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Il colonnello del Quirinale nella trattativa

Fonte: Il colonnello del Quirinale nella trattativa.

Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Perquisì la casa di Ciancimino ma gli sfuggì il “papello” Stato-Mafia

Tutti insieme appassionatamente. Ufficiali in divisa, intermediari, capi mafiosi e “aiutanti”: tutti protagonisti a partire dal 1992 della trattativa tra Cosa nostra e lo Stato. Sarebbero una decina, fino a questo momento, le persone indagate dalla procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta sul negoziato, dai contorni ancora oscuri, tra i rappresentanti delle istituzioni e i boss corleonesi aperto nel periodo a cavallo tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio.

IL COLONNELLO. Da oggi nel fascicolo dei pm Paolo Guido e Nino Di Matteo c’è anche il nome di un colonnello dei carabinieri, in servizio presso il nucleo del Quirinale: Antonello Angeli, indagato per favoreggiamento: “Per aver aiutato diversi soggetti coinvolti nella trattativa, omettendo di sequestrare i documenti” rinvenuti nella villa all’Addaura di Massimo Ciancimino, durante la perquisizione del 17 febbraio 2005. Tra questi c’era anche il famigerato “papello” custodito con altre carte all’interno di una cassaforte, che non fu neppure aperta.


Con il colonnello Angeli sono indagati il generale Mario Mori e il suo ex braccio destro Giuseppe De Donno, quest’ultimo sospettato – in base all’articolo 338 del codice penale – di violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. All’ex ufficiale del Ros viene contestata anche l’aggravante dell’articolo 339 del codice penale, che sanziona l’aver commesso il fatto in piu’ di 10 persone. Altri indagati nella stessa inchiesta sono i boss corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano, e il “mediatore” Antonino Cinà, il medico di Riina che fece da postino tra i boss e don Vito Ciancimino, consegnando proprio al figlio Massimo il foglio con la lista dei benefici che Cosa nostra pretendeva in cambio della fine dello stragismo: richieste, sostiene Massimo, da far pervenire agli ufficiali del Ros. Tra gli indagati per la trattativa sembra ci siano anche il misterioso Carlo-Franco, i due agenti dei servizi riconosciuti da Massimo Ciancimino, e con tutta probabilità lo stesso figlio di don Vito che nella vicenda, per sua stessa ammissione, ha svolto un suo ruolo più che significativo. E’ lui, Massimo, l’unico che su quel negoziato non risparmia notizie e particolari. Il suo racconto è la ricostruzione di una serie di incontri tra il padre e i carabinieri del Ros, culminata con la consegna del “papello” da parte di Totò Riina e la successiva cattura di quest’ultimo al centro di Palermo. Gli altri indagati sembrano molto meno loquaci. Interrogati ieri dai pm di Palermo, l’ex ufficiale del Ros De Donno e il colonnello Angeli hanno preferito avvalersi della facoltà di non rispondere. L’ufficiale dei carabinieri in servizio presso la Presidenza della Repubblica si è presentato al Palazzo di giustizia ieri mattina, accompagnato dal suo difensore di fiducia, l’avvocato Salvatore Orefice; e quando i pm Guido e Di Matteo gli hanno contestato l’accusa di favoreggiamento, fornendo come elementi di prova le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ha preferito tacere. Il figlio di don Vito ha raccontato che quella cassaforte, contenente importanti documenti relativi alla trattativa, era ben visibile ma non e’ stata ispezionata. Secondo gli inquirenti, il comportamento di Angeli sarebbe stato finalizzato proprio ad evitare il ritrovamento di manoscritti dell’ex sindaco e altre prove che avrebbero potuto documentare il negoziato condotto dagli esponenti del Ros.

LA TELEFONATA. Ciancimino ha raccontato che quel giorno, il 17 febbraio del 2005, si trovava a Parigi quando ricevette una telefonata dal fratello che lo avvisava che c’era in corso una perquisizione nella sua abitazione dell’Addaura. Ciancimino ha poi aggiunto che gli fu passato al telefono il capitano dei carabinieri che coordinava la perquisizione (Massimo lo indica come “il capitano Angelini o Gentilini”) al quale lui disse di rivolgersi al custode della casa, Vittorio Angotti, per qualsiasi necessità, compresa la disponibilità di chiavi utili alla perquisizione. Il figlio di don Vito ha detto che a quel punto parlò al telefono con Angotti e gli chiese se i carabinieri avessero visto la cassaforte. Angotti – ha concluso Massimo nel verbale del 30 luglio 2009 – rispose che i militari non avevano chiesto nulla . Nella cassaforte, secondo Ciancimino jr, oltre a denaro contante e ad alcuni orologi di pregio, c’era anche il “papello”.
Anche De Donno, che da qualche anno ha lasciato l’Arma, ieri ha preferito non parlare. Secondo Ciancimino jr, De Donno sarebbe stato protagonista degli incontri con Vito Ciancimino e i boss per fermare la stagione delle stragi del 1992. Tra le fonti di prova che i pm hanno elencato all’ex capitano del Ros, anche le testimonianze dell’ex guardasigilli Claudio Martelli e dell’ex direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia, Liliana Ferraro. Quest’ultima, nell’autunno scorso, raccontò ai pm di essere stata avvicinata da De Donno in un arco di tempo tra il 21 e il 28 giugno del ’92. In quell’incontro l’ex ufficiale le avrebbe comunicato che il Ros aveva avviato ”un’iniziativa investigativa” con Vito Ciancimino. Notizia che la Ferraro passò poi a Borsellino il 28 giugno. Tre settimane prima che il giudice fosse assassinato.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2010)

La cassaforte invisibile del ‘papello’


Palermo, 11 marzo 2010.
Tutto nasce da una perquisizione in una villetta al  numero 3621 di lungomare Cristoforo Colombo a Palermo, all’Addaura, al confine con Mondello. È il 17 febbraio del 2005 la casa è quella di Massimo Ciancimino che è indagato per riciclaggio. Lui è fuori città e viene informato della perquisizione. Comunica al personale in casa di collaborare ed aprire la cassaforte .

Passano gli anni ed è Massimo Ciancimino, interrogato dai magistrati, a tornare su quella perquisizione. Come mai, si chiede, non fu vista e non fu aperta la cassaforte? Si trattava pur sempre di una indagine per riciclaggio.

Ciancimino  racconta ai magistrati che in quella cassaforte si trovava sia il cosiddetto ‘papello’, cioè le richieste di Cosa Nostra nella trattativa con  uomini dello Stato  per interrompere le stragi, sia  il ‘contro-papello’, le proposte di Vito Ciancimino. Eppure nel verbale della perquisizione non c’è traccia di quella cassaforte e del suo contenuto.

Il 30 luglio dello scorso anno i sostituti procuratori Di Matteo e Scarpinato tornano in quella villetta e si rendono conto che quella cassaforte era impossibile non vederla.

