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Antimafia Duemila – Ingroia: ”Ecco perche’ Saviano deve continuare a scrivere”

Fonte: Antimafia Duemila – Ingroia: ”Ecco perche’ Saviano deve continuare a scrivere”.

«La mafia va raccontata soprattutto dai bravi scrittori come Roberto Saviano, che ha il merito di aver fatto conoscere una parte nascosta dell’universo camorristico, sconosciuto ai più. E la mafia va rappresentata, anche mediante le fiction tv, purchè non si scada nel folclore, o – peggio – nella mitizzazione del mondo e dei boss della mafia». Lo scrive sul mensile «S», in edicola da sabato 22 maggio, il sostituto procuratore di Palermo, Antonio Ingroia, che collega le recenti polemiche su chi parla di mafia con il dibattito sulle intercettazioni: «C’è un certo modo di pensare, diffuso in una certa parte del Paese, che ritiene ‘pericolosò il parlare di certi argomenti – afferma Ingroia – Ora, io credo che è vero che il silenzio, a volte, è ‘d’orò. Però attenzione al silenzio dell’informazione, al silenzio sulla mafia». Un elemento che spinge il magistrato a tornare sul decreto sulle intercettazioni, «che punisce con sanzioni molto pesanti, carcere e multe salatissime, giornali e giornalisti per la pubblicazione del contenuto delle indagini giudiziarie prima del dibattimento anche dopo che non sono più ‘segretè», come annota Ingroia. «Le indagini, quando non sono più segrete, vanno spiegate ai cittadini, perchè loro hanno diritto ad essere informati – prosegue il magistrato -. Anche sul modo in cui vengono condotte le indagini, come viene amministrata la giustizia in nome, proprio, del popolo italiano. Così come hanno diritto a sapere delle condotte illecite dei potenti e dei loro governanti, talvolta coinvolti nelle indagini stesse».

Saviano: scrivo di mafia, non diffamo l’Italia

Il video dell’intervento di Roberto Saviano al Festival internazionale di giornalismo in cui lo scrittore risponde alle critiche di Silvio Berlusconi e cita Paolo Borsellino sulla battaglia culturale contro le cosche si trova alla pagina: Saviano: scrivo di mafia, non diffamo l’Italia.

Lettera a Michele Santoro – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Lettera a Michele Santoro – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Da il Fatto Quotidiano del 20 febbraio

Caro Michele,

ho riflettuto su quanto è accaduto giovedì ad Annozero. E, siccome è accaduto davanti a 4 milioni di persone, te ne parlo in forma pubblica. Parto da una tua frase dell’altra sera: “Parliamo di fatti”. Il punto è proprio questo. Si può ancora parlare di fatti in tv? Sì, a giudicare dagli splendidi servizi di Formigli, Bertazzoni e Bosetti. No, a giudicare dal cosiddetto dibattito in studio, che non è più (da un bel pezzo) un dibattito, ma una battaglia snervante e disperante fra chi tenta di raccontare, analizzare, commentare quel che accade e chi viene apposta per impedirci di farlo e costringerci a parlar d’altro.

La maledizione della par condicio, dovuta alla maledizione di Berlusconi, impone la presenza simmetrica di ospiti di destra e di sinistra. E, quando si tratta di politici, pazienza: la loro allergia ai fatti è talmente evidente che il loro gioco lo capiscono tutti.
Ma quando, come l’altra sera, ci si confronta fra giornalisti, anzi fra iscritti all’albo dei giornalisti, ogni simmetria è impossibile: quelli “di destra” parlano addosso agli altri e – quando non sanno più che dire – tirano fuori le mie condanne penali (inesistenti) o le mie vacanze con mafiosi o a spese di mafiosi (inesistenti). Da una parte ci sono giornalisti normali, come l’altra sera Gomez e Rangeri, che non fanno sconti né alla destra né alla sinistra; e dall’altra i trombettieri. Che non sono di destra: sono di Berlusconi. E non fanno i giornalisti: recitano un copione, frequentano corsi specialistici in cui s’impara a fare le faccine e a ripetere ossessivamente le stesse diffamazioni.

