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L’Amore trionfa – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: L’Amore trionfa – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 23 aprile 2010

Questo Partito dell’Amore, visto in diretta senza rete, è proprio un amore. Colpivano gli sguardi, soprattutto. Tutti molto amorevoli. Teneri. Affettuosi. Si vede proprio che si amano. Lo zenith del sentimento si è registrato quando Fini ha proferito la parola “legalità”. Berlusconi ha digrignato i denti e contratto i muscoli facciali, come per sbranarlo all’istante: se Verdini, seduto a fianco, non se lo fosse legato al polso con un bel paio di manette (le porta sempre con sé per ogni evenienza), sarebbe corso il sangue. Intanto l’intera sala, eccettuati alcuni incensurati, grugniva fremente di sdegno. Legalità a noi? Chi ti ha insegnato certe parolacce? Ma allora dillo che sei venuto a provocare! Vai subito in bagno e lavati la bocca col sapone!

In effetti, in 16 anni di storia, nessuno aveva mai osato tanto: parlare di legalità in casa del corruttore di Mills, del principale di Mangano, dell’amico di Dell’Utri e di Cosentino fortunatamente assenti: avevano subodorato qualcosa. Non contento, il noto provocatore ha pure osato evocare la Sicilia, altro tabù proibitissimo, specie se accompagnato dal nome “Micciché”. Mancava che citasse pure Dell’Utri, poi lo menavano proprio. Ci voleva Fini per far uscire dai gangheri Berlusconi e insegnare come si fa al Pd, che in sedici anni non ci è mai riuscito: basta parlargli di legalità e di libertà d’informazione (due temi dai quali il Pd si tiene a debita distanza, per non passare per antiberlusconiano, non sia mai). E magari smontargli pure il federalismo fiscale (sul quale un anno fa il Pd si astenne e Idv votò sì), anziché ripetere che la Lega ha ragione, bisogna fare come la Lega e dialogare con la Lega.
Infatti, con tutto quel che gli aveva detto Fini per un’ora e mezza, Berlusconi gli ha risposto solo su quei temi: del resto s’infischia allegramente (a parte un cenno ai 150 anni dell’Unità d’Italia, sui quali è molto preparato: infatti dice “i 150 anni della storia della nostra Repubblica”, quella di re Vittorio Emanuele II di Savoia e del conte Cavour). Sugli attacchi del suo Giornale a Fini, ha risposto amorevole e sofferente: “Io sul Giornale non ho alcun modo di influire” (versione moderna del “sono forse io il custode di mio fratello?”, by Caino). Poi ha aggiunto che il Giornale è in vendita e se Fini ha un amico a cui farlo comprare il problema è risolto, e comunque lo attacca anche Libero, edito dal suo amico senatore Angelucci: dal che si potrebbe dedurre che forse gli attacchi dei giornali di destra a Fini dipendono dai padroni che hanno.

Notevole anche il concetto di “super partes” illustrato dal ducetto: Fini non è un presidente della Camera super partes perché ogni tanto critica il governo. Ecco, per lui è super partes solo chi è sempre d’accordo con lui. Anzi, meglio: chi è di sua proprietà. Tipo Schifani, per dire. Quanto al federalismo fiscale, Fini s’è permesso di ricordare l’impegno di abolire le province (altro tema astutamente disertato dal Pd). Il 31 marzo 2008 il Cavaliere dichiarò nella videochat del corriere.it: “Non parlo di province, perché bisogna eliminarle…Dimezzare i costi della politica significa innanzitutto dimezzare il numero dei politici di mestiere ed eliminare tanti enti inutili, province, comunità montane…”. A Matrix ribadì: “E’ necessario eliminare le province”. E a Porta a Porta: “Le province sono tutte inutili e fonte di costi per i cittadini. E’ pacifico che vanno abolite”.
Ieri invece ha detto: “Aboliremo solo quelle non utili”, tanto abolirle tutte farebbe risparmiare “solo 200 milioni” (falso: sarebbero 6 miliardi l’anno solo per il personale), e soprattutto “non ne faremo di nuove”. Un po’ come per le tasse: in campagna elettorale giurava di tagliarle, ora invece si vanta di non averle aumentate. Come promettere un collier alla fidanzata e poi, se quella si lamenta perché non l’ha ricevuto, replicare: “Ma cara, in compenso non ti ho presa a calci in culo, cosa pretendi di più?”.

Ps. Bersani ha commentato l’epico scazzo con una dichiarazione listata a lutto: “Sono divisi, non faranno le riforme”. Una bella perdita.

Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI? | Il blog di Daniele Martinelli

Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI? | Il blog di Daniele Martinelli.

Altro che cazzate, come ci raccontava qualche giorno fa Marcello Dell’Utri! Altro che presidente del consiglio che passerà alla storia per aver sconfitto la mafia! E’ cominciata la guerra civile, o meglio, penale. Per lui! il privato corruttore ed evasore fiscale Silvio Berlusconi. E’ cominciato un momento storico per l’Italia. Ora non so cosa succederà. O meglio, spero di sbagliare profezia. Se mi dicessero che Berlusconi si è già dato alla fuga col suo jet per qualche atollo sconosciuto non mi meraviglierei. Se mi dicessero che ha già allertato i servizi segreti deviati per far fuori determinati giornalisti e determinate voci libere (blogger compresi), piuttosto che oppositori politici o parenti di altri mafiosi, non mi meraviglierei altrettanto. Le minacce di morte al presidente del Senato Renato Schifani e sembra anche a Marcello Dell’Utri, non mi meraviglierei se si rivelassero deviate per creare confusione (un po’ alla Francesco Guzzardi). La crisi ha colpito anche i vertici della mafia. Si sono decisi a parlare in coro. Tengono tonalità e ritmo. Per il privato corruttore il ballo si fa difficile. Insostenibile.

