. Questi dollari venivano poi utilizzati per pagare il FMI e riacquistare il credito per il paese. [8] Secondo una dichiarazione della banca centrale dello Zimbabwe, l’iperinflazione è stata causata da speculatori che hanno manipolato il mercato dei cambi, imponendo per il dollaro un tasso di cambio esorbitante, il che ha causato una drammatica svalutazione della valuta dello Zimbabwe.

Il vero errore del governo, comunque, potrebbe essere stato il fatto stesso di giocare secondo le regole del FMI. Piuttosto che usare la propria valuta nazionale per l’acquisto di moneta straniera al fine di pagare prestatori stranieri, avrebbe potuto seguire le orme di Abraham Lincoln e dei coloni americani, e battere moneta per pagare la produzione di beni e servizi del proprio popolo. Si sarebbe così evitata l’inflazione, perché l’offerta si sarebbe tenuta alla pari con la domanda, e la valuta sarebbe stata usata a livello locale, piuttosto che essere risucchiata dagli speculatori.

La Vera Minaccia Weimariana, e Come Evitarla

Gli Stati Uniti, quindi, si trovano fuori dal pericolo di iperinflazione, col loro sistema di “alleggerimento quantitativo”? Forse sì, forse no. Nella misura in cui la moneta di nuova creazione verrà utilizzata per un vero sviluppo e una vera crescita, il finanziamento attraverso il signoraggio non dovrebbe portare a un incremento dei prezzi, perché domanda e offerta cresceranno insieme. L’uso dell’alleggerimento quantitativo per finanziare le infrastrutture e altri progetti produttivi, come nel pacchetto di stimolo economico del Presidente Obama, potrebbe rivitalizzare l’economia come promesso, realizzando quel genere di abbondanza che Benjamin Franklin vedeva nei primi anni di un’America in espansione.

Tuttavia, altri eventi in corso ricordano tristemente quelli che innescarono l’iperinflazione del 1923. Come nella Germania di Weimar, la creazione di moneta negli Stati Uniti viene affidata a una banca centrale a proprietà privata, la Federal Reserve; e viene creata perlopiù per sistemare gli azzardi nei libri contabili delle banche private, senza che si produca alcunché di valore per l’economia reale. Come avvertiva quasi due anni fa l’investitore (in oro) James Sinclair:

“[I]l vero problema è una montagna di ventimila miliardi di dollari di debiti e derivati non contabilizzati. Considerate attentamente il caso della Repubblica di Weimar, perché, ogni giorno di più, sembra riproporsi la stessa catena di causa ed effetto…” [9]

I 12,9 miliardi di dollari di “salvataggio” passati per le mani dell’AIG per pagare i derivati altamente speculativi della Goldman Sachs ne sono solo uno degli esempi più clamorosi. [10] Nella misura in cui il denaro generato dall’ “alleggerimento quantitativo” viene risucchiato dal buco nero di questi derivati speculativi, possiamo dirci sulla strada di Weimar, e c’è davvero di che allarmarsi. Siamo stati portati a credere di dover puntellare lo zombi del behemot bancario di Wall Street perché senza di esso ci ritroveremmo senza sistema creditizio, ma questo è falso. Esiste un’alternativa praticabile, che potrebbe rivelarsi anche l’unica possibile. Possiamo battere Wall Street al suo stesso gioco, istituendo banche di proprietà pubblica che distribuiscano il credito e la piena fiducia degli Stati Uniti non a vantaggio di speculatori privati ma, in quanto pubblico servizio, a beneficio degli Stati Uniti e del loro popolo. [11]

Ellen Brown ha sviluppato le sue capacità di ricercatrice come avvocata civilista a Los Angeles. In Web of Debt, il suo ultimo libro, usa quelle capacità per analizzare la Federal Reserve e il “cartello della moneta”. Mostra come questo cartello privato abbia usurpato alla collettività il potere di battere moneta, come noi, la collettività, dobbiamo riappropriarcene. I suoi libri precedenti si concentravano sul cartello farmaceutico che trae potere dal “cartello monetario”. Tra i suoi undici libri ci sono Forbidden Medicine, Nature’s Pharmacy (scritto con il Dr. Lynne Walker), e The Key to Ultimate Health (scritto con il Dr. Richard Hansen). I suoi siti: http://www.webofdebt.com e http://www.ellenbrown.com

