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“Sono io l’infiltrato dentro la tana di Provenzano”

Fonte: “Sono io l’infiltrato dentro la tana di Provenzano”.

“Mi chiamo Luigi Ilardo,mi chiamo Luigi Ilardo, mi chiamo Luigi Ilardo”.

Gli succede sempre più spesso di ripetere il proprio nome fino a storpiarne il senso e il suono. Lo ripeterà altre cento volte, tutte le volte che sarà necessario: davanti ai carabinieri, ai giudici che lo interrogheranno, in un’aula di tribunale. Di lì a poco però, per molto tempo, forse per sempre, nel trantran quotidiano, fra la gente e perfino a un controllo di polizia, quel nome, il suo nome, non lo potrà più fare. Eppure tutto è iniziato da là, da quel “Mi chiamo Luigi Ilardo”, cui è seguito un lungo racconto che continua così: “Sono arrivato a prendere il mondo nelle mani il giorno in cui fui fatto uomo d’onore…”.
“Mi chiamo Luigi Ilardo, mi chiamo Luigi Ilardo”. Da oltre due anni, ripeterlo è il suo modo di darsi coraggio (…). Ilardo guida assorto e concentrato, all’alba del 31 ottobre 1995. È atteso a un incontro. Le istruzioni ricevute due giorni prima erano state precise. Il telefono aveva squillato allo scoccare della mezzanotte: era Salvatore Ferro, una vecchia conoscenza. “Super strada Palermo-Agrigento, bivio di Mezzojuso, ore otto del mattino”. (…) Il boss si era presentato con una 127 color carta da zucchero. (…) Vorrebbe urlare il proprio nome, fare marcia indietro, tornare a casa, prendere la sua donna e i suoi figli, scomparire. Ma non può. Perché quell’incontro Gino lo insegue da un mucchio di tempo, come si insegue un fantasma. (…) In quegli stessi istanti, due sottufficiali dei carabinieri hanno appena abbandonato l’auto civetta: camminano per le campagne di Mezzojuso, un piccolo centro vicino a Palermo. Sono armati solo di macchine fotografiche e si stanno piazzando nel punto migliore per fotografare. Quella mattina diversi occhi li osservano muoversi guardinghi: sono alcuni colleghi arrivati da Palermo. Hanno il compito di proteggerli. Alle 7.55, Luigi si ferma al bivio di Mezzojuso. Alle 7.57: la macchina di Ilardo viene affiancata da una Fiat Uno rossa; al volante c’è un uomo non identificato, accanto a lui Lorenzo Vaccaro, rappresentante della famiglia mafiosa di Caltanissetta (…). Trascorrono cinque minuti: una Ford Escort guidata da Giovanni Napoli imbocca il bivio di Mezzojuso e si arresta davanti ai due in attesa (…) i tre uomini a bordo imbocca la statale in direzione di Agrigento. (…)

