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Lo Stato sapeva tutto

Fonte: Lo Stato sapeva tutto.

Ciampi al pm Chelazzi: timori per lo sciopero dei camionisti. Allarme degli 007 per rischi attentati a Napolitano o Spadolini.

Nessuno ha detto cose nuove. Eppure leggere, ascoltare, oggi ciò che tutti sapevano suscita un ingiustificato clamore. Come per le parole pronunciate dal procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso alla commemorazione della strage di via dei Georgofili: “Le stragi mafiose del ‘93 erano tese a causare disordine per dare la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa Nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato di incidere gravemente e in profondità sull’ordine pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste”. Dichiarazioni a cui hanno fatto seguito quelle dell’ex presidente Ciampi: “L’Italia in quel frangente rischiò il colpo di Stato”. Entrambi hanno lasciato intendere che si trattò di bombe “commissionate alla mafia” da entità ancora giudiziariamente sconosciute, ipotizzabili come pezzi deviati dell’apparato dello Stato, al fine di destabilizzare il Paese per favorire l’ingresso di nuove forze politiche.

Si tratta dell’ipotesi investigativa che seguiva il pm fiorentino Gabriele Chelazzi (nella foto, ndr), titolare dell’inchiesta sui “mandanti esterni”, quelli a “viso coperto” delle stragi del ’93 che lo stesso magistrato descrisse alla commissione nazionale Antimafia il 2 luglio del 2002. Basta leggere il verbale della sua audizione per capire come il Parlamento fosse già stato informato otto anni fa di una vicenda giudiziaria che, Chelazzi nel 2002 definisce “unica e irripetibile, almeno nella storia repubblicana” e dalla “finalità eversiva”. A cui aggiunge che è lì per offrire alla politica gli strumenti conoscitivi affinché possa proseguire verso la ricerca della verità che la magistratura fino a quel momento non è riuscita a dimostrare. Non consegna le carte Chelazzi, promette che lo farà.

Ma nella notte tra il 16 e il 17 aprile del 2003 viene trovato morto nella foresteria della Guardia di Finanza di via Sicilia a Roma, stroncato da un infarto. Una morte che lascia tanti interrogativi anche a causa della mancata autopsia, seppure soffrisse di cuore e lo stress per un impegno a tutto campo fosse altissimo. Stress che si aggiungeva a delusione e amarezza come lui stesso scrisse poche ore prima di morire in una lettera trovata sulla sua scrivania in attesa di essere spedita all’allora Procuratore Capo di Firenze Ubaldo Nannucci. Chelazzi si diceva rammaricato e denunciava una scarsa attenzione da parte dell’Ufficio, mancanza di collaboratori e di supporti informatici rispetto alla complessità e alla delicatezza delle indagini. “Mi chiamate alle riunioni ogni volta solo per dare conto di ciò che sto facendo quasi che fosse un dibattito, senza che vi studiate le carte e che approfondiate quasi accusandomi che io sia un fissato”. Chelazzi temeva che il tempo che aveva ancora a disposizione per indagare prima che scadessero i termini di legge, non sarebbe stato sufficiente per provare il filo che legava nuove forze politiche a quelle stragi esattamente come ha ribadito il procuratore nazionale Antimafia Grasso.

Chelazzi aveva ascoltato moltissime persone. Tutti i ministri dell’epoca delle stragi, da quello dell’Interno a quello della Giustizia, ai presidenti della Camera e del Senato, fino al premier Ciampi. Verbale segretato agli atti dell’inchiesta e mai consegnato alla commissione Antimafia: Ciampi descrisse esattamente, come ha fatto nei giorni scorsi, il terrore di un golpe mentre le bombe scoppiavano a Roma, a Milano e a Firenze. A riprova che le accuse rivoltegli da destra sono infondate, Ciampi non ha taciuto, ma descrisse al pm già prima dell’audizione di Chelazzi in Parlamento, nei dettagli, l’incredulità e il terrore di quei giorni e di quelle ore. Le linee telefoniche che saltano a Palazzo Chigi. “È uno scenario da colpo di Stato”, così Ciampi riassume quella che era molto più che una sensazione. “In quei giorni lo sciopero degli autotrasportatori ci preoccupava enormemente in quanto si avvertivano carenze negli approvvigionamenti dei generi alimentari e dei carburanti. Vi erano manifestazioni d’insofferenza da parte della popolazione che vedeva turbato l’inizio del periodo feriale”. E dopo una giornata faticosissima Ciampi aveva cercato un po’ di riposo a Santa Severa quando nella notte successe il finimondo. ”È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”, disse in Parlamento il 28 luglio. Parole che Ciampi commentò così con l’allora procuratore nazionale Antimafia Pierluigi Vigna e con il pm Chelazzi: “Quanto dissi al Parlamento fu il riflesso dello stato d’animo e delle vicende drammatiche vissute quella notte” .