Il 10 marzo di questo anno viene sentito il maggiore Antonello Angeli, responsabile di quella perquisizione: è accusato di favoreggiamento aggravato per avere aiutato  più persone ad eludere le investigazioni “in merito alla vicenda della cosiddetta trattativa tra i vertici di Cosa Nostra e rappresentanti dello Stato omettendo dolosamente di sequestrare  documenti di evidente interesse processuale” .

A favore di questa accusa non ci sarebbero  solo l’ispezione dei magistrati dello scorso luglio e le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ma anche le dichiarazioni di altri testi su quanto è accaduto durante e successivamente la perquisizione. In altre parole, qualcuno tra i partecipanti a quella perquisizione avrebbe raccontato che il cosiddetto papello che per il generale Mori non sarebbe mai esistito, in realtà fu  trovato, ma rimesso nella cassaforte da dove era stato preso.

Né del papello, né della cassaforte fu mai fatta menzione.

Davanti alle contestazioni dei magistrati il maggiore Antonello Angeli, ora in forze al gruppo dei Carabinieri per la sicurezza del Presidente della Repubblica, ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. Stessa decisione è stata presa dal Colonnello Giuseppe De Donno.

Maurizio Torrealta (Rainews24, 11 marzo 2010)

Ciancimino, accuse a Forza Italia: “Frutto della trattativa con la mafia”

Fonte: Ciancimino, accuse a Forza Italia: “Frutto della trattativa con la mafia”.

Massimo Ciancimino torna in aula, al processo che vede imputato il generale Mario Mori di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, e accusa: “La trattativa Stato mafia proseguì anche dopo il 1992”. Un pizzino di Provenzano diretto a Dell’Utri e Berlusconi.

PALERMO – “Nel 1994, l’ingegner Lo Verde, alias Bernardo Provenzano, mi fece avere tramite il suo entourage una lettera destinata a Dell’Utri e Berlusconi. Io la portai subito a mio padre, che all’epoca era in carcere. Mi disse che con quella lettera si voleva richiamare Berlusconi e Dell’Utri, perché ritornassero nei ranghi. Mio padre mi diceva che il partito di Forza Italia era nato grazie alla trattativa e che Berlusconi era il frutto di tutti questi accordi”.

Massimo Ciancimino torna nell’aula bunker di Palermo, al processo che vede imputato l’ex generale del Ros ed ex capo dei servizi segreti Mario Mori di aver protetto la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Antonio Ingroia, il figlio dell’ex sindaco, ha ripercorso il contenuto di un pizzino che ha consegnato nei mesi scorsi ai magistrati di Palermo.

“E’ rimasta solo una parte di quella lettera – dice Ciancimino – eppure, fino a pochi giorni prima della perquisizione fatta dai carabinieri nel 2005 a casa mia, nell’ambito di un’altra indagine, il documento era intero. Ne sono sicuro. Non so cosa sia successo dopo”.

In ciò che è rimasto nella lettera si legge: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”. Il “triste evento” sarebbe stato un atto intimidatorio nei confronti del figlio di Silvio Berlusconi.

Massimo Ciancimino spiega: “Provenzano voleva una sorta di consulenza da parte di mio padre: questo concetto di mettere a disposizione le reti televisive l’aveva suggerito proprio lui a Provenzano, qualche tempo prima. Mio padre si ricordava di quando Berlusconi aveva rilasciato un’intervista al quotidiano Repubblica. Diceva che se un suo amico fosse sceso in politica lui non avrebbe avuto problemi a mettere a disposizione una delle sue reti”.

Vito Ciancimino avrebbe poi rielaborato la lettera di Provenzano: Massimo Ciancimino ha consegnato questa mattina al tribunale il secondo foglio della bozza scritta dal genitore. “La lettera è indirizzata a Dell’Utri e per conoscenza al presidente del consiglio onorevole Silvio Berlusconi – spiega il testimone – io fui incaricato di riportarla a Provenzano. Poi non so che fine abbia fatto e se sia stata consegnata”.

Insorge in aula l’avvocato Piero Milio, uno dei legali del generale Mori: “Cosa c’entrano questi argomenti con il processo, che si occupa della presunta mancata cattura di Provenzano nel 1995 a Mezzojuso, provincia di Palermo?”. Il presidente della quarta sezione del tribunale, Mario Fontana, respinge l’opposizione e invita il pubblico ministero Ingroia a proseguire nelle domande: “ E’ comunque importante accertare cosa sia avvenuto eventualmente prima o dopo”, dice.

Secondo la ricostruzione di Massimo Ciancimino, fatta propria dalla Procura, la trattativa fra mafia e Stato condotta durante le stragi del 1992 avrebbe avuto una “terza fase”: “A Vito Ciancimino, nel rapporto con Cosa nostra, si sarebbe sostituito Marcello Dell’Utri”, è l’accusa del figlio dell’ex sindaco. Che aggiunge: “Mio padre mi disse che fra il 2001 e il 2002 Provenzano aveva riparlato con Dell’Utri”.

La “bozza Ciancimino” ha un passaggio in più rispetto al documento sequestrato nel 2005. E’ scritto nel finale: “Se passa molto tempo e non sarò indiziato del reato di ingiuria sarò costretto ad uscire dal mio riserbo che dura da anni e convocherò una conferenza stampa”. Chiede il pubblico ministero Nino Di Matteo: “Cosa sua padre minacciava di svelare?”.

Risponde Ciancimino junior: “L’origine della coalizione che aveva portato in politica Silvio Berlusconi”. Chiede ancora il pm: “A quando risaliva la bozza?”. Ciancimino: “Il 1994-1995”.

I SERVIZI SEGRETI Nell’audizione di Massimo Ciancimino torna il misterioso “signor Franco”, l’agente dei servizi segreti che secondo Ciancimino junior sarebbe stato in contatto con il padre e con Provenzano. “Dopo un’intervista con Panorama, in cui emergeva in qualche modo un mio ruolo nell’arresto di Riina, il signor Franco mi invitò caldamente a tacere e a non parlare più di certe vicende perché tanto non sarei mai stato coinvolto e non sarei mai stato chiamato a deporre. Cosa che effettivamente avvenne – accusa Ciancimino junior – visto che fino al 2008, quando decisi di collaborare con i magistrati, nessuno mi interrogò mai”. Anche durante gli arresti domiciliari Massimo Ciancimino avrebbe ricevuto una strana visita: “Un capitano dei carabinieri – dice il testimone – mi invitò caldamente a non parlare della trattativa e dei rapporti con Berlusconi”.

Un emissario del signor Franco gli avrebbe pure preannunciato un’i mminente inchiesta nei suoi confronti e persino gli arresti domiciliari: “Per questo, ero stato invitato ad andare via da Palermo”. Ciancimino riferisce ancora le parole che gli avrebbe riferito il capitano del Ros Giuseppe De Donno, collaboratore di Mori: ”Mi rassicurò che nessuno mi avrebbe mai sentito sulla vicenda relativa all’arresto di Riina. Su questa vicenda – mi disse – sarebbe stato persino apposto il segreto di Stato”.

