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Mentitore a vita

Fonte:Mentitore a vita.

Due notizie fresche fresche su Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, senatore a vita e soprattutto Padre della Patria interpellato ancora in questi giorni sull’Unità d’Italia, dopo i festeggiamenti istituzionali per il suo 91° compleanno.
La prima è che la Cassazione l’ha condannato in via definitiva a pagare 2 mila euro di multa e 20 mila euro di provvisionale per aver diffamato il giudice Mario Almerighi definendolo “falso testimone” nel processo di Palermo: quello che tutti credono essersi concluso con la piena assoluzione, invece è finito con la prescrizione del “reato commesso” di associazione per delinquere con la mafia fino alla primavera del 1980. In Italia, si sa, la diffamazione può colpire chi semplicemente esprime un’opinione troppo critica, o usa termini troppo forti (reato di opinione); ma anche chi lancia accuse false contro un altro cittadino (attribuzione di fatti determinati diffamatori). Bene, Andreotti ricade nel secondo caso: ha attribuito ad Almerighi un reato gravissimo, il più grave che possa commettere un magistrato, quello di avere testimoniato il falso contro di lui. Cioè di aver mentito sotto giuramento ai giudici di Palermo dicendo quel che gli aveva raccontato un collega, Piero Casadei Monti, capo di gabinetto dell’allora ministro della Giustizia Virginio Rognoni, sulle pressioni di Andreotti per salvare l’amico giudice “ammazzasentenze”, al secolo Corrado Carnevale, da un processo disciplinare.

Andreotti, al processo, raccontò fra una balla e l’altra che praticamente Carnevale lo conosceva solo di vista. Poi, dopo la sentenza, il prescritto a vita sostenne in varie interviste sui giornali e a Porta a Porta (dove l’insetto gli aveva allestito un triduo di festeggiamenti per la finta assoluzione), che Almerighi è “un pazzo”; lo paragonò ai “falsi pentiti”; lo accusò di raccontare “infamie”; aggiunse che affidare la giustizia a giudici come Almerighi “è come lasciare una miccia nelle mani di un bambino”. Denunciato per diffamazione, si riparò dietro l’insindacabilità parlamentare, ma la Corte costituzionale gli strappò di dosso lo scudo del privilegio e lo rispedì in Tribunale. E il Tribunale, come poi la Corte d’appello e quella di Cassazione, hanno stabilito che Almerighi aveva detto la verità, mentre Andreotti, tanto per cambiare, aveva mentito. Segnaliamo la notizia al Tg1, al Tg5 e a Porta a Porta, così attenti alle presunte “assoluzioni” di Andreotti, perché comunichino agli italiani questa condanna, restituendo l’onore a un giudice onesto diffamato da un senatore a vita per aver illuminato il losco passato del noto “statista”.

Seconda notizia, dal sito dello storico siciliano Giuseppe Casarrubea: “Per un lungo periodo della sua vita, Andreotti ha goduto della fama di essere stato delfino di De Gasperi, di cui diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio il 31 maggio 1947, nel primo governo senza comunisti e socialisti dal 1944. Ma gli archivi dell’Office of Strategic Services (Oss), desecretati dopo il 2000 per volere del presidente Clinton, aggiungono qualche dettaglio su questa straordinaria figura della nostra Repubblica. È il 20 febbraio 1946, quando l’intelligence Usa invia a Washington, allo Strategic Services Unit (Ssu), un telegramma segreto su cosa bolle in pentola all’interno del primo governo De Gasperi. Il testo così inizia: “Il 19 febbraio Andreotti ha informato JK-12 che De Gasperi ha rivelato nel corso di alcune conversazioni private…”. Seguono alcune valutazioni di carattere interno alla coalizione del governo italiano. Lasciamo al lettore il giudizio su questo importante documento. Aggiungiamo soltanto che JK-12 è un agente italiano al servizio degli americani a Roma, di professione giornalista e amico di James Jesus Angleton, capo dell’X-2, da prima della guerra”. Che l’erede di De Gasperi, Dio non voglia, spiasse pure De Gasperi per conto degli americani? Nessuno ci potrebbe mai credere: è un uomo così cristallino, così sincero.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 7 maggio 2010)

Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Riina aveva rapporti privilegiati con Salvo Lima”

Fonte: Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Riina aveva rapporti privilegiati con Salvo Lima”.

«Così come mio padre Vito Ciancimino aveva rapporti privilegiati con Bernardo Provenzano, Salvo Lima aveva rapporti privilegiati con Totò Riina».

Lo ha detto Massimo Ciancimino tintervenendo questa mattina a Rai news 24. Parlando dei rapporti tra il padre, l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, condannato per mafia, e il capomafia Totò Riina, Ciancimino junior dice che «spesso arrivavano a contrasti, mio padre conosceva l’aggressività di Riina e lo ‘usavà a suo favore, giocando in anticipo».

Adnkronos

Quella ‘trattativa’ per salvare 7 politici

Fonte: Quella ‘trattativa’ per salvare 7 politici.

Nel 1991 la mafia è pronta a uccidere su indicazione di Riina. Ma qualcuno le fa cambiare strategia

Questa è una storia inconfessabile. Fatta di sangue, polvere da sparo e paura. Non prendetela per la verità. Perché per ora è solo una verità possibile. Una ricostruzione verosimile che si è affacciata nelle menti degli investigatori dopo la deposizione dell’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, davanti ai giudici che stanno processando per favoreggiamento aggravato l’ex comandante del Ros, generale Mario Mori. Ridotta a una frase – ma come si sa, quando si parla di mafia le cose sono molto più complicate – suona più o meno così. Nel 1992 lo Stato trattò con Cosa Nostra per salvare la vita a un lungo elenco di politici: i ministri o ex ministri Calogero Mannino, Salvo Andò, Martelli, Giulio Andreotti e Carlo Vizzini, il deputato regionale Sebastiano Purpura e il presidente della regione Rino Nicolosi. Sette nomi eccellenti, considerati a torto o ragione dai clan dei traditori, ai quali si deve aggiungere la lista, compilata come la prima in più fasi, dei nemici a tutto tondo: i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Piero Grasso e i poliziotti Arnaldo La Barbera, Gianni De Gennaro e Rino Germanà. Per capire come si giunge a questa ipotesi, bisogna però cominciare dai fatti certi.

Vediamoli. A partire dal febbraio del 1991, mese in cui Falcone, osteggiato dai colleghi, lascia Palermo per diventare di fatto il braccio destro di Martelli, la situazione per Cosa Nostra precipita. Da una parte arriva nelle mani dei magistrati (ma subito dopo degli uomini d’onore e dei politici) un rapporto, redatto proprio dai carabinieri di Mori, su mafia e appalti in Sicilia che rischia di far saltare affari per mille miliardi di lire. Dall’altra, con Falcone al ministero, le cosche capiscono che la musica è cambiata. Subito il governo (presidente del Consiglio Andreotti) vara un decreto per rimettere in prigione 16 importanti boss scarcerati per decorrenza termini. Poi Martelli si muove per evitare che in Cassazione i processi per mafia finiscano sempre alla prima sezione presieduta da Corrado Carnevale, il giudice allora soprannominato ammazzasentenze.

Totò Riina, all’epoca capo incontrastato di Cosa Nostra, diventa una belva. All’improvviso capisce che le garanzie ricevute sul buon esisto del maxi-processo, istruito negli anni ‘80 da Falcone e Paolo Borsellino, in cui lui stesso è stato condannato all’ergastolo non valgono niente. Anche in terzo grado il verdetto sarà sfavorevole. Nella seconda parte dell’anno, raccontano le sentenze, si svolgono così una serie di vertici tra capi-mafia in cui Riina annuncia la decisione di “pulirsi i piedi”. Cioè di ammazzare, non solo i nemici, ma anche chi nei partiti aveva fatto promesse e non le manteneva. Si discute dei nomi dei personaggi da eliminare e intanto parla di fare guerra allo Stato con attentati a poste, questure, tralicci dell’Enel, caserme dei carabinieri e alle sedi della Democrazia cristiana (quattro verranno colpite in Sicilia).

“Si fa la guerra per fare la pace”, spiega a tutti il boss corleonese, in quel momento già alla ricerca di una nuova sponda politica con cui stringere un nuovo accordo. Poi, il 31 gennaio del ‘92, come pronosticato, la Cassazione priva di Carnevale, conferma le condanne del maxi. E così il 12 marzo, a campagna elettorale appena iniziata, l’eurodeputato Salvo Lima, da anni proconsole di Andreotti, in Sicilia muore sotto i colpi dei killer. E’ un messaggio diretto al divo Giulio che sarebbe dovuto giungere nell’isola l’indomani. Falcone intuisce quanto sta accadendo. E, come scriverà La Stampa, commenta: “Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola”.

I politici siciliani cominciano davvero a tremare. Il 20 febbraio, ma questo lo si scoprirà solo molti anni dopo, in casa di Girolamo Guddo (un amico dell’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano) si è tenuta un riunione operativa in previsione della “pulizia dei piedi”: si è parlato della morte di Lima, di quella di Ignazio Salvo (18 settembre ‘92), dell’attentato a Falcone e di molte delle altre persone da eliminare. Il programma prevede che a essere colpito, dopo Falcone, sia l’ex ministro dell’Agricoltura e leader siciliano della sinistra Dc, Mannino. Quale sia la forza della mafia gli italiani se ne rendono conto il 23 maggio osservando le centinaia di metri asfalto divelti dal tritolo a Capaci.

