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La Polizia pronta a cacciare Genchi. Ma la sospensione e’ illegittima

Secondo me dietro a questa storia c’è chiaramente la P2…

Fonte: La Polizia pronta a cacciare Genchi. Ma la sospensione e’ illegittima.

Nell’Italia de “la legge è uguale per tutti “ ci sono i poliziotti condannati per le violenze alla Diaz. E c’è Gioacchino Genchi.

I primi a collezionare consensi e promozioni a dispetto delle manganellate, dei calci, delle torture inflitte a inermi manifestanti del G8 di Genova. Il secondo a accumulare sospensioni dalla Polizia nonostate i 25 anni di onorato servizio, il prezioso lavoro svolto insieme a Giovanni Falcone, le indagini sulle stragi del ’92 e la collaborazione alle inchieste più delicate sui rapporti tra mafia, politica e istituzioni. Nonostante. O forse proprio per tutto questo.

Lo scorso 22 marzo, mentre il Pdl subissava di insulti la Polizia di Stato di Roma che aveva smentito il dato sul milione di sostenitori del partito berlusconiano in Piazza San Giovanni, Genchi si vedeva recapitare la terza di quelle sospensioni. Forse l’ultima, perché se il Tar non dovesse accogliere i suoi ricorsi, la destituzione sarebbe automatica.

Nell’occasione le solite voci maligne avevano ipotizzato che quella decisione fosse in fondo “la cosa migliore” per non sollevare un altro vespaio con la riammissione in servizio del vicequestore, attesa per il giorno successivo. Il 23 marzo, a quasi due mesi di distanza dai fatti contestati.
Ma a leggere oggi il provvedimento firmato dal funzionario istruttore del procedimento disciplinare, Mario Caggegi, il sospetto si infittisce.
Non solo per le accuse mosse contro Genchi, che si sarebbe macchiato della grave colpa di aver espresso le proprie opinioni nel corso di ben due convegni: uno a Cervignano del Friuli, il secondo a Vasto, al Congresso Nazionale dell’Idv.
Ma, dato ancor più preoccupante, perché il provvedimento stesso, sulla base del quale il capo della Polizia Antonio Manganelli si dichiara pronto a dare il ben servito a Gioacchino Genchi, sarebbe illegittimo. O almeno non applicabile al caso in questione.

Il problema, squisitamente giuridico, ruota attorno ad un articolo (il 92 del D.P.R. n. 3/57) intitolato “sospensione cautelare facoltativa” e destinato agli impiegati civili dello Stato “in servizio”. La norma infatti ha lo scopo di prevenire danni alla pubblica amministrazione da parte di soggetti che hanno commesso illeciti e che, rimanendo al loro posto, continuerebbero a commetterli. Per cui è necessario fermarli.
Niente a che vedere con Genchi, che al momento della notifica del provvedimento non si trovava affatto in servizio, perché già sospeso dal 23 marzo 2009 con un’altra “infamante accusa”: aver risposto su Facebook alle critiche di un giornalista di Panorama che gli dava del “bugiardo”.

E anche volendo, per assurdo, accettare l’applicazione di quella norma non può sfuggire che la stessa non prevede punizioni per la libera manifestazione del proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, garantiti dall’art. 21 della Costituzione. Quindi la partecipazione del vicequestore ai due convegni non sarebbe comunque da considerare illegittima.

Morale della favola: i presupposti per sospendere non ci sono ma la Polizia lo fa lo stesso.
E sarà un caso che ad anticipare la decisione siano le dichiarazioni del senatore Maurizio Gasparri (“Se il capo della Polizia si avvalesse ancora di un personaggio del genere, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze…”) seguito a ruota da Il Velino e Panorama. Che manifestando straordinarie doti profetiche già il 12 febbraio si chiedevano se le esternazioni di Genchi al congresso dell’Idv potrebbero “costare care” al vicequestore. Sottolineando: “Un’altra sanzione parrebbe inevitabile. Solo che alla terza sospensione dalla Polizia si viene destituiti. Per sempre”.