LA PERQUISIZIONE
Secondo la Procura, l’ultimo mistero legato al caso Ciancimino sarebbe quello della perquisizione del 2005: “Nessuno dei carabinieri presenti – accusa il testimone – chiese di aprire la cassaforte, che era ben visibile nella stanza di mio figlio”. Si commuove Massimo Ciancimino quando vede le fotografie della casa, fatte di recente dalla Dia su ordine della Procura. “In quella villa di Mondello ho tanti ricordi – spiega – lì ha vissuto mio figlio dopo la nascita”. Dopo una breve sospensione dell’udienza, Ciancimino torna ad accusare: “I carabinieri e qualcun altro sapevano che in quella cassaforte c’e rano il papello e altri documenti”.

LE MINACCE “Anche la settimana scorsa ho ricevuto delle pesanti intimidazioni – denuncia Massimo Ciancimino – sul parabrezza della mia auto è stata lasciata una lettera dal contenuto molto chiaro: neanche i magistrati di Palermo ti potranno salvare”.
Fonte: repubblica.it (Salvo Palazzolo, 8 Febbraio 2010)

Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”, “Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2”

Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”, “Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2”.

Il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha testimoniato al processo Mori nell’aula bunker dell’Ucciardone. La ricostruzione dei rapporti con il boss latitante: “Godeva di immunità territoriale”

PALERMO – Parla del padre Vito, potente sindaco di Palermo, e dell’amico complice di sempre, Bernardo Provenzano. Parla soprattutto degli affari di Cosa nostra, che avrebbe investito molti capitali a “Milano 2”, la grande operazione immobiliare da cui presero il via le fortune di Silvio Berlusconi. Al processo Mori, nell’aula bunker del carcere palermitano dell’Ucciardone, Massimo Ciancimino racconta le trame del padre: “Con Provenzano si vedeva spesso  –  dice – anche a Roma, fra il 1999 e il 2002. Con altri mafiosi che avevano una grande capacità imprenditoriale faceva investimenti. Con i fratelli Buscemi e con Franco Bonura vennero investiti soldi anche in una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2″.

La trattativa. Massimo Ciancimino parla soprattutto della trattativa che il padre avrebbe intrattenuto con l’allora colonnello del Ros Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno: “Prima della strage Borsellino  –  dice il testimone  –  il colonnello incontrò più volte mio padre, nella nostra casa romana di via San Sebastianello. Almeno due volte prima del 29 giugno, quando il dottore Antonino Cinà (il medico di Riina – ndr) mi consegnò a Palermo il cosiddetto papello, che io portai subito a Roma. Dopo il 29 giugno, ci fu un altro incontro fra Mori e mio padre”. Ciancimino non usa mezzi termini. “La richiesta dei carabinieri era chiara, così mi spiegò mio padre dopo quegli incontri: volevano stabilire un canale privilegiato per interloquire con i vertici dell’organizzazione mafiosa. Mio padre riteneva quella strategia uno sbaglio da parte delle istituzioni, era come accreditare la linea folle di Riina”. Il pm Nino Di Matteo chiede a Ciancimino: “Cosa chiedevano esattamente i carabinieri?”. Il figlio dell’ex sindaco spiega: “Volevano la resa incondizionata dei capimafia, in cambio di un trattamento di favore per i familiari dei boss”. Su tutta l’operazione, dice Ciancimino, avrebbe vigilato Bernardo Provenzano, che autorizzò la trattativa. “Mio padre seppe poi dal signor Franco, suo referente nei servizi segreti, che di quella trattativa erano informati gli onorevoli Mancino e Rognoni. Mio padre ne parlò con i carabinieri. E dagli stessi ebbe conforto in tal senso”


Il signor Lo Verde.
Il racconto di Ciancimino comincia da lontano. “Me lo ricordo da bambino  –  dice Massimo Ciancimino  –  Bernardo Provenzano, che io conoscevo come il signor Lo Verde, veniva a trovarci spesso nella nostra casa di villeggiatura di Baida, alle porte di Palermo. Solo molto tempo dopo, a fine anni Ottanta, vidi per caso l’identikit di un capomafia sulla rivista Epoca, mentre ero dal barbiere con mio padre. Era Provenzano, riconobbi l’uomo che veniva a casa mia. Chiesi a mio padre di quell’uomo. Mi rispose: stai attento al signor Lo Verde, da questa situazione non può salvarti nessuno”.

“Il signor Lo Verde  –  spiega il testimone  –  continuò a venirci a trovare anche quando mio padre era agli arresti domiciliari, nell’appartamento di via San Sebastianello, vicino a piazza di Spagna, a Roma. Dal 1999 al 2002. Mi incuriosiva quella situazione. Dissi a mio padre: ma non sono pericolosi questi incontri? Lui mi rispose senza tentennamenti. Disse che Provenzano poteva girare tranquillamente per Roma o in qualsiasi altra città, perché godeva di una sorta di immunità territoriale, basata su un accordo che anche mio padre aveva contribuito a stabilire. Un accordo che sarebbe stato stipulato fra il maggio 1992 e il dicembre dello stesso anno”.

Ciancimino senior e Provenzano. Ciancimino risponde alle domande dei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Nella prima parte della sua deposizione, iniziata alle 10, ha rievocato l’attività politico-mafiosa del padre. “Aveva creato un vero e proprio sistema  –  spiega  –  suo compito era quello di spartire le tangenti dei grandi lavori pubblici di Palermo fra i politici e fra Cosa nostra, sempre tramite Provenzano”. Per i contatti più delicati, Vito Ciancimino utilizzava una linea telefonica riservata, installata nella sua casa di Palermo. “Spesso  –  aggiunge il teste  –  ero incaricato di consegnare buste chiuse a Provenzano”.

“Il rapporto fra mio padre e Provenzano era nato a Corleone  –  racconta Ciancimino junior – Abitavano nello stesso stabile: di tanto in tanto, mio padre dava lezione di matematica al giovane Bernardo. Molti anni dopo, si stupiva che lo chiamassero il ragioniere. In matematica non era stato mai bravo”.

Ad ascoltare Massimo Ciancimino c’è l’imputato principale di questo dibattimento, il generale Mario Mori, seduto accanto ai suoi legali, gli avvocati Piero Milio ed Enzo Musco. Sugli spalti del pubblico sono presenti numerosi studenti.