Dopo le stragi di Roma e di Milano una fonte riservata riferì ai servizi segreti che dettero l’allarme, che entro il 26 agosto ci sarebbe stato un attentato ad un “grosso” politico. I nomi che si fecero furono Spadolini e Napolitano ad opera di “quelli là” – i corleonesi – in accordo coi “grossi” cioè i politici e i “massoni”. Tutti gli apparati di sicurezza dello Stato vennero immediatamente messi in funzione. Ne derivò un’informativa che venne consegnata al governo in cui si parlava anche della situazione che si stava creando nelle carceri tra i boss al 41 bis: “Tra i detenuti appartenenti a Cosa Nostra, specialmente di livello medio, serpeggia un diffuso malumore per il fatto di non essere più adeguatamente protetti dai vertici dell’organizzazione. La perdurante volontà del governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza e il sostanziale fallimento della campagna di delegittimazione dei collaboratori di giustizia , hanno sicuramente concorso, assieme ad altri fattori, alla ripresa della stagione degli attentati”. Era l’estate del 1993. Tutti quelli che dovevano sapere, dunque, sapevano.


Sandra Amurri (il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2010)

Mafia: Genchi, attentati romani messaggio a Napolitano e Spadolini

Roma, 20 ott. 2009 (Adnkronos) – “Ricordo un particolare che e’ sfuggito a molti, a proposito degli attentati in sincrono di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano. Insomma perche’ San Giovanni e San Giorgio, perche’ non li hanno fatti a Santa Maria Maggiore, a San Paolo, che per esempio e’ in una zona isolata o a San Pietro, che avrebbe avuto ancora piu’ risalto? Perche’ non li hanno fatti all’Ara Pacis o al Colosseo? Perche’ proprio San Giovanni e San Giorgio? Lei sa che significa Giorgio e Giovanni, chi erano Giorgio e Giovanni? Giovanni era Giovanni Spadolini, che era il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato mentre Giorgio era Giorgio Napolitano, Presidente della Camera, terza carica dello Stato che poi e’ diventato Ministro dell’Interno e ora fa il Presidente della Repubblica”. Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi, nel corso dell’intervista rilasciata al programma tv KlausCondicio in onda su YouTube.

Genchi parla poi della strage di via D’Amelio: “Le stragi di mafia sono state fatte col tritolo, con esplosivo da cava, un esplosivo potentissimo e di immediata reperibilita’. Invece l’esplosivo utilizzato in via D’Amelio e’ un esplosivo che viene utilizzato in ambito militare, in ambito di guerriglia, cioe’ in contesti e circuiti che non costituiscono appannaggio, diciamo, di Cosa Nostra”. “Non ci sono precedenti. Quindi anche sotto questo profilo, il tipo di telecomando utilizzato, la distanza con cui questo telecomando poteva funzionare, sono tutti elementi di natura oggettiva, di natura tecnica che devono indurre a sospettare sulla possibilita’ che ci fosse una distanza molto elevata dal punto di osservazione al punto dello scoppio”, aggiunge Genchi, che conclude affermando: “Qualcuno doveva avere la certezza di uccidere Borsellino fuori dalla macchina blindata perche’ il livello di protezione che aveva quella macchina era tale che l’autista rimase indenne, vivo, l’unico, perche’ si trovava dentro la macchina”.

Mafia: Genchi, attentati romani messaggio a Napolitano e Spadolini

Mafia: Genchi, attentati romani messaggio a Napolitano e Spadolini.

Roma, 20 ott. (Adnkronos) – “Ricordo un particolare che e’ sfuggito a molti, a proposito degli attentati in sincrono di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano. Insomma perche’ San Giovanni e San Giorgio, perche’ non li hanno fatti a Santa Maria Maggiore, a San Paolo, che per esempio e’ in una zona isolata o a San Pietro, che avrebbe avuto ancora piu’ risalto? Perche’ non li hanno fatti all’Ara Pacis o al Colosseo? Perche’ proprio San Giovanni e San Giorgio? Lei sa che significa Giorgio e Giovanni, chi erano Giorgio e Giovanni? Giovanni era Giovanni Spadolini, che era il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato mentre Giorgio era Giorgio Napolitano, Presidente della Camera, terza carica dello Stato che poi e’ diventato Ministro dell’Interno e ora fa il Presidente della Repubblica”. Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi, nel corso dell’intervista rilasciata al programma tv KlausCondicio in onda su YouTube.