Morto Falcone, tutto sembra perduto. Mentre nel nord infuria Tangentopoli, gli apparati investigativi antimafia appaiono in ginocchio. È a quel punto che, secondo l’accusa, Mori e il suo braccio destro, Giuseppe De Donno, decidono di battere la strada che porta a don Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo, legato a doppio filo all’alter ego (apparente) di Riina: Bernardo Provenzano. A giugno, ha sostenuto due giorni fa Martelli, De Donno contatta un’importante funzionaria del ministero, Liliana Ferraro. L’ufficiale le spiega di essere in procinto di vedere don Vito “per fermare le stragi”. E, secondo l’ex ministro, chiede una sorta di “supporto politico”. Ferraro avverte di quanto sta accadendo Borsellino, amico fraterno di Falcone e favorito nella corsa alla poltrona di procuratore nazionale antimafia. Intanto Giovanni Brusca, il boss oggi pentito che ha azionato il telecomando di Capaci, si sta già muovendo con pedinamenti e sopralluoghi per far fuori Mannino. Ai primi di giugno il ministro Dc viene però avvertito da un colonnello dell’Arma (chi?) dei rischi che sta correndo. Visibilmente teso lo racconterà lui stesso in un colloquio dell’8 luglio con Antonio Padellaro, allora vicedirettore de L’Espresso (il settimanale lo pubblicherà in parte a fine luglio e integralmente nel 1995). Mannino dice: “Secondo i carabinieri c’è un commando pronto ad ammazzarmi”. L’ufficiale gli ha consegnato un rapporto di sette pagine con sopra stampigliata la parola “segreto” in cui è riassunta tutta la strategia di morte di Cosa Nostra. Mannino – che oltretutto annovera nella sua corrente molti esponenti legati ai clan – sa dunque perfettamente cosa sta accadendo. E nella conversazione spiega pure che Lima è stato ucciso per non aver potuto rispettare i patti sul maxi-processo.

Le paure di Mannino sono però destinate a rientrare. Salvatore Biondino, un colonnello di Riina, sempre a giugno comunica a Brusca che il progetto di omicidio è sfumato. La mafia ha cambiato strategia. Nel mirino all’ultimo momento è stato messo Borsellino che morirà il 19 luglio in via D’Amelio. Perché? Oggi gli investigatori riflettono su due episodi. I presunti incontri precedenti alla bomba di via D’Amelio tra Mori e don Vito Ciancimino in cui vennero avanzate le prime richieste allo Stato. E la nascita del governo Amato del 28 giugno. A sorpresa il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti (durissimo con Cosa Nostra), viene sostituito da Nicola Mancino (sinistra Dc come Mannino). Mentre pure Martelli (contrario a ogni ipotesi di trattativa) per qualche giorno, su proposta di Bettino Craxi, rischia di perdere la poltrona di guardasigilli. “Ero preoccupato”, ha spiegato l’ex ministro, “era come si fosse esagerato con la lotta alla mafia…Il messaggio pareva essere: ‘Troviamo una forma più blanda di contrasto, ci abbiamo vissuto per 50 anni’”. Il risultato è comunque che Cosa Nostra lascia perdere i politici (tranne Martelli, intorno alla cui casa ancora il 4 dicembre si aggirano boss impegnati in sopralluoghi) e si dedica invece a Borsellino, notoriamente contrario ad ogni ipotesi di patto. La trattativa aveva dunque come obiettivo la loro sopravvivenza? O semplicemente i politici si sono salvati in conseguenza della trattativa? Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, lo scorso dicembre, sembrava propendere per la seconda ipotesi: “Probabilmente”, diceva, “i mafiosi cambiarono obiettivo perché capirono che non potevano colpire chi avrebbe dovuto esaudire le loro richieste”. Oggi però sappiamo che quell’elenco di politici da ammazzare, già a giugno, era in gran parte noto. E la storia potrebbe cambiare. Di molto.

Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2010)

Sabella: “Sapevo del patto tra lo Stato e Provenzano fin dal 1996”

Questa ricostruzione del patto stato mafia rischiara molti angoli bui e pare molto credibile:

Fonte: Sabella: “Sapevo del patto tra lo Stato e Provenzano fin dal 1996”.

Parla Alfonso Sabella, il magistrato “stritolato dalla trattativa”, come lo definì Marco Travaglio in un’intervista di qualche tempo fa su Il Fatto Quotidiano. Parla alla presentazione a Roma del libro “Il Patto” di Nicola Biondo e Sigrifdo Ranucci (1 febbraio 2010). Il libro che per la prima volta si addentra nelle carte del processo Mori-Obinu e racconta la storia incredibile di Luigi Ilardo, mafioso della famiglia di Piddu Madonia, confidente segreto del colonnello Michele Riccio, infiltrato in Cosa Nostra con il preciso obiettivo di condurre i Carabinieri alla cattura di Bernardo Provenzano, il capo indiscusso di Cosa Nostra dopo la cattura di Salvatore Riina. Quando Ilardo però, il 30 ottobre 1995, li porterà proprio all’uscio della masseria di Provenzano, dai vertici del Ros arriverà l’ordine di fermarsi e non intervenire. Oggi, i verbali di Massimo Ciancimino rimettono insieme i pezzi mancanti del puzzle e spiegano il perché di questa come di un’altra serie impressionante di coincidenze inquietanti. Parla Sabella e dice cose pesantissime e inedite, ma con la calma e la pacatezza che lo cottraddistinguono. Dice che in realtà anche prima delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino si poteva sapere come erano andate davvero le cose. Lui e i suoi colleghi di Palermo, all’epoca delle indagini successive alle stragi, già avevano capito tutto. Ma non c’erano nè le condizioni giudiziarie, nè quelle politiche per poter giungere alla verità. Eppure era tutto troppo chiaro. Ora, dice Sabella, dopo 17 anni, sembrano esserci finalmente le condizioni giudiziarie. Quelle politiche, purtroppo, ancora no. E per quelle, si spera di non dover attendere altri 17 anni.
Di seguito i passi salienti del suo intervento.

Io sapevo


Quello che adesso sta emergendo, io come altri colleghi della procura di Palermo lo sapevamo già almeno dieci anni fa. Facciamo dodici. (…) Il patto non è stato uno, i patti sono stati tanti. Il primo aveva avuto dei tentativi di accordo, dei tentativi di trattativa, dei patti conclusi, dei patti che non hanno avuto buon esito e così si è andati avanti, almeno per quel che mi riguarda, a cavallo tra le stragi di Capaci e Via D’Amelio, probabilmente già prima della strage di Capaci, fino ai giorni nostri. (…) Queste cose erano già uscite nel lontano 1996, dopo la cattura di Giovanni Brusca. Brusca io l’ho interrogato tantissime volte, più di un centinaio, sono quello che l’ha catturato, quello che l’ha convinto a collaborare, quello che ha raccolto le sue dichiarazioni, ero in qualche modo il suo magistrato di riferimento. (…) Parlando con me mi ha raccontato del papello. Quello che adesso viene fuori dal papello, per esempio, il primo punto del papello, la revisione del maxiprocesso, non avevo bisogno di saperlo dal papello, perché lo sapevo già dal ’97 quando Brusca mi aveva detto che l’unica cosa che interessava a Salvatore Riina era la revisione del maxiprocesso. Del resto, i mafiosi non hanno un’etica, (…) gli interessa soltanto due cose: potere e denaro.  Denaro e potere. Non hanno nessun altro interesse. (…) E chi decide di trattare con questa gente si deve assumere le proprie responsabilità. Probabilmente adesso ci sono le condizioni giudiziarie perché si faccia luce su queste cose. Ma non ci sono certamente le condizioni politiche. A questo punto dicono: “Tu sei un magistrato, sei soggetto solo alla legge”. Secondo una certa equazione che ho visto all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il magistrato è soggetto alla legge, le leggi le fa il parlamento, il magistrato è soggetto al parlamento. Del sillogismo mi sfugge qualche pezzo, probabilmente c’è qualcosa della logica che non riesco a comprendere bene, però questo è il sillogismo del nostro ministro. Fin quando un magistrato viene messo nelle condizioni di svolgere il suo lavoro e di essere giudice solo soggetto alla legge, le cose stanno in un certo modo, quando questo non si verifica, probabilmente le cose vanno in un modo un pochino diverso…


