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ComeDonChisciotte – LA GUERRA E’ PACE. L’IGNORANZA E’ FORZA

Ma Obama è veramente un uomo di pace?

Fonte: ComeDonChisciotte – LA GUERRA E’ PACE. L’IGNORANZA E’ FORZA.

DI JOHN PILGER
newstatesman.com

Barack Obama, vincitore del Nobel per la Pace del 2009, sta pianificando una nuova guerra da aggiungere al suo già straordinario elenco.

I suoi agenti in Afghanistan regolarmente distruggono feste matrimoniali, contadini e lavoratori edili con armi di ultima generazione come il missile Hellfire (fuoco infernale), che risucchia l’aria dai polmoni. Secondo le Nazioni Unite, 338.000 bambini afghani stanno morendo sotto la coalizione guidata da Obama, che permette di spendere soltanto 29 dollari all’anno pro capite in cure mediche.

Nel giro di poche settimane dalla nomina, Obama ha iniziato una nuova guerra in Pakistan, che ha spinto più di un milione di persone ad abbandonare le loro case. Minacciando l’Iran – che il suo segretario di stato, Hillary Clinton ha dichiarato di esser pronta ad “annientare” – Obama mentì nel dire che gli Iraniani stavano occultando una “programma nucleare segreto”, pur sapendo che ciò era già stato segnalato all’Autorità Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA). D’accordo con l’unica potenza nucleare in Medio Oriente, ha corrotto l’Autorità Palestinese inducendola a respingere la delibera delle Nazioni Unite secondo cui Israele aveva commesso crimini contro l’umanità nella sua aggressione a Gaza – crimini resi possibili dall’uso di armi inviate dagli Stati Uniti con la segreta approvazione di Obama prima del suo insediamento.

Nel suo paese, l’uomo di pace ha approvato una spesa militare di molto superiore a quella di qualsiasi anno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel bel mezzo di un nuovo tipo di repressione interna. Durante il recente incontro del G20, ospitato a Pittsgurgh da Obama, la polizia militarizzata attaccava pacifici dimostranti con qualcosa, mai visto prima per le strade americane, chiamato Long Range Acoustic Device (nella foto). Montato sulla torretta di un piccolo automezzo militare, il dispositivo emetteva un rumore acuto, mentre indiscriminatamente venivano lanciati gas lacrimogeni e irritanti. Fa parte di un nuovo armamentario “per il controllo delle masse” fornito da appaltatori militari quali Raytheon. Nello “stato di sicurezza nazionale” controllato dal Pentagono, il campo di concentramento di Guantanamo Bay, che Obama promise di chiudere, rimane aperto, e imprigionamenti arbitrari, assassinii segreti e torture continuano.

L’ultima guerra del neo premio Nobel per la Pace è in gran parte segreta. Il 15 luglio Washington ha stipulato un accordo con la Colombia che garantisce agli Stati Uniti sette basi militari giganti. “L’idea – ha riferito l’Associated Press – è quella di fare della Colombia un centro regionale per le operazioni del Pentagono… quasi metà del continente può essere coperto da un C-17 [aereo da trasporto militare] senza doversi rifornire, il che ci aiuta nella nostra strategia di presenza sul territorio”.

Tradotto questo significa che Obama sta progettando una “involuzione” dell’indipendenza e della democrazia che le popolazioni di Bolivia, Venezuela, Equador e Paraguay hanno ottenuto contro ogni aspettativa, assieme ad una storica cooperazione regionale che respinge il concetto di una “sfera d’influenza” degli Stati Uniti. Il regime colombiano, che appoggia gli squadroni della morte e che ha il peggior record del continente per i diritti umani, ha ricevuto aiuti militari dagli Stati Uniti secondi in proporzione soltanto ad Israele. La Gran Bretagna fornisce l’addestramento militare. Guidati da satelliti militari americani, i paramilitari colombiani stanno infiltrandosi in Venezuela con l’obiettivo di rovesciare il governo democratico di Hugo Chàvez, cosa che non riuscì a George Bush nel 2002.