Genchi parla poi della strage di via D’Amelio: “Le stragi di mafia sono state fatte col tritolo, con esplosivo da cava, un esplosivo potentissimo e di immediata reperibilita’. Invece l’esplosivo utilizzato in via D’Amelio e’ un esplosivo che viene utilizzato in ambito militare, in ambito di guerriglia, cioe’ in contesti e circuiti che non costituiscono appannaggio, diciamo, di Cosa Nostra”. “Non ci sono precedenti. Quindi anche sotto questo profilo, il tipo di telecomando utilizzato, la distanza con cui questo telecomando poteva funzionare, sono tutti elementi di natura oggettiva, di natura tecnica che devono indurre a sospettare sulla possibilita’ che ci fosse una distanza molto elevata dal punto di osservazione al punto dello scoppio”, aggiunge Genchi, che conclude affermando: “Qualcuno doveva avere la certezza di uccidere Borsellino fuori dalla macchina blindata perche’ il livello di protezione che aveva quella macchina era tale che l’autista rimase indenne, vivo, l’unico, perche’ si trovava dentro la macchina”.

Paolo Franceschetti: LE TRATTATIVE TRA STATO E MAFIA E LA FAVOLA DI BIANCANEVE

Paolo Franceschetti: LE TRATTATIVE TRA STATO E MAFIA E LA FAVOLA DI BIANCANEVE.

Di Solange Manfredi

A 17 anni di distanza si torna a parlare delle c.d. Trattative che, tra il ’92 e il ’93, vi sarebbero state tra stato e mafia.

Quotidiani gli articoli di giornale sulle testimonianze di protagonisti di quegli anni che pare, solo ora, abbiano recuperato la memoria o, cosa ancora più grave soprattutto per quanto riguarda i soggetti istituzionali, solo ora abbiano deciso di parlare e mettere al corrente la magistratura di quanto a loro conoscenza sulla grave vicenda.

Speriamo che nuovi processi possano far chiarezza su quelle trattative che, nelle ricostruzioni delle precedenti sentenze, presentavano diversi punti irrisolti.
Vediamo quali.

MORI-CIANCIMINO

Secondo le sentenze che si sono occupate del periodo stragista del ’92-’93, tra l’agosto e il dicembre 1992 vi sarebbe stata una sorta di Trattativa tra Stato e mafia che vedeva: da un lato il Generale Mori e il cap. De Donno del Ros; dall’altro Vito Ciancimino e Antonino Cinà.

Dopo i primi contatti con Cinà: “…il Ciancimino – si legge negli appunti dello stesso Vito– avrebbe realizzato che non c’erano margini per alcuna trattativa, alla quale, tra l’altro, neppure “l’ambasciatore” aveva dimostrato vero interesse, per cui decise – come da sua annotazione testuale – di “passare il Rubicone”, ovvero intraprendere una reale collaborazione con i carabinieri, proponendo di infiltrarsi nell’organizzazione per conto dello Stato, intenzione che esplicitò ai nominati Mori e De Donno nel corso di un successivo incontro avvenuto a dicembre 1992, chiedendo in cambio che i suoi processi “tutti inventati” si concludessero con esito a lui favorevole ed il rilascio del passaporto” (sentenza Mori – Capitano Ultimo sulla mancata perquisizione al covo di Riina).

Immediatamente dopo questa proposta di collaborazione, ovvero il 19 dicembre 1992, Vito Ciancimino è stato arrestato.

All’udienza del 24 gennaio 1998 (processo di Firenze sulla strage dei Georgofili), escusso come testimone, il Generale Mori ha affermato: “Ciancimino non ha dato nessun contributo alla cattura di Riina, la vicenda dopo fu del tutto diversa. Ma il mio parere è che se fossero proseguiti i rapporti, lui Riina ce lo avrebbe fatto prendere davvero!2”

Problemi irrisolti.

