Archivi tag: Ida Castellucci

Falcone e il gioco delle tre carte

Falcone e il gioco delle tre carte.

Ci sono due famiglie a Palermo che da anni aspettano di conoscere la verità sulla morte dei loro figli.
Nino Agostino e la sua giovane moglie incinta, Ida Castellucci, sono stati uccisi il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini.
Dell’esecuzione e del movente, nonostante l’impegno di magistratura e forze dell’ordine, non si è potuto accertare nulla. Il papà di Nino, Vincenzo ha giurato che non si sarebbe mai più tagliato la barba fino a quando non avesse ottenuto giustizia e oggi, che quella barba è diventata lunghissima e bianca, chiede che venga tolto il segreto di stato sulla morte del figlio e della nuora.

Emanuele Piazza, invece, è stato strangolato nel piano inferiore di un negozio di mobili a Capaci il 16 marzo 1990. Lo ha raccontato il pentito Francesco Onorato. Aveva ricevuto l’ordine di eliminare Emanuele di cui era amico da Salvatore Biondino in persona. Il capo della famiglia di San Lorenzo e misterioso autista personale di Riina (quando li catturarono assieme il 15 gennaio 1993 era incensurato) lo aveva visto scambiare quattro chiacchiere amichevoli con Piazza e lo aveva rimproverato: “Che fai ti abbracci con gli sbirri?” Come Biondino sapesse cosa faceva Emanuele e soprattutto che avesse il compito, super riservato, in accordo con i servizi segreti, di cercare i latitanti la dice lunga sullo spessore di tale personaggio.

C’è poi un intero Paese che da sempre aspetta di capire quanto la vera gestione del potere nella Repubblica italiana sia stata affidata pienamente a governi democraticamente e legittimamente eletti dal popolo come presupporrebbe la Costituzione oppure no. Dietro tutte le stragi a partire da Portella della Ginestra fino a Capaci, via D’Amelio e alle bombe del continente, passando per i terrorismi neri e rossi, si agita lo spettro di quell’entità che a quanto pare ha condizionato la nostra intera storia, ma di cui non abbiamo se non una nebulosa idea: i servizi segreti.
Infiltrati, deviati, etero-diretti, non individuabili e soprattutto non punibili per motivi di sicurezza, ma chi sono, che fanno e soprattutto chi servono, questi servizi?
Documenti de-secretati negli anni dagli archivi di vari Paesi e alcune sentenze dei processi per omicidi e stragi ci restituiscono l’immagine di questa sorta di Forza Superiore che interviene, in accordo con altre, per influenzare gli equilibri di un Paese. E che questo sia accaduto in Italia è ormai storia.

Oggi lo schemino dei servizi che in connubio con Cosa Nostra avevano progettato e cercato di portare ad esecuzione l’attentato all’Addaura ai danni del giudice Falcone torna agli onori della cronaca con un articolo di Attilio Bolzoni su La Repubblica di ieri. Già da un po’ di tempo si sapeva che erano in corso nuove indagini e da quanto scrive l’esperta penna, attorno agli scogli sui quali fu rinvenuta la borsa piena di candelotti destinata al magistrato e ai suoi ospiti (Carla del Ponte e Claudio Lehman magistrati elvetici con cui Falcone stava indagando il riciclaggio di denaro in Svizzera ndr) in quel giorno, il 21 giugno 1989, vi sarebbero state due squadre di servizi segreti addirittura l’una contro l’altra. Una che voleva Falcone morto l’altra vivo. E al largo su di un gommone, a cercare di salvare Falcone ci sarebbero stati proprio Nino Agostino ed Emanuele Piazza. Uccisi poi perché sapevano troppo.
Se così fosse si spiegherebbe perché Falcone al funerale di Nino avrebbe detto: “Questo ragazzo forse mi ha salvato la vita”.
Ipotesi però, nulla di più in questo momento, l’unica costante certa è il depistaggio, scientifico, metodologico che annacqua ogni indizio e lo indebolisce al punto che dopo vent’anni ancora ci si debba accontentare di ipotesi. E’ una prassi regolare e purtroppo, a guardare l’iter giudiziario degli omicidi strategici, estremamente efficace.