Paolo Borsellino era l’ostacolo principale alla trattativa

Ci sono stati punti oscuri. Io continuo a battere sulla mancata perquisizione del covo di Salvatore Riina. (…) Io con le cose che ho trovato in tasca a Bagarella ci ho arrestato 200 persone. Mi chiedo: che cosa si poteva fare con quello che avremmo trovato a casa di Salvatore Riina? Stiamo parlando del capo dei capi di Cosa Nostra. Questa è una cosa che nessuno sa, una chicca. La certezza che quella casa fosse la casa di Riina si è avuta soltanto per caso, perché non c’era alcuna prova, avevano imbiancato tutto, con i Carabinieri del Ros che avevano assicurato che avrebbero controllato quel covo con le telecamere. La certezza si è avuta soltanto perché in un battiscopa era finito un frammento di una lettera che Concetta Riina, la figlia di Riina, aveva scritto a una compagna di scuola. Soltanto per caso. E’ l’unica cosa che si è trovata. (…) Non è una cosa da sottovalutare. Perché secondo me è la chiave di lettura del patto che è raccontato in questo libro. Ovvero un patto che viene stipulato, concluso, sottoscritto. Mi assumo le mie responsabilità di quello che dico: patto da cui verosimilmente si determina la morte di Paolo Borsellino, perché Paolo Borsellino molto probabilmente viene ucciso a seguito di questo patto.
Ricapitoliamo. Viene ammazzato Giovanni Falcone, c’è un movente mafioso fortissimo per la strage di Capaci. Falcone è l’uomo che ha messo in ginocchio Cosa Nostra, che l’ha processata, che l’ha portata sul banco degli imputati, l’ha fatta finalmente condannare (sentenza del dicembre dell’86). Il 30 gennaio 1992 (perché le date sono importantissime) viene confermata dalla Cassazione la sentenza di condanna all’ergastolo per la cupola di Cosa Nostra. (…) Al 30 gennaio c’è la sentenza. Falcone in quel momento è al Ministero e viene accusato da Cosa Nostra di aver brigato, di aver fatto in modo che quel processo non finisse al collegio della prima sezione della Cassazione presieduta da Corrado Carnevale. Il 12 di marzo viene ammazzato Salvo Lima. Salvo Lima è l’uomo, secondo tutti i collaboratori di giustizia, ancorché non sia mai stato processato e condannato per questo, che era il referente politico di una determinata corrente della DC in Sicilia per conto di Cosa Nostra. Ovvero era il canale tra la politica e Cosa Nostra. A questo punto è normale che i nostri Servizi si diano da fare. Quindi io credo che i movimenti siano iniziati già prima della strage di Capaci. E’ soltanto un’ipotesi e null’altro. Sta di fatto che il 23 di maggio viene ammazzato Giovanni Falcone. Riina deve dire a Cosa Nostra che “questo cornuto” è morto, Cosa Nostra si è vendicata. Si prendono i classici due piccioni con una fava secondo i collaboratori di giustizia, perché Falcone viene ammazzato alla vigilia delle elezioni del presidente delle repubblica. In quel momento sapete benissimo chi era il candidato alla presidenza della repubblica (Giulio Andreotti, n.d.r.), persona che così, a seguito della strage di Capaci, non viene proposta e viene eletto poi un altro presidente della repubblica (Oscar Luigi Scalfaro, n.d.r.).


Tinebra ha creduto sempre a Scarantino, io mai

A questo punto ci sono quegli incontri di cui sta parlando Massimo Ciancimino. C’è un pezzo dello stato che va da Massimo Ciancimino e chiede: “Che cosa volete per evitare queste stragi?” Il messaggio a questo punto è arrivato chiaro allo stato. Noi stiamo eliminando tutti i nemici e gli ex-amici, quelli che ci hanno garantito delle cose che poi non ci hanno più dato. A questo punto arriva il papello. Il primo punto del papello è la revisione del maxiprocesso. (…) Ora abbiamo una vicenda inquietante. Il primo luglio del 1992 Paolo Borsellino viene convocato d’urgenza al Viminale dovi si incontra con il ministro dell’Interno di quel momento (Nicola Mancino, n.d.r.).  Il ministro dell’Interno di quel momento negherà sempre di avere avuto quell’incontro, incontro confermato dall’altro procuratore aggiunto di Palermo, il dottor Aliquò, di cui si trova traccia nell’agenda di Paolo Borsellino. Quella trovata, perché una poi è stata fatta sparire e non s’è mai trovata, l’agenda rossa. Su quella grigia annotava dettagliatamente “Ore 18:00, Viminale, Mancino”. Che cosa succede in quell’incontro? Non lo sappiamo. Possiamo fare un’ipotesi. Allora, se al primo punto del papello c’è la revisione del maxiprocesso, chi è l’ostacolo principale alla revisione del maxiprocesso? Il giudice che insieme a Giovanni Falcone ha firmato l’ordinanza-sentenza di quel maxiprocesso. Ha un nome e un cognome e si chiama Paolo Borsellino. Ipotizziamo che a Borsellino venga proposto di non protestare tanto in caso di una revisione del maxiprocesso e Paolo si rifiuti, che cosa succede? Paolo muore. (…)
Non ho mai creduto che Pietro Aglieri fosse il responsabile dell strage di Via D’Amelio. Pietro Aglieri è stato condannato sulla base delle dichiarazioni di Scarantino. Scarantino era il pentito di cui mi occupavo io a Palermo. E’ stato sempre dichiarato inattendibile, non l’ho mai utlizzato nemmeno per gli omicidi che confessava. Il dottor Tinebra l’ha utilizzato fino in fondo fino ad ottenere delle sentenze passate in giudicato. Io lo dicevo su una base logica. La strage di Via D’Amelio è talmente delicata che se l’ha fatta Riina, la doveva commissionare per forza ai suoi uomini più fidati, ovvero ai fratelli Graviano. Non poteva commissionarla a un uomo di Provenzano che è Pietro Aglieri.  (…)


La mancata perquisizione del covo di Riina è la chiave di tutto

Paolo muore: due piccioni con una fava. Da un lato si alza il prezzo della trattativa dalla parte di Salvatore Riina, dall’altra parte si elimina l’ostacolo alla revisione del maxiprocesso. Perchè a Riina interessavo solo quello. Questa è solo un’ipotesi però vi assicuro che ci sono tanti elementi che vanno in quella direzione. E la prova poi ne è in quello che è raccontato esattamente in questo libro. Il Patto. Il patto (e questo lo dico invece senza il minimo problema) che invece è stato stipulato a quel punto tra lo stato e un’altra parte di Cosa Nostra, che non era più Salvatore Riina, ma la parte “moderata” che si chiama Bernardo Provenzano. Perché quello da cui bisogna partire è che Cosa Nostra non è un monolite. Cosa Nostra non era unitaria, Cosa Nostra già in quel momento aveva delle spaccature. (…) Il patto prevede questo. Da un lato Provenzano garantisce la cattura di Salvatore Riina (ho più di un elemento per dire che Salvatore Riina è stato venduto da Provenzano e non me lo deve venire a dire Ciancimno adesso: lo sapevo già). (…) Provenzano garantisce che non ci sarebbero state più stragi e infatti non ce ne sono state più, vengono fatte nel ’93 dagli uomini di Bagarella, ovvero di Riina, fuori dalla Sicilia. Dall’altro lato ha avuto garantita l’impunità. Aveva avuta garantita la sua latitanza, come dimostra la vicenda Ilardo in maniera inequivocabile: una parte dell’Arma dei Carabinieri ha più che verosimilmente protetto e tutelato la latitanza di Bernardo Provenzano. Ma perché Provenzano fosse in grado di mantenere questo patto, questa è la novità di quello che sto dicendo, probabilmente una delle richieste era che venisse consegnato Riina, ma non l’associazione. Anzi. Che l’intera associazione mafiosa dovesse passare nelle mani di Bernardo Provenzano. E’ questa la ragione per cui a mio avviso non si perquisisce la casa di Riina. Perché nell’accordo Provenzano vende Riina, ma non vende l’associazione mafiosa. Tutto questo con il sigillo del nostro stato. L’impresa mafia. (…) Balduccio Di Maggio sarebbe quello che ha portato i Carabinieri a casa di Riina. Sappiamo benissimo (adesso Ciancimino lo dice) ma lo sapevamo già che non era così, perché i Carabinieri erano sul covo di Riina già prima che Di Maggio venisse arrestato, quindi figuriamoci… Se la magistratura di Palermo fosse entrata nel covo di Riina avrebbe non dico distrutto, ma avrebbe dato un colpo, se non mortale, quasi, all’associazione mafiosa.


Intervento del giudice Alfonso Sabella alla presentazione del libro “Il Patto” di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci
(1 febbraio 2010)
(trascrizione ed introduzione di Federico Elmetti)

LINK: Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa (Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano, 10 e 12 novembre 2009)

Antimafia Duemila – Quegli incontri [di Craxi] con la P2

Antimafia Duemila – Quegli incontri con la P2.

di Gianni Barbacetto – 2 gennaio 2010
La trattativa che il segretario del Psi iniziò con Gelli e i suoi uomini per mantenere la leadership.

Avrà anche commesso qualche errore, per finanziare il partito, ma fu uno statista. Anzi, “il più grande statista della fine del ventesimo secolo” (Gianni De Michelis). Un grande riformatore, stroncato proprio per questo da “una rivolta di palazzo” (Rino Formica). Per riabilitare Bettino Craxi, dedicandogli tanto per cominciare una via a Milano, si sta tentando una doppia rimozione: non solo dei reati commessi e delle condanne subite, ma anche della verità sulla sua storia politica. Ma davvero Craxi fu un grande statista e un coraggioso riformista? Per rispondere, bisogna guardare con disincanto soprattutto al biennio 1979-80, quello in cui Bettino abbandona definitivamente i suoi progetti mitterrandiani – questi sì innovativi per l’Italia – di conquistare la leadership della sinistra, far crescere una grande forza riformista, democratica, libertaria, non comunista, e poi battere la   Dc. Dimenticato il “Progetto socialista” del congresso di Torino, accetta invece la spartizione di potere con il peggio della Dc, sancita poi dalla nascita del Caf, il patto Craxi-Andreotti-Forlani. All’ombra di una regia sotterranea ma potente: quella della loggia P2.

Nel 1979, dopo tre anni alla guida del partito, Craxi non è riuscito a riequilibrare i rapporti di forza a sinistra. Ed è insidiato anche dentro il Psi: da una sinistra interna composita, che va dai rinnovatori di Antonio Giolitti ai più pragmatici sostenitori di Claudio Signorile, pronti a sfilargli la segreteria (Bettino in un comitato centrale del 1980 la manterrà solo per un voto, perché convincerà De Michelis a tradire il suo fronte e a passare con lui). Craxi si sente insomma attaccato in casa e fuori. Quando poi intuisce che Signorile sta per essere segretamente finanziato, insieme alla Dc andreottiana   , da una supertangente Eni, capisce che deve correre rapidamente ai ripari. Abbandona i bei propositi dell’“Alternativa socialista” e gli intellettuali di Mondoperaio e comincia un intenso lavorio tutto dentro i più segreti ambulacri del potere italiano.