1. Perchè Vito Ciancimino viene arrestato proprio nel momento in cui decide di voler collaborare con il ROS? La sua condanna non era ancora definitiva, perchè dunque? Chi decise quell’arresto e con quale motivazione? Possibile che sia stato improvvisamente ravvisato un pericolo di fuga? Non è possibile, invece, che Ciancimino sia stato arrestato proprio perchè aveva deciso di collaborare? Perchè questo intempestivo arresto è stato considerato irrilevante? Perché la sentenza ha lasciato aperto un interrogativo di questo tipo?

2. Cosa intendeva dire il Generale Mori quando, escusso come teste al processo di Firenze, ha afferma che se Ciancimino non fosse stato arrestato: Riina ce lo avrebbe fatto prendere davvero? Questa affermazione ha qualcosa a che vedere con l’anomalo arresto di Riina e con l’ancor più anomala mancata perquisizione del covo ove era latitante il boss di Corleone? Ed è possibile che i processi che hanno visto, e vedono, il gen. Mori imputato di favoreggiamento a Cosa nostra siano, come afferma il suo avvocato, un tentativo di linciaggio morale nei confronti di chi ha saputo mantenere la schiena dritta?

BELLINI-GIOE’

Nella sentenza sulla strage dei Georgofili viene presa in esame anche la trattativa Bellini-Gioè, svoltasi nello stesso periodo della trattativa tra Mori e Ciancimino.

Paolo Bellini, contattato nel 1992 dal mar.llo Tempesta del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dell’Arma dei Carabinieri perché si interessasse al recupero di alcuni quadri rubati alla Pinacoteca di Modena, ha testimoniato di aver girato la richiesta al suo amico Gioè, conosciuto nel 1981 mentre si trovava ristretto nel carcere di Sciacca sotto falso nome (impossibile identificarlo con certezza perchè le sue impronte digitali erano sparite dagli archivi), si faceva chiamare Roberto De Silva (???).

Gioè gli avrebbe detto che per i quadri della pinacoteca di Modena non si poteva fare nulla, ma che avrebbe potuto fargli recuperare opere molto più importanti. In cambio chiedeva l’ammissione in ospedali, o agli arresti domiciliari per causa malattia, di alcuni detenuti tra cui: Luciano Leggio, Pippò Calò, Brusca (il padre di Giovanni).

Bellini ha raccontato anche che Gioè gli fece capire che la mafia aveva intenzione di attentare al patrimonio artistico dello stato: “che ne direste se una mattina non trovaste più la torre di Pisa?” (sentenza sulla strage dei Georgofili).

Antonino Gioè non può confermare quanto raccontato da Bellini visto che è morto, presumibilmente suicida, nel carcere di Rebibbia il 29 luglio 1993 (Su questo suicidio, nel corso del processo, gli avvocati della difesa hanno sollevato molti dubbi. Ufficialmente Gioè si sarebbe ucciso perché’ aveva parlato troppo al telefono e, saputo delle intercettazioni e temendo una vendetta di Riina, prima di impiccarsi, in un estremo tentativo di salvare la faccia, avrebbe scritto una lettera cercando di farsi passare per pazzo).

Il mar.llo Tempesta ha testimoniato che, verso il 28-29 agosto 1992, andò dal gen. Mori e gli spiegò la situazione, parlandogli di Bellini, di Gioè e dei discorsi fatti sui monumenti e sulla Torre di Pisa.

Se queste sono le testimonianze, sostanzialmente coincidenti, di Bellini e Tempesta, diverse sono le versioni del Generale Mori e di Brusca.

Il generale Mori ha testimoniato che non ricorda che Tempesta gli parlò della possibilità di recuperare opere d’arte attraverso il Bellini, né che le agevolazioni carcerarie per i cinque mafiosi potessero costituire la contropartita di un recupero di opere d’arte, né tanto meno che Tempesta gli parlò di progetti criminosi eclatanti contro il patrimonio artistico della nazione (in riferimento alla Torre di Pisa Mori afferma: “sono portato ad escluderlo, è un fatto così enorme che me ne sarei ricordato”).

Brusca, invece, ha dichiarato addirittura che l’idea di colpire i monumenti artisti della penisola fu suggerita a Cosa Nostra proprio da Bellini, considerato dai mafiosi un uomo dei servizi segreti.

Brusca riferisce anche che Bellini avrebbe motivato tale idea affermando che in quel periodo era Presidente del Senato Spadolini, persona molto sensibile a queste cose. Per uno strano caso del destino il 27 maggio 1993 un’autobomba esplodeva a Firenze in via della Lambertesca e, tra gli appartamenti devastati dall’esplosione, vi era anche la sede dell’Accademia dei Georgofili, centro studi di cui all’epoca faceva parte, guarda caso, proprio il Presidente Spadolini.