Invece di contestare i fatti che racconti, tentano di squalificarti come persona. Poi, a missione compiuta, passano alla cassa a ritirare la paghetta. E, se non si abbassano a sufficienza, vengono redarguiti o scaricati dal padrone. Non hanno una faccia e dunque non temono di perderla.
Partono avvantaggiati, possono permettersi qualunque cosa. Non hanno alcun obbligo di verità, serietà, coerenza, buonafede, deontologia. Non temono denunce perchè il padrone mette ogni anno a bilancio un fondo spese per risarcire i danni che i suoi sparafucile cagionano a tizio e caio dicendo e scrivendo cose che mai scriverebbero o direbbero se non avessero le spalle coperte. Come diceva Ricucci, che al loro confronto pare Lord Brummel, fanno i froci col culo degli altri.

Sguazzano nella merda e godono a trascinarvi le persone pulite per dimostrare che tutto è merda. E ci tocca pure chiamarli colleghi perchè il nostro Ordine non s’è mai accorto che fanno un altro mestiere. Ci vorrebbe del tempo per spiegare ogni volta ai telespettatori chi sono questi signori, chi li manda, quali nefandezze perpetrano i loro “giornali”, perchè quando si parla di Bertolaso rispondono sulle mie ferie e soprattutto che cos’è davvero accaduto a proposito delle mie ferie: e cioè che ho documentato su voglioscendere.it di aver pagato il conto fino all’ultimo centesimo e di aver conosciuto un sottufficiale dell’Antimafia prima che fosse arrestato e condannato per favoreggiamento, interrompendo ogni rapporto appena emerse ciò che aveva fatto (i due trombettieri invece dirigono e vicedirigono i giornali di due editori – Giampaolo Angelucci e Paolo Berlusconi, già arrestati due volte ciascuno, il secondo pregiudicato – e non fanno una piega).

Ma in tv non c’è tempo per spiegare le cose con calma. E, siccome io una reputazione ce l’ho e vi sono affezionato, non posso più accettare che venga infangata ogni giovedì da simili gentiluomini. Gli amici mi consigliano di infischiarmene, di rispondere con una risata o un’alzata di spalle. Nei primi tempi ci riuscivo. Ora non più: non sai la fatica che ho fatto giovedì a restarmene seduto lì fino alla fine. Forse la mia presenza, per il clima creato da questi signori, sta diventando ingombrante e dunque dannosa per Annozero. Che faccio? Mi appendo al collo le ricevute delle ferie e il casellario giudiziale? Esco dallo studio a fumare una sigaretta ogni volta che mi calunniano? O ti viene un’idea migliore?

Il pentito Spatuzza e la tv spazzatura

Fonte: Il pentito Spatuzza e la tv spazzatura.

I più affezionati lettori di questa mia rubrica si saranno resi conto da un pezzo che uno dei miei “chiodi fissi”, su cui mi sono spesso soffermato, è quello dell’informazione in materia di mafia e di giustizia. Un’informazione il più delle volte ai confini della disinformazione, ed in ogni caso quasi sempre gridata, sopra le righe, superficiale, concentrata sui particolari folcloristici o di colore. Mai fredda e distaccata, ma accaldata da opinioni partigiane che prevalgono sulla cronaca dei fatti, specie quando sfiora temi infuocati come quelli di mafia e politica, pentiti, processi a imputati “eccellenti”, scontri fra politica e magistratura, e così via.
A costo di essere ripetitivo, e col rischio di riproporre monotone prediche e litanie, mi sono ritrovato spesso a comparare, con un pizzico di nostalgia, il passato glorioso del giornalismo d’inchiesta e dei programmi televisivi di approfondimento con questo presente, spesso desolante, della perenne rissa mediatica politico-giornalistica, che ottunde le menti e le coscienze. Un presente ove i protagonisti della scena, a volte in modo inconsapevole, spesso in modo intenzionale e perciò non innocente, confondono l’opinione pubblica, e ne orientano umori e indirizzi verso obiettivi e finalità non sempre limpide. Così, è spesso avvenuto nel passato, remoto e recente. È accaduto al pool antimafia di Falcone e Borsellino, etichettato come “centro di potere”, e a quei grandi magistrati accusati di essere giudici-sceriffi che strumentalizzavano l’azione giudiziaria per disegni torbidi e liberticidi. È accaduto pure, e con argomentazioni altrettanto pretestuose e strumentali, al pool di Caselli, accusato nella stagione post-stragista di strumentalizzare pentiti, inchieste e processi per finalità politiche. E si ripropone spesso, quando si toccano i fili ad alta tensione, i rapporti mafia-politica e mafia-istituzioni, autentico nervo scoperto della materia. È accaduto ancora, di recente, attorno al cosiddetto “caso Spatuzza”, il nuovo collaboratore di giustizia, già reggente del mandamento mafioso di Brancaccio e fedelissimo dei fratelli Graviano, approdato agli onori della cronaca soprattutto in virtù di rivelazioni subito definite, con grande clamore, “esplosive” perché concernenti i presunti rapporti con Cosa Nostra del senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafi osa e attualmente sotto processo nel giudizio d’appello, braccio destro dell’attuale premier Silvio Berlusconi.