Ellen Brown
Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=13673
19.05.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di DOMENICO D’AMICO

Note dell’autrice

1. “Examiner Editorial: Get Ready for Obama’s Coming Hyperinflation,” San Francisco Examiner, April 29, 2009.
2. Martin Hutchinson, “Is It 1932 – or 1923?”, Money Morning (April 9, 2009).
3. See Monthly Average Graphs, x-rate.com.
4. Stephen Zarlenga, The Lost Science of Money (Valatie, New York: American Monetary Institute, 2002), pages 590-600; S. Zarlenga, “Germany’s 1923 Hyperinflation: A ‘Private’ Affair,” Barnes Review (July-August 1999).
5. Henry C. K. Liu, “Nazism and the German Economic Miracle,” Asia Times (May 24, 2005).
6. S. Zarlenga, op. cit.
7. Matt Koehl, “The Good Society?”, Rense (January 13, 2005).
8. “Bags of Bricks: Zimbabweans Get New Money – for What It’s Worth,” The Economist (August 24, 2006); Thomas Homes, “IMF Contributes to Zimbabwe’s Hyperinflation,” http://www.newzimbabwe.com (March 5, 2006).
9. Jim Sinclair, “Fed Actions a Bandaid on a Gaping Economic Wound,” reprinted in Go for Gold, September 18, 2007.
10. Eliot Spitzer, “The Real AIG Scandal, Continued! The Transfer of $12.9 Billion from AIG to Goldman Looks Fishier and Fishier,” Slate (March 22, 2009).
11. See Ellen Brown, “Cash Starved States Need to Play the Banking Game,” webofdebt.com/articles (March 2, 2009).

Blog di Beppe Grillo – La mafia alla conquista dell’Europa

Blog di Beppe Grillo – La mafia alla conquista dell’Europa.

La mafia alla conquista dell’Europa

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Petra Reski è una giornalista del settimanale tedesco Die Zeit. Ha scritto il libro: “Mafia. Von Paten, pizzerien und falschen priestern”. Il titolo in italiano sarebbe: “Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti”. Sarebbe perchè il libro, tradotto in molte lingue, finora non ha trovato editori italiani. Petra descrive l’inarrestabile penetrazione delle mafie italiane in Europa. Per la Frankfurter Allgeimeine Zeitung il suo libro è il migliore sull’argomento mai pubblicato. Petra ha ricevuto minacce e passa il tempo a difendersi nei tribunali tedeschi da querele e denunce delle persone da lei citate.
Il libro è considerato il “Gomorra” tedesco e Petra rischia di fare la fine di Saviano. Le mafie italiane sono, con tutta probabilità, la prima azienda del nostro Paese. Il fatturato presunto è di 100/150 miliardi di euro all’anno. Tutto in nero. Un capitale che va investito. Dopo l’Italia, mercato ormai saturo di capitali mafiosi, c’è l’Europa. Il Pil di molti Paesi europei dipende anche dai soldi riciclati della mafia. Esportiamo capitali e mafie. Tra qualche anno Bruxelles sarà nostra, cosa nostra.

Intervista a Petra Reski

Intervistatore (I.): Petra Reski, scrittrice e giornalista, è autrice di un libro sulla ‘ndragheta scritto in lingua tedesca, considerata in Germania la miglior opera sull’argomento. Secondo lei perché le mafie, in particolare la ‘ndragheta, si sono così radicate all’estero?

Petra Reski (P.R.): Perché le leggi estere permettono cose che non si possono fare in Italia, per esempio in Germania non esistono intercettazioni ambientali nei locali pubblici, e anche nelle case è molto difficile intercettare, gli investimenti frutto di riciclaggio è molto più facile farli in Germania che in Italia. Il reato di associazione mafiosa in Germania non esiste, dunque un soggetto della mafia può tranquillamente investire tutti i suoi soldi in Germania senza essere controllato.
Ci sono migliaia di casi di, chiamiamoli “pizzaioli“, che vengono a lavorare in Germania con un reddito mensile di 800 euro e magari si comprano un albergo, oppure delle strade intere.

I.: Per cui c’è un po’ di connivenza anche con qualche tedesco?

