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Antimafia Duemila – La mafia ringrazia

È appurato che mafia e P2 sono organi di uno stesso corpo, la loro azione è coordinata: la P2 ricicla i soldi della mafia e la mafia elimina i personaggi scomodi per la P2. Dunque il fatto che le leggi del piduista Silvio Berlusconi, tessera P2 numero 1816 aiutino la mafia non ci sorprendono. Noi però ci opponiamo, non ce la faranno mai questi delinquenti, la verità e la giustizia trionferanno grazie alla nostra RESISTENZA, RESISTENZA, RESISTENZA!

Fonte: Antimafia Duemila – La mafia ringrazia.

Le norme del governo contro le intercettazioni finiranno per bloccare le indagini e favorire i criminali. Parla il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli.

Cosa significa in una moderna società civile la parola democrazia? «La democrazia si nutre di controlli, che devono essere effettivi, non di facciata. C’è un controllo sociale che si esercita attraverso un’informazione incisiva rispetto al potere perché libera e pluralista. E c’è un controllo di legalità, affidato a una magistratura libera ed efficace perché indipendente. Sono questi principi fondamentali ad essere messi in pericolo dal progetto di legge contro le intercettazioni. Libertà di pensiero e diritto dei cittadini all’informazione, possibilità dei magistrati di indagare su tutti i reati e controllo effettivo del potere: sono le basi che, insieme, sostengono uno Stato di diritto. Chi ha il potere deve accettare controlli, altrimenti la democrazia degenera in tirannide della maggioranza».

Giancarlo Caselli, magistrato simbolo della lotta al terrorismo e alla mafia, oggi procuratore capo di Torino, è molto preoccupato per gli effetti del piano di riforma fortemente voluto dal governo per limitare o vietare le intercettazioni e mettere il bavaglio alla cronaca giudiziaria.

Qual è la prima cosa che i cittadini devono sapere sulla legge in esame al Senato?
«Che è una minaccia proprio per la sicurezza dei cittadini. Gli emendamenti sono in continuo aggiornamento, ma il disegno è già chiaro: diminuiranno pesantemente il numero e l’ampiezza delle intercettazioni, indispensabili per la lotta alla criminalità. C’è un obiettivo che viene da lontano: la mortificazione dei pm, additati come nemici, per renderli subalterni al potere politico proprio mentre questo rivendica una sostanziale immunità. Per farlo, non si esita ad ostacolare di fatto le indagini anche sui reati più odiosi: non vorrei entrare nei tecnicismi, ma le procure rischiano di restare senza prove anche per omicidi, rapine, estorsioni, usura e bancarotte milionarie».

La destra che invoca legge ed ordine sembra accontentarsi della modifica che torna ad autorizzare le intercettazioni anche senza «evidenti indizi di colpevolezza».
«Era un limite talmente grossolano da rendere inevitabile una retromarcia: è ovvio che le intercettazioni si fanno proprio per scoprire il colpevole. Ma l’aggancio alla colpevolezza in realtà rientra dalla finestra, con il richiamo alle regole sui riscontri e col divieto di intercettare i telefoni non in uso agli indagati. Ma proprio le intercettazioni su persone vicine all’indagato spesso sono le più preziose. Così si crea un circolo vizioso, che si ripete per le ambientali: le microspie si potranno nascondere solo nel luogo del delitto, ma l’esperienza dimostra che i colpevoli parlano dei loro reati dove si sentono al sicuro, ad esempio in uffici, bar o auto. Anche il divieto di usarle come prove di reati diversi, perfino se più gravi, è pericolosissimo: se intercettando un rapinatore scopriamo un omicidio, non potremo più arrestare l’assassino».

Il governo in compenso nega di voler bloccare le inchieste su mafia e terrorismo.
«Riciclaggio, usura, estorsione, bancarotta sono reati non necessariamente mafiosi. Ma se non possiamo più intercettare se non in casi eccezionali, come facciamo a scoprire quando dietro c’è la mafia? Il problema è gravissimo, perché oggi la mafia è soprattutto economia illlegale».

E dell’emendamento D’Addario, che vieta ai privati di registrare perfino i colloqui a cui partecipano, che ne pensa?
«È una norma assurda, ma a suo modo rivelatrice. I ricatti e le intimidazioni criminali iniziano con allusioni e minacce indirette, difficilmente denunciabili: la violenza arriva dopo. Se incriminiamo chi cerca di documentarle, rischiamo di lasciare liberi i colpevoli per punire le vittime».