Tutto come un anno fa, quando la prima delle sospensioni era stata annunciata dallo stesso Gasparri che si interrogava sul perché “il capo della polizia e direttore del dipartimento per la pubblica sicurezza, prefetto Manganelli” non avesse ancora pensato a frenare l’operato di Gioacchino Genchi (23 marzo 2009). Mentre il Presidente del Consiglio lo aveva definito “il più grande scandalo della storia della Repubblica”.
Curiosa combinazione: le dichiarazioni arrivavano a pochi giorni dal decreto di sequestro emesso dai magistrati di Salerno nell’ambito di indagini alle quali Genchi aveva partecipato. E che avevano riguardato diversi esponenti del Pdl, tra cui i parlamentari Giancarlo Pittelli e Giuseppe Galati e l’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti.
Solo l’ultima, in realtà, di una serie di indagini condotte con procure diverse e che avevano additato le responsabilità di esponenti del centrodestra: dal senatore Dell’Utri al senatore Cuffaro, dal defunto Gaspare Giudice agli onorevoli Mastella, Castiglione, Borzacchelli, Piccione, Lo Giudice.
Anche lo stesso Berlusconi era emerso diverse volte nelle consulenze di Gioacchino Genchi: nel processo Dell’Utri in merito alle origini del partito di Forza Italia e ai collegamenti mafiosi con i fondatori del movimento Sicilia Libera; nel corso delle indagini sulle stragi del ’92; nel processo Mills. Mentre Gasparri sarebbe forse finito nel calderone se le indagini di Luigi de Magistris non fossero state bruscamente interrotte dalla revoca “immotivata” del procedimento Poseidone. Per la quale i vertici della procura di Catanzaro sono indagati insieme ai soliti Pittelli e Galati.
Anche qui, guarda caso, il consulente del pm era proprio Gioacchino Genchi, che sul senatore Gasparri ha specificato: “Per ragioni di riservo investigativo non posso palesare quanto era emerso dalle indagini del Pubblico Ministero”.

Coincidenze? Chi può dirlo.
Certo è che le accuse mosse dai vertici della Polizia al vicequestore fanno un po’ sorridere.
“Ha arrecato un grave danno all’immagine della Polizia”, si legge nel documento, e ha screditato “il Capo del Governo in carica” con “un comportamento eticamente scorretto e non ammissibile per un Funzionario dello Stato”. A seguire le prove:
Genchi avrebbe definito una “pantomima” il rinvenimento di una microspia nello studio privato di Berlusconi nel 1996;
avrebbe osato evidenziare una coincidenza temporale tra la famosa aggressione subita a Milano dal premier e lo scontro interno al Pdl con le prese di posizione di Gianfranco Fini oltre alle gravi carenze del servizio di scorta del Presidente e la prognosi un tantino esagerata per le lesioni riportate;
avrebbe “cercato di sminuire l’importanza delle operazioni di Polizia che hanno portato all’arresto dei latitanti Gianni Nicchi e Gaetano Fidanzati, facendole apparire come una messinscena per oscurare il ‘No Berlusconi day’ e le dichiarazioni di Spatuzza;
in riferimento all’attività investigativa sulla strage di Capaci avrebbe parlato di “blocco delle indagini da parte di Arnaldo La Barbera”.
Pazienza se il primo ad attaccare Berlusconi sul rinvenimento della fantomatica cimice era stato l’on. Roberto Maroni, all’epoca leader della Lega, che sull’accaduto aveva commentato: “Secondo me la microspia nello studio di Berlusconi è stata messa o da Berlusconi stesso o da qualcuno dei suoi per fargli fare la figura della vittima” (vedi Ansa 11 ottobre ’96);
pazienza se le carenze nel servizio di scorta sono state assodate in diverse sedi;
pazienza se il medico della Procura di Milano ha ridimensionato la prognosi di “almeno 90 giorni” prognosticata dal medico personale del premier a “20, massimo 40 giorni”;
e pazienza ancora se le dichiarazioni su La Barbera erano più che note, visto che Genchi ne aveva ampiamente parlato al processo d’appello sulla strage di Via D’Amelio. Denunciando carenze investigative e probabili depistaggi sui quali forse faranno luce i magistrati che di recente hanno riaperto quelle indagini.
In quanto alle catture di Nicchi e Fidanzati le accuse di Gioacchino Genchi erano rivolte ad una certa stampa. A quel mainstreaming che ha parlato dei successi del Governo – come se a catturare i latitanti fosse il Governo e non le forze dell’ordine (alle quali nemmeno vengono forniti i mezzi) –  mentre in secondo o terzo piano passavano le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza che avevano portato alla riapertura, a Firenze, delle indagini sui mandanti esterni delle stragi del ’93. Con il possibile coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri.
Tanto più che a insospettire il vicequestore, e non solo lui, era stato anche il ruolo accertato dei servizi nell’arresto di Nicchi, che il Presidente Berlusconi definiva “il numero due di Cosa Nostra” nonostante i suoi 29 anni e  nemmeno un’incriminazione per omicidio alle spalle.