Qui in rete è da tempo che discutiamo con allegra libertà ciò che aspettavamo in grande evidenza sui giornali. Ci siamo permessi il capriccio e in parte il lusso, di cantare da solisti e di anticipare ciò che oggi, alcuni di quei giornali scrivono. Benché pilotati quei giornali hanno ancora il loro effetto sulle masse. Come il quotidiano Repubblica, il più incisivo, oggi, nel costringere il governo a dimettersi o il presidente della Repubblica a prevedere di sciogliere presto le camere, e le forze dell’ordine di vigilare su Berlusconi affinché non scappi. Attendiamoci da un momento all’altro che il privato corruttore col riporto venga convocato in aula per rispondere di tutte quelle accuse coincidenti, di bel po’ di pentiti, che anziché darsi degli infami sono tutti concordi e tutti in reciproco rispetto. In doppia stereofonia dalle aule dei tribunali di Milano, Firenze, Palermo e Caltanissetta per le stragi di Firenze, Milano e di Roma del 1993. Quindi anche delle stragi dei giudici FALCONE e BORSELLINO.

Repubblica oggi in prima pagina titola “Cosa nostra e la resa dei conti del Cavaliere“. Inizia un lungo articolo che va a riempire le pagine 2 e 3, col resoconto degli interrogatori dei pentiti che inchiodano il presidente del consiglio piduista, assieme a Marcello Dell’Utri.
Sono proprio curioso di vedere cosa accade. Vorrei essere una mosca per vedere le facce di quei milioni di italiani che oggi, nonostante i filtri minchiolini, dovranno pur sapere qualcosa dai telegiornali. Mi piacerebbe vedere le facce di Emilio Fede, Littorio Feltri e Maurizio Belpietro. Oltre che di Claudio Brachino.
Riporto, di nuovo, in estrema sintesi, i punti focali che segnano la fine dell’incredibile personaggio camuffato da capo del governo di cui, forse, l’Italia potrà liberarsi molto presto. Ripeto: forse prima di quel famigerato 5 dicembre del nobday.
Ecco alcuni stralci di articolo pubblicati oggi (dai contenuti non nuovi per chi legge questo blog) assolutamente cruciali.

Gaspare Spatuzza indica nel presidente del consiglio e nel suo braccio destro (Marcello Dell’Utri) i suggeritori della campagna stragista di sedici anni fa.
…la famiglia di Brancaccio
(fratelli Giuseppe e Filippo Graviano ndr) ha deciso di aggredire in pubblico e servendosi di un processo chi “non ha mantenuto gli impegni”. Ci sono anche i messaggi di morte. Al presidente del Senato, Renato Schifani, siciliano di Palermo (…) le “voci di dentro” di Cosa Nostra, avvertimenti che sarebbero piovuti su Marcello Dell’Utri…

Sono sintomi che devono essere considerati oggi un corollario della resa dei conti tra Cosa Nostra e il capo del governo… tra Cosa Nostra e gli uomini (Berlusconi, Dell´Utri) che, a diritto o a torto, è tutto da dimostrare, i mafiosi hanno considerato, dal 1992/1993 e per quindici anni, gli interlocutori di un progetto che, dopo le stragi, avrebbe rimesso le cose a posto: i piccioli, il denaro, al sicuro; i «carcerati» o fuori o dentro, ma in condizioni di tenere il filo del loro business; mediocri e distratte politiche della sicurezza; lavoro giudiziario indebolito per legge…(come dal Piano di rinascita piduista ndr).

La campana suona per Silvio Berlusconi perché, nelle tortuosità che sempre accompagnano le cose di mafia, è evidente che il 4 dicembre, quando Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, testimonierà nel processo di appello contro Marcello Dell’Utri, avrà inizio la resa dei conti della famiglia dei fratelli Graviano contro il capo del governo…

È un fatto sorprendente che i mafiosi abbiano deciso di parlare con i pubblici ministeri di quattro procure. Vogliono contribuire “alla verità”. Lo dice anche Giuseppe Graviano, “muto” da quindici anni. Quattro uomini della famiglia offrono una collaborazione piena. Sono Gaspare Spatuzza, Pietro Romeo, Giuseppe Ciaramitaro, Salvatore Grigoli.

Racconta Gaspare Spatuzza: “Giuseppe Graviano mi ha detto che tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo; le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili. A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di quello di Canale 5; poi mi dice che c´è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri (…) Giuseppe Graviano mi dice [ancora] che comunque bisogna fare l’attentato all’Olimpico perché serve a dare il “colpo di grazia” e afferma: ormai “abbiamo il Paese nelle mani”».

Pietro Romeo, interrogatorio del 30 settembre 2009: «… In quel momento stavamo parlando di armi e di altri argomenti seri. [Fu chiesto a Spatuzza] se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi. Spatuzza rispose: Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo [soltanto degli] esecutori».
Salvatore Grigoli, interrogatorio 5 novembre 2009: «Dalle informazioni datemi (…), le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti (…) Dell’Utri è il nome da me conosciuto (?), quale contatto politico dei Graviano (…) Quello di Dell’Utri, per me, in quel momento era un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Quel che è certo è [che me ne parlarono] come [del nostro] contatto politico».

E’ una scena che trova conferme anche in parole già dette, nel tempo. I ricordi di Giuseppe Ciaramitaro li si può scovare in un verbale d´interrogatorio del 23 luglio 1996: “Mi [fu] detto che bisognava portare questo attacco allo Stato e che c’era un politico che indicava gli obiettivi, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe quindi interessato a far abolire il 41 bis (?).
Si rispettano, sorprendentemente. Non era mai capitato. Senza considerarsi infami.