La guerra alla pace e alla democrazia in America Latina di Obama segue uno stile da lui dimostrato a partire dal colpo di stato ai danni del presidente democratico dell’Honduras, Manuel Zelaya, a giugno. Zelaya ha aumentato i minimi salariali, ha concesso sovvenzioni ai piccoli agricoltori, ha tagliato i tassi d’interesse e ridotto la povertà. Progettava di rompere col monopolio farmaceutico degli Stati Uniti e di produrre farmaci generici meno costosi. Nonostante abbia richiesto il reintegro del presidente Zelaya, Obama si rifiuta di condannare i colpevoli del golpe, di richiamare l’ambasciatore americano e di ritirare le truppe americane che stanno addestrando le forze dell’Honduras risolute a sconfiggere la resistenza popolare. A Zelaya è stato ripetutamente negato un incontro con Obama, che ha approvato un prestito di 164 milioni di dollari al regime illegale. Il messaggio è chiaro e noto: i delinquenti possono agire impunemente per conto degli USA.

Obama, il seducente manovratore di Chicago via Harvard, è stato reclutato per recuperare quella da lui definita la “leadership” mondiale. La decisione del comitato per il Premio Nobel è quella specie di nauseante razzismo alla rovescia che ha consacrato quest’uomo per non altra ragione che quella di appartenere ad una minoranza etnica e per il fascino che esercita sulla sensibilità dei liberali, se non sui bambini afghani che uccide. Questa è la Chiamata di Obama. Non è molto diversa dal fischietto per cani: impercettibile ai più, ma irresistibile agli infatuati e alle teste di legno. “Quando Obama entra in una stanza”, esclamava estatico George Clooney, “vuoi seguirlo da qualche parte, ovunque”.

Frantz Fanon, la grande voce della Black Liberation lo aveva capito. Nel suo libro “I dannati della terra” descrive come “La missione dell intermediario non ha niente a che fare col trasformare la nazione: consiste, banalmente, nell’essere l’anello di congiunzione tra la nazione e un capitalismo rampante, benché camuffato”. Siccome il dibattito politico sì è così svuotato nella nostra monocultura mediatica – Blair o Brown, Brown o Cameron – razza, sesso e classe sociale possono essere usati come strumenti seducenti di propaganda e distrazione. Ciò che conta nel caso di Obama, come Fanon faceva notare in un’epoca precedente, non è il rilievo “storico” dell’intermediario, ma è la classe che lui serve. Dopotutto, l’entourage di Bush è stato forse il più multirazziale nella storia della presidenza USA. C’erano Condoleezza Rice, Colin Powell, Clarence Thomas, tutti servitori di un potere estremo e pericoloso.

La Gran Bretagna ha sperimentato su di sè qualcosa di simile allo slancio mistico per Obama. Il giorno dopo le elezioni di Blair nel 1997, The Observer predisse che avrebbe creato “nuove regole mondiali sui diritti umani”, mentre The Guardian si rallegrò al “ritmo incredibile con cui le dighe del cambiamento si spalancarono”…. Quando lo scorso novembre Obama fu eletto, l’on. Denis McShane, un fedelissimo sostenitore dei bagni di sangue di Blair, senza volerlo ci mise in guardia dicendo: “Se chiudo gli occhi quando sento Obama, mi pare di sentire Tony. Sta facendo le stesse cose che facemmo noi nel 1997.”

John Pilger
Fonte: http://www.newstatesman.com
Link: http://www.newstatesman.com/international-politics/2009/10/obama-pilger-war-peace
15.10.2009

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org a cura di GIANNI ELLENA

IL MONDO SEDUTO SU UNA BOMBA NUCLEARE A OROLOGERIA | Tutto Gambatesa .net

IL MONDO SEDUTO SU UNA BOMBA NUCLEARE A OROLOGERIA | Tutto Gambatesa .net.