Tutte cose denunciate da più parti. E chissà se ne terrà conto il Primo dirigente della Polizia di Stato Caggegi a cui Genchi ha inviato una lunga lettera di difesa nella quale, tra le altre cose, ha chiesto di “assumere pure le informazioni testimoniali dell’on. Roberto Maroni – oggi Ministro dell’Interno – per sapere se conferma e se può aggiungere ulteriori elementi alle dichiarazioni rese all’Ansa l’11 ottobre 1996, mai smentite e riportate su tutte le principali testate giornalistiche italiane”.
Era lo scorso 19 aprile. Il giorno in cui scadevano i termini per rispondere alla terza sospensione cautelare. Quella sospensione che, ancora, era seguita ad una serie di attacchi mediatici provenienti da una ben precisa parte politica. E proprio mentre si diffondeva la notizia della collaborazione del consulente con la Procura di Crotone nelle indagini che hanno portato all’arresto dell’ex capo della Security Wind Salvatore Cirafici e in quelle della Procura di Roma che hanno aperto le porte del carcere, fra gli altri, all’ex senatore del Pdl Nicola Di Girolamo nell’ambito dell’inchiesta sulla mega truffa Fastweb-Telecom Italia Sparkle.

Ad un primo sguardo sembrerebbe di trovarsi di fronte ad una persecuzione politica.
Ma questa, si dirà, è roba da dietrologi.


Monica Centofante (
ANTIMAFIADuemila.com, 23 aprile 2010)

Salerno un anno dopo: contro de Magistris fu complotto

Fonte: Salerno un anno dopo: contro de Magistris fu complotto.

Dodici indagati in tutto. Tra cui sette magistrati, un senatore, un sottosegretario al Ministero delle Attività Produttive. Tutti insieme appassionatamente per fermare le indagini dell’allora pm a Catanzaro Luigi de Magistris e salvaguardare i propri interessi.

A poco più di un anno di distanza dal trasferimento disciplinare dei pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani e del procuratore capo Apicella (sospeso anche dallo stipendio) a Salerno il tempo sembra essersi fermato. E nell’avviso di conclusione indagini emesso qualche giorno fa dai pm Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella, guidati dal procuratore capo Franco Roberti, quel sistema affaristico-criminale che lega a foppio filo politica, imprenditoria e magistratura riemerge così come i primi giudici lo avevano evidenziato. Guadagnandosi gli attacchi di buona parte dei vertici della classe politica e le sanzioni del Csm con la  benedizione dell’Associazione Nazionale Magistrati.

La vicenda in questione, si ricorderà, è quella che parte dalle ormai note inchieste Why Not e Poseidone, strappate dalle mani di Luigi de Magistris mentre l’allora magistrato additava le responsabilità di politici e imprenditori impegnati nella distrazione di fondi pubblici, destinati allo sviluppo di quella terra martoriata che è la Calabria, a tutto vantaggio di interessi privati. E alle successive e complesse indagini dei magistrati Nuzzi e Verasani, che dalla procura di Salerno, competente su quella di Catanzaro, avevano scoperto un vero e proprio complotto ordito ai danni dello stesso de Magistris con il preciso intento di fermare il suo lavoro.
Principali artefici della cospirazione: alcuni indagati e i vertici della stessa procura di Catanzaro, sulla quale i magistrati di Salerno stavano svolgendo accertamenti quando, con un pretesto, furono cacciati dal Consiglio Superiore della Magistratura. Costretti a lasciare l’inchiesta nelle mani di altri giudici, che oggi però, a un anno di distanza, sono giunti alle loro stesse conclusioni.

E così, nelle maglie della giustizia, sono finiti nuovamente l’ex procuratore capo a Catanzaro Mariano Lombardi, l’aggiunto Salvatore Murone, l’ex procuratore generale Enzo Iannelli, il procuratore facente funzioni Dolcino Favi, i sostituti pg Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, il pm Salvatore Curcio. E ancora la moglie di Lombardi, Maria Grazia Muzzi, il figlio Pierpaolo Greco e tre indagati di de Magistris: Antonio Saladino, Giancarlo Pittelli, Giuseppe Galati.
Tutti accusati, a vario titolo, di corruzione in atti giudiziari, falso ideologico e omissione d’atti d’ufficio. Tutti parte del complesso ingranaggio messo a punto per fermare le inchieste del magistrato: ognuno con un proprio ruolo, tutti uniti dalla logica del do ut des.