…ma la dirompente novità è nei cauti passi dei due boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i più vicini a Salvatore Riina. Hanno guidato con mano ferma la loro “batteria” fino a progettare la strage, per fortuna evitata per un inghippo nell´innesco dell’esplosivo, di un centinaio di carabinieri all’Olimpico il 23 gennaio del 1994. Sono in galera da quindici anni. Hanno studiato (economia, matematica) in carcere. Dal carcere si sono curati dell’educazione dei loro figli affidati ai migliori collegi di Roma e di Palermo e ora sembrano stufi, stanchi di attendere quel che per troppo tempo hanno atteso. Spatuzza racconta che, alla fine del 2004, Filippo Graviano, 48 anni, sbottò: “Bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”.

C´è un accordo. Chi lo ha sottoscritto, non ha rispettato l´impegno. Per cavarsi dall´angolo, c´è un solo modo: dissociarsi, collaborare con la giustizia, svelare le responsabilità di chi, estraneo all´organizzazione, si è tirato indietro.

Interrogatorio del 28 luglio 2009: Filippo Graviano durante il confronto con Gaspare Spatuzza gli dice: “Io non ho mai parlato con ostilità nei tuoi riguardi. I discorsi che facevamo erano per migliorare noi stessi. Già noi avevamo allora un atteggiamento diverso, già volevamo agire nella legalità. Noi parlavamo di un nostro futuro in un’altra parte d´Italia».
Filippo Graviano ai pm: «Mi dispiace contraddire Spatuzza, ma devo dire che non mi aspetto niente adesso e nemmeno nel passato, nel 2004. Mi sembra molto remoto che possa avere detto una frase simile perché, come ho detto, non mi aspetto niente da nessuno. Avrei cercato un magistrato in tutti questi anni, se qualcuno non avesse onorato un presunto impegno».
Filippo Graviano usa senza timore parole vietate come “legalità”, “cercare magistrati”. Si spinge anche a pronunciare: «dissociazione». Dice: «Da parte mia è una dissociazione verso le scelte del passato (?). Oggi sono una persona diversa. Faccio un esempio. Nel mio passato, al primo posto, c´era il denaro. Oggi c´è la cultura, la conoscenza. (?) Io non rifarei le scelte che ho fatto».

Ecco perché ha paura Berlusconi. Quegli uomini della mafia non conoscono soltanto “la verità” delle stragi (che sarà molto arduo rappresentare in un racconto processuale ben motivato), ma soprattutto le origini oscure della sua avventura imprenditoriale, già emerse e documentate dal processo di primo grado contro Marcello Dell´Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Di denaro, di piccioli minacciano allora di parlare i Graviano e gli uomini della famiglia di Brancaccio. Dice Spatuzza: “I Graviano sono ricchissimi e il loro patrimonio non è stato intaccato di un centesimo. Hanno investito al Nord e in Sardegna e solo così mi spiego perché durante la latitanza sono stati a Milano e non a Brancaccio. È anomalo, anomalissimo”. Se a Milano ? dice il testimone ? Filippo e Giuseppe si sentivano più protetti che nella loro borgata di Palermo vuol dire che chi li proteggeva a Milano era più potente e affidabile della famiglia.

Il privato corruttore ha detto che chi non sta col Popolo delle laidità è fuori dal governo. Attendiamo con ansia il presidente della Camera Gianfranco Fini al varco. Oggi, o al massimo domani. Salvo cazzate.

Il popolo che dice basta – Il Fatto Quotidiano – Voglio Scendere

Fonte: Il popolo che dice basta – Il Fatto Quotidiano – Voglio Scendere.

di Antonio Padellaro

Presidente Napolitano. Presidente Fini. “Adesso basta” è il titolo che abbiamo stampato ieri sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. Adesso basta è scritto sulle migliaia di messaggi che giungono al nostro giornale. Tutti indistintamente chiedono di mettere la parola fine allo scandalo che da quindici anni sta sfibrando l’Italia: la produzione incessante di leggi personali per garantire a Silvio Berlusconi la totale immunità e impunità in spregio alla più elementare idea di giustizia.

Quello che rivolgiamo a voi che rappresentate la prima e la terza istituzione della Repubblica (sulla seconda, il presidente del Senato Schifani pensiamo di non poter contare) non è un appello ma una richiesta di ascolto che, siamo certi, non andrà delusa. Tutte quelle lettere, e-mail, fax esprimono una protesta e una speranza. Di protesta “contro l’arroganza di un Potere che sembra aver perso ogni senso della misura e anche quello del decoro ”, scrisse Indro Montanelli sulla Voce nel 1994, all’epoca del decreto Biondi. Fu il primo tentativo di colpo di spugna al quale ne sarebbero seguiti altri diciotto negli anni a seguire fino all’ultima vergogna chiamata “processo breve”. Allora la battaglia fu vinta.

La redazione della Voce fu alluvionata di fax dei lettori disgustati, il decreto fu ritirato e il grande giornalista così rese omaggio allo spirito di lotta dei concittadini: “Fino a quando questo spirito sarà in piedi, indifferente alle seduzioni, alle blandizie e alle minacce, la democrazia in Italia sarà al sicuro ”. Malgrado abbia attraversato tante sconfitte e tante delusioni quello spirito non appare per nulla fiaccato e chiede di trovare una risposta capace di dirci che la politica non è solo interesse personale e disprezzo per gli altri. Che le istituzioni sono davvero un baluardo contro le prepotenze del più forte. Questa è la nostra speranza presidente Napolitano e presidente Fini. Per questo vi trasmetteremo i messaggi dei nostri lettori. Tenetene conto.
Da Il Fatto Quotidiano del 14 novembre 2009

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La mafia fa le pentole, ma non i coperchi – Passaparola – Voglio Scendere

La mafia fa le pentole, ma non i coperchi – Passaparola – Voglio Scendere.

Testo:
“Buongiorno a tutti, oggi ci riguardiamo di nuovo in faccia, sono felice, parliamo di quello che è successo negli ultimi giorni brevemente nel campo politico, avete visto, Fini tenta un’altra volta di smarcarsi come aveva tentato di fare due anni fa, poi due anni fa ci fu il precipitare del Governo Prodi con le elezioni anticipate e dovette rinculare indietro, questa volta sembra fare sul serio e sta cominciando anche a esplicitare i temi del suo dissenso dalla leadership di Berlusconi.