di Monica Centofante

A Celjabinsk, provincia russa degli Urali meridionali, dove alcune città sono dimenticate perfino dalle mappe geografiche, l’aria è carica di morte. Una morte silenziosa e invisibile che ha già trascinato con sé centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini.
Di queste zone, fino al 1991 inaccessibili agli stranieri, quasi nessuno conosce l’esistenza. Eppure è qui che sorge, ed è ancora abitato, il luogo più contaminato della Terra da rifiuti radioattivi.
Si chiama Celyabinsk-40, più noto come Mayak, e insieme a Celyabinsk-65 e Celyabinsk-70 è uno dei centri segreti russi che dopo la seconda guerra mondiale ospitarono i maggiori complessi nucleari dell’Unione Sovietica.
Dal 1949 al 1967 Mayak è stata una pattumiera di rifiuti radioattivi. Sversati in particolare nel fiume Techa e nel lago Karachy, che ora non presentano più forme di vita. Mentre tumori e malformazioni congenite – spiega Franco Valentini di rinnovabili.it – colpiscono da anni la popolazione locale formata per la maggior parte da contadini che vivono in condizioni di estrema povertà e ignoranza e che sono stati esposti ad una quantità di radiazioni pari a quella ricevuta dai superstiti di Hiroshima e Nagasaki.
Quante Mayak ci siano nel mondo nessuno può dirlo con certezza. Ma le informazioni che si raccolgono delineano un quadro tutt’altro che rassicurante.
In tutta la Russia, in quarant’anni di guerra fredda, decine di milioni di metri cubi tra rifiuti solidi e liquidi sono stati disseminati nell’ambiente e molto simile è la situazione degli altri Paesi che hanno sviluppato attività e programmi nucleari. A partire dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Gran Bretagna o dalla nostra Italia, dove di recente si è tornato a discutere della concreta possibilità di un ritorno all’atomo, nonostante non sia ancora stato risolto il problema delle scorie accumulate in passato.
Secondo l’INSC (International Nuclear Societes Council), l’industria nucleare mondiale produce all’anno qualcosa come 270.000 metri cubi di scorie, tra media, bassa e alta radioattività. Una quantità che paragonata ai rifiuti di centrali a fonti fossili tradizionali non è eccessiva, ma che rappresenta un problema ancora insormontabile per la comunità scientifica mondiale nel lungo termine. Il combustibile spento e scaricato di reattori ad uranio mantiene infatti una pericolosità elevata per un milione di anni. Mentre le terre e le acque che ne vengono in contatto diventano esse stesse radioattive mantenendosi in questo stato per centinaia di migliaia di anni. E provocando effetti devastanti su qualsiasi forma di vita circostante.
Uno studio del Dipartimento della Salute degli Stati Uniti – per citare un solo esempio – ha provato che i due terzi delle morti causate da tumore al seno tra il 1985 e il 1989, in America, si sono verificate in un raggio di circa 160 chilometri dai reattori nucleari. E considerato che negli Usa le centrali sono più di cento e le scorie prodotte circa 37 milioni di metri cubi stipate in depositi di fortuna sparsi per il Paese, si può solo intuire quale sia l’entità del rischio in termini di vite umane solo in territorio americano.
Nel resto del mondo la situazione, seppur ridimensionata, non è differente.
In Europa – dove i rifiuti radioattivi provengono perlopiù dal settore civile – si parla di circa 40.000 metri cubi di scorie l’anno. Dei quali Francia e Gran Bretagna detengono il primato sia a causa del numero di reattori attivi presenti sui loro territori sia per gli importanti programmi militari svolti. E per avere un’idea più precisa basti pensare che solo la Francia ne produce annualmente una quantità pari a quelle presenti nel nostro Paese dal 1987, anno in cui con un referendum seguito all’incidente di Chernobyl abbiamo scelto di rinunciare al nucleare. Da allora il problema dei rifiuti speciali non è mai stato risolto e, sebbene non se ne parli, rappresenta una delle principali cause di morte in alcune zone del nostro Paese.
A distanza di oltre 20 anni da quella decisione, infatti, le scorie – circa 30mila metri cubi destinati a crescere – sono custoditi in condizioni di sicurezza precaria e gli impianti non ancora completamente smantellati.
Il caso Italia
Nella centrale nucleare più grande d’Italia – quella di Caorso, vicino a Piacenza – vi sono ancora 700 barre di combustibile con 1.300 Kg di plutonio: materiale recuperabile per il 97%, perché ancora utile per produrre energia elettrica, ma che per questo sarà consegnato ai francesi. Mentre a noi torneranno le scorie.
Dove le metteremo è la grande incognita. Soprattutto perché quello della centrale di Caorso non è di certo un caso isolato.