Tratto da: espresso.repubblica.it

Blog di Beppe Grillo – Giancarlo Caselli: Il “processo breve” è come la tecnica di Erode.

Il cosiddetto “processo breve” proposto dagli avvocati di Berlusconi in parlamento è l’ennesima porcata, ce lo spiega bene il giudice Giancarlo Caselli.

Fonte:Blog di Beppe Grillo – La tecnica di Erode. Giancarlo Caselli.

Giancarlo Caselli, procuratore Capo della Repubblica di Torino, spiega con parole semplici perché l’ipotesi della legge sul processo breve proposta da Berlusconi sia una colossale porcata ai danni dei cittadini onesti. Il solo fatto che la legge fosse spinta da Alfano e Mavalà Ghedini mi aveva messo sul sospetto. Lo psiconano chiede sempre cento per ottenere 50. Sa che questa legge non può passare. E’ solo un espediente per una trattativa sulla riforma della giustizia, quindi su una riforma per non farsi processare. Bersani è favorevole, Violante non sta più nella pelle. L’inciucio sulla giustizia sta arrivando mentre i problemi del Paese possono, come sempre, andare a fanculo.

Testo intervista a Giancarlo Caselli, magistrato

” Su questo problema del cosiddetto processo breve, prima di tutto bisogna dire che c’è una grande confusione: chi propaganda questo progetto come una specie di panacea per i mali della giustizia forse dovrebbe fare i conti con le regole che disciplinano la pubblicità onesta, veritiera, corretta, con il codice di autodisciplina dell’attività pubblicitaria, perché si parla di processo breve, ma questa è soltanto, se non un’illusione, un obiettivo. In realtà bisogna mettere in campo quanto necessario affinché si arrivi all’obiettivo. Fatta questa premessa, più o meno scherzosa, diciamo subito che è la nostra Costituzione che esige che il processo abbia una ragionevole durata. Poi c’è la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, ripetutamente, ha condannato il nostro Paese perché i processi durano troppo e allora che il processo debba essere breve è sacrosanto, è nella Costituzione e ce lo dice l’Europa.
Come si fa a non essere d’accordo con il processo breve? E’ come se un medico non fosse d’accordo con una medicina che abolisce il cancro, ma non basta dire processo breve, non basta proclamare un’intenzione, ci vuole altro. Prima di tutto è necessario che la riforma sia valutata per quanto riguarda le sue ricadute sulla generalità dei processi, senza avere riferimento esclusivo o prevalente a questo o quel processo che interessa a qualcuno, altrimenti se così fosse – e così potrebbe essere, leggendo i giornali – è la tecnica di Erode: uccidere due processi con una strage di innocenti, cioè di processi che, con questo o quello che interessano un determinato soggetto, non c’entrano assolutamente niente. Perché dico strage degli innocenti? Perché in realtà – e lo vedremo – non si tratta di abbreviare i tempi del processo, ma di mettere a rischio di vita, a rischio di essere ammazzati, uccisi molti, moltissimi processi. Il problema principale è che è fissato un obiettivo sacrosanto come il processo breve, poi bisogna farsi carico di come raggiungerlo e cercare di ridurre, se non eliminare, le cause dell’eccessiva durata.
Il processo dura troppo per il carico di lavoro dei magistrati, negli ultimi anni è aumentato in maniera incredibile: il cittadino è sempre più consapevole dei suoi diritti e, sempre più frequentemente, si rivolge alla giustizia affinché i suoi diritti siano tutelati e questo determina un’esplosione del numero delle cause. Pensiamo alla colpa medica: una volta si andava in ospedale e, se le cose non andavano bene, finiva lì; oggi, se le cose non vanno bene o si ritiene che non siano andate bene, non c’è malato o parente di malato che non faccia causa al medico o all’ospedale, i processi per colpa medica sono diventati un numero rilevantissimo del carico processuale. Nel contempo, il numero dei magistrati non è aumentato in proporzione: 8.000 circa, un numero