Gianfranco Fini in cerca di redenzione
Finché erano temi lontani dai terreni di caccia degli interessi del Cavaliere come la bioetica, la fecondazione assistita, i problemi legati all’immigrazione, la difesa del Parlamento dalla decretomania e dai continui voti di fiducia, la polemica con la Lega Nord sull’Italia unita o più o meno unita era un conto.
Quando invece si va a toccare il cuore del caso Berlusconi e Fini lo ha fatto l’altro giorno a Gubbio e cioè quando si dice: noi non dobbiamo dare neanche l’impressione lontanamente di non volere la verità sui mandanti delle stragi del 92 e del 93 e quando aggiungere Fini: non ho mai avuto dimestichezza con grembiulini e con compassi, con la massoneria, a cominciare dalla Pd2 che era addirittura la peggiore massoneria che abbia avuto il nostro paese, allora le cose si fanno serie, è la prima volta da quando Bossi si sganciò da Berlusconi e rimase sganciato per qualche anno, salvo poi tornare all’ovile, è la prima volta che un allenato di Berlusconi, pone il problema dei rapporti tra Berlusconi e la Pd2, anche se in maniera velata, ma comunque chi doveva capire ha capito e si smarca anche a stretto giro di posta sui temi della lotta alla mafia, appena il giorno prima Berlusconi aveva detto: è una follia che pezzi di procure si occupino ancora di indagini su fatti vecchi del 1992/1993/1994 cospirando contro di noi, Fini il giorno dopo ha detto: Santo Dio, che dovrebbero fare i magistrati quando si ritrovano in mano delle novità sulle stragi? Sono le ultime stragi che si sono verificate in Italia quelle del 1992 e 1993, che possono e che debbono fare i magistrati quando hanno novità su quelle stragi, se non riaprire le indagini o proseguire le indagini? Che devono fare, eliminare il testimone o il pentito che gli sta dando nuove informazioni? Cestinare le carte, mangiarsele? Probabilmente è quello che vorrebbe Berlusconi, non è escluso che non ci siano magistrati che fanno così o che hanno fatto così in passato e che poi hanno fatto carriera.
Per fortuna ce ne sono ancora a Milano, Firenze, Palermo e Caltanissetta che sono invece interessati alla verità.
Il giorno dopo la dichiarazione di Berlusconi sulla follia e la cospirazione interviene Fini e dice: se non abbiamo niente da nascondere, cari amici per quale motivo dovremmo dirci contrari alla riapertura delle indagini. All’indomani ancora, l’altro Presidente, quello che purtroppo adesso è il capo dello Stato reggente, perché Napolitano è in Corea, cioè il grande statista Renato Schifani, già socio nella sicula broker di due persone che oggi sono condannate e in galera per mafia, è intervenuto dicendo che lui non ama i teoremi giudiziari su mafia e politica, te credo, ne ha ben donde avendo avuto dei soci così, ci mancherebbe che amasse, non dico i teoremi, diciamo le indagini sulla mafia!
Tra l’altro l’uso della parola “teorema” è una delle parole che andrebbero abolite a proposito della giustizia, perché il teorema è una dimostrazione matematica, qualcosa di scientifico, il teorema di Euclide, di Pitagora, qui si usa la parola “teorema” come se fosse una fumisteria, è esattamente il contrario del significato etimologico del termine, teorema è tac, tac, invece qui dicono “teorema, quindi non è vero niente, non si rendono conto che quando chiamano teorema un’ipotesi investigativa, la stanno nobilitando, sono ignoranti oltre a essere dei mascalzoni! In ogni caso questo è il clima, Fini ha detto ciò che neanche il centro-sinistra ha detto, perché lo sapete, in questi anni il centro-sinistra non ha mai detto nulla di nulla, di nulla, salvo rarissime e poco importanti eccezioni sulla necessità di scoprire i mandanti occulti delle stragi, la ragione è molto semplice, che le trattative che nascondono i mandanti occulti delle stragi, almeno dalla strage di Borsellino a quelle di Roma, Firenze e Milano, si svolgono a cavallo tra la prima e la seconda repubblica, la prima trattativa importante è quella avviata dal Ros dei Carabinieri tramite Vito Ciancimino della quale sta parlando il figlio di Ciancimino e della quale hanno già parlato Brusca e altri e lì Berlusconi non c’era in politica, in politica c’era il Governo Amato con il suo neoministro dell’interno Nicola Mancino e del quale hanno parlato Brusca, il figlio di Ciancimino, Paolo Borsellino nel suo diario, a proposito del famoso incontro etc..
La seconda trattativa è quella che invece avviene dopo l’arresto di Riina e le nuove stragi nel continente, che probabilmente furono fatte per richiamare qualcuno a trattare, dopo l’arresto di Riina e dello stesso Ciancimino, è quella, leggiamo nella sentenza Dell’Utri è una trattativa che ha fatto Dell’Utri con Provenzano e con Mangano che faceva la spola tra Palermo e Milano, mentre a Milano nasceva Forza Italia e a Palermo la mafia decideva di affossare il suo stesso partito che aveva costruito negli ultimi anni, Sicilia Libera per confluire nel partito di Dell’Utri e di Berlusconi, quindi capite che se della prima trattativa, come molti dicono, erano consapevoli e addirittura ispiratori o comunque erano d’accordo personaggi della prima repubblica che oggi stanno nel centro-sinistra, non c’è una grande voglia del centro-sinistra di fare giustizia, infatti avete visto che tutte le contraddizioni che sono emerse questa estate a proposito di Mancino, l’intervista di Ayala, le ritrattazioni, le correzioni di tiro e di rotta, sono passate completamente inosservate anche sulla stampa “libera” ammesso che ne esista una.
Preoccupazione a destra e a sinistra
Quindi non c’è solo Berlusconi che deve preoccuparsi e che è preoccupato dalla riapertura di quei capitoli, ma c’è anche qualche bello spezzone del vecchio centro-sinistra confluito nella cosiddetta seconda repubblica.