I magistrati titolari delle indagini, così come hanno fatto altri, pochi, magistrati in passato faranno il loro dovere ma non si può pensare di lasciare l’onere di questa verità solo a loro. La morte di Falcone è stata un danno irreparabile per tutta la nostra Nazione. Come quella di Borsellino. Giganti che avrebbero dato tutta un’altra dignità a questo nostro paesetto di nani.
Quei pochi politici onesti che abitano le Istituzioni si attivino perché si faccia chiarezza. Così tutte le altre forze sociali, dagli intellettuali ai singoli cittadini che vogliono un altro Paese.
Che cadano le maschere di coloro cui questi servizi obbediscono! Sono loro che hanno fatto uccidere Falcone, Borsellino e tutti gli altri elementi eterogenei che avrebbero potuto indebolire il sistema criminale che ci governa. Basta con il gioco delle tre carte, servizi e non servizi! Intravvedere un lumino in fondo al tunnel non basta più! E’ ora per l’Italia di crescere, di guardare in faccia alla verità, ci piaccia a no, se si vuole voltare pagina e provare a diventare la democrazia che sognavano i nostri padri costituenti.

Anna Petrozzi (Antimafiaduemila, 8 maggio 2010)

Falcone, Antimafia e Copasir riaprono il caso Addaura

Fonte: Falcone, Antimafia e Copasir riaprono il caso Addaura.

“Servizi, ruolo da chiarire”. Gli 007 “visitarono” la casa dell’agente ucciso

Per vent`anni sono state solo ombre, attorno ai cadaveri del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie Ida, ammazzati – non si sa ancora da chi – quarantacinque giorni dopo il fallito attentato al giudice Falcone, sulla scogliera dell`Addaura. Adesso, fra le ombre, si intravedono dei volti, ancora senza nome. Mai sostituti procuratori Nino Di Matteo e Francesco Del Bene hanno ormai la certezza di strane presenze nella squadra di poliziotti che poco dopo l`assassinio del 5 agosto 1989 corse in tutta fretta a casa dell`agente Agostino, per frugare fra le sue carte. «Strane presenze», perché in quel gruppo non c`erano solo poliziotti. «Strane presenze», come quelle di cui ha scritto ieri Repubblica, all`Addaura.

Dei misteri di quel 1989 si occuperanno adesso la Commissione parlamentare antimafia e il Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti. E’ quanto avevano chiesto Walter Veltroni ed Anna Finocchiaro, del Pd. Il presidente dell`Antimafia, Giuseppe Pisanu, fa sapere in una nota di aver concordato con il suo collega Massimo D`Alema «una valutazione comune, nel rispetto delle reciproche competenze, degli aspetti della vicenda che possano riguardare i servizi segreti». La nota si conclude con una precisazione: il presidente del Copasir, D`Alema, «ha già avviato le iniziative opportune».

Sui misteri del 1989 e il coinvolgimento di apparati deviati dei servizi, i pm siciliani indagano ormai da mesi. Pochi giorni fa, Di Matteo e Del Bene sono volati in gran segreto a Roma, per interrogare i poliziotti che parteciparono alla prima fase delle indagini sull`omicidio Agostino. La domanda principale è rimasta sempre una: chi c`era nel gruppo che perquisì l`abitazione della vittima, ad Altofonte? Il biglietto ritrovato nel portafogli di Agostino, ucciso sul lungomare di Carini, parlava chiaro: «All`interno del mio armadio c`è qualcosa». Probabilmente degli appunti. La sorella di Nino, che accompagnò gli agenti (o presunti tali), ha raccontato ai magistrati: «A un certo punto della perquisizione sento qualcuno che dice, “l`abbiamo trovata”». Forse, una busta. Di certo, una traccia importante che confermava una verità scomoda per qualcuno: Agostino non era solo un agente della squadra volanti di un commissariato come tanti a Palermo, ma svolgeva un lavoro riservato d`indagine. Forse, mirato alla cattura dei latitanti. Forse, secondo quanto anticipato da Repubblica, diretto a scoprire chi avesse piazzato la bomba all`Addaura.

Alcuni dei poliziotti interrogati nei giorni scorsi sarebbero caduti più volte in contraddizione sulle presenze di quella sera a casa Agostino. l magistrati hanno disposto anche dei confronti, cheavrebbero avuto toni drammatici. Fra mezze ammissioni e tante reticenze sono spuntate le tracce di «presenze estranee» alla polizia. E il giallo si sarebbe ripetuto pure nell`altra perquisizione fatta a casa Agostino, tre giorni dopo. Forse – è adesso l`ipotesi di chi indaga – non solo sarebbero state sottratte alcune carte, ma ne sarebbero state aggiunte altre, sempre di Agostino, ma che nulla avevano a che fare con la verità. Di certo, nel primo rapporto della squadra mobile, allora diretta da Arnaldo La Barbera, si parlava di una pista passionale per il delitto. Ad accreditarla era un amico di Agostino, uno strano poliziotto di Pescara, che ogni tanto veniva aggregato alla mobile di Palermo (i pm non hanno scoperto ancora perché): Guido Paolilli, così si chiama, è indagato per favoreggiamento. L`elenco dei poliziotti sotto accusa potrebbe presto allungarsi.