Nel 1979 incontra per la prima volta Licio Gelli, mentre i suoi colonnelli, Claudio Martelli e Rino Formica, iniziano con gli uomini della P2 una lunga trattativa su potere, soldi e informazione. Craxi nel 1994 ammette l’incontro: “Quando il tentativo di estromettermi dalla guida del partito tra la fine del ’79 e l’inizio dell’80 non riuscì per un solo voto, Gelli cercò di prendere contatto con me. Vanni Nisticò (piduista, allora capo ufficio stampa del Psi, ndr) mi presentò Gelli e l’incontro si svolse nella mia suite all’Hotel Raphael”. Argomenti trattati: il riavvicinamento tra Craxi e Andreotti. Solo politica? No, c’è una questione più concreta che   preoccupa Bettino: il timore che stiano per arrivare finanziamenti al suo avversario interno, Signorile. È la vicenda passata alla storia come scandalo Eni-Petromin. L’azienda petrolifera italiana, presieduta da Giorgio Mazzanti, aveva stipulato con l’azienda di Stato saudita, la Petromin, un vantaggioso contratto per la fornitura di petrolio. Ma Craxi e Formica si mettono di traverso, perché con il loro formidabile olfatto sentono   odore di tangenti, tangenti da cui sono esclusi: una “intermediazione” di almeno 200 milioni di dollari, da cui avrebbero poi attinto la Dc andreottiana ma anche Signorile, a cui Mazzanti faceva riferimento.

Formica, allora segretario amministrativo del Psi, si scatena. Incontra più volte il dirigente piduista Umberto Ortolani. Il 21 maggio 1979 gli dice: “Dì ai tuoi amici che noi socialisti non abbiamo alcuna intenzione di rimanere fuori da questo affare”. Dopo mesi frenetici e trattative oscure, la storia arriva all’epilogo il 15 marzo 1980: Mazzanti si dimette dalla presidenza dell’Eni e il contratto Eni-Petromin, dopo una prima fornitura, viene sospeso. Meno di un mese dopo, il 5 aprile, Francesco Cossiga vara il suo nuovo governo, con il Psi che rientra nella maggioranza dopo sei anni d’assenza. Un governo prova generale del Caf, con tre ministri e cinque sottosegretari iscritti alla P2.

Eliminato Mazzanti, l’uomo di riferimento di Craxi dentro l’Eni diventa il vicepresidente Leonardo Di Donna. Già a partire dalla seconda metà del 1980, l’Eni foraggia generosamente Bettino: è la storia del conto Protezione. L’Eni concede un deposito di 50 milioni di dollari al Banco Andino di Roberto Calvi (inutile dire che sia Di Donna, sia Calvi sono iscritti alla P2). E il “banchiere di Dio” gira al segretario socialista una percentuale, 7 milioni di dollari in due tranche, sul conto Ubs di Lugano 633369 “Protezione”, fornito a Bettino dall’amico Silvano Larini e annotato su un biglietto da Claudio Martelli.

Gelli sostiene di aver avuto lui l’idea della triangolazione Eni-Ambrosiano-Psi, e di averla esposta a Bettino durante il secondo incontro, che avviene nella primavera del 1980 nell’abitazione romana di Martelli. Il vice di Craxi, che era allora responsabile della cultura e informazione del Psi, aveva   già più volte incontrato il Venerabile all’Hotel Excelsior: per chiedere che il Corriere, nelle mani della P2, trattasse meglio il Psi; ma anche per risolvere il problema dell’enorme debito (21 milioni di dollari) che il partito aveva nei confronti dell’Ambrosiano di Calvi. Ottiene subito i risultati sperati. Il Corriere diventa più favorevole a Craxi, fino a pubblicare, il 30 ottobre 1979, un’agiografica intervista, non firmata, che scatena le proteste del comitato di redazione contro il direttore (“Ha premesso all’intervistato di farsi da solo domande e risposte”). E arrivano anche i soldi: quelli del conto Protezione, ma pure 300 milioni dalla Rizzoli e l’aereo privato dell’azienda a disposizione di Martelli.

Craxi è citato anche nel “Piano di rinascita democratica”, che prevede di “selezionare gli uomini ai quali può essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica”: per la Dc, il “Piano” segnala, tra gli altri, Andreotti e Forlani; per il Psi indica Craxi. Prevede poi di “affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti”. L’interesse della P2 per Craxi aumenta dopo il settembre 1979, quando Bettino lancia la sua “grande riforma”, che prevede il presidenzialismo: Craxi viene allora indicato da Gelli come l’uomo che può realizzare il “Piano di rinascita” e a cui va garantito sostegno politico, mediatico e finanziario.

Craxi lo “statista” continua la strada intrapresa nel 1980 anche dopo la scoperta delle liste   P2. Ha ormai imparato il metodo. Accanto al conto Protezione, ha via via aperto una ragnatela di conti da Vaduz fino a Hong Kong. Il sistema delle tangenti diventa scientifico, totale. E Craxi, riformista senza riforme e statista senza senso dello Stato, è ormai uno dei pilastri di Tangentopoli. Fino al fatidico 1992 di Mani pulite.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Spatuzza, il penultimo a parlare – Voglio Scendere

Spatuzza, il penultimo a parlare – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, intanto vorrei ringraziare i tantissimi che mi hanno dato la solidarietà questa settimana: una solidarietà che è nata dal killeraggio che è stato fatto contro di me a causa proprio di alcune cose che ho detto qua a Passaparola lunedì scorso; prima uno della P2, il Vice, perché il titolare era ricoverato in quel momento, ma adesso sta recuperando, per fortuna e poi l’altro, l’insetto televisivo, quello che ha fatto un montaggio furbetto nella trasmissione “Porta a Porta” per farmi apparire come uno dei colpevoli, uno dei mandanti. Il titolo era “Di chi è la colpa?”, il problema è che quelle cose le ho dette il giorno dopo l’aggressione al Presidente del Consiglio, ma può darsi che esistano anche mandanti postdatati, come esiste la guerra preventiva esistono anche i mandanti che arrivano dopo un certo atto.

Il mio mancato intervento a “Porta a Porta”
Devo una piccola spiegazione a quanti mi hanno chiesto perché quella sera a “Porta a Porta” non ho voluto intervenire, sebbene il conduttore avesse gentilmente offerto a me il diritto di replica al telefono. Capisco che chi ha visto quella trasmissione si sia potuto fare l’idea che, durante la trasmissione, mentre magari me la stavo guardando a casa, il conduttore abbia deciso di telefonarmi per dirmi se volevo intervenire, ma in realtà non è avvenuto così, perché quella trasmissione è registrata, è tutto precotto, preconfezionato, se le cantano e se le suonano quando vogliono loro e come vogliono loro, poi tagliano quello che vogliono loro…

Ebbene, quel pomeriggio alle 18: 00 – “Porta a Porta” va in onda intorno alla mezzanotte – stavo scrivendo e ho ricevuto una telefonata da una giornalista collaboratrice di Vespa, la quale mi ha detto: “Dott. Travaglio, il Dott. Vespa chiede se lei vuole intervenire in diretta a “ Porta a Porta” per replicare alle accuse” e io ho chiesto: “perché, hanno spostato Porta a Porta al pomeriggio? State andando in onda adesso”, dice: “no, no stiamo registrando per stasera” e “che cosa state registrando?” ho chiesto io, “sa, abbiamo montato alcune frasi del suo Passaparola dal blog e poi ci sono i Ministri Matteoli e Bondi che hanno detto delle cose” e io ho risposto: “non ho la più pallida idea di quello che voi avete montato: mi auguro…” anche se sapevo, ovviamente, dove stavano andando a parare, non c’era bisogno di vederla la trasmissione, che per altro non potevo vedere, perché la stavano registrando in uno studio, era ovvio che cosa volevano fare; dato che ho detto che la gente a casa sua ha il diritto di odiare chi le pare, allora quella è la dimostrazione che io c’entro con l’attentato. Comunque le ho detto: “spero che abbiate montato una delle dieci o quindici condanne dell’attentato che ho fatto durante il Passaparola”, ricorderete che le avevo disseminate in tutta la mezz’ora proprio per evitare che, con qualche taglio, riuscissero a farmi apparire come un fomentatore dell’odio, ma ci sono riusciti lo stesso e poi credo che uno dei due squisiti ospiti di centrodestra abbia addirittura chiesto un intervento della magistratura contro di me, per istigazione a non si sa cosa. E’ quello che ha appena scampato un processo grazie a un voto dei suoi amichetti e dei suoi finti oppositori sull’immunità parlamentare.
In ogni caso ho risposto, dicendo “non ho idea di che cosa state facendo vedere e non ho idea di che cosa hanno detto contro di me, perché non c’ero e perché non avrei mai potuto vederlo, per cui a che cosa dovrei replicare? Con chi dovrei parlare, se non ho seguito il dibattito? Se mi volete la prossima volta mi invitate in studio e mi mettete alla pari di tutti gli altri, visto che non è così cantatevele e suonatevele come vi pare”, clic, così sono andate le cose. Per cui alla sera Vespa ha anche potuto fare il bel gesto e, mentre mi stava facendo linciare da quei due signori e stava facendo un montaggio tendenzioso di quello che ho detto la settimana scorsa, ha pure potuto farsi bello dicendo “abbiamo offerto a Travaglio la possibilità di replicare, ma ha preferito di no”, lasciando intendere che non avevo argomenti per replicare e che quindi, di fronte alle poderose argomentazioni di Bondi e di Matteoli, non sapendo che cosa dire non avevo voluto rispondere e questo è lo stile del signor Bruno Vespa, è bene che lo si sappia quando sentite parlare di correttezza dell’informazione, quando parlate di contraddittorio, di par conditio e altre stronzate di questo genere, sappiate come questo signore intende l’informazione, la correttezza e il contraddittorio, capito? Ecco.
Adesso qualcuno dirà “sì, ma a Annozero si parla spesso di Berlusconi quando non c’è”, Berlusconi viene sempre invitato a Annozero: è lui che non vuole venirci, è una cosa diversa. Quando abbiamo parlato di Dell’Utri ed è stato invitato Dell’Utri è lui che non ha voluto venirci, non gli abbiamo telefonato registrando la trasmissione al pomeriggio per dirgli “vuole dire una frasetta?”, perché tra l’altro Annozero va in diretta e quindi, chi vuole sapere quello che accade e intervenire, come già è avvenuto, lo può fare seguendo la trasmissione. In ogni caso, quando parliamo di un personaggio, quel personaggio è invitato o in quella trasmissione o in una trasmissione successiva. Io è da tredici anni che va in onda “Porta a Porta” e non sono mai stato invitato, che è un cosa legittima, naturalmente decide il conduttore e non è certo il mio sogno quello di partecipare a quel bel programmino, ma se uno si occupa per mezza puntata di me forse magari dirmelo prima poteva essere carino, ma questo, ripeto, è il senso della libertà di informazione che ha il signor Vespa, che tra l’altro va in giro con la scorta e con l’auto con la sirena sopra, è una Vespa lampeggiante, è il primo caso di Vespa lampeggiante nella storia, mentre invece la persona che ha linciato quella sera se ne esce tutte le mattine di casa per andare a lavorare e, naturalmente, non ha alcun tipo di protezione. Chiusa questa parentesi, grazie a tutti quelli che mi hanno dato la solidarietà, lo dico perché ovviamente è impossibile rispondere a tutti, visto che sono arrivati migliaia e migliaia di commenti, di fax, di mails e di telefonate anche redazione a Il Fatto Quotidiano, per cui colgo quest’occasione per ringraziare tutti, a cominciare da Beppe Grillo, che ha dedicato a questa vicenda miserabile un bellissimo post l’altro ieri.