Le dichiarazioni di Spatuzza sono finite, perciò, inevitabilmente per irrompere sulla scena del giudizio d’appello nei confronti del senatore Dell’Utri, e vi sono arrivate in modo irruento, perché nel mezzo della discussione finale del processo che sembrava pronto per essere definito. Non c’era scelta: una volta effettuata la verifica delle dichiarazioni, la Procura non può che trasmettere alla Corte tutti gli atti potenzialmente rilevanti ai fini della sentenza. Tocca, poi, alle parti fare le proprie scelte ed al giudice decidere. Una cosa ovvia e banale. Invece no: si sono scatenate ridde di ipotesi, crociate, guerre sante, fino al punto – da una parte – di scatenare perfino richieste di dimissioni del premier e – dall’altra – di svilire qualsiasi valenza probatoria non solo delle dichiarazioni di Spatuzza, ma di tutto ciò che era stato finora esaminato. Una kermesse che ha dato vita ad un circo politico-mediatico-giudiziario giunto al suo apice con la presenza di centinaia e centinaia di giornalisti ed inviati da tutto il mondo all’udienza in cui Spatuzza è stato sentito nel processo Dell’Utri, un processo per anni letteralmente dimenticato
È normale tutto questo? Perché l’informazione ed il dibattito è malato di questa schizofrenia cronica, che porta oggi a dimenticare i processi e le prove di quei processi, e l’indomani ad infiammarsi intorno alle parole di un collaborante, il cui peso avrebbe dovuto essere ridimensionato, anziché enfatizzato? Come spiegare l’accendersi di salotti televisivi trasformati in ring, dove si celebrano processi paralleli, già pregiudicati nella decisione finale, quando si pronunciano a reti unificate a seconda dei casi, condanne alla gogna mediatica dell’imputato più malcapitato o assoluzioni a furor di popolo dei più fortunati o… privilegiati? Come giustificare quei politici e quegli opinionisti che, partecipando a programmi TV spazzatura, piuttosto che proporre ragionamenti, fanno facili battute e giochi di parole sul nome di Spatuzza, accostandolo alla spazzatura? Che Paese mai è diventato il nostro? Quando riuscirà ad essere un Paese serio, maturo, consapevole, capace di affrontare realtà anche difficili a viso aperto, senza nasconderle sotto il tappeto? A confrontarsi senza falsità, scorciatoie, disinformazioni e campagne denigratorie? Non lo so. Oggi, francamente, la luce in fondo al tunnel mi sembra solo un lumicino…

Dalla rubrica I Love Sicilia di Antonio Ingroia su Livesicilia.it di Venerdì 29 Gennaio 2010

«Borsellino sapeva? Forse non si è fidato dei suoi superiori…. » – l’Unità.it

«Borsellino sapeva? Forse non si è fidato dei suoi superiori…. » – l’Unità.it.

di Nicola Biondo

Luca Tescaroli, oggi sostituto procuratore a Roma, è stato pubblico ministero nel processo per la strage di Capaci. Ha condotto le indagini sui mandanti occulti per gli eccidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Segue con attenzione le recenti rivelazioni sui contatti tra esponenti dello stato e emissari della Cupola avvenuti nella primavera estate del 1992.