P.R.: Per forza! Senza connivenza sarebbe impossibile anche in Germania. I tedeschi si credono, purtroppo, un po’ superiori al problema che non vedono, pensano che la mafia sia un fenomeno solo italiano, di regioni un po’ arretrate del Sud Italia, dunque una cosa che non potrebbe mai succedere in Germania, e invece in Germania è come in Italia. Con l’aiuto dei politici, delle istituzioni e di avvocati disponibili, nella Germania degli ultimi 40 anni sta accadendo ciò che accade in Italia da 150 anni.

I.: Ma ci sono zone più esposte a questo fenomeno oppure?

P.R.: Sì, questi mafiosi in Germania sono arrivati come emigranti purtroppo. Nell’epoca degli anni ’40 hanno iniziato a installarsi nelle zone industriali tedesche. Dunque i centri della ‘ndragheta sono Duisburg, tutta la zona della Ruhr, Dortmund, tutt’attorno a Stoccarda.
Dopo la caduta del muro di Berlino, verso la metà degli anni ’90, una parte della ‘ndragheta si è trasferita a Lipsia e in Sassonia.

I.: Infatti lei ha accennato alla vicenda di Duisburg in cui ci furono 6 morti uccisi dalla ‘ndragheta, e lei ha scritto un libro su questa vicenda e ha avuto anche delle minacce.

P.R.: Sì diciamo che ho avuto delle minacce velate che solo un italiano potrebbe capire molto bene perché per un tedesco sarebbe un po’ più difficile, come quando in un’occasione della presentazione del mio libro, ad Hartford, cioè in Turingia, erano presenti dei personaggi tedeschi che prima spiegavano in lungo e in largo che il riciclaggio in Germania sarebbe impossibile, e poi, con degli italiani presenti, si felicitavano espressamente per il mio coraggio, dicendomi “ammiro il suo coraggio, signora!”. Questo pochi istanti dopo aver fatto discorsi in difesa di certi personaggi che mi hanno fatto causa per ciò che ho scritto nel mio libro. Dunque, per me, il messaggio era chiaro. Vivo da 20 anni in Italia e da 20 anni mi occupo di mafia, dunque quella situazione, in quel momento mi ricordava Michele Greco, che davanti al Tribunale durante il maxiprocesso: “io ho un dono inestimabile, signor giudice, questa è la pace interiore, auguro a lei e alla sua famiglia una lunga vita”.

I.: Ma lei nel suo libro ha rivelato cose utili ai giudici per il proseguo dell’inchiesta?

P.R.: Sì, perché ovviamente, in seguito al massacro di Duisburg, la Polizia federale, già prima, seguiva l’attività di certi clan, soprattutto quelli legati alle vicende di Duisburg, dunque in quel caso da parte del clan non c’è nessun interesse di suscitare l’attenzione pubblica.

I.: Certo, ma lei ha scritto dei nomi su questo libro che sono stati censurati!

P.R.: Sì.

I.: Il governo italiano dice che è tutto sotto controllo, alcuni addirittura dicono che in Italia la mafia non esiste.

P.R.: Addirittura?

I.: Sì, Beh Dell’Utri l’ha detto diverse volte.

P.R.: Ah sì è vero! Sì, anche in Germania dicono che la mafia non esiste. E’ divertente questo da sentire perché mi ricorda un mafioso attivo a Milano negli anni ’60, che dopo essere stato arrestato disse: “la mafia cos’è? Un tipo di formaggio?” dunque la stessa cosa ora vale per la Germania.
Siccome per i tedeschi la mafia è una cosa molto folkloristica da film, del padrino, di romanzi eccetera, loro non possono neanche vagamente immaginarsi, che il gentile pizzaiolo che saluta, e questo lo so anche da parte di questi che sono stati uccisi a Duisburg, rinomati per essere stati dei buoni vicini, molto gentili e disponibili, per un tedesco è impossibile immaginarsi questo.
E la politica tedesca, a parte il suo coinvolgimento diretto in particolari casi, per loro riconoscere l’esistenza della mafia in Germania è un grande problema perché ne creerebbe uno più grande nella coscienza pubblica, e soprattutto l’unico problema per il governo tedesco sono gli islamisti, non la mafia.

I.: Ma i nomi che lei ha fatto in questo libro, li ha scoperti lei tramite indagini sue proprie, oppure com’è riuscita a raccogliere tutti questi elementi che hanno messo insieme un quadro così variegato e anche inquietante, della realtà mafiosa in Germania?