L’opposizione deve sparire ancora di più
E adesso veniamo a noi. Dato che si è capito quale uso si vuole fare di questa aggressione, l’uso che se ne vuole fare è che l’opposizione deve sparire, o meglio deve sparire ancora più di quanto già non fosse sparita prima, e si fatica a immaginare come potrebbe sparire ulteriormente, visto che non esistono questi del PD etc., però si vuole che spariscano ulteriormente e anzi, non che spariscano, ma che ricompaiano per diventare la quinta colonna della maggioranza.
E infatti Massimo D’Alema è immediatamente ricomparso con tutti i suoi manutengoli e ha lanciato addirittura la proposta di un bell’inciucio; anzi, una volta l’inciucio era una brutta parola, adesso invece ha detto che gli inciuci servono per la democrazia, servono soprattutto a lui per perpetrare una carriera di fiaschi e di disastri, questo è peggio di Attila se uno va a vedere i risultati, ma magari ce ne occuperemo in una delle prossime puntate, della meravigliosa carriera politica di Massimo D’Alema.
E poi ha detto che, a questo punto, tantovale lasciar passare una leggina ad personam per salvare Berlusconi dai processi, purché si salvi solo lui, ossia purché sia veramente una legge ad personam che non valga per gli altri. Una volta l’obbrobrio erano le leggi su misura, visto che in questo Paese, come in ogni Stato di diritto, le leggi sono disposizioni generali e astratte che, o valgono per tutti, o non valgono per nessuno; adesso invece il pregio della legge è proprio quello di essere ad personam, cioè D’Alema dice “ o è ad personam o non la vogliamo, che a nessuno venga in mente di applicarla anche ad altri, quella legge si applica solo a lui”, questi sono i nuovi liberali, no? E l’altra cosa è che bisogna dialogare sulle riforme e cioè sull’unica riforma che naturalmente interessa al Cavaliere, il quale se ne stracatafotte del federalismo, delle riforme elettorali etc., l’unica cosa che gli interessa è avere più poteri per fare ancora di più i suoi porci e loschi comodi.
L’altro scopo della strumentalizzazione e dell’aggressione di domenica scorsa è quello che ormai, visto che Berlusconi è stato aggredito con le conseguenze cliniche che avete saputo, allora non bisogna più parlare dei processi e, possibilmente, non bisogna neanche più farglieli, come se ad una persona che sta sotto processo capitasse un incidente, si ripresentasse con il cerotto in faccia e il giudice le dicesse: “ah, va beh, visto che lei ha il cerotto in faccia, allora lasciamo perdere e aboliamo il processo” e i giornalisti che si occupano di cronaca giudiziaria non dovessero più occuparsi dei processi solo perché uno ha subito un incidente o un’aggressione. E’ evidente che non è così: se uno subisce un’aggressione si processa quello che l’ha aggredito, ma se anche l’aggredito aveva un processo, il processo appena quello sta meglio ovviamente segue. Invece dei processi non bisogna più parlarne e anzi, possibilmente non bisogna più farli, questa è la nuova regola, quindi in Parlamento stanno lavorando all’ennesimo inciucio per salvargli le chiappe e intanto si pretende anche che l’informazione la smetta di dire che Berlusconi è un piduista, che Berlusconi ha avuto rapporti con la mafia, che è un corruttore di giudice e di testimoni, l’ha detto proprio ieri, dice: “se continuano a dire che sono legato alla mafia, corruttore di giudici, corruttore di testimoni e cose di questo genere, è evidente che poi a qualcuno viene in mente di tirarmi qualcosa”, ma proprio per niente! Intanto non c’è nessun nesso tra quelli che raccontano i processi a Berlusconi o ai suoi amici per rapporti con la mafia e l’aggressione, come non c’è nessun nesso tra il raccontare che c’è un processo per corruzione di un testimone e che ce ne è già stato uno per corruzione di un giudice, quello della Mondatori, e il fatto che lui ha subito un’aggressione, altrimenti tutti quelli che hanno dei processi e finiscono sui giornali dovrebbero ricevere una statuetta del duomo in faccia: è assolutamente folle l’idea che la cronaca giudiziaria produca aggressioni e, in ogni caso, anche se le producesse bisognerebbe continuare a fare la cronaca giudiziaria, anche perché è un bel ricatto morale quello di dire ai giornalisti “ voi ignorate i processi al Presidente del Consiglio, perché altrimenti potrebbero tirargli qualcosa”, beh, allora che ci stiamo a fare noi giornalisti?! E’ evidente che stiamo assistendo a un replay della follia che è seguita all’aggressione al Premier.
Per cui, dato che tutti quanti stanno decidendo di mettersi d’accordo, salvo rarissime eccezioni quali la sinistra che sta fuori dal Parlamento e Di Pietro, che sono gli unici che hanno detto che non c’è alcun nesso tra l’aggressione al Premier e le riforme istituzionali, e ci mancherebbe altro, ci mancherebbe che Massimo Tartaglia diventasse la levatrice della nascita di una nuova costituente, ma siamo impazziti?! Affidiamo a uno squilibrato la decisione di quando e come bisogna fare le riforme? Diamo i numeri, no? E’ evidente che Tartaglia è contagioso soprattutto a sinistra, per altro.
Ma visto che il tentativo è questo, mettere la sordina ai processi, penso che sia giusto fin da oggi ricominciare a parlare dei processi al Cavaliere e delle inchieste sul Cavaliere e sui suoi cari, perché oggi vedete, anche un commentatore molto posato e molto moderato come Edmondo Berselli ha scritto su Repubblica una cosa che è di un candore come sempre è candida la verità: uno la legge e dice “beh, effettivamente è così”; dice, Berselli, “ignorare la realtà è una delle migliori specializzazioni del PDL- aggiungerei anche il PD- di fronte a ogni contestazione sui fatti in base a notizie circostanziate i portavoce della destra rispondono strillando contro i fomentatori di odio e i celebri mandanti morali, quando in realtà, di fronte a ciò che dicono – che so? – Marco Travaglio o Antonio Di Pietro, si tratterebbe solo di capire se è vero o se è falso, al di là della loro aggressività possono essere smentiti o no? Da parte dei combattenti della destra come Lupi o Cicchitto – mi scuso per i termini soprattutto con le signore in ascolto – non si è mai ascoltata una contestazione seria su fatti e episodi concreti. In questo modo la retorica nazionale sull’odio è diventata un dato di fatto, una specie di incontestata realtà ambientale. Berlusconi, che ha fabbricato una carriera politica proprio dividendo in due la società italiana, separando i nemici, i comunisti, dai cittadini perbene (il Partito dell’Amore), oggi può consentirsi di fare il benevolo padre della patria, augurandosi che da un male nasca un bene e che l’odio svanisca dalla politica”. Ecco, dobbiamo ricominciare a raccontare cose circostanziate, perché sappiamo che è quello che dà più fastidio a questi fascistelli che, questa settimana si sono scatenati con rastrellamenti mediatici, spedizioni punitive, manganellate a destra e a sinistra e liste di proscrizione. Sono i nuovi fascisti, quelli che marciano sulla televisione invece di marciare su Roma, così nessuno può loro neanche rispondere.
Eravamo rimasti, due settimane fa, al caso Spatuzza: quando sentono Spatuzza è come quando si sventola il drappo rosso davanti al toro, quindi ritorniamo a parlare di Spatuzza, perché secondo una certa vulgata Spatuzza è stato smentito da Filippo Graviano e conseguentemente è totalmente non credibile, ormai Spatuzza è archiviato. Naturalmente non è così: non è così, ma la settimana scorsa ci è mancato il tempo, proprio per il sopraggiungere delle notizie da Milano, per spiegare il perché. Per cui vorrei ripartire di lì, proprio perché ce l’eravamo già detta una cosa, cioè che Dell’Utri è stato condannato a nove anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa prima che parlasse Spatuzza, quindi non c’è bisogno di Spatuzza per condannare Dell’Utri anche in appello, se i giudici riterranno di farlo, perché il collegio di primo grado l’ha già condannato a nove anni di reclusione con l’interdizione dai pubblici uffici, risarcimenti alle parti civili etc., sulla base non di Spatuzza, che stava zitto e irriducibile in carcere, ma sulla base di altri 32 collaboratori di giustizia, 32, corroborati da una serie di prove documentali quali intercettazioni telefoniche, documenti, testimonianze di gente non mafiosa e quindi non pentita, di gente normale che ha visto o sentito delle cose, da perizie e consulenze tecniche sui flussi di denaro e cose di questo genere.
Spatuzza è la ciliegina sulla torta di un quadro probatorio già molto, molto, molto nutrito: il processo Dell’Utri è forse il processo più pieno di prove, un processo dove forse si potrebbe addirittura fare a meno dei pentiti e ottenere lo stesso una condanna, è il processo ideale per il magistrato che deve fare un dibattimento contro un colletto bianco legato alla mafia, esattamente come il processo Mills è il processo ideale per un processo di corruzione, perché? Perché hai già la confessione di uno dei due imputati, Mills , che aveva confessato davanti al suo commercialista per iscritto, quando non sapeva che quella lettera sarebbe finita, ovviamente, nelle mani dei giudici di Milano.