Una lunga deposizione. La deposizione davanti alla quarta sezione del tribunale si preannuncia lunga. Nei 23 verbali d’interrogatorio di Massimo Ciancimino già depositati dalla Procura in vista dell’udienza di oggi si parla della trattativa che sarebbe avvenuta fra Cosa nostra e l’entourage del generale Mori, nel 1992, durante la stagione delle stragi Falcone e Borsellino. L’accordo avrebbe previsto la cessazione della strategia stragista, in cambio di alcuni benefici per i boss: a mediare il misterioso dialogo  sarebbe stato il padre di Massimo, Vito Ciancimino. Secondo la Procura di Palermo, in quei giorni sarebbe nato un vero e proprio patto fra il vertice mafioso e una parte delle istituzioni: ecco perché, secondo i pm, Provenzano avrebbe proseguito indisturbato la sua latitanza (fino all’11 aprile 2006).

Il figlio di Vito Ciancimino continua a rispondere senza tentennamenti alle domande dei pubblici ministeri. Ritorna sugli affari del padre: “Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”. Correvano gli anni Settanta. Massimo Ciancimino spiega: “Alcuni suoi amici di allora,  Ciarrapico e Caltagirone, ma anche altri costruttori romani gli dissero di investire in Canada dove erano in preparazione le Olimpiadi di Montreal. C’erano dei mutui agevolati per gli investitori stranieri”. Con i boss Salvatore e Antonino Bonura, con il costruttore mafioso Franco Bonura sarebbe nato in seguito un altro investimento: “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2”, dice Ciancimino junior.

I rapporti con i servizi. Un altro capitolo della deposizione nell’aula bunker è quello dei rapporti fra l’ex sindaco di Palermo, Bernardo Provenzano e i servizi segreti.  Massimo Ciancimino dice che il tramite sarebbe stato un “uomo che vestiva sempre in modo molto elegante, non siciliano”. Lui lo conosceva solo come il nome: “signor Franco o Carlo”. “Era legato all’ambiente dei servizi”, spiega il testimone. “Lo contattavo tramite due numeri conservati nella Sim del mio telefonino. Avevo un’utenza fissa, con prefisso 06 Roma e un’utenza cellulare”. Il signor Franco torna nel racconto di Ciancimino già dagli anni Settanta. “Lo rividi il giorno dei funerali di mio padre  –  spiega  –  venne al cimitero dei Cappuccini di Palermo per portarmi un biglietto di condoglianze del signor Lo Verde. Disse che se n’era andato un grande uomo”.

Il signor Franco. Vito Ciancimino avrebbe incontrato spesso il signor Franco:  “Lui, mio padre e il signor Lo Verde avevano le chiavi di un appartamento, nella zona di via del Tritone, a Roma”. All’ex sindaco di Palermo sarebbero stati chiesti dai Servizi diversi “interventi”: anche in occasione del disastro di Ustica (“Per non fare diffondere certe notizie”, dice Ciancimino junior) e del sequestro Moro (“Per trovare il covo”).

Salvo Palazzolo (laRepubblica.it, 1 febbraio 2010)

Le rivelazioni di Ciancimino al processo Mori

da L’Unità.it, 1 febbraio 2010

I soldi investiti dal padre, don Vito Ciancimino, a Milano 2, i piani di Riina per uccidere Piero Grasso, Calogero Mannino e Carlo Vizzini, l’immunità territoriale di cui Bernardo Provenzano ha goduto anche nel periodo delle stragi del 1992. Sono rivelazioni bomba quelle che Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, sta facendo ai magistrati che lo stanno ascoltando come testimone nell’aula bunker dell’Ucciardone, a  Palermo, nell’ambito del processo al generale dei carabinieri Mario Mori e al generale Mauro Obinu, che sono accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia.

“Sono tranquillo. Deporrò in questo processo, dicendo tutta la verità”, ha detto Ciancimino prima di entrare nell’aula. Ma il testimone denuncia anche intimidazioni da parte dei servizi.  «Nel maggio del 2009 ho ricevuto la visita di un uomo dei servizio segreti, nella mia casa di Bologna, e mi accusò di essere venuto meno agli impegni presi. Mi ha chiaramente intimidito dicendomi che la strada che avevo cominciato a percorrere non mi avrebbe dato alcun beneficio». Secondo Ciancimino jr.  gli 007 non avrebbero gradito la sua decisione di iniziare a fare le dichiarazioni ai magistrati sulla presunta trattativa tra Stato e mafia dopo le stragi del ’92. E proprio sulla presunta trattativa, il testimone lancia pesanti accuse verso due ex ministri: «I ministri Rognoni e Mancino erano a conoscenza del dialogo intrapreso tra mio padre con il vice comandante del Ros, Mario Mori. Me lo disse mio padre che lo aveva saputo da un esponente dei servizi segreti”.

“Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”, ha detto Ciancimino jr, ricostruendo gli affari di suo padre con i boss di mafia Salvatore e Antonino Buscemi e Franco Bonura. “Mio padre li chiamava i ‘gemelli’. Ricordo negli anni ’60 molte riunioni domenicale al ristorante la Scuderia a Palermo. Quando mio padre era assessore ai lavori pubblici dava indicazioni su un terreno che sarebbe diventato edificabile. Quei guadagni finivano in delle società in cui mio padre era interessato”.

Negli anni ’70 poi dopo gli accertamenti della commissione antimafia Don Vito Ciancimino decide di diversificare. “Alcuni suoi amici di allora Ciarrapico e Caltagirone e altri costruttori romani gli dicono di investire in Canada dove sono in preparazione le Olimpiadi di Montreal”. Ma anche altri soldi saranno destinati a un altro progetto. “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2”. Ciancimino junior ha spiegato di aver acquisito queste informazioni sia direttamente dal padre sia attraverso la lettura di agende e documenti dello stesso genitore. “Insieme avremmo dovuto fare un memoriale per questo gli chiedevo sempre chiarimenti su qualcosa che ritenevo interessante”.

Ciancimino è ritenuto dalla procura uno dei testimoni chiave della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia che avrebbe visto il Ros dei carabinieri tra i protagonisti. Ai due ufficiali si contesta il mancato arresto, nel ’95, del capomafia Bernardo Provenzano, all’epoca latitante. Secondo l’accusa proprio il blitz fallito per scelta dei carabinieri, sarebbe stato una delle poste in gioco nell’accordo tra pezzi dello Stato e le istituzioni.

Dopo l’omicidio di Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo 1992, racconta il testimone, il padre incontrò Provenzano. «Mio padre disse che quanto accaduto a Lima era terribile perché la vittima si è sicuramente resa conto di quello che stava succedendo». Ciancimino Jr ha spiegato che suo padre «una settimana e dieci giorni dopo l’omicidio» venne a Palermo e si incontrò con Provenzano in una abitazione dai due considerata sicura vicino via Leonardo da Vinci. «La morte di Lima fu un elemento di rottura – ha detto – Riina aveva mandato a dire di non preoccuparsi ma il suo linguaggio era l’inizio della fine. Mio padre mi spiegò che quello messo in atto da Riina era un programma di una follia pura, una serie di politici e magistrati sarebbero stati eliminati tra loro Piero Grasso, il ministro Vizzini e Calogero Mannino».