Fini per sua fortuna ne ha fatte ovviamente tante anche lui, sta arrivando molto in ritardo a sganciarsi da Berlusconi, questo mio non è un elogio di Fini naturalmente, ma Fini ha la fortuna di non avere vissuto da protagonista quelle vicende, quindi di poter dire guardando a destra e a sinistra, se non abbiamo niente da nascondere per quale motivo non dovremo incoraggiare i magistrati a andare fino in fondo? Speriamo che tenga botta, visto che l’abbiamo già visto sporgersi molto spesso e poi rinculare immediatamente dopo le solite bastonate che televisioni e house organ del Cavaliere gli tirano, speriamo che questa volta metta le palle sul tavolo, uso un’espressione volgare, ma credo che di questo ci sia bisogno per questo personaggio e le tenga lì e nei prossimi mesi cerchi di fare argine contro la bufera che investirà la Magistratura che sta indagando sulle stragi, sui mandanti occulti e sulle trattative perché è evidente che se quelle indagini andranno a buon fine, prima o poi noi scopriremo cosa è stato scoperto e quando scopriremo cosa è stato scoperto, ci sarà chi naturalmente avrà paura di quelle verità e quindi tenterà continuamente di delegittimare testimoni, collaboratori di giustizia e magistrati come già avvenne a metà degli anni 90, quando i primi mafiosi collaboratori cominciarono a parlare di queste cose, furono prima insultati oppure screditati da politici di destra e di sinistra che vanno da Napolitano a Del Turco, allora Presidente dell’antimafia ai soliti trombettieri berlusconiani che poi dovettero fare la legge sui pentiti per tappare loro la bocca.
Questa volta si spera che ci sia qualcuno in ambito politico che si occupa di queste vicende e che si mette a difendere non i teoremi, ma semplicemente i magistrati che fanno il loro dovere punto e basta per quanto riguarda Fini.
Invece la domanda vera è: perché Berlusconi si è scatenato? Berlusconi si è scatenato e il giorno dopo è arrivato il Procuratore di Palermo e ha dichiarato: non capisco per quale motivo il Cavaliere si sia scatenato così tanto a proposito di Palermo che indagherebbe sulle stragi, Palermo non ha nessuna competenza per indagare sulle stragi, quindi noi non abbiamo nessuna indagine sulle stragi, per quale motivo se la prende con noi? Il Procuratore Messineo ha risposto così, in effetti non si capisce di cosa stia parlando il Cavaliere, a meno che il Cavaliere non abbia delle informazioni che noi non abbiamo, perché? Perché in questo momento la geografia delle indagini sui mandanti occulti e sulle trattative è così disposta: competente sulla strage di Capaci e di Via D’Amelio è la Procura di Caltanissetta, perché? Perché sono morti due magistrati di Palermo e quindi quando accusato di commettere un reato, oppure vittima di un reato è un magistrato, se ne occupano i suoi colleghi ma del distretto confinante, non se ne possono occupare i colleghi del suo stesso ufficio, quindi Caltanissetta indaga su Capaci e Via D’Amelio, su Capaci non ci sono novità, i processi giunti a definitiva conclusione, reggono e quindi non ci sono novità.
Invece per quanto riguarda Borsellino, le novità ci sono altroché e riguardano le dichiarazioni sia di Spatuzza, che è l’ex  capo della Famiglia di Brancaccio e le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, queste novità porteranno probabilmente, anzi quasi sicuramente, alla revisione del processo Borsellino, laddove ci si occupava di quello che materialmente portò l’automobile, il cui blocco motore fu poi trovato sulla scena della strage, la macchina imbottita di esplosivo che uccise Borsellino e gli uomini della sua scorta.
Per questa ricostruzione si era dato credito, non soltanto a Vincenzo Scarantino che si era autoaccusato di avere rubato e portato la macchina, ma anche a altri che convalidavano quella sua tesi e soprattutto si era dato credito a una serie di elementi che sembravano confermarla. Ora c’è un altro che si accusa che è Gaspare Spatuzza e quindi le sue dichiarazioni sono ritenute più credibili di quelle di Scarantino e quindi probabilmente ci sarà da rivedere alcune posizioni, che comunque non cambiano il quadro di insieme, semplicemente cambia “famiglia” la strage di Via D’Amelio, ma sempre mafia è, sempre Cosa Nostra, e sempre va scoperto chi suggerì a Toto Riina l’accelerazione di quella strage, perché Riina com’è noto non aveva in programma di uccidere Paolo Borsellino, aveva in programma tutt’altri obiettivi nell’estate del 1992, quando invece gli arrivò questo ordine esterno che poi sfociò nella strage di Via D’Amelio.
Queste novità  di Caltanissetta, per il momento non sono note per quanto riguarda invece i mandanti esterni della strage Borsellino e è probabile che non ci siano grosse novità sui mandanti esterni, le novità invece emergono più a Palermo, a questo proposito, per quale motivo? A Palermo si sta indagando non sulle stragi, Palermo non può indagare sulle stragi perché le vittime delle stragi erano i magistrati palermitani Falcone e Borsellino. Palermo sta indagando sulle trattative che si svolsero a Palermo, naturalmente e che sfecero da sfondo alle stragi, quindi è una specie di fondale davanti al quale si muovono la mafia e i suoi obiettivi e che possono aiutare a capire il contesto di quelle stragi, ma che non arriveranno mai a colpire i mandanti occulti delle stragi, perché di quelli, se verranno individuati, si dovranno occupare i magistrati di Caltanissetta per quanto riguarda Capaci e Via D’Amelio e quelli di Firenze per quanto riguarda le stragi del continente.
Firenze è  competente sulle stragi di Via dei Georgofili, delle Basiliche di San Giorgio Al Velabro e San Giovanni Laterano e di Via Palestro padiglione di arte moderna e contemporanea a Milano, sono stragi che si sono verificate in rapida successione, sapete che il 14 maggio 1993 tentarono di fare la pelle a Maurizio Costanzo in Via Fauro a Roma, il 27 maggio colpirono Via dei Georgofili, la Torre dei Pulci vicino agli Uffizi a Firenze e fecero 5 morti, se non erro, e una dozzina di feriti, il 27 luglio ci furono le due stragi in simultanea a Milano al padiglione di arte moderna di Via Palestro, altri 5 morti e a Roma qualche ferito soltanto alle due basiliche del Velabro e del Laterano.
Questa successione di eventi è stata ritenuta ovviamente parte di un’unica strategia e se ne è occupata sempre la Procura di Firenze.