Salvo Palazzolo (La Repubblica, 8 maggio 2010)

Addaura, nuova verità sull’attentato a Falcone

Da vedere anche il video linkato sotto

Fonte: Addaura, nuova verità sull’attentato a Falcone.

Così lo Stato si divise. Nel commando non c’erano solo i boss di Cosa nostra ma anche presenze estranee: uomini dei servizi segreti

di ATTILIO BOLZONI

Attilio Bolzoni da Repubblica.it

Il video dell’inchiesta di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano:

http://tv.repubblica.it/copertina/la-verita-sull-attentato-a-falcone/46713?video=&pagefrom=1

La doppia pista su faccia da mostro

La doppia pista su faccia da mostro.

Un discusso agente segreto, con un piede nello Stato e uno nelle cosche, e un dipendente regionale vicino a Ciancimino

Le “facce da mostro” che giravano in Sicilia negli anni delle stragi erano due: un discusso agente segreto, con un piede nello Stato e l’altro nelle cosche, e un dipendente regionale vicino all’ex sindaco Ciancimino, che suo figlio Massimo avrebbe già identificato. Entrambi sarebbero morti: il primo nel 2004, il secondo due anni prima. Due ombre, tanti sospetti e solo poche certezze, in quanto solo uno di loro, il dipendente regionale, è stato recentemente identificato, attraverso una foto. A dare un nome a quel volto, con quella vistosa cicatrice sulla guancia destra, è stato, per l’appunto, Massimo Ciancimino, il figlio del boss don Vito, quello del “papello” e della trattativa tra Stato e mafia. Due volti sfigurati, inguardabili e indimenticabili, rimasti impressi nella memoria di decine di testimoni e di cui – a distanza di vent’anni da quella stagione di sangue – si sa davvero ancora poco.

La spia

La prima misteriosa figura, che entra ed esce dalle oscure vicende siciliane apparterrebbe a un agente del Sisde, il servizio segreto civile (oggi Aisi). Secondo i racconti di alcuni testimoni – che lo chiamano in causa in almeno quattro vicende (tre delitti ed almeno un fallito attentato) – aveva un volto sfigurato, paragonabile solo a quello di un mostro, ma nulla a che fare con il dipendente regionale. Nelle storie di mafia, “faccia da mostro”, c’è dentro fino al collo. Gli inquirenti pare non lo abbiano ancora identificato e pare che non sia servito a nulla il tentativo, compiuto il 18 novembre dai magistrati di Palermo e Caltanissetta, di ottenere nuove informazioni dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, attraverso un ordine di esibizione di atti del Sisde e del Sismi, finora rimasti riservati.


Gli affari riservati

Tuttavia, secondo quanto è riuscito a ricostruire Il Punto, “faccia da mostro” sarebbe stato un sottoufficiale della polizia di Stato, di origini siciliane. Per anni, almeno così pare, in servizio presso l’ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, alle dipendenze di Federico Umberto D’Amato (tessera P2 n. 554). Poi, intorno al ’84, il misterioso agente segreto sarebbe transitato nella sezione “criminalità organizzata” del centro Sisde di Palermo (via Notarbartolo). Tra l’89 ed il ’92 era alle dirette dipendenze di Bruno Contrada, il numero tre del Servizio condannato nel 2007 a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. “Faccia da mostro” sarebbe rimasto in servizio a Palermo fino al ’96 e tutta la sua carriera si sarebbe svolta lì, poi la pensione e una collaborazione esterna con il Sisde che si sarebbe definitivamente conclusa nel ’99. Scompare, a causa del tumore che nel frattempo gli ha aggredito il volto, nel 2004.


Il pentito

Ne parla anche la “gola profonda” Luigi Ilardo, il mafioso, vicerappresentante provinciale di Caltanissetta, cugino e braccio destro del boss Giuseppe “Piddu” Madonia, che nel ’95 aveva messo sulle tracce di Bernardo Provenzano i carabinieri, ma un anno dopo gli tapparono per sempre la bocca. Ilardo confidò al colonnello Michele Riccio del Ros che a Palermo c’era un agente segreto con la faccia da mostro che frequentava strani ambienti, uno chiaccherato: insomma un uomo dello Stato che stava dalla parte sbagliata, antipatico ai mafiosi solo per via di quella faccia. Il confidente, parlando dello strano agente segreto, disse agli inquirenti: “Di certo questo agente girava imperterrito per le strade di Palermo. Stava in posti strani e faceva cose strane”.