Dottor Tescaroli la procura di Palermo ha un’indagine aperta sulla trattativa tra Stato e mafia. Qual è il suo convincimento? «Sull’inchiesta in corso ovviamente mi astengo da qualsiasi commento. Noto che ci sono uomini delle istituzioni che hanno una memoria “al contrario”: ricordano meglio i fatti lontani nel tempo che quelli vicini».

Come giudica le rivelazioni di Martelli secondo cui Borsellino avrebbe saputo da Liliana Ferraro degli incontri tra Vito Ciancimino e i carabinieri?
«Sia la Ferraro che Martelli hanno reso testimonianza in istruttoria e in aula per la strage di Capaci. Ma non hanno mai fatto riferimento a trattative o a cose simili. Queste ultime rivelazioni a distanza di così tanto tempo mi confermano un’idea: c’è stata una cortina di ferro intorno all’accertamento della verità, di tutta la verità, sulle stragi. Potevamo fare passi in avanti importanti che non ci è stato concesso di fare. C’è un nodo irrisolto».

Quale fra i tanti?
«Quello con cui ha inizio questa storia. Andare a parlare con Ciancimino significava parlare con la Cupola. È un’ammissione di debolezza o ancora peggio una tecnica di approccio che ammette il compromesso. Il mostro mafioso andava schiacciato non blandito, non esistono vie di mezzo».

Lei crede che la trattativa abbia influito sulla strage di via D’Amelio?
«È un dato acquisito che vi fu un’accelerazione per la strage. Dopo Capaci Cosa nostra aveva messo in preventivo l’eliminazione di Calogero Mannino ma tutto si bloccò e Borsellino diventò un obiettivo da colpire nel più breve tempo possibile. La domanda è perché?».

Perché si trovò davvero sovraesposto: chi lo candidava alla procura nazionale antimafia, chi addirittura alla Presidenza della Repubblica.
«Sì, vi fu una sovraesposizione del giudice. Ma che non spiega la fretta nel volerlo eliminare ad ogni costo e dopo solo 57 giorni dalla strage di Capaci. Nessuno è sprovveduto dentro Cosa nostra. Non potevano non immaginare che stavolta lo Stato avrebbe reagito. Di sicuro Borsellino si sarebbe opposto a qualsiasi trattativa».

Ci si chiede perché se il giudice, venuto a conoscenza di un contatto tra Stato e mafia, poi non l’abbia denunciato.
«Intanto bisognerebbe sapere con certezza se qualcosa gli venne detto e in che termini. Poi mi chiedo se lui avesse fiducia in coloro che lo avrebbero dovuto sentire. Vi fu una chiara omissione».

Da parte di chi? «Borsellino era un uomo delle istituzioni. Ebbe il tempo di dire pubblicamente che sapeva fatti che avrebbe detto solo all’autorità giudiziaria. È normale che nessuno per 57 giorni lo chiami a Caltanissetta per testimoniare sulla strage del suo più caro amico e collega?».

Lei ha indagato a lungo sui possibili mandanti esterni delle stragi del 1992. Un’inchiesta poi archiviata. «È stata una pista investigativa che ci ha fatto capire molto. È curioso che il primo a parlare chiaramente di questi contatti tra Stato e mafia è stato Giovanni Brusca, un mafioso seppure pentito. Qualcuno avrebbe dovuto sentire il dovere morale di affrontare questa vicenda che oggi è davanti agli occhi di tutti».