Il problema dello smaltimento delle scorie nucleari, in Italia, è tanto sconosciuto quanto attuale e non raramente si intreccia con i lucrosi interessi gestiti dalla criminalità organizzata, che in questo campo non agisce solo per proprio conto. L’ultima delle tante prove è nelle recenti cronache sul ritrovamento di una nave contenente rifiuti speciali, scoperta sui fondali del Mediterraneo al largo della costa di Cetraro, nel Tirreno Cosentino. Ad indicarne la presenza, un pentito della ‘Ndrangheta, che avrebbe parlato di una serie di imbarcazioni, forse una trentina, contenenti grandi quantità di scorie radioattive e fatte affondare negli anni Ottanta e Novanta in diversi tratti di mare nel quadro di un accordo siglato tra le cosche e oscuri faccendieri.
Qualcosa di simile, ma sulla terraferma, sarebbe avvenuto a Pasquasia, una cittadina in provincia di Enna, un tempo conosciuta per la sua miniera di Sali alcalini misti ed in particolare Kainite per la produzione di solfato di potassio. Un sito che dagli anni Sessanta fino al 1992 ha dato lavoro a migliaia di persone e che da allora, a quanto pare, semina morte.
Le prove ufficiali non ci sono, ma voci di popolo e una serie di indagini sempre ostacolate hanno sollevato il dubbio che all’interno della miniera siano stoccati rifiuti nucleari: scorie di medio livello radioattivo delle quali la popolazione non deve sapere nulla.
Nel 1996 aveva provato a rompere il silenzio l’allora onorevole Giuseppe Scozzari, seguito dall’onorevole Ugo Maria Grimaldi, all’epoca assessore al Territorio e Ambiente alla Regione Sicilia. Entrambi furono isolati e non riuscirono ad approdare ad alcun risultato concreto, ma le loro personali inchieste avevano portato alla luce una realtà inquietante: i casi di tumore e leucemia erano aumentati nel solo biennio 1995/96, nella zona di Enna, del 20% mentre Pasquasia e “l’intera Sicilia rischiava di essere trasformata in una pattumiera dell’Europa”. Grimaldi aveva denunciato la presenza di amianto in tutto il territorio provinciale, nelle cave abbandonate ed in altri siti. Scozzari aveva chiesto un’interrogazione parlamentare e tentato l’ingresso nella miniera, convinto che fosse gestita da organizzazioni criminali senza nessun consenso formale da parte dello Stato.
E invece, se è vero che parte di quei terreni appartenevano (e apparterrebbero) a persone in odore di mafia vero è anche che erano state proprio le istituzioni italiane – e internazionali – a negargli l’accesso. Allo stesso modo in cui, ancora oggi, negano la presenza delle scorie mentre le analisi effettuate dall’Usl già nel 1997 rivelavano l’esistenza in quella zona di Cesio 137 in concentrazione ben superiore alla norma. Il che poteva significare che non solo i rifiuti nucleari c’erano – e quindi ci sono – ma che si era addirittura verificato un inaspettato incidente nucleare, con relativa fuga di radioattività, probabilmente durante una sperimentazione atta ad appurare la consistenza del sottosuolo della miniera su eventuali dispersioni di radiazioni.
Una tragedia, per la popolazione circostante, tenuta sotto totale silenzio.
Anche il pentito di mafia Leonardo Messina, già membro della cupola di Cosa Nostra, aveva parlato di Pasquasia e della presenza di rifiuti radioattivi nella miniera all’interno della quale aveva lavorato come caposquadra. Secondo il suo racconto – sul punto considerato attendibile dal Procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna – le attività illegali, in quella zona, proseguivano dal 1984: quando l’Enea (all’epoca Ente nazionale per l’energia atomica) aveva avviato uno studio geologico, geochimico e microbiologico sulla formazione argillosa e sulla sua resistenza alle scorie nucleari. E quando funzionari del Sisde avrebbero contattato l’amministrazione comunale per richiedere il nulla osta a seppellire in loco materiale militare di non meglio specificata natura. Cosa che proverebbe l’utilizzo della miniera come deposito di scorie ancora prima della sua dismissione e che spiegherebbe il motivo per cui dopo il 1992 il Corpo regionale delle miniere ha interrotto l’attività di vigilanza e di manutenzione degli impianti e la Regione ha affidato il controllo degli accessi alle miniere a quattro società di sicurezza privata, attualmente rimosse dall’incarico.
Nel 1997 la procura di Caltanissetta aveva disposto un’ispezione su una galleria profonda 50 metri costruita all’interno della miniera proprio dall’Enea e aveva rilevato la presenza di alcune centraline di rilevamento rilasciate dall’Ente, ma che non si riuscì a chiarire che cosa esattamente dovessero misurare. Forse la radioattività?