L’INCONTRO DECISIVO CON ’U ZU BINU
Ilardo scende dalla Ford, davanti a una misera casa di campagna. (…) Poi lo vede. “Carissimo zio”, dice Ilardo, facendosi avanti. “Carissimo Gino”, risponde l’uomo. Li circonda una sparuta folla di persone. Sono amici. E quello a cui tutti si rivolgono con ossequio familiare è Bernardo Provenzano, ’u zu Binu, il fantasma. Provenzano non immagina che il mafioso a cui adesso stringe la mano e che gli si avvicina per baciarlo ha in mente solo una cosa: consegnarlo allo Stato. Perché Luigi Ilardo, uomo d’onore rispettato e ascoltato, in realtà è un infiltrato dei carabinieri. Uno che vuole un’altra vita, e per ottenerla è disposto a tutto. Da mesi Ilardo tiene una fitta corrispondenza con il padrino: ha mosso le sue pedine con pazienza certosina per avere la possibilità di incontrarlo. Si è accreditato agli occhi di Provenzano come mediatore tra due famiglie mafiose in guerra, ma è stato proprio lui a seminare zizzania dentro Cosa nostra. Ha fatto arrestare una decina di latitanti, sta ricostruendo l’organigramma dell’onorata società, sta parlando di segreti inconfessabili. (…) Nessuno prima ci ha mai provato. Ma l’obiettivo che Gino si è posto è uno solo: fottere lo zio Bernardo. Poi, Luigi Ilardo scomparirà per sempre. (…) Il boss gli racconta di muoversi a proprio agio in quelle campagne. Due giorni prima aveva fatto venticinque chilometri d’automobile per incontrare “una persona molto impor tante”. Ed è una battuta ironica quella del padrino, perché la persona in questione è Giovanni Brusca. Per Provenzano, Brusca è solo un killer, uno scagnozzo di Totò Riina, uno che non ha ancora capito che i tempi sono cambiati e che non è più utile sparare. (…) Poi, poco prima delle undici, spunta una Fiat campagnola verde guidata da un tipo sui sessant’anni. È Nicola La Barbera, uno degli uomini più fidati del boss. Sembra una riunione di anziani agricoltori. Girano bicchieri di vino, qualche pezzo di formaggio. La Barbera, che è lo chef del padrino, prepara la brace. Provenzano soffre di prostata e segue una dieta ferrea: carne al sangue, verdure cotte, niente sale. (…) Altro che boss sanguinario, altro che Binu ’u tratturi. Provenzano dimostra calma e lungimiranza, predica pace per vincere la sua battaglia dentro Cosa nostra. La guerra allo Stato è una fase chiusa, i tempi sono cambiati e bisogna recuperare terreno. “Vi dico che tra cinque-sette anni avremo la giusta tranquillità per fare i nostri affari e migliorare la situazione economica di tutti”. (…) Alle quindici circa il pranzo si è concluso. Il padrino riceve gli ospiti privatamente e a uno a uno. L’ultimo è Gino. “Mi devi scusare se ti ho fatto aspettare – dice Provenzano all’infiltrato – ma gli amici veri preferisco tenermeli di più a casa”. (…) Poi, lo fissa negli occhi. “Dimmi una cosa: ti capitò mai di chiamarmi ‘ragio – n i e re ’ con qualcuno?” “No, non credo proprio – risponde Gino. – Per me, tu sei sempre lo Zio”. “Bonufacisti”. “Capitò qualche cosa?” domanda Gino. Il boss spiega di aver avuto delle noie per quel soprannome: Giuseppe Mandalari, fondatore di molte logge coperte in Sicilia, che ha curato personalmente diversi affari dei boss corleonesi, lo ha chiamato così nel corso di alcune telefonate. “Quello sbirro di Mandalari va parlando di me, dice che sono un ragioniere. Pare che non lo sa che lo sentono”. Provenzano ci tiene a sapere tutto ciò che lo riguarda, anche le cose meno importanti. È così che è riuscito a diventare un fantasma imprendibile. Ma quella che gioca da decenni con le forze dell’ordine è una partita truccata. Perché nel suo mazzo il boss ha delle spie, insospettabili uomini dello Stato che lo tengono informato. (…)