Problemi irrisolti.

1. Paolo Bellini, personaggio “particolare” indicato da più fonti (diverse da Brusca) come persona legata ai servizi segreti sin dal 1970, è un ex estremista di destra imputato, e poi prosciolto, per falsa testimonianza e concorso nella strage di Bologna che, arrestato, nel 1999, ha confessato più di 10 omicidi. Perchè non è stato ritenuto rilevante approfondire la storia criminale di Paolo Bellini, anche al fine di valutarne la sua attendibilità?

2. Se Brusca, collaboratore di giustizia, è stato ritenuto credibile dalla Corte, perché non approfondire le sue gravissime dichiarazioni riguardo Paolo Bellini, dichiarazioni peraltro coincidenti con quelle di un altro collaboratore di giustizia, Tony Calvaruso?

DELFINO-DI MAGGIO

L’08 gennaio 1993, secondo quanto riportato nelle sentenze, i carabinieri captarono casualmente (?????????????) una conversazione che li indusse a sospettare (?????????) fosse in atto un traffico di stupefacenti e, vista la possibile fragranza di reato, intervennero.

Nel locale perquisito nessuna traccia di droga, ma trovarono tal Balduccio di Maggio in possesso di un giubbotto antiproiettile e di una pistola. Il Di Maggio era incensurato, e l’accusa era lieve, eppure, portato in caserma, si era mostra agitato e aveva chiesto di poter parlare con l’ufficiale più alto in grado, sostenendo di avere informazioni importanti su Riina.

Da pochi mesi (dal 06.09.1992) il comando della regione Piemonte e Valle D’Aosta era stato assunto dal Generale Francesco Delfino (attualmente sotto processo a Brescia con l’accusa di concorso in strage) che, avvertito della richiesta, si era precipitato nella notte e raccoglie le spontanee dichiarazioni del Di Maggio.

Di Maggio ha affermato di non conoscere il gen. Delfino e sicuramente è così, vi è però da da segnalare che: “il 28 o 29 giugno del 1989, proprio quando prestava servizio in Sicilia come vice comandante della Regiona Palermo, Delfino aveva diretto un’operazione nel territorio di San Giuseppe Iato, contrada Ginestra. L’operazione aveva lo scopo di localizzare e perquisire una grande e lussuosa villa in costruzione che, fonte confidenziale, aveva indicato come di proprietà di tale Baldassare Di Maggio, autista per il Riina, e presso la quale poteva trovarsi ospitato il boss di Corleone. La perquisizione, però, aveva dato esito negativo e al Di Maggio furono in seguito notificati solo verbali di accertamento di violazioni di tipo edilizio” (sentenza Mori -Cap. Ultimo).

Giunto a Palermo il pentito Di Maggio, preso in carico dai Ros, aveva indicato la “zona” presso la quale si sarebbe dovuto trovare Riina (affermando di non conoscere l’esatta ubicazione).

Il 15 gennaio 1993 Riina, venne arrestato presso un’area di servizio poco distante dal suo “covo”. Il luogo di latitanza del boss di Corleone, poi, non venne perquisito, né tenuto sotto osservazione, per giorni permettendo a Cosa Nostra di far sparire qualsiasi prova.

Per questa “collaborazione” Di Maggio ha ricevuto dallo stato italiano, 500 milioni di lire. Alcuni imputati del processo di Firenze (Francesco Giuliano e Cosimo Lo Nigro), che si sono dichiarati innocenti, hanno affermano che in carcere sono stati promessi loro soldi se si autoaccusavano e accusavano altre persone delle stragi.

Problemi irrisolti.

1. Per Riina: “La storia di Balduccio Di Maggio fu soltanto uno specchietto per le allodole, è chiaro. Il mio arresto fu pilotato dall’alto. Ma da chi?”.

2. Anche per Brusca la storia del pentimento Di Maggio sarebbe stata solo una copertura perchè, sostiene il pentito, Di Maggio era perfettamente a conoscenza del luogo ove si nascondeva di Riina ma: “aveva fatto un patto sotto banco con i carabinieri per far arrestare Riina in mezzo alla strada e per non individuarne la casa“(processo sulla strage dei Georgofili, udienza 15 maggio 1993). Perchè anche quest’affermazione di Brusca, ricordiamo collaboratore di giustizia e, pertanto, ritenuto credibile dalla Corte, non viene approfondita?