insufficiente rispetto agli altri Paesi europei raffrontando il carico di lavoro con il numero dei magistrati. Oltre a non essere in numero sufficiente, sono anche mal distribuiti sul territorio: la cosiddetta geografia giudiziaria è vecchia, superata, abbiamo alcuni tribunali inutili, superflui, con pochissimo lavoro e altri che invece hanno un carico di lavoro enorme, in cui non c’è il personale che, ricavandolo, abolendo i tribunali inutili, potrebbe essere ottenuto. Poi c’è il fatto che, per la giustizia, non si spende abbastanza, per esempio, non ci sono soldi per pagare gli straordinari dei cancellieri, senza cancellieri non si fanno le udienze e le udienze che si fanno devono obbligatoriamente finire alle due, perché mancano i soldi per pagare gli straordinari. Mediamente in Italia manca il 15% di segretari e di cancellieri, di personale amministrativo rispetto agli organici, con punte anche del 30% nel nord est e nel nord ovest.
Infine, ci sono le procedure, sembrano, qualche volta, fatte apposta perché il processo non finisca mai. Un solo esempio: abbiamo un sistema tendenzialmente accusatorio, usa dire, in tutti i Paesi del mondo in cui c’è un sistema accusatorio non ci sono tutti i gradi di giudizio che abbiamo ancora. Ci sono un primo grado e un ricorso alla Corte Suprema e basta e allora anche da noi, perché il sistema accusatorio sia al passo con gli altri Paesi, abolire l’appello: non si vuole abolire l’appello, ma quantomeno introdurre dei filtri che impediscano di ricorrere sempre e comunque in appello. Oggi un imputato che, in primo grado, confessa e è condannato al minimo della pena va lo stesso in appello, sempre: perché? Perché lui e il suo avvocato sperano – che so? – in un indulto, in un’amnistia, nella prescrizione, conviene loro far passare il tempo, ma così si inflaziona il sistema e i processi non finiscono mai.
Detto tutto questo, vediamo come funzionerebbe la riforma: la riforma dice che muore tutta una serie di processi se vengono superati i due anni in primo grado, i due anni in appello o i due anni in Cassazione, sei anni complessivamente. Quelli che contano soprattutto sono i due anni in primo grado, perché è qui che si giocano le partite e sono i due anni che si calcolano dal rinvio a giudizio alla sentenza, che conclude il primo grado. Sono esclusi dalla riforma i processi per reati punibili con pena superiore ai dieci anni, i processi per reati rientranti in un elenco di eccezioni, quali mafia, terrorismo, omicidi stradali, omicidi con violazione delle norme a tutela dei lavoratori, sul posto di lavoro e sono esclusi dalla riforma anche i processi che riguardano i reati commessi dai recidivi. Tutti gli altri processi sotto i dieci anni, non rientranti nel catalogo delle eccezioni, commessi da incensurati, quando scattano i due anni senza che si sia arrivati a una sentenza di primo grado, muoiono e sono processi per fatti anche gravi, anzi sono processi per fatti di notevolissima gravità: abuso d’ufficio, corruzione semplice e in atti giudiziari, rivelazione di segreti d’ufficio, truffa semplice o aggravata, frodi comunitarie, frodi fiscali, falsi in bilancio, bancarotta preferenziale, intercettazioni illecite, reati informatici, ricettazione, omicidio colposo per colpa medica, maltrattamenti in famiglia, incendio cosiddetto semplice, aborto clandestino e via seguitando.Muoiono tutti questi processi, se non si rispetta il termine tassativo dei due anni in primo grado e via seguitando: quanti ne muoiono di questi processi? Secondo il Ministro Alfano pochi, solo l’1%: se fosse vero la riforma non avrebbe senso. Secondo l’Associazione Nazionale Magistrati sono a rischio di estinzione molti più processi: il 50% dei processi rientranti nella categoria toccata dalla riforma.