Ciancimino junior sta ricostruendo in aula le frequentazioni del padre, ma anche gli incontri a cui avrebbe partecipato lo stesso Massimo quando era più giovane.”Avevo saputo da mio padre che Provenzano godeva di una sorta di ‘immunità territoriale che gli permetteva di muoversi liberamente” durante la sua latitanza “grazie a un accordo che aveva stipulato mio padre stesso”. “Questa immunità era garantita da «un accordo alla stipula del quale era presente anche mio padre e che risale al maggio del 1992”.

“Scoprii che la persona che conoscevo come ‘signor Lo Verde’ era Bernardo Provenzano negli anni Ottanta mentre mi trovavo dal barbiere a Palermo. Sfogliando una rivista, mi pare ‘Epoca’, vidi una sua foto e nella didascalia c’era scritto che si trattava del boss latitante Bernardo Provenzano. Quando ne parlai con mio padre, lui mi disse: ‘Stai attento con il signor Lo Verde, perché da questa situazione non ti salva nessuno’. Mio padre dava a Provenzano del tu, mentre lui chiamava mio padre ‘ingegnere’, anche se in realtà gli mancavano due materie alla laurea. “Mio padre conosceva Riina da quando erano ragazzi. Tra loro il rapporto è sempre stato teso. Mio padre non lo stimava e preferiva Provenzano perché riteneva che avesse un più elevato spessore culturale”, ha detto Ciancimino. “Mio padre aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo il sistema. D’accordo con Bernardo Provenzano gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della loro rappresentatività”. Il testimone ha anche raccontato che suo padre, appositamente, faceva attendere Riina quando questi lo andava a trovare e ne rifiutava i regali ritenendo che portassero sfortuna. “Era un rapporto fatto di contrasti. L’ho visto almeno tre-quattro volte a casa mia. Parlo degli anni Ottanta. Riina veniva spessissimo per le feste comandate. Ma ricordo che quando erano in camera arrivavano delle urla dalla stanza”.

Don Vito aveva una sorta di ‘linea rossa’, cioè un numero di telefono “sempre a disposizione” per i boss ma anche i politici. “Mio padre aveva a Palermo e a Mondello la ‘linea rossa’ sempre a disposizione di queste persone, e soprattutto di Lo Verde (Provenzano ndr). Ma anche di Gioia, Lima, Ruffini, e del signor Franco o Carlo”. Secondo Ciancimino gli ultimi due sarebbero degli agenti dei servizi segreti.  “Mi è capitato di ricevere o consegnare direttamente nelle mani dell’ingegner Lo Verde, cioè di Bernardo Provenzano qualche lettera, specialmente nell’ultimo periodo. Anche perché nel momento in cui certi personaggi venivano a mancare, mio padre era diventato molto più prudente. Capitò anche nel 1992”.

“Mio padre usava particolare accortezza per lo scambio di ‘pizzini’ con Bernardo Provenzano. Spesso, essendo un po’ maniacale per sua forma mentis, le buttava nel water o le bruciava, o le tagliava a pezzetti”. “Spesso -dice ancora- faceva le fotocopie perché temeva che si potessero trovare le impronte, anche quando scriveva le lettere usava addirittura dei guanti”. Alla domanda se erano intercorsi rapporti di tipo economico tra Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano, Ciancimino ha risposto di sì.

“Nel 1990, grazie alle sue amicizie che aveva in Corte di Cassazione, mio padre riuscì a fare annullare l’ordine di custodia che fu emesso dal gip Grillo per la vicenda mafia e appalti”, ha detto ancora Ciancimino jr. La sezione della Cassazione che emise il provvedimento di annullamento era la prima, presieduta all’epoca da Corrado Carnevale.

Alcuni incontri tra Vito Ciancimino e il vicecomandante del Ros, sarebbero avvenuti prima della strage di via d’Amelio, avvenuta il 19 luglio ’92, dove fu ucciso Paolo Borsellino e la sua scorta. «Dopo la consegna del ‘Papellò, avvenuta il 29 giugno del ’92, che mi fu dato insieme ad una lettera da consegnare a mio padre, e che mi venne data dal dottore Antonino Cinà». Sempre rispondendo alle domande del magistrato Ciancimino jr, ha spiegato che gli incontri duravano circa una ora e mezza e si svolgevano in casa dell’ex primo cittadino di Palermo. «È successo alcune volte, due o tre, dopo la morte del giudice Falcone e poi dopo», ha spiegato. «Per mio padre comunque era sbagliato cercare il dialogo con Cosa nostra, dopo le stragi. Lui diceva che era come mettere benzina nel radiatore. Era sbagliato parlare con Riina».


Redazione L’Unità.it (1 febbraio 2010)

Dell’Utri, “uomo di zio Bino”

Fonte: Dell’Utri, “uomo di zio Bino”.

Ciancimino Jr rivela ai PM di Palermo

Che Bernardo Provenzano lo considerasse affidabile lo aveva già raccontato un suo ex braccio destro, il boss di Caccamo, Nino Giuffè. Tra il 1993 e il 1994, aveva ricordato il super pentito, Zio Bino al termine di una mezza dozzina di riunioni tra capimafia, aveva detto: “Siamo in buone mani, ci possiamo fidare”. Ma l’eventualità che tra il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, e l’anziano uomo d’onore corleonese, per dieci anni alla guida di Cosa Nostra, vi fossero stati degli incontri a tu per tu era finora rimasta solo nel campo delle ipotesi. Chi adesso invece spariglia le carte e dà per sicuri quei summit, in cui si discuteva su come risolvere politicamente i molti problemi della mafia, è Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, l’ex sindaco di Palermo protagonista di un pezzo importante della presunta trattativa tra Stato e i clan siciliani dei primi anni Novanta. Dice Ciancimino Junior: “Tra di loro c’erano rapporti stretti, molto stretti. Io so che si conoscevano che c’era un rapporto diretto. Tant’è che per mio padre, quando aveva bisogno di avere favori da quel partito (Forza Italia ndr) o notizie, bozze di legge, il punto di riferimento per era sempre il Lo Verde (uno degli alias di Provenzano ndr). Spesso anche tramite il Lo Verde mi sono arrivati a casa disegni di legge a casa, manovre su cose (il sequestro ndr) dei beni…”.