3. Per Brusca l’arresto di Riina si deve, in realtà, all’attività del M.llo Lombardo (apparentemente suicidatosi nel cortile dei ROS di Palermo il 04/03/1995) e alle informazioni del suo confidente Brugnano (ucciso il 26/02/1995). Secondo la stampa il mar.llo Lombardo, accusato di collusione con Cosa Nostra, si si sarebbe suicidato per la vergogna. Ad accusarlo falsamente era stato Angelo Siino, guarda caso, un uomo molto vicino a Balduccio Di Maggio. Perchè anche questo interrogativo viene lasciato senza risposta? Perchè la morte del m.llo Lombardo è stata frettolosamente archiviata come suicidio, pur presentando forti anomalie non ultima quella della sparizione, dopo la sua morte, di tutti i suoi appunti?

CONCLUSIONI


Questi i punti irrisolti lasciati dai precedenti processi. Punti non da poco. Punti che se approfonditi, forse, avrebbero potuto permettere una lettura completamente diversa di quanto successo in quel periodo.

Speriamo allora che le indagini in corso facciano un po’ di luce e (finalmente) ci spieghino perché Ciancimino, quando finalmente decide di collaborare col ROS, viene arrestato.

Speriamo che ci spieghino cosa voleva dire Mori quando ha affermato che se il rapporto con Ciancimino fosse continuato Riina lo avrebbero preso per davvero.

Speriamo, inoltre, che si faccia luce su quanto affermato da Brusca, e cioè che Di Maggio avrebbe fatto un accordo sottobanco con i carabinieri per far prendere il boss di Corleone lontano dal suo covo, (dichiarazione che non può non richiamare alla memoria il fatto che, subito dopo l’arresto di Riina, fu proprio un comunicato stampa rilasciato dai Carabinieri a “bruciare” il covo, impedendo così al Ros di proseguire in sicurezza l’osservazione dei luoghi).

Speriamo che si faccia luce anche sulla figura di Bellini, e sulle dichiarazioni che lo indicano come uomo dei servizi che aveva “suggerito” a cosa Nostra gli attentati da fare.

Speriamo, infine, che si faccia luce sulle contraddizioni insanabili che sono emerse fino a qui.

Le contraddizioni di una mafia che farebbe degli attentati per costringere lo Stato a trattare però, contemporaneamente, cercherebbe di depistare rivendicando le stragi con la sigla “Falange Armata”, senza che nessuno si preoccupi di capire da dove nasce la sigla, chi c’è dietro, chi l’ha consigliata, ecc…

Perchè chissà, magari se si fossero approfonditi i punti su elencati, si sarebbe scoperto che:

– Ciancimino era stato arrestato proprio per impedirgli di collaborare con il gen. Mori;

– Bellini era stato infiltrato dai servizi per “suggerire” a cosa nostra, braccio armato di qualche potere occulto, cosa colpire;

-Riina, ormai “bruciato” dalle indagini del m.llo Lombardo e ritenuto dall’organizzazione “sacrificabile”, grazie al “suggerito” pentimento di Di Maggio, era stato volutamente arrestato lontano dal suo covo, per impedire che la documentazione che teneva nell’abitazione venisse scoperta e sequestrata dalla magistratura;

– L’omicidio del m.llo Lombardo, persona scomoda perchè a conoscenza della verità e non corruttibile, era stato “preparato” grazie al “suggerito” pentimento di Siino, uomo molto vicino a Di Maggio che, accusandolo falsamente di collusione con Cosa Nostra, aveva permesso di preconfezionare la menzogna del suicidio per vergogna.

Magari, approfondendo i punti che abbiamo indicato, si sarebbe scritta una storia completamente diversa, la storia di un “sistema criminale” di cui la mafia era solo il braccio armato. Ma queste sono solo ipotesi.

Ora, a 17 anni di distanza, si torna a parlare di quel periodo, si parla di servizi segreti, di innocenti in carcere, di “pentiti” patacca, e si delinea un’altra verità processuale.

A noi non resta che aspettare l’esito delle indagini e dei processi, non ci resta che aspettare un nuovo capitolo (sentenza) di questa dolorosa vicenda, nella speranza che, la verità processuale che ne scaturirà, (depistaggi permettendo) possa apparire, una volta tanto, più credibile della favola di biancaneve e i sette nani.