Il traguardo e bello, buono, giusto e sacrosanto, ma bisogna anche fare qualcosa affinché ci si possa arrivare: se si fissa un traguardo che va raggiunto correndo veloci, ma poi non si cura la pista, cioè la procedura, se il corridore, l’operatore giudiziario, deve correre velocemente per raggiungere il traguardo in un tempo breve, non viene dotato degli strumenti necessari, delle “scarpette per correre veloce”, ma è costretto a muoversi con scarponi da montagna, se non addirittura con uno scafandro da palombaro, quel traguardo è irraggiungibile e questa riforma, in linea di principio bella, accettabile, diventa un’incompiuta. Molte volte i tempi già lunghi del processo sono abbreviati, ridotti, grazie al ricorso ai cosiddetti riti alternativi, quali patteggiamento e giudizio abbreviato. A Torino di queste riforme ormai non se ne faranno più, perché a me, difensore di questo o di quell’imputato, non conviene – e devo fare l’interesse del mio cliente – patteggiare o andare al giudizio abbreviato. Se ho la speranza e la prospettiva che tutto muoia, se non arriva la sentenza entro due anni, bastano i riti alternativi, ma se cessano i riti alternativi avremo più processi e il sistema, invece di essere accelerato, finirà per essere ulteriormente inflazionato e le cose andranno ancora peggio di come non vanno oggi.
Poi ci sono eventuali profili di incostituzionalità: abbiamo detto che la riforma del processo breve non riguarda i reati commessi dai recidivi, anche se è una recidiva per piccole cose molto risalenti nel tempo, per le quali magari si è intervenuti a riabilitazione. E allora può succedere questo: io, incensurato, commetto un reato in concorso con persona recidiva, siamo a braccetto quando commettiamo questo reato, siamo intrecciati l’uno con l’altro inestricabilmente e io, incensurato, se il processo non si conclude entro i due anni, la faccio franca e finisce tutto, lui, recidivo per un fatterello lontanissimo nel tempo, dopo due anni e cinque giorni magari viene condannato a nove anni di reclusione per lo stesso identico fatto. C’è qualcosa che stride, qualcosa che non va troppo bene. Allo stesso modo stride che un incensurato che commette una truffa per milioni e milioni di euro possa farla franca, se il processo non si conclude in due anni, mentre per un recidivo, per un piccolo recidivo che commette una truffa per pochi spiccioli il processo non muore mai e la condanna prima o poi arriva.
Ancora un profilo: le eccezioni alla riforma del processo breve riguardano reati molto gravi, quali terrorismo, mafia, omicidi per violazione delle norme sulla circolazione stradale, sulla tutela della salute, la sicurezza dei lavoratori etc., ma in questo catalogo delle eccezioni ci sono anche reati collegati alla migrazione clandestina. Se si mettono nello stesso contenitore cose diversissime tra loro, assolutamente due mondi diversi, ecco profili di non ragionevolezza complessiva della norma, quindi profili eventuali ancora di incostituzionalità.
Vorrei chiudere dicendo che anche i magistrati devono assumersi le loro responsabilità: negli ultimi anni lo stanno facendo, per quanto riguarda l’organizzazione del proprio lavoro, l’organizzazione degli uffici, ma anche per quanto riguarda la sfida della professionalità e della produttività. Al Ministro Castelli l’Associazione Nazionale Magistrati propose controlli quadriennali sulla produttività, con pesanti riduzioni di stipendio per chi non lavorava abbastanza: questa proposta sostanzialmente, sia pure in altri termini, è diventata legge dello Stato, e se non si superano questi esami quadriennali, non si progredisce in carriera, non si perde lo stipendio, ma non si aumenta in termini di retribuzione. E’ una riforma seria, che i magistrati hanno accettato di buon grado, sono stati sostanzialmente loro i primi a proporla, perché professionalità, produttività, miglior funzionamento del servizio della giustizia, che i cittadini hanno il sacrosanto diritto di pretendere, sono cose che stanno a cuore anche, se non prima di tutto, ai magistrati.”