32 contro uno
Dell’Utri quindi è stato chiamato in causa da 32 collaboratori: Peter Gomez recentemente ha riepilogato questi collaboratori; c’è Antonino Calderone, quello che ha raccontato di aver festeggiato il suo quarantunesimo compleanno a Milano in un pranzo con tutti i mafiosi milanesi, presente Dell’Utri, i giudici gli hanno dato ragione, è vero, lo stesso Dell’Utri ha riconosciuto di aver partecipato al compleanno di Calderone, anche se dice che non lo conosceva.
Francesco Di Carlo è il boss di Altofonte, vi ho letto due settimane fa che cosa racconta sull’incontro tra Berlusconi e Stefano Bontade che suggella l’assunzione di Mangano a Arcore e prevede una specie di accordo bilaterale tra Berlusconi e la mafia, secondo il quale la mafia lo protegge e lui, ovviamente, si sdebiterà come gli chiederanno nel corso degli anni e poi racconta, Di Carlo, di aver partecipato a Londra al matrimonio di un altro mafioso trafficante di droga, Jimmy Fauci, matrimonio al quale presenziava anche Marcello Dell’Utri in un contesto mafiosissimo, nel senso che erano venuti a Londra i principali mafiosi dell’epoca anche dall’Italia, non solo Di Carlo, non solo il festeggiato e lo sposo, ma c’erano anche Tanino Cinà e Mimmo Teresi, uno dei capi più in vista della mafia dell’epoca e poi c’era Calogero Ganci, altro pentito il quale spiega che, fin dal 1986, la Fininvest ha versato denaro -e lui l’ha visto proprio con i suoi occhi – ai corleonesi e poi c’è Gaspare Mutolo, il quale è il famoso pentito che Borsellino stava coltivando, quando fu assassinato. Stava interrogando lui, quando fu chiamato al Viminale a fare quel famoso incontro, non si sa se con Mancino, con Parisi o con Contrada, ne abbiamo parlato: chi segue la vicenda dell’Agenda Rossa sa tutto di Mutolo. Ebbene, Mutolo è un altro grande accusatore, lui racconta che il famoso progetto di sequestrare Berlusconi negli anni 70 era fallito, perché era intervenuto il capo della mafia di Milano, Pippo Bono e di lì era iniziato il rapporto tra Berlusconi e Cosa Nostra, perché poi Berlusconi si era messo o era stato messo da Dell’Utri sotto la protezione e quindi nelle mani di Cosa Nostra e le stesse cose le hanno raccontate l’autista di Riina, Pippo Marchese e poi Antonino Galliano, altro mafioso della famiglia capeggiata dai Ganci, cioè della famiglia Della Noce. Poi c’è Pietro Cozzolino, che è un pentito di Camorra, un trafficante di droga che era in società con le famiglie Bontade e anche con la famiglia capeggiata da Mangano, la famiglia di Porta Nuova, il quale dice che suo fratello nel 79 gli raccontò che ben 74 miliardi frutto dello spaccio di droga erano stati affidati a Dell’Utri per reinvestirli e su questo non ci sono riscontri. Poi ci sono altri mafiosi, anzi amici dei mafiosi: Peppe D’Agostino e Salvatore Spataro, che vengono arrestati il 27 gennaio 1994 insieme ai fratelli Graviano, che hanno organizzato la strage di Via D’Amelio e le stragi del 93. Questi qua tirano in ballo Dell’Utri, dicendo che avrebbe dovuto trovare un lavoro per D’Agostino, che era una delle persone con cui stavano i Graviano quando furono arrestati e, guarda un po’, nelle agende di Dell’Utri c’è proprio il nome di D’Agostino, che è, se non erro, ne sono praticamente sicuro, il papà di un famoso calciatore che gioca ancora oggi in serie A e che, secondo altri e secondo i giudici del Tribunale di Palermo, doveva essere sistemato nei pulcini del Milan da Dell’Utri proprio su raccomandazione degli uomini del clan Graviano. Poi c’è Tullio Cannella, che era il prestanome del genero di Riina, Leoluca Bagarella, implicitissimo nelle stragi: Cannella è quello che fonda il movimento politico Sicilia Libera, con cui Dell’Utri aveva rapporti, risulta dalle agende e risulta anche da alcune telefonate che lui fa, sono i tabulati di cui parla Genchi, perché Genchi ha incrociato quei tabulati. Ebbene, Cannella parla anche lui di un accordo tra la mafia e Forza Italia nel 93 /94. Poi c’è Filippo Rapisarda, un finanziere amico di Ciancimino e amico dei numeri uno del traffico di droga nel mondo, il clan Cuntrera Caruana, per il quale Dell’Utri ha lavorato per anni, gli ha fatto pure una bancarotta nel suo gruppo finanziario e Rapisarda racconta che Dell’Utri era amico di Stefano Bontade, di Mimmo Teresi, di Ugo Martello e di altri celebri boss degli anni 70 e, a un certo punto, dice che nel 79 Bontade gli disse che stava diventando socio di Berlusconi nelle sue televisioni. Di questo accordo parla anche un altro pentito, un pentito di altissimo livello, che è un medico democristiano che si chiama Gioacchino Pennino, sempre anche lui del clan dei Brancaccio e poi ci sono altri pentiti, come il Vicecapo della famiglia Della Noce Francesco Paolo Anselmo, il quale dice che, tramite Dell’Utri e Berlusconi, Riina voleva arrivare a Craxi e poi c’è Maurizio Avola, che è un mafioso catanese il quale lavorava, ovviamente, con il boss Nitto Santa Paola e dice di incontri tra Dell’Utri e i mafiosi nel catanese per placare le ire della mafia, che aveva deciso di mettere bombe nei supermercati della Standa, quando la Standa era di proprietà della Fininvest. E poi c’è Salvatore Cancemi, che è il più importante dei pentiti che abbiamo avuto finora, perché è l’unico membro della cupola, il primo e l’unico membro della cupola di Costa Nostra a collaborare con la giustizia fin dal 1993, quindi all’indomani delle stragi del 93 lui o viene preso o si consegna, non si è mai capito e comincia a raccontare e parla anche di Dell’Utri e di Berlusconi. Racconta che a Ancore, negli anni 70, Mangano nascondeva i mafiosi, cioè nascondeva i latitanti nella casa di Berlusconi, altro che stalliere! E che Dell’Utri era amico di Bontade e Teresi, ma questo lo dicono in tantissimi, ormai praticamente è un fatto notorio e poi, dopo aver raccontato di alcune consegne di denaro a cui dice di essere stato presente, parla di contributi della Fininvest alla mafia per installare alcuni ripetitori televisivi nei quartieri più mafiosi di Palermo e, dopodichè, racconta che Riina garantì che le stragi le stava facendo nell’ambito di un rapporto più ampio con alcune persone importanti, che erano Berlusconi e Dell’Utri. Poi c’è Salvatore Cucuzza, che è il capo della famiglia di Porta Nuova, dopo che Mangano viene nuovamente arrestato nel 1995 e dice che i primi del 94 Mangano incontrò Dell’Utri per sollecitare degli interventi sul 41 bis e che i due si videro alla fine del 94, proprio mentre stava per cadere il governo Berlusconi, e Dell’Utri avrebbe promesso a Mangano, sul lago di Como, delle riforme favorevoli alla mafia e, in effetti, in quei giorni la Commissione Consiliare giustizia varò una riforma che aboliva l’obbligatorietà per l’arresto dei mafiosi, che prima era obbligatorio e poi diventò facoltativo e la legge fu approvata, come sempre per tutte le leggi pro impunità, da destra e sinistra insieme nell’estate del 95. Poi c’è Giovanbattista Ferrante, che era della cosca di San Lorenzo e che ha fatto trovare non solo l’arsenale delle armi della famiglia di San Lorenzo, che era capitanata da Salvatore Biondino, l’altro autista di Riina, ma ha anche fatto trovare il libro mastro della famiglia dei San Lorenzo durante una perquisizione e, sul libro mastro, c’era un appunto con sopra scritto di pugno del boss, Salvatore Biondino, fedelissimo di Riina, “Can. 5”, che sta per Canale 5, “ 990”, che sta per 1990 e poi c’è una cifra, credo 100, ma adesso non mi ricordo esattamente, che è una cifra di un versamento, non si sa se mensile, semestrale o annuale, che la Fininvest faceva a alcune delle famiglie dei luoghi dove sorgevano le antenne. C’è proprio.. e poi di fianco c’è scritto “ regalo”, perché sia chiaro che non era il pizzo, cioè alla Fininvest non c’era bisogno di chiedere il pizzo, erano versamenti omaggio, erano regali, questo c’è scritto e, anche questa, secondo i giudici, è la conferma di tutto quello che si è sempre detto anche sui rapporti finanziari della Fininvest o di alcuni dirigenti con la mafia.
Poi c’è Filippo Malvagna, che è un altro mafioso catanese della famiglia clan Pulvirenti, alleati dei Santa Paola, il quale dice che in una riunione della cupola tenuta a Enna tra la fine del 91 e l’inizio del 92 Riina spiegò che stavano saltando tutti i referenti politici della mafia, e che bisognava in qualche modo sostituirli. E poi c’è Giovanni Brusca, il quale sostiene che nel 93 la mafia informò Berlusconi di avere messo una bomba a Firenze, la famosa bomba di Via Dei Georgofili alla Torre dei Pulci e di avergli anche fatto sapere che della trattativa tra lo Stato e la mafia che era in corso da un anno sapeva anche la sinistra, la sinistra era il centrosinistra Prima Repubblica, che faceva parte del governo Amato, sotto il quale si svolse appunto la trattativa tra i Ros dei Carabinieri all’epoca, quando era Ministro dell’Interno Nicola Mancino.
Questo è un po’ il quadro nel quale si inserisce, buon ultimo, Spatuzza, quindi capite che non c’è bisogno di Spatuzza, perché abbiamo – poi lo vedremo nelle prossime settimane – anche intercettazioni: non soltanto quelle famose della bomba gentile e affettuosa che, secondo Berlusconi, Mangano gli aveva messo in casa due volte, una nel 75 e una nell’86, ma anche le intercettazioni recentissime del 99 e del 2001, dalle quali risulta che c’erano i mafiosi attivissimi nella campagna elettorale pro Dell’Utri, e non perché gli stesse simpatico, ma perché c’era proprio un input della mafia a votare Dell’Utri, addirittura per salvarlo dall’arresto, visto che nel 99 pendeva sulla sua testa un ordine di cattura del Tribunale di Palermo che il Parlamento bloccò, maggioranza di centrosinistra – ripeto: maggioranza di centrosinistra – che disse no all’arresto di Dell’Utri, che stava inquinando le prove del suo processo per mafia, andando addirittura a contattare personalmente i pentiti, pentiti che in quel periodo stavano architettando un complotto proprio per screditare i pentiti veri, che accusavano Dell’Utri nei vari processi.
Che c’entra Berlusconi in tutto questo? Sapete che una delle tecniche più efficaci è quella di esagerare fino al parossismo un’accusa in modo da renderla non credibile e poi presentarla in quell’esagerazione con il sorriso sulle labbra. Spatuzza dice che Berlusconi è il capo della mafia e ha messo le bombe nel 92 e nel 93: ah, ah, ah, vi pare possibile che Berlusconi sia il capo della mafia e abbia messo le bombe? E’ un po’ come quando dicevano che, secondo i pentiti, Andreotti era il capo della mafia o che aveva baciato Riina, dice “ ma come fa a baciarlo con quella bocca, che non ha neanche le labbra?”, nessuno ha mai raccontato che Andreotti abbia baciato Riina, il racconto del pentito Di Maggio è che Riina ha salutato Andreotti baciandolo, ovviamente sulle guance, che è un segno rituale di vicinanza tra il mafioso e il quasi mafioso, tra il mafioso e l’amico della mafia, è un segno di riconoscimento, tant’è che Ciccio Ingrassia, che non è soltanto un grande attore comico, ma è anche un grande attore drammatico e, soprattutto, era un profondo conoscitore dei rituali della sicilianitudine, disse “ non so se si sono incontrati Riina e Andreotti, ma se si sono incontrati sicuramente Riina ha baciato Andreotti, perché è così che si fa in quegli ambienti”. Ebbene, ci raccontarono che Andreotti aveva baciato Riina e ci raccontarono che qualcuno diceva che Andreotti era il capo della mafia, ma non l’ha mai detto nessuno, l’accusa diceva che Andreotti partecipava all’associazione a delinquere chiamato a Cosa Nostra, perché a un certo punto, all’inizio degli anni 70, fino sicuramente agli anni 80 e poi a scemare con una progressiva presa di distanza, aveva utilizzato la mafia e era stato utilizzato dalla mafia per rafforzare sé stesso e la sua piccola corrente, che in Sicilia aveva il massimo dei consensi e, dall’altro lato, aveva contribuito a rafforzare la mafia con incontri tra lui e alcuni boss, quali Riina, Badalamenti, Stefano Bontade e altri. Questa era l’accusa che, alla fine, si è rivelata credibile almeno fino al 1980, come sapete.