Conveniva a tutti dire che era solo mafia? «Certo. Con le stragi l’obiettivo era l’intero Stato e una parte dello Stato ha risposto con la politica del compromesso, se non forse con una convergenza di interessi. Non credo alla follia di Cosa nostra. Qualcuno diede ai boss precise garanzie».

freedomhouse.org Press Release: Global Press Freedom Declines in Every Region for First Time. Israel, Italy and Hong Kong Lose Free Status

freedomhouse.org Press Release: Global Press Freedom Declines in Every Region for First Time. Israel, Italy and Hong Kong Lose Free Status

Washington May 1, 2009

Journalists faced an increasingly grim working environment in 2008, with global press freedom declining for a seventh straight year and deterioration occurring for the first time in every region, according to Freedom House’s annual media study. The rollback was not confined to traditionally authoritarian states; with Israel, Italy and Hong Kong slipping from the study’s Free category to Partly Free status.

Western Europe: The region continues to boast the world’s highest level of press freedom. However, Italy slipped back into the Partly Free category with free speech limited by courts and libel laws, increased intimidation of journalists by organized crime and far-right groups, and concerns over the concentration of media ownership.

Fragile Freedoms: Declines in Israel, Italy and Taiwan illustrate that established democracies with traditionally open media are not immune to restricting media freedom.

micromega – micromega-online » 30.04.09 – Antimafia, non lasciamo solo Pino Maniaci

micromega – Antimafia, non lasciamo solo Pino Maniaci.

di Furio Colombo

Alcuni giorni fa si è diffusa una notizia strana. L’ordine dei giornalisti si sarebbe costituito parte civile nel processo contro Pino Maniaci, conduttore, animatore e protagonista di una ormai celebre televisione locale, Telejato di Partinico.

Per chi legge un blog di Micromega, come per tanti giornalisti in Italia e in Europa non c’è bisogno di dire chi è l’accusato. E’ l’erede indifeso e solitario di una lotta senza tregua alla mafia, dunque lungo un percorso che va dal “giudice ragazzino” a Falcone e Borsellino, da Pippo Fava a Claudio Fava, da Mauro De Mauro a Peppino Impastato, da Don Pugliesi a Don Ciotti, da Caponnetto a Caselli, alcuni vivi, molti morti ammazzati, nessuna resa.

Sotto processo? Sì, in nome della legge. Sarà anche vero che Pino Maniaci rischia la vita ogni giorno a causa delle sue precise, mirate, documentate accuse di mafia. Sarà anche vero che le minacce contro la sua vita non sono “voci” ma faldoni della Questura. Sarà anche vero che Pino Maniaci vive sotto scorta.

Ma non è un giornalista. Il suo sarà anche un nobile Tg di denuncia, ma “il Maniaci” come si legge negli atti processuali, “Non è iscritto all’ordine dei giornalisti”. Come si vede qui, ci sono due notizie che fra poco saranno lo spunto drammatico e incredibile di un buon film. La prima è che Pino Maniaci si permette di denunciare, con vere notizie di tipo giornalistico, la mafia. Ma non può farlo perché non è iscritto all’ordine dei giornalisti.

La seconda notizia è che l’ordine dei giornalisti non perde tempo con la mafia, va al vero nocciolo della questione. Inutile divagare sulla nobilità degli intenti del presunto eroe di anti-mafia. Quale eroe? Non è giornalista. Va processato per l’infame reato. E la vera parte lesa non è la Sicilia martoriata di mafia ma l’ordine dei giornalisti offeso da un ruba mestiere. Perciò: parte civile.

Purtroppo la triste storia di oggi (e l’inevitabile film di domani) non è finita. Occorre sistemare un “flashback” narrato su questo stesso blog da Beppe Giulietti (Art.21). L’ordine dei giornalisti, la federazione della Stampa e l’Unione cronisti, in tempi un po’ diversi, erano andati a Partinico a offrire “al Maniaci” la tessera onoraria di giornalista. Infatti lo sanno tutti che, con il suo rischio quotidiano, Pino Maniaci onora la professione del giornalista e il lavoro di ogni giornalista.

Resta una domanda. Che cosa è accaduto, o cambiato, per indurre l’onorevole ordine dei giornalisti d’Italia a questa corsa per punire lo sfacciato che, tessera onoraria o no, lotta alla mafia o no, fa il giornalista ma non è giornalista?