Tra stato e mafia rispunta Dell’Utri

Fonte: Tra stato e mafia rispunta Dell’Utri.

Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

IL COLONNELLO RICCIO RICORDA LE PRIME RIVELAZIONI DI UN PENTITO CHE FU SUBITO UCCISO

Al colonnello Mario Mori, guardandolo dritto negli occhi, aveva detto: ‘‘Certi attentati li avete voluti voi”. Una settimana dopo fu massacrato a colpi di pistola nel centro di Catania. Luigi Ilardo, il ”confidente” che aveva svelato al colonnello Michele Riccio il nascondiglio di Bernardo Provenzano nelle campagne di Mezzojuso e che stava facendo i nomi dei nuovi referenti politici della mafia, fu assassinato il 10 maggio 1996 in circostanze misteriose e con un tempismo davvero sorprendente: otto giorni dopo il suo incontro al Ros di Roma con i procuratori di Palermo e Caltanissetta GianCarlo Caselli e Giovanni Tinebra, e appena quattro giorni prima di formalizzare la sua piena collaborazione con la giustizia.
Chi lo uccise e perché?
Nessuno, all’interno di Cosa nostra, sapeva che Ilardo fosse un ”informatore” e che stesse raccontando agli investigatori tutti i dettagli dell’ultima fase della trattativa: quella proseguita dopo la nascita della Seconda Repubblica. Lo racconta Aurelio Quattroluni, il mafioso che era stato incaricato dell’eliminazione del ”confidente”. Qualcuno avvertì Cosa nostra del pericolo che Ilardo, reggente mafioso delle quattro province orientali della Sicilia, costituiva con le sue rivelazioni? Ne sono certi i pm siciliani che ipotizzano l’esistenza di una ”soffiata”, partita dall’interno delle istituzioni, per tappare la bocca all’ ”informatore”. Ne era convinto anche il capitano Antonio Damiano, che comandava il Ros di Caltanissetta, e che al suo collega Riccio aveva detto, preoccupato: ‘‘Mi sa che la notizia della collaborazione di Ilardo è uscita dalla procura di Caltanissetta”. Per questo gli atti dell’ inchiesta sull’omicidio Ilardo, conclusa con un’archiviazione, nei giorni scorsi sono stati acquisiti dalle procure di Palermo e Caltanissetta che indagano sulla trattativa tra mafia e Stato. Quella trattativa che, secondo i pm di Palermo, sarebbe all’origine anche della mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso il 31 ottobre del 1995, da parte dei carabinieri del Ros. Proprio su alcuni passaggi del negoziato tra Stato e mafia, nel processo al generale Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento per aver lasciato fuggire Binu da quel casolare di Mezzojuso, ignorando le ”soffiate” di Ilardo, stamane è chiamato a deporre in aula l’ex presidente della Commissione antimafia Luciano Violante.
Ma cosa stava raccontando di così pericoloso Ilardo?
Negli incontri con Michele Riccio, avvenuti a partire dal 1993, il ”confidente” aveva fatto il nome di Marcello Dell’Utri come del ”contatto stabilito da Bernardo Provenzano con un personaggio dell’entourage di Berlusconi”.
Un contatto che aveva dato ”assicurazioni che ci sarebbero state iniziative giudiziarie e normative più favorevoli e anche aiuti a Cosa nostra nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali”. Un contatto che garantiva il nuovo dialogo tra la mafia e le istituzioni, attraverso Forza Italia. Ma non solo. Ilardo aveva fatto il nome del socialista Salvo Andò, ex ministro della Difesa nel periodo delle stragi. Di lui, il confidente aveva detto che ”i collegamenti di Riina nascevano dai suoi contatti con il Psi”. Ma nell’elenco di Ilardo, indicati come personaggi vicini a Cosa nostra, sono in tanti: Giulio Andreotti, Lillo Mannino, Giuseppe Grippaldi (ex deputato regionale di An in Sicilia), Mimmo Sudano (ex senatore catanese dell’Udc), il magistrato Dolcino Favi (il procuratore generale reggente di Catanzaro che un anno fa tolse a De Magistris l’inchiesta Why not). E Antonio Subranni, generale del Ros a quel tempo il diretto superiore di Mori. Il confidente disse a Riccio: ”Ho qualcosa da raccontare su di lui…”. Ma secondo Ilardo, Provenzano aveva una linea di rapporto con le istituzioni ”diversa e più segreta”, rispetto a Riina attraverso gli imprenditori: e a Riccio fece i nomi di Ligresti e Gardini. E ancora: il ”confidente” parlò del senatore Antonino La Russa, e del figlio Vincenzo, padre e fratello del ministro Ignazio La Russa, come di alcuni tra i ”tramiti insospettabili operanti tra gli ambienti di Cosa nostra e la direzione di Forza Italia per la Sicilia orientale”. Tutti nomi e rapporti ovviamente da verificare.
E per questo motivo, Riccio inviò a Mori una serie di relazioni con le ”confidenze” di Ilardo. Racconta Riccio: ‘‘Mori mi chiese di non inserire i nomi dei politici, ma io quei nomi li scrissi tutti, tranne quello di Dell’Utri”.
Perche’?

”Dopo quello che mi aveva detto Mori -spiego’ Riccio – sarebbe scoppiato il finimondo”.

Mafia e Politica. Il papello di Riina.