COSA NOSTRA PUNTA SU FORZA ITALIA
La mafia insomma, dopo avere ponderato, sceglie e si mobilita. E decide di votare Forza Italia. “Forza Italia non l’abbiamo fatta salire noi – ammetterà Nino Giuffré – il popolo era stufo della Dc e allora ha trovato in Forza Italia un’ancora a cui afferrarsi. […] Vi sono state due fasi. Quella dell’acquisizione delle ‘garanzie’ e quella della ricerca dei referenti ‘g iusti’ sul territor io”. Uno spostamento rilevante di voti da un partito all’altro la mafia lo ha già attuato qualche tempo prima. Diverse sentenze raccontano che alla metà degli anni Ottanta, Riina, ordina ai suoi di cambiare cavallo e votare il Partito socialista. L’obiettivo è dare una lezione alla Dc. Troppe scelte non sono piaciute al boss (…). Nel corso delle politiche del 1987 il segnale arriva chiaro e forte. A Palermo il Psi prende il sedici per cento, mentre nelle zone ad alta densità mafiosa come il quartiere Brancaccio arriva a circa il venti (…). Forse proprio per questo nel seggio dell’Ucciardone Martelli sarà il politico più votato. (…) “In quel periodo – racconta Ilardo – erano i socialisti quelli che erano entrati nelle grazie di ‘Cosa Nostra’, in particolar modo il gruppo legato a MARTELLI, per quanto concerne la zona orientale di Palermo, e ANDO su Catania, e dovevano essere loro quelli a dovere sistemare i problemi della giustizia in Italia, cioè quelli che avevano preso l’impegno ben preciso, certo non è stato MARTELLI in prima persona a parlare con… però il gruppo era quello là, che facevano capo a lui e quindi di riflesso a CRAXI (…)”. Dicono le sentenze che quel voto, quella prima vistosa crepa nel patto decennale tra partito cattolico e mafia inneschi un meccanismo che in pochi anni porterà alle stragi (…).