È questa, forse, la rivelazione più importante contenuta nei 22 verbali del giovane Ciancimino, depositati due giorni fa (con parecchi omissis) al processo per la mancata cattura di Provenzano contro l’ex capo del Ros dei carabinieri, generale Mario Mori. Per mesi davanti ai magistrati di Caltanissetta e Palermo, Ciancimino Junior ha provato a riscrivere un pezzo di storia d’Italia, consegnando i documenti conservati da suo padre, i pizzini ricevuti da Provenzano, e soprattutto le spiegazioni su quanto era accaduto in Sicilia affidate da don Vito a un libro che l’ex sindaco democristiano stava scrivendo prima di morire. Così Massimo Ciacimino parla dei misteri della storia italiana recente: da Ustica al caso Moro, dagli omicidi di Michele Reina e Pietro Scaglione a quello di Piersanti Mattarella. E ricostruisce pure il versamento di presunte tangenti date “da Romano Tronci all’onorevole Enrico La Loggia” (ex Dc, poi ministro di Forza Italia), e racconta di “una somma di denaro (duecentocinquantamila euro)” consegnata nel 2005 un commercialista perché fosse girata al presidente della Commissione Affari Costituzionali del senato, Carlo Vizzini.

Dalla moviola della sua memoria esce insomma il dipinto verosimile, ma ancora tutto da verificare, dell’area grigia. Di quella zona di confine tra la mafia e una borghesia siciliana da sempre abituata a convivere e a fare affari con i boss. Un filo sottile che parte da Palermo per arrivare a Roma e che poi, secondo Massimo Ciancimimo, si riannoda ad Arcore dove Dell’Utri, già trentacinque anni fa, “sicuramente aveva gestito soldi che appartenevano sia a Stefano Bontade (il capo della mafia palermitana ucciso nel 1981 ndr) che a persone a lui legate”. Ai pm Ciancimino junior ha offerto molte piste per i possibili riscontri: nomi di società tra le famiglie mafiose dei Bonura e dei Buscemi (questi ultimi già risultati soci del gruppo Ferruzzi di Ravenna), l’identità di commercianti di diamanti testimoni dei presunti passaggi di capitali, appunti di suo padre. Ma per il momento tutto è ancora coperto dal segreto investigativo. Agli atti finisce invece il racconto del dopo. Di quello che accadde quando nel 1992 Cosa Nostra uccide l’eurodeputato Salvo Lima, l’andreottiano che fino a quel momento aveva fatto da tramite tra la grande politica e le cosche. A quel punto don Vito, già arrestato e condannato, ma ancora libero, accarezza l’idea di prendere il suo posto. Con Provenzano vanta un’amicizia antica. I carabinieri del Ros, che vogliono catturare Totò Riina, bussano spesso alla sua porta. Don Vito pensa così di poter diventare il nuovo punto d’equilibrio tra Stato e mafia. Ma la situazione presto precipita. Lui va in carcere e viene sostituito. “Da chi? Da qualcuno che l’aveva scavalcato?” domandano i pm. Ciancimino junior risponde sicuro: “Mio padre disse che Marcello Dell’Utri, una persona che non stimava, perché la riteneva troppo impulsiva, poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile”. E le sue, secondo il figlio dell’ex sindaco, non erano ipotesi. Perché, nel corso degli anni, del rapporto diretto tra Provenzano e l’ideatore di Forza Italia, lui avrebbe avuto più volte riscontri diretti. Per esempio un biglietto ricevuto dalle mani del boss nel settembre 2001. Nel dattiloscritto si legge: “Carissimo Ingegnere (don Vito Ndr) ho letto quello che mi ha dato M (Massimo ndr)… Mi è stato detto dal nostro Sen e dal nuovo Pres che spigeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. è benintenzionato. Il nostro amico Z ha chiesto di incontrare il Sen. Ho letto che a lei non ha piacere e bisogna prendere tempo si tratta di nomine nel gas, mi ha detto che vi trovate in Ospedale che la salute vi ritorni presto e che il buon Dio ci assista”.

Massimo Ciancimino, che ha già potuto apprezzare le capacità d’intervento del padre sul mondo Fininvest quando era riuscito a far assumere, nel giro di 20 giorni, un’amica a Publitalia, traduce. Il “nostro sen” è Dell’Utri, il “nuovo pres” è invece il governatore Siciliano Totò Cuffaro, mentre “l’av” è l’avvocato Nino Mormino, difensore di tutto il ghota di Cosa Nostra, legale di fiducia di Dell’Utri e, in quel momento vice-presidente della commissione giustizia della Camera. Tre politici già finiti sotto inchiesta per fatti di mafia (i primi due condannati in primo grado, il terzo archiviato) che, secondo Ciancimino junior, cercavano di darsi da fare perché l’ultima parte di pena che ancora costringeva l’ex sindaco agli arresti domiciliari, fosse cancellata da un provvedimento di clemenza. Anche per questo nelle mani di Ciancimino, altre volte anche tramite Provenzano, a partire dal ’96 arrivano spesso gli articolati pro-mafia, poi presentati in parlamento. O almeno così dice Ciancimino Junior che spiega anche come “il nostro amico Z”, fosse suo cugino, Enzo Zanghi. Un uomo già finito nel mirino degli investigatori nel 1998, quando due mafiosi legati a Provenzano, in alcune intercettazioni avevano parlato di lui come della persona che chiedeva di votare per Dell’Utri alle elezioni europee.

Certo, non tutte le parole di Ciancimino Junior vanno prese come oro colato. Gli investigatori stanno cercando di capire come mai già in bigliettini del 2000, quando Dell’Utri era solo deputato, comparisse un “amico senatore” che, secondo il testimone, sarebbe sempre il braccio destro di Berlusconi. Ma il dato è che per ora le sue parole sembrano preoccupare molte persone. Tanto che nei giorni scorsi, il giovane Ciancimino ha detto a Il Fatto Quotidiano di essere stato avvicinato da un emissario di Dell’Utri, forse proprio in vista di una possibile convocazione al processo d’appello contro il senatore azzurro. A Palermo e non solo, si trattiene il respiro.

Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2010)

Ciancimino jr: “Nel covo di Riina carte da far crollare l’Italia”

Ciancimino jr: “Nel covo di Riina carte da far crollare l’Italia”.

Gli interrogatori del figlio di don Vito, desecretati 23 verbali: è questa la ragione per cui il nascondiglio non fu perquisito.


PALERMO
– Il covo di Totò Riina non l’hanno mai perquisito “per non far trovare carte che avrebbero fatto crollare l’Italia”. E la cattura del capo dei capi è stata voluta da Bernardo Provenzano dentro quella trattativa che, fra le uccisioni di Falcone e di Borsellino, la mafia portò avanti con servizi segreti e ufficiali dei reparti speciali dei carabinieri. É la “cantata” di Massimo Ciancimino, quinto e ultimo figlio dell’ex sindaco di Palermo, sui misteri siciliani. Ventitré verbali desecretati – milleduecento pagine – e depositati al processo contro il generale Mario Mori, accusato di avere favorito la lunga latitanza di Provenzano dopo quell’arresto “concordato”.
Ma se sulla cattura di Totò Riina esistono già atti ufficiali d’indagine che smontano la versione dei carabinieri, le altre rivelazioni del rampollo di don Vito svelano tanto altro di Palermo. Dalla fine degli anni ’70 sino all’estate del ’92. É la sua verità, ereditata per bocca del padre. La storia di alcuni delitti eccellenti, il sequestro di Aldo Moro, la strage di Ustica, i rapporti di Vito Ciancimino con l’Alto Commissario antimafia Emanuele De Francesco e il suo successore Domenico Sica. É l’impasto fra Stato e mafia che ha governato per vent’anni la Sicilia.