Mariano Lombardi e Salvatore Murone, recita infatti la prima parte dell’avviso di conclusione indagini, “creavano i presupposti quantomeno per una prevedibile e inevitabile stagnazione delle attività istruttorie in corso”, “così da favorire … le persone implicate nelle indagini preliminari”. Tra queste, in particolare, Antonio Saladino, vero deus ex machina del sistema corruttivo emerso in Why Not, nonché “l’avvocato senatore Giancarlo Pittelli e l’on. Sottosegretario Giuseppe Galati”. Che in cambio, si legge, si erano adoperati per far ricevere “denaro o altre utilità” sia al dott. Lombardi che all’avvocato civilista Pierpaolo Greco, figlio della seconda moglie del procuratore.
Il Greco avrebbe difatti trovato lavoro presso il rinomato studio penale Pittelli; sarebbe diventato socio,  insieme al Pittelli stesso, della Roma 9 srl, con notevoli agevolazioni economiche; avrebbe ricevuto dal sottosegretario alle Attività Produttive Galati diverse nomine di Commissario Liquidatore di società e consorzi.
Mentre Murone avrebbe sistemato “parenti e conoscenti” con le assunzioni ottenute grazie al “rapporto sinallagmatico” e al “patto corruttivo” stretto con Antonio Saladino.

E’ in questo quadro che rientrano la revoca dell’indagine Poseidone, avvenuta in seguito all’iscrizione del Pittelli nel registro degli indagati, e la rocambolesca avocazione dell’indagine Why Not. Per la quale erano entrati in gioco il Procuratore generale facente funzioni Dolcino Favi e l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella.
All’epoca riprendono i giudici di Salerno, il dott. Favi – “in concorso psicologico con agli altri indagati”, aveva parlato di “conflitto di interessi” tra il Mastella, appena iscritto nel registro degli indagati di Why Not e il magistrato titolare di quell’inchiesta. Inquisito disciplinarmente dallo stesso Ministro della Giustizia, che nel suo ufficio aveva più volte inviato gli ispettori ministeriali. Nell’ambito però, e questo dal Procuratore generale non veniva specificato, di altre vicende processuali estranee a Why Not.
“Una falsa rappresentazione di una situazione di conflitto di interessi”, sottolinea quindi il documento, che avrebbe avuto come effetto quello di frenare l’attività investigativa prima di procedere ad una “parcellizzazione dei vari filoni d’inchiesta” assegnati a magistrati già impegnati su altri fronti e “del tutto estranei alle logiche d’indagine fino a quel momento seguite”.
A questo sarebbe seguito l’allontamento dalle inchieste del Capitano dei Carabinieri Pasquale Zacheo e dal consulente della Procura Gioacchino Genchi. Mentre “si andava a concretizzare, di fatto, una illecita attività di interferenza sull’iter del procedimento penale in questione e comunque si determinava almeno un suo rallentamento tale da favorire, di per sé ed almeno per un iniziale periodo di tempo, le persone implicate nelle indagini preliminari”.

Già nel 2008 i pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani avevano scoperto il “piano”. Ma erano stati cacciati dal Consiglio Superiore della Magistratura nell’ambito della fantomatica “guerra tra procure”. Un assurdo giuridico con il quale si era giustificata l’ennesima azione illecita commessa dalla procura di Catanzaro che aveva operato un inedito controsequestro degli atti appena sequestrati dalla stessa procura di Salerno che per competenza stava indagando su di lei.
E a nulla era servito il provvedimento emesso dal Tribunale del Riesame, che aveva giudicato corretto l’operato di quei magistrati, così come più tardi avrebbe fatto il Tribunale di Perugia archiviando le denunce sporte contro di loro dai pm catanzaresi.

Quell’azione, è evidente, era necessaria per chiudere per sempre una vicenda troppo scomoda.
Ma come tramanda la saggezza popolare: il tempo è galantuomo e i nodi, prima o poi, vengono sempre al pettine. A Salerno ci sono arrivati. E a quei magistrati che hanno perso il lavoro e subito l’onta delle sanzioni disciplinari e del linciaggio mediatico chi chiederà scusa?

Monica Centofante (
ANTIMAFIADuemila, 19 aprile 2010)