Il ritorno di Ilda Bocassini
Recentemente si è sentito parlare di un ritorno di fiamma di Ilda Boccassini che è Procuratore aggiunto a Milano e che prossimamente potrebbe diventare il capo della direzione distrettuale antimafia della Procura di Milano. Di cosa si sta occupando la Boccassini? Si sta occupando un po’ come sta facendo quella di Palermo, nei confronti della strage di Via D’Amelio, allo stesso modo quello che sta facendo la Boccassini nei confronti delle stragi del 1993, si sta occupando del contesto politico – imprenditoriale che in quel periodo stava di sfondo alle stragi e che ha prodotto le stragi, stragi che lo sanno anche i bambini, non possono essere state decise in autonomia da Totò Riina prima e da Leoluca Bagarella dopo, con tutta la fiducia che possono avere del loro livello culturale, l’idea che Totò ‘u curto e i suoi uomini e parenti fossero molto ferrati sulla dislocazione del padiglione di arte moderna e contemporanea di Via Palestro a Milano o sulla Torre dei Pulci a Firenze o sul Velabro a Roma, neanche sapevano che esistevano questi monumenti, è ovvio, fossero stati la Torre di Pisa o il Colosseo, uno potrebbe anche attribuirglieli, ma è evidente che questi sono degli obiettivi talmente mirati e talmente particolari che qualche suggeritore c’è per forza e del resto nelle sentenze lo si legge.
La Boccassini quindi si sta occupando anche lei, avendo sentito Spatuzza, come ha fatto la Procura di Firenze perché? Perché Spatuzza si occupa anche di un’altra strage, oltre a essersi autoaccusato della strage Borsellino dice, essendo lui stato il capo del mandamento di Brancaccio, mandamento di Brancaccio che era capitanato dalla famiglia Graviano, sono quelli che hanno fatto fuori Don Puglisi e sono quelli che si sono occupati materialmente delle stragi del 93. Che cosa dice Spatuzza dei Graviano? Parla dei rapporti che avevano i Graviano a Milano con personaggi che già risulta – basta avere letto la sentenza Dell’Utri per saperlo – che hanno avuto rapporti con Dell’Utri: l’abbiamo pubblicate un po’ di carte del processo Dell’Utri, c’è un libro che si chiama “ L’Amico degli Amici”, è un libro arancione, sono tutti gli atti, insomma è abbastanza impegnativo, però pubblicato dalla Bur potrebbe essere utile là, soprattutto, dove si raccontano i rapporti tra Dell’Utri e alcuni uomini legati al clan dei Graviano, che gravitavano, in quel 1993, a Milano. Ce ne era uno in particolare che era arrivato a Milano per sistemare suo figlio nei pulcini del Milan e Dell’Utri pare abbia fatto da tramite. Quindi stiamo parlando, anche qui, di rapporti che non sappiamo se costituiscono reato o meno, ma che insomma c’erano.
Secondo Attilio Bolzoni, che l’ha scritto su Repubblica ieri, Spatuzza ha detto ai magistrati di Firenze “ Giuseppe Graviano mi disse che, per quell’attentato, avevamo la copertura politica del nostro compaesano”: il compaesano pare di capire, anche se bisogna stare attenti – e infatti qua su Repubblica stanno molto attenti – sembrerebbe essere il siciliano più illustre di Forza Italia, ossia Marcello Dell’Utri, dice sempre Spatuzza. Spatuzza lo dice a Firenze, a Milano la Boccassini sta lavorando su tutti i rapporti imprenditoriali, soprattutto, che la famiglia Graviano aveva avviato a Milano e sui contatti che c’erano tra quegli ambienti e gli ambienti dellutriani, per spiegare che cosa stava dietro, cioè per spiegare se è così folle l’idea che i Graviano e Dell’Utri abbiano qualcosa a che fare, o se invece emergono dei punti di contatto e, come vi ho detto, già emergono nel processo Dell’Utri. Sapete quale è la mia impressione? La mia impressione.. ah, naturalmente qui l’attentato di cui si parla, di cui parla Spatuzza – “ Giuseppe Graviano mi disse che, per quell’attentato, avevamo la copertura politica del nostro compaesano” – Spatuzza sta parlando dell’ultimo attentato, ovvero di una Lancia Thema imbottita con 120 chili di esplosivo che, tra il novembre e il dicembre del 93, doveva esplodere allo Stadio Olimpico e fare una strage di Carabinieri del servizio d’ordine; su quella strage ci sono sempre stati problemi di datazione, anche perché, per fortuna, non si è mai verificata, nel senso che la prima volta si guastò un innesco elettrico e conseguentemente non esplose la bomba e la volta seguente, quando tutto era pronto, invece ci fu un contrordine e di lì la mafia smise di sparare, perché probabilmente aveva trovato colui il quale era in grado di mantenere i patti, dopo averli fatti e, secondo la sentenza Dell’Utri, quel “colui” era Marcello Dell’Utri. E’ proprio questo che volevo dire: si parla molto, sui giornali, di “chissà cosa stanno scoprendo, chissà cosa ha trovato la Boccassini, chissà cosa hanno a Firenze in mano, chissà a Palermo come cospirano, chissà a Caltanissetta” etc. etc.. L’impressione è che, per quanti passi in avanti stiano facendo queste indagini sulle stragi, per quello che interessa noi cittadini, giornalisti, lettori di giornali, le cose più pesanti sono già scritte: sono già scritte nella sentenza di primo grado del Tribunale di Palermo che, nel dicembre del 2004, ha condannato Marcello Dell’Utri a nove anni di reclusione per concorso esterno associazione mafiosa.
“Abbiamo le prove”