Il covo del capo dei capi. Massimo Ciancimino conferma il patto fra Bernardo Provenzano e i carabinieri del Ros, mediato da don Vito, per la cattura di Riina: “Una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri, e che loro diedero a mio padre, era che nel momento in cui si arrestava Riina bisognava mettere al sicuro un patrimonio di documentazione che il boss custodiva nella sua villa”. E ha aggiunto: “Provenzano riferì a mio padre che Totò Riina conservava carte e documenti di proposito con un obiettivo: se l’avessero arrestato avrebbero trovato tante di quelle cose, di quelle carte, che avrebbero fatto crollare l’Italia. Mio padre commentò con me il fatto dicendo che quello era un atteggiamento tipico di Riina. Secondo lui, conoscendo bene molti di questi documenti, sarebbero stati conservati apposta dal Riina con il solo fine di rovinare tante persone in caso di un suo arresto, visto che solo una spiata poteva far finire la sua latitanza”.

La trattativa fra le stragi del 1992. Il negoziato con Cosa Nostra iniziò dopo l’uccisione di Falcone. Da una parte Totò Riina. Dall’altra il vice comandante dei Ros Mario Mori, il capitano Giuseppe De Donno e “il signor Franco”, un agente dei servizi segreti legato all’Alto commissariato antimafia. E in mezzo Vito Ciancimino. Se in un primo momento Totò Riina è stato un terminale della trattativa per fermare le bombe, dopo la strage Borsellino “è diventato l’obiettivo della trattativa”. Racconta ancora il figlio dell’ex sindaco: “Della trattativa erano informati i ministri Virginio Rognoni e Nicola Mancino, questo a mio padre l’ha detto il signor Franco e gliel’hanno confermato il colonnello Mori e il capitano De Donno”.

La trattativa dopo le stragi. Nel 1993, un anno dopo Capaci e via D’Amelio, la trattativa mafiosa è andata avanti. E al posto di Vito Ciancimino ormai in carcere, sarebbe stato Marcello Dell’Utri a sostituirlo nel ruolo di mediatore: “Mio padre sosteneva che era l’unico a poter gestire una situazione simile… ha gestito soldi che appartenevano a Stefano Bontate e a persone a lui legate”.

L’omicidio Mattarella. Il Presidente della Regione siciliana, ucciso il 6 gennaio del 1980, per Vito Ciancimino fu “un omicidio anomalo”. Spiega suo figlio: “Dopo il delitto, mio padre chiese spiegazioni ai servizi segreti… un poliziotto poi gli disse che c’era la mano dei servizi nella morte di Mattarella. Ci fu uno scambio di favori su quell’omicidio.. “.

Il sequestro Moro. Il figlio di don Vito dice che suo padre è sempre stato legato all’intelligence fin dal sequestro di Moro. “La prima volta che mio padre mi ha raccontato di contatti di Cosa Nostra con apparati dello Stato risale al sequestro. E mi ha detto che era stato pregato, e per ben due volte, di non dare seguito alle richieste per fare pressioni su Provenzano perché si attivasse per aiutare lo Stato nelle ricerche del rifugio di Aldo Moro”.

Don Vito e Gladio. “Mio padre faceva parte di Gladio”, ha rivelato Massimo. E ha spiegato: “Mi disse che all’origine c’era mio nonno Giovanni che, all’epoca dello sbarco degli Alleati in Sicilia, era stato assoldato come interprete”. Il figlio di don Vito ricorda poi che il padre aveva costituito le prime società di import export “insieme a un colonnello americano” e che ha partecipato “a diversi incontri” organizzati dalla struttura militare segreta.

L’uccisione del prefetto dalla Chiesa. É la parte più “omissata” dei verbali di Ciancimino. Suo padre gli aveva parlato dell’uccisione di Carlo Alberto dalla Chiesa e dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli “che sono legate”, poi il verbale è ancora tutto coperto dal segreto.

La strage di Ustica. Nei racconti del figlio dell’ex sindaco c’è il ricordo dell’aereo precipitato in mare il 27 giugno del 1980: “Quella notte mio padre fu chiamato dal ministro della Difesa Attilio Ruffini che gli disse che era successo un casino: fece chiamare anche l’onorevole Lima. Si seppe subito che era stato un aereo francese che aveva abbattuto per sbaglio il Dc 9, ma bisognava attivare un’operazione di copertura perché questa informazione non venisse fuori”.

Gli autisti senatori.
Massimo Ciancimino, ricordando di un “pizzino” inviato da Provenzano a suo padre dove si faceva riferimento “a un amico senatore e al nuovo Presidente per l’amnistia”, ha confermato che i due erano Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro. Poi ha spiegato dove ha conosciuto l’ex governatore: “L’ho incontrato nel 2001 a una festa dell’ex ministro Aristide Gunnella, credevo di non averlo mai visto prima. Si è presentato e mi ha baciato. Poi, l’ho raccontato a mio padre che mi ha detto: ‘Ma come, non te lo ricordi, che faceva l’autista al ministro Mannino? Anche lui aspettava in macchina, fuori, come te che accompagnavi me … Poi ho collegato… perché quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Lima fuori dalla macchina aspettava pure, con me, Cuffaro e anche Renato Schifani che faceva l’autista al senatore La Loggia. Diciamo, che i tre autisti eravamo questi… andavamo a prendere cose al bar per passare tempo.. Ovviamente, loro due, Cuffaro e Schifani, hanno fatto altre carriere: c’è chi è più fortunato nella vita e chi meno… ma tutti e tre una volta eravamo autisti”.

Fonte: repubblica.it (Attilio Bolzoni e Francesco Viviano, 13 Gennaio 2010)

Le verità corleonesi fanno tremare Silvio

Le verità corleonesi fanno tremare Silvio.