Ben parlare è ben pensare
Adesso dicono “ eh, Spatuzza dice che Berlusconi è il capo della mafia e ha messo le bombe”, ma Spatuzza non ha mai detto né la prima, né la seconda cosa, Spatuzza dice due cose: dice “alla fine del 93 , dopo che avevamo messo le bombe a Roma, a Firenze e a Milano, io chiesi al mio capo Giuseppe Graviano – attenti ai nomi, eh, perché ci sono due Graviano: Giuseppe e Filippo, che sono fratelli, Filippo è il primogenito, Giuseppe è il secondogenito, chi è il capo militare del clan di Brancaccio?
Giuseppe, il secondogenito, Filippo si occupa degli investimenti, dei soldi e degli aspetti finanziari, per cui le stragi e i delitti li ordina Giuseppe, Spatuzza è il killer preferito da Giuseppe.- Alla fine del 93 Giuseppe e Spatuzza – questa è la versione di Spatuzza – si incontrano e Spatuzza gli dice “ ma che guerra stiamo facendo? Ma per chi la stiamo combattendo? Che senso ha andare a mettere bombe in giro per l’Italia?”, cosa che i mafiosi non avevano mai fatto, non erano mai usciti dalla Sicilia con i loro attentati, “ perché abbiamo ucciso una bambina di cinque anni che passava in Via dei Georgofili? Che guerra è, per chi la stiamo facendo?” questo è il senso, non è una mammoletta, Spatuzza ha già ammazzato 40 persone, ha già sciolto il figlio di un pentito nell’acido, ma quello per un mafioso, per un killer mafioso è il suo mestiere, che cosa c’entra andare a mettere bombe per la strada? Questo è il senso. “ Contro chi stiamo combattendo: contro i monumenti, contro le accademie, contro i padiglioni di arte moderna, contro le basiliche? Che guerra è questa?” e Giuseppe Graviano gli risponde più o meno così: “ non capisci niente di politica, c’è un discorso politico che sta andando avanti, che è legato a queste stragi. Tra poco capirai” e Spatuzza racconta che si rivedono due mesi dopo, a gennaio del 94, a due mesi dalle elezioni del marzo del 94, quando Berlusconi manca solo che faccia il comunicato televisivo, il famoso comunicato, ma tutti sanno che sta scendendo in politica e gli dice “ hai visto – al Bar Donei di Via Veneto a Roma – il nostro compaesano – lui interpreta Dell’Utri- e Berlusconi stanno entrando in politica e così noi ci mettiamo l’Italia nelle mani” e Spatuzza capisce; per capire ancora meglio dice “ ma chi: Berlusconi quello di Canale 5?” e l’altro gli dice “ quello di Canale 5”, queste sono le cose che dice Spatuzza. Potrebbe esagerare, potrebbe raccontare – che ne so? – di aver visto degli incontri tra Berlusconi e i Graviano o tra Dell’Utri e i Graviano, ma non lo dice, perché? Perché evidentemente racconta soltanto quello che ha visto e sentito dire: basta questo per far condannare Berlusconi e Dell’Utri? Neanche per sogno, è un altro tassello a tutte quelle cose che ci siamo detti prima, è così che si fanno i processi quando non si ha la confessione dell’imputato, cosa piuttosto rara.
Dopodichè, come vuole la prassi, al processo vengono sentiti i fratelli Graviano tutti e due: perché? Perché Spatuzza parlava anche di Filippo, con il quale lui non aveva rapporti di dipendenza, però lo incontrò in carcere a Tolmezzo dopo che Filippo aveva avuto un infarto. Filippo si lamentò per il 41 bis e poi gli disse “ guarda – siamo tra il 2003 e il 2004, cinque anni fa – o arrivano le cose che devono arrivare da dove devono arrivare per noi (cioè benefici, qualcuno che allevii quel trattamento penitenziario duro) oppure dovremo cominciare a parlare anche noi con i giudici, dillo a Giuseppe”. Quando sentono al processo Dell’Utri Filippo, gli chiedono se lui ha parlato a Tolmezzo con Spatuzza e lui dice “ sì”, dice “ gli ha detto quella cosa, per cui se non arrivano..” e lui dice “ no, non gliela ho detta”, dopodichè aggiunge di non doversi pentire di nulla e di non essere un collaboratore di giustizia, è un mafioso irriducibile come Riina, come Provenzano, come Bagarella etc.. Che valore può avere la parola di un mafioso irriducibile, rispetto a quella di un collaboratore di giustizia? Lo decideranno i giudici, ma sicuramente vale meno la parola di un boss, altrimenti Falcone e Borsellino non avrebbero mai processato un mafioso, perché ogni volta che parlavano con Buscetta avrebbero dovuto andare a chiedere conferma a Pippo Calò o a Luciano Liggio, dice “ signor Liggio, signor Calò, che ne dite di quello che ci ha raccontato Buscetta?”, “ tutte minchiate”, “ ah, va beh, buttiamo via tutto”, è evidente che i processi non si fanno così. E’ chiaro che la parola del collaboratore di giustizia, se è riscontrata, è una prova, mentre invece la parola del mafioso irriducibile che smentisce il pentito è assolutamente naturale, ci mancherebbe che fosse il contrario! Vanno poi a chiedere al Graviano giusto se quelle cose dette da Spatuzza su Dell’Utri e Berlusconi sono vere o false, perché quando Filippo dice “ non conosco Berlusconi e Dell’Utri”, quella non è una smentita a Spatuzza, perché quest’ultimo non ha mai detto che Filippo ha conosciuto Berlusconi o Dell’Utri o abbia parlato loro di Berlusconi o Dell’Utri, ha detto “ Giuseppe”, infatti vanno da Giuseppe e quest’ultimo, tramite l’Avvocato, potrebbe subito smentire Spatuzza dicendo “ le dichiarazioni di Spatuzza sono tutte balle”, chiuse le virgolette, punto e fine, “ non intendo aggiungere altro”. Invece che cosa fa Giuseppe? Dice “ non sto bene a causa del 41 bis, spero di stare meglio”, cioè spero che me lo levino, “ se me lo levano sarà mio dovere parlare”, quindi non ha affatto smentito Spatuzza: chi ha detto “ non conosco Berlusconi e Dell’Utri” è il Graviano sbagliato, cioè Filippo, Giuseppe ancora non ha detto né se è vero né se non è vero, dopodichè quello che dirà lui non varrà quanto quello che dice Spatuzza, perché? Perché anche Giuseppe Graviano in questo momento non è un collaboratore di giustizia, è uno che fa capire che potrebbe diventarlo e sta avviando una trattativa a cielo aperto, sotto la luce del sole. In tv abbiamo visto la trattativa: Dell’Utri che si affretta a elogiare Filippo, dicendo “ in questo uomo vedo un segnale reale di ravvedimento”, e per forza, non parla! Mentre invece Spatuzza che parla è un infame che racconta minchiate, mentre Mangano che non parlava è un eroe! Dall’altra parte c’è Giuseppe Graviano che ha messo il governo in una situazione difficilissima, perché? Perché dice “ parlerò se mi levate il 41 bis”, ma potrebbe anche decidere di parlare se non glielo levano di questo passo e conseguentemente, se glielo levano, lui che cosa dirà? Mettete che parli, finché parla e conferma Spatuzza o lo smentisce vale poco, se non si pente, ma se portasse qualche elemento di riscontro alle parole di Spatuzza? Vedete che c’è una trattativa sotto la luce del sole, sotto i riflettori tra lo Stato e la mafia e in televisione che cosa ci tocca sentire? Vinzolini che dice che ora che ha parlato Graviano quelle di Spatuzza sono tutte balle! Non so se vi è chiaro il teorema, ma ci stanno dicendo che Berlusconi e Dell’Utri non c’entrano con la mafia perché l’ha detto Filippo Graviano, cioè perché l’ha detto la mafia, pensate che alibi sono riusciti a trovare! Dobbiamo sentirci tutti veramente molto tranquilli! Dopodichè qualcuno ci dice che, poiché Graviano ha parlato dopo Spatuzza e ha detto “ non conosco Dell’Utri e Berlusconi” (Filippo), allora ha smentito Spatuzza e se invece li facevano parlare all’incontrario, ossia facevano parlare prima Filippo Graviano e poi Spatuzza, che cosa avrebbero detto i giornali e i telegiornali: che Spatuzza, essendo arrivato per ultimo, aveva smentito Filippo Graviano che aveva parlato per primo? Ma guardate che i processi non sono una gara a chi arriva ultimo e ha l’ultima parola, i processi sono dichiarazioni giustapposte che poi spetterà ai giudici soppesare a seconda del loro valore e dei loro riscontri, è di questo che non vogliono che parliamo più e voi lo capite perché non vogliamo che ne parliamo più, perché purtroppo sono cose altissimamente probabili, visto che quello che hanno già stabilito i giudici di primo grado, senza che neanche cominciasse a parlare Spatuzza e quindi noi, dato che loro non vogliono che le diciamo, continueremo a dirle nonostante tutte le intimidazioni. Mi raccomando, ricordatevi che è in edicola l’intervista nascosta di Paolo Borsellino con le telefonate tra Berlusconi e Dell’Utri a proposito degli attentati attribuiti a Mangano e ricordatevi anche che adesso, dalla fine di quest’anno e con l’inizio del prossimo, c’è sul blog di Grillo la possibilità di acquistare il Democrazya, cioè democrazia scritto con il crazy, che è una specie di riassunto dell’anno 2009, dell’anno politico del 2009 con pezzi di Passaparola e, soprattutto, filmati di attualità sui principali avvenimenti dell’anno che si sta concludendo. Passate parola e buona settimana.