Dubito che i magistrati abbiano potuto scoprire qualcosa di più pesante di quello che c’è scritto in quella sentenza: probabilmente se qualcuno, in questi giorni, scrivesse su un giornale – cito a caso – “ ho le prove inoppugnabili che Dell’Utri per trenta anni, prima come ideatore e creatore del movimento politico di Publitalia e poi del movimento politico Forza Italia, è stato l’anello di congiunzione tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Abbiamo le prove della posizione assunta da Dell’Utri nei confronti di noti esponenti di Cosa Nostra, dei suoi contatti diretti e personali con alcuni di essi (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, Tanino Cinà), abbiamo le prove del ruolo ricoperto da Dell’Utri nell’attività di costante mediazione tra il sodalizio criminoso, cioè la mafia, il più pericoloso e sanguinario nel panorama delle organizzazioni criminali operanti al mondo e gli ambienti imprenditoriali e finanziari milanesi, con particolare riguardo alla Fininvest. Abbiamo le prove sulle funzioni di garanzia svolte da Dell’Utri nei confronti di Silvio Berlusconi, il quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona. Abbiamo le prove che si adoperò affinché Berlusconi assumesse un mafioso nella sua villa, come responsabile o fattore, o soprastante, come si dice in siciliano e non come mero stalliere, pur conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano fin dai tempi di Palermo: anzi, proprio per tale sua qualità delinquenziale Dell’Utri fece assumere Mangano da Silvio Berlusconi”.
E ancora, se ci fosse qualcuno che dice “abbiamo le prove che, quando fece assumere Mangano, perché era un delinquente, da Berlusconi, ottenne l’avallo compiaciuto di Stefano Bontate e Girolamo Teresi che, all’epoca, erano i due uomini d’onore più importanti di Cosa Nostra a Palermo. E poi abbiamo le prove sugli ulteriori rapporti di Dell’Utri con Cosa Nostra, favoriti, in alcuni casi, dalla fattiva opera di mediazione del suo amico Tanino Cinà, protrattisi per un trentennio”. Pensate se ci fosse qualcuno che dice che, per 30 anni, Dell’Utri ha avuto rapporti con Cosa Nostra! Per trenta anni, non per qualche giorno o per qualche mese!
“Nel corso di quel trentennio abbiamo le prove che Dell’Utri ha continuato la sua amichevole relazione con il mafioso Cinà e con il mafioso Mangano che, nel frattempo, era diventato il capo del mandamento di Porta Nuova, il mandamento mafioso di Porta Nuova a Palermo e palesava, a Mangano, una disponibilità non solo fittizia: lo incontrava ripetutamente nel corso del tempo, consentendo che Cosa Nostra percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo dall’azienda milanese facente capo a Berlusconi”, ossia Dell’Utri consentiva che la mafia prendesse dei soldi dalla Fininvest, intervenendo nei momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa e il gruppo Fininvest, per esempio quando la mafia mette le bombe alla Standa Berlusconi interviene.. scusate, Dell’Utri interviene per fare cessare gli attentati, però l’azienda di Berlusconi paga il pizzo alla mafia, quindi Dell’Utri non si sa mai bene da che parte sta: sta da tutte e due le parti, dell’estorto e dell’estortore, promettendo appoggi in campo politico e giudiziario alla mafia. Abbiamo le prove che queste condotte sono state dimostrate da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche e ambientali, conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Mangano, Cinà, dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Insomma, abbiamo la prova che la sua attività in quei trenta anni ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo a mantenere, consolidare e rafforzare Cosa Nostra, alla quale è stata, tra l’altro, offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, per esempio la Fininvest, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che, lato sensu, politici.
Oltre a essere un reato l’associazione mafiosa in concorso esterno, queste cose sono ancora più gravi in quanto Dell’Utri ha favoreggiato un’associazione armata, un’associazione e un’organizzazione criminale armata e poi un’organizzazione che opera anche nel campo economico, utilizzando e investendo i profitti dei delitti che, tipicamente, pone in essere in esecuzione del suo programma criminoso. E quindi tutto ciò è gravissimo, perché? Perché abbiamo la prova che Dell’Utri ha voluto mantenere vivo per circa 30 anni il suo rapporto con la mafia, anche dopo le stragi del 92 e 93, quando persino i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla vendetta di Cosa Nostra, quando persino Andreotti tentò di staccarsi, in extremis, dalla mafia: Dell’Utri no, coerente nei secoli e fedele e ciò nonostante il mutare della coscienza sociale, di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso. Dell’Utri continuò a avere rapporti con la mafia anche dopo le stragi, pur avendo a motivo delle sue conclusioni personali, sociali, culturali e economiche tutta la possibilità per distaccarsene e per rifiutare ogni richiesta da parte di soggetti intranei o vicini a Cosa Nostra. Si ricordi, sotto questo profilo, l’indubbio vantaggio di essersi allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di aver impiantato altrove la sua attività professionale. E ancora tutto ciò è gravissimo, in quanto il suo consapevole contributo a Cosa Nostra, reiteratamente prestato con diverse modalità a seconda delle esigenze del momento, in relazione ai singoli episodi esaminati nel racconto della sua vita, ha creato innumerevoli vantaggi alla mafia: prima, quando la mafia aveva interesse a rapportarsi con una grossa azienda e un grosso gruppo finanziario come la Fininvest e poi quando la mafia aveva necessità di rapportarsi a un nuovo partito, visto che quelli vecchi erano scomparsi Dell’Utri mise addirittura a disposizione un partito e l’idea, nel 93, la ebbe lui.  E è grave il tentativo di inquinare le prove nel suo processo e, anche questo, è dimostrato e è grave che, contando sull’amicizia di Mangano, la mafia gli abbia chiesto favori legati alla sua attività imprenditoriale. E infine, è dimostrata la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa nel campo della politica, in un periodo storico, dopo il 92, in cui Cosa Nostra aveva dimostrato la sua efferatezza criminali attraverso le stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato e inoltre quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse ai suoi incarichi istituzionali – Dell’Utri era entrato in Senato, è Senatore, diventa Europarlamentare, membro del Consiglio d’Europa – avrebbero dovuto imporgli una maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo a evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche lui conosceva molto bene, per tutta la sua storia pregressa.