Scorie immortali
Negli annuali rapporti di Legambiente sulle cosiddette Ecomafie il riferimento al traffico di rifiuti radioattivi è una costante. Ammassati in improbabili cave, si legge, gettati in mare o seppelliti senza particolari misure di sicurezza possono penetrare il suolo e contaminare terre e falde acquifere, oltre a causare danni irreparabili alla flora e alla fauna marina di cui ci cibiamo.
In gioco, insomma, c’è la salute e la vita di tanti cittadini mentre la dimensione del problema appare decisamente fuori controllo.
Le mafie che si occupano di questi traffici, infatti, sono molteplici e non sono solo italiane. Mentre scandali come quelli di Pasquasia si registrano in ogni parte del mondo e hanno spesso coperture di alto livello.
A febbraio di quest’anno, per citare uno degli esempi più recenti, è venuto alla luce uno dei segreti più pericolosi sullo smaltimento dei rifiuti radioattivi che le guerre balcaniche e lo stesso Trattato di Dayton hanno occultato negli anni. Ne parla Fulvia Novellino su Rinascita Balcanica, ricostruendo un vero e proprio traffico di scorie e materiali radioattivi verso la Bosnia organizzato, secondo indiscrezioni provenienti dall’interno dei servizi segreti locali, “dalla stessa missione di pace Nato in Bosnia-Erzegovina, attraverso la quale la Francia ‘esportava’ grandi quantità di rifiuti radioattivi, che venivano poi gettati nei laghi della Erzegovina”. Una “comoda soluzione”, per lo stato francese, per risolvere l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti tossici che accomuna tutti i governi che si servono dell’energia nucleare.
Il problema dello stoccaggio e della messa in sicurezza delle scorie appare infatti insormontabile e distante anni luce da una possibile soluzione. Mentre anno dopo anno i rifiuti si accumulano in maniera vertiginosa.
Fino ad oggi si è tentato di neutralizzare soltanto le scorie meno pericolose, quelle che mantengono la radioattività per circa 300 anni e lo si è fatto utilizzando perlopiù depositi di superficie e quasi mai cavità sotterranee o depositi geologici profondi. Per i rifiuti ad alta radioattività non si è riusciti a fare assolutamente nulla, spiega invece Marco Cedolin su Terranauta, perché “tutto il gotha della tecnologia mondiale ha dimostrato di non avere assolutamente né i mezzi né tanto meno le conoscenze tecnico/scientifiche per affrontare un problema che travalica di gran lunga le capacità operative degli esseri umani”.
Per il momento, solamente gli Stati Uniti hanno tentato l’impresa, che si sta rivelando ardua e scarsamente risolutiva.
Il Dipartimento dell’Energia statunitense ha infatti pensato alla creazione di un grande sito di stoccaggio definitivo nel quale trasportare il materiale radioattivo raccolto nelle aree maggiormente inquinate del Paese: sito che potrà essere costruito nel giro di 70 – 100 anni, con una spesa complessiva che varierà dai 200 ai 1000 miliardi di dollari. In poche parole: il progetto più costoso e complesso che la storia ricordi.
La meta prescelta per l’ardita operazione è il Monte Yucca, situato nel Nevada meridionale a circa 160 Km a nord ovest di Las Vegas , in una zona collocata all’interno della cosiddetta Area 51. Il luogo migliore, secondo i progettisti, per scavare una serie di tunnel sotterranei della lunghezza di 80 Km che correranno e a una profondità di 300 metri, saranno rivestiti di acciaio inossidabile e titanio e una volta terminati potranno contenere 77.000 tonnellate di scorie radioattive attualmente in giacenza in 131 depositi dislocati all’interno di 39 differenti stati.
Un’opera titanica quanto quella del trasporto, che prevede l’utilizzo di 4600 fra treni e autocarri che per giungere a destinazione dovranno attraversare, con il loro pericolosissimo materiale, ben 44 stati con tutti i rischi del caso.
Secondo gli esperti che stanno lavorando al progetto – e che hanno già speso circa 8 miliardi di dollari soltanto per gli studi preliminari del terreno – una volta terminati i lavori di scavo e di preparazione del sito (previsti inizialmente per il 2010, ma già slittati al 2017) il deposito rimarrebbe in attività per qualche decina di anni prima di essere riempito completamente. E una volta chiuso dovrebbe impedire la fuoriuscita delle scorie dell’ambiente per i successivi 10.000 anni.
Il che in parole povere significa che la gigantesca opera non servirà a nulla.
La National Academy of Sciences e il National Research Council hanno infatti ricordato che il materiale radioattivo rimarrà tale per centinaia di migliaia di anni e che il lasso di tempo previsto dal progetto non può quindi essere definito una “messa in sicurezza”. Tanto più che sussistono innumerevoli dubbi sulla reale capacità del sito di preservare il materiale radioattivo anche nel corso di quei 10.000 anni visto che l’umidità presente nell’area, seppur modesta, avrebbe tutto il tempo di corrodere i contenitori delle scorie riversando il materiale nelle falde acquifere e nei pozzi circostanti causando seri problemi alle popolazioni circostanti (1.400.000 persone); mentre il calore connaturato nei rifiuti nucleari rinchiusi all’interno di una montagna priva di sistemi di raffreddamento potrebbe avere gravi conseguenze.
A questa e a numerose altre perplessità che hanno aperto un ampio dibattito nel mondo scientifico e politico americano si aggiunge infine un particolare di non poco conto: il Dipartimento dell’Energia ha denunciato presunte omissioni e irregolarità dei tecnici del servizio geologico, che avrebbero costruito in maniera fraudolenta “elementi che confermassero la sicurezza del sito di Yucca Mountain”.