P.R.: Io veramente sono stata tirata dentro perché mi sono sempre occupata di mafia solo in Italia, dunque questo era il seguito di Duisburg, grazie al lavoro di giornalisti italiani ai quali rivolgo l’elogio perché sono molto più bravi di quelli tedeschi a dire la verità, perché loro sono stati i primi a fare i nomi degli italiani coinvolti nelle attività della ‘ndragheta in Germania

I.: Tipo? Di questi nomi?

P.R.: Non posso fare i nomi perché…

I.: non li può fare

P.R.: praticamente la mia attenzione è nata in seguito alla lettura dei giornali italiani, dopo ho approfondito l’argomento in Germania, con le conferme che mi venivano dalle indagini della Polizia tedesca.

I.: Lei attualmente vive in una località che non si dice perché ha avuto queste minacce, ma quante cause ha collezionato con questo libro finora?

P.R.: Attualmente siamo arrivati alla quinta causa e due denuncie penali di cui una è già stata archiviata e adesso vediamo

I.: ma per che motivo?

P.R.: per ora ho subito il cosiddetto provvedimento di urgenza per proteggere i dati personali delle due persone di cui ho parlato nel mio libro. Questa richiesta fu accolta dal Tribunale di Monaco di Baviera e di Duisburg in questo caso. Adesso facciamo ricorso perché sono stata denunciata per calunnia e cose varie…

I.: ha paura lei?

P.R.: No

I.: Quindi continuerà a fare il suo lavoro?

P.R.: Certo! Assolutamente. Perché non mi sarei mai aspettata che il mio lavoro di indagine fosse vero come è stato confermato adesso.

I.: Ma secondo lei le economie nazionali europee, hanno bisogno della mafia o no?

P.R.: In Germania io posso solo dire una cosa: in tanti hanno chiuso gli occhi davanti agli investimenti della mafia, e li chiudono tuttora. Soprattutto da dopo la caduta del muro i soldi della mafia nell’est erano i benvenuti, purtroppo, e tuttora spesso si sa però si finge di non sapere. In Germania il riciclaggio viene considerato un delitto minore. Dunque perciò bisogna tenere d’occhio per così si distrugge non solo l’economia ma la democrazia in generale. Se un ‘ndraghetista si compra un albergo oppure un immobile, rovina la concorrenza leale. E questo è un problema per la democrazia ovviamente, perché loro, tramite le loro proprietà vogliono esercitare anche un’influenza politica, in Germania.

I.: E che ne sappia lei, in Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Norvegia e tutta la Scandinavia in generale, la situazione com’è con le mafie?
Io so che tutto ciò che sto raccontando sulla Germania, non è molto diverso per questi Paesi.

I.: Mafie importate dall’Italia?

P.R.: Importate dall’Italia. Ma soprattutto il problema più grande è che in quei Paesi il reato di associazione mafiosa non è un reato penale. Ad esempio in Germania le pene per il reato di associazione a delinquere sono minime. In Germania un mafioso può girare tranquillamente. Forse è questa la cosa più importante: associazione mafiosa dev’essere reato in tutta Europa, perché in questo caso si potrebbe già arrestare uno che arriva da San Luca di cui si sa appartenere a un clan. I mafiosi in Germania non commettono errori.

I.: Per quanto concerne il suo libro è scritto soltanto in lingua tedesca?

P.R.: Sta per essere tradotto in 5 lingue fuorché l’italiano, purtropppo.

I.: Perché?

P.R.: Non lo so, devo dire che ci sono un sacco di ottimi libri sulla mafia, scritti da italiani che sono profondi conoscitori della mafia. Per una casa editrice italiana la mafia non è un argomento nuovo, dunque le capisco.
Ma la definizione di Gomorra tedesca che è stata data al suo libro è esatta oppure no? Rispetto a Saviano.
Io trovo uno scandalo che uno come lui debba vivere nascosto mentre i mafiosi girano liberi. Trovo altrettanto scandaloso che uno venga sepolto da processi per un libro. Dimostra quanto loro ci temono.”

Ps. Sabato 28 marzo all’Auditorium di Genzano (Roma) in via Italo Belardi 81, le associazioni culturali “I grilli del Pigneto” e “Officina delle idee” organizzano l’incontro pubblico “Un sabato sotto la bandiera della legalità” con, tra gli altri, Sonia Alfano, Salvatore Borsellino, Benny Calasanzio, Clementina Forleo. Sarà possibile seguire l’incontro in diretta streaming.