SICILIANI AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO…
Dopo aver appreso del patto elettorale del gennaio 1994, le informazioni di Ilardo si arricchiscono di dettagli. “I tramiti insospettabili operanti tra gli ambienti di ‘Cosa nostra’ e la direzione di ‘Forza Italia’ che sarebbero stati votati dagli ambienti della mafia sono: Per la Sicilia Orientale: Il Sen. LA RUSSA Antonino e principalmente il di lui figlio Vincenzo LA RUSSA che si presentava nella lista unica (Alleanza nazionale Forza Italia) su Palermo”. Oriente riceve queste notizie in particolare da Ciro Vara, che sostituisce Piddu Madonia nella gestione della provincia di Caltanissetta. Il tema è scivoloso. “Le dichiarazioni sui politici Ilardo voleva farle solo ai giudici – spiega Michele Riccio. –Temeva che se avesse rivelato qualche nome pesante prima di diventare ufficialmente pentito, avrebbe potuto rischiare la vita a causa di talpe istituzionali”. Proviamo quindi a raccontare chi sono coloro che Ilardo identifica come insospettabili che avrebbero chiesto voti a Cosa nostra. Un’avvertenza da fare: i nominativi citati, laddove non diversamente specificato, a quanto è dato sapere non sono mai entrati ufficialmente in una indagine. Antonino La Russa è un importante esponente della destra siciliana e (…) tiene a battesimo la folgorante carriera di Salvatore Ligresti (…). Nino La Russa ricopre importanti incarichi in alcune delle società di Ligresti, e ha un ruolo rilevante nell’acquisto della società assicuratrice Sai da parte del finanziere siciliano. Vincenzo La Russa è uno dei figli dell’avvocato Antonino(…). Continua Ilardo: “Per la zona di Caltanissetta: MAIRA Raimondo Luigi Bruno, residente a Caltanissetta. Candidato nel Collegio Senatoriale nr. 6 (…)” Già sindaco di Caltanissetta, quando ne parla l’infiltrato il nome di “Rudi” Maira è stato già accostato a Cosa nostra. Lo aveva menzionato il collaboratore di giustizia Leonardo Messina. (…) La Criminalpol sospetta che uno dei telefoni cellulari intestati all’onorevole sia stato usato per contattare alcuni personaggi legati alle stragi di Capaci e via D’Amelio; ipotesi ancora più terribile, Maira potrebbe essere una delle talpe che hanno informato i killer di Capaci dei movimenti di Falcone. (…) Nell’ottobre 2003 il tribunale di Caltanissetta assolve Rudi Maira dall’accusa di concorso esterno, ipotizzando a suo carico solo il reato di voto di scambio ormai prescritto. Maira conferma in parte quanto riferito dai pentiti, e cioè di aver pagato il clan Madonia. Ma non in cambio di voti, bensì perché vittima di un’estorsione. (…) “I segnalati LA RUSSA e MAIRA – prosegue Luigi Ilardo – candidatisi nelle imminenti elezioni, e già indicati in precedenza, nei loro contatti con gli ambienti mafiosi a cui facevano capo, avevano promesso in cambio del contributo di voti a ‘Forza Italia’, in caso di vittoria, dopo sei mesi di governo, il varo di normative di legge che avrebbero garantito gli interessi dei vari inquisiti di mafia nonché il rallentare dell’azione repressiva delle forze di polizia e l’assicurazione di coperture per lo sviluppo delle molteplici attività economiche mafiose”. Dello stretto legame tra i La Russa e Ligresti parla uno dei protettori del finanziere, Bettino Craxi. “L’Msi – di – chiara Craxi il 14 novembre 1994 nel corso di un’intervista al quotidiano spagnolo ‘El Mundo’ – era una forza politica confinata in un ghetto e penso che non disponeva di grandi risorse e che tutte erano legali; non metterei la mano sul fuoco, ma non posso accusarli di cose che non conosco. Forse solo in certi casi: per esempio Ignazio La Russa a Milano, che adesso si dà le arie del moralizzatore, e che è stato notoriamente finanziato dal gruppo Ligresti”. (…) Oggi in alcune delle società di Ligresti compaiono esponenti della famiglia La Russa (…).
CERTI NOMI È MEGLIO NON FARLI…
Quando nel febbraio del 1994, in piena campagna elettorale, Ilardo tira fuori la storia di un insospettabile esponente dell’entourage di Berlusconi in contatto con la mafia, il tenente colonnello Riccio decide di non fargli troppe domande. Si limita a parlarne a Gianni De Gennaro. “Il Capo e io – afferma oggi Riccio – abbiamo ragionato insieme su chi potesse essere. C’era una rosa di ‘candidati’ nella quale immaginammo si potesse individuare il nome a cui si riferiva Ilardo”. Nell’estate del 1995, mentre si trova in macchina con lui, l’ufficiale torna sull’argomento. Sta sfogliando un quotidiano locale, e l’occhio gli cade su un articolo che racconta di una querelle giudiziaria fra Marcello Dell’Utri e l’imprenditore Alberto Rapisarda. “Per caso l’uomo dell’entourage di Berlusconi di cui mi parlavi è Dell’Utri?” domanda Riccio all’infiltrato. “Colonnello – gli risponde Gino con un sorriso a mezza bocca – ma se lei le cose le capisce, che me le chiede a fare?

di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci da Il Fatto Quotidiano del 28 gennaio 2010

Paolo Franceschetti: CHI E’ VERAMENTE IL CAPO DEI CAPI?

Paolo Franceschetti: CHI E’ VERAMENTE IL CAPO DEI CAPI?.

Di Solange Manfredi

In questa calda estate, dopo 16 anni di detenzione, Riina ha deciso di parlare, di raccontare la sua verità.

Ovviamente sarà compito della magistratura verificare la veridicità delle affermazioni di Riina ma, ipotizzando che il boss di Corleone dica la verità, alcune domande possiamo, e dobbiamo, porcele.

Vediamo quali.

1. Nelle ricostruzioni operate dalle sentenze che si sono occupate delle stragi del 1992-1993 si afferma che tra l’agosto e il dicembre 1992 sarebbe intercorsa una sorta di “trattativa” tra Stato e mafia che avrebbe visto da un lato il generale Mori del Ros e dall’altro Riina. Mediatore tra le parti, Vito Ciancimino.

Oggi Riina afferma : “Io non so niente di queste cose. Da me non è venuto nessuno”.