Senza via d’uscita
Il problema, ancora una volta, sembra quindi rimanere irrisolto. E se a quanto sin qui detto si aggiunge l’inquinamento provocato dall’utilizzo dell’uranio impoverito, sia per scopi bellici che civili, o i vari incidenti nucleari che si sono verificati nel corso degli ultimi decenni si può solo intuire l’entità del dramma.
Nel 1957 a Windscale, oggi Sellafield, nel West Cumberland, in Gran Bretagna un piccolo reattore adibito alla produzione di uranio e di plutonio per usi militari prese fuoco provocando la parziale fusione del nocciolo e la fuoriuscita di gas e materiali radioattivi che contaminarono una vastissima area intorno all’impianto. La popolazione non fu avvertita fino a che l’incendio non fu quasi completamente domato.
Il 1986 è l’anno della sciagura di Chernobyl;
Dal 1987, nella centrale di Ignalina, in Lituania, sono stati registrati due incidenti;
nel 2006 un sottomarino nucleare della marina russa, nel mar di Barents, ha fatto i conti con un incendio scoppiato nei locali tecnici del reattore nella prua rischiando di ripetere la tragedia del Kursk di sei anni prima e, più recentemente, la centrale francese di Tricastin ha disperso una soluzione di uranio nei fiumi circostanti;
mentre la centrale di Kashiwazaki-Kariwa, in Giappone, la più grande del mondo, ha subito gravi danni a causa di un terremoto con conseguente serie di fughe radioattive dall’impianto.
La lista potrebbe continuare, perché gli incidenti finora conosciuti sono almeno una settantina.
E mentre la situazione peggiora di ora in ora e la follia umana non si placa il mondo è seduto su una bomba nucleare a orologeria.