Antimafia Duemila – La reincarnazione di Cosa Nostra

Fonte: Antimafia Duemila – La reincarnazione di Cosa Nostra.

di Giorgio Bongiovanni – 7 dicembre 2009

Le catture di Provenzano, Di Gati, Franzese, i Lo Piccolo, La Causa, Raccuglia e infine di Nicchi e Fidanzati ci indicano che Cosa Nostra si affaccia finalmente al suo epilogo. Si potrebbe tranquillamente dire che la mafia siciliana, così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi sia a rischio estinzione, ma il merito di questo eccellente risultato non è certo del governo.
Sono i ragazzi delle squadre operative che lavorano a dispetto di qualsiasi difficoltà e pericolo, coordinati dai magistrati, ad aver dato un colpo decisivo a Cosa Nostra. Appropriarsi del frutto del loro sacrificio conseguito in assenza di uomini, mezzi, giusto compenso è da vigliacchi, ipocriti e stupidi, caro il nostro signor Berlusconi. Al massimo ci si potrebbe complimentare con il ministro Maroni che le forze dell’ordine, bene o male, le rappresenta.
Constatata questa premessa, tuttavia, ci troviamo di fronte ad un gigantesco “ma”.
Cosa Nostra, ci insegna la storia, così come la gramigna è stata in grado sempre di riprodursi e di reincarnarsi.
Matteo Messina Denaro rappresenta la continuità con il passato e potrebbe essere l’elemento di riorganizzazione, ma se non lui lo sarà di certo un altro pronto a prendere il suo posto nella buona probabilità che venga preso da un momento all’altro.
Non si tratta di pessimismo, e nemmeno di voler minimizzare i successi indubbi di questi straordinari ragazzi cui va tutta la nostra gratitudine, ma la cattura di questi latitanti significa aggredire il problema a partire dall’effetto e non dalla causa.
Il Potere che ha dato potere a Cosa Nostra infatti è rimasto pressoché intatto, i legami e i patti non sono stati minimamente scalfiti. I pochi potenti sfiorati dall’azione repressiva i vari Andreotti (seppur ritenuto colpevole di relazioni durature con Cosa Nostra fino al 1980, reato prescritto), Dell’Utri e Berlusconi (il primo condannato in primo grado e l’altro per ora ancora archiviato) sono rimasti lì dov’erano, così come molti altri; l’agenda rossa di Paolo Borsellino è ancora un mistero e nessun processo si prepara ad accertare nemmeno le prove emerse; l’ambito della massoneria deviata più volte indicata nelle operazioni di terrorismo politico e mafioso, a parte la parentesi di Gelli, è a tutt’oggi inesplorato, per non parlare dell’impotenza dello Stato di fronte al fenomeno del riciclaggio, l’imbattuto cavallo di Troia con cui l’economia mafiosa invade quella legale. Non solo non si è ottenuto quasi nessun risultato sul punto, ma lo si è incoraggiato con lo scudo fiscale, il più vergognoso dei regali di Natale all’essenza delle criminalità: il potere di comprare e corrompere chiunque e qualunque cosa.
I mafiosi dunque, da distinguere dagli uomini d’onore di Cosa Nostra, come mi disse a suo tempo il pentito Salvatore Cancemi, possono già, in qualunque momento, e questa è la mia personale opinione, ripianificare la nuova base militare dell’organizzazione.
Nostre fonti ci dicono che sono già pronti nuovi potenziali capi ansiosi di dimostrare di essere in grado di sostituire i Lo Piccolo, i Fidanzati, i Nicchi. Dov’è la difficoltà?
Il vero nodo invece è sempre lo stesso. Se si vuole davvero distruggere Cosa Nostra, le mafie, vanno smantellati i centri di potere, gli ibridi connubi tra politica, servizi e massoneria deviata, banche compiacenti (vedi alla voce Ior) grandi gruppi economici e finanziari.
E’ qui dentro che vanno cercati i mandanti esterni delle stragi.
Per questo tanta preoccupazione per le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino. Il primo è stato forse più facile da attaccare e distruggere, con il secondo invece, che ha consegnato carte a quanto sembra molto compromettenti e che non ha le mani sporche di sangue ci si dovrà forse muovere con più cautela.
Forse loro potranno ostacolare la reincarnazione di Cosa Nostra, ma c’è anche chi la potrebbe fermare del tutto. Sono Riina, Provenzano o i fratelli Graviano.
Signori, voi che state pagando il conto per tutti, avete una grande opportunità: potete impedire di far rinascere sulla vostra croce una nuova Cosa Nostra al servizio del potere che vi ha tradito.