Ipotizzando che Riina dica la verità, la prima domanda che sorge spontanea è:

Con chi Ciancimino ha portato avanti la trattativa? Una trattativa del genere si porta avanti con il vertice di Cosa Nostra, non con un subalterno. Ma se nessuno è andato da Riina, allora da chi? In altri termini: Riina era veramente il capo dei capi o, invece, era solo il “prestanome” di qualcuno molto più potente, protagonista occulto della mai finita strategia delle tensione?

Riina afferma anche che il giudice Borsellino non sarebbe stato ucciso dalla mafia ma, probabilmente, da uomini dello Stato.

Ipotizzando, anche in questo caso, che Riina dica la verità, la domanda da porsi è: Perchè? E’ possibile che Borsellino sia stato ucciso perchè, come anni prima il giudice Occorsio, aveva capito che la c.d. Trattativa in realtà (come aveva ipotizzato un’inchiesta svolta dalla procura di Palermo, poi archiviata per scadenza dei termini nel 2000) non era altro che un accordo per la realizzazione di un piano eversivo di destabilizzaizone dello stato condotta da un “sistema criminale” composto da mafia, massoneria deviata e servizi segreti deviati?

L’ipotesi non deve sorprendere e non rappresenterebbe certo una novità per il nostro paese; la storia della nostra Repubblica è costellata di eventi che vedono i vertici di cosa nostra trattare, attraverso esponenti massonici, con “presunti” terroristi ed ideatori di progetti golpistici al fine di alimentare la c.d. “strategia della tensione”

Ciò che sorprende, invece, è come, analizzando gli atti delle pagine più buie della storia del nostro paese compaiano, collegati tra loro, sempre alcuni nomi. Per rendersi conto di ciò basta fare una semplice analisi della storia professionale e massonica di un protagonista: Giuseppe Mandalari, il commercialista della mafia

E’ il 1954 quando Giuseppe Mandalari entra in massoneria e viene iniziato presso l’ Obbedienza di Piazza del Gesù.

Punto di riferimento costante di Mandalari in ambito massonico è il principe Alliata di Montereale, in rapporti con la destra eversiva, coinvolto anche nelle inchieste sul Golpe Borghese, sul Golpe Sogno, sulla organizzazione eversiva denominata “Rosa dei Venti”, il suo nome compare negli elenchi P2 di Licio Gelli.

Unico Sovrano Gran Commendatore ad vitam nella storia della massoneria italiana, Alliata di Montereale balza alle cronache dei progetti golpistici già negli anni ’50, accusato da Gaspare Pisciotta (poi morto in carcere per aver bevuto un caffè alla stricnina) di essere il mandante della strage di Portella della Ginestra, eseguita dal boss Salvatore Giuliano.

Nello stesso anno del suo ingresso in massoneria il giovane ragioniere Giuseppe Mandalari diviene dipendente dell’assessorato regionale ai Lavori Pubblici. Sono gli anni dell’ascesa di Luciano Liggio, il boss di Corleone che, grazie al legame con Vito Ciancimino, assessore ai Lavori Pubblici, si arricchisce a Palermo con l’abusivismo edilizio.

Oggetto di richieste di rinvio a giudizio sin dal 1964, Luciano Liggio (che, secondo quanto testimoniato da Tommaso Buscetta, e confermato dallo stesso Liggio, avrebbe preso parte alle riunioni tenutesi con la massoneria deviata e pezzi delle istituzioni per partecipare al Golpe Borghese e al Golpe Sogno) si dà alla latitanza nel 1969, riuscendo a scappare, mezz’ora prima di essere arrestato, da una clinica romana presso cui era ricoverato e dove riceveva le visite del capo dei servizi segreti Generale Vito Miceli (poi arrestato perché sospettato di essere coinvolto nell’organizzazione eversiva “Rosa dei Venti”, nel Golpe Borghese il suo nome compare negli elenchi P2).