Il fallito attentato

Il suo nome, anzi il suo soprannome, comincia a saltare fuori nell’89, quando a parlare di lui è una donna che poco prima del ritrovamento di un ordigno vicino la villa di Giovanni Falcone, all’Addaura, lo notò da quelle parti, dentro un’auto, insieme a un altro individuo. La donna se lo ricorda proprio perché il suo volto era inguardabile. Era il 21 giugno 1989, Falcone aveva affittato per il periodo estivo quella villa sulla costa palermitana. Introno alle 7.30 tre agenti di scorta trovano sugli scogli, a pochi metri dall’abitazione, una muta subacquea, un paio di pinne, una maschera ed una borsa sportiva blu contenente una cassetta metallica. Dentro c’è un congegno a elevata potenzialità distruttiva. La bomba non esplode, l’attentato fallisce.


Delitto 1

“Faccia da mostro” è legato anche a una lunga scia di sangue e strane morti, come l’omicidio dell’agente di polizia Antonino Agostino e di sua moglie Ida Castellucci, avvenuto il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini. Agostino dava la caccia ai latitanti, pare anche per conto del Sisde, e sembra avesse informazioni sul fallito attentato all’Addaura. Le indagini non hanno mai chiarito, fino in fondo, come sono andate le cose, però sembra che l’agente, poco prima di morire, avesse ricevuto in casa una strana visita, quella di un collega con la faccia deforme. A dirlo è suo padre, Vincenzo, che riferì agli inquirenti che un giorno notò “faccia da mostro”, uno “con il viso deforme che prendeva o gli dava notizie”, vicino l’abitazione del figlio. Per lui, quell’uomo, era inguardabile: “Quell’uomo è venuto a casa mia, voleva mio figlio. Quel tizio non è soltanto implicato nei fatti di Capaci e via D’Amelio, ha fatto la strage in casa mia, quella in cui sono morti – disse ai magistrati il padre di Agostino – mio figlio Nino, mia nuora e mia nipote. Due persone vennero a cercare mio figlio al villino. Accanto al cancello, su una moto, c’era un uomo biondo con la faccia butterata. Per me era faccia da mostro”.


Delitto 2

Un altro pesante sospetto lega “faccia da mostro” a un altro delitto, quello dell’ex agente di polizia Emanuele Piazza. Il suo nome in codice era “topo”, collaborava anche lui con il Sisde, era amico di Nino Agostino, ma non era ancora un effettivo. Figlio di un noto avvocato palermitano, era un infiltrato e dava la caccia ai latitanti quando, il 15 marzo 1990, scompare nel nulla. Molti anni dopo si saprà che fu “prelevato” con un tranello dalla sua abitazione da un ex pugile, vecchio compagno di palestra, portato in uno scantinato di Capaci, ucciso e sciolto nell’acido. Cercava la verità sulla morte del suo amico Antonino Agostino, forse l’aveva anche trovata, e anche lui sapeva qualcosa dell’Addaura.


Faccia da mostro-bis

“La Dia, incaricata dalla procura, – scrive Salvo Palazzolo nel libro “I pezzi mancanti” (Editori Laterza, 2010), – individua un dipendente regionale, già interrogato dopo il delitto Piazza, perché il suo nome era contenuto nell’agendina della vittima. E’ affetto da “cisti lipomatosa” nella parte destra del viso, risulta deceduto nel 2002. Le indagini – prosegue Palazzolo nella sua ricostruzione – dicono pure che ha fatto parte del comitato di gestione di un’unità sanitaria locale, su indicazione dell’ex sindaco condannato per mafia Vito Ciancimino”.


Delitto 3

Una traccia che lega l’agente segreto con la faccia da mostro a un’altra vicenda di sangue arriva addirittura dal lontano ’86 ed è ancora il pentito Luigi Ilardo a chiamarlo in causa. Siamo a Palermo, quartiere di San Lorenzo, è il 7 ottobre ’86, un bambino di 11 anni, Claudio Domino, viene ucciso mentre sta rientrando a casa. Lo freddano su un marciapiede, a colpi di pistola. Suo padre è il titolare di un’impresa di pulizie che lavora anche nell’aula bunker, ma non è un mafioso. Due pentiti raccontano che ad uccidere il bambino sarebbe stato l’amante di sua madre (poi giustiziato da Cosa Nostra) perché li avrebbe visti insieme. Secondo un altro boss, il piccolo Claudio Domino sarebbe stato ucciso (da un altro killer poi eliminato) perché, sbirciando in un magazzino, avrebbe visto confezionare alcune dosi di eroina. I giudici, tuttavia, crederanno ai primi due pentiti, accreditando la versione che il bambino vide l’amante di sua madre e per questo fu giustiziato. Ilardo, tuttavia, riferisce agli inquirenti che quel giorno, nel quartiere San Lorenzo, mentre veniva assassinato quel bambino, c’era anche “faccia da mostro”.


Fabrizio Colarieti (
www.ilpuntontc.it, 11 marzo 2010)