Mafia e Politica. Il papello di Riina.

Scritto da Desiree Grimaldi

Intervento di Giancarlo Caselli alla trasmissione “il Caffè” di Rainews 24 condotta da Corradino Mineo, andata in onda il 26 luglio 2009. In collegamento anche il giornalista Felice Cavallaro da Palermo. Oltre ad un’attenta analisi degli intrecci tra mafia e politica effettuata del magistrato torinese, il giornalista Cavallaro mette in evidenza uno strano parallelismo tra la vicenda Mancino-Borsellino e Rognoni-Mattarella: due ex ministri degli interni affetti dalla medesima amnesia:c’è chi nega, c’è chi non ricorda.

nell’intervista si accenna inoltre al riciclaggio del denaro sporco della mafia a milano, di Fininvest, del fatto che Andreotti abbia incontrato il capo della mafia di allora Stefano Bontate prima e dopo l’uccisione di Mattarella per discutere proprio di Mattarella e del fatto che Andreotti stesso non si sia rivolto alla magistratura per prevenire l’uccisione di Mattarella stesso.

Antimafia Duemila – La mafia al Nord cambia volto

Antimafia Duemila – La mafia al Nord cambia volto.

di Dora Quaranta – 24 aprile 2009

Milano. Decine di imprenditori e professionisti del Nord ora fanno parte organica delle cosche: non più vittime ma veri mafiosi. I giornalisti Biondani e Portanova nel numero dell’Espresso oggi in edicola scrivono che, stando alle più recenti inchieste, tanti impreditori del Nord Italia“si finanziano con capitali sporchi, ottengono protezione criminale, si prestano a dividere e reinvestire i profitti di droga ed estorsioni, affidano alla violenza dei clan il recupero dei crediti, ordinano attentati contro i concorrenti. Fino a diventare, come avvertono i magistrati più esperti, imprenditori organici alle più pericolose cosche del sud”.
Il capo dell’Antimafia a Milano, il pm Ferdinando Pomarici, denuncia che in mezza Lombardia le attività a rischio di partecipazione mafiosa sono nell’ordine: edilizia, immobiliare, centri commerciali, alimentari, sicurezza, discoteche, appalti, garage, bar e ristoranti, sale da gioco, distributori, cooperative di servizi, trasporti”. Intere province del Nord sono spartite tra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta: i gelesi controllano estorsioni e spaccio nella zona est, tra Busto e la statale varesina – dice ancora Pomarici – ai calabresi tocca la parte ovest fino a Malpensa. Dalle indagini dei carabinieri sembra che nella zona non vi sia un cantiere edile che non paghi il pizzo, come numerosi esercizi commerciali”.
A Modena gli inquirenti segnalano la presenza di famiglie mafiose siciliane,in Emilia quella della Camorra; in Liguria, per il mese di dicembre 2008, è emersa l’operatività di ben 15 clan calabresi; sul modello dell’infiltrazione nei cantieri navali di Palermo Cosa Nostra mira ora al controllo del porto di La Spezia.
Giancarlo Caselli, procuratore a Torino, intervistato dall’Espresso, spiega che già Falcone diceva che la mafia uccide a Palermo ma investe a Milano. “Più l’investimento è lontano dall’attività illecita – dice Caselli – più è facile passare inosservati e farla franca. La nostra procura ha costituito un nuovo gruppo di lavoro sul riciclaggio, che è sempre più sofisticato. I mafiosi hanno i soldi per pagarsi i migliori cervelli. C’è uno sforzo di rispondere con competenze giudiziarie e non solo. Ma c’è anche chi non vede o fa finta di non vedere”.
Importante l’operazione denominata “Gheppio” che stamane ha condotto all’arresto per associazione mafiosa di Maurizio La Rosa e Maurizio Trabia entrambi di Gela. L’inchiesta ha rivelato che il gruppo mafioso degli Emmanuello, in collaborazione con altri boss residenti da anni fra Milano e Varese, era in procinto di uccidere il sindaco di Gela, Rosario Crocetta ed alcuni imprenditori che si opponevano al pizzo. Negli ultimi mesi La Rosa aveva intrapreso numerosi viaggi fra la Sicilia e la Lombardia. “Gheppio” ha fatto emergere gli affari illeciti in Lombardia del clan di Gela il quale avrebbe anche a disposizione armi ed esplosivi.