Luciano Liggio, durante la sua latitanza, si dedica ai sequestri di persona (Anonima Sequestri) i cui proventi, come vedremo poi, si sospetta vengano riciclati in società cui era commercialista Giuseppe Mandalari.

Durante la latitanza accanto a Luciano Liggio troviamo Carlo Fumagalli, anche lui pare dedito ai sequestri di persona e sospettato di aver chiesto un riscatto di mezzo milione di dollari per il sequestro dell’industriale Aldo Cannavale.

Carlo Fumagalli è un personaggio ambiguo. “Estremista di centro” come lui stesso si definiva, seppur noto come leader del movimento di destra MAR (Movimento di Azione Rivoluzionaria), secondo alcune testimonianze sarebbe stato in realtà legato alle vicende della c.d. “strategia della tensione”, ai servizi segreti e, in rapporti con Giangiacomo Feltrinelli (morto a Segrate a 200 metri dalla carrozzeria DIA di Fumagalli), avrebbe dato vita al gruppo Brigate Rosse, preparando l’attentato alla pista di collaudo della Pirelli del 1971 (questo dato risulta particolarmente interessante proprio in considerazione del fatto che sul volantino di rivendicazione MAR del 13 aprile 1970 compare il simbolo della stella a cinque punte, simbolo poi adottato dalle Brigate rosse).

Principale finanziatore di Fumagalli risulta essere Jordan Vessellinoff, consuocero di Igor Markevitch, il direttore d’ orchestra coinvolto nel rapimento dell’onorevole Aldo Moro. Anche lui personaggio ambiguo, che alcune informative indicano avere legami con faccendieri, trafficanti di armi ed appartenenti a vari servizi segreti, Jordan Vessellinoff aveva fondato nel 1958 a Santa Margherita Ligure, insieme al generale Giovanni Allavena (a capo del servizio segreto trafugherà alcuni fascicoli per consegnarli a Licio Gelli) la Loggia C.A.M.E.A. (Centro Attività Massoniche Esoteriche Accettate). Tale loggia risulta collegata con le logge cameine siciliane, nei cui elenchi compare il nome di Giuseppe Mandalari, e i cui vertici furono inquisiti nel 1979, dalla magistratura milanese, per avere aiutato Sindona (coinvolto nel Golpe Sogno) nel suo finto sequestro.

Fallito il golpe del ’74 per Luciano Liggio, Michele Sindona e Giuseppe Mandalari iniziano i guai. Luciano Liggio viene arrestato a Milano e tra le sue carte viene rinvenuto un numero di telefono riservato di Ugo De Luca, al vertice della Banca Privata Finanziaria di Milano di Michele Sindona. E’ l’inizio del crollo dell’impero finanziario di Sindona.

Passano pochi mesi e il 14 agosto del 1974 il giornale della Sicilia titola: “Anonima sequestri – Si indaga sulla personalità di Giuseppe Mandalari. Specialista nell’amministrare società costituite da mafiosi”. Secondo l’articolo gli investigatori sospettavano che alcune società di cui Mandalari era amministratore, considerate paravento di grossi mafiosi (Liggio, Riina e Bagarella), servissero a ripulire il denaro proveniente dai sequestri di persona.

E’ il giudice Occorsio, che negli anni aveva indagato sul Golpe Borghese, sul Piano Solo, sullo scandalo Sifar, che, per primo, sospetta che molti sequestri avvengano, in realtà, per finanziare attentati e disegni eversivi, e confida al giudice Imposimato: “Sono certo che dietro i sequestri ci siano delle organizzazioni massoniche deviate e naturalmente esponenti del mondo politico. Tutto questo rientra nella strategia della tensione”.