Nessuna novità: dice tutto la sentenza Dell’Utri
Questo è.. immaginate se oggi qualcuno dicesse queste cose in un’intervista a un giornale: tutti direbbero “ eh, clamorose novità sul caso Dell’Utri /Berlusconi”, in realtà queste cose le hanno scritte i giudici del Tribunale di Palermo nella sentenza che motiva la condanna di Dell’Utri a nove anni, solo che voi non le avete mai lette da nessuna parte, salvo rare eccezioni e quindi oggi ci si immagina chissà cosa dalle novità in materia di mafia e politica, stragi e trattative e non si sa quello che, almeno il Tribunale di Palermo, dopo nove anni di processo, salvo che siano tutti impazziti, ha ritenuto accertato. Adesso, naturalmente, bisognerà vedere come andrà il processo d’appello, ma questo è quello che hanno scritto i giudici di primo grado e, quando leggete che Berlusconi è stato completamente scagionato dalle accuse di mafia, perché non stavano in piedi, non ci crediate perché non è vero niente! Non credeteci – ho detto un congiuntivo che non c’entrava niente, mi scuso – non credeteci, sappiate – qui il congiuntivo ci sta bene – che le sei indagini aperte dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco sono state archiviate non perché non ci fosse niente, anzi: si è stabilito semplicemente, con l’archiviazione, che quelle indagini dovevano essere chiuse perché erano scaduti i termini massimi per le indagini stesse e, in quei termini, non si erano trovati elementi sufficienti per portare Berlusconi a giudizio, non che non era emerso niente, erano emerse un sacco di cose terribili dal punto di vista morale e politico, non bastavano per arrivare a presumere una condanna in sede penale e conseguentemente si è deciso di archiviarle. Archiviare vuole dire mettiamo in freezer in attesa di novità: se arrivano novità scongeliamo, questa è l’archiviazione. Ecco perché Berlusconi ha paura: ha paura che, se arriva qualche novità, possano tirare fuori dal freezer qualcosa che è stato solo archiviato, ossia è lì congelato.
Per quanto riguarda invece le indagini sui mandanti esterni, non è vero niente che Berlusconi e Dell’Utri furono archiviati a Firenze a Caltanissetta perché non era emerso nulla a loro carico: anzi, a Firenze, a proposito delle stragi del 93, c’è scritto – lo scrive il G.I.P. che archivia la posizione di Berlusconi e Dell’Utri – che “ i due hanno intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali a cui è riferibile il programma stragista realizzato”, ovvero che avevano dei rapporti con quelli che avevano fatto le stragi. “ Esiste un’obiettiva convergenza degli interessi politici di Cosa Nostra, rispetto a alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione”, cioè di Forza Italia, “ articolo 41 bis, legge sui collaboratori di giustizia, recupero del garantismo processuale, asseritamente trascurato nelle leggi dei primi anni 90” e poi, sempre il G.I.P., aggiunge che “ l’ipotesi iniziale, quella di un coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi del 93 a Milano, Firenze e Roma, ha mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità”, ma è scaduto il termine massimo per indagare e quindi archiviazione. Lo stesso ha scritto il G.I.P.  di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, quando ha archiviato la posizione di Dell’Utri e Berlusconi, che erano stati indagati come possibili mandanti esterni delle stragi di Capaci e Via d’Amelio e Tona ha detto “ gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa Nostra e esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati”, ossia dai due indagati Dell’Utri e Berlusconi. “Cioè è di per sé legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio  di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione – cioè della mafia – quali eventuali nuovi interlocutori”: anche qui non sono emersi elementi sufficienti per andare a giudizio e quindi congeliamo, archiviamo. Questo c’è scritto, il che non significa che sono stati loro, ma non significa neanche che, se qualcuno intende riprendere in mano quelle vicende e, al momento, non risulta che nessuno abbia chiesto di riaprire le indagini archiviate a carico di Berlusconi e Dell’Utri per strage, commetta una follia: semplicemente si inserirebbe su un supporto che è già stato ampiamente elaborato in quegli anni e, se oggi emergessero delle novità, come dice giustamente Gianfranco Fini, esse andrebbero coltivate, ma ho l’impressione che Berlusconi sia più preoccupato di quello che i fatti finora raccolti lo autorizzino a preoccuparsi; è chiaro che lui è preoccupato, perché probabilmente ne sa più di noi!
La prossima settimana uscirà Il Fatto quotidiano, c’è ancora tempo per abbonarsi a prezzi scontati su antefatto.it e lunedì prossimo vi dirò un po’ di nomi di belle firme che abbiamo ingaggiato e che troverete dal 23 settembre su Il Fatto quotidiano. Passate parola!”