Dopo avere ricevuto da Liliana Ferraro l’invito a parlare con Paolo Borsellino, gli ufficiali del Ros Mario Mori e Beppe De Donno tornarono in autunno dal direttore degli Affari penali con altre richieste: l’autorizzazione a compiere “colloqui investigativi’’ con boss mafiosi in carcere, e la restituzione del passaporto a don Vito Ciancimino. Ma ricevettero un fermo rifiuto: quell’attività del Ros, per Claudio Martelli, era ai confini dell’“insubordinazione’’. Mentre dagli interrogatori romani di Liliana Ferraro e dell’ex Guardasigilli Claudio Martelli da parte dei pm di Palermo e Caltanissetta che indagano sulla trattativa mafia-Stato arrivano nuovi dettagli sull’attivismo degli uomini del Ros, impegnati tra piazza di Spagna, dove abitava Ciancimino e i Palazzi dei ministeri romani, negli ambienti del Pdl cresce l’attesa per l’interrogatorio di Gaspare Spatuzza, il pentito capace di togliere il sonno al presidente Berlusconi, per averlo indicato come il terminale ultimo della trattativa. La data dell’interrogatorio verrà fissata venerdì prossimo e l’attesa cresce in un clima da “partita a scacchi’’ in cui, in molti, nel Pdl, sembrano temere la prossima mossa dei “Corleonesi’’ nei confronti del governo Berlusconi, dopo le dichiarazioni di Salvatore Grigoli e quelle dello stesso Spatuzza depositate nel processo Dell’Utri. È uno dei quotidiani del gruppo Berlusconi, Libero, infatti, a sottolineare che nel carcere di Tolmezzo, nel 2004, Filippo Graviano, fratello di Giuseppe, boss di Brancaccio entrambi protagonisti della stagione stragista del ’93, confidò a Spatuzza che, “se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. Secondo Spatuzza “fino al 2003-2004, epoca del colloquio a Tolmezzo con Graviano, era in corso la trattativa”. E sempre Libero, in un altro articolo, rileva la singolarità di una parola dell’altro fratello, Giuseppe Graviano, pronunciata qualche tempo fa durante l’udienza del processo di appello all’ex senatore dc Vincenzo Inzerillo, accusato di mafia: “Lei è mafioso?’’ chiese il pm. “Sono stato condannato per 416 bis’’ – è stata la risposta criptica di Graviano. Che ha aggiunto: “Anche sulla base delle accuse di Gaspare Spatuzza, che rispetto’’. E il boss stragista irriducibile, che dalla cella di un 41 bis esprime “rispetto’’ per un proprio killer, oggi pentito e dunque “infame’’, ha acceso sulla stampa del Cavaliere mille interrogativi sulla volontà di Graviano di aprire anch’egli i rubinetti della memoria. Con conseguenze imprevedibili per i “referenti politici’’ che incontravano i Graviano a Milano nella stagione delle stragi, e cioè gli uomini vicini al gruppo Fininvest, come avrebbe raccontato lo stesso Spatuzza ai magistrati del capoluogo lombardo.
Frammenti di una trattativa avviata, secondo le ipotesi investigative, a cavallo della stagione delle stragi del ’92 sulla quale Liliana Ferraro e Claudio Martelli, hanno sollecitato la propria memoria offrendo ieri nuovi spunti e rivelando un inedito attivismo di Mori e De Donno nell’autunno del ’92, e cioè nella fase più “calda’’ della trattativa mafia-stato. Secondo i due testimoni gli ufficiali del Ros chiesero l’autorizzazione a compiere colloqui investigativi in carcere con boss mafiosi e la restituzione del passaporto a don Vito Ciancimino, con il quale erano già in corso numerosi contatti. Un’attività, ha detto Martelli, ai limiti dell’insubordinazione. Messi a confronto, infine, per alcune divergenze riferite ai magistrati, i due testimoni avrebbero chiarito che durante il primo incontro, nel trigesimo di Capaci (un arco di tempo che va dal 22 al 25 giugno, e comunque prima del 29), De Donno informò la Ferraro soltanto del suo incontro con Massimo , il figlio di don Vito. Secondo i due testimoni, l’ufficiale non disse loro che aveva incontrato Ciancimino. Interrogato ieri, infine, anche l’ex ministro della Difesa nel ’92 Virginio Rognoni.

Fonte: Il Fatto quotidiano (Giuseppe Lo Bianco, 18 Novembre 2009)

Le richieste di Riina nei nastri segreti di Ciancimino

Fonte: Le richieste di Riina nei nastri segreti di Ciancimino.

La trattativa mafia Stato? Adesso c’è anche la ‘prova vocale’: alcuni nastri registrati da Vito Ciancimino, nel suo salotto di piazza di Spagna a Roma, della conversazione con l’allora colonnello dei carabinieri del Ros Mario Mori. Oggetto: le richieste di Riina allo Stato per fermare le stragi. Ma Riina venne arrestato, tradito da quello stesso Provenzano che ne avrebbe preso poi il posto, nella seconda fase della trattativa. È questo il senso delle rivelazioni di Massimo Ciancimino, che ieri ha consegnato ai magistrati della Dda nuovi documenti cartacei ma non quei nastri, dei quali ha detto di non conoscere ancora il contenuto. E, parlando con i giornalisti, ha ribadito di essere stato testimone del tradimento di Provenzano nei confronti di Riina: “Indicò ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio in cui Riina trascorse l’ultima parte della latitanza”.

Le rivelazioni del giovane figlio di don Vito, testimone diretto della trattativa mafia-Stato, sono state acquisite agli atti dell’inchiesta che vede indagati Riina, Provenzano e il medico Antonino Cinà per minacce ad un corpo politico dello Stato. A Palermo, per deporre nel processo di appello per riciclaggio, Ciancimino ha poi segnalato di nuovo alcune presunte anomalie nelle indagini a suo carico: “Non ho nulla contro i magistrati che hanno fatto il loro lavoro alla luce degli atti che altri hanno trasmesso – ha detto Ciancimino, riferendosi ai carabinieri che hanno condotto quelle indagini – quello che so, però, é che non hanno avuto tutto il materiale che era necessario per far luce sulla mia vicenda”.

Ma è sui nastri, che potrebbero gettare nuova luce sulle fasi ancora confuse di quella trattativa, che si è acceso adesso l’interesse dei magistrati: “Ho tutta una serie di nastri – ha detto ai giornalisti Ciancimino – ma devo capire di cosa si tratti. Mio padre era solito registrare eventi importanti, ma non ho avuto ancora contezza personale di cosa sia impresso nelle bobine in mio possesso”. E ai magistrati ha parlato di ‘’appunti vocali per un libro’’ redatti dal padre insieme ad alcune conversazioni con il colonnello Mori. Una prova vocale dell’intesa. Che avrebbe avuto nell’arresto di Riina un importante ‘stop and go’: il tradimento di Provenzano, raccontato da Massimo Ciancimino, al quale l’allora capitano del Ros Giuseppe De Donno avrebbe fornito alcune mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre e sperando di avere un contributo utile per l’arresto del boss latitante. Il padre, don Vito, avrebbe trattenuto una copia delle mappe e un’altra l’avrebbe affidata al figlio perché la consegnasse a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde, il nome con cui l’ex sindaco indicava Provenzano. L’uomo del capomafia avrebbe, poi, restituito a Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina venne poi fatta avere ai carabinieri e Riina nel gennaio ‘93 finì in manette.

Giuseppe Lo Bianco (da Il Fatto Quotidiano del 6 novembre 2009)