Il 09 luglio 1976, Occorsio viene assassinato e la sua borsa, contenente documenti della sua indagine, viene trafugata (esattamente come accaduto per le agende dei giudici Falcone e Borsellino). L’autore materiale del suo assassinio è un neofascista, Pierluigi Concutelli, nella cui abitazione vengono rinvenuti dei soldi provenienti dal sequestro di Emanuela Trapani e la cui scheda, con l’indicazione della tessera n. 11.070, verrà ritrovata anni dopo da Giovanni Falcone a Palermo, nella sede della Loggia massonica Camea.

Ma, mentre per Liggio e Sindona (quest’ultimo morirà nel carcere di Voghera dopo aver bevuto un caffè avvelenato, esattamente come Gaspare Pisciotta, grande accusatore del Principe Alliata di Montereale) è la fine, Giuseppe Mandalari pare divenire ancora più forte e, nel 1978, riunisce diverse logge massoniche sotto la denominazione profana di Accademia di Alta Cultura (identico nome di una comunione massonica creata anni prima proprio dal principe Alliata di Montereale), cui fa seguire un collegamento operativo con altre logge presenti a Trapani. Collegati alle logge massoniche trapanesi troviamo i mafiosi Asaro e Calabrò, boss che gestiscono ad Alcamo il laboratorio di morfina-base più grande d’Europa, un miliardo di proventi al giorno, scoperto solo nel 1985. Tra i fornitori di droga del laboratorio di Alcamo vi era l’organizzazione di cui faceva parte il killer Alì Agca che, poco prima di attentare alla vita di Papa Giovanni Paolo II, soggiornerà per alcuni giorni in quelle località.

Coordinatore dei fratelli di Piazza del Gesù in Sicilia, l’importanza di Mandalari in seno alla massoneria, viene alla luce, per la prima volta, solo durante le indagini che hanno ad oggetto le logge trapanesi che si nascondevano dietro il Centro studi Scontrino, logge massoniche all’obbedienza di Giuseppe Mandalari, cui risultavano affiliati mafiosi, politici, funzionari dei servizi segreti, e presso la cui sede era presente l’Associazione musulmani d’Italia, sponsorizzata da Gheddafi (secondo il giudice Palermo affiliato nel 1969 a Londra alla loggia massonica dei Senussi) e facente capo a Michele Papa, capofila per la Sicilia del Supersismi di Santovito e Musumeci, al quale era partecipe anche Pazienza.

Ma neppure questo ennesimo “incidente” ferma Mandalari, la sua carriera continua sino al periodo stragista del 92 -’93 e all’appoggio dato alla neonata formazione politica: Forza Italia.

Come si può notare, seguendo la storia professionale e massonica di un solo protagonista si possono ripercorrere 40 anni di c.d. “misteri” italiani.

Per concludere, e ritornando alla prima domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: se Riina dice la verità, Ciancimino con chi potrebbe aver trattato? Forse con Giuseppe Mandalari? Giuseppe Mandalari viene indicato, oltre che come il commericalista della mafia, anche come prestanome di Riina ma, vista la sua storia professionale e massonica, non potrebbe essere vero il contrario?

Ed ancora, se Borsellino non è stato ucciso dalla mafia, è possibile che la sua morte sia stata decisa perché aveva capito, esattamente come anni prima il giudice Occorsio, che la “trattativa” altro non era che un accordo, tra i soliti noti, che rientrava nella mai finita strategia della tensione?

Non lo sappiamo. Noi, basandoci su dati di fatto acquisiti, non possiamo che porci delle domande ed avanzare delle probabili ipotesi, il resto è compito della magistratura.

‘ ANDREOTTI E GELLI DIETRO LA LEGA’ – Repubblica.it

‘ ANDREOTTI E GELLI DIETRO LA LEGA’ – Repubblica.it.

PALERMO – “La Lega di Umberto Bossi è una creatura di Andreotti, Gelli e Miglio”. La clamorosa rivelazione, tutta da verificare, è del pentito di mafia Leonardo Messina resa ai giudici della procura di Palermo che indagano su mafia e massoneria e che nelle settimane scorse ha portato all’ arresto del “ragioniere” di Totò Riina, Giuseppe Mandalari. Le dichiarazioni di Messina sono finite negli atti del processo Mandalari e si è così appreso che nel giugno del ‘ 93 il pentito ha rivelato di aver saputo che la Lega era una “creatura” di Andreotti, Miglio e Gelli, da un uomo d’ onore della sua famiglia, Liborio Miccichè, assassinato nel giugno del ‘ 92. “In occasione di una venuta di Bossi a Catania io chiesi provocatoriamente a Micciché – ha sostenuto Messina – se non era il caso di sopprimerlo. E questi, di rimando mi rispose che la Lega di Bossi era una creatura di Andreotti, Miglio e Licio Gelli”. Borino aggiunse – ha raccontato il pentito – che successivamente si sarebbe formata un’ altra Lega, emanazione della parte meridionale d’ Italia, che sarebbe servita a riciclare politicamente Cosa nostra. Ed anche questa ‘ seconda Lega’ , secondo Messina, avrebbe avuto come referenti Andreotti Miglio e Gelli “i quali si sarebbe impegnati con Cosa nostra a renderla soggetto legale”. “Insinuazioni di basso livello”: così il capo ufficio stampa della Lega ha respinto “sdegnosamente” le dichiarazioni di Messina. – f v

‘ MASSONI I VERTICI DI COSA NOSTRA’ – Repubblica.it » Ricerca

‘ MASSONI I VERTICI DI COSA NOSTRA’ – Repubblica.it » Ricerca.

PALERMO – Cosa nostra sarebbe stata fondata nel 1630 come il braccio armato della massoneria. Lo sostiene il pentito Leonardo Messina, ex uomo d’ onore di San Cataldo (Caltanissetta) che ieri è stato interrogato nell’ aula bunker di Rebibbia nel processo al commercialista Giuseppe Mandalari, massone, accusato di associazione mafiosa e ritenuto il “ragioniere” dei corleonesi. Per Messina la massoneria deriva direttamente dall’ apostolo Pietro “ed è per questo – ha affermato – che i nostri vecchi si chiamavano discepoli di Pietro; al Vaticano sanno tutta la storia e nei loro archivi ci sono documenti che spiegano tutto”. Le affermazioni del pentito sarebbero però smentite dalla “storia”, afferma il professor Massimo Ganci, docente di Storia all’ Università di Palermo e presidente della Società siciliana di storia patria. “Innanzitutto la massoneria nel 1600 non esisteva ancora e l’ organizzazione mafiosa in quanto tale è nata con l’ Unità d’ Italia. Al tempo della dominazione borbonica in Sicilia, Cosa nostra non esisteva; erano presenti bande di malviventi, briganti, che nel 1860, in coincidenza con l’ Unità di Italia, si organizzarono in maniera diversa”. Per il professor Ganci le verità storiche di Messina sarebbero pure invenzioni, “discorsi da caffè”. Il pentito ha anche dichiarato che ad uccidere il bandito Salvatore Giuliano (il 5 luglio del ‘ 50 dopo il tradimento del suo fedelissimo Salvatore Pisciotta) sarebbe stato l’ allora giovanissimo Luciano Liggio, il boss di Corleone, morto lo scorso anno in carcere. Sui rapporti tra mafia e massoneria Leonardo Messina ha ribadito che tutti i vertici di Cosa nostra erano massoni e questo rafforzava il loro potere. “Ho visto una riunione – ha affermato Messina – in un ristorante vicino Caltanissetta cui partecipavano persone vestite con grembiulini e collari; se dicessi i nomi di quelli che vi parteciparono la mia vita sarebbe in gravissimo pericolo perché erano persone che detenevano il potere a Caltanissetta”. Ha poi aggiunto che a Caltanissetta c’ era uno studio di avvocati che erano tutti massoni “cui ci rivolgevamo per intervenire e aggiustare i processi”. – a z